Primo Piano

Cif, Immigrazione: la speranza delle madri per i loro figli

21 Dicembre 2021 -

Roma - “I bambini cui le madri negano il presente per assicurare loro il futuro sono quelli che da soli o insieme ai genitori cercano un altrove che comunque li respinge” così Renata Natili Micheli, Presidente nazionale del Centro Italiano Femminile. Che conclude “ il cuore dell’immigrazione non è nei numeri di quanti arrivano nel nostro Occidente ma consiste nel perché arrivano e nel perché, oltre la dignità della vita,  noi vogliamo togliere loro anche la speranza”.

Papa Francesco: l’impatto della crisi sull’economia informale, che “spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante”

21 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - L’impatto della crisi sull’economia informale, che “spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante”. Lo scrive oggi papa Francesco nel messaggio per la 55ma Giornata Mondiale della Pace che si celebrerà il prossimo 1 gennaio sul tema “Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura”.  Molti migranti – scrive il Papa – “non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso”. La pandemia da Covid-19 – ha aggiunto papa Francesco nel messaggio presentato oggi nella sala Stampa della Santa Sede - ha “aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche”. (Raffaele Iaria)

Migrantes Roma: celebrazione sotto il tendone del Rony Roller

20 Dicembre 2021 - Roma - Una celebrazione eucaristica sotto il tendone  del circo Rony Roller a Roma. A presiederla il direttore Migrante della diocesi di Roma e direttore regionale del laio, mons. Pierpaolo Felicolo. A concelebrare don Marco Yaroslav Sehemen, coordinatore nazionale degli Ucraini in Italia. Rony Roller ha anche voluto offrire, in questi giorni, uno spettacolo ad un gruppo di diversamente abili della Casa di Pulcinella nata a Roma nel quartiere di San Lorenzo con lo scopo di dare una risposta alla solitudine ed alla “invisibilità” delle persone con disabilità del quartiere.  (R.I.)

La valle solidale e i migranti bambini

21 Dicembre 2021 -

Torino - Non piangono mai i bambini che arrivano all’ultima tappa prima del confine francese. Sono esausti, dormono di continuo, qualcuno ha i piedi morsicati dai topi negli accampamenti di fortuna in Bosnia, eppure non piangono. Lo raccontano commossi gli operatori e i volontari del rifugio per immigrati 'Fraternità Massi' nella casa dei salesiani accanto alla stazione di Oulx. Ai piccoli il lungo viaggio sembra un gioco in compagnia dei genitori. Per gli esperti il gioco si chiama 'rotta italiana' oppure 'terminale della rotta mediterranea' e anche 'limite occidentale della rotta balcanica'. Comunque la si veda, Oulx dal 2017 è diventata una porta di uscita sempre più battuta dall’Italia verso la Francia e l’Ue, per marciatori della speranza in viaggio da anni.

Non temono di andare in mezzo alla neve in scarpe da tennis, ma se vengono al rifugio voluto dalla fondazione 'Talità Kum' con i medici di Rainbow 4 Africa aperto h 24 trovano scarponi, cibo, possono farsi visitare e passare una notte al caldo dopo le 16, quando d’inverno cala subito il buio e la temperatura scende sottozero.

A pochi passi dal rifugio in Alta Val di Susa, ironia della sorte, fermano i treni di linea per la Francia e persino il Tgv. Ma il viaggio comodo è roba per chi ha documenti europei e Green pass. Il resto dell’umanità tenta di prendere un bus di linea, se non controllano i 'certificati verdi', o arriva a piedi fino alle piste di fondo di Claviere e poi si infila nei boschi per 20 chilometri per passare il Monginevro. Un’impresa al buio col freddo, specie per le famiglie con donne incinte e bambini. Oltretutto la sorveglianza dei gendarmi dotati anche di visori notturni al confine e lungo la statale è continua. Inflessibili anche con i più vulnerabili, non rilasciano il documento di respingimento, il 'refus d’entrée', contro cui presentare appello. Chi passa, però, in 5 giorni arriva a Parigi e da lì prosegue per Germania, Paesi Bassi, Belgio o Regno Unito, nell’Europa che cerca manodopera.

Gli scarponi li lasciavano i valligiani quando si è aperta la rotta. Il rifugio prosegue la tradizione solidale, mettendoli nelle rastrelliere. Ogni giorno passano da qui almeno 60 persone, con punte di 100 dall’estate a novembre. Quando si supera quota 50 la Croce rossa sposta i profughi al polo logistico di Bussoleno, 20 chilometri a valle, così che nessuno dorma all’aperto. Da aprile a dicembre sono passate 9mila persone e altre 1.500 sono state portate alla Croce rossa. Il 60% proveniva dalla rotta balcanica, gli altri erano subsahariani sbarcati da poco e tunisini alle prese con disoccupazione.

«È dura marciare nella neve, ma chi proviene dai Balcani dice che dopo Bosnia e Croazia passare il Monginevro è come bere un bicchiere d’acqua – spiega don Luigi Chiampo, 62 anni, da 10 parroco di Bussoleno, presidente di Talità Kum e responsabile Migrantes della diocesi susina – e da quando abbiamo aperto il centro a Oulx nel 2018 non ci sono più stati morti sulle montagne. Passavano dal Colle della Scala, molto pericoloso. Nel 2021 dalla valle è passato un fiume di circa 15mila persone dirette a Claviere. Arrivano a Trieste e in 72 ore attraversano il nord in treno o bus, oppure vengono dai centri di accoglienza. Il rifugio lo abbiamo aperto per non far dormire più nessuno in mezzo alla strada ed è importante la rete che si è creata e la collaborazione con le istituzioni». I Comuni, al contrario di quanto accade Oltralpe, sono presenti. La Prefettura di Torino contribuirà al nuovo rifugio di fronte alla 'Fraternità Massi', sempre di proprietà dei salesiani, molto più grande, in cui a giorni si sposteranno le attività. Che comprendono le attività dei medici e infermieri di 'Rainbow for Africa' e degli operatori legali di Diaconia valdese e Danish refugee Council, che qui hanno un punto nodale del loro osservatorio dei tre confini. Cena e assistenza le offrono la rete solidale di Talità Kum, aperta ad associazioni laiche e nazionali.

«Prepariamo un piatto di pasta, offriamo un letto caldo – afferma racconta Giorgio Guglielminotti, storico operatore – e se lo desiderano parliamo. Soprattutto diamo le scarpe a chi arriva con i piedi rotti da marce interminabili». I single dormono in uno camerone e le famiglie nei container in cortile. Si resta al massimo 48 ore ad eccezione delle famiglie numerose. Secondo Serena Tiburtini, coordinatrice di programma per Danish refugee council, le famiglie sono soprattutto afghane (il 40%) e iraniane. Poi i pachistani. «Passano da Claviere a piedi – aggiunge – perché sono abituati alla montagna. Sono arrivati i primi evacuati in estate da Kabul, i più ricchi, gli altri li attendiamo nei prossimi mesi. I tempi di ricongiungimento con i parenti sono troppo lunghi. Una ragazza afghana a settembre mi ha detto che non poteva attendere sei mesi per raggiungere la madre in Svezia, mentre poteva farcela in 15 giorni. Un giovane curdo iraniano, rimasto storpio a una gamba, fratturata dalle botte prese in Croazia, non riusciva a passare a piedi. Ma voleva raggiungere moglie e figlioletta in Svizzera. Niente ricongiungimento, alla fine è partito con un passeur ».

«Chi arriva a Oulx dalla rotta balcanica è esausto fisicamente e mentalmente – prosegue Eloisa Franchi dei medici di Rainbow 4 Africa – poi c’è chi arriva con ferite da marcia o con le cicatrici delle torture inferte dai poliziotti croati. Noi offriamo primo soccorso per curare la 'patologia di confine', uno stress psicofico continuo. Nel nuovo rifugio avremo uno spazio per dare assistenza continuativa». A Oulx sono arrivate quest’anno due donne in procinto di partorire: una ci è riuscita, l’altra ha messo al mondo un bambino morto. Era da sola, marito e figlio erano già passati, ma sono tornati indietro per salutare il piccolo e ripartire con lei. Domani si concluderà qui il 'Cammino della Speranza', staffetta partita da Trieste in bici una settimana fa per ricordare cosa accade ogni giorno da un confine all’altro. (Paolo Lambruschi – Avvenire)

Fism: percorsi che aiutino i più piccoli a sviluppare la loro naturale capacità di andare incontro agli altri

21 Dicembre 2021 -

Roma - Due foto hanno fatto il giro nei social: bambini aggrappati al filo spinato al confine tra Bielorussia e Polonia e la bambina nata tra le onde su un barcone. Queste due realtà sono il segno dell’intreccio tra crudeltà e speranza, tra fraternità e disumanità. Gli sguardi di quei bimbi e il vagito della piccola si uniscono al lamento di Abele che attraversa la storia assieme al grido di Caino e rieccheggia decisa la domanda di Dio: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,8-9).

Papa Francesco è forse il Pontefice che più ha parlato di educazione e anche l’Enciclica «Fratelli tutti» (2020) rimanda alla costruzione di un’umanità nuova e di un mondo nuovo attraverso il processo formativo delle coscienze che coinvolge bambini e adulti. La sfida è tra il transumanesimo teorizzato da Google e il neoumanesimo che rimette al centro l’uomo in una autentica rivoluzione sociale, relazionale ed etica. I tratti sono quelli dell’antropologia della figliolanza che si declina in quella della fratellanza.

Il mondo delle scuole della Fism (la Federazione Italiana Scuole Materne che raggruppa 9000 realtà educative, ndr) ha accolto la sfida culturale e ha messo a tema i messaggi e le provocazioni dell’Enciclica, sviluppando nelle realtà concrete della esperienza vitale delle comunità scolastiche, percorsi di educazione aperta ed inclusiva che guarda al volto dell’altro, oltre le appartenenze. Le scuole hanno maturato e sviluppato la consapevolezza che per educare un bambino ci vuole un villaggio, secondo l’adagio africano, ma parimenti per formare un villaggio ci vogliono i bambini che sono il segno delle generazioni future.

Dall’osservazione e dall’ascolto attento dei bambini e dal confronto con i dati di ricerca, abbiamo constatato che l’egocentrismo che pareva caratterizzare la vita e l’esperienza dei piccoli, in realtà cede il posto alla prosocialità quale capacità di rispecchiarsi nella reciprocità dei volti. Basta visitare una nursery e ci accorgeremo che se un bambino piange, immediatamente gli altri gli fanno eco e 'solidarizzano' con lui; osserviamo ancora la capacità di con-dividere dei dolciumi o dei giochi e di consolare e incoraggiare da parte dei bambini più grandicelli. 

Robert Roche, docente di psicologia alla Universitat Autònoma de Barcelona ha contribuito con significative ricerche sperimentali a esplorare la valenza prosociale nei bambini e negli adulti. Si evidenzia che si diventa prosociali condividendo esperienze di tal segno fin da piccoli, in famiglia e nel processo educativo della scuola che favorisce contesti nei quali sperimentare la condivisione altruistica. Nella prima scuola registriamo un 'gioco parallelo' che, se debitamente accompagnato ed orientato, diventa attenzione all’altro nel piccolo gruppo, costruendo reciprocità anche nel lavoro a coppie. La variabile del clima accogliente e del comportamento adulto diventano decisivi poiché in essi il bambino si specchia.

La Sacra Scrittura riporta un episodio altamente eloquente di come l’adulto possa 'inquinare' l’autenticità e la spontaneità dei bambini: «Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana [...] scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: 'Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco'» (Gen 21,9-10). L’innocente gioco di due bambini poteva essere preludio di una più ampia fraternità che implicava per l’adulto scelte di condivisione inaccettabili. E l’adulto 'guasta la festa'. Le scuole Fism stanno declinando percorsi di accoglienza, protezione e integrazione, condividendo un cammino sui sentieri tracciati dall’Enciclica nella direzione pro-attiva affinché la noità prevalga sulla egoità.

La presenza di bambini e famiglie provenienti da Paesi 'lontani' fa sperimentare la condivisione e l’apertura alla mondialità. La narrazione di Antoine De Saint-Exupery evidenzia i punti di vista distanti tra bambini e adulti: «I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano delle cose essenziali. Non si domandano mai: 'Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti?...'. Ma vi domandano: 'Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?'. Allora soltanto credono di conoscerlo». I grandi vogliono 'soppesare' le persone privilegiando ruoli e quantità, i bambini, invece, colgono i vissuti qualitativo-relazionali.

In questa stagione socio-culturale i bambini non sperimentano nei propri contesti familiari la condivisione della 'comunità fraterna', dal momento che sono numerosi i figli unici; la sapiente progettazione pedagogico- didattica degli insegnanti farà scoprire la dimensione della fraternità nell’incontro a scuola con i pari, palestra di pro-socialità. Per secoli l’adagio «homo homini lupus» ha dato forma alle relazioni tra persone, popoli e culture. L’Enciclica cambia approccio e registro relazionale, confermando quanto la Dichiarazione di Siviglia (1986) dal punto di vista della ricerca interdisciplinare affermava; i più autorevoli psicologi, neurofisiologi, etologi di tutto il mondo in maniera inconfutabile indicavano che: «È scientificamente sbagliato dire che la guerra o qualunque altro comportamento violento sono geneticamente programmati dalla natura umana; gli esseri umani hanno un cervello violento; la guerra è causata dall’istinto. Concludiamo che la biologia non condanna l’umanità alla violenza e alla guerra e che l’umanità può essere liberata dal vincolo del pessimismo biologico. La stessa specie che ha inventato la guerra è capace di inventare la pace». L’educazione sin dai più piccoli è chiamata ad avviare un processo di liberazione estirpando pregiudizi consolidati, facendo sperimentare esperienze alternative di fratellanza. (Bruno Forte - Responsabile Area pedagogica Fism)

In Famiglia: Maria e Giuseppe, due fidanzati speciali

21 Dicembre 2021 - Fra pochi giorni è di nuovo Natale! Se possiamo ancora celebrare la prima venuta del Signore nella storia lo dobbiamo alla libertà di una coppia di fidanzati; non solo all’incommensurabile sì di Maria, ma anche all’accoglienza silenziosa e profonda del suo promesso sposo, Giuseppe, la cui figura quest’anno abbiamo celebrato in modo particolare. Sovvengono le parole che scriveva il servo di Dio Monsignor Tonino Bello: “Giuseppe, io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull'onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto, in te e in lei”. È in questo vincolo d’amore che Gesù nasce, è in questo legame più forte di ogni paura che Dio può farsi carne. Talvolta la legittima devozione mariana ha fatto sì che la figura di Giuseppe venisse messa un poco a margine, ma oggi siamo consapevoli che il ruolo del padre putativo del Signore è stato determinante ben prima che nascesse. Mentre Maria concepiva nel grembo, Giuseppe concepiva attraverso i sogni, attraverso l’infinita docilità di chi si affida ad un mistero che lo sovrasta ma non lo annichilisce. Insieme, i due innamorati – perché di questo si tratta –, accettano un disegno che è diverso da quello che legittimamente avevano potuto immaginarsi. Per loro si prospetta un discernimento arduo, anzi drammatico; non dimentichiamo che Maria poteva essere sottoposta a lapidazione per quello che era avvenuto in lei. I due accettano un cammino fatto di incomprensione e giudizio anche dai famigliari più vicini, nonché da tutta Nazareth. Giuseppe e Maria sono persone semplici eppure straordinariamente capaci di accogliere la Parola fino al punto di farla nascere in loro e da loro, a dispetto di ogni giudizio e pregiudizio, contro ogni logica del mondo, anche quella più religiosa e giusta secondo i parametri degli uomini. Talvolta si è detto che indicare la Sacra Famiglia come modello per tutti gli sposi sia qualcosa di utopico e addirittura frustrante e invece la loro è una testimonianza di fede e di amore che perennemente elargisce Grazia a chi vuole seguirne i passi. In essi possiamo scorgere la fecondità creativa di chi fidandosi infinitamente di Dio, si dona all’altro senza limiti. Nel loro vincolo riconosciamo il germe di una castità che sempre si rinnova e a cui ogni coppia può abbeverarsi. Oggi ancora possiamo contemplare i loro passi che il Vangelo ci trasmette in un racconto che si fa vita ogni volta nuova. Viene naturale rivolgersi in preghiera a questi due giovani, voler sperimentare i loro sentimenti, cimentarsi nelle loro virtù. I dogmi mariani potrebbero farci credere che Maria, l’Immacolata e il suo sposo Giuseppe siano irraggiungibili, ma dovremmo forse accettare nel contempo che il Signore sceglie la loro piccolezza, la loro umanità, quella che anche noi condividiamo. A ciascuno, quindi, come battezzato, è possibile far nascere Cristo in sé per portarlo ai fratelli. Questo mistero è grande, ma tangibile. La famiglia umana vede in quella di Nazareth non un archetipo inarrivabile ma come una strada da percorrere, un riferimento per l’andare, la concretizzazione sotto sembianze del tutto umane di quell’amore trinitario che esiste fin dal principio. Non preoccupiamoci di quanta strada abbiamo ancora da percorrere, ma affidiamoci a questa sovrabbondante circolazione d’amore che vede nella famiglia il suo veicolo preferenziale, la casa, la dimora in cui scendere e stare. I genitori di Gesù sono sposi che hanno vissuto la prova della paura, dell’incomprensione, della precarietà e del pericolo, ma questi ostacoli non hanno prevalso. Maria e Giuseppe sono soprattutto due coniugi che della loro fiducia in Dio hanno fatto la chiave per aprirsi totalmente alla Sua volontà e donandosi così, hanno offerto al mondo il suo Redentore. (Giovanni M. Capetta - Sir)

Migrantes: accendere la luce verde al semaforo delle frontiere

20 Dicembre 2021 - La campagna, promossa dal quotidiano Avvenire “Lanterne Verdi” rappresenta una ulteriore occasione per richiamare l’attenzione sul mondo della migrazione oggi e per ricordare i Diritti fermati alle frontiere di alcuni Paesi europei. Sono i Diritti di persone in fuga perché la loro casa è stata distrutta dalle guerre e dai disastri naturali, da torture e violenze: persone che hanno perso tutto. Sono i Diritti di 83 milioni di persone. Per loro il semaforo è sempre rosso. Nessuno può passare, cercare la libertà, la sicurezza, la pace che sono Diritti per ogni persona, ogni famiglia: uomini e donne, giovani e adulti, anche tanti bambini. Per loro non c’è un posto. Alle frontiere della nostra ‘casa comune’, l’Europa, si soffre, si muore di fame e di freddo: si muore anche di delusione, di disperazione. Il Mediterraneo, la nostra frontiera con il Continente africano, è un cimitero senza lapidi, come ha ricordato Papa Francesco nel suo viaggio a Cipro e in Grecia. Alle frontiere dell’Europa si sono alzati 10 muri e si sono chiuse le porte ai Diritti, alla Democrazia. Con questa adesione alla campagna “Lanterne Verdi” vogliamo invitare anche noi ad accendere la luce verde al semaforo delle frontiere, così che cessi la sofferenza, la morte e siano tutelati i Diritti di chi è in cerca di asilo, di protezione, di sicurezza. (Mons. Gian Carlo Perego - Presidente Fondazione Migrantes)

Viminale: da inizio anno sbarcate 63.876 persone migranti

20 Dicembre 2021 - Roma - Sono 63.876 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno secondo il dato diffuso questa mattina dal ministero degli Interni. Di questi 15.241 sono di nazionalità tunisina (24%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Egitto (8.113, 13%), Bangladesh (7.567, 12%), Iran (3.848, 6%), Costa d’Avorio (3.636, 6%), Iraq (2.534, 4%), Guinea (2.348, 4%), Siria (2.193, 3%), Eritrea (2.187, 3%), Marocco (2.170, 3%) a cui si aggiungono 14.039 persone (22%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. 9.359 sono i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare sempre secondo i dati del Viminale.

Migrantes Loreto: Natale afgano

20 Dicembre 2021 - Loreto - Tra qualche giorno, qui a Loreto, come da voi, sarà Natale. Vivremo, ancora una volta, la gioia di vedere Dio arrivare e nascere tra di noi. Tra pecore e pastori. Tra umili e potenti del mondo. Tra sofferenze e speranze degli uomini. Di milioni di migranti... In verità, qui è già arrivato. Viene dall’Afganistan e dal Pakistan. Porta il nome di Muhammad, di Omer e Asad: tre giovani sui vent'anni. Con il loro sguardo dolce e impaurito, la loro timidezza, le incertezze e la loro grande forza interiore. Abitano a pochi passi da noi, da qualche mese sono diventati nostri vicini di casa. Al mattino, infagottati per il freddo, li vedi partire per prendere il bus e andare a Osimo, a 15 km. , alla scuola per stranieri, dove imparano la nostra lingua. Sognano di vivere qui per sempre. Di ricostruire la loro vita in Italia. L’altro giorno li abbiamo invitati a pranzo: una vera scoperta per loro. Ma soprattutto per noi: sentire così la loro storia, la perdita di papà e mamma per due di loro, il loro viaggio infinito, le ferite e le speranze, cucite ben strette sotto la loro pelle. Domenica scorsa, Asad, musulmano, 20 anni, ha voluto venire alla Messa con me. Alla fine, al microfono, se vedeste con che emozione enumerava lentamente i sette Paesi attraversati a piedi, per mesi, dall'Afganistan: Iran, Turchia, Grecia, Serbia, Bosnia... Camminando sempre di notte, per paura delle diverse polizie. Mentre agitava in aria sette dita, l'assemblea commossa gli faceva un bell' applauso, come a un combattente per la libertà! In cuor mio dicevo: "Ma questo è proprio il Cristo che bussa alla nostra porta, al nostro cuore, con quelle parole di Vangelo: 'Ero straniero e mi avete accolto!' E ci supplica di uscire dalla nostra immensa indifferenza per il mondo e le sue tragedie... Qualche volta portiamo loro dei lavoretti manuali, semplici da fare, nascondendovi sotto del cioccolato, dei dolci o qualche soldino… Li vedi, allora, mettersi all'opera tutti e tre insieme: in poco tempo la cosa è fatta ! A Natale, anche se musulmani, verranno in chiesa con noi. Alla fine, si presenteranno, faranno gli auguri con il loro italiano stentato, distribuendo dei regalini ad ognuno. Tutte le sere febbrilmente li stanno confezionando, aggiungendovi un augurio originale in pashtu, la loro lingua, quasi un saluto di nostalgia alla loro terra perduta. Per la gente, stranamente, sarà come l'arrivo oggi dei Re Magi. Vengono da molto lontano. Inseguono una stella, una vita degna di essere vissuta. Si perdono come loro tra i meandri del cammino e delle sue interminabili sorprese. Aprono i loro tesori: la loro giovinezza, la sete di dignità, la loro voglia di vivere. Come i Magi, forse, scoprono l'accoglienza, il calore e la fraternità di Betlemme… in fondo, il vero miracolo di Dio! Se dalla vostra tavola natalizia qualche briciola sarà per loro (o per qualche straniero che incontrate), allora questo miracolo sarete voi stessi a farlo. Tutti e tre vi diranno un «grazie di cuore». Christmas Mubarak! Buon Natale ! (p. Renato Zilio - Migrantes Loreto)

Migrantes Albano: celebrazione Madonna di Guadalupe con mons. Viva

20 Dicembre 2021 - Albano - Nei giorni scordi nella parrocchia Spirito Santo ad Aprilia, il vescovo di Albano, mons. Vincenzo Viva, ha presieduto la Santa Messa in occasione dei festeggiamenti per la Madonna di Guadalupe, patrona del Messico e Imperatrice di tutta l’America. Alla Messa era presente non solo parte della comunità parrocchiale ma anche quella latinoamericana di tutto il territorio diocesano. Ha contribuito a rendere solenne e festosa la liturgia il coro latinoamericano di Santa Maria della Luce di Roma. Il vescovo ha voluto introdurre la sua omelia con delle parole di vicinanza, poiché ha vissuto sulla sua pelle la migrazione in un altro paese. Ha poi proseguito ricordando che nella terza domenica di Avvento, tutta la Liturgia della Parola è un richiamo a vivere nella gioia l’attesa della nascita del Messia, vivendo con serenità e fede anche i momenti di difficoltà. Il fatto di poterci incontrare per festeggiare, anche se lontani dalla propria terra d’origine, è un altro motivo di gioia e un’opportunità per sentire la protezione materna della Vergine che dice anche a noi, come a San Juan Diego nelle sue apparizioni: Non temere. Non sono forse tua madre, io che sto qui?.  Questo è uno degli appuntamenti annuali dell’ufficio Migrantes, che ha l’obiettivo di accompagnare spiritualmente le comunità etniche che si trovano sul territorio diocesano a vivere la propria fede nella Chiesa italiana, senza perdere la ricchezza delle proprie tradizioni religiose e culturali. (don Fernando Lopez - Direttore Migrantes Albano)

Peruviani in Italia: papa Francesco saluta la comunià di Roma all’Angelus

20 Dicembre 2021 - Città del Vaticano – Ieri mattina, in piazza San Pietro per la recita dell’Angelus, anche una rappresentanza della comunità peruviana di Roma. “Saluto tutti voi, pellegrini venuti dall’Italia e da diversi Paesi. In particolare – ha detto Papa Francesco  al termine della preghiera mariana - la comunità peruviana di Roma e il suo gruppo folkloristico qui convenuti in occasione della celebrazione in onore del “Niño Jesús Andino” di Choqcca, luogo di provenienza del Presepe allestito in questa Piazza”. Un presepe composto da più di 30 statue a grandezza naturale create da artigiani della regione di Huancavelica. Secondo quanto riferito da PROMPERU, la tradizionale scena della Natività creata dalla comunità di Chopcca nella regione di Huancavelica, ubicata nel cuore del Perù, sarà esposta in Piazza San Pietro nella Città del Vaticano a partire dal 10 dicembre. Per 45 giorni, fedeli e turisti di tutto il mondo potranno ammirare queste statue realizzate in diversi materiali, tra cui fibra di vetro, ceramica e legno di agave.

La Domenica del Papa: alzarsi, in fretta

20 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - La liturgia di questa quarta domenica di Avvento già ci accompagna nel cuore del mistero di un Dio che non solo visita il suo popolo, ma sceglie di dimorare stabilmente in mezzo ad esso; che opera una sorta di capovolgimento dei criteri e delle attese dell’uomo, di ieri e di oggi. Betlemme è un piccolo borgo della Giudea che ha dato i natali a re Davide che riunirà tutte le tribù di Israele in un’unica realtà politica. È in questa borgo, “così piccolo per essere tra i villaggi di Giuda”, che vede la luce “colui che deve essere il dominatore di Israele” come leggiamo nel testo del profeta Michea. Natale, allora, “non è una favola per bambini, ma la risposta di Dio al dramma dell’umanità in cerca della vera pace”, diceva Benedetto XVI, per il quale c’è “un disegno divino che comprende e spiega i tempi e i luoghi della venuta del figlio di Dio nel mondo”, disegno di pace, come leggiamo in Michea. La domenica di papa Francesco è incontro con i bambini assistiti al dispensario pediatrico Santa Marta in Vaticano; è messaggio all’università cattolica, inaugurazione dell’anno accademico nel centenario della sua nascita, appello ai giovani a non avere paura di porre domande, di cercare risposte, e combattere così la deriva individualista. È incontro con le ventimila persone in piazza per l’Angelus, invito a imitare Maria che, dopo il suo “sì”, dopo l’annuncio dell’angelo, “si alzò e andò in fretta” da Elisabetta. Due donne in attesa, due bambini non ancora nati, immagini del disegno di Dio che agisce nella storia. Alzarsi e camminare in fretta, dice papa Francesco, “sono i due movimenti che Maria ha fatto e che invita anche noi a fare in vista del Natale”. Per Maria, ricorda il vescovo di Roma, “si profilava un periodo difficile: la sua gravidanza inattesa la esponeva a incomprensioni e anche a pene severe, anche alla lapidazione, nella cultura di quel tempo. Immaginiamo quanti pensieri e turbamenti aveva. Tuttavia, non si scoraggia, non si abbatte, ma si alza. Non volge lo sguardo in basso, verso i problemi, ma in alto, verso Dio. E non pensa a chi chiedere aiuto, ma a chi portare aiuto”. Anche Dante, nella sua Divina Commedia, esalta questo andare verso l’altro, perché “la sua benignità” non solo viene in aiuto a chi chiede il suo intervento, ma spontaneamente anticipa la domanda, o, come scrive il poeta, “molte fiate liberamente al dimandar precorre”. Francesco chiede, nelle parole che precedono la preghiera mariana, di imparare da Maria a reagire in questo modo: “alzarci, soprattutto quando le difficoltà rischiano di schiacciarci”. Alzarsi, afferma ancora, “per non rimanere impantanati nei problemi, sprofondando nell’autocommiserazione e in una tristezza che paralizza”. Alzarsi perché “Dio è grande ed è pronto a rialzarci se noi gli tendiamo la mano. Allora gettiamo in lui i pensieri negativi, le paure che bloccano ogni slancio e impediscono di andare avanti”. Di più guardiamoci attorno, dice il Papa, “cerchiamo qualche persona cui possiamo essere di aiuto”, qualche anziano “cui posso fare un po’ di compagnia, un servizio, una gentilezza, una telefonata? Aiutando gli altri, aiuteremo noi stessi a rialzarci dalle difficoltà”. Poi il secondo movimento: andò in fretta. “Maria si mette in viaggio con generosità, senza lasciarsi intimorire dai disagi del tragitto, rispondendo a un impulso interiore che la chiama a farsi vicina e a dare aiuto. Una lunga strada, chilometri e chilometri, e non c’era un bus che andava: è dovuta andare a piedi. Lei esce per dare aiuto, condividendo la sua gioia”. Andare in fretta non significa “procedere con agitazione, in modo affannato: si tratta invece di condurre le nostre giornate con passo lieto, guardando avanti con fiducia, senza trascinarci di malavoglia, schiavi delle lamentele, che rovinano la vita, sempre alla ricerca di qualcuno da incolpare”. Papa Francesco chiede di pensare ai nostri passi, positivi “oppure mi attardo nella malinconia. Vado avanti con speranza o mi fermo per piangermi addosso? Se procediamo con il passo stanco dei brontolii e delle chiacchiere, non porteremo Dio a nessuno. Soltanto porteremo amarezza e cose oscure”. Fa bene, invece, “un sano umorismo”, perché “il primo atto di carità che possiamo fare al prossimo è offrirgli un volto sereno e sorridente”. (Fabio Zavattaro – SIR)

Preghiera dei fedeli: domenica 19 dicembre 2021, IV di Avvento

19 Dicembre 2021 -

Nell’imminenza del Santo Natale di Gesù, facendo memoria del grande mistero della Sua incarnazione, rivolgiamo al Signore la nostra fiduciosa preghiera:

Vieni, Signore Gesù!

  1. Nella nostra città, come a Betlemme, nella nostra casa, come nella casa di Zaccaria ed Elisabetta, viene il Signore. Chiediamo di poter preparare la sua venuta volgendo verso di Lui il nostro desiderio e la nostra fiducia,preghiamo.
  2. Signore Gesù, donaci la gioia dell’attesa della tua venuta, liberaci dal male, dalla pandemia che avvolge il mondo intero, conforta ogni uomo e ogni donna oppressi dal dolore e dalla sofferenza, ridesta nei nostri cuori il desiderio di celebrare il tuo Natale,preghiamo.
  3. Solo in te, Signore, possiamo trovare la vera sorgente della gioia. Donaci il gusto di incontrarti nella preghiera e di essere illuminati dalla luce della tua Parola, per costruire relazioni veramente umane,preghiamo.
  4. Preghiamo per i fratelli e le sorelle profughi, senza casa e senza patria, privati dei loro diritti umani e dei loro affetti, senza cure mediche e senza protezione alcuna. Il Signore ravvivi in noi il senso dell’accoglienza, del rispetto, della solidarietà umana e cristiana,preghiamo.

Al Signore nostro Dio, che viene tra noi come Salvatore, affidiamo la preghiera per tutto il popolo cristiano e per l’intero mondo. Per Cristo nostro Signore.

Migrantes Cosenza-Bisignano: domani celebrazione in cattedrale con le comunità migranti

18 Dicembre 2021 - Cosenza -  Domani, domenica 19 dicembre, l’arcivescovo di Cosenza-Bisignano, mons. Francescantonio Nolè presiederà, in cattedrale a Cosenza, una celebrazione eucaristica con le comunità migranti presenti in diocesi. All'iniziativa, promossa dall'ufficio Migrantes della diocesi calabrese, parteciperanno le comunità cattoliche di Ecuador, Ucraina, Romania, Polonia, Bulgaria, Nigeria,  Filippine e Russia.

Papa Francesco riceve un gruppo di profughi arrivati in questi giorni in Italia

17 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - Questa mattina, nel giorno del suo compleanno, Papa Francesco ha ricevuto al Palazzo Apostolico un primo gruppo di una decina di rifugiati giunti in Italia ieri grazie a un accordo tra la Santa Sede, le Autorità italiane e quelle cipriote, come già anticipato durante il recente Viaggio Apostolico a Cipro e in Grecia. Lo riferisce oggi il direttore della sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni.  Il gruppo sarà sostenuto direttamente dal Pontefice mentre la Comunità di Sant’Egidio si occuperà del loro inserimento in un programma di integrazione della durata di un anno. Il Papa ha accolto i rifugiati nella sala del tronetto e ha ascoltato le loro storie e quelle del loro viaggio dal Congo-Brazzaville, dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Camerun, dalla Somalia e dalla Siria. Alcuni di loro sono medici e tecnici informatici. “Ci hai salvato!” ha detto, commosso, un ragazzo congolese, rivolgendosi a lui. Il Papa - ha aggiunto Bruni - ha rivolto loro individualmente alcune parole di benvenuto e di affetto, e li ha ringraziati della visita. Nell’augurargli “lunga vita e tanta salute” per il suo compleanno, i rifugiati hanno dato in dono al Papa un quadro di un rifugiato afgano, raffigurante il tentativo dì attraversare il Mediterraneo da parte di alcuni migranti. Papa Francesco si è informato su una bambina incontrata nel campo di Mavrouni, a Lesbo, che verrà in Italia nei prossimi giorni insieme alla famiglia per curarsi, e dopo una foto insieme, ha salutato il gruppo e chiesto a tutti di pregare per lui. (R.I.)

Ieri la consegna del Premio “Giuseppe De Carli” a due servizi sul tema migratorio

17 Dicembre 2021 - Roma - Laura Galimberti (RomaSette.it), Stefano Leszczynski (Radio Vaticana), Giammarco Sicuro (Tg2 Rai) e Sara Lucaroni (Avvenire) sono i vincitori della sesta edizione del Premio "Giuseppe De Carli", promosso dall'Associazione culturale "Giuseppe De Carli" con la collaborazione dei Comitati "Informazione, migranti e rifugiati" e "Giornalismo e tradizioni religiose" e della Facoltà di Comunicazione Istituzionale della Pontificia Università della Santa Croce. La consegna dei premi ieri pomeriggio (16 dicembre) alla Santa Croce in una cerimonia che, dopo i saluti istituzionali del prof. Daniele Arasa (decano della Facoltà di comunicazione) e del prof. Giovanni Tridente (vice presidente dell'Associazione De Carli), è stata introdotta da una tavola rotonda sul tema “Dalla pandemia al cammino sinodale per una Chiesa dell’ascolto”.  Per quanto riguarda la sezione "Comunicazione e migranti" il premio è andato ex aequo a Stefano Leszczynski (Radio Vaticana) con Non mi chiamo rifugiato. La storia di Moussa fuggito dal Mali e Giammarco Sicuro (Tg2 Rai) con il servizio L’accampamento dei bambini. Leszczynski ha proposto, con la narrazione dell’odissea del giovane Moussa, una nuova forma di comunicazione delle storie di migrazione: non solo testimonianze di rifugiati ma narrazioni ricche di approfondimenti, empatia e informazione, con grande forza comunicativa, completezza e accuratezza, si legge nella motivazione mentre Giammarco Sicuro della Rai è stato premiato per un servizio dal notevole impatto comunicativo, dal momento che i video sono stati girati direttamente dall'autore nei luoghi oggetto del racconto: “magistrale la scrittura della sceneggiatura, efficace la denuncia delle vessazioni burocratiche, il ruolo dei Cartelli nel decidere vita e morte di tante persone disperate, lo strazio delle famiglie divise”. "La novità di quest'anno - spiegano Elisabetta Lo Iacono e Giovanni Tridente, fondatori dell'Associazione Giuseppe De Carli - è stata l'introduzione di due nuove sezioni, grazie alla collaborazione con i Comitati Informazione, migranti e rifugiati Giornalismo e tradizioni religiose, che ha ampliato le aree tematiche su questioni centrali per la società e attorno alle quali la Chiesa sta dimostrando particolare sensibilità. Quello che non rappresenta una novità è l'elevato livello dei lavori partecipanti, segno di un'informazione di qualità trasversale alle testate religiose e laiche e che, da qualche anno, trovano il riconoscimento con questo Premio, nato per ricordare un grande professionista qual era Giuseppe De Carli".

Migrantes Cagliari: l’arcivescovo incontra i migranti

17 Dicembre 2021 - Cagliari - Domani, Sabato 18 dicembre dalle ore 9 alle ore 13, l’arcivescovo di Cagliari,  mons. Giuseppe Baturi, incontrerà le comunità di immigrati presenti nel territorio diocesano nella sede istituzionale dell’Episcopio a Cagliari (piazza Palazzo 4), nell’ambito dell’iniziativa “Il vescovo incontra i migranti”.  Durante la mattinata un momento di saluto e conoscenza, in cui le singole comunità, divise in gruppi, saliranno nella sede vescovile per lo scambio di auguri e per un'offerta reciproca del messaggio di pace nell'ottica di una "fratellanza universale", sulla linea dell'Enciclica di Papa Francesco "Fratelli Tutti". L'iniziativa è promossa dalla Caritas  e dall'ufficio Migrantes della diocesi di Cagliari e vedrà la presenza dei due direttori, don Marco Lai e p.  Stefano Messina.

Torino: presentato il rapporto sull’immigrazione in provincia sul tema “stranieri e salute”

17 Dicembre 2021 - Torino - E' stato presentato presso l’Aula Magna dell’Università di Torino la 23esima edizione del Rapporto 2020 dell’Osservatorio Interistituzionale sugli stranieri nel territorio provinciale, alla presenza del prefetto Raffaele Ruberto. L’analisi di quest’anno si è concentrata sul tema “stranieri e salute”, grazie anche al contributo del Servizio sovranazionale di Epidemiologia A.S.L.TO3 che ha approfondito e descritto le differenze di impatto della pandemia da Covid-19 sui cittadini italiani e stranieri. Tra i dati più significativi, quelli sulla presenza della popolazione straniera che rappresenta il 9,3% di quella complessiva (205.988 stranieri su 2.212.996 abitanti totali sul territorio metropolitano). Di questi 131.256 sono a Torino (su 866.150 abitanti) con un calo rispetto al 2019, di 1622 unità. Sul resto del territorio metropolitano gli stranieri sono 86.259 (3mila in meno rispetto all’anno precedente) mentre i comuni con una maggior concentrazione di stranieri si riconfermano essere Pragelato, Chiesanuova, Colleretto Castelnuovo e Mercenasco. “Fra le moltissime competenze in capo alle prefetture, ha commentato il prefetto Ruberto, considero fondamentali due compiti: antimafia e immigrazione. E su questo tema, ammiro la grande capacità di Torino di costruire collaborazioni ampie e durature, come quella necessaria a realizzare il Rapporto. Inoltre dal Rapporto emerge, quale dato di fondo, il valore della integrazione che non può prescindere da un percorso volto ad acquisire una sufficiente conoscenza della lingua italiana, dei principi fondamentali della Costituzione e del nostro ordinamento istituzionale, a fronte dei servizi che lo Stato eroga, favorendo, nel contempo, la partecipazione attiva dello straniero alla realtà in cui è inserito. Tali finalità e la sempre maggiore consapevolezza dell’importanza del contributo dei migranti allo sviluppo economico e sociale delle società ospitanti sta creando nella realtà piemontese un circolo virtuoso, che ha via via rafforzato le iniziative locali, favorendo la realizzazione di progetti di istruzione, lavoro e formazione. Anche le politiche di prima accoglienza sono state efficacemente orientate all’obiettivo della integrazione, contribuendo a crearne i presupposti. Il continuo dialogo, favorito dalla consolidata rete esistente tra Istituzioni pubbliche, Soggetti del Terzo Settore e Associazionismo sviluppatasi nel tempo a Torino e provincia ha fatto vedere ai cittadini la capacità di operare come sistema in maniera costruttiva ed efficace, consentendo un processo positivo di crescita, con il coinvolgimento degli stessi cittadini stranieri, elemento centrale per favorire il processo di integrazione dei migranti nel contesto sociale, culturale ed economico in cui sono inseriti”. Il volume, infatti, nasce dalla collaborazione di più enti fra loro, coordinati dalla prefettura di Torino: Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino, Comune, Questura, Comando provinciale dei Carabinieri, ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca-Ufficio Scolastico Regionale per il Piemonte, Centro giustizia minorile del Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta e Massa Carrara, Camera di Commercio, Direzione Territoriale del Lavoro, Direzione Regionale I.N.A.I.L., Osservatorio Regionale per l’Università e il Diritto allo Studio, Agenzia Piemonte Lavoro, F.I.E.R.I. (Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull’Immigrazione).

In Famiglia: la famiglia di Giovanni Battista

17 Dicembre 2021 -  Ain-Karim, una piccola cittadina sulle colline a pochi chilometri a ovest di Gerusalemme, un luogo che non conosciamo in molti col suo nome, ma dove avvengono grandi eventi. È qui, secondo gli studiosi, che abitava la cugina di Maria, Elisabetta con suo marito, il sacerdote Zaccaria. Qui dove avviene la “visitazione” fra le due cugine e dove la madre di Gesù prorompe nel cantico del Magnificat, che ogni sera la Chiesa recita ai Vespri; qui dove Elisabetta saluta la cugina con le parole che sono poi diventate parte dell’Ave Maria, la preghiera più diffusa fra i credenti, dopo il Padre Nostro. Elisabetta e Zaccaria sono, dunque, i genitori di Giovanni Battista e ci vengono incontro come la prima famiglia del Nuovo Testamento. Sappiamo poco di loro, ma quanto basta per capire che la sorte li accomuna a molte altre coppie della Bibbia che non riescono ad avere figli, una condizione di sofferenza che ricorre con frequenza nel testo sacro. Sono ormai avanti negli anni e non sperano più in questa benedizione e quando - durante il turno sacerdotale al Tempio di Gerusalemme - Zaccaria riceve l’annuncio dell’angelo Gabriele, all’inizio del Vangelo di Luca (Lc 1, 5-23), la sua incredulità è tale da restare ammutolito. Egli avrà un figlio da sua moglie e lo chiamerà Giovanni – che significa “Dio è favorevole”: questo figlio farà gioire molti oltre ai suoi genitori e sarà fin dal concepimento ricolmo di Spirito Santo per “ricondurre molti figli di Israele al Signore”. Un annuncio di tale portata non poteva non cogliere di sorpresa l’anziano sacerdote che pure – si dice – insieme a sua moglie era giusto e irreprensibile (Lc 1,6). Si potrebbe dire che era un uomo profondamente religioso, ma nonostante questo, di fronte alla sorpresa di Dio si dimostra incredulo, bisognoso di tempo per metabolizzare questa irruzione di Grazia nella sua vita. Poco dopo il testo evangelico, presenta specularmente l’annunciazione a Maria, quasi a mostrare plasticamente come il “sì” di quest’ultima non sia paragonabile ad alcun altra reazione umana, è il sì che permette alla Parola di farsi carne e di dare inizio ad una nuova creazione. Ma restiamo sui due genitori di Giovanni e cerchiamo di immaginarceli: Quando Maria arriva dalla cugina, Elisabetta è già al sesto mese e il padre Zaccaria, pur se muto, deve aver già elaborato una sua rinnovata fiducia nel Signore. Mi immagino la fatica di questa gravidanza, l’aiuto concreto dato dalla giovane Maria ad Elisabetta più avanti negli anni. Chissà quali discorsi segreti fra loro, quali speranze e timori per i figli che avevano in grembo e che sentivano già in sintonia fra loro? Quando Elisabetta partorisce dice che il bambino si chiamerà Giovanni e non come il padre e Zaccaria conferma, fra la sorpresa di tutti, scrivendo il nome su una tavoletta. Allora ritrova la parola, dopo i lunghi mesi di afasia e può lodare il Signore col cantico del “Benedictus”. Dopo questo inno, il Vangelo dedica un solo versetto alla crescita di Giovanni (Lc 1,30) per poi tornare a lui all’inizio del capitolo 3 quando l’evangelista colloca l’ingresso della Parola di Dio su Giovanni nel deserto, mentre per la storia degli uomini siamo nel quindicesimo anno dell’impero di Tiberio. Cosa può aver fatto Giovanni dalla nascita all’inizio della sua predicazione nel deserto e perché sceglie questa via per compiere la sua missione? Mi immagino un ragazzo dal carattere forte e ribelle, che scalpita di fronte alle raccomandazioni di prudenza degli anziani genitori. Giovanni sa che il suo compito è preparare la strada al Messia, ma questo Messia non arriva o non si presenta con le caratteristiche che lui si aspetta. Come interpretare la volontà del Signore? Egli decide di lasciare casa e andare a vivere nel deserto, un luogo inospitale, una periferia fisica ed esistenziale. I suoi genitori probabilmente, se ancora vivi, devono fare un ulteriore salto nella fede: accettare di lasciare andare questo figlio che, fin dal suo concepimento, hanno capito non essere per loro, di cui non possono godere nel ristretto cerchio del loro possesso. Giovanni va, vive di niente, come aveva annunciato l’angelo non beve vino, alcuni iniziano a seguirlo, predica la conversione e poi inizierà a battezzare nel fiume Giordano. Una famiglia molto particolare, dunque, quella che per prima conosciamo. Fedele alle tradizioni ma aperta alla novità. Capace di mettersi in discussione, di essere docile nel suo ascolto della volontà di Dio, generosa nel lasciare che il figlio, l’unico figlio avuto in tarda età se ne vada e sia pronto ad accogliere il disegno del Signore su di lui: un progetto di grandezza, ma anche di sofferenza che fa di Giovanni il più grande e il più piccolo nello stesso tempo, come Gesù avrà modo di dire (Mt 11,11). Nel Battista e nei suoi genitori vediamo una famiglia che accetta di non essere protagonista, ma di mettersi al servizio di Qualcuno che verrà e porterà salvezza e in questo diviene paradigmatica di tutte le famiglie credenti in ogni tempo. (Giovanni M. Capetta - Sir)