Primo Piano
Mons. Tomasi in visita al centro di accoglienza all’ex caserma Serena: “un incontro tra fratelli e sorelle”

Nord Est: l’hotspot si farà (ma non subito)
Trieste - Avanti, dunque, con l’accoglienza diffusa. Da Trieste a Treviso. Anche se la cosa fa discutere. A Muggia, l’ultima cittadina sul confine con la Slovenia, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi conferma l’hotspot, ma – premette – se ci saranno le condizioni imprescindibili. Il tema «era in agenda - ha detto - perché se ne parlasse e se ne discutesse. Lo faremo rispettando tutte le sensibilità». Dall’altra parte del Nord Est, intanto, il vescovo di Treviso, monsignor Michele Tomasi, va in visita all’ex caserma Serena dove incontra 600 profughi insieme al sindaco Mario Conte. E al primo cittadino (leghista, presidente veneto dell’Anci) viene consegnato un elenco di 50 nominativi pronti a mettersi in gioco con qualche lavoro. Pieno il sostegno della diocesi, con lo stesso vescovo che conferma la disponibilità delle parrocchie a cercare in proprio forme di accoglienza.
L’ipotesi hotspot, dunque, frena, sia in Friuli Venezia Giulia che in Veneto. Dopo le contestazioni legate alla possibile scelta di Jalmicco, in Friuli, presso un’ex caserma, l’inquilino del Viminale mette le mani avanti: «Adesso vedremo - ha detto infatti -, ma l’importante è raccogliere le preoccupazioni dei territori, anche se tutto viene fatto nella logica di gestire i flussi al meglio. Questo non è un territorio abbandonato». Sarebbe quindi meglio realizzare le strutture nelle zone di confine, come Trieste? «Sì, le zone di confine sono di valenza nella gestione del fenomeno, però bisogna trovare compatibilità sia di strutture che di luoghi». E’ dunque un progetto imminente – insistono i giornalisti - quello dell’hotspot? «Era ed è in agenda per la discussione» ha risposto il ministro. Accanto a lui, il presidente della Regione, Massimiliano Fedriga, si è limitato a sollecitare che i profughi vengano tolti dalle strade e dalle piazze per una sistemazione finalmente dignitosa. A Treviso, intanto, il sindaco Conte si è visto consegnare dal presidente della Cooperativa “Nova facility”, Gianlorenzo Marinese, che dal 2015 si occupa dell'accoglienza dei profughi presenti all’ex caserma Serena una lista di migranti con indicate le loro competenze lavorative ed esperienze: un modo per far incontrare domanda e offerta di lavoro e arrivare così ad una vera integrazione degli ospiti. Confindustria ed altre categorie economiche hanno già dimostrato la loro disponibilità. L’idea è quella di realizzare una sorta di ufficio di collocamento all'ex Serena. «Dietro queste mura si vede un'ordinata convivenza di persone che ricevono accoglienza, viene rispettata e favorita la loro dignità» ha riconosciuto il vescovo Tomasi che era presente col sindaco. «Cercano di fare il possibile, insieme, per un futuro migliore, per loro e le loro famiglie: è un momento colorato di vita, per me è stato davvero importante venire qui perché è una realtà della Diocesi che è bene che ci sia. E' bene che ci sia l'accoglienza, poi le forme sono tante, dobbiamo aiutarci tutti davvero per essere persone che imparano ad essere fratelli e sorelle di tutti. La fraternità è un impegno, ma è possibile. Non è uno scherzo per nessuno essere qui, ma la maggior parte delle persone vuole imparare e avere la possibilità di farlo». Il prossimo 20 settembre una delegazione di migranti della “Serena” sarà in Vaticano per incontrare papa Francesco. (Francesco Dal Mas - Avvenire)
Viminale: da inizio anno sbarcate 115.284 persone migranti sulle coste italiane
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Ucraini: da ieri il Sinodo dei Vescovi a Roma
(foto Ugcc)
4 Settembre 2023 - Roma - Con una solenne Divina Liturgia è iniziato, ieri, nella Basilica Minore di Santa Sofia degli Ucraini di Rom, il Sinodo della Chiesa greco-cattolica che si svolgerà presso il Collegio ucraino di San Giosafat fino al prossimo 13 settembre.
Il Sinodo, sul tema “L’accompagnamento pastorale e la cura delle ferite di guerra” riunirà tutti i vescovi greco-cattolici ucraini nel mondo.
Alla Divina Liturgia di ieri – presieduta da Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa greco-cattolica ucraina – oltre ai vescovi era presente anche il futuro cardinale, il prefetto per le chiese cattoliche orientali, Claudio Gugerotti.
Per Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk “la decisione dei nostri vescovi di unirsi nel corpo sinodale a Roma, oltre ad essere stata dettata dalla guerra in Ucraina, è motivata dal grande desiderio dei vescovi ucraini di esprimere di nuovo l’apprezzamento della comunione in seno alla Chiesa universale”. “Nel contesto attuale, in cui i vecchi imperi si stanno risvegliando e l’aggressore russo conduce una guerra neocoloniale in Ucraina, è cruciale che il mondo ascolti la vera storia dell’Ucraina, così come quella della Russia e dell’Europa orientale, non la versione scritta dagli imperialisti colonizzatori, ma la storia raccontata e scritta con il sangue dei popoli privati della propria libertà che, oggi, lottano per il diritto all’esistenza, alla libertà, al loro Stato ucraino, integro e indipendente, ha detto mons. Shevchuk nell'omelia della Divina Liturgia Sua Beatitudine Sviatoslav ha definito il Sinodo di quest’anno il “Sinodo della speranza” ed ha detto che è “segno di speranza” l’opportunità per i vescovi ucraini di incontrare personalmente Papa Francesco. “Sappiamo che il Santo Padre è un grande maestro dell’ascolto e dei gesti”, ha osservato l’arcivescovo maggiore: “egli desidera ascoltare il Sinodo dei vescovi ucraini. Ci ha invitati espressamente ad un incontro un’ora prima per dare la possibilità non solo al Capo della nostra Chiesa, ma anche a ciascun vescovo della nostra Chiesa di parlare a nome del suo gregge. E, in quanto maestro dell’ascolto, Egli è pronto ad ascoltarci. E come maestro dei gesti, che a volte possono essere più eloquenti delle parole scritte o lette, credo che ci donerà un gesto di speranza”.
"Guardando ognuno di voi, vedo nei vostri occhi le immagini di coloro che sono deceduti, che sono stati uccisi, di chi ha sofferto e continua a soffrire sia spiritualmente che fisicamente”, ha detto ai vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina mons. Claudio Gugerotti che nel portare anche i saluti di Papa Francesco, ha assicurato “con fermezza – si legge in una nota del segretariato di Roma dell’arcivescovo maggiore – che l’affetto e l’interesse del Papa per l’Ucraina rimangono costanti e inalterati nel tempo”. L’arcivescovo Gugerotti ha parlato della guerra in Ucraina come “atea” e “un assassinio di Dio”, poiché “là dove si uccide la vita di un innocente, si uccide anche la presenza di Dio”. Il prefetto del Dicastero per le Chiese cattoliche orientali ha assicurato che la Chiesa di Roma e il Papa sono grati alla Chiesa greco-cattolica ucraina per tutto l’aiuto e il sacrificio che ha dimostrato per il popolo ucraino: “Voi siete lavoratori instancabili delle opere di misericordia. Il vostro compito è asciugare le lacrime e confortare chi soffre. Questo è il compito del popolo di Dio e di coloro che seguono Dio e Lo imitano”. I partecipanti al Sinodo - 45 vescovi su 55 provenienti dall’Ucraina, dall’Europa centrale e occidentale, dal Nord e Sud America e dall’Australia - avranno, mercoledì 6 settembre, una udienza con Papa Francesco mentre il 10 settembre Sua Beatitudine Shevchuk presiederà una divina liturgia all’altare della cattedra della basilica di San Pietro con la partecipazione del card. Leonardo Sandri, prefetto emerito del Dicastero delle Chiese orientali. Saranno relatori al Sinodo il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano; il card. Kurt Koch, prefetto per il Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani; il futuro cardinale Gugerotti e il card. Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana e inviato speciale del Papa per la pace in Ucraina. Alla liturgia di ierri anche il direttore generale della Fondazione Migrantes, mons. Pierpoalo Felicolo. (R.Iaria)
(foto Ugcc)
(Ultimo aggiornamento alle 13,55 del 4-9-2023) Papa in Mongolia: concluso il viaggio apostolico
Papa Francesco “la gratuità alleggerisce l’animo, risana le ferite del cuore”

Ciò che ci disseta è l’Amore
Il fattore umano torna su Raitre sui diritti violati
Roma - Il titolo è, già da solo, un pugno nello stomaco: “Serve di stato”. Ed è solo uno dei nove reportage che compongono la terza stagione de "Il fattore umano", il programma sui diritti umani in onda il lunedì in seconda serata su Raitre partendo, questa è l’idea che anima gli autori Raffaella Pusceddu e Luigi Montebello, dall’art.1 della Convenzione Onu sui diritti umani approvata nel 1948 per il quale: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». A ricordarci che spesso, purtroppo, non accade è, appunto, Il fattore umano. Lunedì 4 settembre lo farà, come dicevamo, con “Serve di stato” di Angelo Loy e Martino Mazzonis, che si occuperà delle donne filippine, incentivate a lasciare il loro Paese e andare a fare le domestiche all’estero fin dai tempi del dittatore Ferdinando Marcos per poter contribuire, con le loro rimesse, a mantenere milioni di persone e pagare una parte del debito estero. Con la voce narrante della scrittrice filippina Gina Apostol e attraverso le storie drammatiche di quattro donne emigrate, tornate o in procinto di partire, “Serve di stato” racconta il sistema di emigrazione filippino incentivato dallo Stato, il ruolo delle agenzie che reclutano le emigranti nei villaggi più poveri e la formazione offerta dallo Stato attraverso scuole specializzate perché in campagna o negli slums le donne non hanno mai nemmeno visto un’aspirapolvere o una lavatrice. Lunedì 11 settembre sarà la volta de “La procedura” di Luigi Montebello. Si va in Texas, uno degli Stati Uniti in cui la pena di morte riscuote maggiori consensi. A parlarne sono ex direttori di penitenziari e guardie carcerarie che hanno assistito e somministrato i farmaci letali ai condannati. Grazie alla voce narrante di Antony Graves, che ha passato dodici anni nel braccio della morte in Texas per un crimine mai commesso e oggi si batte per la riforma del sistema penitenziario americano, scopriremo, tra l’altro, come la morte tramite iniezione letale non sia affatto dolce come qualcuno ancora sostiene, ma avvenga tra indicibili sofferenze e come la difficoltà di reperire i farmaci abbia spinto alcuni Stati a ricorrere a vecchi metodi come la sedia elettrica o la fucilazione. “I perseguitati”, infine, è il titolo del reportage in onda il 18 settembre. Chiara Avesani e Matteo Del Bo’ ci raccontano, attraverso la voce narrante della scrittrice iraniana Azar Nafisi, cosa è successo ai giovani che, lo scorso anno, hanno manifestato in piazza a Teheran in seguito alla fine di Mahsa Amini, la ventiduenne morta mentre era tenuta in custodia della polizia perché non portava il velo in modo appropriato. Migliaia di persone, soprattutto giovani, sono state arrestate e altrettante sono dovute fuggire per evitare l’arresto, ma il regime le segue e le controlla in qualunque Paese cerchino rifugio. (Tiziana Lupi)
8X1000 Chiesa Cattolica: basta una firma per tendere la mano a chi ne ha bisogno
Roma - Quando fai un gesto d’amore, quando aiuti qualcuno, quando tendi la mano al prossimo, provi una sensazione di felicità difficile da spiegare: non fai sentire bene solo chi riceve il gesto, ma ti senti bene anche tu. Con una firma per l’8xmille alla Chiesa cattolica, puoi moltiplicare quella sensazione per migliaia di volte e aiutare la Chiesa a realizzare migliaia di progetti ogni anno, in tutta Italia e nel mondo, per raggiungere e sostenere chi ne ha più bisogno. Puoi accogliere, donare un pasto caldo, offrire un riparo, dare una seconda possibilità. Puoi anche ridare vita a un luogo, sostenere chi è in difficoltà, confortare, proteggere, dare futuro alla vita. Per realizzare questi e tanti altri gesti d’amore basta una firma: la tua. Scopri come firmare su 8xmille.it

Arsi vivi 74 immigrati a Johannesburg
Milano - Di molti, non si saprà mai chi sono. Fuggiti dalle mille disperazioni dell’Africa australe, spesso con il miraggio di un lavoro sottopagato nel sottobosco informale di un’economia sudafricana che resta pur sempre la prima del continente, a decine hanno trovato la morte nel rogo di un palazzo di cinque piani a Johannesburg. Come nel 2017 a Londra le fiamme avevano avvolto la Grenfell Tower, portandosi via soprattutto povera gente, così l’altra notte, nella capitale economica del Sudafrica, fiera città di lotta per i diritti dei neri ai tempi dell’apartheid, a morire sono stati in gran parte gli ultimi tra gli ultimi, migranti senza documenti, anziani, madri sole, esseri umani relegati ai margini. La conta delle vittime si è fermata per ora a 74, tra cui almeno 7 bambini (uno di loro aveva appena 18 mesi), ma sono numeri che potrebbero crescere di ora in ora, a mano a mano che i soccorritori estraggono corpi senza vita, in molti casi irriconoscibili, corpi che nessuno andrà mai a reclamare. Oltre una cinquantina, invece, i feriti, ricoverati negli ospedali cittadini. Quel Sudafrica in cui negli ultimi anni, davanti alla crisi economica, è cresciuto il malcontento nei confronti dei migranti irregolari, si interroga ora sgomento sull’accaduto. Non mancano, però, voci stonate. Come quella della portavoce del sindaco di Johannesburg, Colleen Makhubele, che poco dopo la tragedia si affrettava a sottolineare che gli abitanti del palazzo avevano violato la legge. L’edificio, che un tempo era stato affittato da una Ong, era ormai a tutti gli effetti attualmente un palazzo occupato, molto probabilmente gestito da bande criminali che vi smistavano migranti con un vero e proprio racket. Dichiarato inagibile, il palazzo era stato di fatto abbandonato a sé stesso dalle istituzioni. Almeno 300 gli sfollati che, hanno assicurato le autorità, verranno ospitati in un altro edificio di proprietà del Comune di Johannesburg. Il rogo, secondo alcune testimonianze, sarebbe iniziato durante un black out. In ognuna delle stanze abitavano decine di persone: «Quelli che stavano cercando di scappare sono rimasti intrappolati», hanno fatto sapere le autorità. Il rischio incendi, in palazzi che presentano numerosi allacciamenti illegali per fornire energia agli inquilini, è molto alto. Quanto accaduto è «una grande tragedia», ha sottolineato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, auspicando che l’inchiesta in corso possa prevenire simili drammi in futuro.
Le statistiche ufficiali parlano di 2,9 milioni di immigrati in Sudafrica, spesso costretti ai lavori più umili e a condizioni di vita poco dignitose. La «nazione arcobaleno», in cui per decenni i neri hanno lottato contro l’apartheid, ha visto crescere negli ultimi anni la xenofobia contro gli stranieri, un fenomeno purtroppo pervasivo ad ogni latitudine e alimentato dalle promesse di sviluppo tradite. Di molti, non si saprà mai chi sono. Fuggiti dalle mille disperazioni dell’Africa australe, spesso con il miraggio di un lavoro sottopagato nel sottobosco informale di un’economia sudafricana che resta pur sempre la prima del continente, a decine hanno trovato la morte nel rogo di un palazzo di cinque piani a Johannesburg. Come nel 2017 a Londra le fiamme avevano avvolto la Grenfell Tower, portandosi via soprattutto povera gente, così l’altra notte, nella capitale economica del Sudafrica, fiera città di lotta per i diritti dei neri ai tempi dell’apartheid, a morire sono stati in gran parte gli ultimi tra gli ultimi, migranti senza documenti, anziani, madri sole, esseri umani relegati ai margini. La conta delle vittime si è fermata per ora a 74, tra cui almeno 7 bambini (uno di loro aveva appena 18 mesi), ma sono numeri che potrebbero crescere di ora in ora, a mano a mano che i soccorritori estraggono corpi senza vita, in molti casi irriconoscibili, corpi che nessuno andrà mai a reclamare. Oltre una cinquantina, invece, i feriti, ricoverati negli ospedali cittadini.
Quel Sudafrica in cui negli ultimi anni, davanti alla crisi economica, è cresciuto il malcontento nei confronti dei migranti irregolari, si interroga ora sgomento sull’accaduto. Non mancano, però, voci stonate. Come quella della portavoce del sindaco di Johannesburg, Colleen Makhubele, che poco dopo la tragedia si affrettava a sottolineare che gli abitanti del palazzo avevano violato la legge. L’edificio, che un tempo era stato affittato da una Ong, era ormai a tutti gli effetti attualmente un palazzo occupato, molto probabilmente gestito da bande criminali che vi smistavano migranti con un vero e proprio racket. Dichiarato inagibile, il palazzo era stato di fatto abbandonato a sé stesso dalle istituzioni. Almeno 300 gli sfollati che, hanno assicurato le autorità, verranno ospitati in un altro edificio di proprietà del Comune di Johannesburg.
Il rogo, secondo alcune testimonianze, sarebbe iniziato durante un black out. In ognuna delle stanze abitavano decine di persone: «Quelli che stavano cercando di scappare sono rimasti intrappolati», hanno fatto sapere le autorità. Il rischio incendi, in palazzi che presentano numerosi allacciamenti illegali per fornire energia agli inquilini, è molto alto. Quanto accaduto è «una grande tragedia», ha sottolineato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, auspicando che l’inchiesta in corso possa prevenire simili drammi in futuro.
Le statistiche ufficiali parlano di 2,9 milioni di immigrati in Sudafrica, spesso costretti ai lavori più umili e a condizioni di vita poco dignitose. La «nazione arcobaleno», in cui per decenni i neri hanno lottato contro l’apartheid, ha visto crescere negli ultimi anni la xenofobia contro gli stranieri, un fenomeno purtroppo pervasivo ad ogni latitudine e alimentato dalle promesse di sviluppo tradite. (Paolo M. Alfieri - Avvenire)
Papa Francesco: iniziato il viaggio apostolico in Mongolia
Papa Francesco: inizia oggi il viaggio apostolico in Mongolia
Roma - Comincia oggi la visita di papa Francesco che alle 18.30 partirà dall’aeroporto di Roma Fiumicino per Ulaanbataar, capitale del Paese asiatico, dove arriverà domani e dove avrà l’accoglienza ufficiale. «Grande è l’attesa», spiega il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, in una intervista ai media vaticani. Per il suo 43° viaggio apostolico che si concluderà lunedì, il Pontefice ha scelto una terra grande cinque volte l’Italia e con una popolazione di tre milioni e 300mila abitanti, che confina con la Russia e la Cina e in cui i cattolici sono 1.500. Motto del viaggio è “Sperare insieme”. Secondo Parolin, l’interesse del Papa è di incontrare «una comunità ridotta nei numeri, ma giovane, vivace, affascinante per la sua peculiare storia e composizione». Domenica è prevista nel pomeriggio la Messa nella “Steppe Arena”, mentre al mattino si terrà l’incontro ecumenico e interreligioso. «L’evento con esponenti di altre religioni – sottolinea Parolin – è sempre finalizzato alla costruzione della pace e della fraternità e sappiamo quanto ce n’è bisogno oggi. Poi la visita segna un momento importante di incontro con il buddismo che in Mongolia vanta una presenza molto significativa, caratterizzata da una sapiente ricerca della verità». Durante le giornate in Asia sono attesi appelli alla pace. «Mi pare che sia la stessa presenza del Papa in Mongolia a costituire un invito alla pace. E questo per il posto significativo che il Paese occupa nel grande contesto asiatico. La visita porta in sé il richiamo al rispetto di ogni Paese, piccolo o grande che sia, all’osservanza del diritto internazionale, alla rinuncia del principio della forza per regolare le controversie, alla costruzione di rapporti di collaborazione, di solidarietà e di fraternità».
Rifugiato si laurea in Pianificazione allo Iuav di Venezia
Frosinone: diocesi in campo per l’accoglienza di nuovi arrivi dei migranti
Frosinone - La Prefettura chiede un aiuto alla Diocesi per accogliere la grande quantità di immigrati arrivati in Italia quest’anno. E la Diocesi risponde positivamente. Ma a precise condizioni. In particolare che l’accoglienza sia vera integrazione con la possibilità di inserirsi nel nostro territorio in maniera degna. Accade a Frosinone ma, sta accadendo in tante altre Diocesi. In quella laziale, ha fatto sapere la Prefettura, è previsto l’arrivo di circa 100-150 immigrati ogni settimana. Almeno fino a fine ottobre. Numeri ai quali l’attuale sistema di accoglienza non riesce a rispondere. Perché i 350 posti nei Sai (ex Spar) e i 1.103 nei Cas sono già esauriti. Così la Prefettura, su indicazione del Viminale, ha fatto sapere che procederà ad affidamento diretto, anche in deroga alle regole generali, quindi senza bando, riconoscendo servizi base per 26 euro al giorno pro capite. Molto più dei 19 euro previsti dai cosiddetti “decreti sicurezza”, che tagliarono drasticamente i fondi (prima erano 35 euro), eliminando proprio tutta una serie di servizi di integrazione.
La richiesta di aiuto trova una risposta positiva dalla Diocesi che, attraverso il proprio braccio operativo, la cooperativa “Diaconia” è impegnato da molti anni per la buona accoglienza. « Noi abbiamo sempre lavorato in collaborazione con le istituzioni però mettendoci molto del nostro – sottolinea il vescovo Ambrogio Spreafico –. Piccoli gruppi che inseriamo nelle realtà locali. Vengono accolti nelle parrocchie, hanno un rapporto molto bello di convivenza nei paesi dove si trovano. È la comunità che integra e rende anche le sofferenze di ognuno meno dolenti perché c’è la solidarietà dell’amicizia, della vicinanza, delle condivisione. In alcuni comuni gli immigrati fanno anche lavori socialmente utili». Come ci spiega il presidente, Marco Arduini, attualmente “Diaconia” gestisce due Cas e tre Sai, per un totale di 337 persone, tutta accoglienza diffusa, in piccoli gruppi, 207 nei Cas e 130 nei Sai. Gruppi familiari, nuclei monoparentali, donne vittime di tratta e sfruttamento. Dopo i tagli decisi dal governo “giallo- verde”, la diocesi ha continuato a coprire alcuni servizi. « Dopo il “decreto Salvini” continuiamo a sostenere tutte le spese che lo Stato non passa più – ricorda il vescovo –. Un’accoglienza risicata non funziona. Noi vogliamo accogliere per dare la possibilità a gente che fugge non solo da guerre e da calamità naturali ma anche da situazioni economiche difficili, di inserirsi nel nostro territorio in maniera degna e che possano avere la possibilità di apprendere la lingua, di inserirsi nella nostra cultura». Attualmente nelle strutture non ci sono più posti disponibili anche perché alla prefettura è stato assicurato anche il 10% in più rispetto al numero assegnato attraverso bando di gara (nella formula di gratuità) oltre al quinto d’obbligo previsto nel bando di gara. Così la Diocesi sta facendo una ricognizione dei beni ecclesiastici, soprattutto case di congregazioni religiose rimaste vuote, ma in buone condizioni, per metterli a disposizione. Ma a precise condizioni: che il servizio sia affidato ad operatori già impegnati in tale attività come “Diaconia”; che vi siano contratti scritti che garantiscano le strutture e gli operatori e che sia definito il periodo; che si accettino le strutture per come sono, senza richiedere particolari interventi di adeguamento anche perché la Diocesi non ha risorse sufficienti; che non si creino concentrazioni eccessive di ospitalità, quindi accoglienza diffusa; che sia onere della prefetture trattare con i Comuni interessati per garantire accettazione. «Su questo – aggiunge Arduini – la Prefettura si è detta d’accordo ma non ha messo niente nero su bianco e attendiamo una risposta». Intanto “Diaconia” «ha deciso, sempre su precisa richiesta, di partecipare per la prima volta al bando per l’accoglienza di minori non accompagnati. Anche qui vorremmo operare in piccoli gruppi come per le case famiglia». Di nuovo una risposta concreta ai più fragili. « L’universalismo evangelico – sottolinea il vescovo – è la fraternità che viene dalla ricchezza e dignità della differenza di ognuno. Questo rende possibile vivere la comunità». (Antonio Maria Mira - Avvenire)