Primo Piano

La sorpresa dei volontari stranieri: “Noi, al servizio di chi ci ha accolti”

12 Giugno 2020 -

Milano - Cronache di una piccola rivoluzione, quella del volontariato degli stranieri in Italia. Quella compiuta negli ultimi 25 anni dagli immigrati, che perlopiù sono regolari (circa 5,8 milioni) e continuano a integrarsi, ad acquisire la cittadinanza a ritmo sostenuto (nonostante i limiti della legge del 1992) e svolgono attività solidali per restituire quanto ricevuto nei confronti della comunità che li ha accolti. A impegnarsi in queste attività per il bene comune, sono soprattutto donne giovani e con un alto livello di istruzione.

Uno studio che verrà pubblicato il 22 giugno dimostra per la prima volta che sta aumentando il numero delle persone straniere regolarmente residenti nel Belpaese e impegnate a titolo gratuito nelle associazioni. La prima ricerca nazionale sull’argomento, che stravolge tutti gli stereotipi imperanti nei media e nei social che contribuiscono a metterci stabilmente all’ultimo posto (secondo Ipsos–Ocse) nella classifica dei più disinformati in materia nel mondo occidentale, si intitola “Volontari inattesi. L’impegno sociale delle persone di origine immigrata” (Erickson), promossa da Csvnet e realizzata dal Centro studi Medì di Genova. Gli autori sono il sociologo Maurizio Ambrosini, docente della facoltà di Scienze politiche alla Statale di Milano, da anni esperto di migrazioni e membro del Cnel, e Deborah Erminio (Università di Genova, Centro Medì). Ha collaborato la rete dei Centri di servizio per il volontariato raccogliendo dati at- traverso centinaia di questionari e interviste. L’immagine assistenziale dei migranti, visti solo come destinatari di accoglienza e aiuto, viene ribaltata. Un gran numero si impegna nelle forme più disparate di solidarietà a favore degli italiani. Ambrosini, Erminio e il Centro Medi hanno utilizzato 658 questionari e più di 100 interviste, effettuate in 163 città italiane a immigrati volontari residenti stabilmente e provenienti da 80 Paesi. Le loro esperienze sono avvenute in cinque grandi reti nazionali del non profit (Avis, Aido, Fai, Misericordie, Touring Club) che li hanno coinvolti nelle loro attività. La prima nota di rilievo è che il 52 % dei volontari immigrati è donna; il 42% ha un’età media tra 20 e 35 anni. Vivono in Italia da circa 15 anni e il 4% è nato nel nostro Paese. Il 42 % è cittadino italiano, 6 su 10 lavorano, il 41 % è laureato mentre i diplomati si attestano al 36. Più della metà dei volontari di origine straniera s’impegna con una media di circa 6 anni di attivismo. I più saltuari rappresentano un quarto circa del campione, con un’esperienza di volontariato di circa 3–4 anni. Si tratta soprattutto di casalinghe oppure persone che lavorano in modo occasionale o che hanno un impiego part–time.

L’associazione nella quale svolgere attività si trova perlopiù con il passaparola, mentre nei campi di impegno al primo posto si collocano le attività culturali anche a sfondo sociale come la promozione del patrimonio, l’organizzazione di mostre e visite guidate ma anche progetti educativi con bambini e ragazzi in doposcuola o sostegno scolastico. Seguono le iniziative ricreative e di socializzazione – feste, eventi, sagre – insieme ai servizi di assistenza sociale negli sportelli di accoglienza e ascolto, mensa sociale, distribuzione di vestiario o di pacchi alimentari. Sono molto coinvolti inoltre negli empori solidali delle Caritas diocesane, dove persone e famiglie in difficoltà economica possono fare la spesa gratuitamente. Secondo il primo rapporto Caritas Italiana e Csvnet del dicembre 2018, i volontari stranieri sono presenti in un terzo dei quasi 200 empori con una media di quattro unità per servizio. Lo si è visto, del resto, in questi mesi di emergenza alimentare per i più poveri dovuti alla pandemia. L’impegno individuale – senza far parte di un gruppo o associazione – riguarda un quarto dei volontari immigrati, stessa percentuale di chi sceglie di fare volontariato più strutturato.

La metà non aveva mai fatto attività spontanee e gratuite per la comunità nel proprio paese di origine e in Italia ha fatto la sua prima esperienza. Le motivazioni? La causa per cui opera l’associazione, seguita dalla possibilità di svolgere attività con gli amici, oltre alla possibilità di incontrare altre persone. Ora è tempo di accorgersi che la società è cambiata e va cambiata la narrazione per adeguarsi alla nuova realtà cresciuta in silenzio. E chissà che con un racconto nuovo degli stranieri che sono autentiche risorse, non si inizi a contrastare l’odio, il razzismo e la xenofobia. (Paolo Lambruschi - Avvenire)

Vangelo Migrante: Ss. Corpo e Sangue di Cristo (Vangelo Gv 6,51-58)

11 Giugno 2020 - Quando Gesù dice ‘io sono il pane vivo disceso dal cielo’, vuol dire che in Lui, nella Sua vita e nella Sua storia di fedeltà al Padre si è compiuto tutto il ‘cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto’, come ricorda il Deuteronomio nella prima lettura. Anche per noi si compie un cammino: ogni volta che ci accostiamo al mistero del Corpo e Sangue di Cristo, lasciamo ogni nostra supponenza ed approdiamo alla conformazione del mistero che celebriamo, interiormente ed esistenzialmente. Il cammino può dirsi compiuto quando la nostra sarà una vita da risorti perché segnata dalla stessa logica dell’esistenza di Gesù: il dono totale di noi stessi agli altri e lontani da ogni ripiegamento su noi stessi.

p. Gaetano Saracino

Vescovi Basilicata: il fenomeno emigratorio tra i temi dell’incontro a Potenza

11 Giugno 2020 - Potenza - I vescovi della Conferenza Episcopale della Basilicata si sono riuniti, sotto la presidenza dell’arcivescovo Salvatore Ligorio, a Potenza lo scorso 8 giugno e si sono confrontati sul crollo demografico e sul fenomeno emigratorio della regione anche “come grave problema pastorale, è stato oggetto di confronto, insieme alla riflessione sull’attività e presenza della Chiesa nella particolare e attuale situazione socio-culturale e politico-economica della Regione”. Tra i temi all’ordine del giorno la situazione del Seminario Maggiore e l’Anno Propedeutico dei giovani in discernimento vocazionale, specialmente in relazione alla formazione e spiritualità in questi mesi di restrizione di vita comunitaria a causa dell’epidemia. Inoltre hanno discusso di un progetto regionale di riforma dell’attività catechetica. I presuli hanno quindi ribadito l’attenzione alle giovani generazioni, anche per le attività oratoriali ed estive, in regime di precauzione sanitaria. R.I.

Mci Francoforte: don Laslau nuovo missionario

11 Giugno 2020 - Francoforte - Per raggiunti limiti di età, don Silvestro Gorczyca il 30 giugno prossimo lascerà la responsabilità della Missione Cattolica Italiana di Francoforte, che guidava dal 2014, dopo aver operato per sette anni (2007-2014) alla Mci di Amburgo. Gli succederà don Matteo Laslau, al momento missionario nella Mci di Winterthur in Svizzera) e coordinatore dei missionari italiani nella diocesi di Chur. Guiderà la Mci di Francoforte dal prossimo 1 settembre 2020. Don Matteo è oriundo rumeno, cittadino italiano, incardinato nella diocesi di Ravenna-Cervia. Don Silvestro saluterà la comunità italiana di Francoforte domenica 28 giugno. “Un vivo grazie a don Silvestro e tanti cari auguri per il suo futuro nuovo impegno pastorale” e “benvenuto al nuovo missionario”, dice il delegato nazionale delle Missioni cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia, p. Tobia Bassanelli.

Colombia: venezuelani bloccati ai limiti della sopravvivenza 

11 Giugno 2020 - Roma - Almeno 500 persone si ritrovano bloccate da circa quindici giorni nella capitale colombiana. Sono i migranti venezuelani costretti a tornare nel proprio paese, ma, allo stesso tempo, senza la possibilità di farlo a causa dello scontro tra Bogotá e Caracas. Hanno perso l'alloggio in cui vivevano durante la serrata legata alla pandemia. E adesso si ritrovano in condizioni ai limiti della sopravvivenza: niente acqua potabile per loro, che passano la notte in tende di fortuna allestite lungo le strade. La situazione dei migranti è precipitata con la chiusura del Paese. Attivi molto spesso in lavori informali, infatti, si sono ritrovati senza soldi. Con la prima conseguenza che nella Colombia impegnata contro il coronavirus i senzatetto sono improvvisamente aumentati. “Io sono qui con mia moglie da più di 15 giorni”, dice Pelemaco Rivera, 46 anni, migrante venezuelano a RedattoreSociale: “Prima che arrivasse l'emergenza sanitaria lavoravo in un autolavaggio, ma da oltre due mesi non so come pagare l'affitto. Circa un mese fa ci siamo ritrovati a vivere per strada, sopravviviamo grazie alle donazioni e al cibo che ci regalano. Non ci resta altra possibilità che ritornare in Venezuela”. Una situazione a cui nulla è valso il “decreto anti-sfratto” del governo di Ivan Duque, scerive l’agenzia spiegando che tornare in Venezuela per chi ancora sta in Colombia non è così semplice. L'agenzia nazionale Migración Colombia, infatti, permette a non più di 300 persone al giorno di passare il confine, che peraltro non è aperto tutti i giorni. Secondo le autorità della Colombia, sui circa 1,8 milioni di venezuelani presenti, quelli che finora sono riusciti a rientrare sono ufficialmente oltre 135mila. A complicare tutto c’è la tensione tra Caracas e Bogotá. Oltre agli ordini impartiti alle autorità frontaliere della Colombia, che devono "consegnare" i migranti in uscita alle autorità venezuelani. Per evitare assembramenti, inoltre, non è permesso andarsene in autobus. E da Caracas l'accusa espressa dal presidente Nicholas Maduro è quella di lasciare passare persone risultate positive al nuovo coronavirus. Tra le 484 persone bloccate a nord di Bogotá' assistite dal Consiglio norvegese per i rifugiati ci sono 125 minori, 16 anziani e sei donne incinte.

TuttixTutti: resta aperto il concorso nazionale per le parrocchie

11 Giugno 2020 - Roma - Dopo il rallentamento dovuto all’emergenza coronavirus, riparte TuttixTutti, il concorso per le parrocchie promosso dalla Cei a livello nazionale, che taglia il traguardo della 10ª edizione. Il divieto di aggregazione ha fatto sì che gli incontri formativi non potessero essere effettuati. In questa logica è stato eliminato l’obbligo di organizzarli; è stata così semplificata la partecipazione per le parrocchie che dovranno creare un gruppo di lavoro e inviare solo il loro progetto di utilità sociale, che sarà valutato, come di consueto, da una giuria composta dai membri del Servizio Promozione della Cei. Le parrocchie che hanno avuto la possibilità di organizzare gli incontri prima del lockdown riceveranno il contributo previsto dal precedente regolamento. Le iscrizioni, secondo le indicazioni presenti sul sito www. tuttixtutti.it, dovranno pervenire insieme ai progetti di solidarietà entro il 30 giugno. Dieci i premi, compresi tra 1.000 e 15mila euro, attribuiti dalla giuria, che selezionerà i 10 progetti considerati più meritevoli. TuttixTutti rappresenta un’opportunità importante per le parrocchie che hanno la possibilità di realizzare iniziative solidali per le comunità.

Naufragio migranti: recuperati 34 cadaveri

11 Giugno 2020 -

Roma - Sono stati recuperati i corpi di 34 dei 53 migranti a bordo di un barcone naufragato l’altro giorno nel Mediterraneo. I cadaveri sono stati recuperati dalla Marina tunisina nell’area di mare situata tra El Louza (Jebeniana) e Kraten al largo delle isole Kerkennah, teatro del naufragio del barcone partito da Sfax nella notte tra il 4 ed il 5 giugno e diretto verso le coste italiane. Lo rende noto il sito informativo Tunisie numerique precisando che i corpi rinvenuti appartengono a 22 donne, 9 uomini, 3 bambini, di vari paesi dell’Africa sub-sahariana e un tunisino originario di Sfax, che sarebbe stato al timone del peschereccio affondato. Marina militare e Guardia costiera sono ancora al lavoro alla ricerca di altri dispersi.

Comece-Secam: “cooperazione multilaterale, ecologia, migranti”

11 Giugno 2020 - Bruxelles - “Siamo fermamente convinti che l’Africa e l’Europa potrebbero diventare i motori per il rilancio della cooperazione multilaterale”, affermano i presidenti di Comece (Commissione degli episcopati dell’Unione europea) e Secam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar) nell’introduzione del documento “Fiorisca la giustizia e abbondi la pace per sempre” diffuso ieri in vista del vertice Ue-Unione africana del prossimo ottobre che si propone la definizione di una partnership di lungo periodo tra le due sponde del Mediterraneo. Si tratta di un vertice particolarmente delicato, che si sta preparando, e probabilmente si svolgerà, nel pieno della pandemia Covid-19 la quale investe il mondo intero, con effetti devastanti nei due continenti. “In un momento in cui il mondo è colpito dalla pandemia Covid-19 e dalle sue pesanti conseguenze”, i presidenti di Comece e Secam, rispettivamente il card. Jean-Claude Hollerich e il card. Philippe Nakellentuba Ouédraogo, richiamano l’attenzione sulle persone fragili e in difficoltà, le famiglie, le comunità locali, i migranti. Nel contributo congiunto, preparato dai rispettivi segretariati con sede a Bruxelles e ad Accra, si “incoraggiano – spiega una nota che accompagna il testo – i decisori politici europei e africani a orientare i loro lavori preparatori sui principi della dignità umana, responsabilità e solidarietà, sottolineando al contempo l’opzione preferenziale per i poveri, la salvaguardia del Creato e la ricerca del bene comune”. Commentando il lancio del contributo congiunto, il card. Hollerich ricorda le radici comuni e la vicinanza geografica dell’Europa e dell’Africa e sottolinea “la responsabilità dell’Europa di condividere la pace e la prosperità con i suoi vicini”. Il documento dei vescovi dei due continenti offre anche una serie di “raccomandazioni politiche specifiche”, volte a “rimodellare le relazioni politiche ed economiche intercontinentali per stabilire un partenariato equo e responsabile incentrato sui cittadini”. A questo proposito, i vescovi europei e africani invocano un partenariato per lo sviluppo umano integrale, l’ecologia integrale, la sicurezza umana e la pace, nonché per le popolazioni in movimento.

La danza del pane

10 Giugno 2020 - Jesi - Ormai in prossimità della festa del Corpus Domini, del “Pane di vita”, le nigeriane me ne parlano ancora, me lo ricordano… Lo rivivono con un’emozione segreta, intensa. E vorrebbero ripetere l'esperienza appena possibile: la danza del pane. Era nell’estate scorsa, nel caldo afoso di Jesi, vecchia Marca anconetana, quarantamila abitanti nel fondo di una pianura, stretta da colline come nel fondo di un catino. Ma più di un centinaio di Nigeriani, vestiti a festa con i loro lunghi abiti multicolori, provenienti da tutte le Marche, non si sono scoraggiati. Anche loro risentono dell'afa. Le  donne mi ripetevano: “In Nigeria camminiamo per ore con il carico sulla testa a 40 gradi… ma qui non ce la facciamo.. Ma oggi è festa, Mothering Sunday, ci ritroviamo tra lontani…”. E inizia la Messa. E così pure i loro canti ritmici, le  movenze del corpo accompagnate dal battito delle mani, gli strumenti a percussione e le voci soliste con quelle corali che non possono non far sciogliere anche i più estranei in una vibrazione, che accompagna i ritmi naturali del corpo: il respiro, il passo, il battito del cuore. Qualcosa ti prende anche se non si spiega come o perché. Ti prende e basta. E non ti lascia come ti trova: ti scuote, ti sbalza, ti sovverte, ti butta sottosopra. È un incanto... All'offertorio, dopo l'omelia di don Cristiano, prete diocesano, italiano ma poliglotta, ecco si snoda la danza del pane. Una enorme pane rotondo di quasi cinque chilogrammi, croccante, dorato, profumatissimo, offerto da un antico panificio di Loreto, è portato in processione. Porta una grande, bella croce al centro. Ed è come un’ostia gigante, che parla della vita dell’uomo e della vita di Dio. E di un mondo che sa trasformarsi, per raggiungere entrambi. Tutte le donne seguono in una fila interminabile, che solca lo spazio della chiesa. Quasi in un unico corpo, un unico passo, un unico canto. I ritmi della musica assecondano movenze di corpi flessuosi di uomini, di bambini dai vestiti etnici, lunghi, fantasiosi e coloratissimi. Mosse dolci, ritmate, lente. Con un’eleganza soave, armoniosa, la lunghissima fila va verso l’altare… in una gestualità che sa di grande sacralità. Quel pane prolungherà l'effetto dell'Eucaristia nel banchetto che poi segue. Verrà spezzato in piccole parti, consegnato ai vari gruppi e famiglie, perché per i giorni seguenti rimanga un po' di sapore di festa, sapore di fraternità che si è celebrata insieme. E ricordo, in fondo, del senso di ogni vita di migrante. Vivere è saper spezzare la propria esistenza come il pane. Romperla… sì, rompere tutti propri legami, le proprie alleanze, le proprie abitudini. Ma per far vivere, nutrire gli altri. Per far vivere il mondo.

don Alberto Balducci

Direttore Migrantes Jesi

Rosario per l’Italia: oggi l’iniziativa dei Media Cei con il car. Bassetti

10 Giugno 2020 - Perugia - Sarà il presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, il card. Gualtiero Bassetti, a guidare il Rosario per l’Italia, appuntamento settimanale promosso da Avvenire, Tv2000, InBlu radio, Sir, Fisc e Corallo d’intesa con la segreteria generale della Cei. Ad ospitare l’iniziativa il Santuario della Madonna del Bagno a Casalina, frazione del Comune di Deruta, in provincia di Perugia. La preghiera verrà trasmessa stasera alle 21 da Tv2000 e da InBlu radio. Si tratta della tredicesima e ultima tappa del pellegrinaggio mariano lungo la Penisola che è partito il 19 marzo, quando l’Italia era in mezzo alla fase acuta della pandemia, dalla chiesa di San Giuseppe al Trionfale a Roma con il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo. Il Rosario ha toccato, poi, Brescia, di nuovo Roma, Loreto, Pompei, Bologna, Copertino, Bari, San Vittorino Romano, Cascia, Palermo e Piedimonte Etneo.  

Dalla paura alla riflessione, dalla lacerazione alla riconciliazione e all’abbraccio: i sinti a Lucca e il coronavirus visto da vicino

10 Giugno 2020 - Lucca - Erano giorni durissimi, quei giorni di marzo quando arrivavano su tutti i telegiornali e programmi televisivi notizie e immagini preoccupanti di una epidemia che acquisiva le dimensioni di una pandemia, che poteva coinvolgere tutti, ma proprio tutti, ‘democraticamente’. Ognuno di noi stava spesso con orecchi e occhi  spalancati al televisore per cercare indicazioni onde evitare di esserne coinvolti. Anche al Campo Nomadi di Lucca cominciavano ad arrivare le prime notizie di tanti ‘positivi’ e anche morti nella stessa Lucca, i casi si moltiplicavano e possibili focolai venivano indicati in zone vicine e poco frequentate. E’ in questo contesto di ansia, perplessità, speranza, ma più spesso paura (e anche incubi e rincorsa alle spiegazioni più fantasiose o comunicazioni whatsApp tendenti a scaricare l’ansia con video denigratori verso lontani ‘colpevoli’ … ) che scoppiò come un grande fulmine … a cielo molto cupo la notizia che ‘una del campo’ era risultata positiva da un casuale tampone fattole una decina di giorni prima all’ospedale per un ricorso al pronto soccorso per altri motivi. “Una di noi è positiva”, “i nostri bambini sono in pericolo”. Anzi: “una di noi è l’ ‘untore’, anzi il traditore che non ci aveva detto nulla del tampone …!”. Quando qualche giorno dopo arrivò la notizia della positività al coronavirus anche del marito la tensione raggiunse il culmine, ognuno si chiuse nella propria campina con animo non proprio sereno. Al telefono e su whatsapp venivo continuamente informato della loro ansia e c’era chi più preoccupato di altri cercava di coinvolgere anche me (“non credere di cavartela facilmente”, o come a dire: “mal comune mezzo gaudio” nel senso che in compagnia si porta meglio anche la croce) nel proprio destino, ricordandomi che nei giorni precedenti ero io stesso in mezzo a un grande gioco di comunità che aveva visto pressoché tutti protagonisti, l’uno vicinissimo all’altro, ad agitarsi e a gridare per il desiderio di vincere ciò che era in palio, e … non era proprio lontano da noi, anzi dava manforte anche colei che ora era indicata come la colpevole ‘untrice’ che volutamente (ma non è vero!) aveva nascosto il suo stato di positività agli altri, peraltro tutti parenti. Tutti noi con evidente e comprensibile ansia contavamo i  giorni che lentissimamente trascorrevano (consolati solo dal verificarci tutti asintomatici) … i giorni comunque trascorrevano tra il primo tampone positivo e una quarantena ‘a quella maniera’ e il secondo tampone finalmente negativo … il profondo respiro di sollievo e il grande senso di nuova possibile speranza bilanciò quel fulmine a cielo cupo che aveva tutti fulminato, e da lì in poi è stato più facile per tutti scorciare distanze, dialogare in modo pur sostenuto ma più positivo, esercitare maggiore comprensione e accettare ragioni che in situazione surriscaldata era pressoché impossibile. Appena ci è stato possibile (magari interpretando in modo un po' estensivo le norme di convivenza in tempi di coronavirus) un altro gioco di comunità ha visto ancora tutti coinvolti e rappacificati e rassicurati, capaci di superare tranquillamente anche un’altra paura, quella conseguente alla fuga di notizie che su un organo locale di informazione di estrema destra aveva segnalato un focolaio attivo e pericoloso al Campo Nomadi.   I primi commenti in internet a tale notizia non lasciavano infatti ben sperare e i sinti esprimevano apertamente la paura che una qualche ‘spedizione’ di gage potesse venire al Campo con intenzioni non proprio costruttive.   Alcuni gage infatti su facebook avevano commentato che forse sarebbe stata la volta buona per fare sparire i sinti da Lucca.  Nei giorni seguenti una vecchia conoscenza cui non sono proprio simpatico per l’amicizia dei sinti mi incrocia per strada e mugolando tra sé e sé, ma non troppo sottovoce, lascia intendere la sua delusione: “accidenti, è ancora vivo … !”. Se al Campo Nomadi più vicino a me il tempo del coronavirus è stato vissuto in questa atmosfera comprensibilmente drammatica, alimentata anche dalle immagini che venivano dalla televisione (i famosi camion militari pieni di cadaveri … ), tutto sommato però è stato vissuto in modo riflessivo e ragionevole, occasione di vero, ancorché sofferto, dialogo che coniugava paura e speranza, riflessione e fede, domande profonde sul perché di ciò al di là di ricostruzioni mitologiche e un’esigenza di cambiamento di stile di vita rispetto a quello delle manipolazioni e della violenza sulla natura, perché alla fin fine quest’ultima, violentata e repressa, “ci presenta il conto”. In altre presenze di Sinti a Lucca, più orientate in senso ‘spiritualistico’, ‘intimistico’ e miracolistico perché alimentate ad una spiritualità ‘pentecostale’, ‘evangelista’, o addirittura ‘apocalittica’ non pochi ripetevano continuamente che si trattava chiaramente di  una punizione di Dio per i troppi peccati, aperti però anche all’addolcimento della terminologia, nel senso che – coi tempi moderni –  apparendo forse troppo forte quella della ‘punizione’, sicuramente debba trattarsi almeno di una ‘ammonizione’ o ‘avvertimento’ o ‘avviso’ dall’Alto. Non ho mai esercitato la confessione per telefono, ma nei mesi scorsi a motivo di un’atmosfera così apocalittica non pochi sinti , anche lontane conoscenze o comunque lontani da Lucca mi hanno chiesto di poter ricevere l’assoluzione al telefono perché “non si sa mai … !”. Questo mi ha fatto più volte riflettere sui contenuti di una ‘evangelizzazione’ che troppo spesso si ammanta di novità perché capace di utilizzare nuovi strumenti ma il più delle volte veicola concezioni punitive e negative di Dio allontanandosi molto dalla rivelazione evangelica. La esperienza più positiva in questo nero periodo di coronavirus credo di averla comunque vissuta col gruppo di sinti che più da vicino mi ha coinvolto, anche nel rischio di contrarre e condividere col loro l’infezione. C’è stata schiettezza umana fatta di paura, ansia, tensione, parolacce, pure, ma anche volontà di capire, di riflettere, di dialogare (quanto hanno viaggiato i vari strumenti di messaggistica compreso whatsapp!) per emergere da tale paura e gestirla ragionevolmente…e devo confessare che segretamente pensavo dentro di me che se proprio avessi dovuto correre qualche rischio a motivo di questo, averlo corso in solidarietà a coloro che sono ormai da tempo diventati compagni di viaggio, condividere cioè il comune destino, non mi avrebbe disturbato poi troppo. Ultimamente, nel benedire le tombe di tre loro defunti che in tutto questo periodo non c’era stato modo di farlo, tra una parola scherzosa e l’altra con cui tutti cercavano di esorcizzare il pericolo scampato e il passato di trepidazione, nell’affermare che loro sono sinti e hanno comunque gli anticorpi per combattere anche i virus peggiori perché abituati a vivere una vita intera a contatto con la natura lungo un fiume, diversi mi hanno puntualizzato che  se io stesso ne sono uscito bene si deve al fatto che … “stai coi sinti”. Chissà che questo non abbia un’anima di verità? (p. Luciano Meli)      

Condivisione e tecnologia al servizio di educazione e pastorale

10 Giugno 2020 -
Roma - Viviamo giornate fortemente caratterizzate dall'uso della tecnologia. Per il lavoro, lo studio, le attività ludiche… insomma tutto sembra passare da quel ponte che cerca di mediare – non sostituire – rapporti che questo tempo non consente di vivere appieno. Se c’è una dimensione che più di altre va via via emergendo è la condivisione, improntata alla creatività che riesce ad aprire spazi impensabili fino a poco tempo fa. Ciò che sembra novità, di fatto non lo è: mancava semplicemente una coscienza nuova sulla realtà. Capita così che progetti come VatiVision o Orientaserie non facciano altro che disegnare quel concetto di comunità sotteso alle risorse tecnologiche quando gestite in modo etico. VatiVision, nuovo servizio streaming on demand realizzato per diffondere il messaggio cristiano, intende portare una visione di senso e di prospettiva capace di dare nuova linfa a progetti locali, nazionali e internazionali. Orientaserie, sito per conoscere e valutare le serie tv, vuole essere una risorsa utile per tutti, in particolare per i genitori e gli educatori. Al centro di entrambi i progetti vi sono finalità educative e pastorali che diventano un punto di riferimento destinato a non esaurirsi.

Vincenzo Corrado

Migrantes Andria: un rifugio ospitale anche per la notte

10 Giugno 2020 - Andria - Durante l’emergenza sanitaria per contenere il contagio l’Ufficio Migrantes della Diocesi di Andria ha allestito un rifugio per dare sostegno concreto alle situazioni di maggiore fragilità sociale ed economica. La Casa di Accoglienza “Santa Maria Goretti”, spiega il direttore Migrantes, don Geremia Acri, ha assicurato sinora servizi diurni e non vi sono sul territorio luoghi per un’accoglienza notturna di persone che vivono per strada. Offrire un posto accogliente per la notte è l’ennesima risposta della Chiesa, un segno di attenzione nei confronti di tutte quelle persone che nel momento del bisogno non trovano soluzioni in grado di rispondere a esigenze materiali immediate. Il tempo vacillante di questa stagione ci mette di fronte al bisogno sempre più impellente di aiutare quelli della 'prima volta': quelli che la ripresa del lavoro è dura; quelli che hanno contratto mutui, affitti onerosi per le loro attività commerciali e artigianali che stentano a decollare nuovamente; quelli che il peso delle troppe incognite hanno reso fragili dal punto di vista psicologico; e quelli che hanno bisogno di trovare una nuova strada per sostenere la propria vita e quella dei propri cari. Ora chi è rimasto senza un tetto sa di non essere dimenticato. Grazie ai volontari che prestano il loro servizio presso la Casa di Accoglienza. (Sabina Leonetti -  Avvenire)

Don La Magra: “la violenza non risolve i bisogni di tutti, no a capri espiatori”

10 Giugno 2020 -  Lampedusa - “Nessuno ha rivendicato questi gesti ma il messaggio sembra chiaro. Fa rabbia l’idea che si usi la violenza per rivendicare i diritti della popolazione, perché non sono i migranti ad ostacolare ciò che è giusto per i lampedusani, né c’è una competizione tra i diritti delle persone”. A distanza di alcuni giorni dagli incendi ai “cimiteri dei barconi” a Lampedusa e dall’oltraggio alla Porta d’Europa, monumento simbolo dell’accoglienza alle persone migranti, don Carmelo La Magra, parroco di San Gerlando, unica parrocchia dell’isola, esprime al Sir la sua amarezza: “Certamente è qualcosa che nasce all’interno dell’isola. Non credo sia una sommossa popolare ma l’iniziativa di poche persone che cercano di farsi sentire usando metodi violenti”. Nella piccola comunità di Lampedusa, ammette, “un po’ di tensione si avverte, perché si soffre per la crisi economica provocata dalla chiusura delle attività e non si sa ancora se si riuscirà a lavorare quest’estate. Perciò è facile trovare un capro espiatorio".

Efal: formazione operatori sanitari in emergenza Covid-19

10 Giugno 2020 -  Roma - L’EFAL in qualità di Ente di Formazione Professionale è impegnato da sempre nella formazione rivolta agli operatori sociali e multidisciplinari che si occupano di accoglienza. Negli ultimi anni grazie anche alla convenzione con l’Università di Siena, EFAL si occupa di somministrazione degli esami per la certificazione della lingua italiana. Questo ha permesso al “nostro Ente – dice la direttrice Maria Pangaro - di avere una maggiore conoscenza dei fabbisogni formativi e in queste settimane di grande difficoltà per tutti per via della pandemia che ha colpito anche il nostro Paese, l’EFAL ha strutturato una serie di corsi visionabili anche sul sito www.efal.it tra cui un percorso in webinar  della durata di 4 ore per formare e informare operatori impegnati nella prima accoglienza Fami e nella seconda accoglienza Siproimi”. La formazione missione di EFAL è “necessaria in questa fase storica per l’Italia e solo attraverso momenti dedicati è possibile salvaguardare la salute di tanti operatori ma al tempo stesso degli ospiti stranieri”, conclude Pangaro.  

Migrantes Casa S. Barbara: il cuore aperto al mondo nel tempo della pandemia

9 Giugno 2020 - Caltanissetta - Casa S. Barbara: è il luogo in cui si sta realizzando un progetto di accoglienza dei giovani migranti, rifugiati e richiedenti asilo, a cura dell’Ufficio Diocesano Migrantes, della Caritas Diocesana, della parrocchia S. Barbara e dell’UISG (Unione Internazionale Superiore Generali) che opera a Caltanissetta dedicandosi all’integrazione dei migranti. Sei giovani, provenienti da tre diversi paesi dell’Africa (Nigeria, Mali e Camerun) che parlano lingue diverse e professano diverse religioni (un musulmano e cinque cattolici in questa fase), un nucleo familiare di due giovani nigeriani con una bimba di sei mesi, hanno trovato accanto alla parrocchia S. Barbara una casa in cui vivere dignitosamente, seguendo percorsi di formazione e di inserimento lavorativo per conquistare autonomia e vivere responsabilmente l’integrazione. Oltre ai volontari della Migrantes (coordinati da Donatella D’Anna) e all’appoggio della Caritas (guidata da Giuseppe Paruzzo), la parrocchia, storica presenza nel Villaggio S. Barbara costruito nel dopoguerra per ospitare i minatori dello zolfo alla periferia di Caltanissetta, oggi retta dal generoso giovane parroco Don Marco Paternò, segue con sollecitudine il percorso dei giovani rifugiati, curando la costruzione di rapporti virtuosi con la comunità parrocchiale. “Sono state coinvolte anche famiglie-tutor, che seguono i giovani come genitori, accompagnandoli nell’integrazione senza sostituirsi ad essi” dichiara Donatella D’Anna, direttrice dell’Ufficio Migrantes, promuovendo la loro autonomia con un rinforzo affettuoso di autostima che recuperi lo sradicamento di chi ha dovuto abbandonare in un altro continente famiglia ed affetti per tentare un futuro possibile a migliaia di chilometri lontano. La comunità ha cominciato a funzionare a Casa S. Barbara il 5 marzo, mentre partiva il lockdown per la pandemia, un segno di apertura nell’obbligo della chiusura, che anche in questa periferia della società sta tessendo i legami della solidarietà, mettendo in pratica quel “nessuno si salva da solo” pronunciato da Papa Francesco.    

Italiani nel Regno Unito: il rischio di essere trattati come cittadini di serie B

9 Giugno 2020 - Londra - Vivere nel Regno Unito ma non sentirsi nell’“Europa unita”. Sperimentare la percezione di essere “stranieri” e “schedati” per poter restare e lavorare… “Sono brutte sensazioni, le sentiamo addosso”, racconta al Sir Daniela Vicini, 44 anni, originaria di Pavia, che dal 2017 abita con il marito e le due figlie (Sofia 15 anni, Anastasia 10) nel Cheshire, una contea nel nord-ovest del Paese, a una quarantina di chilometri da Manchester. Una famiglia italiana “atipica”, avendo vissuto prima in Cile, poi negli Stati Uniti, per esigenze di lavoro di Maurizio Miccolis, ingegnere, attualmente impegnato nella costruzione di un radio-telescopio gigante (https://www.skatelescope.org/). “Quando è emersa questa opportunità di lavoro per mio marito, siamo venuti con gioia nel Regno Unito, benché sapessimo del Brexit. Le informazioni diffuse dal governo sembravano rassicuranti per chi fosse qui a lavorare. Invece ora abbiamo avuto brutte sorprese”. Daniela, laurea in Giurisprudenza, ex impiegata presso le Acli, oggi – dice – è “mamma a tempo pieno”, anche se non esclude di cercarsi un lavoro prossimamente. Di recente ha registrato un video che lamenta le difficoltà insorte col Brexit per i cittadini europei, i quali devono registrarsi per non diventare “immigrati illegali”. Infatti se non si ha la cittadinanza britannica occorre richiedere entro il 30 giugno 2021, essendo arrivati nel Paese entro il 31 dicembre 2020, il permesso di residenza provvisoria o residenza permanente: si tratta del Pre-Settled Status e del Settled Status (questo il sito ufficiale del governo per inoltrare la domanda: https://www.gov.uk/settled-status-eu-citizens-families/applying-for-settled-status). Ma l’accesso a tali documenti – che si ottengono mediante una richiesta on line, fornendo tutti i necessari dati anagrafici – può risultare complicato per qualcuno, ad esempio per i più anziani. La questione potrebbe inoltre riguardare i minori, perché “non tutti i genitori sono consapevoli che la applicazione è personale e non famigliare”. Daniela si dedica dunque, come volontaria, ad aiutare chi ne avesse bisogno per compilare la domanda on line (https://settled.org.uk/it/). “Il vero problema rispetto alla mia sensibilità come persona è l’essere privata dei diritti pieni di cittadinanza e realmente degradata a residente di serie B. Non solo l’applicazione non è automatica (come invece era stato promesso nel 2016 prima del referendum), ma a fronte della cessione di tutti i nostri dati di contatto e personali (numero di passaporto, indirizzo, telefono, mail… da aggiornare ogni volta che ne cambiamo uno) non viene rilasciato alcun documento comprovante lo status. Solo un codice da verificare via web: fino al prossimo crash del sistema”. Non ci sono soltanto ostacoli burocratici. Nel Paese – peraltro pesantemente segnato dal coronavirus – talvolta emergono forme non sempre velate di ostilità verso i cittadini di altri Paesi. “Il clima che si respira a Londra, Manchester, Liverpool è certamente molto più multiculturale e aperto di quello che si può trovare nelle campagne del Cheshire. Peraltro noi apparteniamo alla categoria degli immigrati ‘giusti’: europei, che lavorano e abitano in un bel quartiere. Ma non è così per tutti. Ciononostante frasi del tipo ‘tuo padre è venuto a rubarci il lavoro’ sono capitate a scuola ad entrambe le figlie”. Aggiunge: “è di questi giorni la notizia che per richiedere la cittadinanza inglese non basterà neanche più il Settled Status, perché oltre ai 5 anni di residenza bisognerà provare di aver pagato l’assicurazione sanitaria (in parole povere aver sempre avuto un contratto di lavoro stabile). Quindi una mamma a tempo pieno come me potrebbe non ottenere mai la cittadinanza”. A tutto ciò si è aggiunto il Covid che “ha peggiorato la situazione in quanto chi avesse già ottenuto il Pre-Settled Status, ma si fosse assentato dal suolo britannico per più di 6 mesi su 12”, come hanno fatto diversi stranieri, “perderebbe lo status ottenuto. Molti nostri connazionali sono rientrati a casa in Italia ed è necessario ricordare loro questa scadenza”. Da qui l’impegno a dare una mano “a chi non si rendesse conto del rischio di perdere quello che invece considera come un diritto acquisito”. Avete nostalgia dell’Italia? Daniela sorride. La vita che, assieme al marito, ha scelto per la sua famiglia mette in conto di restare all’estero, almeno per qualche anno ancora: le figlie infatti hanno finora frequentato scuole in lingua inglese e il rientro nel Belpaese potrebbe essere in tal senso un po’ problematico. Poi aggiunge: “qui onestamente noi ci troviamo bene. Non ci manca nulla. Occorre però superare questo scoglio generato dal Brexit”. Ed è proprio di queste ore la notizia che i negoziati per il divorzio tra l’isola e l’Ue sono in una fase di stallo. “Questo ci preoccupa. Ma soprattutto dovrebbe preoccupare gli inglesi. Credo proprio – ma magari è solo la sensazione superficiale – che il Regno Unito subirà contraccolpi da questa scelta. Noi con un’ora di volo possiamo tornare in Italia o in Europa, ma ci si domanda quale sarà il futuro per gli inglesi”.   Gianni Borsa

Sanatoria 2020: più salute e giustizia

9 Giugno 2020 - Roma - E’ stato importante che la drammatica situazione sanitaria e la conseguente e necessaria tutela della salute di ogni persona – secondo il dettato costituzionale – abbia portato a valutare l’emersione dal lavoro nero di lavoratori in cinque ambiti importanti: l’agricoltura, la zootecnia e la pesca, l’assistenza alla persona, il lavoro domestico. Il collegamento salute e lavoro – uno degli aspetti fondamentali nello Statuto dei lavoratori – che compie quest’anno il suo cinquantesimo anno – ha trovato una sensibilità politica, economica e sociale capace di valorizzarlo e concretamente attuarlo. Non è possibile immaginare quanti saranno i beneficiari, anche alla luce della difficile situazione economica innescata dal Covid 19. Alcune stime parlano di 150.000- 200.000 lavoratori: fossero anche poche persone, di fatto un diritto dei lavoratori, quello alla salute, viene tutelato, portandosi con sé anche una regolarizzazione sul piano legale e giuridico che porterà ulteriori benefici sia ai lavoratori come alle nostre comunità. Dalla regolarizzazione sono esclusi i migranti che hanno commesso reati legati al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, o alla droga o a reati con l’arresto in fragranza. Anche questa attenzione a una regolarizzazione che non sacrifichi un altro aspetto importante, come la giustizia e la sicurezza, è un ulteriore elemento che rende la sanatoria 2020 un atto politico e giuridico importante. La sanatoria con l’emersione del lavoro nero rende ulteriormente evidente – qualora fosse stato ancora necessario – che l’attuale normativa sull’immigrazione, cioè la Bossi-Fini la legge Bossi Fini – con i meccanismi di incontro tra domanda e offerta di lavoro legati a decreti flussi non funziona e ha generato in quasi vent’anni solo sfruttamento, lavoro nero, evasione fiscale, morte e ingiustizia, nessuna tutela previdenziale e sanitaria. Per questo ci si augura che le forze politiche mettano mano a una revisione legislativa che sia veramente capace di tutelare i diritti dei lavoratori e le nostre comunità.

Migrazioni: i 9 punti del documento all’Ue firmato da Italia, Spagna, Grecia Cipro e Malta.

9 Giugno 2020 - Roma - “Per la prima volta cinque Paesi mediterranei dell’Unione europea hanno presentato alla Commissione una proposta politica in vista dell’imminente elaborazione di una nuova strategia comune e solidale sull’immigrazione e l’asilo. È un passo importante, tra l’altro, per il riconoscimento, della specificità delle frontiere marittime esterne dell’Unione e dell’obbligatorietà delle procedure di ricollocamento dei migranti tra i partner della Ue”. Lo aveva affermato il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese al termine del Consiglio affari interni dei ministri Ue lo scorso 5 giugno scorso, evidenziando le peculiarità del documento condiviso da Cipro, Grecia, Italia, Malta e Spagna in vista dei prossimi negoziati per la definizione di una nuova strategia migratoria dell’Unione europea. Il testo è ora presente nel sito del Governo italiano – Ministero dell’Interno. Nove i punti da valorizzare nell’ambito dell’agenda dell’Ue: il riconoscimento della specificità della gestione delle frontiere marittime; la ricollocazione obbligatoria tra tutti gli Stati membri dei migranti che sbarcano a seguito di operazioni Sar; l’adozione di un sistema comune europeo per i rimpatri; l’individuazione di Linee guida per l’attività di ricerca e soccorso in mare da parte delle imbarcazioni private; il superamento del criterio della responsabilità del Paese di primo ingresso stabilito dal regolamento di Dublino; l’introduzione di un meccanismo obbligatorio e automatico per la ridistribuzione pro quota delle richieste di asilo; l’adozione di un sistema di asilo che tuteli i diritti ma che consenta, allo stesso tempo, di prevenire gli abusi; la previsione a carico del Paese di primo ingresso soltanto delle procedure di pre-screening per i necessari accertamenti sanitari e di sicurezza; il rafforzamento delle politiche di collaborazione con i Paesi terzi, in particolare con quelli del Nord Africa e del Medio Oriente.  

Il volto del pastore

8 Giugno 2020 - Loreto – Loreto: i fedeli uscivano lenti dalla Basilica, ancora intorpiditi dal lungo lockdown, a tutte le messe di domenica 31 maggio. Erano numerosi, nonostante tutto. Mascherina sul volto, aria incerta, ma distesa, guardie del corpo in livrea blu presso le porte più numerose del solito. Maria, la "donna del sì" - donna forte e fedele in ogni vicissitudine - all’interno, li aveva consolati. Era come se avesse strappato  loro, ad ognuno, un “sì”: un nuovo gesto di fiducia. Un atto di coraggio e di serenità. Sì, in questa tormentata pandemia, venuta quasi come un segno di Dio, “Colui che viene sempre di sorpresa”. Ma tutto concorre al bene, per chi è amato da Dio. Ricominciare, ora, sarà un grande, umile gesto di forza interiore... Uscendo, così,  non immaginavano di imbattersi ancora in un'altra sorpresa. Un segno del cielo. Il beato vescovo Giovanni Battista Scalabrini sorrideva là ad ognuno... Di lui “Padre dei migranti”, ora, alla vigilia della sua festa, - del tanto  atteso incontro con il suo Signore il 1 giugno 1905, solennità dell’Ascensione - veniva consegnato ad ognuno  il suo volto. Un ricordo con il suo bel profilo di pastore, insieme a un messaggio. I suoi sofferti “sì” alla volontà del Padre, le sue infinite preoccupazioni per il gregge, per i suoi migranti che partivano per le Americhe,- con la testa piena di speranza e di vane illusioni - il suo “farsi tutto a tutti”, e i suoi viaggi al Nuovo Mondo per consolarli, avevano scavato il suo volto, come uno scalpello di scultore. L'avevano reso forte e dolce, come non mai. Traspariva misericordia ma, allo stesso tempo, una segreta forza interiore. “E venne un uomo. Il suo nome era a molti sconosciuto, - diceva il messaggio - amò Piacenza e la sua diocesi, in opere e in parole. La gente, la vita e i problemi che l’abitavano. Ma con il cuore amò coloro che se ne andavano. Perseguitati dalla miseria. Da quel bisogno inarrestabile di essere uomini. Partivano in massa dalla sua terra. E migravano”. Era alla fine dell’800, inizi ‘900. Il suo sguardo si posava pensoso e riflessivo su questa immensa tragedia collettiva per milioni di uomini. Ed erano i nostri italiani. Fondò la Congregazione dei missionari scalabriniani per accompagnare questa avventura migratoria, che lo colpiva fino in fondo all'anima. Oggi, i suoi missionari sono ormai dispersi in 30 nazioni dei 5 continenti per ogni emigrante senza distinzione: latinoamericani, filippini, portoghesi, capoverdiani… oltre che italiani. Il messaggio termina con un grido, una preghiera:  “Con te oggi i tuoi missionari gridano - in nome di Dio - per quanti hanno bisogno ancora di diventare esseri umani. Loro, che hanno perduto una terra. Ma anche voi, che non condividete la vostra. Come fratelli” . I fedeli, uscendo dal Santuario, ricevevano cosí un messaggio, un volto. E una nuova, forte responsabilità. (p. Renato Zilio, Migrantes Marche) ​