Primo Piano

Mci Barcellona: il card. Omella in visita alla comunità italiana

3 Giugno 2019 - Barcellona – Quest’anno la celebrazione della Confermazione dei ragazzi della Comunità Cristiana Italiana di Barcellona si è celebrata il 1 giugno nell’antica chiesa di Sant’ Anna e ha accolto un invitato speciale: l’arcivescovo di Barcellona, il card. Juan José Omella. Il porporato aveva espresso il desiderio di incontrare la Comunità italiana e don Luigi Usubelli, che la guida dalla sua fondazione nel 2014, lo ha invitato a partecipare ad uno dei momenti più importanti dell’anno. La celebrazione era attesa con la stessa emozione con cui si attende una festa di famiglia in cui vivere un grande momento di condivisione con le parrocchie catalane il cui appoggio e supporto è stato negli anni indispensabile per il cammino della comunità. E la festa c’e stata. Con il cardinale e don Luigi hanno concelebrato 8 parroci ed il diacono di Terrassa in una chiesa gremita, emozionata dove lo Spirito Santo ha raggiunto il cuore di tutti. Ed è ai doni dello Spirito Santo Santo che il cardinale ha dedicato la sua omelia. Il dono della preghiera, perché l’ascolto dello Spirito porta a sentire un profondo bisogno di pregare ed è nella preghiera che si trova alimento e forza per vivere la fede. Il dono della comunione, perché è affidandoci allo Spirito che si può essere uomini e donne di comunione in famiglia, nel lavoro, nella comunità. Il dono della missione, perché è lo Spirito che spinge ad essere testimoni in ogni situazione della vita, a predicare il Vangelo senza paura nè complessi di superiorità ma nemmeno di inferiorità. Durante l’offertorio sono stati presentati al cardinale i progetti e le attività che la comunità ha costruito nel suo cammino. Dal servizio liturgico, alla proposta di momenti di arricchimento spirituale e culturale, alla catechesi per bambini ragazzi e adulti, ai progetti rivolti alle periferie esistenziali: come quelli offerti ai senza fissa dimora o ai connazionali presenti nelle carceri cittadine, alle persone sole e ammalate. Progetti che sono stati possibili grazie all’accoglienza e alla collaborazione con le tante realtà della diocesi di Barcellona. Per questo sono stati presentati al cardinale esprimendo tanta riconoscenza ed il desiderio di continuare questo cammino, offrendo la lingua, la cultura e la creatività italiana per continuare a costruire una chiesa aperta, attiva e davvero universale. La festa si è conclusa con un aperitivo nel bellissimo chiostro della chiesa a cui il cardinale ha partecipato in un clima felice e famigliare. Un Primo giugno che la comunità italiana di Barcellona non dimenticherà. (Segreteria Comunità Cristina Italiana)

Le imprese straniere non conoscono crisi: presentata a Roma la mappa dell’imprenditoria straniera

3 Giugno 2019 - Roma - In Italia sono 447.422 i titolari d’impresa nati all’estero. Costituiscono il 14,6% degli imprenditori del nostro Paese. L’81% proviene da un Paese extracomunitario e per il 23% sono donne. Tra il 2010 e il 2018, mentre gli imprenditori italiani diminuivano del 12,2% sotto i colpi della crisi, gli imprenditori stranieri sono aumentati del 31,7%. E sono anche più giovani: il 71,6% ha meno di 50 anni, mentre tra gli italiani gli imprenditori under 50 sono il 44,3% del totale. È quanto emerge da una ricerca del Censis realizzata nell’ambito del progetto “La mappa dell’imprenditoria immigrata in Italia” realizzato con l’Università degli Studi Roma Tre e con il supporto finanziario dell’Inail e presentato questa mattina. A presentarli Anna Italia (Censis) e Antonio Cocozza (Roma Tre). Alla presentazione sono intervenuti, tra gli altri, Giuseppe De Rita, Presidente del Censis e Lucia Chiappetta Cajola, Prorettore Vicario dell’Università degli Studi Roma Tre. Secondo la ricerca al primo posto tra le regioni italiane c’è la Lombardia, dove gli imprenditori nati all’estero sono 81.355. Seguono il Lazio (53.829) e la Toscana (43.832). Se si considera l’incidenza degli stranieri sul totale degli imprenditori, al primo posto sale la Toscana, dove rappresentano il 21,4% del totale. Roma guida il ranking delle province, con 45.511 imprenditori stranieri, seguita da Milano (36.489) e Torino (20.692). Ma Prato è al primo posto per incidenza, dato che qui il 46,9% dei titolari d’impresa è nato all’estero, seguita da Milano (29,3%), Firenze (26,9%) e Roma (26,2%). Secondo i dati della ricerca sono 146.905 i titolari stranieri di un esercizio per la vendita al dettaglio, 25.901 sono attivi nella ristorazione. Nell’industria al primo posto si trovano i 114.322 stranieri titolari di un’impresa di costruzioni. Gli imprenditori marocchini sono 64.690 e sono attivi soprattutto nel commercio. I cinesi sono 50.899, attivi nel commercio, nel tessile e nella ristorazione. Rumeni (47.964) e albanesi (31.425) si sono specializzati nei lavori edili. Secondo un’indagine del Censis, il 60% delle imprese condotte da cittadini di origine immigrata è in attività da più di tre anni. Il fatturato negli ultimi tre anni è stabile per il 53% e in crescita per il 20%. Il 76% si dichiara del tutto (21%) o in parte (55%) soddisfatto dell’andamento della propria attività. Ma il 12% degli imprenditori stranieri ha una scarsa conoscenza della lingua italiana, il 24% appena sufficiente. Nel tempo libero il 45% frequenta esclusivamente altri cittadini stranieri. Il 46% degli imprenditori stranieri percepisce la tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro come un mero obbligo di legge, per il 20% è una responsabilità condivisa con i lavoratori, per il 15% è un dovere morale, per il 12% è solo un costo, solo per il 5% è un investimento. Il 30% ammette però di avere difficoltà ad assolvere gli obblighi normativi. È questa la ragione per cui il 47% si fa aiutare da consulenti esterni.

Papa Francesco alla comunità rom: chiedo perdono per quando vi abbiamo discriminato

3 Giugno 2019 - Bucarest - Nell’ultima giornata del suo viaggio in Romania, papa Francesco ha voluto incontrare la comunità rom di Blaj. Al suo arrivo è stato accolto dal Vescovo della Curia Arcivescovile Maggiore, da una famiglia e da alcuni bambini che gli hanno offerto un omaggio floreale che il Papa ha deposto davanti all’icona della Madonna. E’ stata l’occasione per chiedere perdono per le "discriminazioni", le "segregazioni" e i "maltrattamenti" subiti. “Nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti. La Chiesa è luogo di incontro, e abbiamo bisogno di ricordarlo non come un bello slogan ma come parte della carta d’identità del nostro essere cristiani”, ha etto il Papa sottolineando che “con questo spirito ho desiderato stringere le vostre mani, mettere i miei occhi nei vostri, farvi entrare nel cuore, nella preghiera, con la fiducia di entrare anch’io nella vostra preghiera e nel vostro cuore”. “Nel cuore porto però un peso”, ha detto: “è il peso delle discriminazioni, delle segregazioni e dei maltrattamenti subiti dalle vostre comunità. La storia ci dice che anche i cristiani, anche i cattolici non sono estranei a tanto male”. “Vorrei chiedere perdono per questo”: “Chiedo perdono – in nome della Chiesa al Signore e a voi – per quando, nel corso della storia, vi abbiamo discriminato, maltrattato o guardato in maniera sbagliata, con lo sguardo di Caino invece che con quello di Abele, e non siamo stati capaci di riconoscervi, apprezzarvi e difendervi nella vostra peculiarità. A Caino non importa il fratello. È nell’indifferenza che si alimentano pregiudizi e si fomentano rancori. Quante volte giudichiamo in modo avventato, con parole che feriscono, con atteggiamenti che seminano odio e creano distanze! Quando qualcuno viene lasciato indietro, la famiglia umana non cammina”. Per Papa Francesco “non siamo fino in fondo cristiani, e nemmeno umani, se non sappiamo vedere la persona prima delle sue azioni, prima dei nostri giudizi e pregiudizi”. “Sempre, nella storia dell’umanità, ci sono Abele e Caino”, ha ricordato il papa: “C’è la mano tesa e la mano che percuote. C’è l’apertura dell’incontro e la chiusura dello scontro. C’è l’accoglienza e c’è lo scarto. C’è chi vede nell’altro un fratello e chi un ostacolo sul proprio cammino. C’è la civiltà dell’amore e c’è quella dell’odio. Ogni giorno c’è da scegliere tra Abele e Caino. Come davanti a un bivio, si pone tante volte di fronte a noi una scelta decisiva: percorrere la via della riconciliazione o quella della vendetta”. “Scegliamo la via di Gesù” che è una via che “costa fatica”, ma è la via che “conduce alla pace”. Una via che “passa attraverso il perdono. Non lasciamoci trascinare dai livori che ci covano dentro: niente rancori. Perché nessun male sistema un altro male, nessuna vendetta soddisfa un’ingiustizia, nessun risentimento fa bene al cuore, nessuna chiusura avvicina”. Quindi il papa, rivolgendosi direttamente a questo popolo, ha detto che “avete un ruolo da protagonista da assumere e non dovete avere paura di condividere e offrire quelle specifiche caratteristiche che vi costituiscono e che segnano il vostro cammino, e delle quali abbiamo tanto bisogno: il valore della vita e della famiglia in senso allargato; la solidarietà, l’ospitalità, l’aiuto, il sostegno e la difesa dei più deboli all’interno della loro comunità; la valorizzazione e il rispetto degli anziani; il senso religioso della vita, la spontaneità e la gioia di vivere. Non private le società in cui vi trovate di questi doni e disponetevi anche a ricevere tutte le cose buone che gli altri vi possano offrire e apportare”. Di qui l’invito “a camminare insieme, lì dove siete, nella costruzione di un mondo più umano andando oltre le paure e i sospetti, lasciando cadere le barriere che ci separano dagli altri alimentando la fiducia reciproca nella paziente e mai vana ricerca di fraternità. Impegnarsi per camminare insieme, con la dignità: la dignità della famiglia, la dignità di guadagnarsi il pane di ogni giorno – è questo che ti fa andare avanti – e la dignità della preghiera. Sempre guardando avanti”. Nella Chiesetta di Sant’Andrea, dove iul papa si è recato, una lapide ricordava il Porrajmos, lo sterminio di mezzo milione di Rom Sinti nei campi nazisti. Il pontefice, prima del suo interventoi, ha ascoltato la testimonianza di un sacerdote rumeno, greco-cattolico, di origine Rom, don Ioan. “Nella Chiesa di Cristo c’è posto per tutti”, ha detto il sacerdote dando il “benvenuto” la papa “nella periferia delle periferie!”. Il sacerdote ha spiegato che nel quartiere la Chiesa “ha pensato una pastorale per i Rom, con diverse parrocchie dedicate all’accompagnamento spirituale delle loro famiglie e dei loro bambini”. "Penso di non sbagliare se dico che noi siamo qui per manifestare come nella Chiesa di Cristo c’è¨ posto per tutti”, ha detto: "accogliendo Lei, accogliamo il Signore, venuto per gli ultimi, amante degli emarginati, degli scomodi, di quelli di difficile comprensione”. (R.Iaria)

L’immigrazione raccontata a scuola che smonta la propaganda della paura

3 Giugno 2019 - Roma - Pregiudizi, paure, luoghi comuni. Poi l'incontro, tra i banchi e la lavagna, con chi ha raccontato spesso in prima persona cosa è davvero il fenomeno dell'immigrazione. E la visione di centinaia di cittadini di domani è cambiata dal giorno alla notte. Sono gli oltre 700 ragazzi di 17 istituti romani, tra i 13 e i 18 anni, che hanno partecipato alla giornata conclusiva della quarta edizione del progetto educativo “Oltre i confini”, promosso e organizzato dalla cooperativa Sophia. Ad ospitare l'evento l'Auditorium della Tecnica messo a disposizione da Confindustria. Diversi i ragazzi che hanno raccontato i propri cambiamenti personali nella percezione del fenomeno dell’immigrazione, grazie al percorso formativo. “Dell'immigrazione ho sempre avuto una visione distorta e lacunosa - ha raccontato una studentessa al quarto anni di liceo - perché se ne parla solo alla radio e in televisione, dove da una parte si inveisce contro lo straniero parlando di disoccupazione e terrorismo, dall'altra si mettono in vetrina i cadaveri sulla spiaggia. Nessuno mi ha mai raccontato di uomini onesti e istruiti che cercano di integrarsi nella nostra società e ora posso guardare tutto da un altro punto di vista”. “Questo percorso mi ha cambiato - ha detto un ragazzo di terza media - e forse ha contribuito a farmi vedere l'immigrazione in modo diverso, in senso positivo per chi accoglie oltre che per chi arriva. Stanno tutti scappando da qualcosa, che sia la guerra o la politica o la povertà, e noi come paese dovremmo accoglierli e cercare di fargli avere una vita normale come quella di tutti noi”. “Notiamo una partecipazione sempre più attiva dei ragazzi che, attraverso l’incontro, riescono a superare le pericolose associazioni tra immigrazione e minaccia, immigrazione e invasione, immigrazione ed emergenza”, osserva Marco Ruopoli della Cooperativa Sophia. Confini è un percorso formativo arrivato ormai al quarto anno che ha lo scopo di favorire, in un pubblico di ragazzi, la riflessione sul tema dell’immigrazione. La cooperativa Sophia ha presentato, attraverso lezioni frontali e momenti di condivisione, uno spaccato aggiornato sul quadro internazionale, europeo e italiano del fenomeno migratorio. Inoltre ha facilitato nelle classi il dialogo tra gli studenti e i migranti. Il progetto è finanziato da Fondazione Migrantes.

La salute non ha etnia: presentata iniziativa “Ospedale amico delle donne migranti”

31 Maggio 2019 - Roma - Realizzare modelli e strumenti di inclusione sociale ed economica. Questo è l’obiettivo del progetto “Ospedale amico delle donne migranti - la salute non ha etnia” realizzato in collaborazione dalla ASL Roma 1 e da Fondazione TIM, che sostiene progetti che valorizzano il ruolo delle nuove tecnologie insieme a capacità di gestione ed efficienza, per realizzare modelli e strumenti di inclusione economica e sociale. Ieri, presso il Salone del Commendatore del Complesso Monumentale di Santo Spirito in Sassia, sono state ripercorse le tappe di questo viaggio, raccontate dalla viva voce degli operatori e delle pazienti che hanno partecipato al lavoro, alla presenza del Direttore Generale di ASL Roma 1, Angelo Tanese, e del Direttore Generale di Fondazione TIM, Loredana Grimaldi. Questa iniziativa, partita a settembre 2017 e conclusasi ad aprile di quest’anno, ha visto coinvolti i reparti e il personale di Ginecologia e Ostetricia degli ospedali San Filippo Neri e Santo Spirito in Sassia e di due consultori presenti sul territorio di competenza dell’azienda sanitaria. Sono loro i protagonisti del lavoro volto a potenziare il modello di accoglienza e assistenza alle donne migranti attraverso la promozione delle nuove tecnologie, in particolare con l’utilizzo di tablet, e con il supporto dell’attività di mediazione culturale attuata dal Programma Integra, partner del progetto, grazie al lavoro di 3 operatrici che hanno prestato servizio a chiamata per: bangla, russo, albanese, urdu, cinese, farsi, indi, amarico, tigrino, wolof, bambarà, mandinke, pular. Alla ASL Roma 1 afferisce circa il 43% della popolazione straniera presente nella Capitale che corrisponde al 15% della popolazione residente di cui il 55,5% sono donne e il 44,6% uomini. Per quanto riguarda l’etnia viene registrata una prevalenza di persone provenienti dall’Asia e dall’Est Europa, che vede al primo posto romeni e filippini.  

Ismu: in aumento gli italiani che vivono all’estero

31 Maggio 2019 - Milano – “Se è vero che l’Italia ormai da anni è diventata Paese di immigrazione, tuttavia sono in aumento anche le emigrazioni verso l’estero di concittadini – compresi i naturalizzati. In particolare sono sempre più numerosi i cittadini italiani che scelgono altri Paesi dell’Unione Europea per vivere e lavorare”. E’ quanto scrive oggi l’Ismu in una nota citando i dati Eurostat. Secondi questi dati al 1° gennaio 2018 gli italiani sono il terzo gruppo di cittadini europei che vive in un altro stato membro, dopo i rumeni e i polacchi. Dal 1° gennaio 2016 al 1° gennaio 2018 i nostri concittadini che hanno scelto di vivere in altro Paese europeo – secondo questi dati - sono cresciuti del 14,3%, passando da 1 milione e 435mila a 1 milione e 640mila residenti in UE. La principale destinazione è la Germania, che accoglie al 1° gennaio 2018 oltre mezzo milione di italiani (578mila), più di un terzo di tutti gli italiani in Europa. Il Regno Unito, che in termini assoluti è stato scelto da oltre 300mila italiani, registra in termini relativi un incremento significativo nell’ultimo anno (+26%). Il terzo Paese europeo per numero di italiani residenti è la Spagna (221mila); al quarto posto la Francia con oltre 200mila italiani, che però rispetto al 2017 “perde” 2.137 italiani residenti. È in Portogallo che si registra il più alto incremento di italiani - più che raddoppiati in due anni - che da 6mila sono diventati 13mila. Se si considerano anche i Paesi EFTA (European Free Trade Association - Associazione Europea di Libero Scambio), la Svizzera si conferma una “storica” meta italiana: nella confederazione elvetica da tre anni mediamente sono oltre 300mila i concittadini residenti, scrive l’Ismu.

Africani Francofoni in Italia: domani e domenica pellegrinaggio a Loreto

31 Maggio 2019 - Loreto - Saranno circa trecento i pellegrini africani di lingua francese che domani e domenica si ritroveranno a Loreto per il pellegrinaggio annuale. In questo pellegrinaggio “vogliamo affidare a Maria – dice  don Mathieu Malick Faye, coordinatore nazionale Migrantes delle comunità cattoliche africane francofone in Italia - la situazione di mancanza di pace che c’è in Africa e nei altri paesi del mondo. Che gli uomini ritornano ad essere operatori di pace per assomigliare a Dio e quindi – aggiunge il sacerdote - essere figli di Dio. La pace è la virtù cara a Cristo che egli ha offerto per primo ai suoi discepoli la sera della risurrezione.  La pace permette a l’uomo di essere se stesso e di poter vivere con gli altri e relazionarsi con loro e con Dio. Avendo pace l’uomo ha la possibilità e il tempo e lo spazio per vivere le altre virtù”. La pace promuove le altre virtù come “l’amore, la giustizia, il rispetto, la considerazione, la fraternità, lo sviluppo. L’uomo in pace accoglie l’ altro”, conclude don Mathieu. A Loreto arriveranno cattolici africani francofoni da diverse città italiane: da Roma a Bologna, da  Bergamo a Lecco, da Forli a Faenza, a Foggia etc.

Papa Francesco: prima della partenza incontra un gruppo di poveri romeni

31 Maggio 2019 -

Città del Vaticano - Questa mattina, prima di lasciare il Vaticano per il suo viaggio in Romania, Papa Francesco ha voluto salutare, presso Casa Santa Marta, un gruppo di 15.

Senza fissa dimora di origine romena che vivono a Roma, accompagnati dall’Elemosiniere Apostolico, il card. Krajewski. In particolare, fa sapere la Sala Stampa della Santa Sede. alcuni di loro sono ospiti del “Dono di Misericordia”, altri vivono nella zona di San Pietro e sono seguiti dall’Elemosineria Apostolica.

Scommettere sui giovani: 69 progetti CEI

31 Maggio 2019 -   Roma - Sono stati resi noti i dati relativi alla riunione del Comitato per gli interventi caritativi a favore del Terzo Mondo tenutasi venerdì 24 e sabato 25 maggio a Roma, presso la sede CEI di via Aurelia 468. Sono stati approvati 69 progetti, per i quali saranno stanziati € 12.479.477 così suddivisi: € 5.487.581 per 27 progetti in Africa, € 3.516.030 per 23 progetti in America Latina; € 3.457.866 per 18 progetti in Asia; € 18.000 per 1 progetto nell’Europa dell’Est. Tra i progetti più significativi tre sono in Africa, e in particolar modo due in Burkina Faso. Il primo prevede la creazione di un complesso scolastico inclusivo per la scolarizzazione dei bambini in situazione di handicap, nella diocesi di Koudougou. Ne beneficeranno 180 bambini, di cui 60 con disabilità, per i quali verranno edificati un blocco di 4 aule per la scuola secondaria, tre per la scuola primaria, un blocco amministrativo e un dormitorio; servizi igienici con docce, due sale per lo studio, mensa, alloggio per gli insegnanti, gabbiotto per il generatore elettrico, serbatoio per l’acqua, muro di recinzione, pozzo, sistema di pannelli solari, allaccio alla rete elettrica, materiale didattico e informatico. Sempre in Burkina Faso, per combattere la malnutrizione infantile acuta e cronica e promuovere filiere agroalimentari gestite da donne, è stato finanziato il progetto “Risorsa Terra”. Le donne dei villaggi coinvolti verranno formate grazie a programmi sanitari pubblici, per poi divenire animatrici dei servizi di salute comunitaria nei propri villaggi (circa 50 villaggi, per un totale di 4.000 bambini e 3.000 donne): manodopera e materiali per la costruzione saranno forniti dalla popolazione locale. Verranno attivati, tra le altre cose, sette orti comunitari e due centri di servizi, mentre quindici ettari di terreno verranno destinati al karité, insieme anche a 50 nuovi alberi di moringa. A Capo Verde, invece, è stato finanziato il progetto “Giovane apprendista”, che prevede la realizzazione di un centro di formazione professionale che focalizzi le attenzioni sul turismo e sulle attività del territorio, contribuendo a combattere le piaghe sociali della droga, della criminalità e della violenza. Tra i progetti latino-americani più interessanti ne menzioniamo uno in Paraguay, destinato ai giovani di Puerto Triunfo. Verrà edificato un centro polifunzionale di tre locali per la formazione lavorativa (informatica, taglio e cucito) e l’educazione di bambini e giovani, allo scopo di dar vita, successivamente, ad una cooperativa. Segnaliamo, infine, ancora un progetto che sarà realizzato in Asia, in Cambogia, nella diocesi di Battambang. Si tratta, anche in questo caso, di attività di formazione professionale per i ragazzi che hanno lasciato la scuola e di accompagnamento alla ripresa degli studi, con l’obiettivo tenerli lontani dalle gang giovanili, da circuiti di migrazione non sicura, dallo sfruttamento sessuale.    

Papa Francesco in Romania incontra la comunità rom

31 Maggio 2019 -

Città del Vaticano - Papa Francesco è partito questa mattina per il suo 30° viaggio internazionale. Da oggi e fino a domenica, infatti, sarà in Romania. L’arrivo a Bucarest è previsto  alle 11:30 ora locale, in Italia le 10:30.  Una visita, quella in Romania, che cade nel ventesimo anniversario di quella storica a  Bucarest di Giovanni Paolo II, primo Papa in un Paese a  maggioranza ortodossa. Otto gli interventi previsti nell’intero viaggio. Tra le visite quella con la comunità rom nell’antico quartiere di Barbu Lautaru a Blaj. (R.I.)

149 migranti arrivano a Roma dalla Libia grazie a ACNUR e governo

31 Maggio 2019 - Roma - Nuova evacuazione umanitaria dalla Libia verso l’Italia. L’ACNUR ha trasferito a Roma 149 rifugiati e richiedenti asilo che saranno curati e accolti nei centri della rete degli enti locali Siproimi, ex Sprar, e da Ong. Molti i minori non accompagnati. Precarie le condizioni di salute per la denutrizione sofferta nei centri di detenzione libici. Il volo è arrivato ieri pomeriggio. I profughi provengono da Eritrea (126), Somalia (14), Sudan (7), Etiopia (2). Gli uomini sono 79 e 70 donne. Tra questi 65 i minori, di cui 47 non accompagnati (13 hanno meno di un anno, uno solo due mesi). I minori non accompagnati saranno alloggiati in strutture di prima accoglienza e nella rete Siproimi, l’ex rete Sprar gestita dagli enti locali. Gli altri presso le strutture Cas gestite dalle associazioni Papa Giovanni XXIII e Pace in Terra (28 persone) e nei Cas attivati dalle Prefetture di Bologna, Forlì-Cesena, Ravenna, Reggio Emilia e Ferrara (74). L’Acnur spiega che il trasferimento è stato deciso anche “a causa dei violenti scontri e del deteriorarsi delle condizioni di sicurezza a Tripoli. Molti dei rifugiati e richiedenti asilo evacuati necessitano di cure mediche e soffrono di malnutrizione. Il gruppo è stato trasferito dal Centro di raccolta e partenza dell’ACNUR dopo mesi trascorsi in condizioni disperate all’interno dei centri di detenzione. L’evacuazione è stata portata a termine in collaborazione con le autorità italiane e libiche”. “Sono necessarie altre operazioni di evacuazione”, afferma Jean-Paul Cavalieri, capo missione ACNUR in Libia. “Sono un’àncora di salvezza per i rifugiati, per i quali l’unica possibilità di fuga consiste nell’affidare le loro vite a trafficanti senza scrupoli per attraversare il Mediterraneo”. Altri 62 rifugiati a inizio settimana, da Siria, Sudan e Somalia, sono stati evacuati da Tripoli al Centro ACNUR a Timisoara, in Romania, dove riceveranno cure mediche prima di proseguire il viaggio verso la Norvegia, in collaborazione con l’OIM. L’ACNUR ringrazia gli Stati che hanno offerto opportunità di evacuazione: “Ma il numero dei nuovi detenuti aumenta molto più rapidamente di coloro che vengono evacuati. Quasi 1.000 sono stati evacuati dalla Libia o reinsediati nel 2019, mentre nel solo mese di maggio più di 1.200 persone sono state riportate indietro dalla Guardia Costiera libica dopo essere state soccorse o intercettate mentre tentavano la fuga in mare”. Da inizio aprile scontri e bombardamenti hanno costretto 83.000 libici a fuggire dalle proprie case. L’ACNUR ha fornito aiuti di emergenza a più di 9.000 sfollati, anche attraverso il Ministero della Salute e la Mezzaluna Rossa Libica. (Luca Liverani – Avvenire)  

Migranti: tre sbarchi in poche ore a Lampedusa

30 Maggio 2019 - Lampedusa - Settanta migranti sono sbarcati a Lampedusa tra ieri e oggi, in 3 differenti momenti. L'ultimo riguarda un gruppetto di 7 persone, approdato con una piccola imbarcazione direttamente in porto. Poco prima erano arrivati i 20 tratti in salvo da una motovedetta della Guardia di finanza. Quarantatré, in serata, erano invece giunti direttamente sulla terraferma a Cala Galera. Fra loro tre donne incinte e cinque bambini.

Gommone alla deriva: la Marina salva 100 persone

30 Maggio 2019 - Milano - Si è conclusa, a fine mattinata, l'operazione di salvataggio dei migranti alla deriva su un gommone in avaria in acque internazionali al largo della Libia. Dopo gli allarmi lanciati ieri dall'ong Sea Watch e stamani da Alarm Phone (che parlava di una bambina di 5 anni morta), è intervenuta l'unita della Marina militare italiana che i migranti vedevano da lontano. Il pattugliatore d'altura della Marina militare Cigala Fulgosi, scrive Avvenire.it, ha raggiunto il gommone in avaria, a circa 90 miglia a sud di Lampedusa. L'unità, fa sapere la Marina, «constatate le condizioni del natante con 100 persone a bordo, di cui solo una decina provvisti di salvagente individuale, motore spento, precarie condizioni di galleggiamento e considerate le condizioni meteorologiche in peggioramento, è intervenuta in soccorso delle persone che erano in imminente pericolo di vita».Al termine del soccorso sono state recuperate le 100 persone, di cui 17 donne e 23 minori, per i quali è attualmente in atto la verifica delle condizioni di salute. Non risulta alcuna persona deceduta a bordo.

Papa in Romania: la figura del Servi di Dio Clemente Gatti

30 Maggio 2019 - Roma - L’amore per la propria terra e la propria nazione lo si apprezza soprattutto quando si vive fuori di essa. E una affermazione molto comune tra i nostri emigranti all’estero. Ed è quello che è successo anche a p. Clemente Gatti nella sua esperienza di religioso francescano a fianco dei nostri connazionali che vivevano in Romania e ai quali ha dedicato il suo apostolato per circa un decennio. Nato a Caselle di Pressana (VR) il 16 febbraio 1880, Pietro Ernesto Domenico Gatti - questo il suo vero nome prima di quello religioso di Clemente - a 15 anni entra nell’ordine dei Frati Minori Francescani. Ordinato sacerdote a Roma il 2 aprile 1904 in S. Giovanni in Laterano, si specializza in Teologia dogmatica e inizia ad insegnare in Sardegna, Malta, Veneto, Ungheria e Romania. In questo campo - e in quello della predicazione - è molto attivo: emerge il tratto di un francescano innamorato della Chiesa e della sua vocazione. Oltre all’insegnamento p. Gatti è stato anche cappellano militare durante la prima guerra mondiale sulle linee dell’lsonzo: per questo servizio è stato insignito del titolo di Cavaliere della “Corona d’Italia”, “per aver prestato diuturna, infaticabile opera di conforto ai feriti, sprezzante del pericolo e dando ammirabile esempio di cristiana pietà e di militari virtù”. Fu - come ricorda p. Fabio Longo, vice-postulatore della Causa di Beatificazione - soprattutto intrepido nell’affrontare gli insidiosi pericoli disseminati dal regime comunista durante la sua prolungata permanenza in Romania. Negli anni fine ‘40, inizi ‘50, in un succedersi di tragiche vicende per la Chiesa cattolica, p. Clemente Gatti ha reso la sua testimonianza una offerta di fedeltà che ha fatto della sua morte un martirio a causa della fede e del Vangelo. In questo breve articolo vorremmo soffermarci soprattutto sulla sua attività di sacerdote impegnato nella Missione cattolica Italiana di Bucarest in Romania dove arriva nel 1938. In questa città c’erano infatti, molti italiani, soprattutto friulani e veneti. Il frate francescano comprese che questi nostri connazionali non si avvicinavano alla Chiesa soprattutto per la difficoltà della lingua, la diversità dei costumi locali, e perchè - ricorda fra Claudio Bratti nel volume P. Clemente Gatti Martire della fedeltà alla sede di Pietro in Romania” - i cattolici del luogo non erano numerosi e le parrocchie, di conseguenza, molto vaste. Nello stesso tempo erano pochi i sacerdoti che parlavano l’italiano. Era difficile avvicinare questi italiani. P. Gatti inizia un vero e proprio apostolato con loro: celebra la Messa in italiano, affronta con loro le problematiche più urgenti, etc. La loro situazione nella Bucarest di quegli anni è molto difficile. Oltre ai problemi economici e, spesso, di povertà estrema, molti vivono una situazione giuridica non chiara. P. Clemente affronta queste situazioni cercando di regolarizzarle. “Mi raccomandai al Cuore SS. di Gesù perchè mi aumenti - scrive il 6 luglio 1943 in una lettera al Superiore Generale dell’Ordine dei frati Minori Francescani - in me la sua Grazia e benedica l’apostolato che esercito, con il permesso dei superiori e dell’Ordinario, tra i molti connazionali sparsi in queste regioni, religiosamente trascuratissimi, e viventi in deplorevoli irregolarità matrimoniali. Con carità, pazienza e zelo, tante piaghe si risanano. Come vede faccio il missionario: l’ideale della mia vita”. E in altra lettera dell’8 novembre 1944, entra nel dettaglio della sua attività con gli italiani in Romania: “la mia vita si svolge invariata: scuola ed apostolato tra gli operai connazionali sparsi un pò avunque in queste regioni. Li visito, li aiuto, predico, celebro”. Con la seconda guerra mondiale la Romania viene invasa dall’Armata Rossa. Il convento di Hunedoara (nella Transilvania che allora faceva parte del regno della Romania) dove viveva p. Gatti viene occupato dalla Securitatea, la polizia segreta del regime comunista. Tutti i chierici sono rimandati alle loro case, i sacerdoti deportati al vescovado di Alba Julia. P. Gatti, in quanto cittadino italiano, ottiene il permesso di trasferirsi a Bucarest, dove, anziché rientrare in Italia, accetta l’incarico di rettore della chiesa parrocchiale di S. Salvatore, il cui fondatore (il vicentino mons. A. Mantica) veniva espulso dal regime in quei giorni. In questo periodo il nostro sacerdote ha dovuto svolgere anche il compito di Visitatore Generale dei Frati Minori in quanto non era possibile far arrivare un inviato dalla Congregazione Generale di Roma. Sarà lui a descrivere al Superiore Generale, la situazione della Romania in quegli anni; una situazione che definisce - in una lettera del 29 giugno 1948 - “grave” e che “tende a peggiorare”. “L’avvenire - aggiunge - è molto fosco. Noi godiamo in caritate e patientia Christi. Siamo pronti a tutto pur di restare fedeli a Gesù ed al suo augusto Vicario in terra”. In questi anni vengono soppresse tutte le comunità religiose cattoliche e le diocesi ridotte a due. Tutte le proprietà della Chiesa Greco Cattolica passano alla Chiesa Ortodossa Rumena. Le comunità religiose femminili devono concentrarsi in due comunità rurali e quelle maschili in un unico centro. Unica alternativa è quella di entrare a far parte della Chiesa Ortodossa rumena. Una decisione non accettata dai cattolici di rito latino che opposero resistenza finendo in carcere e sotto tortura. P. Gatti continua a svolgere il suo ministero a Bucarest dove diviene, l’8 febbraio 1950, rettore della chiesa degli italiani che fu - come racconta uno degli italiani residente a Bucarest in quegli anni - oggetto di “speciali sospetti e di arbitrarie violenze”. Molte le difficoltà che il nostro sacerdote deve affrontare: percorre l’intera città da una parte all’altra per andare a trovare i nostri connazionali, per confortarli e aiutarli anche per regolarizzare le loro posizioni spesso irregolari. Questo suo attivismo viene segnalato alle autorità rumene che lo considerano quasi un sovversivo. “Durante la settimana - scrive p. Gatti in un’altra lettera al Superiore Generale dei Francescani datata 29 marzo 1950 - visito i poveri a domicilio (circa ottanta famiglie), con sussidi alimentari o pecuniari. Anche alla casa canonica affluiscono bisognosi di varie razze, religioni e nazionalità. S. Antonio, con l’opera del pane dei poveri, provvede a tutti”. La situazione è difficile. Gli italiani decidono di abbandonare la Romania, chi per l’America chi invece per l’Italia. La comunità degli italiani si riduce enormemente: si passa da 6-7.000 persone a 700-800 cittadini italiani. Nonostante tutto la chiesa è molto frequentata, anche da ortodossi. In questo periodo - racconta fra Claudio Bratti nel volume che abbiamo citato precedentemente e che fa da guida per questo nostro scritto - sono molte le testimonianze che raccontano degli aiuti di p. Gatti ai cittadini italiani: medicine, generi alimentari e anche contributi in denaro per pagare le spese di riscaldamento. Inoltre si fa carico di distribuire gli aiuti che arrivano dal Vaticano per sostenere le piccole comunità cattoliche che avevano rifiutato l’unione con la Chiesa ortodossa imposta dal regime, cercando di non farsi scoprire. Aiutava anche, con somme di denaro, i sacerdoti greco-cattolici, specie quelli con famiglia. Questa sua attività non passa inosservata alla Securitate che nel marzo del 1951 lo arresta poiché un sacerdote greco-cattolico, trovato in possesso di denaro, fu costretto con la tortura a rivelare chi glielo aveva fornito. E’ sottoposto quindi a vari maltrattamenti e, dopo il tipico processo farsa viene condannato a 15 anni di carcere duro e 10 anni di privazione dei diritti civili. Precedentemente c’era stato un tentativo di espulsione andato a vuoto, come racconta lo stesso p. Gatti in una lettera al Superiore Generale: “Devo darle una notizia sorprendente. Il Governo della Repubblica Popolare Romena mi intima di lasciare entro dieci giorni la Romania. Non ne indica il motivo. Ma è un complesso di cose e circostanze religiose che, cacciandomi, si vuol colpire e sopprimere. La Legazione d’Italia è ricorsa, con la massima urgenza, perchè l’ordine di espulsione sia revocato”. Una richiesta accolta per il momento. In un altra lettera scrive che “sì vive in condizioni anormali e del tutto incredibili. Io stesso, benchè protetto dalla Legazione Italiana sono sorvegliato dalla polizia e posso essere espulso (se andrà bene) improvvisamente. In tal caso la Chiesa nazionale Italiana verrebbe chiusa”. Era la sua grande preoccupazione: gli italiani in Romania non potevano restare senza una Chiesa e una guida. E il giorno prima dell’arresto scrive: “Sì potrei essere arrestato per il sospetto che io sia il tramite con la S. Sede, delle diocesi cattoliche. Pel sospetto che le sovvenzioni ai carcerati e perseguitati, provenienti dalla carità del Papa, passino per le mie mani. Ma che importa? Per una sì nobile causa si può correre il pericolo della prigionia. Cosa ho sofferto io, finora, per la fede e per il Papa? è vero che in Romania tutti i vescovi sono in carcere o in domicilio forzato. E’ anche vero che moltissimi sacerdoti e religiosi sono costretti come schiavi ai lavori materiali sul Danubio... Ma disertare la linea di combattimento, mentre urge la difesa, non è degno di un sacerdote francescano. Perciò la prego. P. Rev.mo, di guardare la mia posizione alla luce della fede”. Il 14 aprile del 1952, su pressioni del Governo italiano, viene liberato e consegnato alla frontiera con l’Austria, in condizioni estremamente precarie. Due giorni dopo arriva a Vienna dove viene ricoverato in una clinica. “Era - ha raccontato p. Serafino Mattiello - ridotto ad una larva di uomo, semiparalizzato, con la perdita quasi totale della favella”. Si decide, dopo le prime cure, di farlo proseguire per Padova, dove giunge il 15 maggio per essere ricoverato nell’infermeria che da poco i Frati Minori avevano aperto a Saccolongo. Secondo un medico che lo visita in quei giorni gli sarebbe stata tirata la lingua in modo violento, oppure prodotto un taglio alla base della lingua stessa, forse per non fargli raccontare le violenze e le torture subite. Muore dopo tre settimane, il 6 giugno 1952. Nel 1997 il Governo Rumeno ha chiesto scusa per il trattamento riservato a p. Clemente Gatti decretandone l’abilitazione civile. Nel 2002 la diocesi di Padova ha avviato il processo di canonizzazione mentre la sua memoria rimane viva tra gli italiani in Romania soprattutto per il suo zelo apostolico e la sua carità. (Raffaele Iaria)

Papa Francesco in Romania: la Chiesa italiana a Bucarest

30 Maggio 2019 - Bucarest - Il punto di riferimento per la maggioranza degli italiani di Bucarest era ed è la Chiesa Nazionale Italiana del SS. Redentore, edificata nel centro della città nel 1916, su terreno donato dallo Stato romeno allo Stato italiano, da architetti, impresari e maestranze italiane. La chiesa, situata sul boulevard I.C. Brătianu, fu costruita con donazioni della famiglia reale italiana e del governo italiano e con una sottoscrizione tra gli italiani di Bucarest, su progetto degli architetti Mario Stoppa e Giuseppe Tiraboschi secondo il modello della chiesa “Santa Maria delle Grazie” di Milano, e con l’intervento della ditta degli ingegneri Gambara e Vignali. Al sacerdote vicentino Antonio Mantica furono affidate fin dall’inizio l’assistenza spirituale ai fedeli italiani e l’istruzione religiosa agli allievi della scuola italiana e a quelli che frequentavano le scuole romene. Nel 1928, la Chiesa del SS. Redentore ottenne l’autorizzazione ecclesiastica per essere sede della Parrocchia degli italiani di Bucarest e delle località vicine (distretto Ilfov), la terza parrocchia italiana dopo quelle di Cataloi e di Greci (entrambe nel distretto di Tulcea), con circa 7.000/8.000 fedeli. Nel 1938, fu inviato a Bucarest un altro sacerdote, Ruggiero Andreatta della diocesi di Treviso, come vicario parrocchiale per appoggiare il parroco Mantica nella sua attività pastorale e di assistenza agli anziani, ai malati e agli indigenti delle famiglie italiane immigrate. Sin dal suo arrivo a Bucarest, Antonio Mantica fondo una Società Corale Italiana “Giuseppe Verdi” che svolse una intensa e costante attività non solo nella capitale, con la partecipazione di musicisti e solisti italiani e romeni. Nel 1950 a causa delle pressioni del regime, lasciò Bucarest ed al suo posto fu nominato Padre Clemente Gatti che resse la Chiesa fino al 8 marzo 1951 quando fu arrestato, incarcerato e torturato. Dal 1951 fino al 1968 la Chiesa Italiana è rimasta chiusa e per la sua riapertura si fece parte attiva l’allora primo ministro italiano Amintore Fanfani instaurando trattative fra il governo italiano e quello romeno. Fino all’anno 1989 si sono svolte soltanto celebrazioni occasionali, massimo cinque per anno. Dopo la caduta del regime comunista, la Chiesa Italiana è stata aperta completamente. La Casa parrocchiale che si trova a fianco della chiesa fu costruita nell’anno 1924 e per un periodo ha funzionato come scuola italiana. Il Campanile è alto 27,75 mt. ed è dotato di 4 campane. La struttura della chiesa fu colpita dai terremoti del 1940, 1977 e 1990. I blocchi che contornano la chiesa furono eretti negli anni’30. La Chiesa italiana si distingue per la solennità e per le belle pitture interne. Sovente si organizzano concerti di organo e di musica barocco rinascimentale. La festa principale della Chiesa è il “Corpo e Sangue di Gesù”. (Adeste)

I giovani fanno rete e nasce “Gera”

30 Maggio 2019 - Bologna – Si è svolto nei giorni il primo incontro della rete dei giovani di origini emiliano-romagnole residenti a Cordoba, Pergamino, Mar del Plata e Chaco, in Argentina denominatosi “Gera”, giovani emiliano-romagnoli in Argentina. Lo scopo dell' incontro è stato la realizzazione del progetto “Incubatore di legami tra i giovani di origine emiliano-romagnoli. Rete virtuale di formazione, lavori, mostre e gare sportive che include giovani con particolare attenzione all’inclusione dei disabili”, realizzato con il contributo della Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel Mondo, Assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna. Tante le proposte che sono emerse per la gestione della rete e della community e per lo sviluppo di iniziative per i giovani in futuro.

Famiglie Accoglienti: “Pronte a ospitare i profughi”

30 Maggio 2019 - Torino - Non hanno ancora avuto risposta, ma l’offerta resta valida e con essa il messaggio che compare nelle prime righe: “L’Italia non è un Paese impaurito, rancoroso, ostile verso gli stranieri e i ‘diversi’». Sono 27 famiglie, di cui 17 torinesi, che hanno scritto al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per esprime la disponibilità concreta, “realizzabile subito”, ad accogliere il gruppo di migranti provenienti dalla Libia, sbarcati lo scorso 10 maggio a Lampedusa dopo essere stati soccorsi dalla “Mare Jonio”, l’imbarcazione della ong Mediterranea Saving Humans. In concomitanza con lo sbarco, la neocostituita Associazione Famiglie accoglienti Aps di Bologna aveva scritto una prima missiva a Conte affermando la disponibilità all’accoglienza dei profughi e contemporaneamente aveva diramato un appello coinvolgendo anche il Gruppo famiglie accoglienti di Torino con i quali da mesi è in contatto avendo ispirato la sua nascita. In pochi giorni si è definita la disponibilità concreta di spazi, case, famiglie oltre che nel bolognese anche nel torinese e in Veneto e 27 famiglie il 22 maggio hanno scritto una seconda lettera aggiungendovi i propri nominativi a testimonianza di una accoglienza reale fatta di persone pronte ad aprire le porte delle proprie abitazioni per dare un tetto, amicizia e supporto a quel gruppo di trenta naufraghi, tra cui due donne incinte, una bambina di un anno e altri quattro minori non accompagnati. Una disponibilità aggiunta ad un richiamo che è ciò che caratterizza lo spirito dell’Associazione e del Gruppo torinese: la manifestazione della propria volontà di non appartenere ad un paese nemico degli stranieri e che possa essere identificato come tale: “Non è il Paese dei respingimenti in mare”, hanno scritto, “dell’indifferenza verso le sofferenze e le morti di donne e bambini, della chiusura di fronte a culture e religioni diverse. La paura e la fretta sono sempre cattive consigliere: ci spingono a rinchiuderci in fortini, ad alzare muri e a ignorare i diritti umani”. “L’Italia, Paese di emigranti fi n dal 1861, sa quanto sia doloroso lasciare la propria terra e quanto sia importante trovare accoglienza e speranza in paesi lontani. Noi vogliamo creare nuove relazioni con chi fugge dalla propria patria, offrire non soltanto ospitalità ma speranza, come prescritto dal troppo spesso dimenticato articolo 10 della Costituzione: ‘Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica’. Per questo torniamo sulla nostra offerta di due settimane fa di accogliere, per tutto il tempo necessario, il gruppo di migranti sbarcati dalla Mare Jonio”. Una offerta che potrebbe essere accolta “nel quadro delle procedure di accoglienza vigenti e con la collaborazione delle istituzioni ma senza alcun onere per lo Stato” e non improvvisata dal momento che molte delle famiglie disponibili, tra cui quelle torinesi, hanno già aperto in passato le proprie abitazioni a migranti in difficoltà e sono quindi già consapevoli delle fatiche, “ma soprattutto della fattibilità dell’accoglienza e dell’arricchimento che rappresenta”. (Federica Bello – La Voce e il Tempo – Torino)

Faim: il 28 giugno Convegno su “Europa: tutelare le nuove migrazioni, quali responsabilità”

30 Maggio 2019 - Roma – “Europa: tutelare le nuove migrazioni, quasi responsabilità”: questo il tema di un convegno promosso dal Faim – Forum Associazioni Italiane nel Mondo – che si svolgera a Roma, presso il Centro Congressi Frentani il prossimo 28 giugno. “Alla presa d’atto della significativa ripresa dell’emigrazione italiana che sta avvenendo a livello anche istituzionale non corrispondono iniziative volte a rendere meno gravosi i percorsi emigratori degli italiani che emigrano né a ridurre i motivi economici e sociali che sono alla base della nuova spinta emigratoria. Allo stesso tempo le mutazioni intervenute nel quadro economico e politico-sociale nei paesi di arrivo rendono in quei paesi più difficile la difesa dei diritti sociali e civili dei nuovi migranti. Si va affermando, nei diversi paesi, a partire dalla Brexit, ma non solo, un ambiente ostile volto a disincentivare l’immigrazione dei lavoratori comunitari”, si legge in una nota della Faim che presenta il Convegno. Per la Faim i nuovi processi emigratori intraeuropei determinano “una concentrazione di popolazione nei luoghi dove si concentra ricchezza, forte attività produttiva e potere politico e un progressivo decremento di popolazione, parallelo alla crescita di povertà, nelle aree periferiche europee. In Italia si accentua lo storico dualismo Nord-Sud Italia che indebolisce l'intero paese, nord compreso. Analoghi fenomeni caratterizzano altre aree del nostro continente. La principale contraddizione che attraversa l'Europa è – si legge in una nota - quella di un peggiorato rapporto fra centro e periferie. Accanto ai paesi mediterranei, i paesi dell'Est hanno perso e perdono quote ancora più consistenti di popolazione a vantaggio delle aree centrali. Contemporaneamente ha luogo il fenomeno delle migrazioni degli anziani verso altri paesi, attratti da incentivi fiscali e dal più basso costo della vita”. Rispetto a tali scenari “ci si è occupatati troppo di presunte invasioni di immigrati dall'estero, mentre non ci si è occupatati – in Italia come in Europa - di realizzare politiche di sviluppo e di riequilibrio tra aree periferiche e centrali”. E per quanto riguarda la composizione della nuova emigrazione si può confermare che si tratta di una emigrazione sempre “più spinta dalla necessità e sempre meno di una libera mobilità basata su libere scelte individuali, motivate da curiosità o ricerca di stili di vita alternativi. Secondo i dati disponibili i laureati costituiscono poco più di un quarto del totale degli emigranti; la principale componente “in fuga” continua a essere quella delle braccia; di ciò è necessario prendere atto. Ed è altrettanto necessario dotarsi a livello nazionale ed europeo di politiche che riguardino tutti gli emigrati, a prescindere dai loro diversi livelli di scolarizzazione e qualificazione ed ovunque essi si trovino”.

Minori stranieri non accompagnati: a Milano “Work in progress: transizioni per la cittadinanza”

30 Maggio 2019 - Milano - “Work in progress: transizioni per la cittadinanza” è un progetto dedicato ai minori stranieri non accompagnati e neomaggiorenni che vivono a Milano, per aiutarli a superare quelle fragilità e incertezze che possono incontrare con l’avvicinamento della maggiore età e quindi con la fine del periodo di accoglienza in comunità. L’obiettivo è quello di perfezionare il percorso di emancipazione e integrazione dei giovani migranti nella società civile, nei tre ambiti fondamentali per la costruzione dell’autonomia: lavoro, casa, inclusione sociale. Per quel che riguarda il lavoro, si vogliono creare interventi individuali di crescita personale e professionale, che trasmettano competenze e permettano l’accesso al mercato del lavoro. Rispetto alla casa, si mira a incrementare una positiva transizione dall’accoglienza in struttura ad ambiti abitativi autonomi, anche nel mercato privato. L’idea guida che attraversa il progetto è quella di un maggior coinvolgimento della società civile. Per questo si cercherà di ampliare le iniziative, sia rivolte ai beneficiari che ai loro pari, che possano essere una palestra per la costruzione di relazioni sociali durature. Domani, 31 maggio dalle 15 sarà dato il via ufficiale alle attività di “Work in Progress”, con un open day che si svolgerà presso il centro di Play More! in via della Moscova 26, a Milano. Il progetto è realizzato da una rete formata da 13 partner attivi sulla città di Milano e sul territorio metropolitano (Ceas – Centro ambrosiano di solidarietà onlus – capofila, Comune di Milano, Fondazione Casa della carità “A. Abriani”, Comunità Progetto cooperativa sociale, Cooperativa Fuoriluoghi onlus, Cooperativa La Cordata, Tuttinsieme cooperativa sociale, Play More!, Fondazione Franco Verga-Coi, Fondazione Giovanni e Irene Cova, Save the Children Italia, Associazione Amici del Fai, Mestieri Lombardia), che vantano una lunga esperienza di collaborazione nell’intervento a favore dei minori stranieri non accompagnati, e si inserisce nell’ambito di “Never Alone, per un domani possibile” (bando 2018), un’iniziativa che sostiene 16 progetti sul territorio nazionale, per favorire l’autonomia e l’inclusione dei giovani migranti. Le azioni previste dal progetto sono realizzate in collaborazione con: Università Milano Bicocca, Associazione Architettura delle Convivenze, Cooperativa New Ideas for Welfare, Associazione Imagine Factory. (Sir)