Tag: Immigrati e rifugiati

Viminale: da inizio anno sbarcate 8.559 persone sulle coste italiane

19 Aprile 2021 - Roma - Sono 8.559 le persone migranti sbarcate sulle coste da inizio anno. Di questi 1.240 sono di nazionalità tunisina (14%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (1.207, 14%), Bangladesh (931, 11%), Guinea (814, 10%), Sudan (559, 7%), Egitto (452, 5%), Mali (447, 5%), Eritrea (436, 5%), Marocco (336, 4%), Algeria (320, 4%) a cui si aggiungono 1.817 persone (21%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal Ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Migrantes Palermo: un webinar sui rifugiati

19 Aprile 2021 - Palermo - La Fondazione Migrantes per il quarto anno consecutivo ha dedicato un rapporto al mondo dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Il diritto d’asilo, nell’Unione Europea e nel nostro Paese, negli ultimi anni è sembrato “sotto attacco” a causa di circolari, norme e leggi che hanno mirato a renderne l’accesso e l’esigibilità sempre più difficile. Con la pandemia di Covid-19 le frontiere si sono chiuse ancora di più e per quanti cercano un “rifugio” ci sono stati maggiori ostacoli. A giugno del 2020 quando sono stati resi pubblici i dati dell’UNHCR su sfollati e rifugiati nel mondo, si ha avuta la conferma di quello che molti temevano: il numero dei migranti non era mai stato così alto dopo la Seconda guerra mondiale: quasi 80 milioni di persone, in fuga dalle loro case, di cui quasi 46 milioni sfollati interni. Papa Francesco, per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato (GMMR), usa già nel titolo del suo Messaggio un’immagine estremante pregante: “Come Gesù Cristo costretti a fuggire”. Il Diritto d’asilo-Report 2020 prova a dare strumenti di riflessione non solo statistici ma anche etici, non rinunciando a far vedere anche le diverse storie che, nonostante il contesto attuale, crescono e fioriscono nel nostro Paese quando le persone e le istituzioni si attivano e si incontrano al di là delle norme e delle etichette. Cerca anche di offrire una mappatura di come e in quali forme i richiedenti asilo, i rifugiati e i migranti siano diventati volontari e il vicino solidale di qualcun altro prima e durante la pandemia. L’auspicio, come negli anni precedenti, è che questo volume possa aiutare a costruire un sapere rispetto a chi è in fuga, a chi arriva a chiedere protezione nel nostro continente e nel nostro Paese, una conoscenza che ci aiuti a restare o ritornare “umani” capaci di affiancarci a chi è in difficoltà per non dover più dire come invece ci troviamo costretti a mettere nel titolo anche quest’anno: Costretti a fuggire… ancora respinti. La presentazione del rapporto 2020, organizzata dall’Ufficio Migrantes, dalla Caritas Diocesana e dall’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni sociali si svolgerà mercoledì 21 aprile dalle ore 18:00 alle ore 19:30 in modalità online. Parteciperanno Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo; Francesco Lo Piccolo, direttore del CIR-Migrare; Mariacristina Molfetta, redattrice del Report 2020; Giusto Picone, coordinatore scientifico CIR-Migrare; Aldo Schiavello, Università di Palermo: i corridoi universitari, UNICORE; Anna Cullotta, Caritas diocesana; Eliana Romano, ex dirigente, accoglienza dei rifugiati nella scuola; Mario Affronti direttore Migrantes di Palermo e della Sicilia che introduce i lavori moderati da Luigi Perollo, Direttore dell’Ufficio diocesano per le Comunicazioni sociali di Palermo    

Don Luigi e l’avamposto di umanità per i migranti della rotta alpina

19 Aprile 2021 - Milano - In alta montagna, a metà aprile l’inverno non ha ancora allentato la sua morsa. Specialmente di notte, la temperatura resta vicina allo zero e spesso scende anche sotto. Quest’anno, poi, il freddo ha voluto dare un’ultima sferzata, prima di andarsene, con nevicate abbondanti e brusche gelate. È in queste condizioni che intere famiglie migranti cercano di attraversare il confine tra Italia e Francia. Si inerpicano sui valichi a duemila metri. Rischiano l’assideramento, di perdersi nei boschi o di venire intercettate dalla polizia e rispedite indietro. Però non desistono. Provano e riprovano. Tre, quattro, dieci volte. Oltre la frontiera (ammesso di arrivarci) li aspettano altre frontiere, altre settimane o mesi di cammini pericolosi, su strade inaccessibili. Altri mille espedienti per nascondersi. Tutto pur di raggiungere la loro terra promessa: la Germania o qualche altro Paese del Nord Europa. A Oulx, provincia di Torino, in alta Val di Susa, a una quindicina di chilometri dal confine francese, si trova il rifugio “Fraternità Massi”, attualmente l’unico punto di accoglienza per chi vuole tentare la traversata. O per chi, magari, l’ha già tentata senza successo. Inaugurato nel 2018, dopo le tragedie di alcuni migranti trovati morti lungo i sentieri alpini, oggi è aperto 24 ore su 24. «A chi passa, offriamo un letto, un pasto caldo, dei vestiti» ci racconta il referente, don Luigi Chiampo, parroco di Bussoleno, che si occupa della struttura insieme con una trentina di volontari. «In questo momento, i nostri ospiti sono in prevalenza famiglie afghane, iraniane e pakistane provenienti dalla rotta balcanica» spiega il sacerdote. «Famiglie numerose, con almeno tre figli ciascuna. Tanti i bambini, alcuni piccolissimi. A loro si aggiungono giovani nord e centroafricani che, sbarcati a Lampedusa, hanno attraversato l’Italia e ora cercano di passare il confine». Ogni notte, almeno una trentina di persone chiedono accoglienza al rifugio. E sono sempre di più, specialmente da quando, a marzo, la vicina casa cantoniera (che era stata occupata da anarchici italiani e francesi e che dava ospitalità ad alcuni migranti) è stata sgomberata, tra le polemiche. Il flusso è continuo. Giorno e notte, senza sosta. «Quando arrivano da noi», spiega don Chiampo, «spesso i migranti sono stremati e disorientati. Alcuni pensano di essere a Ventimiglia, un luogo di cui hanno sentito parlare perché per molto tempo è stato la sola porta d’accesso alla Francia. Pochi parlano inglese o altre lingue conosciute da noi, per questo non è sempre facile interagire. Fortunatamente possiamo contare su mediatori culturali, che ci aiutano, anche al telefono, nelle traduzioni». In una stanza del rifugio è stato allestito un ambulatorio medico, risorsa quanto mai preziosa, gestito dai volontari dell’associazione “Raimbow For Africa”, mentre la Croce Rossa sorveglia strade e sentieri alla ricerca di chi è in difficoltà. La “fraternità Massi” si sostiene con il contributo di diverse realtà, tra cui la Fondazione Magnetto e la diocesi di Susa. Per passare il confine i migranti cercano ogni strada. Qualcuno ci prova in bus, ma il più delle volte viene facilmente bloccato e rimandato indietro. Altri tentano con le piste da sci. I più temerari (di solito gli afghani, che conoscono di più la montagna) si avventurano lungo i sentieri d’alta quota, tra pericoli e insidie di ogni tipo. «Molte volte arrivano qui con indumenti totalmente inadeguati» racconta il sacerdote. «Recentemente abbiamo accolto una ragazza incinta, che aveva i piedi semicongelati. Ecco perché, nei limiti del possibile, cerchiamo di offrire anche scarpe e vestiti adatti alla vita d’alta quota. Le famiglie sono le più determinate. Spesso hanno venduto tutto ciò che avevano, per questo viaggio. Tentano e ritentano, pur tra mille difficoltà. Il loro obiettivo non è la Francia. Quasi tutti sperano di arrivare in Germania, dove le comunità afgane e iraniane sono molto presenti». Il flusso non si è fermato nemmeno nei mesi più duri della pandemia, ma solo di recente il viaggio degli invisibili è tornato sotto i riflettori, per un fatto di cronaca. Una bimba di otto anni, afghana, che stava cercando di passare il confine insieme alla sua famiglia, è stata bloccata dalla gendarmeria francese. Altolà, urla, armi spianate, in piena notte. La bimba (che già si portava addosso i traumi atroci di una guerra) è rimasta così terrorizzata che per lei è stato necessario un ricovero all’ospedale Regina Margherita di Torino. Un caso eclatante, ma di sicuro non l’unico. Alle controversie internazionali, agli scaricabarili, alle infinite diatribe politiche, don Chiampo e i suoi volontari rispondono con la concretezza di un gesto d’accoglienza. Un piatto caldo, una coperta sulle spalle, magari una carezza sulla guancia. «Crediamo nella legalità, che è fonte di ordine», dice il sacerdote, «ma quando la legalità diventa legalismo, si genera esclusione. Non può esserci legalità senza umanità. E per affrontare il problema in modo strutturale, non sempre e solo come emergenza, una strada percorribile, forse la sola, sarebbe quella dei corridoi umanitari». (Lorenzo Montanaro - Famiglia Cristiana)  

Oim e Unicef: 16 bambini e 26 adulti morti in naufragio al largo di Gibuti

16 Aprile 2021 - Roma - Almeno 16 bambini e 27 adulti sono morti dopo che una nave di migranti, guidata da responsabili di traffico di esseri umani, si è ribaltata al largo della costa del Gibuti nelle prime ore di lunedì mattina, 12 aprile. A confermare la notizia, ieri, l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e l’Unicef. La nave portava almeno 60 migranti che cercavano di tornare a casa nel Corno d’Africa, dopo essere fuggiti dallo Yemen, Paese devastato dalla guerra dove migliaia di migranti, compresi bambini, sono bloccati e intrappolati. “Questa nuova tragedia testimonia le misure disperate a cui la gente sta facendo ricorso per sfuggire alle difficoltà economiche, aggravate dalla pandemia da Covid-19”, commentano. Tra i morti ci sono 8 ragazzi, 8 ragazze e almeno una donna in stato di gravidanza. Un bambino di sette anni è tra i sopravvissuti tratti in salvo dalle acque. E’ il secondo incidente di questo tipo che comporta la perdita di vite di bambini migranti e donne in poco più di un mese. All’inizio di marzo, 80 migranti, tra cui dei minorenni, sono stati gettati in mare da responsabili di traffico di persone nelle stesse acque. Almeno 5 e fino a 20 persone sono morte. I dati del 2021 indicano che un numero crescente di rifugiati e migranti, tra cui sempre più spesso donne e bambini piccoli, affrontano i pericoli della rotta marittima verso la penisola arabica, ma anche dalla costa dello Yemen al Gibuti, nonostante i rischi. L’Oim e l’Unicef stanno già lavorando con le autorità del Gibuti e prevedono di incontrare congiuntamente le autorità locali per offrire sostegno e discutere ulteriori misure per la prevenzione di queste “insensate tragedie”. Queste misure rafforzeranno diverse azioni già in corso da parte del governo del Gibuti, con il sostegno dell’Oim e dell’Unicef, per garantire le migliori condizioni possibili per le persone che attraversano il Gibuti dai Paesi di confine verso lo Yemen via mare, come la fornitura di beni di prima necessità tra cui assistenza sanitaria, cibo, acqua e riparo.

Viminale: da inizio anno sbarcate 8.505 persone sulle coste italiane

15 Aprile 2021 - Roma – Sono 8.505 le persone migranti sbarcate sulle coste da inizio anno. Di questi 1.240 sono di nazionalità tunisina (15%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (1.192, 14%), Bangladesh (931, 11%), Guinea (812, 9%), Sudan (559, 7%), Egitto (452, 5%), Mali (447, 5%), Eritrea (436, 5%), Marocco (336, 4%), Algeria (320, 4%) a cui si aggiungono 1.780 persone (21%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. I dati sono aggiornati alle 8 di questa mattina dal Ministero dell’Interno. Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 76.305 persone su tutto il territorio nazionale di cui 129 negli hot spot della Sicilia, 50.769 nei centri di accoglienza e 25.407 nei centri Sai. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (13%, in totale 9.989 persone), seguita da Emilia Romagna (11%), Lazio, Piemonte e Sicilia (9%), Campania (7%), Puglia, Toscana e Veneto (6%).

L’Alto Commissario Onu per i Rifugiati in visita al Centro Astalli

15 Aprile 2021 - Roma - L’alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, ha visitato la mensa del centro Astalli, la scuola di italiano e il centro d’accoglienza per donne rifugiate sole o con bambini. “Siamo grati a Filippo Grandi di essere venuto a trovare i rifugiati. Ha incontrato uomini e donne di varie nazionalità (Congo, Iraq, Siria, Mali, Nigeria, Azerbaigian, Tagikistan, Venezuela, Camerun) che gli hanno raccontato storie personali, progetti e speranze di chi in Italia cerca protezione, diritti e giustizia”, ha detto P. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli. Durante la visita è emerso che anche nella pandemia l’integrazione in Italia rimane “uno dei nodi fondamentali da sciogliere su cui le istituzioni devono impegnarsi per superare la logica dell’emergenza e arrivare a misure strutturali di lungo termine che diano opportunità concrete di inclusione, necessarie non solo ai rifugiati ma all’intero paese”. In particolare, sottolinea p. Ripamonti: “ascoltando la voce dei rifugiati sappiamo che Filippo Grandi porterà con sé l’urgenza di un’Italia che deve investire in integrazione anche nella pandemia, per uscirne più coesa. Temi come tempi ragionevoli per l’ottenimento del permesso di soggiorno, la formazione, l’inclusione lavorativa, la conversione dei titoli di studio, i ricongiungimenti familiari e l’accesso al credito, sono la via da percorrere con decisione per rendere l’Italia un paese unito, solidale e prospero”.

 

Quei rifugiati senza protezione

15 Aprile 2021 - Milano - La sintonia tra il Viminale e l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati sulla protezione dei migranti e sui corridoi umanitari. La nuova strategia Ue per la lotta alla tratta degli esseri umani. Le istituzioni si preparano ad affrontare i nuovi flussi migratori, con le incognite legate alla seconda estate in piena pandemia, dopo un 2020 che ha visto in forte calo le domande d’asilo. Lo ha certificato il rapporto del Cir, il Consiglio italiano per i rifugiati, secondo cui da una parte l’inasprimento della legislazione (dopo l’entrata in vigore dei decreti Salvini) ha limitato le possibilità di protezione per richiedenti asilo e rifugiati «complicando i nostri interventi di tutela e integrazione – si legge –. Una situazione che dal punto di vista normativo è decisamente migliorata solo dopo la riforma dei decreti sicurezza». D’altro canto, la pandemia ha colpito duramente quanti cercano protezione in Italia rendendo le loro vite (come quelle di molti italiani) più isolate e a rischio di marginalità sociale. Nel 2020 sono state presentate 26.963 domande d’asilo, in calo del 39% rispetto al 2019. Sul totale delle richieste esaminate dalle Commissioni territoriali per l’asilo (41.753), ben il 76% ha ricevuto un diniego; solo l’11,8% ha ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato e il 10,3% la protezione sussidiaria. Infine, meno del 2% ha avuto la cosiddetta 'protezione speciale'. Un tasso di protezione totale in calo del 12% rispetto al 2018, ovvero prima dell’entrata in vigore dei decreti sicurezza (avvenuta nel mese di ottobre). «Alla difficoltà della pandemia – ha sottolineato il Cir – si sono sommate quelle prodotte dall’improvvisa condizione di irregolarità di molte persone che cercavano protezione nel nostro Paese». Di questo hanno discusso ieri la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, e l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi. In particolare, Lamorgese ha manifestato la disponibilità a rafforzare e intensificare le iniziative comuni per l’accoglienza, con particolare riferimento all’organizzazione dei corridoi umanitari. Il commissario Grandi ha ringraziato riconoscendo il ruolo dell’Italia, tra i Paesi che offrono maggiori garanzie a rifugiati e richiedenti asilo.    

Il dramma della migrazione nel Continente americano

14 Aprile 2021 - Roma - Il quotidiano Avvenire di ieri, martedì 13 aprile, ha pubblicato un articolo del giornalista e scrittore Ferdinando Camon, da cui si rileva uno spaccato drammatico dell’emigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti d’America e, in particolare, la vicenda di ragazzini, che, pur di scappare dalla miseria, “s’imbucano nei pullman dei turisti …. tra i bagagli e le ruote di scorta” e, una volta varcato il confine, essi affrontano le mille insidie del deserto. Wilton Obregon, un bambino di circa 10 anni, e sua madre, nicaraguensi, attraversano il confine, ma dalla polizia sono rimandati in Messico e qui catturati da una banda di criminali, i quali ne chiedono il riscatto ad un loro parente, che vive a Miami. Ottenutolo, i sequestratori liberano solo il ragazzino, lo portano oltre il muro di confine e lo abbandonano nel deserto, affidandolo “al suo destino, alla vita o alla morte”. Fortunatamente il ragazzino riesce, da solo, a raggiungere la strada, dove viene preso dalla polizia statunitense. L’autore amaramente conclude: “Vanno e vengono, catturati e sequestrati, liberati e di nuovo in fuga, noi non conosciamo tutto questo groviglio di vita e di morte, d’incontri con i sequestratori e con i poliziotti, e liquidiamo l’intero fenomeno con una sola parola innocente: migrazione.” Un articolo che invita a riflettere sul dramma della migrazione nel Continente americano. (Mirko Dalla Torre)

Un sito su idee imprenditoriali di migranti africani

14 Aprile 2021 -   Milano - Migranti africani cercano investitori per realizzare il loro sogno imprenditoriale. Per facilitare l'incontro tra aspiranti imprenditori di origine straniera e finanziatori è nato Diasporabusiness.eu, il portale che mette in vetrina le start-up di migranti alla ricerca di un partner finanziario. Il progetto è stato creato nell'ambito di  BITE (Building Integration Through Entrepreneurship) con l'obiettivo di promuovere l'integrazione dei migranti dell'Africa subsahariana presenti in Italia, Svezia e Grecia, attraverso la valorizzazione del loro potenziale imprenditoriale. Il progetto BITE è cofinanziato dalla Commissione Europea – DG Internal Market, Industry, Entrepreneurship and SMEs - e realizzato da Etimos Foundation in collaborazione con Fondazione ISMU, E4Impact, Comune di Milano, European Regional Framework for Cooperation (Grecia) e Integra AB (Svezia). Diasporabussiness.eu è il punto di arrivo di un articolato percorso iniziato nel 2018 con il lancio di BITE: al progetto hanno aderito più di 100 immigrati di origini africane che vivono in Italia (48), Grecia, e Svezia, i quali, attraverso un rigoroso programma di formazione e mentoring, hanno acquisito conoscenze, competenze, attitudini e il network necessari per poter creare, sviluppare e lanciare piccole e medie imprese di successo che abbiano un impatto sociale ed ambientale positivo. Dalla casa di produzione discografica alla sartoria etnica, dai viaggi alla scoperta delle popolazioni locali ai ristoranti fusion, fino alla bigiotteria in avorio vegetale. Queste sono solo alcune delle idee di business, sviluppate finora.  

Amnesty: “odio online contro migranti e rifugiati”

14 Aprile 2021 - Roma - Anche in tempo di pandemia migranti e rifugiati sono il capro espiatorio prediletto dagli odiatori, a fianco di operatori sanitari, runner e di coloro che godono di presunti ed esclusivi benefici. E’ quanto emerge dalla ricerca di Amnesty International Italia “Il Barometro dell’odio”, giunta alla sua quarta edizione e dedicata quest’anno all’intolleranza pandemica, ossia l’analisi dell’impatto della pandemia da Covid-19 sui diritti economici, sociali e culturali e sull’odio online. La ricerca, svolta tra giugno e settembre 2020, ha preso in analisi oltre 36.000 contenuti unici, tra post/tweet e relativi commenti di 38 pagine/profili pubblici di politici, testate giornalistiche, rappresentanti del mondo sindacale (organizzazioni e singoli) ed enti legati al welfare. Dall’analisi è emerso che: i commenti sono nel 10,5% dei casi offensivi e/o discriminatori e l’1,2% di questi è hate speech (+0,5% rispetto alle scorse edizioni). Si offende di meno, si incita di più all’odio; l’odio online è più radicalizzato quando incrocia i temi legati ai diritti economici, sociali e culturali; i dati aumentano quando questo tipo di contenuti incrocia anche temi come “immigrazione” e “rom”. Le principali sfere dell’odio sono: nei post/tweet islamofobia (46%), sessismo (31,3%), antiziganismo (23,1%), antisemitismo (20,1%), razzismo (7,9%); nei commenti islamofobia (21%), razzismo (19,6%), antiziganismo (19%), antisemitismo (16,6%), omobitransfobia (14,5%). Andando oltre le prime cinque sfere dell’odio più diffuse tra i commenti, troviamo quella classista (11,2%)

Sant’Egidio: firmato in Francia un nuovo accordo per l’ingresso di 300 rifugiati con i corridoi umanitari

13 Aprile 2021 - Roma - È stato firmato a Parigi, dai Ministri dell’Interno e degli Esteri, insieme ai responsabili della Comunità di Sant’Egidio e delle Semaines Sociales de France, il rinnovo del protocollo per il progetto dei Corridoi umanitari. L’accordo stabilisce le condizioni di identificazione, accoglienza e integrazione in Francia nei prossimi due anni di 300 rifugiati attualmente in Libano, provenienti dall'Iraq e dalla Siria, con priorità a persone e famiglie vulnerabili. Questo secondo protocollo segue il primo, firmato nel 2017, che ha già permesso, con gli stessi criteri, l'ingresso in Francia di 504 persone. Avviati in Italia nel febbraio 2016, i Corridoi umanitari hanno già accolto in Europa (in Italia, Francia, Belgio e Andorra) oltre 3.500 rifugiati in fuga da Siria, Iraq, Libia, Etiopia e Lesbo, ai quali è stato garantito un percorso sicuro (in aereo) insieme ad un programma di integrazione. Le storie di coloro che sono già arrivati dimostrano - spiega la Comunità di Sant'Egidio in una nota - che è possibile non solo salvare chi rischia di cadere nelle mani dei trafficanti di esseri umani, ma anche avviare percorsi di integrazione. Soprattutto in questo tempo di pandemia, pieno di difficoltà di ogni tipo – basta pensare alla situazione di alcuni Paesi di prima accoglienza, come lo stesso Libano - è importante non lasciare soli tanti profughi che attendono, con le loro famiglie, una risposta di solidarietà. I Corridoi umanitari hanno visto crescere in cinque anni la generosità di molti cittadini che, con il loro impegno volontario e gratuito dimostrano che è possibile costruire un'Europa coerente con i suoi ideali di umanesimo e di solidarietà.  

Trentaquattro migranti morti al largo di Gibuti

12 Aprile 2021 - Gibuti - Un altro viaggio della speranza dal tragico epilogo. Trentaquattro migranti sono morti in seguito al ribaltamento della loro imbarcazione al largo di Gibuti. Lo ha reso noto oggi l’Organizzazione mondiale delle migrazioni (Oim). Il piccolo Stato tra Eritrea, Etiopia e Somalia, è al cento di una delle rotte migratorie più pericolose al mondo. Al momento - scrive l'Osservatore Romano - non si conoscono ulteriori dettagli sulla tragedia. Anche la rotta delle Canarie, altrettanto pericolosa, continua a mietere vittime. Ieri, almeno quattro migranti sono stati trovati morti al largo delle coste dell’arcipelago spagnolo su un’imbarcazione che trasportava 23 persone, tutte originarie dell’Africa subsahariana. Il barcone è stato localizzato da un peschereccio a circa 200 chilometri a sud dell’isola di El Hierro. Lo riporta «El País», citando fonti del Soccorso Marittimo. Sei persone sono state trasferite in elicottero in condizioni gravi all’a e ro - porto di Tenerife Sud. Altri due elicotteri sono intervenuti per portare in salvo i migranti ancora a bordo. In un primo momento, fonti della delegazione governativa alle Canarie avevano riferito di undici morti. Le quattro nuove vittime portano tristemente a 47 il bilancio dei morti sulla rotta delle Canarie dall’inizio dell’anno. Cifra che potrebbe però arrivare a sfiorare il centinaio se si tiene conto dei migranti di cui si sono perse le tracce e i cui corpi non sono stati ritrovati. Secondo i dati ufficiali, almeno 3.436 migranti sono sbarcati alle Canarie tra il 1° gennaio e il 31 marzo, rispetto ai 1.582 nello stesso periodo del 2019.  

Migrantes Torino: dal 21 aprile un corso per famiglie che desiderano accogliere

9 Aprile 2021 - Torino - Un corso per famiglie che desiderano accogliere. Lo propone, dal prossimo 21 aprile, l'Ufficio Migrantes di Torino ed è rivolto a chi è interessato all'accoglienza dei rifugiati che necessitano ancora di un supporto per poi poter proseguire in autonomia il loro percorso di integrazione nel nostro paese. Si tratta di un percorso di formazione, con il confronto con chi ha già vissuto questa esperienza, rivolto a singoli e famiglie che vogliono sperimentare l’accoglienza di un rifugiato nella propria casa. Il corso è articolato in quattro incontri di approfondimento dedicati ai temi delle aspettative, dei diritti e dell’esperienza di accoglienza. Il corso, promosso dalla Migrantes di Torino, si avvale della collaborazione dell’Associazione Famiglie Accoglienti, nell’ambito del progetto Rifugio Diffuso promosso dall’Ufficio Stranieri di Torino.

Viminale: da inizio anno sbarcate 8.505 persone sulle coste italiane

9 Aprile 2021 - Roma - Sono 8.505 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 1.239 sono di nazionalità tunisina (15%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Costa d’Avorio (1.109, 13%), Bangladesh (915, 11%), Guinea (752, 9%), Sudan (465, 5%), Eritrea (430, 5%), Egitto (362, 4%), Mali (361, 4%), Marocco (317, 4%), Algeria (316, 4%) a cui si aggiungono 2.239 persone (26%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Gesuiti: “la pandemia ha aggravato le disuguaglianze nel sistema di accoglienza”

9 Aprile 2021 - Roma - “Di male in peggio. Il Covid-19 aggrava le disuguaglianze nell’accoglienza dei richiedenti asilo”. E’ questo il titolo del rapporto realizzato dal Jesuit Refugee Service comparando i vari Paesi europei. “Tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo 2020 – si legge nel rapporto - è diventato chiaro che l'epidemia di Covid-19 aveva raggiunto l'Europa. A metà marzo quasi tutti gli Stati membri dell'Ue hanno adottato una serie di misure per limitare il contagio, comprese misure come quella di limitare i viaggi sia nazionali che internazionali. Inoltre, in molti paesi, i governi hanno ordinato alle loro popolazioni di rimanere a casa e prendere le distanze in presenza di altre persone”. “In molti paesi europei – continua il rapporto - il Jrs è attivo nel fornire accoglienza ai richiedenti asilo, sia all'interno dei sistemi di accoglienza nazionali o colmando alcune lacune di tali sistemi. Jrs ha quindi assistito in prima persona alle difficoltà incontrate dai richiedenti asilo nell'adesione alle misure di prevenzione del Covid-19 dovendo spesso condividere i loro spazi di vita con molte altre persone. Il Jrs ha anche rilevato come la già carente fornitura di accoglienza e assistenza sia stata aggravata dalla pandemia”. “Insieme a partner in nove Stati membri dell'Ue (Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Malta, Portogallo, Romania e Spagna) abbiamo deciso di mappare e analizzare la possibilità di accedere e rimanere nel sistema di accoglienza durante la pandemia. Abbiamo anche studiato l’impatto delle misure di prevenzione del Covid-19 sulle condizioni materiali di accoglienza. Infine, abbiamo esaminato la resilienza dei sistemi di accoglienza in tempi di pandemia esplorando fattori come la capacità di risposta delle autorità responsabili nel fornire orientamenti alle strutture di accoglienza e l'adattabilità dei diversi modelli di accoglienza ai requisiti del Covid-19. Abbiamo raccolto e confrontato le informazioni relative alla situazione in questi campi in precedenza, durante e dopo il blocco iniziale, tenendo traccia degli sviluppi rilevanti fino a fine novembre 2020. In questo rapporto, "lockdown" si riferisce al periodo in cui il più alto numero di restrizioni (cioè limitazioni di movimento, limitazione massima della vita sociale e pubblica e raduni, chiusura di negozi, bar e ristoranti) erano in atto nella maggior parte dei paesi. Il periodo di lockdown iniziale è iniziato approssimativamente a metà marzo ed è durato fino a maggio/giugno 2020, per la maggior parte dei paesi. Questo è stato seguito da un periodo in cui le restrizioni per il Covid-19 sono state allentate, sebbene mai completamente rimosse. Nell'estate del 2020, alcuni paesi hanno reintrodotto misure più rigorose e all'inizio di novembre 2020 erano entrate in vigore nuove forme di lockdown di nuovo nella maggior parte dei paesi presi in esame”. “Questa ricerca si basa sulle informazioni raccolte dall'esperienza diretta dei partner del Jrs che prestano servizi nelle strutture di accoglienza e organizzano direttamente l'accoglienza per i richiedenti asilo, all'interno dei sistemi nazionali formali o indipendentemente. Le informazioni sono state verificate in modo incrociato e integrate da una ricerca documentale per confermare i nostri risultati. Nei casi di Belgio e Spagna, dove i partner del Jrs Europa non sono direttamente coinvolti nell'accoglienza dei richiedenti asilo, le informazioni sono state raccolte principalmente attraverso ricerche documentali e contatti con altre organizzazioni nazionali pertinenti”. “Il nostro lavoro è stato limitato da diversi fattori al di fuori del nostro controllo: l'intrinsecamente volatile situazione correlata alla pandemia si traduce in misure che sono in continua evoluzione e difficili da seguire e valutare, soprattutto visto il breve lasso di tempo durante il quale abbiamo la mappatura. Inoltre, l'esperienza diretta dei nostri partner non è sempre in grado di riflettere un'immagine completa delle problematiche legate all'accoglienza in un dato paese. Questo è in particolare il caso dei paesi in cui l'accoglienza è organizzata da una grande moltitudine di attori o dove la responsabilità è decentralizzata. Tuttavia, siamo fiduciosi che i risultati che presentiamo sono sufficientemente rappresentativi per consentirci di trarre lezioni pertinenti e raccomandazioni per il futuro, sia nel contesto di una pandemia, sia più in generale per una politica di accoglienza umana, accogliente e inclusiva”.  

Il migrante arrivato dal mare che accoglie i fratelli profughi

9 Aprile 2021 - Roccella Jonica - Mohammed Hussin Hari è giunto a Roccella Jonica sei anni fa. Era il 6 novembre 2015 e il freddo s’era già impossessato del suo spazio di stagione quando sbarcò da un’imbarcazione sulla costa ionica reggina assieme ad altri disperati compagni di viaggio salpati dalla Turchia. Uno straniero come i tanti che arrivano qui sulle rotte della disperazione e della speranza; ma ora Momo – così lo chiamano tutti – ha un motivo in più per non sentirsi estraneo nella comunità calabrese: infatti è diventato cittadino onorario di Roccella Jonica per meriti speciali. Il Consiglio comunale lo scorso mese di marzo gli ha tributato il riconoscimento «in segno della profonda riconoscenza e concreta gratitudine per il suo operato e come manifestazione dei sentimenti di solidale accoglienza che caratterizzano la nostra comunità». Momo parla 5 lingue e ogni volta che un barcone approda nella Locride è sempre il primo ad accogliere i migranti e a fare da tramite con forze dell’ordine, medici e volontari. È lui che tranquillizza tanto chi arriva quanto chi deve accogliere. La goccia che ha colmato il vaso della riconoscenza della comunità calabrese nei confronti di questo mediatore linguistico di origini irachene è caduta la scorsa estate, quando a Roccella arrivò l’ennesimo gruppo di migranti, tra cui 15 minori non accompagnati. Il giorno dopo si seppe che alcuni di loro erano positivi al Covid. Scattò allora una complicata macchina organizzativa, mirata anzitutto a trovare loro una sistemazione. Ma soprattutto c’era da pensare a come garantire ai ragazzi, già duramente provati, le cure e l’assistenza necessarie a rendere dignitosa e sicura la loro permanenza in quarantena. Senza trascurare l’impatto della notizia sulla popolazione. Fu proprio Momo allora a tendere una mano fondamentale: «Tranquillo sindaco, sto io con i ragazzi. Mi prendo cura io di loro per questa settimana». Sette giorni che diventarono un mese, mentre Comune, Prefettura e forze dell’ordine lavoravano per garantire la sicurezza e la salute di tutti. Al fianco dei ragazzi c’era sempre Momo: parlava con loro, sempre più sconfortati, riferiva di cosa avevano bisogno, cucinava, curava le loro ferite, verificava che prendessero i medicinali, sorvegliava sulle condizioni igieniche. Fino al 18 agosto, quando l’ultimo giovane migrante partì per Roma. «Senza Mohammed quei ragazzi non avrebbero retto, non saremmo riusciti a garantire un’ospitalità dignitosa», sottolinea ora il portavoce dell’amministrazione comunale ricordando l’arrivo di Momo cinque anni fa, accolto dai volontari dell’Associazione 'Aniello Ursino', da Mimmo e dalla signora Rosella. Aggiunge: «Ha iniziato a lavorare, a conoscere altre persone che hanno imparato a stimarlo per la sua serietà e la sua disponibilità. Ogni volta che si registra uno sbarco la prima cosa che tutti chiediamo è: 'Ma Momo c’è?'. E Momo c’è, sempre». «Grazie, grazie a tutti per questo riconoscimento. È una cosa grande per mi», racconta commosso il neo-cittadino nel suo italiano ancora incerto ma più che comprensibile, a margine della manifestazione ufficiale celebrata il mese scorso in municipio. «tutti qui mi rispettano, grazie, grazie a tutti. Sono felice, in questo momento così difficile per tutto il mondo, di essere in Italia e a Roccella». Ma felice si dimostra anche il sindaco della cittadina della Locride, Vittorio Zito, il quale ricorda l’impegno continuo di Momo ad ogni sbarco e sottolinea come l’aiuto garantito la scorsa estate è andato non solo a vantaggio di Roccella «ma di tutta l’umanità. Momo riesce sempre a tranquillizzare i migranti spiegando loro che cosa devono fare e d’altra parte a noi dice quali sono le loro esigenze». (Domenico Marino)  

Le sfide dell’emigrazione: un dibattito all’università di Siena

8 Aprile 2021 - Siena - Si è svolto questa mattina, in videoconferenza, il seminario dal titolo “Le sfide dell’emigrazione”, organizzato dal dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università di Siena. L’incontro è stato organizzato per gli studenti dei corsi di Storia dei rapporti tra Stato e Chiesa, tenuto dal professor Bianchi, e Demografia e disuguaglianza territoriali, tenuto dalla professoressa Buccianti. A relazionare sono stati chiamati il card. Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena – Colle Val D’Elsa - Montalcino e delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Toscana e mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, con una lunga esperienza nel campo delle migrazioni e  già Direttore Generale della Fondazione Migrantes. Il dibattito si è aperto con i saluti istituzionali del Direttore del Dipartimento prof. Gerardo Nicolosi e con una introduzione del card. Lojudice seguito dalla testimonianza di mons. Pierpaolo Felicolo, direttore Migrantes della diocesi di Roma e dalla relazione di mons. Perego che ha concentrato il suo intervento sulle sfide che ci smuovono, ci obbligano ad assumere nuove prospettive e a sviluppare nuove risposte sul tema migratorio. Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse, ha detto il presule che ha sviluppato alcuni punti su cui riflettere a partire dalla sfida della realtà contro l’ideologia. Oggi – ha detto - sono circa 272 milioni i migranti internazionali, di cui il 74% in età economicamente attiva (tra 20 e 64 anni). Di questi 164 milioni sono lavoratori migranti, 26 milioni sono i rifugiati, 4,2 milioni i richiedenti asilo e 50,8 milioni gli sfollati interni, sia per conflitti che per catastrofi naturali. Riferendosi all’Italia i migranti sono circa 5.300.000, la maggior parte in età economicamente attiva. Di questi 2 milioni sono le famiglie; quasi tre milioni i lavoratori; 207mila i rifugiati; solo 1 su 10 di coloro che sono sbarcati sulle nostre coste si è fermato in Italia. Sono solo 80 mila il saldo tra chi è arrivato e chi è partito. L’Italia, per tanti motivi, ha detto mons. Perego, non è un Paese in cui i migranti vogliono fermarsi. A seguire ha analizzato “La sfida dell’apertura e dell’accompagnamento più che del rifiuto e del respingimento”; “La sfida dell’Investimento nella cooperazione allo sviluppo”. Ha affrontato il tema sull’”accompagnamento degli studenti stranieri” e sulla cittadinanza italiana  ha detto che bisogna estendere “più che limitare”. E ancora il tema sulle “Aree metropolitane e i migranti”. In generale i migranti tendono a spostarsi dalla periferia verso il centro delle città per sentirsi più inclusi, ha detto mons. Perego. E poi la sfida dei diritti che hanno i migranti, la sfida dell’ingresso di famiglie e di richiedenti asilo, la sfida delle seconde generazioni, e concludendo, la sfida allo sfruttamento lavorativo. Concludendo i lavori il card. Lojudice ha evidenziato come una delle sfide sul tema migratorio oggi è quello ideologico che bisogna superare con la conoscenza del fenomeno. Il porporato ha poi citato i messaggi di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebra ogni anno sottolineandone l’importanza non solo dal punto ecclesiale ma anche civile.

Senegal: da una ricerca di Sophia il 90% degli studenti vuole emigrare

8 Aprile 2021 -
Roma - Da una ricerca in quattro istituti di istruzione superiore a Dakar, realizzata dalla Cooperativa Sophia emerge che più del 90% degli studenti vuole intraprendere la strada della migrazione per il proprio futuro. Dai questionari - fa sapere al cooperativa - emerge però che gli studenti non conoscono i dati del fenomeno migratorio, sono ignari delle norme che regolamentano l’immigrazione in Europa e non hanno informazioni adeguate e attuali sui rischi connessi all’immigrazione irregolare. Secondo i docenti, la disinformazione è legata ad una carente offerta formativa scolastica sul tema, al punto che essi stessi hanno espresso il desiderio di essere formati sul fenomeno migratorio. Sophia è una cooperativa che si dedica al tema dell’immigrazione fin dalla fondazione nel 2013 ed ha sentito il desiderio di portare in Senegal e in Guinea un progetto educativo rivolto agli studenti, laddove è forte la spinta ad emigrare. “Educare senza confini ha lo scopo di accrescere la conoscenza del fenomeno della migrazione fra gli studenti, erogando laboratori formativi sulle reali condizioni di chi parte e arriva, sui rischi del viaggio in condizioni di clandestinità, sulle tratte pericolose che la stragrande maggioranza delle persone affronta per raggiungere l’Occidente”, spiegano i promotori evidenziando che la ricerca, condotta lo scorso anno, ha dimostrato che gli studenti sono in possesso di “informazioni distorte ed edulcorate riguardo il fenomeno migratorio: i racconti di chi ce l’ha fatta sono spesso lontani dalla realtà e nascondono le difficoltà affrontate durante il viaggio per non destare preoccupazione nelle famiglie di origine”.  Questa disinformazione però "non deriva da una mancanza di interesse per il fenomeno: la maggior parte dei ragazzi infatti ha dichiarato di informarsi principalmente attraverso internet e la televisione. La viva attenzione per il fenomeno migratorio si è manifestata del resto durante gli incontri del progetto dove gli studenti hanno posto numerose domande ai formatori riguardanti la vita nei paesi di arrivo e le condizioni della traversata. Il desiderio di lasciare il proprio paese però non deriva da condizioni di povertà: quasi il 40% dei ragazzi infatti ha dichiarato di voler emigrare per continuare o perfezionare gli studi e trovare migliori posizioni lavorative. Tuttavia il problema principale emerso è la mancata conoscenza degli aspetti legali e dei pericoli della traversata: infatti solo il 30% degli studenti ha mostrato di essere a conoscenza del documento valido per vivere in Europa e delle vie per ottenerlo, mentre la maggior parte ha dimostrato di sottostimare le difficoltà del viaggio". Dai risultati della ricerca e dall’esperienza in Senegal è emersa in Sophia la volontà di progettare attività formative in più ampia scala, con attenzione particolare alla formazione dei docenti, in modo da costruire una comunità educante che abbia a cuore il destino dei giovani. Il successo del progetto in Senegal ha posto le basi per una nuova edizione ad Aprile 2021 in Guinea nella quale saranno coinvolti 750 studenti di una scuola di Conakry, la capitale.

Le sfide delle Migrazioni: questa mattina un seminario online

8 Aprile 2021 - Siena -  Nell’ambito dei corsi di Storia dei rapporti tra Stato e Chiesa e Demografia e disuguaglianze territoriali del Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell'Università di Siena, questa mattina, 8 aprile - dalle 9 alle 11 - un seminario, on line, dal titolo “Le sfide delle Migrazioni”. Oltre ai saluti istituzionali del Direttore del Dipartimento di Scienze politiche e internazionali, Prof. Gerardo Nicolosi, interverranno il card. Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena, Colle Val D’Elsa e Montalcino e Delegato Migrantes della Conferenza Episcopale della Toscana e Segretario della Commissione Cei per le Migrazioni e mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio, già Direttore Generale della Fondazione Migrantes.    

Torino: “Rinati” nella notte di Pasqua

7 Aprile 2021 - Torino - «Questo per me è un nuovo inizio, finalmente anche io sono cristiano, cammino ora per una nuova strada». Frank è emozionato e commosso. È uno dei 12 catecumeni che dopo due anni di formazione e discernimento, nella Cattedrale di Torino, la notte di Pasqua, nella celebrazione presieduta dall’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, hanno ricevuto i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. Frank ha 22 anni è camerunense ed è arrivato nel capoluogo piemontese 5 anni fa: minore non accompagnato. «Ho lasciato la mia famiglia per sperare in un futuro migliore in Italia e ho vissuto nel viaggio esperienze terribili che non auguro a nessuno, sono arrivato in Libia, poi mi sono imbarcato e sono finito a Torino». Senza nessuno, accolto in una struttura comunale dove i volontari di Sant’Egidio passano per portare la cena ai senza dimora, Frank viene avvicinato. Gli viene proposto di frequentare i corsi di italiano e inizia un’amicizia che suscita un desiderio: «Ho incontrato in loro persone fantastiche che mi hanno aiutato e mi sembrava impossibile che con poco riuscissero ad aiutare gli altri con gioia. Ho toccato davvero con mano come la felicità sia un pane che si mangia insieme». Frank inizia così a frequentare la preghiera della Comunità, poi si mette a disposizione per il servizio serale con i senza dimora finché esprime a una volontaria, ora la sua madrina, il desiderio di ricevere l’Eucaristia ed inizia con il Servizio diocesano per il catecumenato il percorso biennale. «Un cammino che in questi due anni – spiega Monica Cusino, che nell’équipe diocesana segue in particolare gli accompagnatori dei catecumeni – è stato particolarmente complesso per il Covid». Biennio complesso, ma non per questo meno ricco e fecondo, perché i membri dell’équipe e gli accompagnatori non si sono mai arresi e per ogni catecumeno hanno trovato occasioni e strumenti per approfondire i fondamenti della vita cristiana e per condividerne il cammino ascoltando e «facendo emergere – sottolinea il responsabile don Andrea Fontana – quello che anche e soprattutto in tempo di Covid è un grande segno di speranza per le nostre comunità per le quali i catecumeni sono una vera ricchezza: il fatto che la Grazia continua a riversarsi e a essere accolta. Il virus non ferma i progetti di Dio, la sua chiamata a seguirlo e nemmeno il desiderio di uomini e donne di conoscerlo». «Quest’anno – prosegue Cusino – i catecumeni sono 40 e posso dire che tutti hanno trovato ciò che cercavano. Molti hanno scoperto il 'tesoro nascosto' della loro esistenza, chi desiderava un senso alle prove della vita ora lo ha scoperto». Come Frank, molti gli stranieri, ma anche italiani che hanno scoperto la fede in una proposta di matrimonio o nel vuoto lasciato da un lutto. «La celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana, nella notte pasquale – ha ricordato loro mons. Nosiglia – assume un significato forte e pregnante per tutta la Chiesa. Viviamo allora con profonda letizia e gioia questo momento decisivo per la vostra vita, cari amici, sentendolo parte integrante della nostra fede comune, che tutti ci unisce in Cristo e ci fa una cosa sola». Una letizia che i catecumeni ora porteranno nelle proprie comunità e famiglie. Così anche Frank che prima della celebrazione è riuscito a parlare con la sua mamma in Camerun. Parole gioiose poi condivise con gli amici di Sant’Egidio, «la mia seconda famiglia», e infine anche con gli anziani della casa di riposo dove lavora come oss (operatore socio sanitario): «Ora anche con loro che sono soli a causa della pandemia posso portare l’abbraccio di Dio». (Federica Bello – Avvenire)