Primo Piano

La vita in un campo Rom durante il Covid 19

16 Giugno 2020 - Pistoia - Per fortuna sono rimasto al campo, sì perché all’inizio di questa pandemia, avevo pensato di trovarmi un posto “più sicuro”, sollecitato anche dall’invito di qualcuno a “mettere casa” temporaneamente in qualche parrocchia o canonica vuota, un posto senz’altro più tranquillo e adeguato. Tentazione passeggera e a dire il vero: mai presa in considerazione. D’altronde dove andare? Qui al campo non mi manca niente: compagnia, un tetto, un letto e il necessario per vivere anche per affrontare questa “quarantena-clausura”. E poi nessun Rom del campo poteva porsi questo interrogativo, allora perché io sì? La loro, la mia casa e la nostra è il campo. Andarmene avrebbe significato anche ingannare i Rom. Se all’inizio pensavo che stare al campo forse poteva portare qualche vantaggio, ora a distanza di qualche mese, sono abbastanza convinto che il campo in un certo senso ci abbia tutelato molto di più, rispetto alle altre realtà. Fino ad ora nessun contagio all’interno del campo, rispetto a Pisa che ne ha avuti circa 1000, ci sarà un motivo? Io posso immaginarlo, ma difficile provarlo senza prove concrete e verificabili. Ma la prima constatazione, quella più evidente è che la vita al campo, anche durante il Covid 19, è continuata sostanzialmente quasi come prima, anche se diverse cose, ovviamente sono cambiate. Ad esempio, gli appelli al distanziamento sociale, all’uso delle mascherine (qui al campo arrivate fuori tempo massimo) non hanno avuto grande ascolto. Anche il Covid 19 non ha interrotto la tipica vita sociale dei Rom e tra i Rom all’interno del campo, fatta di incontri, attività quotidiane, visite, liti, compleanni, tanta musica, il mese del Ramadan e compresa la festa del Giordan, (giorno di San Giorgio), tipica festa dei Rom Balcanici del 6 Maggio, anche se quest’anno in tono minore. I rom conoscono da tempo la fragilità, sanno di essere vulnerabili. Non hanno certo bisogno di esperti, di psicologi, di guru o di professori che insegnino le tattiche per affrontare i rischi della vulnerabilità. I Rom ci sono nati dentro la fragilità, ne hanno consapevolezza. E il campo, gran parte dei campi Rom sono allo stesso tempo causa e risposta alla vulnerabilità che sentono sulla loro pelle, da sempre. I Rom che abitano nei campi, soprattutto loro, hanno sviluppato quello che gli studiosi di sociologia chiamano resilienza: “La resilienza è la capacità di una persona o di un gruppo a svilupparsi bene, a continuare a progettarsi e proiettarsi nell’avvenire, in presenza di eventi destabilizzanti, di condizioni di vita difficili, di traumi a volte molto duri”. ( M. Marciaux) Il Covid-19 viene da fuori, è invisibile come il respiro, è una minaccia che colpisce indistintamente, non fa differenza di classi, di appartenenze, di fedi…i Rom sanno fiutare il pericolo, a modo loro e gradualmente percepiscono la gravità della situazione, ma lo affrontano senza esserne schiacciati.  In questo caso intuiscono che il “restare al campo” può essere la loro unica àncora di salvataggio. Gli stessi Rom (quelli integrati !?) che vivono in appartamenti in città, a contatto dei gagè sono visti con un po' di sospetto e timore, quando passano dal campo. Potrebbe apparire la loro una “incoscienza”, quando tutti si isolano nelle proprie abitazioni, si mantengono le necessarie distanze, l’invito ad usare le mascherine (che qui arrivano fuori tempo massimo), ad evitare gli assembramenti, invece qui al campo queste precauzioni non sono del tutto rispettate, perché sembrano più utili per chi sta “fuori”. Durante questo periodo di quarantena il campo cambia di poco il suo stile, o meglio fa quello che è la casa per gli italiani durante la quarantena: protegge, sa prendersi cura, rafforza lo spirito di comunità, di appartenenza, perché il campo, nonostante tutto è la nostra casa, forse più dell’appartamento, della baracca o della roulotte. Il virus non penetra, rimane fuori almeno fino ad ora, la vita del campo sembra fare da barriera al virus, è vero “ci si salva insieme, se restiamo in piedi”. Sostanzialmente la vita interna del campo continua con i suoi ritmi, senz’altro più lenta rispetto a prima, ma da sempre i tempi del campo sono lunghi, prolungati, non dettati da scadenze, da programmi stretti, appuntamenti…certamente non frenetici. È da sempre che i Rom si distinguono dai “gagie”, anche nell’uso del tempo: loro non vivono in funzione della prossima estate, del prossimo convegno, del prossimo viaggio all’estero, della seconda casa, della movida o dell’aperitivo al bar. Se questa quarantena, rinchiusi nelle case ha provocato in tanti italiani degli stress, disagi, irrequietezza, tra i Rom molto meno, perché la vita del campo in genere scorre lenta, senza fretta, è isolata (clausura). Decisamente i ritmi del campo non sono quelli del “tutto e subito”, non ci si muove alla velocità di un click e questo li aiuta a non cadere nella depressione, perché la vita di relazione, che il campo garantisce, li aiuta a superare lo stress causato anche dalla paura di essere vulnerabili al contagio. Le nostre società stanno facendo l’esperienza dolorosa e tragica della vulnerabilità e del limite. In un certo senso ci sentiamo traditi o per lo meno delusi dalla scienza, dalla tecnologia, dalla medicina. Davamo per scontato che queste moderne “torri di sicurezza”, simboli di conquista e benessere, fossero impenetrabili, capaci di garantire la nostra tranquillità, la nostra salute e il nostro futuro…più o meno avevamo la convinzione di avere un certo controllo. Invece è bastato un invisibile virus per scombussolarci e mettere in ginocchio le nostre economie, i nostri stili di vita, sentirci vulnerabili, limitati. Il coronavirus ci ha insegnato che abbiamo un limite, che siamo un limite. Ebbene, i Rom che da sempre vivono la loro “vita nuda” in modo vulnerabile, consapevoli di essere limitati e di dover conviverci, perché sottomessi quasi sempre alle decisioni prese da altri, all’aria che tira nel paese, agli interessi politici, alle ordinanze di sgombero, agli equilibri interni di un dato campo: vite sospese, in mano d’altri. Ebbene il coronavirus non ha scalfito più di tanto le loro “certezze limitate”, non certo quelle basate sulla scienza, sul progresso scientifico, perché le loro si fondano soprattutto sul loro “stare e vivere insieme”, sull’affrontare insieme anche le prove più dure. La quarantena per il campo è significato anche un periodo nel quale siamo rimasti ancora più soli. Pochi, veramente pochi tra i gagie si sono preoccupati di come stavamo al campo, se avevamo bisogno di qualcosa, se avevamo le mascherine o i gel per disinfettarci le mani. Per soli, intendo anche senza operatori, assistenti sociali, controllori di varia natura, eccetto la presenza quotidiana delle forze dell’ordine che venivano per accertare chi era agli arresti domiciliari. La quarantena è stata in questo caso, per il campo una “ventata di ossigeno”. Da anni assistiamo a un ossessivo controllo, avere il fiato sempre sul collo appesantisce la vita, ti fa sentire come un osservato speciale, perché la tua esistenza sai che dipende anche da chi è incaricato a controllarti: richiami, proibizioni, controlli, minacce, inviti a presentarsi, ad allontanarsi…un’aria abbastanza pesante, a volte un po' “pestilenziale” che finisce con il contaminare l’esistenza di tanti, di tutti. È forse anche per questo, che i Rom hanno elaborato un proprio sistema immunitario? Con il coronavirus, finalmente una “tregua”, il respiro del campo torna ad essere più tranquillo e disteso. I rom finalmente si riappropriano del loro respiro. Certo, anche su di loro incombono timori, paure, preoccupazioni, il pericolo del contagio che può venire soprattutto da fuori, meno da dentro. “Dentro-fuori”, che strano, il campo spesso è visto dalla cittadinanza come un “fuori luogo”, un pericolo, una minaccia contagiosa, una bomba ad orologeria pronta ad esplodere, una bomba ecologica. Invece ora, le parti sembrano capovolgersi, senz’altro agli occhi dei Rom, il pericolo ora viene dal “loro fuori”, proprio da chi li ha sempre esclusi, tenuti fuori, appunto a debita distanza di sicurezza. Le parti si sono invertite, appunto, grazie ad un virus invisibile. Tutto può cambiare, niente è immutabile. “Per piacere state a casa VOSTRA” scritta apparsa all’entrata di un campo di Sinti a Bologna, chiaramente rivolta a chi sta fuori dal campo: voi che venite da fuori, non contagiateci per piacere: come a voler dire: untori siete voi, state a casa vostra! Con il coronavirus il clima dentro il campo sembra un po’ cambiato.  Il pane ritorna ad essere sfornato in casa e il suo profumo circola, viene offerto anche ad altri. La difficoltà di reperire cibo per diverse famiglie è sostenuta anche attraverso i bonus alimentari (distribuiti dal comune a che ne ha diritto), condivisi anche all’infuori del proprio nucleo famigliare, come i pacchi alimentari Caritas, sono facilmente spartiti. L’impossibilità di lavorare e di andare a manghel, come prima, se da un lato preoccupa, dall’altro è sostituita dalla comprensione e dall’andare incontro a chi è effettivamente in difficoltà. Il motore del campo sono soprattutto le relazioni, d’altronde nella vita di tutti non è forse tutta questione di relazioni? Senz’altro anche il mese sacro del Ramadan, ha contribuito parecchio a vivere questo tempo con un’attenzione a chi è in difficoltà e a sostenere chi effettivamente faceva il digiuno e la preghiera. Quindi, anche le relazioni in questo periodo sembrano più vive e feconde del solito e aiutano ad affrontare le paure e le sue crisi, perché condivise. Se da un lato è pur vero che la nostra società ci ha educato ad essere autonomi, autosufficienti, a non dover dipendere da altri, poco invece ci ha formato a saperci accontentare o di saper fare a meno del superfluo, tanto meno ad essere mano tesa che elemosina un aiuto o accettare di farci aiutare. Tutto questo ci mette in un forte disagio, fino a sfiorare la crisi psicologica.  I Rom invece ci sono più abituati e anche di fronte alla crisi del coronavirus, la esorcizzano con la musica e la danza, così come abbiamo visto fare su tanti balconi delle nostre case, perché anche “la musica cambia e salva la vita” (Ezio Bosso) Ovviamente non tutto è bello dentro un campo Rom, come dentro le nostre comunità. Durante questo tempo siamo stati comunque testimoni anche di tante cose belle: dedizione, sacrificio, coraggio. Tutte cose che ci fanno sperare e ce lo auguriamo tutti di riuscire a farne tesoro, anche per il “dopo coronavirus”. Come m’auguro che la “bellezza” del vivere Rom possa  contagiare anche la mia e la nostra società, una bellezza da guardare in volto, senza alcuna “mascherina di protezione”. “Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto.” (Sal. 26, 8)   don Agostino Rota Martir Campo Rom di Coltano (PI)

Istat: l’incidenza della povertà assoluta tra i migranti è pari al 26,9%

16 Giugno 2020 - Roma - L’incidenza della povertà assoluta tra i migranti residenti in Italia è pari al 26,9%. Il dato è fornito dall’Istat che oggi ha pubblicato le statistiche sulla povertà. Per l’Istituto di ricerca italiano  in Italia sono quasi 1,7 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta con una incidenza pari al 6,4% (7,0% nel 2018), per un numero complessivo di quasi 4,6 milioni di persone (7,7% del totale, 8,4% nel 2018). Gli stranieri in povertà assoluta sono quasi un milione e 400mila, con una incidenza pari al 26,9%, contro il 5,9% dei cittadini italiani. L’incidenza di povertà assoluta è pari al 22% (25,1% nel 2018) per le famiglie con almeno uno straniero (24,4% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri) e al 4,9% per le famiglie di soli italiani. La criticità per le famiglie con stranieri – spiega l’Istat - è più sentita nei piccoli comuni. Le famiglie in povertà con stranieri dove sono presenti minori mostrano valori pari al 27% (282mila), quelle di soli stranieri sono invece il 31,2%, ossia un valore cinque volte superiore a quello delle famiglie di soli italiani con minori (6,3%). Nel Mezzogiorno la stessa incidenza sale al 36,8% per le famiglie con stranieri dove sono presenti minori, contro il 10,6% delle famiglie di soli italiani con minori. A livello territoriale, l’incidenza più elevata si registra nel Mezzogiorno, con quote di famiglie con stranieri in povertà circa quattro volte superiori a quelle delle famiglie di soli italiani (rispettivamente 32,1% e 7,4%).

Media Cei: domani “Rosario per l’Italia” con mons. Caiazzo

16 Giugno 2020 - Roma - Tv2000, InBlu Radio, Avvenire, Sir, Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la Segreteria generale della Cei, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi, domani, mercoledì 17 giugno, alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 (canale 28 e 157 Sky), InBlu Radio, e su Facebook. La preghiera andrà in onda dalla Cattedrale di Maria Santissima della Bruna e Sant’ Eustachio a Matera e sarà presieduta dall’ arcivescovo di Matera-Irsina, mons. Antonio Giuseppe Caiazzo.

Stati generali all’antica Abbadia di Fiastra

16 Giugno 2020 - Jesi - Non era nel quadro suggestivo della romana villa Doria Pamphili, ma in un contesto ancor più sorprendente, dove si ritrovava, giorni fa, la Migrantes regionale delle Marche: l’antica Abbadia di Fiastra. Una vera perla della terra marchigiana, una terra al plurale (le Marche), con le sue ben tredici diocesi.  Ma non per perdersi in sentieri ombrosi, in una selva secolare dai laghetti sorprendenti tra Macerata e i Monti Sibillini, immensa proprietà dei monaci Cirstercensi del XII secolo. Non per adagiarsi in un antico passato, ma lanciarsi verso il futuro e le sue sfide. La prima, si chiama “Giubileo dei Migranti” alla Vergine di Loreto nel prossimo 11 ottobre. Ormai da cinque anni si tiene alla Basilica di Loreto un pellegrinaggio di tutti i migranti delle Marche, con la presenza di più di trecento migranti, delle bandiere della loro terra, dei loro vestiti più belli, dei loro inni e canti folclorici… rendendo grazie a Dio per una presenza originale in terra marchigiana. E, incuriosendo, oltretutto - con una cultura fortemente comunitaria e festosa - il modo di fare più riservato e individuale di questa terra di accoglienza. Quest’anno, infatti, è l’anno giubilare del santuario di Loreto. Cento anni fa Maria fu proclamata “Patrona dell’aviazione”. E ancora oggi invita a “volare alto” il popolo dei credenti. E per i migranti, a coltivare i valori di dignità, di speranza e di resistenza… L'emergenza sanitaria rischia, tuttavia, di sminuire molto la bellezza e la grandiosità di questa festa. Vi saranno invitati  anche i sacerdoti di origine non italiana, come polacchi, nigeriani, latinoamericani, indiani, rumeni… Essi sono circa 200 nelle regione, oltre alle religiose di origine straniera. Si era preparato per loro un incontro quest’anno, con un tema significativamente stimolante : “La mia missione come coraggio dell’incontro con l’altro”. Un incoraggiamento prezioso all’inculturazione, al “farsi alla gente” di qui, per loro “la nuova terra di missione”. A causa del coronavirus il convegno è tramontato, ma la sfida è rimasta ben in piedi… Il nostro incontro continua con il pensiero grato a mons. Giuseppe Orlandoni, vescovo emerito di Senigallia, sociologo oltre che pastore, che da trenta anni guida questa Commissione Migrantes con penetrante sapienza e sicura dolcezza. Per motivi di età, ottant'anni ben portati,  lascerà il posto a mons. Dal Cin, vescovo di Loreto. In segno di gratitudine gli si presenta un libro di Boff, fresco di stampa, dal programma insuperabile “ Lo Spirito soffia dove vuole” della EMI, e un piccolo arazzo in filo d’oro e d’argento della Madonna di Loreto. Gesto che commuove, perchè è una devozione, questa, coltivata fin dalla sua prima infanzia, sulle ginocchia della mamma. Un’ulteriore sfida, il brain-storming sull’emigrazione e le sue sfide attuali, - come in un trittico - in campo sociale, culturale e religioso con uno specialista del SIMI di Roma. Da fare a fine agosto nel cuore delle Dolomiti, nel contesto unico e interculturale della Val Pusteria, a pochi passi da Cortina d’Ampezzo e dai boschi verdissimi dell’Austria. Dopo un estenuante lockdown, una parentesi di alcuni giorni di piena ossigenazione si rivela particolarmente tonificante. La visita recente dei responsabili della Migrantes Marche al piccolo ma ben noto paese di Bergantino, quasi tutto composto di giostrai, dotato di un sorprendente museo della giostra aiuta a capire questo aspetto della mobilità umana, delle difficoltà di scolarizzazione per i bambini o altro, e a dissipare una triste, lunga serie di pregiudizi al riguardo. Viene riproposta la visita come un interessante percorso di formazione e di sensibilizzazione. Nello scambio si avverte una comune insoddisfazione per la legge sulla nuova regolarizzazione degli stranieri: è un compromesso tra forze politiche. Resiste tutt'ora una pregiudiziale sui migranti, visti come potenziale rischio e non come un’opportunità: purtroppo non portano voti e questo è il vero problema… Viene evocato un libro dallo sguardo interessante e inedito: un’Italia rimasta ancora sottilmente ancorata a un sistema feudale, fondato su schiavitù non riconosciute ma effettive : “La società signorile di massa” di L. Ricolfi. Egli annota: “L'immigrazione incontrollata ha favorito la formazione di un'infrastruttura para-schiavistica”. Così, in Italia si produce poco, ma al tempo stesso si consuma moltissimo e sproporzionatamente. Per quanto tempo la situazione reggerà... è la domanda dei più avvertiti.   Infine, il nostro invitato, un giovane sacerdote indiano, Don Philson, ci trasporta ben lontano con il cuore, nel suo Kerala e le antiche tradizioni religiose, ma anche tra le sue comunità sparse nel maceratese. Questo ci ricorda quanto una vita di emigrante sia sempre una lotta e, allo stesso tempo, una danza. Qualcosa di duro e di amaro da vivere, ma anche di grande e di bello da assimilare... Proprio come secoli fa, tra questi boschi e verdi campagne i benedettini respiravano lavoro e preghiera.

Don Alberto Balducci

 Direttore Migrantes Jesi

Coldiretti: frontiere aperte per 150mila stagionali

16 Giugno 2020 - Roma - Non solo turisti e viaggiatori europei, le frontiere tra i Paesi dell’Unione Europea sono state aperte anche a circa 150mila lavoratori stagionali comunitari regolari necessari per salvare i raccolti nazionali nelle campagne. E’ quanto stima la Coldiretti in riferimento alla riapertura dei confini senza obbligo di quarantena con il ripristino dei voli aerei per la Ue e l’area Schengen. Si tratta di una possibilità che – sottolinea la Coldiretti – consente di garantire professionalità ed esperienza alle imprese agricole italiane grazie al coinvolgimento temporaneo spesso delle medesime persone che ogni anno attraversano il confine per un lavoro stagionale per poi tornare nel proprio Paese. La comunità di lavoratori agricoli stranieri più presente in Italia – spiega Coldiretti – è quella rumena con 107591 occupati ma tra gli europei ci sono tra gli altri anche polacchi (13134) e bulgari (11261). Numeri che contribuiscono a colmare il gap attuale dopo che su sollecitazione della Coldiretti sono già stati prorogati fino al 31/12 i permessi di soggiorno per lavoro stagionale in scadenza ed è stato ottenuto nel decreto Cura Italia che le attività prestate dai parenti e affini fino al sesto grado non costituiscono rapporto di lavoro né subordinato né autonomo, a condizione che la prestazione sia resa a titolo gratuito. In questo contesto dopo la regolarizzazione – sostiene la Coldiretti – è ora necessaria però anche una radicale semplificazione del voucher “agricolo” che possa ridurre la burocrazia e consentire anche a percettori di ammortizzatori sociali, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne in un momento in cui scuole, università e molte attività economiche sono rallentate e tanti lavoratori sono in cassa integrazione. Secondo le stime della Coldiretti più di ¼ del Made in Italy a tavola viene raccolto nelle campagne da mani straniere con 370mila lavoratori regolari che arrivano ogni anno dall’estero, fornendo il 27% del totale delle giornate di lavoro necessarie al settore.

Migrantes Caltanissetta: messa e pranzo con gli artisti del Circo

15 Giugno 2020 - Caltanissetta - “Il Signore ha posto la sua tenda in mezzo a noi, e noi siamo entrati e abbiamo condiviso il cibo come fratelli. In questo giorno in cui celebriamo la festa del corpus domini ci auguriamo che Gesù entrando nei nostri cuori trovi la stessa accoglienza che i nostri amici del circo hanno riservato a noi”. Così si legge in un post della Migrantes di Caltanissetta che ieri ha promosso una liturgia eucaristica con i circensi del Circo Sandra Orfei,  fermo da qualche mese nella città siciliana a causa delle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. Dopo la celebrazione il pranzo sotto il tendone del circo che da 18 giugno inizierà i suoi spettacolo proprio dalla città siciliana con due spettacoli al giorno fino al 22 giugno: alle ore 19.00 e alle ore 21.15 nel rispetto delle misure anti-Covid19 come obbligo della mascherina, la distanza interpersonale, igienizzanti e distanza dei posti assegnati. “Varcare la soglia dello chapiteau e sedersi a tavola con la famiglia del circo – dice la direttrice dell’Ufficio Migrantes, Donatella d’Anna - è una esperienza indimenticabile. Sono felice e onorata. Grazie veramente di cuore a tutti gli amici del circo Sandra Orfei”. Nei giorni scorsi la direzione del circo ha voluto ringraziare coloro chi in questo periodo sono stati loro vicini. Tra questi l’ufficio Migrantes della diocesi di Caltanissetta guidato da Donatella d’Anna, il vescovo Mons. Mario Russotto e p. Alfonso Cammarata, assistente spirituale Migrantes.

Raffaele Iaria

Viminale: da inizio anno 5.639 i migranti arrivati sulle coste italiane

15 Giugno 2020 -
Roma - Sono 5.639 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio del 2020.Il dato è aggiornato alle otto di questa mattina ed è stato diffuso dal ministero degli Interni. Degli oltre 5.600 migranti sbarcati in Italia 1.050 sono di nazionalità bengalese (18%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (892, 16%), Costa d’Avorio (776, 14%), Sudan (456, 8%), Algeria (377, 7%), Marocco (322, 6%), Guinea (233, 4%), Somalia (228, 4%), Mali (167, 3%), Nigeria (123, 2%) a cui si aggiungono 1.015 persone (18%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 85.199 persone su tutto il territorio nazionale di cui 75 negli hot spot (8 in Sicilia e 67 in Puglia), 62.825 nei centri di accoglienza e 22.299 nei centri Siproimi. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (14%, in totale 11.708 persone), seguita da Emilia Romagna (10%), Lazio e Piemonte (9%), Campania (8%), Veneto, Toscana e Sicilia (7%).

Fcei il 20 giugno “ci inginocchieremo per dire che le vite dei neri e dei migranti contano”

15 Giugno 2020 -

Roma I protestanti italiani in ginocchio per ricordare la Giornata mondiale del rifugiato, il prossimo sabato 20 giugno. È l’iniziativa lanciata dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, attraverso il suo programma migranti e rifugiati, Mediterranean Hope, in occasione della giornata istituita dalle Nazioni Unite nel 2000. In una nota diffusa oggi, la Fcei ricorda che secondo l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, i migranti forzati nel mondo sono oltre 70 milioni; di questi quasi 26 milioni sono “rifugiati” in senso proprio, mentre 3,5 milioni sono “richiedenti asilo”. In Italia, oggi sono circa 131mila. In Svezia, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), i rifugiati sono 186mila, il 50% in più che nel nostro Paese. In Germania, con 82 milioni di abitanti, i rifugiati sono 478mila, quasi 4 volte quelli presenti in Italia. “Come Federazione delle chiese evangeliche sentiamo di dover dire la verità su questi numeri”, dichiara Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia. “La loro manipolazione, infatti, non è indolore: produce sospetto, paura, emarginazione ed infine vero e proprio razzismo, in Italia come altrove. Non possiamo restare in silenzio”. Per questo sabato 20 giugno, a mezzogiorno, nelle varie sedi dove la Fcei opera nel quadro del programma Mediterranean Hope (Lampedusa, Scicli, Libano, Rosarno, Roma), si svolgerà il “kneel in” (inginocchiarsi), esattamente come 55 anni fa fece il pastore battista Martin Luther King a Selma, inaugurando una forma di protesta che si sarebbe diffusa in tutto il Civil rights movement. “Ci inginocchieremo – dice il pastore Negro – per dire che le vite dei neri contano, che le vite dei migranti contano, che le vite di tutte e tutti contano. Con questo gesto vogliamo affermare che i neri, gli immigrati, ogni essere umano è una persona che deve essere protetta, tanto più quando è perseguitata, discriminata o giudicata”. L’iniziativa risponde all’invito che i cristiani sentono di “aprire le nostre porte e i nostri cuori a chi oggi cerca protezione e giustizia”. Il Pastore Luca Negro ricorda in questo senso i corridoi umanitari come anche le tante azioni diaconali di accoglienza e integrazione. “Non sono un nostro merito – conclude – ma la conseguenza di una vocazione”. (Sir)

In ginocchio anche per loro

15 Giugno 2020 - Roma - Anche a loro è mancato il respiro quando l’acqua del Mediterraneo il 5 giugno si è rinchiusa sui loro corpi dopo il naufragio al largo della Tunisia. Erano 24 donne, tre bambini, nove uomini. Un altro naufragio si è ripetuto pochi giorni dopo. Per queste morti non ci saranno mobilitazioni sulle piazze del mondo e nei social, come è avvenuto giustamente per George Floyd, ma anche queste persone sono vittime di disumanità e indifferenza. Sembra quasi che oggi raccontare un naufragio rechi un po’ di disturbo perché nel bel mezzo di infinite pagine sulle morti per Covid 19 “stona” uno spazio dedicato alle morti in mare: sono notizie che si ripetono, perdono di mordente, scivolano velocemente dalla prima pagina. Si era abbastanza rattristati leggendo quanto accaduto nelle sale di terapia intensiva, nelle case di riposo per anziani, sulle strade dove la colonna di automezzi militari portavano altrove le bare perché a Bergamo non si riusciva più ad accoglierle. Si volevano finalmente notizie di vita non più di morte. E non ci si è accorti che le vittime del naufragio al largo della Tunisia sono state soprattutto donne, una di loro era in attesa di un figlio, in attesa di portare alla luce una vita. Come non sentire un grido, come non avvertire l’ultimo respiro sommerso dalle onde? Come infine non leggere questa ennesima strage in mare come una provocazione da raccogliere perché il nuovo modello di sviluppo non escluda i poveri e gli oppressi? Quel naufragio al largo della Tunisia è un campanello d’allarme che, ancora una volta, denuncia l’incapacità di avere una visione del futuro dove non siano il mercato e il profitto, il potere ad avere l’ultima parola. Non abbiamo immagini e neppure suoni sulla morte in mare di tante persone, c’è un grande silenzio. Abbiamo un’infinità di immagini sull’assassinio di un uomo. In migliaia nel mondo, giustamente, si sono inginocchiati e si inginocchiano per George Floyd ed altre vittime di una violenza di matrice razzista. Ci si inginocchierà e si chiederà giustizia anche per donne, bambini e uomini vittime di una violenza altrettanto sconvolgente? Sono domande che graffiano e forse sgretolano il muro della certezza del “saremo migliori”, del “nulla sarà come prima” e del “tutto andrà bene”. Inginocchiarsi non è solo un gesto simbolico, è il segnale di una presa di coscienza e anche di un’indignazione a fronte di affermazioni che nell’esaltare il dovere morale di difendere i confini di uno Stato tacciono il dovere morale di difendere l’umanità. Paolo Bustaffa

Migrantes Salerno-Campagna-Acerno il ricordo di Mohamed Ben Ali

15 Giugno 2020 - Salerno - “Eri gentile, educato, sempre sorridente e disponibile. Eri altruista, generoso con chi stava “peggio” di te, perchè tanto tu non eri ricco, ma eri sempre disposto a dare una mano agli altri”. Così Antonio Bonifacio, direttore dell’Ufficio Migrantes di Salerno-Campagna-Acerno e referente regionale Migrantes, ricorda Mohamed Ben Ali morto nel corso di un incendio a Borgo Mezzanone (frazione di Manfredonia), in una baraccopoli costruita dai braccianti stranieri che lavorano nelle campagne di Foggia. Mohamed Ben Ali, veniva dal Senegal e aveva trentasette anni. “Amavi la musica e con la tua chitarra e jambè speravi di guadagnare quel po’ che ti serviva per sopravvivere. Ci hai allietato con la tua musica per tante sere invernali durante le accoglienze dai Missionari Saveriani  e per tre anni abbiamo atteso il nuovo anno con il Cenone. Tante volte abbiamo fatto chiacchere sul Lungomare”, ricorda Bonifacio aggiungendo che si erano salutati lo scorso 11 marzo con la promessa di “rivederci a Salerno al termine della stagione della raccolta in terra pugliese.. “La morte ti ha sorpreso prima... la morte della ‘povertà’, la morte ‘per la speranza di migliorare la tua vita’, la morte ‘per la volontà di lavorare, e non chiedere’ ma ahimè, anche la morte per ‘lo sfruttamento dell'uomo di un altro uomo’, la morte ‘per la disumanità dell'uomo verso un altro uomo’; la morte ‘per l'assenza delle istituzioni verso coloro che vivono sui proprio territorio’, la morte ‘per il mercato che vuole prezzi bassi e schivi a lavoro’. Tante volte avevamo parlato dei tanti problemi dei migranti, dei lavoratori agricoli ma spesso tutti i discorsi finivano con un tuo sorriso di speranza. Tutti i volontari dell'accoglienza dai Missionari Saveriani ti ricordano e pregano per te. Tutti gli ospiti senza dimora che ti hanno conosciuto hanno ricordato il tuo sorriso, la tua gentilezza, la tua generosità”.

Raffaele Iaria

“Morire di Speranza”: a Roma veglia di preghiera in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l’Europa

15 Giugno 2020 - Roma - In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato che si celebra il 20 giugno, la Basilica di Santa Maria in Trastevere, giovedì 18 Giugno, ospiterà la veglia di preghiera “Morire di speranza" in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l’Europa. L’iniziativa, come ogni anno, è promossa dalla Fondazione Migrantes, la Comunità di Sant’Egidio, il Centro Astalli, la Caritas Italiana, la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, i padri Scalabriniani, le ACLI, la Comunità Papa Giovanni XXIII e l'ACSE. A presiederla il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo e sarà trasmessa in diretta streaming sulla pagine web della comunità di Sant'Egidio.

Papa Francesco prega per “le migliaia di migranti, rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni” in Libia

15 Giugno 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco, al termine dell’Angelus, ieri ha pregato e ricordato la situazione che vive oggi la Libia. E ha pregato per “le migliaia di migranti, rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni” in questo Paese: “la situazione sanitaria ha aggravato le loro già precarie condizioni, rendendoli più vulnerabili da forme di sfruttamento e violenza. C’è crudeltà”. Il pontefice ha rivolto un appello agli organismi internazionali “e a quanti hanno responsabilità politiche e militari” a “rilanciare con convinzione e risolutezza la ricerca di un cammino verso la cessazione delle violenze, che porti alla pace, alla stabilità e all’unità del Paese”. “Seguo con apprensione e anche con dolore – ha detto il papa - la drammatica situazione in Libia. È stata presente nella mia preghiera in questi ultimi giorni”: “invito la comunità internazionale, per favore, a prendere a cuore la loro condizione, individuando percorsi e fornendo mezzi per assicurare ad essi la protezione di cui hanno bisogno, una condizione dignitosa e un futuro di speranza”. “In questo tutti abbiamo responsabilità, nessuno può sentirsi dispensato”, ha aggiunto a braccio: “Preghiamo per la Libia in silenzio, tutti”.

R.I.

Prima comunione in terra inglese

15 Giugno 2020 - Brixton - Maeve, Oroh, Sasha, Niamh, Laura... i nomi sfilano con un bel sorriso inglese, africano, indiano, portoghese o italiano. Sono una ventina gli adolescenti. Composti, in silenzio, radunati in sacrestia, è il primo dei due gruppi di quest’anno. Ne raccolgo i nomi... All’interno della chiesa Corpus Christi di Brixton, dalle lunghe e antiche vetrate gotiche, la gente, intanto, attende paziente, cullata dal ritmo del pianoforte. Ogni banco ha una famiglia e il posto segnato per il loro ragazzo. Oggi è il giorno della Prima Comunione. Il modo di vestirsi è curato, non ostentato. Due settimane fa, le consegne ai genitori come prepararsi... Un unico fotografo ufficiale, per conservare il clima di preghiera. Solo alla fine la libertà per ognuno di fare delle foto e sarà, come al solito, una cascata divertita di flash. “Le bambine potranno vestirsi in bianco o color crema, ma non è questo l’essenziale” informa un foglietto distribuito, “mentre i ragazzi lo saranno in maniera decorosa”. Nello spirito pratico degli inglesi vi si consiglia anche di prendere il tempo di ringraziare la catechista, di fare digiuno almeno un’ora prima, di seguire i canti e di avvertire le persone invitate di una cerimonia piuttosto lunga... All’ultimo punto, una parola solamente: “Enjoy!” Vivi, per davvero, questo momento! I primi passi sono magici. Viene chiamato il primo ragazzo, che dalla sacrestia avanza quasi fino all’altare. Mamma e papà sono già lì: con l’acqua santa da un grande vaso in cristallo gli tracciano una croce sulla fronte. Dolcemente, come se con le loro mani aprissero un fiore. Lui, si fa, poi, lentamente, un segno di croce sul corpo:”I believe!”(io credo) sussurra. “È il legame con il loro battesimo!” mi soffia Padre Tom. Così, presentano all’assemblea - che guarda incantata - il loro dono di Dio e a Dio il frutto del loro amore. Meditativo, dolcissimo, il commento musicale del pianoforte. Un clima mistico vi invita ad assaporare questi pochi istanti di eternità. E allora, si sente pronunciare il secondo nome... “Life is first, love is second, understanding is third,” si ripete qui in terra inglese e sembra una regola d’oro. La celebrazione continua corale, intensa, ritmata. Alla comunione, si presenta solo un bambino; dietro di lui un grappolo di sei persone: i genitori e qualche parente tra cui il nonno. Chi prende la comunione, chi semplicemente una benedizione. Poi lentamente se ne vanno e lentamente arriva il secondo bambino, attorniato anche lui dal grappolo dei suoi... La fede nasce e cresce in famiglia, si nutre dell’esempio dei suoi, si rafforza con la preghiera tra le pareti domestiche. Get involved. Sì, anche “la famiglia è impegnata in questo cammino”, mi ricorda qualcuno. Viene proposto loro anche il calice, come ogni domenica in tutte le chiese inglesi, ricordando le parole del Signore: “Prendete e mangiate, prendete e bevete!” Quest’assemblea di fedeli dai volti, i colori e le culture differenti sembra un vero mosaico. E la coscienza in questi ragazzi di far parte dello stesso corpo di Cristo è un tesoro impagabile. È lo stesso stupore che vi prende quando si entra in una chiesa inglese, dove razze e culture più diverse dal Caraibi all’India si ritrovano gomito a gomito. Credere insieme allo stesso Cristo, che riunisce l’umanità intera, non è forse un miracolo dei nostri tempi? Avere, così, occhi nuovi e vedere la differenza dell’altro e della sua cultura senza alcuna paura, come una vera ricchezza. Si assapora il gusto della comunione, dell’unità. Anche per noi, per le nostre parrocchie italiane sarà una delle grandi sfide: insegnare a vivere nel mondo d’oggi. Educare all’apertura di mente e di cuore. Non era questa l’unica preoccupazione del Cristo: incontrare, ascoltare, accogliere l’altro in tutta la sua diversità? Per ricordargli quanto egli fosse prezioso allo sguardo di Dio. Nell’originalità del suo cammino.

Renato Zilio

Direttore Migrantes Marche

Un corpo solo

15 Giugno 2020 -    Città del Vaticano - Prima Minneapolis, poi Atlanta. Violenze dopo l’uccisione di un ragazzo di colore; violenze e proteste che si sono diffuse in molti Stati dell’America e in altre città del mondo. Vengono alla mente le parole di Martin Luther King, il leader dei diritti civili dei neri d’America, che sognava una terra dove le differenze razziali non avessero cittadinanza: sognava bambini e bambine di colore “unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle”. La forza dell’amore, della non violenza che aveva nel Mahatma Gandhi un testimone insuperato. Parlando nella festa di San Pietro disse: “metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case, e noi vi ameremo ancora. Ma siate sicuri che vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. L’amore è il potere più duraturo che ci sia al mondo”. Ieri, nella domenica in cui la chiesa fa memoria del corpo e sangue di Cristo, è proprio l’amore in primo piano: cos’è il donarsi come agnello pasquale, la presenza come pane della vita se non proprio un messaggio d’amore che apre le porte, indica la strada verso la Gerusalemme celeste? Celebrando il Corpus Domini Benedetto XVI ricordava che “la comunione con il Corpo di Cristo è farmaco dell’intelligenza e della volontà, per ritrovare il gusto della verità e del bene comune”. Per Francesco, nell’eucaristia adoriamo “il tesoro più prezioso” che Gesù ha lasciato alla comunità cristiana. Nel discorso che pronuncia nella Sinagoga di Cafarnao, come racconta Giovanni, Gesù dice di essere il “pane vivo disceso dal cielo”. Gesù, nelle sue parole, fa memoria dell’Antico Testamento, cioè il pane immagine che esprime saggezza, e rimanda alla manna piovuta dal cielo, che ha alimentato gli ebrei durante la peregrinazione nel deserto. Gesù è il pane vivo disceso dal cielo: “se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. È venuto non “per dare qualcosa, ma per dare sé stesso, la sua vita, come nutrimento per quanti hanno fede in lui”. Papa Francesco celebra all’altare della Cattedra, prima di incontrare i fedeli per l’Angelus. L’Eucarestia, afferma nell’omelia, è “memoriale che guarisce la nostra memoria”, e accende “il desiderio di servire”, fino a creare “catene di solidarietà” con chi ha fame, non ha lavoro, o è povero. Senza memoria “diventiamo estranei a noi stessi, ‘passanti’ dell’esistenza; senza memoria ci sradichiamo dal terreno che ci nutre e ci lasciamo portare via come foglie dal vento”. La memoria “non è una cosa privata, è la via che ci unisce a Dio e agli altri”. Eucaristia, memoriale che “guarisce anzitutto la nostra memoria orfana”, segnata da mancanze di affetto e da delusioni cocenti; guarisce “la memoria negativa, che porta sempre a galla le cose che non vanno e ci lascia in testa la triste idea che non siamo buoni a nulla”; che guarisce la memoria chiusa”. Nel discorso che precede la recita dell’Angelus, il Papa ha sottolineato “l’effetto mistico” e “l’effetto comunitario” dell’eucaristia, “calice condiviso” e “pane spezzato”. Il primo, l’effetto mistico, “riguarda l’unione con Cristo, che nel pane e nel vino si offre per la salvezza di tutti. Gesù è presente nel sacramento dell’Eucaristia per essere il nostro nutrimento, per essere assimilato e diventare in noi quella forza rinnovatrice che ridona energia e voglia di rimettersi in cammino, dopo ogni sosta o caduta”. Questo richiede “la nostra disponibilità a lasciar trasformare noi stessi, il nostro modo di pensare e di agire; altrimenti le celebrazioni eucaristiche a cui partecipiamo si riducono a dei riti vuoti e formali”. L’effetto comunitario è la “comunione reciproca di quanti partecipano all’Eucaristia, al punto da diventare tra loro un corpo solo, come unico è il pane che si spezza e si distribuisce”. Per Francesco, “non si può partecipare all’Eucaristia senza impegnarsi in una fraternità vicendevole”, sincera. Tra i suoi discepoli il Signore sa che “ci sarà sempre la tentazione della rivalità, dell’invidia, del pregiudizio, della divisione”, per questo, afferma Francesco, “ci ha lasciato il sacramento della sua presenza reale, concreta e permanente, così che, rimanendo uniti a lui, noi possiamo ricevere sempre il dono dell’amore fraterno”. Fabio Zavattaro

Mci Annecy: “Io sono il pane vivo”

14 Giugno 2020 - Annecy - “Io sono il pane vivo”: Gesù ci meraviglia a scegliere il pane! Il pane è una realtà santa, indica tutto ciò che fa vivere; e che l'uomo viva è la prima preoccupazione di Dio. No, oggi non è la festa dei tabernacoli o degli ostensori, o la mostra celebrativa di pissidi dorate. Oggi è la festa del “Prendete e mangiate.....Prendete e bevete”. Come ci dice oggi il Vangelo, che si struttura interamente intorno a un verbo concreto: “mangiare”. Gesù sta parlando del sacramento della sua esistenza. E questo perché ci incamminiamo a vivere l'esistenza umana come l'ha vissuta Lui. Capita a tutti di dimenticare, anche a chi è più giovane. Soprattutto ci capita di dimenticare il significato delle cose che abbiamo fatto: magari abbiamo tanti ricordi, portiamo nel cuore tante esperienze, e tuttavia fatichiamo a mettere ordine fra questi ricordi. Succede a volte che il ricordo del passato genera in noi più malinconia che incoraggiamento, ridimensionando ogni speranza per il futuro. Accadde così al popolo d'Israele al termine del cammino nel deserto, come leggiamo nella prima lettura di oggi. Ricordavano soprattutto gli stenti e le fatiche di quegli anni dopo l'uscita dall'Egitto; ma rischiavano di dimenticare il Signore che li aveva guidati. E invece soltanto il ricordo del Signore li avrebbe potuti salvare, come diceva loro Mosè: “Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto...”. Perché era stato Lui, il Signore, a liberarli dalla condizione servile; Lui aveva fatto sgorgare per loro acqua dalla roccia; ancora Lui li aveva nutriti con la manna; ed era Lui dunque che poteva di nuovo liberarli dalle mille insidie di ogni giorno... Anche al tempo di Gesù troviamo tanti Giudei che sono più attenti alle loro opere buone che al ricordo delle opere di Dio. Ed è appunto contro questa dimenticanza che Gesù combatte per tutta la sua vita: nella sua missione Egli non fa altro che ricordare al popolo l'amore potente del Signore, insegnando a confidare in Lui ogni giorno. Soprattutto sulla croce Gesù compie questo ricordo delle opere di Dio: nell'ora della morte, quando tutti lo hanno abbandonato, Egli si ricorda del Padre, affidandosi con fiducia alla sua misericordia. E proprio il ricordo del Padre gli apre la strada verso la risurrezione e la Vita. Ebbene, nella festa odierna Gesù vuole insegnarci a fare altrettanto: ci insegna, infatti, a ricordare le opere che Dio ha compiuto nella nostra vita, per guardare con speranza al futuro. E lo fa attraverso l'Eucarestia, attraverso quel pane che ogni domenica spezziamo e condividiamo. Può sembrarci poca cosa di fronte alla complessità della nostra vita. Eppure questo pane ci ricorda la vita e la morte di Gesù, il suo dono per la vita del mondo. E dunque questo pane, attraverso Gesù, ci ricorda le opere che Dio, il Padre dei cieli, ha compiuto e continua a compiere nella nostra vita, perché anche noi possiamo diventare dono per la vita del mondo. Possiamo allora guardare al futuro con speranza e fiducia: perché la nostra memoria ritrova i desideri e le promesse degli inizi; e noi ci accorgiamo di essere ancora in buone mani,... riprendiamo a vivere. E qui avviene il miracolo, lo stupore, il segno! Il pane mangiato diventa in noi vita, e ci unisce alla stessa vocazione di Gesù: non andarcene da questo mondo senza essere diventati pezzo di pane buono per qualcuno. (don Pasquale Avena - Mci Annecy)    

Il card.  Turkson visita la baraccopoli di Castel Romano per l’emergenza Coronavirus

13 Giugno 2020 - Città del Vaticano - Oggi pomeriggio il card. Peter K.A. Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, si è recato in visita al Polo ex Fienile di Tor Bella Monaca, dove ha incontrato i volontari dell’Associazione 21 luglio, presieduta da Carlo Stasolla. L’Associazione realizza ogni settimana 250-300 pacchi alimentari per bambini da 0 a 3 anni che vivono nelle baraccopoli e nei campi rom della Capitale, al fine di contrastarne la malnutrizione, soprattutto in questo tempo di emergenza dovuta alla pandemia. Nell’occasione, riferisce una nota del Dicastero diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede - il porporato ha distribuito – con il contributo della Farmacia Vaticana, partner della Commissione Vaticana per il Covid-19 istituita presso il Dicastero – 3000 guanti in vinile, 6000 mascherine chirurgiche, 200 mascherine in stoffa lavabili, 500 confezioni di paracetamolo. Successivamente, nel corso del pomeriggio, il card. Turkson ha visitato il campo rom di Castel Romano, dove sono stati consegnati i pacchi famiglia in alcuni insediamenti che costituiscono la baraccopoli. Il card. Turkson  ha portato a tutte le persone presenti, ai volontari impegnati nell’assistenza alle comunità, alle famiglie e ai bambini delle baraccopoli, il segno del "Suo paterno abbraccio e l’espressione del sentimento di spirituale vicinanza in questo momento difficile e di prova". “Come ripete spesso Papa Francesco, nessuno deve essere lasciato indietro", ha detto il card. Turkson: "siamo qui oggi per testimoniare il sostegno a tutti coloro che vivono situazioni di sofferenza e vulnerabilità, e che spesso vengono dimenticati, soprattutto in questo tempo di emergenza sanitaria, sociale ed economica. Ricordiamoci che lo sviluppo integrale dell’uomo è connesso alla cura del Creato: fallendo nell’uno falliremo anche nell’altro”. Insieme al cardinale mons. Gianpiero Palmieri, Vescovo Ausiliare di Roma per il Settore Est e Delegato Migrantes per la Conferenza Episcopale Laziale e delegato per per la Carità, la Pastorale dei Migranti e dei Rom della diocesi di Roma; don Giovanni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes; Mons. Pierpaolo Felicolo, Direttore dell'Ufficio Migrantes di Roma e  Maria Rosaria Giampaolo dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che con il camper ospedaliero del progetto “Non ti scordar di me” da tempo visita e monitora regolarmente lo stato di necessità sanitaria delle comunità presenti nelle baraccopoli.

Migrantes Porto Santa Rufina: ripartono le celebrazioni etniche

12 Giugno 2020 - Porto Santa Rufina - Questa fase di ripartenza della pastorale Migrantes nella diocesi di Porto Santa Rufina  è stata un po' travagliata: la pastorale etnica che prevedeva in ogni Comunità, celebrazioni Eucaristiche, Catechesi per l’iniziazione Cristiana, processioni, Matrimoni, Pellegrinaggi ai Santuari, feste folcloristiche e altro, si è dovuta adattare alle disposizioni previste dai decreti, dalle disposizioni della Cei e dalle diocesi, interrompendo tutte le attività pastorali. Ora la Pastorale è ripartita con solo le celebrazioni eucaristiche con tante difficoltà adattandosi alle disposizioni non solo Diocesane ma anche di quelle Parrocchiali che per prima cosa hanno pensato alle celebrazioni dei Cattolici Italiani, per sopperire alla diminuzione del numero dei posti nelle Chiese, per il distanziamento dovuto nelle disposizioni, hanno aumentato il numero delle loro celebrazioni, qualche volta a discapito delle celebrazioni dei Migranti. Infatti la Comunità Cattolica Romena di Ladispoli che celebrava alla Parrocchia di San Giovanni, ha dovuto spostare la celebrazione delle 9,30, dividendola in due Parrocchie al Sacro Cuore di Gesù (grazie alla solidarietà del Parroco) alle ore 10 e quella di San Giovanni Battista spostata alle 13, Cesano di Roma è rimasta alle 16. La Comunità Cattolica Albanese di Casalotti e dintorni ancora non riparte nella Pastorale. La Comunità Cattolica Polacca di Ladispoli ha dovuto spostare la celebrazione delle 12 da Ladispoli alle 10 alla Cappella insieme ai Frati Minori di Padre Kolbe a Santa Severa, mentre quella di Passo Scuro è rimasta alle 9,30. La Comunità cattolica Polacca San Giovanni Paolo II° via Cassia La Giustiniana, non ha risentito di nessuna restrizione essendo autonoma: la Santa Messa domenica ore 7,30, giorni feriali 7,15; la sera ore 20,45 preghiera del Rosario e Santa Messa, il venerdì Via Crucis. La Comunità Polacca di Pian Del Sole (Ponte Galeria) è slittata alle 11,30. Per permettere la messa in italiano. La Comunità Cattolica Nigeriana di Ladispoli e Cesano, non hanno risentito dei cambiamenti, grazie al parroco. La santa Messa a Ladispoli alle ore 12,00 e a cesano alle ore 13,00. La Comunità Cattolica Slovacca Cattolica nel Collegio Slovacco Giustiniana, non ha risentito restrizioni essendo autonoma. La Santa Messa ore 7,00 tutti i giorni, la domenica anche in italiano ore 10,30 e il giovedì sera alle ore 20 Adorazione, Rosario e Via Crucis. La Comunità Cattolica Filippina di La Storta, ha dovuto spostare la Santa Messa delle ore 11,00 dalla Chiesa di San Giovanni Calabria a La Storta alla Parrocchia di San Pietro e Paolo all’Olgiata alle 15, grazie alla disponibilità del giovane Parroco. La Comunità Cattolica Srilankese ha dovuto spostare la Santa messa delle ore 11,00 dalla Cappella delle Suore di Nostra Signora del Sacro Cuore in Via Cassia 1826 nella Parrocchia Beata Maria Vergine Immacolata della Giustiniana. La Comunità Caldea Cattolica non ha risentito di nessuna restrizione alla ripartenza essendo autonoma. Ho partecipato ai convegni online della Fondazione Migrantes  facendo presente, insieme ai tanti direttori, delle difficoltà che avevamo tutti. Spero che le tante indicazioni che sono state date siano utili. Ora la nostra preoccupazione è non solo come ripartire con la pastorale dei Migranti, ma anche come celebrare la festa della giornata mondiale dei Migranti e Rifugiati che si svolgerà il 27 settembre. Eravamo tutti abituati a una grandissima festa insieme Italiani e Stranieri con i loro canti le loro Tradizioni religiose e culturali; dopo la celebrazione presieduta dal vescovo si svolgeva una grande agape fraterna condivisa con tutti i presenti. Al più presto ci incontreremo con tutti i Responsabili Sacerdoti e Laici per pensare insieme il da farsi. Speriamo che, sia nei prossimi incontri Nazionali Migrantes per i nuovi direttori e collaboratori che si svolgeranno a luglio e i primi di settembre, che da quelli Regionali vengano fuori delle buone idee pastorali. (Enzo Crialesi - Direttore Migrantes Porto Santa Rufina)

Scalabriniani: ancora morti “di periferia”

12 Giugno 2020 -
Roma - Non è ancora nota la sua identità, è forse non lo sarà mai, ma tra le fiamme divampate questa mattina alle 6 nel 'ghetto di Borgo Mezzanone' (Foggia) giace ancora il corpo carbonizzato di una persona che dormiva in una baracca.
Quelli che si apprende minuto dopo minuto è che di sicuro sia una persona proveniente dall'Africa, evidenzia una nota dei padri Scalabriniani.
Borgo Mezzanone non ha cessato di ospitare, poco fuori del centro abitato, un insediamento abusivo, un pezzo di terra detto 'ex pista', anche durante il tempo della pandemia.  “Le 1500 persone che lo occupano sono le stesse che si è cercato di regolarizzare a ridosso della stagione dei raccolti ormai alle porte”, ricorda padre Mauro Lazzarato, superiore dei missionari Scalabriniani di Europa e Africa: "non c'era bisogno dell'ennesima tragedia per denunciare che il riconoscimento giuridico e l'impiego nel lavoro nei campi su cui tanto si discute vengono dopo l'accoglienza e la protezione necessaria e decisiva perché sia fatta salva innanzitutto la vita di ogni essere umano presente sul nostro territorio e si riconosca quella dignità che nessuna regola restrittiva o economica deve ignorare”, aggiunge padre Lazzarato .
 A questa tragedia fa il paio quanto riferito dalla cronaca qualche giorno fa: i soprannomi ingiuriosi e dispregiativo attribuiti agli sfruttati nei campi in Calabria. "Crediamo - spiega la nota - che le difficoltà ad uscire da una crisi che tutti stiamo attraversando, non possono giustificare nessuna barbarie".

Enc: il 24 giugno assemblea e convention sul circo

12 Giugno 2020 - Roma - L'Assemblea generale dell'Ente Nazionale Circhi, già programmata per il 18 marzo, si svolgerà, dopo il rinvio a causa dell'epidemia sanitaria, mercoledì 24 giugno  presso la sede dell’Agis-Anec nazionale a Roma. La novità che si aggiunge è che - spiega il sito dell'Enc - con inizio alle ore 12, si terrà la Convention sullo stato del Circo italiano, dall’impatto della pandemia fino alle prospettive che riguardano il presente ed il futuro della Categoria e dell’Associazione.

Ismu: in Lombardia sanatoria per 37mila immigrati

12 Giugno 2020 -

Milano - Sarebbero poco più di 37 mila le persone di nazionalità straniera senza permesso di soggiorno che potrebbero accedere alla sanatoria 2020 e che lavorano in agricoltura e negli altri settori o nel «badantato» inLombardia: circa 28 mila tra domestici, baby sitter e assistenti domiciliari (per l’85% donne); e circa 9 mila impiegati nei campi agricoli (per l’85% uomini). Questa la stima dell’Ismu su dati delle ultime due annualità di ricerca dell’Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità (Orim). Nel complesso, dunque,potrebbero sanare la propria posizione di irregolarità un terzo dei 112 mila irregolari stimati in Lombardia dall’Orim al 1 luglio 2019. In particolare, va evidenziato che il gruppo interessato alla regolarizzazione presenta un’elevata differenza di genere: due donne irregolari nel soggiorno su tre potrebbero teoricamente presentare domanda (perchè nel settore del «badantato» e dell’aiuto domestico si concentra quasi tutto il lavoro irregolare femminile), contro meno di un uomo irregolare ogni sette (perchè il settore agricolo impegna solo una piccola parte degli stranieri in Lombardia). Si prefigura pertanto, conclude Ismu, una regolarizzazione sempre in linea teorica altamente selettiva a favore della componente femminile.