Primo Piano

Rischio povertà per circensi e lavoratori delle giostre: l’appello di Migrantes

7 Maggio 2020 - Roma – Circensi e lunaparkisti “già vivono ai margini della nostra società, dei nostri Paesi, molte volte accompagnati anche da forti pregiudizi. Sono persone, famiglie, in questo momento, ancora più vulnerabili, perché non possono lavorare in quello che è il periodo più proficuo per loro, tra l’altro vengono da un Natale che non è andato molto bene”. A dirlo a VaticanNews don Mirko Dalla Torre, membro della Consulta nazionale per la pastorale dello Spettacolo Viaggiante della Fondazione Migrantes che in questo periodo, insieme a Caritas Italiana, è stata a loro fianco per aiutarli nei bisogni più urgenti. Circensi e lunaparkisti oggi dicono di “essere carichi”, una frase che ha un significato negativo: significa, spiega il sacerdote, avere i camion con la merce a bordo, nessuna giostra montata, nessun tendone del circo alzato perché, per il Covid-19, ogni è attività ferma. Si tratta di circhi e giostre che oggi si trovano in varie città italiane e anche all’estero con le loro carovane e spesso con difficoltà a chiedere il contributo dei “buoni spesa” ai comuni di residenza, considerata la distanza dal luogo dove ora sostano. Le conseguenze economiche, per tutte queste realtà fragili, sono drammatiche, spesso si tratta di lavoratori che vengono dimenticati e che potranno ritornare a lavoro soltanto tra molti mesi. Una situazione , dicono la Fondazione Migrantes e la Caritas, grave dal punto di vita economico, privo come è di qualunque forma di reddito e, tuttavia, con spese rilevanti.  Nell’intervista il sacerdote ricorda come “da Giovanni XXIII fino a Papa Francesco, nel pensiero dei Papi gli esercenti dello spettacolo viaggiante ci siano sempre stati”, e ricorda quando, nel 2017, Bergoglio, ricevendoli in udienza, li definì “gli artigiani della gioia e della festa”. “Lui ha un occhio di riguardo per i poveri, in questo momento mettiamoci dentro anche loro, non lavorano, sono fermi da tanti mesi”, afferma don Dalla Torre. Migrantes e Caritas stanno guardando a questa gente, alla gente del viaggio, gente buona e accogliente, che porta gioia e festa nelle nostre piazze”.

Comunità francofona di Ferrara: il racconto del cappellano

7 Maggio 2020 - Ferrara - La Comunità francofona cattolica della diocesi di Ferrara-Comacchio, composta da circa 300 persone, percorre da un anno le strade della nuova evangelizzazione riservando una specifica attenzione alle esigenze spirituali dei cattolici francofoni. Nasce come risposta al bisogno di assicurare la conservazione della fede per i francofoni presenti nel territorio ferrarese e provenienti da Camerun, Togo, Congo, Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Gabon, Haiti. Nominato dall’Arcivescovo, mons. Gian Carlo Perego, il 1° aprile 2019, sacerdote togolese incardinato nella diocesi, sono il cappellano di questa neonata Comunità. Il mio servizio consiste nel costituire una comunità di fede e di culto che può alimentare e accompagnare spiritualmente l’esperienza migratoria in uno spirito evangelico. Con queste convinzioni si è concretizzato un vero e proprio progetto di missione, che si propone di combattere il proselitismo delle sette verso i cattolici, di favorire il “rientro all’ovile” di quelli che si sono allontanati e di annunciare il Vangelo ai non cristiani. L’intento è di privilegiare la gioiosa professione della propria fede, caratteristica che contraddistingue la Chiesa Africana. Per un servizio pastorale stabile e specifico, la Parrocchia ferrarese di San Luca è stato individuato come luogo di culto per almeno un incontro mensile. Qualche settimana dopo la sua creazione, il nostro Arcivescovo ha presieduto la Celebrazione Eucaristica di domenica 30 giugno 2019, in presenza del Vicario Generale Mons. Massimo Manservigi, con una nutrita rappresentanza di detta comunità, con canti tradizionali animati dal coro Po’ oh SI in lingua francese e italiana. Rilevante per il suo profondo significato e all’insegna dell’incontro dei popoli del mondo, è stata la Messa per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato presieduta dal Vicario episcopale per la Carità Pastorale, Mons. Paolo Valenti, domenica 29 settembre scorso nella basilica di San Francesco e animata dai cori delle comunità francofona, anglofona, ucraina e spagnola. Nell’arco dell’anno scorso, abbiamo celebrato tre battesimi, una prima comunione, una cresima, due matrimoni e due funerali. Era stata, altresì, organizzata una giornata di ritiro con tutte le comunità francofone dell’Emilia-Romagna nel nostro Seminario di Ferrara in programma il 1° marzo u.s. sul tema “La comunità cristiana, luogo d’amore e di riconciliazione con Dio e con il prossimo”, poi annullata dalla pandemia. Pertanto, nel corso di questo momento di sofferenza e di paura sono stati stabiliti tre incontri la settimana, sempre osservando scrupolosamente le indicazioni per la sicurezza diffuse dalle autorità civili e dalla CEI: la Santa Messa per tutte le Comunità francofone dell’Italia alle ore 11 ogni domenica in diretta su Facebook e YouTube dalla Parrocchia S. Giovanni Battista di Cona, il Santo Rosario via Zoom Meetings ogni martedì e l’adorazione silenziosa ogni giovedì. Al fine di dare vita a una rete di solidarietà con l’intenzione di venire incontro alle famiglie e ai membri della Comunità che vivono le difficoltà derivanti da questa emergenza, durante la riunione straordinaria della Commissione pastorale è nata l’idea di concedere a ogni persona di buona volontà la possibilità di dare il proprio contributo per effettuare una donazione di generi alimentari e bonifici ai membri più bisognosi della Comunità e destinare una somma simbolica di 500 euro alla Caritas diocesana per salvaguardare il senso delle relazioni attraverso la condivisione con l’altro. Il servizio pastorale etnico-linguistico è, infatti, una pastorale della Chiesa, di mutua collaborazione, solidarietà e corresponsabilità tra migranti e autoctoni. Si tratta di una pastorale specifica con un fine eminentemente spirituale. Va svolta in comunione e sotto la responsabilità del nostro Arcivescovo, in fraternità con le diverse comunità linguistiche della diocesi e in collaborazione con l’Ufficio diocesano Migrantes. ( don Rodrigo Akakpo, Cappellano della comunità francofona in Italia e Vicedirettore Ufficio Migrantes Ferrara-Comacchio)    

Vangelo Migrante: V domenica di Pasqua (Vangelo Gv 14,1-12)

7 Maggio 2020 -

Domenica scorsa con Gesù parlava di sé stesso come di una ‘porta’. Un luogo da attraversare necessariamente per entrare e per uscire dalla sicurezza dell’ovile alla libertà del pascolo e viceversa. Questa intimità oggi, oltre ad essere confermata, viene anche riempita di senso, grazie alle domande di due discepoli: Tommaso e Filippo, particolarmente ‘turbati’ dal distacco che sta per avvenire con il maestro.

A Tommaso che chiede: ‘Signore non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?’, Gesù risponde ancora dicendo che Lui è la Via, la Verità la Vita.

Lui è il TUTTO di cui tutto l’uomo ha bisogno. Ancor prima dei contenuti in cui credere, tutti gli uomini, nessuno escluso, hanno a che fare con turbamenti esistenziali su sé stessi e sulla vita, e dalle risposte che danno dipende l’impostazione di tutta la vita e il suo compimento. E nella vita si vede, eccome, chi ha ‘risolto’ questi lacci e chi no!

Gesù non si pone solo come consolatore ma indica la strada per cambiare, l’atteggiamento interiore per conseguire una pace: è Lui la verità che libera dalla schiavitù del peccato; è Lui la vita che rende gioiosa e significativa l’esistenza! Ancor prima delle cose da farsi da parte dei discepoli.

Semplifica ma non ‘banalizza’ il turbamento. A Filippo che incalza chiedendo: ‘allora mostraci il Padre e ci basta’, ossia, facci vedere l’Eterno di cui ci parli e siamo tranquilli, Gesù presenta ancora sé stesso come un tutt’uno con il Padre: ‘chi ha visto me, ha visto il Padre’.

Nell’uno e nell’altro caso Gesù non dà ‘lezioni’ o ‘cose da eseguire’ ma presenta il vivere in comunione profonda di amore e di vita con Lui, come la Via da percorrere per avere la vita vera.

Di turbamenti siamo pieni anche noi: la vita di ognuno comporta questioni, croniche e nuove, da affrontare ogni giorno e da risolvere, quelle dove spesso ogni speranza sembra crollare e non si sa più dove sbattere la testa.

È vero, esistono consigli, strumenti e mezzi umani per barcamenarsi ma il discepolo sa che solo una fede più chiara e più grande consente di essere consolati, di vincere il profondo turbamento interiore e ritrovare la serenità senza giungere alla disperazione.

È la fede che riconosce nelle sofferenze e nelle croci che la vita riserva, non la definitiva smentita delle promesse di Dio ma il tempo difficile e impegnativo della prova che rende salda e vera la fede, dove la presenza di Gesù è l’unica Via che conduce oltre l’angustia del presente, trattenendo tutto ciò che nel presente è prezioso.

p. Gaetano Saracino

Vescovo San Severo: “regolarizzare braccianti è un dovere”

7 Maggio 2020 - Roma -  “La proposta di regolarizzare i braccianti agricoli migranti mi sembra non solo intelligente ma credo anche che sia un dovere. In questo momento chi verrebbe avvantaggiato non sarebbero loro ma saremmo noi”. Lo ha detto il vescovo della diocesi di San Severo in Puglia, mons. Giovanni Checchinato, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei. “A loro che offrono il lavoro – ha aggiunto mons. Checchinato - noi avremmo dato il riconoscimento per un'assistenza sociale e sanitaria. Ma il treno lo abbiamo perso. Purtroppo adesso nelle nostre campagne non c'è più nessuno a lavorare e oggi abbiamo bisogno di loro altrimenti i raccolti andranno perduti”. “La nostra zona – ha spiegato il vescovo di San Severo in Puglia a InBlu Radio - si regge sull'economia agricola, tanti sono i prodotti che vengono lavorati e raccolti in questo territorio dove c'è bisogno di tanta manovalanza e bracciantato. E chi fa questo lavoro nella maggior parte sono i nostri fratelli e sorelle immigrati che vengono purtroppo sottopagati, sfruttati e trattati malissimo dal punto di vista dell'accoglienza. Ci serviamo del lavoro di questi uomini e donne che vengono qui sapendo di trovare un'occupazione perché in campagna c'è bisogno di loro ma vengono sfruttati e sottopagati senza nessuna regola e rispetto”.

Cei: dal 18 maggio celebrazioni con il popolo. Firmato a Palazzo Chigi il Protocollo

7 Maggio 2020 -

Roma - È stato firmato questa mattina, a Palazzo Chigi, il Protocollo che permetterà la ripresa delle celebrazioni con il popolo.

Il testo giunge a conclusione di un percorso che ha visto la collaborazione tra la Conferenza Episcopale Italiana, il Presidente del Consiglio, il Ministro dell’Interno - nello specifico delle articolazioni, il Prefetto del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, Michele di Bari, e il Capo di Gabinetto, Alessandro Goracci - e il Comitato Tecnico-Scientifico. Nel rispetto della normativa sanitaria disposta per il contenimento e la gestione dell’emergenza epidemiologica da SARS-CoV-2, il Protocollo indica alcune misure da ottemperare con cura, concernenti l’accesso ai luoghi di culto in occasione di celebrazioni liturgiche; l’igienizzazione dei luoghi e degli oggetti; le attenzioni da osservare nelle celebrazioni liturgiche e nei sacramenti; la comunicazione da predisporre per i fedeli, nonché alcuni suggerimenti generali. Nel predisporre il testo si è puntato a tenere unite le esigenze di tutela della salute pubblica con indicazioni accessibili e fruibili da ogni comunità ecclesiale. Il Protocollo - firmato dal Presidente della CEI, Cardinale Gualtiero Bassetti, dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e dal Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese - entrerà in vigore da lunedì 18 maggio 2020. “Il Protocollo è frutto di una profonda collaborazione e sinergia fra il Governo, il Comitato Tecnico-Scientifico e la CEI, dove ciascuno ha fatto la sua parte con responsabilità”, ha evidenziato il Cardinale Bassetti, ribadendo l’impegno della Chiesa a contribuire al superamento della crisi in atto. “Le misure di sicurezza previste nel testo – ha sottolineato il Presidente Conte – esprimono i contenuti e le modalità più idonee per assicurare che la ripresa delle celebrazioni liturgiche con il popolo avvenga nella maniera più sicura. Ringrazio la CEI per il sostegno morale e materiale che sta dando all’intera collettività nazionale in questo momento difficile per il Paese”. “Fin dall’inizio abbiamo lavorato per giungere a questo Protocollo - ha concluso il Ministro Lamorgese -: il lavoro fatto insieme ha dato un ottimo risultato. Analogo impegno abbiamo assunto anche con le altre Confessioni religiose”.      

Mci Europa: annullato il pellegrinaggio annuale a Lourdes

7 Maggio 2020 - Bruxelles - Il coordinatore del pellegrinaggio europeo delle Missioni Cattoliche Italiane a Lourdes, don Gregorio Aiello della Mci di Genk in Belgio, ha informato che il pellegrinaggio previsto per il 20-24 maggio 2020 è stato annullati. Al momento, infatti, non sono ammessi pellegrinaggi. Il sito internet del santuario (https://www.lourdes-france.org/de/) prevede un accompagnamento per singoli e per piccoli gruppi a partire dal mese di luglio fino a tutto settembre.

Don Acri: l’opera meravigliosa del servizio alla carità

7 Maggio 2020 - Andria - La liturgia, l'Eucarestia i sacramenti non possono essere rinchiusi in un luogo perché la liturgia è mistero di passione morte resurrezione è vita e oggi, in questo tempo di preoccupazione e tristezza, è celebrata e vissuta nei tanti ospedali sparsi sul nostro territorio come anche in tutti quei luoghi di carità e solidarietà. Il Corpo di Cristo, custodito nei tabernacoli delle nostre cattedrali delle nostre chiese, oggi più che mai è presente in tanti uomini e donne: tabernacoli viventi, presenza viva di un Dio amante della vita che è in mezzo a noi e con noi e continua a fasciare le nostre ferite con olio di consolazione e vino di speranza. In tutta questa tristezza e apprensione c'è un motivo di bellezza e gioia: i volontari della carità non hanno abbandonato. Continuano l'opera meravigliosa del servizio. Tutti i luoghi della Carità sono diventati luoghi di liturgia, di chiesa viva che, nonostante il fermo delle celebrazioni con la presenza del popolo di Dio, continua a celebrare. Infatti con i volontari e gli ospiti in questi giorni sto riscoprendo una rinnovata bellezza e una nuova modalità di essere prete, con loro e per loro.  In questo luogo della carità si celebra la grande liturgia: le mani alzate per offrire il pane quotidiano, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, il pane spezzato sulla tavola della mensa e condiviso, il corpo di Cristo dato per il nostro nutrimento, l’acqua che bagna corpo e piedi, l’unzione che rinfranca e ridona vita, la voce dei volontari, sacramento dell’accoglienza e dell’amore di Cristo che si china per lavarci i piedi. La speranza è virtù che ci conduce a scoprire un senso al vivere, che ci permette di rialzarci, comunque e nonostante tutto e anche quando pare smarrita va cercata, scoperta e alimentata perché germogli. La speranza ci dà la possibilità di accettare il morire di qualcosa e cambiare perché altro sia possibile. “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Ma questo sia fatto con dolcezza, rispetto e retta coscienza” (dalla prima Lettera di S. Pietro Apostolo 3,15-17).

Don Geremia Acri

Direttore Migrantes Andria

 

Lampedusa: sul molo all’addiaccio anche bambini, “non si può gestire sempre come emergenza”

7 Maggio 2020 - Lampedusa - A Lampedusa, sul molo Favarolo, “ci sono al momento almeno 240 persone migranti che stanno trascorrendo giorno e notte all’addiaccio in attesa di una collocazione. Alcuni sono lì da due o tre giorni e ci sono anche bambini di 4 o 5 anni”. A parlare al Sir è stato don Carmelo La Magra, parroco dell’unica parrocchia di Lampedusa, San Gerlando. Una cinquantina di migranti, soprattutto donne con bambini e famiglie, sono stati accolti dalla parrocchia nella Casa della fraternità, almeno per dare loro un tetto. “Ma è una sorta di oratorio, non ci sono letti, c’è solo un grande salone con i servizi – ha precisato il parroco –. Lo abbiamo fatto per dare un segno ma non è risolutivo. Altrimenti avremmo compiuto un’ingiustizia. Ma non si può più continuare a gestire la questione sbarchi sempre come una emergenza”.

Migrantes Bergamo: coronavirus nella Bergamo multiculturale

7 Maggio 2020 - Bergamo - Lo scoppio dell’emergenza sanitaria e il suo protrarsi nel tempo hanno imposto alla società di riorganizzarsi e di attivarsi perché, prima durante e dopo l’emergenza, nessuno venisse lasciato indietro. Grazie allo specifico dell’Ufficio Migrantes e in collaborazione con l’Ufficio per il Dialogo Interreligioso della diocesi di Bergamo, hanno voluto valorizzare le iniziative di comunità e di solidarietà messe in atto dalle comunità cattoliche di altra madrelingua presenti in diocesi così come anche da comunità di altra fede o confessione. Grazie alla comunicazione in più lingue, dal francese al punjabi, dall’arabo all’italiano, queste azioni o campagne raggiungono diverse persone che, grazie al legame con chi è immigrato in Italia, decidono di aiutare anche a distanza, spiegano alla Migrantes di Bergamo. Eccone alcune. La comunità cattolica africana francofona di Bergamo ha lanciato una raccolta fondi per sostenere l’Ospedale Papa Giovanni XXIII. L’obiettivo era coinvolgere, soprattutto grazie al passaparola, tutte le persone africane francofone. La comunità cattolica filippina di Bergamo ha fatto partire un’esperienza di solidarietà locale attraverso la raccolta e distribuzione di generi di prima necessità a famiglie colpite dagli effetti economici dell’epidemia. La comunità cattolica latino-americana di Bergamo è una comunità internazionale ed eterogenea, ricca di gruppi, feste e tradizioni. Molte persone hanno lavorato come volontari. Sono nati gruppi di preghiera per sostenersi nella fede in questo tempo di prova. Il passaparola ha permesso il circolare delle informazioni utili e istituzionali per affrontare l’emergenza. Sono partite raccolte fondi che, grazie all'appoggio della Missione Santa Rosa da Lima aiuteranno chi è in difficoltà e chi è in prima linea con beni alimentari e mascherine. Molte comunità musulmane di Bergamo si sono attivate per sostenere il territorio cittadino e provinciale. Le iniziative spaziano dalle raccolte fondi per gli enti in prima linea, alla donazione di focacce o cous cous agli operatori sanitari, dal sostegno alle reti di distribuzione di generi di prima necessità all'aiuto nei compiti a distanza per le famiglie in difficoltà. non mancano testimonianze di musulmani che, personalmente, si sono attivati come volontari sia nei Comuni che all’ospedale della Fiera di Bergamo. La comunità sikh sostiene grazie alle donazioni dei fedeli l’ospedale di Bergamo, la Protezione Civile di Cortenuova e l’Avis regionale. La comunità Ravidassia con sede (e luogo di culto) a Cividino trasforma la festa della nascita di Staguru Ravidasji in un’occasione per raccogliere fondi e generi alimentari per sostenere gli ospedali e le famiglie del territorio in difficoltà.    
   

Papa Francesco prega per gli artisti

7 Maggio 2020 - Città del Vaticano – "Senza il bello non si può capire il bello”. Lo ha detto questa mattina papa Francesco che ha pregato per gli artisti. “Ieri ho ricevuto una lettera di un gruppo di artisti: ringraziavano per la preghiera che noi abbiamo fatto per loro. Vorrei chiedere al Signore che li benedica perché gli artisti ci fanno capire cosa è la bellezza e senza il bello il Vangelo non si può capire. Preghiamo un’altra volta per gli artisti”, ha detto introducendo la celebrazione mattutina a Casa Santa Marta. Il pontefice ha concentrato la sua riflessione sul racconto della storia della salvezza di Paolo nella sinagoga di Antoochia sottolineando che “dietro Gesù c’è una storia di grazia, di elezione, di promesse: il Signore ha scelto Abramo e ha camminato col suo popolo. C’è una storia di Dio col suo popolo. Paolo non comincia da Gesù, inizia dalla storia”. Il cristianesimo – ha detto papa Francesco – “non è solo una dottrina, ma una storia che porta a questa dottrina. Il cristianesimo non è solo un’etica, ha dei principi morali, ma non si è cristiani solo per la visione etica: è di più. I cristiani non sono una élite di gente scelta per la verità, questo senso elitario che c'è nella chiesa: essere cristiani è appartenenza a un popolo scelto da Dio gratuitamente. Se non abbiamo questa coscienza di appartenere a un popolo, saremo cristiani ideologici, con una dottrina piccolina, con una etica, cristiani elitari che crederanno che gli altri sono scartati e andranno all'inferno: non saremo veri cristiani. Tante volte cadiamo in queste parzialità: la dimensione elitaria ci fa tanto male e perdiamo il senso di appartenenza al santo popolo fedele di Dio. La coscienza di essere un popolo”.

R.Iaria

Card. Bassetti (Cei) su appello Papa: “indicare le vie per una regolarizzazione” dei migranti

6 Maggio 2020 - Roma - “È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro”. Con queste parole, poste oggi a chiusura dell’udienza del mercoledì (https://www.migrantesonline.it/2020/05/06/papa-francesco-appello-a-favore-del-mondo-del-lavoro-e-in-particolare-dei-lavoratori-sfruttati-tra-cui-immigrati/), Papa Francesco si è fatto voce dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane, spesso a prezzo di un duro sfruttamento. “Non possiamo dimenticare che in questo momento, tra i tanti che sono in grave difficoltà nel nostro Paese e ai quali come Chiesa siamo vicini – osserva al Sir il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei – ci sono almeno 600mila persone, molte delle quali lavorano nei campi o nei servizi di cura e assistenza ai nostri anziani e alle nostre famiglie, prive di ogni diritto e di ogni sussidio”. Queste persone, continua il cardinale, sono “gravemente esposte non solo allo sfruttamento lavorativo, ma anche per la loro stessa salute, rischiando di diventare, loro malgrado, fonte di contagio per tutti”. “Crediamo davvero, come ci ha ricordato Papa Francesco, che siamo sulla stessa barca – conclude il Cardinale – partecipi delle stesse preoccupazioni e delle stesse attese: ognuno, qualunque sia la sua provenienza, la sua età o condizione, è degno di rispetto ed è amato da Dio in modo unico. Chiediamo dunque a chi ha il compito di promuovere il bene comune di non dimenticare queste persone, questi nostri fratelli e sorelle, e di indicare le vie per una loro regolarizzazione, non solo di quelli che possono esserci ‘utili’, ma di tutti coloro che sono nel nostro Paese, come premessa indispensabile alla tutela della salute di tutti e al ripristino della legalità”.​    

Migrantes Cosenza-Bisignano: “Note di speranza” dal Laboratorio Musicale Multietnico

6 Maggio 2020 - Cosenza - “Andrà tutto bene”. È il leitmotiv di un video realizzato dal Laboratorio Musicale Multietnico dell’Ufficio Migrantes di Cosenza- Bisignano. I membri del gruppo, provenienti da diversi Paesi del Mondo, guidati e animati da Antonio Bevacqua, ognuno dalle proprie abitazioni, ha voluto dare un contributo di fiducia e speranza e rendere omaggio a tanti medici, infermieri, personale sanitario e anche sacerdoti e volontari che sono a fianco dei malati in questo tempo di pandemia. Una serie di brani in dialetto calabrese e nelle lingue di origine per "Note di Speranza". Il video è visibile su https://www.youtube.com/watch?v=LYAmdJSNE2E  

R.Iaria

   

Viminale: 4069 i migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2020

6 Maggio 2020 - Roma – Sono 4069 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno, secondo i dati del Ministeri degli Interni aggiornati alle 8 di questa mattina: 604 quelle sbarcate nel mese di maggio. Degli oltre 4mila migranti sbarcati in Italia quest’anno 494 sono di nazionalità bengalese (12%) seguita da Costa d’Avorio (468, 11%), Sudan (357, 9%), Algeria (319, 8%), Marocco (239, 6%), Somalia (208, 5%), Tunisia (200, 5%), Guinea (176, 4%), Mali (156, 4%), Egitto (84, 2%) a cui si aggiungono 1.368 persone (34%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. 624 i minori stranieri non accompagnati che hanno raggiunto nel 2020 l’Italia.

Papa Francesco: appello a favore del mondo del lavoro e in particolare dei lavoratori sfruttati tra cui immigrati

6 Maggio 2020 - Città del Vaticano – “In occasione del 1° maggio, ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane”. Lo ha detto oggi Papa Francesco al termine dell’Udienza generale del Mercoledì dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico Vaticano. “Purtroppo – ha aggiunto il Papa - tante volte vengono duramente sfruttati. È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata”. Da qui Papa Francesco si dice favorevole all’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati invitando “a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e la dignità del lavoro”.

R.Iaria

 

Comunicazione, ponte invisibile (e necessario)​

6 Maggio 2020 - Roma - “È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure”. Mi sono tornate alla mente queste parole di Italo Calvino nelle Città invisibili, all'inizio della tanto attesa fase 2 che, tra responsabilità e attenzione al bene comune, sta segnando un ritorno alla vita sociale. La riscoperta delle città porta con sé una nuova comprensione di ciò che lega desideri e paure, fino a spingersi oltre, scorgendone il senso profondo. È una ridefinizione del concetto stesso di comunità e della sua essenza. La comunicazione diventa, allora, quel ponte invisibile tra desideri e paure. Non si tratta di una semplice transizione da un sentimento all'altro, ma di una relazione intima e profonda. Ed è qui che si gioca la progettazione della nostra rinascita. Comunicare e informare bene, rispettando l’etica e la deontologia, è il primo passo da compiere.

Vincenzo Corrado

Che ritornino le giostre (non di solo pane e vaccino)

6 Maggio 2020 - Milano – Che ritornino le giostre (non di solo pane e vaccino)   Milano – Quando arrivo con il furgone del Banco di Solidarietà di Bologna, con cui svolgo un piccolo gesto di carità, lui mi viene incontro in camicia e con un sorriso mesto, dietro c’è una donna minuta, sua madre. Scarichiamo un po’ di pasta, passata di pomodoro, biscotti, altre cose. Mi hanno detto che sono in sedici in alcune roulotte nascoste dietro un cancello alla periferia della città. È la seconda volta che li vedo, rapidamente, con le mascherine, ma una pacca sulla spalla ci sta. Mi dice che suo padre, in un certo senso capo tribù, non sta bene. Cosa fate di mestiere? chiedo. I giostrai. E la parola suona quasi assurda in un tempo di pandemia, di distanze fisiche, smart working, telelavoro e collegamenti in remoto. Tutto fermo, dice dopo che abbiamo finito di scaricare e la donna minuta rientra nel cancello. Tutte le fiere sono ferme, saltate. Quando gli dico che sono romagnolo si mette a elencare i paesi sulle colline romagnole dove sarebbe dovuto andare a montare la sua giostra in questi mesi. E io penso a quella cosa antica e misteriosa, che si trova ancora nelle piazze, anzi che ultimamente era più presente, in fogge anticheggianti ed eleganti, in molti centri storici. Una gioia semplice e vivace, capace di suscitare i sentimenti contrastanti di stupore e nostalgia. Non a caso le giostre e i lavoratori sono stati spesso oggetto e figure della poesia. Abbiamo dovuto spegnere anche le giostre, spegnerne le luci minime e meravigliose. Si sono spenti grandi grattacieli sedi di compagnie potenti, si sono spenti grandi teatri, si sono spente le piste maestose di aeroporti. E anche loro, forse un po’ dimenticate, le giostre, si sono spente. Ed è un segno malinconico. Che smart working può mai fare un lavoratore delle giostre? La giostra in Facebook non esiste. Le giostre ferme sembrano quasi dire che il maledetto virus si porta via anche la gioia più semplice, più innocua. Che male hanno fatto mai le giostre coi bambini sopra, capaci di affascinare con quel girotondo di sorrisi, di cavalli o elefantini o strani veicoli finti e reali nella fantasia? Un paese senza giostre è insopportabile, sembra privato del più elementare dei diritti, quello di sognare. E non vogliamo che sia così. Possono toglierci tutto ma non quello. E infatti bisogna sostenere i lavoratore delle giostre, anche con la carità. Ma vorrei che un giorno il capo del governo si presentasse all’ora di punta in tv e dicesse solo una cosa: abbiamo fatto un decreto: riaprono le giostre. Perché finché non riaprono ci mancherà qualcosa di essenziale. Lo so, c’è la tendenza a valutare tutto quel che riguarda l’arte come fosse intrattenimento, l’ultima cosa da consentire. Ma non è così, non di solo pane e vaccino vive l’uomo. Almeno l’uomo che abbiamo conosciuto fino adesso, che non accetta di esser schiavo della Necessità. Finché non ci sarà la Fase Giostre, finché non riparte il loro giro musicante, il Paese non sarà ripartito. Lo dobbiamo alla piccola donna che è uscita dal cancello, mentre già ero sul furgone, per venire a ringraziare. (Davide Rondoni – Avvenire)

Jaime e il “di più” che cambia tutto quando il male si trasforma in bene

6 Maggio 2020 - Milano – “Gli uomini sanno che moriranno, ma non ci credono”. Queste parole di Fabrice Hadjadj mi sembrano un ottimo modo per descrivere l’attuale fase del mondo e della nostra vita, i mesi che abbiamo alle spalle e, purtroppo, quelli che ancora ci aspettano. In questi giorni abbiamo imparato tanto su virus e coronavirus. Non sapevamo che, dietro le nostre tranquille influenze, ci fossero dei killer così temibili, ma l’abbiamo scoperto da quando abbiamo visto come la morte può passare molto vicino a noi e ai nostri cari. Le conoscenze che si sono ampliate però, non sono solo quelle della biologia e della medicina. Abbiamo anche scoperto di avere esistenzialmente uno sguardo “religioso” e, poiché la fine di tutto ciò non sarà rapida, abbiamo l’occasione, approfondendolo, di liberarci da quella cappa resistentissima con la quale prima, quasi senza volerlo, ci immunizzavamo così facilmente dalle grandi domande. Il senso religioso è il nerbo della nostra vita, ce lo ritroviamo in ogni gesto anche minimo della giornata. Non è solo quello che sta dietro l’accoglienza degli immigrati o la riapertura delle Messe, ma è quello che anima l’altruismo, il sacrificio, l’impegno, di medici e infermieri, di tutti quelli che si impegnano per combattere la pandemia. Ciascuno di noi, come accade ai reduci di guerra, può raccontare storie drammatiche e bellissime, di dolore e di vita. Come quella che lega tante persone a Jaime Mba Obono, cittadino palermitano nato in Guinea equatoriale. Si era recato in Africa a gennaio per trovare la famiglia di origine e, ammalatosi di coronavirus, si è ritrovato intubato in gravissime condizioni all’ospedale di Malabo, non attrezzato per curare quell’emergenza pur essendo quello della capitale. Chiara, la moglie di Jaime, non si è rassegnata ed è nata una cordata meravigliosa di semplici cittadini e di autorità dello Stato: gli uni hanno raccolto più di 100mila euro, i secondi – e cioè il Ministero degli Esteri insieme al ministero della Difesa – hanno organizzato un volo militare per riportare in Italia il nostro connazionale, che, nel momento in cui scrivo, versa in condizioni critiche non avendo le medicine necessarie per essere curato. Una vicenda come questa – a prescindere dalla conclusione che speriamo positiva – mostra come scienza medica, ricerca, organizzazione, siano necessarie, ma non siano sufficienti. Cure e vaccini servono e non bastano: è il di più del personale sanitario, è il sacrificio di chi assiste i malati, di chi si occupa della logistica, di chi sa servire il prossimo a costo della propria vita, ciò che, in Italia e in tutto il mondo, contrasta la pandemia. È l’altruismo di chi si coinvolge in vicende che sapevamo esistere come lontane e che invece, ora, ci toccano da vicino perché ci riguardano. Le decine di persone che si sono implicate in prima persona, come privati cittadini o come pubblici ufficiali, in una vicenda come quella di Jaime Mba Obono, lo hanno fatto perché la scienza e la fede, l’umano e il divino, il senso religioso e il più schietto senso antropologico si sono incontrati e si sono dati la mano. Questa è la miglior risposta alla domanda se Dio c’entra o meno con il coronavirus, sul perché permetta il male o addirittura se “crea Lui” la pandemia. Se Gesù avesse fatto il prodigio di scendere dalla Croce, come gli chiedevano alcuni, avrebbe fatto un miracolo in più, ma l’essere umano sarebbe rimasto solo, con il suo dolore e con la sua morte. Restando sulla croce, Gesù non spiega nulla, ma accompagna, soffre insieme all’uomo. Le infinite catene di solidarietà che abbiamo scoperto in questi giorni e che ci sforziamo di raccontare e documentare, raccontano sempre, in mille modi diversi, la storia di Cristo. Quella storia per cui solo passando attraverso il male, lo si può trasformare in bene. Si capisce così che il male non è un prezzo da pagare ma spesso, ciò che noi chiamiamo male, è solo un cammino che porta al bene dell’uomo che si stringe all’uomo, dell’uomo che, unendosi a Cristo, può trasformare il male in bene. (Mauro Leonardi - Avvenire)  

Papa Francesco prega per gli operatori dei media

6 Maggio 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco prega per gli operatori dei media e per il loro lavoro in questo tempo di pandemia. “Preghiamo oggi per gli uomini e le donne che lavorano nei mezzi di comunicazione. In questo tempo di pandemia rischiano tanto e il lavoro è tanto. Che il Signore li aiuti in questo lavoro di trasmissione, sempre, della verità”, ha detto introducendo la celebrazione mattutina a Casa Santa Marta. Il pontefice, commentando il Vangelo di oggi che parla di Gesù come luce, “perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre”. “Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno”, sono le parole di Gesù. “Il dramma della luce di Gesù - sottolinea Papa Francesco - è che è stata respinta”, come dice l’evangelista Giovanni all’inizio del Vangelo: “È venuto dai suoi e i suoi non lo accolsero. Amavano più le tenebre che la luce”. Il peccato non ci a vedere la luce, ha detto il papa: “il peccato ci accieca e non possiamo tollerare la luce”. Per Papa Francesco “non è facile vivere nella luce. La luce ci fa vedere tante cose brutte dentro di noi che noi non vogliamo vedere: i vizi, i peccati … Pensiamo ai nostri vizi, pensiamo alla nostra superbia, pensiamo al nostro spirito mondano: queste cose ci accecano, ci allontanano dalla luce di Gesù”. È “il Signore che ci salva dalle tenebre che noi abbiamo dentro, dalle tenebre della vita quotidiana, della vita sociale, della vita politica, della vita nazionale, internazionale … tante tenebre”  e “il Signore ci salva. Ma ci chiede – spiega il papa - di vederle, prima; avere il coraggio di vedere le nostre tenebre perché la luce del Signore entri e ci salvi. Non abbiamo paura del Signore è molto buono, è mite, è vicino a noi. È venuto per salvarci. Non abbiamo paura della luce di Gesù”.

R.I.

Lampedusa: ieri tre sbarchi

6 Maggio 2020 -     Lampedusa - Tre sbarchi in poche ore, a Lampedusa, l’ultimo alle tre di lunedì notte, quando dieci tunisini sono arrivati al molo Favaloro e si sono confusi con gli altri 138 migranti di due precedenti sbarchi. L’hotspot dell’isola, infatti, ospita già 116 extracomunitari (20 in più della capienza massima consentita) da 27 giorni. Ma non è solo questione di numeri: al tempo del coronavirus, i nuovi arrivati non possono unirsi a chi ha già trascorso la quarantena in isolamento e attende di andare altrove. Farlo significherebbe far ripartire da capo la conta dei giorni. E così, ieri mattina, 82 dei nuovi arrivati sono stati imbarcati sul traghetto di linea per Porto Empedocle; altri 64 sono tuttora sul molo, mentre 44, dopo una notte all’addiaccio, tre giorni fa sono stati portati nella Casa della Fratellanza, gestita dalla parrocchia. Dell’emergenza di Lampedusa, ha parlato anche l’arcivescovo di Agrigento, cardinale Francesco Montenegro, durante la Messa per il patrono di Licata, Sant’Angelo. “Non dobbiamo disprezzare chi arriva da altri continenti. Cristo non ci vuole eroi, gli vanno bene anche i piccoli gesti”, ha detto.

Coronavirus: solidarietà con l’Italia dalle Mci in Germania e Scandinavia

5 Maggio 2020 - Francoforte - Non vogliamo entrare nel dibattito politico su come l’Europa deve affrontare la situazione del Coronavirus, e aiutare i Paesi più colpiti, come per esempio l’Italia. La Delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia è grata alle strutture ospedaliere tedesche che hanno ospitato contagiati dall’Italia ed alle iniziative private sorte per aiutare ospedali o parrocchie in Italia. Qui ne ricordiamo solo alcune. La città di Hildesheim raccoglie fondi per il policlinico della gemellata Pavia. Il Kath. Bezirk Main-Taunus ha lanciato l’iniziativa “Im selben Boot” per sostenere la diocesi di Trento nell’assistenza ai contagiati ed ai problemi connessi con il Coronavirus. La Comunità Cattolica Italiana di Bad Homburg sostiene la richiesta di aiuto della Parrocchia di San Giuseppe a Sesto San Giovanni, Milano. (p. Tobia Bassanelli)