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Pastorale rom: nove incontri promossi dalla diocesi di Roma

15 Febbraio 2021 - Roma - Per la pastorale dedicata ai Rom, partirà giovedì 25 febbraio, alle ore 19, sulla piattaforma Zoom, una serie di nove incontri dal titolo “Smascherati per dare vita ad una nuova forma di fraternità!”. Il corso è promosso dal coordinamento rom e sinti della Diocesi di Roma. Nel presentare l’iniziativa, l’arcivescovo mons. Giampiero Palmieri, vicegerente della diocesi di Roma, e delegato diocesano per la Migrantes spiega che è un corso che dà voce ai rom stessi, un percorso nel segno della fraternità rivolto «non solo a tutti gli operatori che già da tempo sono attivi in questo settore pastorale, ma è aperto e raccomandato a tutti coloro che vogliono approfondire la conoscenza di un popolo e della sua cultura, e sono disponibili a mettere in discussione stereotipi e pregiudizi per cogliere onestamente la realtà per quella che è davvero, senza interpretazioni di parte». I nove incontri sono organizzati su tre sezioni di intervento: il primo “Un nuovo modello di fraternità”; il secondo “Una fotografia della realtà”; il terzo “Evangelizzati ed evangelizzatori”. Spiega mons. Palmieri: «la prima è necessaria per riflettere e acquisire categorie comuni che ci permettano di affrontare la questione pastorale dell’integrazione con uno sguardo comunitario e condiviso»; la seconda «ci permette di interpretare al meglio ciò che si è fatto e si sta facendo, in modo da poter leggere i segni del tempo e offrire visioni profetiche»; l’ultima sezione è incentrata su «cosa possiamo fare oggi nelle nostre comunità cristiane, e ci offre strumenti di intervento e buone prassi che possono essere rinnovate». «Poche realtà sociali – ha aggiunto il presule - hanno tanto bisogno di essere conosciute e riconosciute come la realtà rom». E rivolgendosi nello specifico alla situazione della Capitale «oggi lo possiamo (e lo dobbiamo) fare anche alla luce di una storia di più di quarant’anni di politiche fallimentari a livello di accoglienza e di integrazione, soprattutto nella nostra città, legate non in ultimo alla scelta infelice dei campi». Sono stati chiamati a relazionare, oltre a mons. Palmieri, don Salvatore Policino, salesiano; don Giovanni de Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes; mons. Pierpaolo Felicolo, direttore dell’Ufficio Migrantes diocesano, Carlo Stasolla dell’Associazione 21 Luglio e per la Comunità di Sant’Egidio Alessandro Luciani e Susanna Placidi. Per iscrizioni consultare il sito www.diocesidiroma.it . (NDB)

Migrantes Asti: non si sgomberano le persone, ma le cantine

9 Febbraio 2021 - Asti - Nella nostra città, Asti, ci sono diverse categorie di persone che vivono ai margini, persone invisibili in veri e propri ghetti, una fra tutte è rappresentata da coloro che abitano nelle case occupate, e poi ci sono categorie che diventano visibili solo quando emergono delle problematiche. Tra queste la comunità Rom. Ad Asti i campi rom sono ben nascosti dalla città, in periferia, in zone abbandonate a sé stesse dove abitano più di 260 persone, tra cui circa 130 minori. Da diversi anni in tutta Europa si parla della necessità di superare i campi nomadi, ma è importante riflettere in quale modo possa avvenire tale superamento perché è innegabile la complessità della situazione e dei progetti di accompagnamento e sostegno a questa comunità, ma è necessario che il Comune e tutta la cittadinanza riflettano su cosa significhi superare i campi e le conseguenze di tali politiche. Per parlare di superamento dei campi è necessario prima di tutto conoscere le comunità delle quali si parla, conoscere le condizioni del campo, cercare di ragionare senza basarsi su pregiudizi ma partendo dalla vita del campo e dai loro abitanti. Ad Asti si parla molto del campo di via Guerra, ma bisognerebbe prima andarci, parlare con le persone ed entrare in relazione con loro, persone che vivono in modo stanziale nella nostra città. La situazione oggi al campo è precaria, la pandemia ha aggravato la condizione di vulnerabilità in cui già vessavano le persone del campo. Nessuno vorrebbe vivere in condizioni igienico sanitarie così pesanti, particolarmente pessime per una parte del campo, ma nessuno ci starebbe se non avesse altra scelta. Scelta dovuta ad una storia fatta di emarginazione e precarietà (non dimentichiamo che l’etnia rom fu anche perseguitata e deportata durante il periodo nazifascista) e determinata da una condizione di povertà obbligata dalla quale è molto difficile per loro uscirne con le proprie forze. I forti pregiudizi intorno a questa etnia non gli permettono di essere considerati degni della fiducia di un possibile datore di lavoro e ciò determina l’alto tasso di disoccupazione, nonostante alcuni dei giovani abbiano conseguito il diploma di scuola superiore, l’arrabattarsi in lavoretti come quello della raccolta del ferro e il vivere in condizioni così difficili anche dal punto di vista igienico sanitario. Il nostro Comune da diverso tempo esprime la necessità di superare il campo rom ma dovrebbe essere prioritario prima attuare un percorso di inserimento sociale e una progettazione a lungo termine. Vediamo con grande scetticismo e disapprovazione la proposta di un trasferimento temporaneo in tendopoli o una “buona uscita” di qualche migliaio di euro perché possano scegliere di allontanarsi dal campo. Ammassare un tale numero di persone in tende non può rispettare condizioni dignitose di vita, per lo più con una sorveglianza h24 come fossero criminali all’interno di un carcere, nè si può pensare che possa essere una soluzione di breve durata perché per un nuovo spostamento sarebbe necessario un progetto sul futuro che gli permetta di vivere in legalità nel rispetto delle proprie scelte di vita. Non è sufficiente il contributo di qualche migliaio di euro per l’acquisto di una casa, poiché è un’azione non sostenibile dalle famiglie rom, che non avrebbero le forze economiche di acquistare una casa e di mantenersi da soli senza prima un inserimento lavorativo. Come accaduto in molte altre parti di Italia, la chiusura del campo senza una vera progettazione sociale significherebbe solo il trasferimento del problema in un altro territorio o nuclei famigliari per strada. Inoltre è importante considerare che all’interno del campo risiede un numero considerevole di minori in età scolare, sui quali il Comune ha investito attraverso diversi progetti fruttuosi che sarebbe opportuno incrementare, garantendo ai bambini la continuità scolastica. Gli abitanti del campo di via Guerra sono persone, volti, storie e non si sgomberano le persone, si sgomberano le cantine: sulle persone si investe in progetti di inserimento sociale che possano assicurare un futuro ai suoi abitanti, possibile solo avendo un progetto su ogni famiglia che gli dia la possibilità di sostenersi e camminare autonomamente, superando un approccio assistenzialista e mettendo al centro la dignità della persona ed i diritti sia che viva in alloggio sia nel campo. Per vincere questa sfida occorre recuperare quella dimensione di fraternità della quale ci parla papa Francesco nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti” ed investire in modo serio nel trovare una collocazione prima lavorativa e poi, eventualmente, abitativa per queste persone, per questi fratelli. (Ufficio Migrantes Asti)    

Migrantes: in distribuzione il numero di febbraio del mensile “MigrantiPress”

4 Febbraio 2021 - Roma - Si apre con un editoriale sul linguaggio al tempo della pandemia il numero di febbraio del mensile "MigrantiPress" della Fondazione Migrantes. Il primo piano è dedicato al recente "Festival della Migrazione" sul tema del viaggio che si è svolto in modalità online e che nei tre giorni del Festival ha avuto oltre 25mila contatti. E ancora, nel numero in distribuzione, migranti africani si mettono in gioco, il tema dei rifugiati, un servizio sui corridoi umanitari per studenti universitari. "Vincere i pregiudizi " è il titolo di un approfondimento sul Rim Junior della Fondazione Migrantes, nato per raccontare le migrazioni italiane ai ragazzi. Un servizio è dedicato al missionario italiano in Brasile, p. Nazareno Lanciotti ucciso venti anni fa, punto di riferimento per tanti italiani. La sua causa di beatificazione è stata aperta nel 2008. Il mensile dedica tra gli altri, anche un articolo alla visita del neo cardinale, Paolo Lojudice, segretario della Commissione CEI per le Migrazioni, ai circensi fermi, a causa della pandemia, a Siena.  

Rom e Sinti: prima indagine nazionale sulla condizione giuridica dei rom originari dell’ex Jugoslavia

29 Gennaio 2021 - Roma - Con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, iniziata con la morte di Tito nel 1980 e la guerra civile che ne è scaturita, migliaia di cittadini sono scappati dal loro Paese di origine per trovare riparo nelle periferie delle metropoli italiane. Si stima che negli anni Ottanta e Novanta siano stati almeno 40mila i cittadini di origine rom in fuga dal conflitto balcanico e stanziatisi inizialmente all’interno di tende o di roulotte prima che venissero costruiti i cosiddetti campi rom dove concentrare persone considerate erroneamente di cultura “nomade”. Negli ultimi 30 anni la condizione giuridica di molti di loro “non è mai stata sanata. La cancellazione anagrafica disposta dal Paese di provenienza e l’impossibilità ad ottenere un permesso di soggiorno italiano li ha fatti piombare in una sorta di limbo giuridico che si è tradotto per molti in una condizione di apolidia de facto senza alcun tipo di riconoscimento. Persone senza diritti perché inesistenti per lo Stato italiano e le amministrazioni locali”, denuncia oggi l’Associazione 21 Luglio che ha voluto “indagare sull’entità del fenomeno” e pubblicato la ricerca “Fantasmi urbani”, diffusa oggi, sulla presenza, in Italia, dei cittadini di origine jugoslava a rischio apolidia. Uno studio – spiega l’associazione - i cui risultati “marcano una forte differenza rispetto ai dati di riferimento assunti anche dal Governo italiano. L’indagine è partita da un ampio campione rappresentato dal 36,5% del totale di cittadini dell’ex Jugoslavia presenti nei “’campi rom’ italiani”. Per raccogliere i dati sono state incontrate 2.666 persone e visitati 17 insediamenti in 8 Comuni italiani. Alla luce dei risultati emersi, le persone originarie dell’ex Jugoslavia a rischio apolidia, perché prive di passaporto e di permesso di soggiorno, residenti nei “campi rom” italiani sono circa 860, un numero “ben lontano dalla forbice sino ad ora stimata di 15.000/25.000 unità. Di essi poco meno di 500 dovrebbero essere rappresentati da minori”. Secondo Associazione 21 luglio un numero “così esiguo, assai lontano dalle cifre passate non fondate su basi scientifiche, ridimensiona il fenomeno e soprattutto consente finalmente l’attivazione di politiche mirate a singoli contesti e specifiche situazioni locali”. (R.I.)  

Migrantes Asti: mantenere viva la sensibilità e l’attenzione sulle criticità che colpiscono migranti, circensi, rom e lunaparkisti

29 Gennaio 2021 -

Asti - Durante l’emergenza Covid-19, l’impegno dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Asti si è concentrato sul mantenere viva la sensibilità e l’attenzione sulle criticità che colpiscono migranti, circensi, rom e lunaparkisti interfacciandosi con il Comune e le altre realtà associative impegnate a sostegno delle fasce più deboli. I contatti con l’Assessorato alle Politiche Sociali sono stati costanti e hanno portato alla realizzazione di due iniziative congiunte rivolte alle numerose comunità etniche presenti in città, fa sapere oggi l'Ufficio Migrantes. 

Nel mese di marzo, durante la prima fase della pandemia, è stato prodotto un video per diffondere le regole di prevenzione Coronavirus attraverso volti, voci e lingue da tutto il mondo (inglese, francese, arabo, albanese, rumeno, mandingo, spagnolo e portoghese). L’esperienza - sottolineano - è poi stata ripetuta nel mese di ottobre quando, «ormai consapevoli dell’arrivo di una seconda ondata pandemica, abbiamo valutato l’opportunità di un’ulteriore campagna di sensibilizzazione volta a ribadire l’importanza di un corretto uso dei dispositivi di protezione e del distanziamento sociale». Queste iniziative, oltre a «prefiggersi l’obiettivo di rendere comprensibili le regole di prevenzione anche a quanti non padroneggiano ancora la lingua italiana», sono state l’occasione per promuovere la partecipazione di tutti i cittadini, stranieri e non, alla tutela del bene comune. La lotta contro la pandemia «ci ha infatti insegnato che il comportamento di ognuno, nessuno escluso, fa la differenza e che, per riprendere la parole di Papa Francesco, 'nessuno si salva da solo'».

I video, realizzati da Pierfranco Verrua, hanno avuto una diffusione capillare attraverso la web-tv, i canali social istituzionali degli enti promotori, le testate giornalistiche online locali, il nostro sito e i più informali gruppi WhatsApp, rivelandosi «uno strumento utile per molti cittadini stranieri non solo di Asti, ma di tutta la Provincia e altre parti d’Italia».

 

Migrantes ricorda la giornata della memoria

27 Gennaio 2021 -

Roma - Oggi, 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria. È un’occasione - sottolinea la Fondazione Migrantes - per ricordare una pagina buia, se non la più buia e triste della storia recente. Non può certo essere un giorno qualunque perché oggi facciamo memoria dell’eccidio di almeno sei milioni di ebrei. Insieme al popolo ebraico, non dimentichiamo nemmeno i 500 mila, tra rom e sinti, morti nei campi di concentramento nazisti. Un genocidio noto come Porrajmos, che in lingua romanì ha un duro significato: divoramento. Questa tragedia non può essere lasciata nei meandri del passato perché ha coinvolto uomini, donne e bambini che ancora oggi sono discriminati e vivono la loro quotidianità fatta di emarginazione, di rifiuto e di sofferenza dentro le nostre città, dentro la nostra vita indifferente verso chi cerca attenzione. Rom e sinti provocano ancora paura e vergogna nella nostra società concentrata sul benessere e sull’apparire. La domanda di Dio a Caino: “Dov’è tuo fratello?” fu rivolta agli uomini e donne al termine del genocidio nei campi di sterminio. Questa stessa domanda oggi viene rivolta a noi. “Dov’è tuo fratello zingaro che io ti ho posto accanto?”.

 

Rom: famiglie di rom lunedì in Campidoglio

22 Gennaio 2021 - Roma - Lunedi 25 gennaio  in Piazza del Campidoglio, decine di famiglie residenti nei diversi campi rom della Capitale presenteranno una lettera aperta alla città di Roma e alle autorità capitoline. Si tratta di famiglie che da tempo hanno presentato regolare domanda per una casa popolare e che, a causa dei tempi estremamente compressi del “Piano rom”, rischiano di essere sgomberati dai rispettivi insediamenti senza che la loro richiesta possa essere debitamente vagliata dagli uffici competenti a causa del blocco delle graduatorie avvenuto nel 2020, spiega l'Associazione 21 luglio. Per questo, come riportato nella lettera, viene chiesto all’Amministrazione di Roma di «facilitare lo scorrimento della graduatoria per l’assegnazione delle case popolari e concedere ai cittadini romani, e noi con loro, di vedere assegnata una casa secondo i tempi e le priorità previste dalla legge». Dopo la manifestazione una delegazione dei manifestanti sarà ricevuta in Campidoglio da rappresentanti dell’Assemblea Capitolina.

Rom: la Corte europea multa la Svizzera che aveva incarcerato una donna rom

20 Gennaio 2021 - Strasburgo - La Svizzera ha sbagliato, la donna aveva il diritto di chiedere la carità: questo dice la Corte europea dei diritti umani, contraddicendo le autorità ginevrine che nel 2014 avevano inflitto una multa di 500 franchi a una donna rom che mendicava per le strade di Ginevra e, non potendo la donna pagare la multa, l’aveva incarcerata per 5 giorni. Secondo la Corte, poiché la donna apparteneva a una famiglia estremamente povera, era analfabeta, non aveva lavoro e non riceveva alcun sostegno sociale, “mendicare era per lei un modo per sopravvivere”. In quella situazione di “vulnerabilità manifesta”, la donna “aveva il diritto, per una questione di dignità umana, di poter esprimere la sua condizione di miseria e cercare di rimediare qualcosa per i propri bisogni con la mendicità”. Nemmeno la multa inflitta, scrive la Corte, è stata “una misura proporzionata né per la finalità della lotta alla criminalità organizzata, né per tutelare i diritti dei passanti, residenti e proprietari di esercizi commerciali”. Nella nota della Corte si fa anche un riferimento alla legge penale del cantone di Ginevra che vieta l’accattonaggio e si legge: “Un divieto generale di un determinato comportamento è una misura radicale che richiede una solida giustificazione e un controllo particolarmente serio da parte dei tribunali che sono autorizzati a valutare tutti gli interessi in gioco”. Ora la Svizzera dovrà pagare una multa di 922 euro alla donna, per “danno morale”.  

Rom e sinti: in Campania approvato il progetto “A.b.r.a.m.o.”

13 Gennaio 2021 -

Napoli - La Giunta regionale della Campania ha approvato il progetto “A.b.r.a.m.o.” che prevede un percorso di integrazione abitativa, lavorativa e sociale delle popolazioni Rom, Sinti e Camminanti presenti sul territorio di Giugliano. Il progetto – si legge in una nota - nasce nel 2015 con la partecipazione della Prefettura di Napoli, della Città metropolitana, del Comune di Giugliano e degli enti del terzo settore che sono in campo per affrontare questa problematica. Lo stanziamento è di 864mila euro per 480 unità familiari, di cui 250 sono minori, finalizzato alla garanzia dei servizi essenziali, alla risposta dei diritti fondamentali quale quello dell’abitazione, dell’assistenza sanitaria, dell’inclusione sociale. Particolare attenzione andrà dedicata alla dispersione scolastica e alla formazione al lavoro.

   

Migrantes: in distribuzione numero di gennaio della rivista “Migranti Press”

8 Gennaio 2021 - Roma - Si apre con un editoriale del direttore dell’organismo pastorale della CEI, don Giovanni De Robertis, l’ultimo numero della rivista mensile della Fondazione Migrantes, “Migranti Press”, in distribuzione in questi giorni. 

"La pandemia e la mobilità umana": questo il titolo dell’articolo che si sofferma su mesi appena trascorsi segnati dalla crisi sanitaria causata dalla pandemia Covid-19 ma anche da tante altre situazioni difficili, che hanno continuato a consumarsi pur rimanendo invisibili. «La pandemia che stiamo vivendo ha limitato i movimenti di tutti, ma soprattutto ha segnato il cammino dei migranti: chi vive in un paese diverso dal proprio da mesi e mesi non può – salvo eccezioni - rivedere i familiari, nemmeno in caso di gravi malattie». La Fondazione Migrantes ha cercato in ogni modo di rimanere vicina e accompagnare alcune fra le categorie più colpite da questa crisi, peraltro già in condizioni economiche precarie a causa della povertà e della mancanza di lavoro. Non solo migranti e rifugiati, ma, colf, Rom, lunaparkisti e circensi.  

Nel numero un approfondimento anche sul Rapporto Asilo della Fondazione Migrantes presentato a dicembre dal titolo "Costretti a fuggire...ancora respinti". E poi un articolo sulla creazione a cardinale di Paolo Lojudice, vescovo delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Toscana e segretario della Commissione CEI per le Migrazioni, un bilancio della campagna Ce "Liberi di partire, liberi di restare" e anche alcune esperienze di pastorale in questo tempo di coronavirus tra gli italiani che vivono all'estero e tra i Rom in Europa.  E poi un articolo sui "ritrattisti di Maria, cioè i Madonnari. E ancora un inserto con una Scheda sul Tempo di Natale dal titolo "La mia parrocchia: famiglia di famiglie senza frontiere". 

Il Covid e il volto oscuro dell’Europa: “Così si stanno discriminando i Rom”

9 Dicembre 2020 - Bruxelles - La lista è lunga, a tratti inquietante: ci sono i sequestri di roulotte con il pretesto di imporre misure di allontanamento sociale di emergenza come è accaduto in Belgio, con la conseguenza però di lasciare senza alloggio famiglie con minori e donne in gravidanza. Ci sono gli sgomberi forzati dai campi informali proseguiti malgrado il lockdown, come è successo in Italia, e le percosse, i gas lacrimogeni della polizia e la chiusura preventiva di intere aree con posti di blocco, senza neppure la presenza di casi di Covid-19, come in Bulgaria: le misure iper-securitarie adottate per “controllare” il contagio nelle comunità Rom in giro per l’Europa hanno toccato picchi di grave e oscura discriminazione, soprattutto nei primi mesi della pandemia. Nella cittadina bulgara di Yambol a maggio le autorità si sono spinte fino a inviare sopra il quartiere Rom un elicottero che ha spruzzato 3mila litri di sostanza «disinfettante». Con una popolazione che si aggira tra i 10 e i 12 milioni di persone in tutta Europa, di cui circa 6 milioni residenti nell’Unione, quella Rom è la più numerosa minoranza etnica del Vecchio Continente. «E quella più odiata» aggiunge Romeo Franz, europarlamentare eletto in Germania, lui stesso di etnia Rom. «Quando è iniziata la crisi da Covid-19, molte persone Rom mi hanno scritto e mi hanno spedito video sulle loro condizioni. Senza possibilità di accesso al sistema sanitario e all’acqua potabile in tempi normali, nulla è cambiato con questa crisi sanitaria, niente è stato fatto. Con il coronavirus, il problema più grave però è stato che governi, mondo politico e stampa hanno utilizzato i Rom come capro espiatorio, accusandoli di veicolare il virus». Secondo l’Agenzia Ue per i Diritti Fondamentali, l’80% dei Rom dell’Unione vive al di sotto della soglia di povertà del proprio Stato membro. Uno su tre abita in alloggi privi di acqua corrente. «Eppure, mentre in Bulgaria le autorità si sono affrettate a bloccare i distretti Rom, non sono riuscite a garantire che i residenti avessero accesso ad acqua, assistenza sanitaria o scorte di cibo e medicinali», segnala un dettagliato report sulle violazioni dei diritti di questa minoranza durante la prima ondata della pandemia in 12 Paesi europei (Italia compresa), pubblicato dal Centro europeo per i diritti dei Rom (Errc) di Bruxelles. «La mancanza di empatia e solidarietà che abbiamo visto nei confronti di questa comunità durante il lockdown è stata davvero inquietante» ha commentato il presidente dell’Errc, Dorde Jovanovic. Dalle Nazioni Unite, dai due Relatori speciali su razzismo e minoranze E. Tendayi Achiume e Fernand de Varennes, è arrivato l’allarme per limitazioni discriminatorie decise «su base etnica». Come è accaduto per moltissimi altri cittadini europei impiegati nel settore informale, anche le comunità Rom sono rimaste largamente senza occupazione ed escluse da misure di sostegno finanziario. Il report di Errc segnala come la chiusura delle scuole e il passaggio all’apprendimento online abbiano aggravato i già pesanti, tradizionali svantaggi degli studenti Rom: «In Ungheria la maggior parte di questi bambini vive in zone rurali senza accesso a Internet, né computer e, in alcuni casi, senza nemmeno l’elettricità. Il ricevimento degli aiuti sociali, poi, dipende dalla frequenza scolastica, dunque per la mancata partecipazione alle lezioni online le famiglie rischiano di vedersi negare servizi sociali vitali e assegni familiari». In Romania migliaia di bambini Rom che dipendevano dai pasti forniti dalle scuole, inoltre, sono rimasti senza sostegno alimentare. Intanto trascorrono i mesi e con la seconda ondata di Covid-19 anche l’impatto delle misure adottate dai diversi governi sulle comunità più marginalizzate del continente si è modificato: «Se calano le violazioni più eclatanti ed estreme contro i quartieri Rom, cominciano invece ad emergere conseguenze di più vasta portata», ci dice Jonathan Lee di Errc. «Una generazione di Rom corre il rischio reale di abbandonare del tutto la scuola, si moltiplicano famiglie che rimangono senza cibo mentre i programmi di aiuto e di assistenza sociale di emergenza non raggiungono le comunità che, senza rappresentanza, perdono l’opportunità di beneficiare degli strumenti di salvataggio. Rispetto alla prima metà del 2020, gli ultimi sei mesi hanno reso davvero visibili quelle fratture e divisioni di lunga data già esistenti nella nostra società». Come dire che il mondo parallelo in cui sono intrappolati i Rom è sempre più distante, separato, discriminato. (Francesca Ghirardelli - Avvenire)    

Card. Zuppi ricorda l’impegno del neo card. Lojudice a favore dei Rom

29 Novembre 2020 - Bologna -  Il popolo nomade il neo cardinale, Paolo Lojudice, li aveva conosciuti quando era parroco a Tor Bella Monaca, nella zona est della capitale, ma li aveva visitati regolarmente per anni nei campi sosta e “vi aveva portato tanti seminaristi (tutti!) perché si impegnassero personalmente a favore degli ultimi”. A ricordarlo è oggi il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, il giorno dopo la creazione dei nuovi porporati voluta da Papa Francesco. Tra questo proprio l’attuale arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino. Il card. Zuppi, in un articolo su un  quotidiano, ha voluto ricordare una celebrazione,  il 26 settembre 2012, al Santuario del Divino Amore, presso la chiesa all'aperto dedicata al beato Zefirino (il santo zingaro canonizzato da San Giovanni Paolo II). La data “era per ricordare l'anniversario del primo incontro ufficiale della Chiesa con il mondo dei rom e dei sinti voluto da Papa Paolo VI proprio il 26 settembre 1965 e il ricordo ad un mese esatto dalla sua morte di don Bruno Nicolini, fondatore dell'Opera Nomadi, tra gli organizzatori di quel pellegrinaggio che a poche settimane dalla conclusione del Concilio Vaticano II voleva indicare l'attenzione e la maternità della Chiesa verso quanti vivevano (e vivono) in condizione di estrema emarginazione”. In quella occasione “si raccolsero tanti rom e sinti, con alcuni religiosi e volontari che li accompagnano nella loro peregrinazione ai margini della città“. Tra i concelebranti vi era anche il neo card. Lojudice e l’altro porporato, creato ieri, mons. Feroci. “Don Paolo - scrive il card. Zuppi - voleva superare le barriere e vivere quello che ha ricordato nella sua ultima enciclica Papa Francesco ‘Fratelli tutti’, cominciando da quanti, come i rom e i sinti, sono tra i più discriminati, anche all'interno della Chiesa. Con loro, che certamente ti benedicono, anche io ti dico: Lacio Drom, don Paolo, buon cammino!”

Migrantes Torino: un corso per conoscere Rom e Sinti

13 Novembre 2020 -

Torino - Chi sono le persone che chiamiamo rom? Di cosa parliamo quando parliamo di “campi nomadi”? A fronte della Strategia nazionale di inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti, a quali sfide siamo tutti chiamati a rispondere? E a quali, in particolare, come cristiani?

Questi gli interrogativi sui quali la Fondazione Migrantes con l’Ufficio Migrantes di Torino vuole avviare la riflessione con volontari di parrocchie e associazioni che vogliano mettersi in gioco per confrontarsi costruttivamente con Rom e Sinti che bussano alle porte delle comunità che si insediano vicino alle chiese.

Lo fa organizzando un corso in 4 incontri dal titolo “Comunità rom e sinti: oltre i luoghi comuni. Conoscere, incontrare, riflettere” che prenderà il via il 18 novembre. “È una occasione”, spiega Sergio Durando, direttore Migrantes di Torino, “che risponde ad una triplice esigenza: quella di avviare con Rom e sinti relazioni non assistenzialistiche, quella di creare relazioni costruttive tra le varie realtà che si occupano di loro, quella di intervenire positivamente sulle situazioni comprendendo difficoltà, risorse, conoscendo leggi ecc”.

Un corso qualificato dalla presenza di relatori esperti che affronta dunque il tema nomadi da un punto di vista antropologico, normativo, socio-pastorale, rivolgendosi a operatori che siano già impegnati sul campo o vogliano intraprendere questo tipo di servizio nei confronti di famiglie spesso emarginate da pregiudizi, escluse da una vita dignitosa.

Nei quattro incontri verrà fatta in particolare un’analisi della situazione delle politiche attuate oggi sul territorio nazionale e torinese per “promuovere nelle comunità cristiane la comprensione e la valorizzazione dell’identità rom e sinti, e di incoraggiare l’impegno specifico di operatori pastorali in atteggiamenti e opere di fraterna accoglienza”. ​

Rom: il piano decennale Ue per sostenere le popolazioni rom all’interno dei Paesi

9 Ottobre 2020 - Bruxelles   - Uguaglianza, inclusione, partecipazione, istruzione, occupazione, sanità e alloggi: sono i sette settori-chiave che la Commissione europea indica nel piano decennale al fine di sostenere le popolazioni rom all’interno dei Paesi Ue. Per ognuno di questi settori la Commissione ha elaborato “nuovi obiettivi e raccomandazioni che indicano agli Stati membri come realizzare gli interventi e che costituiranno anche strumenti importanti per monitorare i progressi compiuti e garantire che l’Ue compia maggiori progressi nel fornire il sostegno essenziale di cui molti rom che vivono nell’Unione hanno ancora bisogno”. Vera Jourová, vicepresidente della Commissione, spiega: “In poche parole, negli ultimi dieci anni non abbiamo fatto abbastanza per sostenere la popolazione rom nell’Ue. È imperdonabile. Molti di loro continuano a essere vittime di discriminazioni e razzismo ed è qualcosa che non possiamo accettare. Oggi promuoviamo nuovi interventi per correggere questa situazione, con obiettivi chiari e un rinnovato impegno per ottenere un reale cambiamento nel prossimo decennio”. Nel documento presentato dall’esecutivo di Bruxelles emerge che “l’emarginazione persiste e molti rom continuano a dover far fronte nelle loro vite quotidiane a discriminazioni ingiustificate, antiziganismo ed esclusione socioeconomica”. L’obiettivo che il piano decennale Ue per i rom persegue è la “parità effettiva e sostanziale”. La Commissione esplicita però alcuni “obiettivi minimali” entro il 2030. Tali obiettivi sono così espressi: ridurre di almeno la metà la percentuale di rom vittime di discriminazione; raddoppiare la percentuale di rom che denunciano le discriminazioni subite; ridurre di almeno la metà il divario di povertà tra i rom e la popolazione in generale; ridurre di almeno la metà il divario per quanto riguarda la partecipazione all’istruzione della prima infanzia. Altri obiettivi di medio periodo sono: ridurre di almeno la metà il divario in termini di occupazione e il divario di genere nei livelli di occupazione; ridurre di almeno la metà il divario per quanto riguarda l’aspettativa di vita; ridurre di almeno un terzo il divario in termini di disagio abitativo; garantire che almeno il 95% dei rom abbia accesso all’acqua di rubinetto. Per conseguire tali obiettivi, molto concreti e oggettivamente urgenti, “è fondamentale – secondo la Commissione – che gli Stati membri mettano in atto politiche adeguate”. La Commissione ha stilato anche un elenco di misure che gli Stati devono adottare per accelerare i progressi verso l’uguaglianza, l’inclusione e la partecipazione dei rom. Gli orientamenti e le misure spaziano dallo sviluppo di sistemi di sostegno per i rom vittime di discriminazione a campagne di sensibilizzazione nelle scuole, al sostegno dell’alfabetizzazione finanziaria, alla promozione dell’occupazione nelle istituzioni pubbliche e al miglioramento dell’accesso a controlli medici. “Affinché l’Unione europea diventi un’autentica Unione dell’uguaglianza dobbiamo garantire che milioni di rom siano trattati equamente, siano socialmente inclusi e possano partecipare alla vita sociale e politica senza eccezioni”, ha detto Helena Dalli, commissaria Ue per l’uguaglianza: “Con gli obiettivi fissati  nel quadro strategico, ci aspettiamo di compiere progressi concreti entro il 2030 verso un’Europa in cui i rom siano riconosciuti come parte della diversità della nostra Unione, partecipino alle nostre società e abbiano tutte le opportunità per contribuire pienamente alla vita politica, sociale ed economica dell’Ue e trarne pieno beneficio”. La Commissione invita gli Stati membri a presentare strategie nazionali d’inclusione entro il settembre 2021 e a riferire sulla loro attuazione ogni due anni. La Commissione monitorerà inoltre i progressi verso il conseguimento degli obiettivi per il 2030 sulla base dei contributi delle indagini condotte dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali e dei contributi della società civile.

Il sogno di fratel Luciano: aiutare i rom

22 Settembre 2020 - Roma - Vedere ogni mattina uscire dal quartiere tutti i bambini con lo zaino sulle spalle, tenendosi per mano, per andare a scuola ed imparare ad essere uomini responsabili e liberi: questo è stato il sogno di fratel Luciano Levri, che per vent’anni ha coordinato la missione marianista a Lezha (Alessio), in Albania, per il riscatto della popolazione rom. Un sogno per realizzare il quale il missionario marianista ha lavorato instancabilmente, giorno dopo giorno, dialogando, tessendo relazioni e smantellando pregiudizi. Quest’anno, i bambini rom di Lezha che si sono messi lo zainetto in spalla per andare alla scuola statale sono stati 190. Dai più piccoli, che frequentano la prima ai ragazzi che affrontano la nona classe. Domenica 13 settembre, a poche ore dal tanto atteso suono della campanella, quando le cartelle erano già pronte vicino alla porta di casa, anche fratel Luciano, del tutto inaspettatamente, ha preparato il suo zaino. Da alcuni mesi si trovava a Roma per una cura cardiaca. L’ultimo improvviso attacco, domenica scorsa, gli è stato fatale. Nato nell’ottobre 1944 a Lomaso, in provincia di Trento, Luciano si diploma al liceo classico e diventa laico marianista, abbracciando la vocazione propria di quest’ordine, il missionarismo culturale. Si laurea in filosofia alla Cattolica di Milano nel 1973 e per qualche tempo insegna a Campobasso e nel collegio marianista di Pallanza, finché nel 1974 è chiamato in Calabria, a Condofuri, a guidare la missione marianista. Sono anni molto intensi, durante i quali fratel Luciano fonda un centro giovanile attraverso il quale promuove la difesa dei diritti delle persone. Il suo parlare semplice e schietto, senza paura, e il coraggio di denunciare apertamente ciò che non va non piacciono. La risposta dei cosiddetti “poteri forti” non si lascia attendere. Nel 1991 una bomba viene fatta esplodere davanti al centro giovanile gestito dai marinisti. Fratel Luciano lascia nel 1995 la Calabria. “Ero come uno straccio che non asciuga più - raccontava in un documentario realizzato nel 2016 dal Centro missionario di Trento –. I miei superiori mi hanno rimandato a insegnare in un collegio. E qui c’è stato l’incontro con don Simone Jubali (1927-2011), prete albanese che ha fatto 27 anni di carcere duro, rinchiuso nelle prigioni più pesanti perché si rifiutava di obbedire al regime comunista”. Don Jumali propone ai marinisti di andare a Lezhe, per fondare una comunità in Albania. Fratel Luciano prepara ancora una volta la sua valigia e parte. La nuova comunità di Lezha viene fondata nel 2000. “Era una realtà che aveva bisogno di essere accompagnata a crescere – raccontava -. Abbiamo dato vita a una tipografia per favorire la diffusione della cultura e al centro giovanile S. Maria, per essere accanto alle giovani generazioni. All’inizio non è stato facile c’è stato il periodo della diffidenza e delle minacce, ma poi, col tempo, si è instaurato un rispetto reciproco, mai sfociato, però, nell’amicizia. È molto difficile che un rom e un bianco facciano qualcosa insieme: rimane questo retaggio di emarginazione e frustrazione per quello che generazioni di rom hanno subito da parte dei bianchi”. Nel 2004, a causa di una grande alluvione, il quartiere di Skenderberg, abitato principalmente da rom ed ashkali (o “evgjit”, come vengono chiamati in Albania) viene sommerso dall’acqua. La Caritas locale chiede ai marinisti di preparare i pasti per le famiglie rom che abitavano nelle baracche allagate e che erano attendate in misere tendopoli, montante su cumuli di immondizia. Tra un panino e un piatto di minestra calda, fratel Luciano conosce così quella che sarebbe diventata la sua nuova famiglia. E inizia a coltivare un sogno. “Prima abbiamo iniziato con corsi per insegnare ai ragazzi di 13-16 anni, a leggere e scrivere. Poi ci siamo chiesti: perché non iniziare quando l’età è giusta? Di lì a pochi mesi 24 bambini rom, tutti con un fiore di plastica in mano, sulla piazza della scuola, stretti l’uno all’altro perché avevano paura, hanno iniziato a frequentare la scuola pubblica”. “È possibile cambiare – spiegava fratel Luciano – ma a due condizioni: se noi diamo loro un sogno e se non li lasciamo soli. In tutto questo è importante la relazione, il conoscersi, il fatto che loro sappiano qualcosa di te, non solo che tu sappia qualcosa di loro. Perché Dio non ama il gruppo, la razza, i rom; Dio ama Maria, Keli, Jilir e per ognuno ha una carezza, una lacrima. Occorre arrivare al volto delle persone. Questo significa conoscerne il nome, la situazione, la famiglia, ma anche farsi conoscere. La misericordia se non è l’incontro di due volti, diventa sempre un dare senza ricevere niente. Credo che anche la carità, se non è riempita dalla relazione, è un togliersi di dosso la persona, è un dare senza coinvolgersi, senza farsi cambiare la vita. È lì che la carità porta frutto, quando mi cambia la vita e mi trasforma in una persona col cuore grande che si apre agli altri. La solidarietà è una relazione fatta dal dono. Donare è un’azione eversiva, rivoluzionaria, perché non aspetta il contraccambio. Il dono è affidare nelle mani dell’altro un bene per il quale io non voglio essere ricambiato. La solidarietà è fatta di relazione e di dono”. Il cordoglio per la morte di fratel Luciano ha superato in questi giorni le frontiere nazionali, unendo nel suo ricordo tante persone dal Trentino alla Calabria e all’Albania, fino ad arrivare a Roma. Gente di ogni estrazione culturale e religiosa, cristiani e musulmani, “gage” (bianchi) e rom. Tra i tanti i messaggi postati in questi giorni sulla pagina Facebook di fratel Luciano, anche quello di Fabio Colagrande, giornalista di Radio Vaticana: “Ci ha lasciato uno dei migliori uomini di Chiesa che ho conosciuto nella mia vita: fratel Luciano Levri, marianista e missionario in Albania, a Lezhe, dove in questi anni ha realizzato, fra le altre cose, un progetto senza precedenti per l’integrazione dei bambini rom. Se esiste davvero il paradiso, lui c’è andato come un razzo. Un vero santo. Ciao Luciano, grazie di tutto e proteggici da lassù”. (Irene Argentiero)

Mons. Palmieri nuovo Vicegerente della diocesi di Roma: l’impegno per il mondo rom

19 Settembre 2020 - Roma – E’ mons. Gianpiero Palmieri il nuovo vicegerente della diocesi di Roma. Lo ha nominato oggi papa Francesco conferendogli la dignità di arcivescovo nella sede titolare di Idassa. Mons. Palmieri, 54 anni, originario di Taranto, era vescovo ausiliare di Roma per il settore Est e vescovo delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Laziale e delegato per la Carità, la Pastorale dei Migranti e dei ROM. Recentemente ha partecipato a Frascati al convegno degli operatori pastorali della Fondazione Migrantes impegnati con i rom e sinti. In una intervista in piena pandemia a questa testata ha evidenziato le difficoltà dei più bisognosi. “Viviamo a Roma e nel Lazio  una situazione particolarmente difficile, legata al fatto che molti migranti e rifugiati politici si trovavano già, ancor prima del diffondersi del Coronavirus, nella condizione precaria di non avere un luogo in cui abitare. Le leggi restrittive approvate dal precedente Governo, con le quali si rendeva difficile se non impossibile il rinnovo del permesso di soggiorno, visto il venir meno dei motivi umanitari, hanno spinto molte persone negli alloggi di fortuna o ad ingrossare le fila dei senza fissa dimora. E’ ovvio – sottolineava il neo vicegerente - che queste persone più di altre ora si trovano esposte al pericolo del contagio; alla precarietà sanitaria e alloggiativa si aggiunge per di più l’emergenza fame: le mense che abitualmente erano sufficienti per erogare pasti a chi ne aveva bisogno, non riescono più a soddisfare una domanda enormemente cresciuta. Quindi la situazione è critica da ogni punto di vista”. A mons. Palmieri gli auguri di un proficuo ministero.

Raffaele Iaria

 

Migrantes: oggi la conclusione del convegno per gli operatori pastorali “Amici dei Rom”

13 Settembre 2020 - Roma - “Il Vangelo tra i rom. Annunciare testimoniare condividere”. Questo il tema dell’incontro di pastorale con i rom e sinti in corso, fino ad oggi, a Frascati presso Villa Campitelli e promosso dalla Fondazione Migrantes. L’incontro, al quale partecipano 70 operatori, è stato aperto venerdì sera dal direttore generale dell’organismo pastorale della Cei ed riservato agli operatori  Migrantes. “Si tratta – spiega la Fondazione Migrantes – di un momento pensato non soltanto per quanti sono già impegnati in questa pastorale specifica, ma anche per quanti vorrebbero iniziare ad impegnarsi in essa”. “Siamo molto diversi fra noi per idee, esperienze, età, provenienze – ha detto don De Robertis – ed è bene che sia così ma accomunati da una stessa passione, da uno stesso amore. L’amore per il Vangelo e per io popolo rom che abbiamo incontrato in modi e tempi diversi ma che per noi è una ricchezza”. Tra i partecipanti il vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, Gianpiero Palmieri, il catecheta Enzo Biemmì, la presidente delle teologhe italiane, Cristina Simonelli. Durante la tre giorni diverse le testimonianze di operatori pastorali impegnati sull’intero territorio nazionale.

Raffaele Iaria

Migrantes: a Frascati l’incontro degli operatori pastorali “Amici dei Rom”

11 Settembre 2020 - Roma - Sarà Villa Campitelli a Frascati (Roma) ad ospitare da oggi a domenica l’incontro riservato agli operatori  Migrantes per la pastorale con Rom e Sinti. “Si tratta – spiega la Fondazione Migrantes – di un momento pensato non soltanto per quanti sono già impegnati in questa pastorale specifica, ma anche per quanti vorrebbero iniziare ad impegnarsi in essa”. Tra i  partecipanti il vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, Mons. Gianpiero Palmieri, il catecheta Enzo Beemmì, la presidente delle teologhe italiane, Cristina Simonelli. Durante la tre giorni diverse le testimonianze di operatori pastorali impegnati sull’intero territorio nazionale. I lavori saranno aperti e conclusi dal Direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis.

Migrantes: a Frascati l’incontro degli operatori pastorali “Amici dei Rom”

8 Settembre 2020 - Roma - Sarà Villa Campitelli a Frascati (Roma) ad ospitare, questo fine settimana (11-13 settembre) l’incontro riservato agli operatori  Migrantes per la pastorale con Rom e Sinti. “Si tratta – spiega la Fondazione Migrantes - di un momento pensato non soltanto per quanti sono già impegnati in questa pastorale specifica, ma anche per quanti vorrebbero iniziare ad impegnarsi in essa”. Tra i i partecipanti il vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale Migranes della Conferenza Episcopale del Lazio, mons. Gianpiero Palmieri, il catecheta Enzo Beemmì, la presidente delle teologhe italiane, Cristina Simonelli. Durante la tre giorni diverse le testimonianze di operatori pastorali impegnati sull'intero territorio nazionale. I lavori saranno aperti e conclusi dal direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis.  

Famiglie rom di Roma scrivono a Raggi e alla città

28 Agosto 2020 -
Roma  - "Gentile sindaca Virginia Raggi, siamo famiglie che da decenni vivono a Roma. Siamo mamme e papà, cittadini romani nati e cresciuti a Roma, la città che amiamo e sentiamo nostra e nella quale tutti noi abbiamo frequentato le scuole. Molti di noi sono cittadini italiani, i giovani lo diventeranno a breve. La nostra è una storia di sofferenza e dolore, iniziata con la fuga dalla Jugoslavia e da quel momento condotta prima tra baracche e topi, poi dentro i recinti dei “villaggi” realizzati dall’Amministrazione Comunale".
Inizia così la lettera scritta  - e diffusa oggi dall'Associazione "21 luglio"  - a seguito di un percorso partecipativo, dalle famiglie che vivono all’interno dell’area F del campo rom di Castel Romano. La missiva è rivolta alla città di Roma ma soprattutto alla sindaca di Roma al fine di scongiurare lo sgombero della baraccopoli previsto il prossimo 10 settembre 2020 e soprattutto per proporre alternative concrete ad uno sgombero che appare in contrasto con il Decreto Legge n.18 del 17 marzo 2020 e successive modificazioni.
Lunedì 31 agosto, alle ore 12.00, in piazza del Campidoglio, prima di protocollare il documento, una delegazione degli abitanti della baraccopoli dell’area F di Castel Romano - informa una una nota - presenterà il testo. Insieme a loro saranno presenti Carlo Stasolla (Associazione 21 luglio), Riccardo Noury (Amnesty International), Riccardo Magi, parlamentare, Marta Bonafoni a Alessandro Capriccioli, consiglieri regionali, Giovanni Zannola, consigliere comunale, attivisti e rappresentanti della comunità ecclesiale.