Primo Piano

Marcial e Dieng, destini incrociati

9 Giugno 2022 - Lanzarote, Canarie -  Non era in servizio quella sera, il guardaspiaggia municipale Marcial Armas Torres. Si trovava con alcuni amici vicino al mare a Órzola, la sua cittadina, sulla punta nord dell’isola, quando ha sentito delle grida provenire dall’acqua. «Chiedevano aiuto, ma era buio, qualcuno agitava cellulari con la torcia attivata» ci racconta dal posto di soccorso della spiaggia di Arrieta dove lavora, sulla costa orientale di Lanzarote. «Al largo, i migranti avevano seguito le luci delle case, ma non si erano accorti delle rocce vulcaniche sul fondo. L’imbarcazione ci aveva sbattuto contro e si era capovolta. La maggioranza non sapeva nuotare». Senza pensarci due volte, Marcial e i suoi amici si sono tuffati. «In mare non si vedeva nulla, seguivamo i rumori e le urla. Abbiamo cominciato a tirarli fuori a uno a uno dall’acqua, per poi tornare a cercare chi rimaneva ». Quella sera lui e i suoi compagni hanno portato in salvo 24 persone, tutti ragazzini. «Altri sette, però, sono morti. Erano partiti da Sidi Ifni in Marocco, oltre 200 chilometri da qui. È accaduto nel novembre del 2020, ma le barche anche oggi continuano ad arrivare». Da quell’anno e dal suo picco di 23mila arrivi registrati, la rotta migratoria atlantica delle Canarie è tornata tra le più attive per chi punta a giungere in Europa, facendo di queste isole spagnole sperdute nell’oceano una delle porte d’ingresso più movimentate verso un continente che sorge 1.300 chilometri più a nord. Dall’inizio del 2022 a fine maggio sono state accolte 8.250 persone. Le tracce delle loro rischiose traversate si incontrano anche sulle spiagge frequentate dai turisti, dalla Caleta del Mero al Caleton Blanco: sono i resti delle barche di legno, le pateras, sventrate o spaccate in due, abbandonate sulla riva o sulle rocce nere vulcaniche. Esattamente un anno dopo il salvataggio degli amici di Órzola, nel novembre del 2021, dalla cittadina marocchina di Tan-Tan sulla costa africana proprio di fronte a Lanzarote il giovane Dieng, studente senegalese di 27 anni, ha provato per due volte ad attraversare. «I tentativi sono falliti per un guasto e il cattivo tempo» ci racconta. Aveva lasciato casa sua a inizio 2021 in aereo fino a Casablanca, poi via terra a Tangeri sullo stretto di Gibilterra, dove la Spagna e dunque l’Europa illudono di essere a un passo, visibili a occhio nudo di là dal mare. E invece attraversare era stato impossibile, troppi i controlli e le deportazioni della polizia, dure le condizioni di vita in città. Così dopo 7 mesi, Dieng aveva deciso di cambiare rotta e tentare quella atlantica. «La sera del 14 dicembre scorso ci abbiamo riprovato più a sud, da El Aaiun. Attorno alle 22 ci siamo mossi con una quindicina di auto verso la costa. Alle 6 del mattino eravamo sulla spiaggia a pompare il gommone. Quando abbiamo preso il mare e lasciato il Marocco il sole non era ancora sorto». A bordo, il sopraggiungere dell’alba ha ammutolito tutti. «Con la luce, non si vedeva attorno niente se non l’immensità del blu. Solo acqua. In un momento come quello, inizi a immaginare cosa può accadere se ci cadi dentro. Lì la paura è totale. Si prova un panico senza limiti in mezzo al mare, quando la vita e la morte hanno le stesse chance di presentarsi ». Dieng racconta del pianto delle donne, e di avere visto anche le lacrime di alcuni uomini. Con gli altri passeggeri, 58 in tutto, tre i bambini, Dieng ha percorso 174 chilometri fino a Fuerteventura. «Alle 17.40 di quello stesso giorno il nostro gommone è stato localizzato. L’acqua era calma e siamo arrivati salvi, una gioia estrema. C’erano grida di esultanza a bordo, con i telefoni abbiamo scattato foto. E abbiamo ringraziato Dio». Sono seguiti i giorni sotto custodia della polizia, tre mesi in un centro per migranti sull’isola, poi il trasferimento a Lanzarote per altri due mesi. «Ovunque l’accoglienza è stata buona» assicura. Alla fine, il 13 maggio, Dieng è stato trasferito a Madrid. Prima di augurargli buona fortuna per la nuova vita, gli chiediamo qualche dettaglio sulla traversata: «Il prezzo varia da 1 a 2 milioni di Franchi Cfa, tra i 1.500 e i 3.000 euro. Io ho pagato 1.500 euro. Chi fornisce il passaggio compra il gommone, il motore e il carburante, ma non parte. A condurre l’imbarcazione in genere è uno dei passeggeri, che così non paga, qualcuno con esperienza di mare, pescatori di Senegal o Guinea che se ne vanno perché la vita là è troppo complicata». Sfidare le acque dell’oceano su un mezzo di appena 9 metri, come quello di Dieng, rappresenta un rischio altissimo. «Dopo gli ultimi arrivi, siamo molto preoccupati per le barche che i migranti hanno iniziato a utilizzare, gommoni e mezzi troppo precari per questo tipo di traversata » ci spiega José Antonio Rodríguez Verona, responsabile della prima emergenza per la popolazione immigrata alla Cruz Rojadelle Canarie. «Inoltre vediamo approdare più famiglie al completo, mentre in precedenza si muoveva solo un componente del nucleo familiare». La Croce Rossa spagnola interviene ad ogni sbarco con un triage sanitario, un rifornimento di vestiti e, quando necessario, il trasferimento in ospedale. «Se i migranti giungono sulle isole più vicine alla costa africana, Lanzarote e Fuerteventura, la traversata richiede meno tempo e se tutto va liscio si arriva in buona salute. Chi giunge a Gran Canaria, Tenerife, La Gomera o Hierro sperimenta tragitti più lunghi, molto difficili. Sono numerose le occasioni in cui, purtroppo, vediamo arrivare cadaveri o persone in condizioni così gravi da richiedere stabilizzazioni sanitarie serie sul molo o sulla spiaggia». All’interno di una patera squarciata e abbandonata sulla sabbia della Caleta del Mero, qualcuno ha costruito una piccola croce con le assi di legno che si sono staccate dallo scafo. Ci ha scritto sopra in spagnolo una frase che non può sfuggire a chi passa di lì, gente del posto o turisti in arrivo da mezza Europa: « Recuerda, todos sangramos el mismo color. Ricorda, sanguiniamo tutti dello stesso colore». (Francesca Ghirardelli - Avvenire)        

Papa Francesco invita a pregare per la pace in Europa

9 Giugno 2022 - Roma - «Oggi ricordate la regina santa Edvige, apostola della Lituania e fondatrice dell’Università Jagellonica. Durante la sua canonizzazione, san Giovanni Paolo II ricordò che per opera sua la Polonia fu unita alla Lituania e alla Rus’. Affidatevi alla sua intercessione, pregando come lei ai piedi della Croce per la pace in Europa». Con queste parole, pronunciate al termine dell’udienza generale del mercoledì salutando i pellegrini polacchi, papa Francesco ha di nuovo invocato preghiere di pace per l’Europa insanguinata dalla guerra in Ucraina. E lo ha fatto alla vigilia dell’udienza che ha accordato per domani mattina alla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Come ricorda Vatican News riportando le parole del Pontefice, la vita di Sant’Edvige si intreccia significativamente con la storia della Polonia e dell’Europa. Nata nel 1174, di famiglia bavarese, divenuta Regina di Polonia, destina gran parte delle proprie rendite ai poveri. Trascorre ore di intensa preghiera davanti al 'crocifisso nero' della cattedrale di Wawel. Suo figlio, Enrico il Pio, oppone nel 1241 con le proprie truppe una strenua resistenza all’invasione dei tartari. Edvige infonde coraggio e raccomanda la battaglia di Legnica a Cristo crocifisso. Enrico muore durante la battaglia ma i tartari sono costretti a ritirarsi e nelle terre della Slesia e della Polonia torna la pace. Fondatrice dell’Università Iagellonica a Cracovia, offre a questo ateneo il suo scettro d’oro per prediligere quello di legno. Al termine dell’udienza generale di ieri il Papa ha poi salutato 34 bambini ucraini, con dieci educatori, che dal 2 aprile sono ospiti in Garfagnana dei 120 volontari delle Misericordie d’Italia che, per nove settimane, si sono alternati a Rzeszów, sul confine tra Ucraina e Polonia. In accordo con il sindaco di Leopoli, Andrij Sedovy, e con l’arcivescovo di Leopoli dei latini Mieczyslaw Mokrzycki, le Misericordie hanno avviato una collaborazione con Ridni, una fondazione locale che assiste molti bambini, in particolare gli orfani. «Non erano più al sicuro – hanno raccontato i responsabili all’Osservatore Romano – e così li abbiamo accolti in un istituto religioso a Fosciandora, in Garfagnana, dove, in attesa di tornare dai loro genitori o comunque nella loro terra, potranno continuare il percorso di crescita scolastica e sociale in un ambiente protetto». (Gianni Cardinale)    

Mediterraneo centrale: 690 vittime nel 2022

8 Giugno 2022 - Ginevra - Il Mediterraneo si conferma quel «cimitero senza lapidi» che Papa Francesco mai dimentica nei propri interventi.
LOrganizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha diffuso i dati delle vittime dei naufragi nel 2022: sono stati almeno 690 i morti nel Mediterraneo centrale da inizio anno. In un tweet del portavoce dellUfficio di coordinamento per il Mediterraneo, Flavio Di Giacomo, che riprende le informazioni di Oim Libya, si spiega che «il numero degli arrivi via mare resta molto limitato, non cè nessuna emergenza numerica, ce nè una umanitaria». Nel riepilogo della situazione, lOrganizzazione internazionale per le migrazioni spiega in particolare come la maggior parte dei migranti che arrivano in Italia via mare parta dalla Libia, circa 11.000. Più di 4.000 giungono dalla Turchia, metà dei quali sono afghani. Oltre 3.700 dalla Tunisia. LOim definisce inoltre «preoc-
cupante» il fatto che 7.742 migranti siano stati «intercettati in mare e rimandati in Libia, dove molti sono spesso vittime di violenze e abusi».
Gli ultimi sbarchi sulle coste italiane sono stati registrati ieri a Lampedusa, per un totale di 86 migranti. Alcuni sono stati soccorsi a terra dalla Guardia di Finanza, altri a 19 miglia dalla costa, a
bordo di unimbarcazione di 9 metri, sulla quale cera una settantina di migranti, fra cui sei minori. Prima degli ultimi due approdi, erano arrivate sullisola altre 208 persone.

Problema di comunicazione o di valore?

8 Giugno 2022 - Roma - “È un problema di comunicazione!”. Quante volte, a torto o a ragione, si celano le proprie responsabilità sulla questione comunicativa. L’espressione è divenuta ormai un mantra per arginare qualsiasi tipo di negligenza, alimentando l’odio sociale. A livello locale, nazionale e internazionale. Dialoghi e dibattiti scivolano così verso una deriva pericolosa. Bisogna porre un argine. Anche perché in gioco c’è il futuro della società tutta. “Il futuro – ricorda papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2022 – comincia oggi e comincia da ciascuno di noi”. Ecco, allora, il vero problema: ridare alla comunicazione il giusto valore, che è mettere in comune punti di vista - anche diversi - per promuovere giustizia, pace e fratellanza. (Vincenzo Corrado)

Ucraina: 129.623 i profughi arrivati in Italia

8 Giugno 2022 -
Roma - Sono 129.623 le persone in fuga dal conflitto in Ucraina giunte fino a oggi in Italia, 122.684 delle quali alla frontiera e 6.939 controllate dal compartimento Polizia ferroviaria del Friuli Venezia Giulia. Sul totale - riferisce il Ministero dell'Interno -  68.031 sono donne, 19.635 uomini e 41.957 minori. Le città di destinazione dichiarate all'ingresso in Italia sono ancora Milano, Roma, Napoli e Bologna.

Nigeria: arcivescovo di Abuja, “Attacco diabolico e disumano”

8 Giugno 2022 - Roma - “L’attacco nel giorno di Pentecoste è diabolico e disumano”. Lo ha detto l’Arcivescovo di Abuja, mons. Ignatius Ayau Kaigama, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, commentando l’attacco alla chiesa cattolica di San Francesco Saverio ad Owo, in Nigeria, avvenuto domenica scorsa durante la celebrazione della Pentecoste. “La religione – ha aggiunto l’Arcivescovo della Capitale nigeriana ai microfoni di Tv2000 - gioca un ruolo molto importante in Nigeria. Siamo cristiani o musulmani o animisti, siamo figli di Dio: in Nigeria dobbiamo sapere questo. Usare la religione come uno strumento di distruzione è terribile. Noi dobbiamo usare la religione per edificare, per guidare, per impegnare. Non è per ammazzare”.  

Rom e sinti: l’ambulatorio mobile del Bambino Gesù nei campi

8 Giugno 2022 - Roma - “Dal 2016, con costanza e fedeltà, andiamo tutte le settimane in quattro campi rom: Salone, Castel Romano, Candoni e Salviati. Non siamo partiti in contemporanea con tutti, anche perché per ciascuno è stato un inserimento difficile. E proprio la costanza ci ha premiati perché dall’inizio dell’attività ad oggi abbiamo riscontrato un miglioramento del concetto di salute, prendendo in considerazione l’adesione al programma diagnostico e di cura (programmazione di visite specialistiche, indagini strumentali e day hospital) che per le famiglie del campo di Castel Romano è passata dal 25% al 62%. Questo ha significato la riduzione delle visite mancate e il completamento dell’iter diagnostico e terapeutico in un numero maggiore di casi. È un dato molto importante che ci dice due cose: che gli abitanti dei campi hanno imparato a fidarsi di noi e a utilizzare il servizio nel modo corretto, il che ha come conseguenza una forte riduzione delle visite mancate”. A illustrare i risultati di questi 6 anni di attività dell’ambulatorio mobile dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, attivo dal 2016 in quattro campi rom della capitale, la responsabile del servizio Rosaria Giampaolo. “Un risultato non scontato, l’aumento della percentuale di visite effettuate - tiene a chiarire - se pensiamo anche che molte di queste persone non hanno possibilità di muoversi in automobile e, ad esempio, nel caso di Castel Romano per poter raggiungere il campo devono fare lunghi giri in autobus e poi percorrere tratti a piedi anche superiori al chilometro. È evidente che in queste condizioni non sia facile aderire a un programma di visite mediche”. Gli operatori dell’ambulatorio mobile, infatti, non si limitano solo a trattare i casi nell’immediato, nel giorno della settimana in cui vanno. “Come attività prettamente ambulatoriale - spiega la pediatra - curiamo le bronchiti, le dissenterie o le influenze, insomma trattiamo le urgenze. Ma poi assistiamo queste persone anche nelle prenotazioni delle visite, qualora emerga la necessità di un percorso diagnostico”. Riguardo alle patologie più diffuse tra i bambini che vivono nei campi rom, “non ne abbiamo mai riscontrate di specifiche, ma di sicuro alcune legate alle condizioni igieniche dei campi che sono delle realtà difficili. Prevalgono le infezioni cutanee, le impetigini o i parassiti. Molto presente, invece, è la malnutrizione, perché tanti di loro hanno davvero difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena”. Gli operatori sanitari del Bambini Gesù non si fermano all’attività clinica e al supporto per le pratiche burocratiche legate alla sanità, sono impegnati anche in un importante lavoro di supporto psicologico, di sostegno all’integrazione sociale degli abitanti dei campi e alla scolarizzazione di bambini e ragazzi, principalmente attraverso il rilascio dei certificati per la riammissione dopo la malattia: “Cerchiamo di far andare i bambini a scuola, anche grazie all’importante lavoro della comunità di Sant’Egidio.  Sproniamo i più piccoli, ma ci occupiamo anche di educare i genitori rispetto all’importanza dell’andare a scuola, perché per le molte difficoltà e anche per una questione culturale sono più permissivi sul non mandare i bambini. Ci occupiamo anche tanto di stimolare l’autostima che questi bambini non hanno per niente, si sentono diversi dai loro compagni, si sentono discriminati. Abbiamo fatto fare anche delle valutazioni di tipo cognitivo. Il nostro impegno è non fermarci solo all’aspetto acuto”. Non manca, infine, il lavoro di prevenzione, “ad esempio rispetto all’igiene delle mani e all’uso della soluzione alcolica che non può bastare se le mani sono troppo sporche. Cerchiamo di sensibilizzare sia i piccoli che i grandi anche sull’uso del cellulare e sui suoi rischi. Aiutiamo le famiglie anche a districarsi nel mondo della burocrazia, per chiedere una tessera sanitaria scaduta o per ottenere un’esenzione. Fa parte della promozione umana di queste persone che- conclude Rosaria Giampaolo- devono essere come gli altri, devono sapere come esercitare i propri diritti ed essere messi in condizioni di farlo”. (Dire)  

Migrantes: presentato a Siena il rapporto Italiani nel Mondo

7 Giugno 2022 - Roma - Si è svolto ieri presso l’Aula Magna dell’Università per Stranieri di Siena la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo 2021. Sono intervenuti il professor Tomaso Montanari, Rettore dell’Università, Massimo Vedovelli, coordinatore Nazionale del PRIN – Programma di Ricerca Scientifica di Rilevante Interesse Nazionale, Delfina Licata, curatrice del rapporto Migrantes, Monica Barni dell’Università per Stranieri di Siena, Barbara Turchetta dell’Università di Bergamo, Gabriele Tomei dell’Università di Pisa, collegata da Boston. A dare il benvenuto e fare gli onori di casa è stato il prof. Montanari: “come Rettore – ha detto - sono molto grato alla Fondazione Migrantes della CEI, al Professor Vedovelli che siede nel comitato scientifico, perché per la nostra università è una straordinaria occasione di collaborare, come avviene da tempo, alla costruzione dello strumento più importante per conoscere i movimenti, i flussi, i contesti e per leggere i numeri in un modo critico della presenza degli italiani nel mondo. Ma anche per conoscere i movimenti interni in un Paese che continua a conoscere importantissimi flussi di spostamento legato soprattutto al lavoro ma non solo”. Per il prof. Montanari il RIM è uno strumento di conoscenza del mondo che rientra perfettamente nella missione che ha l’università di cui è a capo. “Si nota nel RIM come il numero degli italiani all’estero si equivalga grossomodo a quello degli stranieri in Italia. E questa doppia realtà – ha continuato - questo nostro vederci per certi versi con gli occhi degli stranieri e vedere noi stessi come stranieri nel mondo, appartiene al lavoro profondo della nostra università, sulle lingue e sulle culture”. Ha poi sottolineato che nel RIM “si parla della straordinaria occasione, innanzitutto cognitiva e morale della mobilità, dello spostamento, della capacità di assumere lo sguardo dell’altro su noi stessi e di guardare gli altri con altri occhi”. Ha poi sottolineato che nel RIM emerge, tangibile, il rischio di fare scelte sbagliate, il rischio politico, morale ed economico. Un Paese che sembra condannarsi a non accogliere quella possibilità di crescita non soltanto in senso economico ma anche culturale ed umano, e poi anche economico che l’immigrazione offre a prezzo di una crescita zero e di un importantissimo flusso di emigrazione temporaneo o stabile all’estero. Avviandosi alla conclusione del suo intervento ha ribadito: “Il RIM è un rapporto che aiuta a conoscere, aiuta chi studia, ma anche un rapporto che aiuta chi decide, chi governa, e per questo è particolarmente importante perché è quella che si chiama in gergo accademico 'Terza missione', che troppo spesso viene declinata o in termini di brevetti, per altri tipi di facoltà, o in termine di pura divulgazione, che invece è la vera 'terza missione', cioè la capacità dell’università di offrire conoscenza a chi poi deve governare la società”. Per il professor Vedovelli, che ha coordinato gli interventi, questo è un rapporto che consente, sull’analisi di propri dati, a guardare oltre. “Pensate – ha detto - come la questione dell’immigrazione, il mai interrotto flusso come fuga dei cervelli fossero solo giovani ricercatori, ma invece tutti vanno all’estero. (…) “Il flusso non si è mai interrotto, neanche durante la pandemia, è un fenomeno strutturale con il quale dobbiamo fare i conti. Presentiamo qui, oggi, questo rapporto perché all’interno delle questioni migratorie c’è una dimensione comunque centrale, le attraversa tutte trasversalmente. Da quella simbolica, identitaria, linguistica”. Per il professor Vedovelli il RIM è uno strumento importante per conoscere, perché si basa su modelli, “non crede ingenuamente all’auto evidenza del dato, ma va a cercare i dati, li legge e li interpreta, proponendo modelli di interpretazione che possono diventare un’arma potentissima se c’è la volontà politica di intervenire sulla materia”. A seguire l’intervento di Delfina Licata, capo rdattrice del Rapporto, colei, come ha detto Vedovelli, "che è l’anima del RIM". “Ringrazio il Rettore ma soprattutto grazie all’Università, ai tanti anni di cammino insieme, perché già dal lontano 2007 – ha detto Licata - è iniziata la nostra collaborazione; 15 anni di collaborazione e 16 anni di RIM, alla quale oggi va ad aggiungersi la presenza del prof. Vedovelli all’interno del nostro Comitato Scientifico”. Ma non solo, Licata ha anche ricordato che la collaborazione con l’ateneo senese c’è anche attraverso la messa a disposizione di studiosi che in questi anni hanno approfondito, molti temi, uno su tutti il tema linguistico legato al fenomeno migratorio italiano”. Pertanto, ha ricordato Licata,  cosa è stato prodotto in questi anni, dal 2006 al 2021, quanto il lavoro e l’impegno che ruota attorno ad ogni edizione del RIM sia importante ai fini di una giusta lettura dei dati. Snocciolando numeri ha sottolineato che “16 edizioni significa sedici anni di collaborazioni che hanno portato ad una storia culturale diversa con le oltre 8000 pagine, 646 saggi, 821 autori. “Questi numeri non li do a caso – ha detto - ma danno il senso di quello che prima, sia il Rettore che il prof Vedovelli, ci comunicavano. La necessità di tenere ferma la nostra attenzione sul tema e soprattutto anche la necessità di anno per anno di analizzarli in un modo diverso, proprio perché all’interno del fenomeno della mobilità umana, quella della mobilità italiana ha una serie di peculiarità che si trasformano con molta velocità e che caratterizzano sempre in modo differente quella che è la nostra storia”. Ha anche ricordato che lungo il corso del tempo, oltre a realizzare un percorso, da cinque anni, si è anche giunti alla necessità di tematizzare le edizioni, cioè di scegliere un tema intorno al quale gli studiosi sono chiamati ad esprimersi. Inoltre, siccome i primi anni il RIM era considerato un volume di statistica, questa definizione nel tempo è andata a svanire, perché,  ha sottolineato,  “accanto alla metodologia quantitativa, quindi al dato statistico, alla necessità di verificare le fonti, abbiamo avvertito da subito non solo la necessità di interpretare il dato ma di arricchirlo con l’incontro di quelle persone che sono dietro i dati. Quindi interviste, raccolte di storie di vita”. Ha poi evidenziato che “in 16 anni il RIM si è trasformato da progetto editoriale a progetto culturale, un racconto annuale di storia e di storie di un Paese e del suo popolo”. A seguire l’intervento della professoressa Simona Barni. “Da anni collaboriamo con la Fondazione Migrantes – ha detto - e ogni anno ci offre l’occasione per riflettere sui dati e ci offre l’occasione superando la narrazione stereotipata che viene fatta sia sulle emigrazioni che delle immigrazioni”. Uno scambio di esperienze di arrivi di partenze e ripartenze. Tema del suo intervento “Spazio linguistico italiano e migrazione: nuove dinamiche nuove emergenze”. Tanti gli argomenti affrontati, tra questi la complessità della questione linguistica e la complessità di una politica per la promozione dell’italiano, al di fuori del nostro Paese. Per la professoressa Barbara Turchetta dell’Università di Bergamo, il RIM è un dossier che ogni anno ci arricchisce di tantissime informazioni, di tantissimi spunti, idee e soprattutto ci aggiorna su tutte le tematiche che sono centrali per comprendere i fenomeni della migrazione italiana all’estero sotto molte prospettive. In video conferenza è intervenuto anche il professore Gabriele Tomei, dal MIT di Boston. Il tema trattato è stato: ‘Le nuove emigrazioni qualificate e il funzionamento delle diaspore’. Un fenomeno globale che non riguarda solo l’Italia, ha ricordato, ma molte altre Nazioni, riguarda un tratto importante dell’intero fenomeno migratorio. Tuttavia, ha specificato, è un fenomeno complesso nel definirlo perché i parametri sono molti, come per esempio in base ai titoli di studio o sulla base della collocazione delle persone. Nel caso italiano, per esempio, ci sono delle complicazioni anche dovute alle banche dati disponibili che sono incomplete, come l’anagrafe degli italiani all’estero - AIRE. Nel caso italiano è un tema su cui si è spostata l’attenzione negli ultimi anni, ed è stata definita nuova proprio perché ha dei tratti inediti rispetto al fenomeno migratorio del passato. A chiusura della presentazione le testimonianze di Raymond Siebetcheu, Caterina Ferrini, Orlando Paris e Paola Savona, che hanno partecipato alla stesura del RIM sul tema di lingue e linguaggi dell’emigrazione.  (NDB)

Migrantes Porto-Santa Rufina: messa multilingue nella Pentecoste

7 Giugno 2022 - Roma - Il parroco di San Giovanni Battista di Cesano di Roma, Padre José Manuel Torres Origel, ha invitato tutti i migranti cattolici che vivono sul territorio parrocchiale a partecipare alla Messa della Pentecoste 2022 nella Chiesa di San Sebastiano. Il 6 gennaio di quest’anno si era già celebrata una Messa in 4 lingue (italiana, inglese, romena e spagnola) con motivo dell’Epifania o manifestazione di Dio a tutti i popoli. Mentre a Pentecoste la Messa è stata celebrata in 5 lingue (si è aggiunta quella francese), nelle letture e nei gioiosi e suggestivi canti multilingue che hanno animato la Celebrazione, sembrava di essere veramente nella Pentecoste apostolica. Si è invocato lo Spirito Santo per avere la luce della fede e la forza dell’amore di Cristo e per crescere nell’unità, nella diversità e nello spirito missionario, che faceva di tutti noi un corpo solo e una Comunità veramente Cattolica. Si è pregato per l’Italia, Paese che ha accolto con amore tanti dei nostri migranti, per i diversi Paesi di origine e in particolare per la fine delle guerre in Ucraina e nelle altre parti del mondo. Sono stati presenti alla concelebrazione: il cappellano dei nigeriani e coordinatore delle comunità africane in lingua inglese, Don Mattew Eze, un suo collaboratore, Don Nedu Edwin Lyca, il cappellano dei romeni, Don Isidor Mirt, il coordinatore delle comunità latinoamericane in Italia, il colombiano Don Luis Fernando López Gallego, della Diocesi di Albano, il diacono Enzo Crialesi, direttore dell’Ufficio Migrantes   della Diocesi di Porto Santa Rufina. Per preparare la Concelebrazione si è fornato un gruppo pastorale in cui è uscita anche l’idea e l’iniziativa di organizzare un coro unico per la prossima Messa multilingue, prevista per settembre, che preparerà i canti e la celebrazione stessa. Nella Parrocchia di Cesano ogni domenica, a parte le Messe in italiano, vengono celebrate: una Messa per la comunità cattolica nigeriana in inglese, una per quella romena e una per la comunità romena di rito greco-cattolico. La seconda domenica del mese, su al Borgo, si celebra anche una Messa in lingua spagnola. Il processo di integrazione nella parrocchia, un po’ come dappertutto, è molto complesso e richiede molto amore, pazienza, tenacia, creatività e atteggiamento missionario; ma soprattutto tanta vita eucaristica e tanta preghiera. Ogni comunità coltiva le proprie radici e le proprie identità culturali che messe insieme nelle celebrazioni diventano motivo di crescita nella comunione e nella integrazione. Dopo la pandemia vogliamo promuovere una nuova pastorale che ascolta le diversità, che accoglie i fratelli con amore e amicizia. IN CRISTO SIAMO UN CORPO SOLO, come Lui è uno con il Padre; non è facile creare una comunità armonica, che supera i pregiudizi e le barriere culturali, ma con l’aiuto dello Spirito Santo, fra qualche anno ci riusciremo. Ci attende un lungo cammino Pastorale fatto di incontri, di dialoghi, di confronti, di condivisioni…di evangelizzazione, di catechesi amministrando i sacramenti con percorsi unitari in comunione con tutte le comunità etniche compresa quella italiana, per tirar fuori il meglio di ogni popolo, in vista di una migliore società e una Chiesa Cattolica, fatta di tante persone, con culture diverse, ma che mettono a disposizione i loro carismi, doni, ministeri e ricchezze culturali, per diventare un corpo solo in Cristo a lode di Dio Padre. (José Manuel Torres Origel, S. di G. e diacono Enzo Crialesi)

Cei: torniamo al gusto del pane

7 Giugno 2022 -
Milano - Così quotidiano da non considerarne quasi più il valore. Talmente consueto da essere consumato «automaticamente, senza badarci». Il discorso cambia quando, come per la crisi del grano, un bene in apparenza banale, diventa prezioso perché difficile da trovare. È giocato sul “mettersi in ascolto” del pane, che significa considerarne l’importanza e il significato anche simbolico, il messaggio della Cei (firmato dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace e dalla Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo) per la 17ª Giornata nazionale per la custodia del creato che sarà celebrata il prossimo 1° settembre, data d’avvio anche del cosiddetto “Tempo del creato” che si concluderà il 4 ottobre. Il titolo riprende Gesù nel Vangelo di Luca e le parole che accompagnano la consacrazione durante l’Eucaristia: “Prese il pane e rese grazie (Lc 22,19). Il tutto nel frammento”. Sullo sfondo il titolo del prossimo Congresso eucaristico di Matera (22-25 settembre): “Torniamo al gusto del pane. Per una Chiesa eucaristica e sinodale”. E punta proprio al recupero delle memoria e dell’attualità di un bene preziosissimo, il richiamo dei vescovi italiani. «Il pane arriva da lontano – scrivono –: è un dono della terra», una sua offerta all’uomo, da accogliere con riconoscenza». Essere grati, del resto, «è l’attitudine fondamentale di ogni cristiano, la matrice che ne plasma la vita; più radicalmente, è la cifra sintetica di ogni essere umano: siamo tutti «un grazie che cammina». Una condizione testimoniata una volta di più dal Cammino sinodale in cui si fa «esperienza che l’altro e la sua vita condivisa sono un dono per ciascuno di noi». Ma c’è di più, e qui il discorso si concentra sull’Eucaristia. «Prendere il pane – recita il messaggio Cei –, spezzarlo e condividerlo con gratitudine ci aiuta a riconoscere la dignità di tutte le cose che si concentrano in un frammento così nobile: la creazione di Dio, il dinamismo della natura, il lavoro di tanta gente: chi semina, coltiva e raccoglie, chi predispone i sistemi di irrigazione, chi estrae il sale, chi impasta e inforna, chi distribuisce. In quel frammento c’è la terra e l’intera società». In particolare, «spezzare il pane la domenica, Pasqua della settimana, è per i cristiani rinnovamento ed esercizio di gratitudine, per apprendere a celebrare la festa e tornare alla vita quotidiana capaci di uno sguardo grato». Una gratitudine che, cristianamente non può che tradursi in condivisione. La tavola del pranzo e della cena in questo senso è una scuola: «mangiare insieme significa allenarsi a diventare dono». Un piccolo segno di fronte all’immensità dell’Eucaristia in cui è Gesù stesso che si fa offerta. «Nutrirci di Lui e dimorare in Lui mediante la Comunione eucaristica – ha detto il Papa – se lo facciamo con fede, trasforma la nostra vita, la trasforma in un dono a Dio e ai fratelli». In questo modo – scrivono ancora i vescovi italiani – «la condivisione può diventare stile di cittadinanza, della politica nazionale e internazionale, dell’economia: da quel pane donato può prendere forma la civiltà dell’amore». (Riccardo Maccioni - Avvenire)

Papa Francesco accanto ai profughi col rifugio che porta il suo nome in Romania

7 Giugno 2022 -

Milano - Si chiama la “Casa della misericordia – Papa Francesco” ed è un punto d’accoglienza per i rifugiati che si lasciano alle spalle il dramma della guerra in Ucraina. Si trova a Blaj, cittadina di 20mila abitanti in Romania che ha spalancato le braccia a quanti fuggono dal Paese attaccato dalla Russia. Ad inaugurarla è stato il card.  Leonardo Sandri, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, che fino a domenica scorsa è rimasto nella regione per portare il sostegno del Pontefice. «Francesco arriva così ad essere presente con la sua paternità e la sua premura», ha detto il porporato aprendo la struttura realizzata con l’aiuto dell’associazione francese L’OEuvre d’Oriente e delle Chiese di Monaco e Friburgo, Augusta, Rottenburg-Stoccarda e Münster.

Dopo il card. inale Konrad Krajewski, elemosiniere apostolico, e il card.  Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, un altro porporato viene inviato dal Papa nelle terre dove il conflitto fa sentire i suoi effetti per portare alla gente la vicinanza del successore di Pietro. Una prossimità che Sandri ha voluto mostrare anche ai profughi, incontrati in più occasioni nei cinque giorni del viaggio. «Ho detto loro che il Papa è vicino e soffre per quanto sta accadendo ». E che se ancora non è potuto essere «fisicamente in Ucraina », la fraternità della Chiesa lo «rende evidente», ha spiegato a Vatican News. Se la meta della visita è stata la Romania, il cardinale argentino è entrato anche in Ucraina varcando il confine assieme al nunzio apostolico in Romania, Miguel Maury Buendìa, e ai vescovi greco-catto- lici romeni Vasile Bizau e Cristian Crisan. A Solotvino ha incontrato l’amministratore apostolico dell’eparchia ucraina di Mukachevo, Nil Yuriy Lushchak. «Siamo tante volte disarmati, impotenti vedendo questa triste, insensata e impensata situazione – ha evidenziato Sandri –. Ma sappiate che non siete soli. Malgrado tutte le difficoltà, le distruzioni, l’angoscia, non possiamo perdere la speranza. Questa speranza deve darci forza per continuare a fare il bene ed essere sostegno per aspettare un giorno, il più presto possibile, la pace». Inoltre il prefetto del Dicastero per le Chiese orientali ha inviato un saluto all’arcivescovo maggiore della Chiesa grecocattolica ucraina, Svjatoslav Ševcuk, assicurando la solidarietà e la preghiera di Francesco e dell’intera Chiesa cattolica: «La nostra preghiera è ogni giorno per voi, per la pace, per la riconciliazione». È bastato riattraversare il fiume Tibisco per tornare in Romania e giungere nella città di Sighet diventata un avamposto solidale per gli sfollati. Qui sono stati distribuiti i generi di prima necessità portato con il camion di aiuti “vaticani” arrivati con il cardinale. Metà del carico è andata al centro di accoglienza lungo la frontiera; e l’altra metà alle suore del monastero greco-cattolico della Madre di Dio che hanno trasformato la loro casa di spiritualità in una residenza per mamme e bambini rifugiati. «Il cuore del Papa – ha detto Sandri dialogando con le ospiti – non è soltanto un cuore aperto per aiutare, ma è anche un cuore che condivide le lacrime di tutti quelli che hanno dovuto lasciare la loro nazione a causa della guerra». (G.G.)

Verso la GMMR: nuovo video di papa Francesco

7 Giugno 2022 - Città del Vaticano  - Nell’ambito della campagna comunicativa promossa dalla Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede, in vista della 108a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (GMMR) che si celebrerà domenica 25 settembre 2022, viene pubblicato un nuovo video di papa Francesco. Tema della Giornata "Costruire il futuro con i migranti e i rifugiati". Nel video, papa Francesco esorta a costruire un futuro inclusivo, un futuro per tutti e tutte in cui nessuno deve rimanere escluso, in modo particolare i più vulnerabili tra cui migranti, rifugiati, sfollati e vittime della tratta. Inoltre, il papa rivolge a tutti una domanda diretta: Cosa significa mettere al centro i più vulnerabili? Insieme a Papa Francesco, anche la testimonianza di una giovane migrante venezuelana, Ana, che grazie all’aiuto della Chiesa si è ricostruita una nuova vita in Ecuador insieme alla sua famiglia. Tutto il materiale della campagna comunicativa è presente sulla pagina del sito internet dedicata e può essere liberamente scaricato, pubblicato, utilizzato e condiviso. https://www.youtube.com/watch?v=Lv2nH9a9t7Y

card. Zuppi su strage in Nigeria: “ci stringiamo al vostro dolore”

7 Giugno 2022 -

Roma - Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha inviato una lettera a mons. Jude Ayodeji Arogundade, vescovo di Ondo (Nigeria).

Ecco il testo.

«Esprimiamo profondo cordoglio per il brutale attacco che a Owo, nello Stato di Ondo, ha provocato decine di vittime tra i fedeli che ieri (domenica per chi legge, ndr) celebravano la Solennità di Pentecoste. Ci stringiamo al vostro dolore, invocando per quanti sono stati uccisi la misericordia del Padre e la consolazione del Paraclito per le loro famiglie. Proprio ieri, nell’omelia della Messa, Papa Francesco ha ricordato che “lo Spirito Santo invita a non perdere mai la fiducia e a ricominciare sempre: alzati! alzati! Sempre ti dà animo: alzati! E ti prende per mano: alzati!”. Nel manifestare solidarietà e vicinanza all’intera Chiesa di Nigeria, assicuriamo la nostra preghiera affinché lo Spirito non faccia mancare la sua forza e il suo conforto a quanti soffrono. Come il Cireneo, condividiamo il dramma di quanto avvenuto, portando insieme a voi il peso della Croce, nella consapevolezza che il nostro cammino sarà sempre rischiarato dalla luce della Risurrezione. Il male non avrà mai l’ultima parola! Anche se l’oscurità e la morte sembrano avvolgere il mondo, siamo certi che la forza della preghiera e il dono della fede diraderanno le nubi. A lei, ai fratelli Vescovi e a tutte le donne e gli uomini di buona volontà della Nigeria, l’affetto delle Chiese che sono in Italia».

Mci Germania-Scandinavia: don Gregorio Milone nuovo delegato

6 Giugno 2022 - Francoforte – La Conferenza Episcopale Tedesca ha nominato il nuovo delegato delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia. Si tratta di don Gregorio Milone. Don Milone sostituisce p. Tobia Bassanelli che ha guidato le Mci per dieci anni. “Dopo 10 anni di lavoro come Delegato per i cattolici di lingua italiana in Germania, le esprimo il mio sincero e cordiale grazie per il suo generoso impegno. La ringrazio per la sua testimonianza di sacerdote a pieno servizio nella pastorale migratoria”, ha scritto il presidente della Conferenza Episcopale Tedesca mons. Georg Bätzing al delegato uscente aggiungendo che “una sua preoccupazione centrale è stata sempre di render chiaro che le Comunità di lingua italiana sono un’ arte integrale delle varie diocesi. Nell’ambito delle sue possibilità ha sempre cercato di affrontare i temi ed i progetti della Conferenza Episcopale Tedesca e di coinvolgere i cattolici italiani in una costruttiva partecipazione”. Al neo delegato gli auguri della Fondazione Migrantes che ringrazia p. Bassanelli per il servizio prestato a fianco dei nostrri connazionali. (R.Iaria)

Migrantes Parma: Festa dei popoli, un laboratorio di fraternità

6 Giugno 2022 -

Parma - «Dietro i volti sconosciuti della gente che mi sfiora, quanta vita, (…) quanti mondi da scoprire ancora, splendidi universi accanto a me». Canta così il gruppo del Gen Verde in una delle loro canzoni più conosciute. Ed è proprio questo che abbiamo assaporato durante la Festa dei popoli celebrata nella casa madre dei Saveriani. Il tempo incerto ed il freddo inatteso non hanno spento l’entusiasmo e la voglia di ritrovarci in fraternità.

La giornata si è aperta con un saluto da parte del vescovo il quale, nel ringraziare per la presenza, ha manifestato il suo desiderio di incontrare tutte le singole comunità nella Visita pastorale per riprendere le tante attività sospese a causa della pandemia. Si è poi passati alle esibizioni delle diverse comunità che con le loro manifestazioni artistiche piene di gioia e colore hanno spezzato il grigio della giornata. È stato un momento bello, semplice e intenso in cui ogni comunità si è lasciata “contaminare” dalla musica e dai balli delle altre comunità. Alla festa ha partecipato il gruppo musicale “È più bello insieme” impegnato da alcuni anni in manifestazioni artistiche che hanno lo scopo di promuovere l’inclusione e l’incontro tra le culture presenti nella nostra città; il gruppo è composto da persone provenienti da diversi Paesi, dalla Colombia al Ruanda, passando per l’Indonesia e la Nigeria: un bel laboratorio di fraternità!

Verso mezzogiorno ci siamo avviati, preceduti dalla comunità filippina in processione con l’immagine della Madonna, verso il santuario san Guido Maria Conforti per il momento più importante della giornata: la celebrazione eucaristica. In un mosaico di lingue e di volti radunati nel nome di Gesù si è avverato ancora una volta il sogno audace del Conforti, fare del mondo una sola famiglia in Cristo. La Messa è stata presieduta da p. Alfredo Turco, superiore regionale dei Missionari Saveriani, il quale è stato accompagnato da diversi confratelli e da alcuni sacerdoti diocesani. Finita la Messa siamo tornati nei giardini della casa madre per condividere il pranzo.

Presto l’atmosfera si è impregnata di profumi e lingue da tutto il mondo: ogni comunità nel proprio banco aspettava con un sorriso chiunque volesse assaggiare il proprio cibo. Non era difficile iniziare il dialogo e così tra una chiacchiera e l’altra, ci si ritrovava a parlare con un eritreo, un albanese, un congolese, un messicano, un italiano, un filippino, un ucraino, un rumeno, senza nemmeno farci caso. Siamo tornati a casa arricchiti dai diversi incontri, con lo sguardo pieno di volti e sorrisi, e nel cuore la consapevolezza che la strada per costruire un mondo fraterno e in pace è questa: l’incontro e la conoscenza che ci spinge all’impegno per la giustizia. Questa citazione di p. Ermes Ronchi riassume il significato della giornata: «Una leggenda ebraica racconta che ogni uomo viene sulla terra con una piccola fiammella sulla fronte, una stella accesa che gli cammina davanti. Quando due uomini si incontrano, le loro due stelle si fondono e si ravvivano, come due ceppi sul focolare. L’incontro è riserva di luce. Quando invece un uomo per molto tempo è privo di incontri, la sua stella, quella che gli splende in fronte, piano piano si appanna, si fa smorta, fino a che si spegne. E va, senza più una stella che gli cammini avanti. La nostra luce vive di incontri». (Ufficio Migrantes Parma)

Mci Gran Bretagna: le celebrazione per il Giubileo della Regina Elisabetta

6 Giugno 2022 -
Londra – Il Regno Unito e gli Stati del Commonwealth hanno appena concluso le celebrazioni del Giubileo di Platino della Regina Elisabetta II. Per quattro giorni il Paese si è fermato per commemorare i settanta anni di regno della regina più longeva della sua storia. Ieri, domenica 5 Giugno, anche la Comunità della Missione Cattolica Italiana si è radunata nel Centro della Missione di Enfield-Londra per condividere la gioia di milioni di britannici e non nei confronti della loro Regina. La Regina Elisabetta è non soltanto la figura istituzionale più alta del Regno Unito ma anche il punto di riferimento morale e spirituale per tutti i suoi sudditi. Anche presso la comunità Italiana, che nel Regno Unito vanta una presenza di circa 500 mila presenze, la Regina Elisabetta è grandemente stimata e apprezzata. Per celebrare il suo Giubileo di Platino nei quattro giorni di Festa nazionale, nel Regno Unito si sono organizzate più di 16.000 “street party”, la più imponente delle quali è stata quella tenutasi nella Baia di Morecambe nel Lancashire con il suo “Jubilee Lunch Sunday” che ha ospitato circa 5000 persone con 500 tavoli.

Decreto flussi: verso oltre 70mila posti

6 Giugno 2022 -

Roma - Nel decreto flussi 2022 ci saranno oltre 70mila posti, più di quanti erano previsti l’anno scorso quando furono già raddoppiati rispetto al 2020. E questo perché «manca personale in alcuni settori specifici ». L’annuncio arriva dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese che a Venezia ha presieduto il vertice dei cinque paesi del gruppo Med5 - oltre all’Italia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta - dal quale è arrivata l’ennesima richiesta di un nuovo negoziato sul Patto europeo per le migrazioni affinché si trovi l’equilibrio tra responsabilità e solidarietà e ci sia una redistribuzione più equa dei migranti che non pesi solo sui paesi di sbarco. «Se l’anno scorso si è trattato di 70 mila persone, quest’anno i numeri saranno più elevati» ha anticipato dunque Lamorgese, precisando che la specifica competenza sul documento spetta a Palazzo Chigi. «Si sta lavorando – ha aggiunto – e si sta verificando la possibilità di accelerare le procedure, perché manca personale in settori specifici». Non solo. Per i contenuti operativi del decreto, la titolare del Viminale ha fatto precisamente riferimento al protocollo sottoscritto il 16 maggio scorso con il ministro del Lavoro Andrea Orlando e le organizzazioni dell’edilizia, per inserire nel settore i migranti già titolari di protezione internazionale, o la cui pratica è in via di esame, destinata a 3.000 soggetti. «Stiamo verificando un analogo protocollo per altre categorie », ha sottolineato.

Al vertice in Laguna hanno preso parte i ministri dell’Interno di Spagna, Grecia, Malta e Cipro, assieme al ministro della Repubblica Ceca, che assumerà la presidenza semestrale dell’Ue; in videoconferenza il francese Gérald Darmanin, della presidenza uscente. «La crisi ucraina ha evidenziato la capacità dell’Europa di essere compatta e di esprimere la solidarietà alle persone in fuga, e gli Stati membri sono stati in prima linea nell’accoglienza – ha commentato la titolare del Viminale – In questo nuovo ordine globale, in cui non è escluso il rischio di crisi alimentare dovuta al blocco navale, l’incontro è stato un punto di riferimento ». La preoccupazione, come il ministro aveva già sottolineato, è appunto di una accelerazione degli sbarchi dall’Africa.

«Abbiamo confermato alle due presidenze, uscente ed entrante – ha detto ancora Lamorgese – il supporto a un approccio graduale, step by step, sul negoziato per un Patto europeo su migrazione ed asilo. E siamo convinti che questo sia il metodo migliore per cercare soluzioni equilibrate tra responsabilità e la necessaria solidarietà, che gli altri membri sono chiamati a dimostrare». Il ministro ha quindi ribadito la linea dei paesi mediterranei sulla politica migratoria che «deve essere fondata anche su un adeguato meccanismo di redistribuzione in un numero sufficientemente di ampio di Stati membri, per essere efficace».

Una posizione unitaria dei Paesi mediterranei, «che si affianca alla richiesta – ha concluso – di sviluppare l’azione dell’Ue verso i Paesi terzi, con partenariati per prevenire le partenze e collaborazione per i rimpatri, anche attraverso strumenti con i Paesi di origine e di transito dei flussi».

Ucraina: nelle scuole italiane più di 27mila alunni accolti da inizio conflitto

6 Giugno 2022 -

Milano -Sono quasi 130mila i profughi ucraini accolti in Italia dallo scoppio del conflitto. L’ultimo dato fornito dal ministero dell’Interno, aggiornato a venerdì, quantifica in 127.997 le persone in fuga dalla guerra giunte fino a oggi in Italia. Di queste, 121.124 sono arrivate alla frontiera mentre 6.873 sono state controllate dal compartimento Polizia ferroviaria del Friuli Venezia Giulia. In prevalenza si tratta di donne (67.124) e minori (41.589), mentre 19.284 sono uomini. Le principali città di destinazione dichiarate all’ingresso in Italia sono ancora Milano, Roma, Napoli e Bologna. Tra i più importanti fattori di integrazione c’è la scuola, che fin da subito si è attivata per ricevere gli alunni in fuga dalla guerra. Complessivamente, dal 24 febbraio al 30 maggio, nelle scuole italiane, sia statali che paritarie, sono stati inseriti 27.422 alunni, di cui 6.056 nella scuola dell’infanzia, 12.609 nella primaria, 6.207 nella scuola media e 2.550 alle superiori. Inoltre, 3.003 persone sono state inserite nei Centri provinciali di istruzione per gli adulti. Complessivamente, le scuole che hanno accolto alunni ucraini sono 4.912 e raccontano storie di solidarietà e amicizia. Come quella vissuta all’istituto paritario “Freud” di Milano, che ha inserito otto studenti (sei ragazze e due maschi) tra i 14 e i 17 anni, provenienti da Mariupol, dal Donbass e da Kiev. L’inserimento scolastico è avvenuto tramite la Fondazione Sant’Ambrogio, una onlus del terzo settore. «Non potevamo rimanere indifferenti all’immane tragedia dovuta all’invasione della Russia – spiega Daniele Nappo, direttore dell’istituto Freud che ha coordinato il “Progetto adozione” –. Abbiamo accolto questi ragazzi spaventati, frastornati, costretti a un esodo non voluto. Non è giusto che debbano soffrire e che il loro futuro sia compromesso. Ed è per questo motivo che potranno fare tutto il percorso delle superiori nella speranza che il loro futuro sia migliore del presente. Sono ragazzi innocenti come tutti, non meritano il dolore e di essere abbandonati». A Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, la scuola primaria “Tancredi” ha accolto Oleksander e Glib, due fratellini di 8 e 9 anni, che, dopo l’orrore dei bombardamenti, hanno ritrovato la serenità in questo angolo di Gargano. In questi mesi, le insegnanti hanno utilizzando tutti i mezzi tecnologici a disposizione per superare la barriera linguistica. E, grazie anche all’aiuto di tutta la comunità cittadina, hanno fornito ai due fratellini tutto il materiale necessario agli studi.

Lo stesso hanno fatto insegnanti e alunni dell’Istituto comprensivo 1 di Chieti, dove sono stati inseriti Anastasia e Nikita, di 5 anni, Maxim, di 9 e Danilo, di 11. Oltre a piani di apprendimento personalizzati, la scuola ha attivato una collaborazione con l’università di Chieti e Pescara, che ha messo a disposizione tirocinanti come mediatori linguistici e culturali. Di grande aiuto è stata, infine, la chiesa ortodossa di Chieti, che ha messo a disposizione dell’Istituto scolastico due volontarie ucraine con lo scopo di ottimizzare il sistema di integrazione sociale e culturale, dando anche alle famiglie esuli tutto l’aiuto di cui avevano bisogno. (Paolo Ferrario - Avvenire)

Card. Zuppi: mai abituarsi alla violenza

6 Giugno 2022 -

Roma -«Non possiamo abituarci alla violenza». È uno dei passaggi dell’intervista concessa dal cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, a “Live In” programma di Sky Tg24. Questi 100 giorni di guerra in Ucraina – ha detto il porporato – «ci hanno insegnato che dobbiamo avere dei luoghi dove si compongono i conflitti ». Come accadde in passato «dove le diverse nazioni cercavano di intendersi». Da Zuppi anche una riflessione sui possibili scenari futuri del conflitto. «Il rischio vero è che a un certo punto si arrivi come nel Donbass. La guerra non è mai a bassa intensità». Infatti «sono passati 100 giorni e per noi è come se fosse il primo. Dobbiamo avere paura che l’incendio possa svilupparsi» e poi fare in modo di «spegnerlo ». Il presidente della Cei si è quindi soffermato sull’ostilità di frange di cattolici verso il Papa. Deriva da «approcci ideologici e dal dimenticare che siamo figli di un’unica Madre – ha continuato Zuppi –. La Madre la si ama sempre». Per questo «dobbiamo sempre amare e difendere la Chiesa e renderla migliore».

Le due azioni dello Spirito

6 Giugno 2022 - Città del Vaticano - Si compiono i cinquanta giorni dalla Pasqua: Pentecoste, la fiamma che arde, lo Spirito Santo che si manifesta come fuoco, vento. Dalla Pasqua gli apostoli si erano sempre ritrovati assieme nel Cenacolo per ascoltare le scritture e pregare. Le porte chiuse per paura. Improvvisamente “un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso e riempì tutta la casa dove stavano”. Negli Atti degli Apostoli leggiamo cosa accadde, mentre calava la sera. Un terremoto il cui fragore è avvertito anche fuori, tanto da richiamare molta gente davanti la porta di quella casa. Potremmo dire che si è trattato di una grande scossa, ma interiore, un processo di cambiamento di coloro che per cinquanta giorni sono rimasti chiusi dentro le mura della casa: la paura lascia spazio al coraggio, l’egoismo all’amore. E quella porta chiusa si apre al mondo, rappresentato, negli Atti, da quell’elenco di popoli che abitavano la città. Il “crollo” avviene dunque dentro le persone. Un vento impetuoso, questo l’auspicio, dovrebbe scuotere le coscienze per cercare di fermare il conflitto nell’Ucraina, giunto ormai a 102 giorni; invece, sull’umanità “è calato nuovamente l’incubo della guerra, che è la negazione del sogno di Dio”. Mai un appello così drammatico. Al Regina caeli si rivolge, il Papa, ai responsabili delle nazioni: “non portate l’umanità alla rovina, per favore, non portate l’umanità alla rovina”. Voce di uno che grida nel deserto: “popoli che si scontrano, popoli che si uccidono, gente che, anziché avvicinarsi, viene allontanata dalle proprie case. E mentre la furia della distruzione e della morte imperversa e le contrapposizioni divampano, alimentando una escalation sempre più pericolosa per tutti”, Francesco ripete con forza il suo appello alla pace: “si mettano in atto veri negoziati, concrete trattative per un cessate il fuoco e per una soluzione sostenibile, Si ascolti il grido disperato della gente che soffre, si abbia rispetto della vita umana e si fermi la macabra distruzione di città e villaggi”. Così rinnova l’invito a pregare e a impegnarsi per la pace “senza stancarci”. In questa domenica Francesco assiste, in sedia a rotelle, alla messa di Pentecoste celebrata dal cardinale Giovanni Battista Re, decano del Sacro collegio. Nell’omelia ricorda che “lo Spirito ci fa vedere tutto in modo nuovo, secondo lo sguardo di Gesù”; nel grande cammino della vita, “egli ci insegna da dove partire, quali vie prendere e come camminare”. Lo Spirito, infatti, in ogni epoca “ribalta i nostri schemi e ci apre alla sua novità, sempre insegna alla Chiesa la necessità vitale di uscire, il bisogno fisiologico di annunciare, di non restare chiusa in sé stessa”. Al Regina caeli il vescovo di Roma indica le due azioni dello Spirito: insegnare e ricordare. Dapprima insegnare. Lo Spirito ci aiuta a “superare un ostacolo che si presenta nell’esperienza della fede: quello della distanza”. Non c’è distanza tra Vangelo e vita di tutti i giorni, non è “superato” il Vangelo, né “inadeguato a parlare al nostro oggi con le sue esigenze e con i suoi problemi”, in questo tempo di internet e della globalizzazione. Lo Spirito Santo “è specialista nel colmare le distanze, ci insegna a superarle” afferma Francesco; è lui “che collega l’insegnamento di Gesù con ogni tempo e ogni persona”. Noi rischiamo di fare della fede “una cosa da museo”; lo Spirito Santo l’attualizza, la mantiene “sempre giovane” e la mette “al passo con i tempi”. Poi l’altra azione: ricordare, che vuol dire “riportare al cuore”. Ecco Pentecoste: con lo Spirito Santo gli apostoli “ricordano e comprendono. Accolgono le sue parole come fatte apposta per loro e passano da una conoscenza esteriore a una conoscenza di memoria, a un rapporto vivo, un rapporto convinto, gioioso nel Signore”; è lo Spirito Santo che ci aiuta “a far passare dal ‘sentito dire’ alla conoscenza personale di Gesù che entra nel cuore”. Senza lo Spirito, il rischio è una “fede smemorata”, un “ricordo senza memoria”. È sempre lo Spirito, ha detto nell’omelia, che “ci libera dall’ossessione delle urgenze e ci invita a camminare su vie antiche e sempre nuove, quelle della testimonianza, della povertà, della missione, per liberarci da noi stessi e inviarci al mondo”. (Fabio Zavattaro - SIR)