Primo Piano

Lesbo: al via corridoi umanitari per 300 rifugiati in Italia

22 Settembre 2020 - Roma - Oggi, martedì 22 settembre, alle 17.30, la Comunità di Sant’Egidio firmerà al Viminale un accordo con lo Stato italiano per l’ingresso nel nostro paese di 300 rifugiati provenienti dalla Grecia, in particolare dall’isola di Lesbo. Com’è noto l’incendio del campo di Moria, di alcuni giorni fa, ha reso impossibile la vita di migliaia di richiedenti asilo aggravando una situazione che era già da mesi ai limiti della sopravvivenza. I profughi giungeranno in Italia – informa una nota - secondo un progetto che avrà la durata di 18 mesi e che darà priorità alle famiglie e ai singoli più vulnerabili, comprendendo anche alcuni minori non accompagnati. L’accordo – si legge nella nota -  che rappresenta di fatto una prima risposta italiana all’appello dell’Unione Europa per il ricollocamento dei rifugiati dopo l’incendio nell’isola greca, verrà firmato dal presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, e dal prefetto Michele Di Bari, Capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno.

Viminale: 23.194 le persone sbarcate sulle coste italiane nel 2020

22 Settembre 2020 - Roma - Sono 23.194 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane in questo 2020. Il dato è del Ministero dell’Interno. La maggioranza, 9.659, sono di nazionalità tunisina (42%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.105, 13%), Algeria (1.011, 4%), Costa D’Avorio (1.007, 4%), Pakistan (867, 4%), Sudan (773, 3%), Marocco (605, 3%), Somalia (560, 3%), Egitto (533, 2%), Afghanistan (501, 2%) a cui si aggiungono 4.573 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Fino ad oggi sono stati 2.801 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare.

GMMR: nella diocesi di Savona-Noli Messa a Valleggia

22 Settembre 2020 - Savona - Domenica prossima 27 settembre ricorre la 106ma Giornata mondiale del migrante e del rifugiato sul tema, scelto dal Papa Francesco, “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”.  La diocesi di Savona-Noli la celebrerà con la Messa presieduta dal vescovo, Mons. Calogero Marino, alle 15.30 sul campo sportivo di via san Pietro a Valleggia. Alcuni passi del messaggio di Papa Francesco sono esplicativi per comprendere meglio la tematica scelta. “Alla luce dei tragici eventi che hanno segnato il 2020 estendo questo messaggio, dedicato agli sfollati interni, a tutti coloro che si sono trovati a vivere e tuttora vivono esperienze di precarietà, di abbandono, di emarginazione e di rifiuto a causa del Covid-19”. “Il forte interesse della comunità internazionale nella migrazione forzata attraverso le frontiere ha, talvolta, distolto l’attenzione da chi è costretto a migrare senza, tuttavia, lasciare il proprio paese, aumentando così la vulnerabilità degli sfollati interni e il loro bisogno di tutela dei diritti umani e di assistenza umanitaria – commentano i condirettori dell’Ufficio pastorale diocesano per le missioni e Migrantes Davide Carnemolla e don Michele Farina – un elevato numero di sfollati interni è spesso intrappolato in situazioni disperate, nel mezzo di combattimenti o in aree remote e inaccessibili, isolati da aiuti o soccorsi in caso di emergenza. Le persone potrebbero essere costrette a vivere lontano dalle loro case per anni, privi dell’accesso all’educazione, alle loro proprietà, al lavoro e al supporto che necessiterebbero per avere mezzi di sussistenza sostenibili e una speranza per il loro futuro. Anche se sono spesso costretti a fuggire allo stesso modo e per le medesime ragioni, gli sfollati interni non rientrano nel sistema di protezione previsto dal diritto internazionale dei rifugiati”. L’Ufficio pastorale missioni e Migrantes si è riunito più volte per organizzare la Giornata ma soprattutto per riprendere un cammino che coinvolga le comunità cattoliche straniere presenti nel territorio nonché le realtà missionarie e i vari gruppi di stranieri non rappresentati da una associazione, si legge in una nota della diocesi. L’intento è quello di riprovare a tessere le fila di una “rete della Mondialità”. Così i contatti con l’Unione solidarietà ecuadoriani in Italia e con il suo presidente Antonio Garcia, con la comunità indiana di rito siro-malabarese rappresentata da don Agi Chungan e con la comunità ucraina cattolica di rito greco bizantino rappresentata da padre Vitaliy Tarasenko.

Il sogno di fratel Luciano: aiutare i rom

22 Settembre 2020 - Roma - Vedere ogni mattina uscire dal quartiere tutti i bambini con lo zaino sulle spalle, tenendosi per mano, per andare a scuola ed imparare ad essere uomini responsabili e liberi: questo è stato il sogno di fratel Luciano Levri, che per vent’anni ha coordinato la missione marianista a Lezha (Alessio), in Albania, per il riscatto della popolazione rom. Un sogno per realizzare il quale il missionario marianista ha lavorato instancabilmente, giorno dopo giorno, dialogando, tessendo relazioni e smantellando pregiudizi. Quest’anno, i bambini rom di Lezha che si sono messi lo zainetto in spalla per andare alla scuola statale sono stati 190. Dai più piccoli, che frequentano la prima ai ragazzi che affrontano la nona classe. Domenica 13 settembre, a poche ore dal tanto atteso suono della campanella, quando le cartelle erano già pronte vicino alla porta di casa, anche fratel Luciano, del tutto inaspettatamente, ha preparato il suo zaino. Da alcuni mesi si trovava a Roma per una cura cardiaca. L’ultimo improvviso attacco, domenica scorsa, gli è stato fatale. Nato nell’ottobre 1944 a Lomaso, in provincia di Trento, Luciano si diploma al liceo classico e diventa laico marianista, abbracciando la vocazione propria di quest’ordine, il missionarismo culturale. Si laurea in filosofia alla Cattolica di Milano nel 1973 e per qualche tempo insegna a Campobasso e nel collegio marianista di Pallanza, finché nel 1974 è chiamato in Calabria, a Condofuri, a guidare la missione marianista. Sono anni molto intensi, durante i quali fratel Luciano fonda un centro giovanile attraverso il quale promuove la difesa dei diritti delle persone. Il suo parlare semplice e schietto, senza paura, e il coraggio di denunciare apertamente ciò che non va non piacciono. La risposta dei cosiddetti “poteri forti” non si lascia attendere. Nel 1991 una bomba viene fatta esplodere davanti al centro giovanile gestito dai marinisti. Fratel Luciano lascia nel 1995 la Calabria. “Ero come uno straccio che non asciuga più - raccontava in un documentario realizzato nel 2016 dal Centro missionario di Trento –. I miei superiori mi hanno rimandato a insegnare in un collegio. E qui c’è stato l’incontro con don Simone Jubali (1927-2011), prete albanese che ha fatto 27 anni di carcere duro, rinchiuso nelle prigioni più pesanti perché si rifiutava di obbedire al regime comunista”. Don Jumali propone ai marinisti di andare a Lezhe, per fondare una comunità in Albania. Fratel Luciano prepara ancora una volta la sua valigia e parte. La nuova comunità di Lezha viene fondata nel 2000. “Era una realtà che aveva bisogno di essere accompagnata a crescere – raccontava -. Abbiamo dato vita a una tipografia per favorire la diffusione della cultura e al centro giovanile S. Maria, per essere accanto alle giovani generazioni. All’inizio non è stato facile c’è stato il periodo della diffidenza e delle minacce, ma poi, col tempo, si è instaurato un rispetto reciproco, mai sfociato, però, nell’amicizia. È molto difficile che un rom e un bianco facciano qualcosa insieme: rimane questo retaggio di emarginazione e frustrazione per quello che generazioni di rom hanno subito da parte dei bianchi”. Nel 2004, a causa di una grande alluvione, il quartiere di Skenderberg, abitato principalmente da rom ed ashkali (o “evgjit”, come vengono chiamati in Albania) viene sommerso dall’acqua. La Caritas locale chiede ai marinisti di preparare i pasti per le famiglie rom che abitavano nelle baracche allagate e che erano attendate in misere tendopoli, montante su cumuli di immondizia. Tra un panino e un piatto di minestra calda, fratel Luciano conosce così quella che sarebbe diventata la sua nuova famiglia. E inizia a coltivare un sogno. “Prima abbiamo iniziato con corsi per insegnare ai ragazzi di 13-16 anni, a leggere e scrivere. Poi ci siamo chiesti: perché non iniziare quando l’età è giusta? Di lì a pochi mesi 24 bambini rom, tutti con un fiore di plastica in mano, sulla piazza della scuola, stretti l’uno all’altro perché avevano paura, hanno iniziato a frequentare la scuola pubblica”. “È possibile cambiare – spiegava fratel Luciano – ma a due condizioni: se noi diamo loro un sogno e se non li lasciamo soli. In tutto questo è importante la relazione, il conoscersi, il fatto che loro sappiano qualcosa di te, non solo che tu sappia qualcosa di loro. Perché Dio non ama il gruppo, la razza, i rom; Dio ama Maria, Keli, Jilir e per ognuno ha una carezza, una lacrima. Occorre arrivare al volto delle persone. Questo significa conoscerne il nome, la situazione, la famiglia, ma anche farsi conoscere. La misericordia se non è l’incontro di due volti, diventa sempre un dare senza ricevere niente. Credo che anche la carità, se non è riempita dalla relazione, è un togliersi di dosso la persona, è un dare senza coinvolgersi, senza farsi cambiare la vita. È lì che la carità porta frutto, quando mi cambia la vita e mi trasforma in una persona col cuore grande che si apre agli altri. La solidarietà è una relazione fatta dal dono. Donare è un’azione eversiva, rivoluzionaria, perché non aspetta il contraccambio. Il dono è affidare nelle mani dell’altro un bene per il quale io non voglio essere ricambiato. La solidarietà è fatta di relazione e di dono”. Il cordoglio per la morte di fratel Luciano ha superato in questi giorni le frontiere nazionali, unendo nel suo ricordo tante persone dal Trentino alla Calabria e all’Albania, fino ad arrivare a Roma. Gente di ogni estrazione culturale e religiosa, cristiani e musulmani, “gage” (bianchi) e rom. Tra i tanti i messaggi postati in questi giorni sulla pagina Facebook di fratel Luciano, anche quello di Fabio Colagrande, giornalista di Radio Vaticana: “Ci ha lasciato uno dei migliori uomini di Chiesa che ho conosciuto nella mia vita: fratel Luciano Levri, marianista e missionario in Albania, a Lezhe, dove in questi anni ha realizzato, fra le altre cose, un progetto senza precedenti per l’integrazione dei bambini rom. Se esiste davvero il paradiso, lui c’è andato come un razzo. Un vero santo. Ciao Luciano, grazie di tutto e proteggici da lassù”. (Irene Argentiero)

I sacrifici nascosti

22 Settembre 2020 - Conosciamo quali difficoltà incontrano le famiglie, specie le più numerose, i cui sacrifici sono spesso nascosti e talora anche non stimati. Sappiamo come lo spirito del mondo, avvalendosi di sempre nuovi allettamenti, cerchi di insinuarsi nel santo istituto familiare, voluto da Dio a custodia e salvaguardia della dignità dell’uomo, dal primo sbocciare della vita alla giovinezza tumultuosa; e dall’età matura alla più alta anzianità. (Dal Messaggio del Santo Padre Giovanni XXIII alle famiglie cristiane, in occasione della festività della Sacra Famiglia, domenica 10 gennaio 1960). In occasione della festa della Sacra Famiglia, che Giovanni XXIII ha posto a ridosso dell’Epifania e quindi all’inizio dell’anno civile, il Papa invoca su tutte le famiglie l’assistenza di Gesù, Maria e Giuseppe. Dalle sue parole si evince che il richiamo alla famiglia di Nazareth ha un peso sostanziale, non è affidato ad una semplice devozione. È nel nascondimento dei numerosi anni presso i suoi genitori che Gesù “ha consacrato con virtù ineffabili la vita domestica”, virtù come dolcezza, modestia, mansuetudine con le quali esercitare le quattro caratteristiche del matrimonio cristiano: fedeltà, castità, mutuo amore e timor di Dio. La benedizione del Papa è un accompagnamento fervente, consapevole della complessità in cui le famiglie sono chiamate a vivere. Il riferimento è alle famiglie numerose, verso le quali Giovanni XXIII ha già mostrato un’attenzione particolare, forse dovuta anche alla sua diretta esperienza. Il Papa si sofferma sui sacrifici che non vengono sufficientemente considerati, che restano nascosti. È importante questa valorizzazione delle fatiche quotidiane, di quel surplus di gratuità che in famiglia si consuma spesso senza un riconoscimento, appunto, ma con quella costanza che edifica una porzione di Regno già in questa vita. Da queste parole traggono incoraggiamento tutti quei genitori che hanno lasciato aperta la porta all’abbondanza della vita, quelle coppie – negli anni sessanta sempre meno numerose – che hanno dato alla luce quattro o più figli e che si trovano a fronteggiare problemi spesso molto onerosi. Giovanni XXIII infonde coraggio ed esplicita la solidarietà che sia la Chiesa, sia la società sono tenute ad offrire a coloro che hanno scommesso sulla vita e la vita in abbondanza, ma non possono essere lasciati soli. L’istituto famigliare – dice il Papa – è custodia e salvaguardia della dignità dell’uomo ma è “tentato” di cedere agli allettamenti dello spirito del mondo. Pare di vedere in controluce le lusinghe dell’egoismo e del consumismo che inizia a fare breccia nel tessuto delle società occidentali – di certo in quella italiana. Parole semplici per esprimere concetti che saranno poi ripresi ampiamente dai suoi successori, fino alla denuncia reiterata da Papa Francesco rispetto alla “cultura dello scarto”. Un altro tassello nell’accudimento papale delle famiglie cristiane. Un’altra tappa di avvicinamento verso quella che sarà la rivoluzionaria svolta del Concilio Vaticano II. Fortemente voluta da Papa Roncalli, l’assise conciliare segnerà anche in modo determinante la visione della famiglia nel contesto di un più organico discorso sulla Chiesa (Giovanni M. Capetta – Sir)  

Verso la GMMR: Il commento del Direttore Migrantes

21 Settembre 2020 - Roma - Il messaggio di Papa Francesco per la GMMR 2020 è dedicato agli sfollati interni, una categoria di persone che, a dispetto del loro numero (si stimano essere oggi circa 50 milioni), sono spesso invisibili. Persone che pur condividendo con i richiedenti asilo e i rifugiati il dramma di essere stati costretti a fuggire, i pericoli e la precarietà, non godono neanche di uno status giuridico riconosciuto: la loro protezione è affidata a quello stesso stato di appartenenza che a volte è la causa stessa dei loro mali. E questa invisibilità è resa oggi ancora più grave dalla crisi mondiale causata dalla pandemia COVID-19, che ha finito col far dimenticare tanti altri drammi che pure continuano a consumarsi su questa nostra terra. Potremmo obiettare che però la realtà degli sfollati interni riguarda solo alcuni paesi devastati dalla guerra o da crisi umanitarie, come la Siria, il Congo o il Venezuela, e in ogni caso non l’Italia (anche se nel nostro paese sono presenti gli sfollati a causa dei terremoti dell’Irpinia e dell’Aquila). Ma non possiamo fingere di non sapere che il dramma di queste persone spesso ha le sue origini in Europa (basti solo pensare alla produzione e al commercio delle armi, o all’inquinamento), e che ormai il nostro prossimo è ogni essere umano. Inoltre il Papa estende il messaggio “dedicato agli sfollati interni, a tutti coloro che si sono trovati a vivere e tuttora vivono esperienze di precarietà, di abbandono, di emarginazione e di rifiuto a causa del COVID-19”. Il messaggio parte dalla icona biblica della Fuga in Egitto che ispirò Papa Pio XII nello scrivere quella che è considerata ancora oggi la magna charta del magistero moderno sulle migrazioni, la Costituzione Apostolica Exsul Familia. Scrive Papa Francesco: “Nella fuga in Egitto il piccolo Gesù sperimenta, assieme ai suoi genitori, la tragica condizione di sfollato e profugo «segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie» (Angelus, 29 dicembre 2013). In ciascuno di loro è presente Gesù, costretto, come ai tempi di Erode, a fuggire per salvarsi. Nei loro volti siamo chiamati a riconoscere il volto del Cristo affamato, assetato, nudo, malato, forestiero e carcerato che ci interpella (cfr Mt 25,31-46). Se lo riconosciamo, saremo noi a ringraziarlo per averlo potuto incontrare, amare e servire”. Ricordo che il giorno di Natale 2017 scoppiò l’ennesima polemica contro Papa Francesco perché nell’omelia della notte aveva osato parlare - anche in quel giorno! - dei migranti: “Nei passi di Giuseppe e Maria si nascondono tanti passi. Vediamo le orme di intere famiglie che oggi si vedono obbligate a partire. Vediamo le orme di milioni di persone che non scelgono di andarsene, ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra”. Ma la colpa, se di colpa si deve parlare, non è di Papa Francesco, ma del Vangelo! Una delle cose più sorprendenti, più inquietanti del Vangelo è proprio questa identità radicale fra Gesù e il povero. Quel Gesù che ha detto durante l’ultima cena: “Questo è il mio corpo” - e noi devotamente ci inginocchiamo davanti al mistero dell’Eucaristia – è lo stesso che ha detto: “Ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato forestiero, nudo, ammalato, in carcere … quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt.25,31-46). Non ha detto: è come se l’avete fatto a me, ma proprio: l’avete fatto a me! Per questo i cristiani sanno che è Lui che incontriamo in ogni forestiero che bussa alla nostra porta, anche quando “i nostri occhi fanno fatica a riconoscerlo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua”. Ai quattro verbi – accogliere, proteggere, promuovere e integrare – che Papa Francesco indicava nel suo messaggio per la GMMR 2018 come risposta alla sfida pastorale provocata dalle migrazioni, egli aggiunge ora altre sei coppie di verbi, legati fra loro da una relazione di causa-effetto. E’ interessante notare che si tratta ancora di verbi, di azioni concrete. Davanti al dramma che ci è di fronte non possiamo limitarci a qualche brillante analisi o pia considerazione, siamo chiamati ad agire. Gesù non ha promesso il Suo Regno a chi ripete Signore, Signore, ma a chi fa la volontà del Padre Suo che è nei cieli (Mt.7,21). Di queste coppie di verbi mi limito a richiamarne un paio, lasciando le altre alla vostra riflessione. Anzitutto Papa Francesco ci ricorda la necessità di conoscere per comprendere. Non si può comprendere né amare ciò che non si conosce. E si conosce bene solo da vicino: “Molti non vi conoscono e hanno paura. Questa li fa sentire in diritto di giudicare e di poterlo fare con durezza e freddezza, credendo anche di vedere bene. Ma non è così. Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia … Da lontano possiamo dire e pensare qualsiasi cosa, come facilmente accade quando si scrivono frasi terribili e insulti via internet” (papa Francesco alle comunità migranti, Bologna, ottobre 2017) Oggi la vera linea di demarcazione rispetto ai migranti è fra quelli che li guardano da lontano - e per loro sono solo dei numeri, una categoria: parlano di extracomunitari, di neri, di immigrati – e coloro che si sono avvicinati fino a riconoscere nel loro volto il volto di un fratello, e allora parlano di Leila, di Ibrahim, di Youssuf. Per questo è importante moltiplicare le occasioni di incontro, di ascolto, di buon vicinato. Un’altra coppia di verbi a cui ci richiama il Papa è coinvolgere per promuovere i migranti. Troppo spesso essi sono, nella migliore delle ipotesi, l’oggetto (non il soggetto!) della nostra carità, il piedistallo che mette meglio in evidenza la nostra bontà. Un certo pietismo, il voler sempre e in tutto provvedere all’altro e scusarlo, senza mai chiedere il suo aiuto o pensare di poter anche imparare da lui, gli toglie la parità, lo spinge a una bassa considerazione di se stesso e a pensare che tutto gli è dovuto perché non si è capaci. “A volte lo slancio di servire gli altri ci impedisce di vedere le loro ricchezze. Se vogliamo davvero promuovere le persone alle quali offriamo assistenza, dobbiamo coinvolgerle e renderle protagoniste del proprio riscatto”. Il messaggio si conclude con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe. Di Giuseppe si dice nel brano da cui abbiamo preso le mosse che “destatosi, prese con sé il bambino e sua madre, nella notte,e fuggì in Egitto”. Il mio augurio è che in questa Giornata che celebreremo il prossimo 27 settembre  molti di noi, destandoci, lo imitiamo, non limitandoci a dei bei discorsi, ma facendo almeno qualcuna delle azioni che Papa Francesco ci ha suggerito in questo messaggio.   Don Gianni De Robertis Direttore generale Fondazione Migrantes

GMRR: domenica prossima a Carpi ritorna la Messa dei popoli

21 Settembre 2020 - In occasione della 106ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, nella chiesa di San Bernardino Realino di Carpi, alle 17.30 di domenica prossima il vescovo Erio Castellucci celebrerà la Messa dei popoli. La Messa è promossa dagli Uffici Migrantes di Modena e di Carpi, dalla Caritas, dai Centri missionari, dalla Pastorale sociale e del lavoro, dalle Commissioni per il dialogo interreligioso e l’ecumenismo delle due diocesi, oltre che dalla Consulta diocesana per la cultura di Modena e dal comitato locale campagna “Io accolgo”. Aderiscono alla Giornata Mondiale del Migrante e hanno dato il loro patrocinio i Comuni di Modena, Carpi, Formigine, Maranello, Sassuolo, Soliera, Campogalliano, Fanano, Prignano, Spilamberto, Fiorano e Medolla, la Regione, il centro di servizi per il volontariato Terre Estensi e il Consorzio di solidarietà sociale provinciale. (M.C.)

GMMR: Migrantes Gaeta, incontro a Gianola sui minori non accompagnati

21 Settembre 2020 - Gaeta - Da anni ormai il nostro Paese vede arrivare migliaia di uomini e donne che si mettono in viaggio in cerca di una migliore qualità della vita. Tra le realtà riguardanti i migranti è giusto che un particolare interesse ricada su chi è più fragile e prezioso: i minori. «Mi sta a cuore richiamare l’attenzione sulla realtà dei migranti minorenni, specialmente quelli soli, sollecitando tutti a prendersi cura dei fanciulli che sono tre volte indifesi perché minori, perché stranieri e perché inermi costituiscono il gruppo più vulnerabile perché, mentre si affacciano alla vita, sono invisibili e senza voce». Così papa Francesco nel Messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato nel 2017. Eppure, in un articolo di Andrea Carli sul Sole24Ore dell’8 novembre 2019, i dati riportati sono preoccupanti: «Tra il 2014 e il 2018, sono stati oltre 70 mila i minori stranieri non accompagnati arrivati in Italia via mare. A giugno 2019 oltre 7 mila minori stranieri non accompagnati sono arrivati in Italia, non solo: a quella data 4.700 di loro risultavano irreperibili sul territorio nazionale». La situazione per la sua drammaticità non richiederebbe ulteriori spiegazioni per essere portata all’attenzione di tutti, ma se non bastasse la consistenza preoccupante di questi dati si vanno ad aggiungere a tutti i rischi e difficoltà cui queste giovani vite vanno incontro. Lo sfruttamento lavorativo con retribuzioni misere, il reclutamento in associazioni volte a delinquere, il caporalato subito nei campi e non ultimo per importanza, anzi forse il pericolo più triste da cui portarli via, la prostituzione minorile. Una realtà questa balzata alle cronache ultimamente che ci tocca da vicino e che vede il coinvolgimento di giovani della comunità bulgara che purtroppo figura anche tra le minoranze sfruttate lavorativamente. L’Ufficio Migrantes e la Pastorale giovanile dell’arcidiocesi di Gaeta propongono un primo incontro per iniziare a toccare con mano, più da vicino, tali problematiche, per capire, con l’aiuto di esperti, quale può essere il nostro ruolo e la nostra responsabilità al fine di evitare brutalità di questa sorta. Appuntamento alla Tenda di Gianola è per venerdì 25 settembre alle 19. Interverrà il giornalista Toni Mira della redazione romana di Avvenire. L’evento potrà essere seguito anche in streaming sulla pagina Facebook dell’arcidiocesi di Gaeta e sulla pagina Instagram “incredibile_possibile”. (Benedetto Persico)  

Migrantes Catania: la comunità delle Mauritius e il Beato Padre Laval

21 Settembre 2020 - Catania - Sabato 19 settembre, all’oratorio salesiano San Filippo Neri di Catania, la comunità mauriziana etnea ha festeggiato con una solenne celebrazione eucaristica la memoria liturgica del Beato Jacques Dèsirè Laval, missionario e apostolo della carità presso le isole di Mauritius. Un appuntamento molto sentito che ogni anno rinnova la devozione e la gratitudine per il Beato francese noto come l'Apostolo dei neri, perché dedicò la vita all'evangelizzazione degli indigeni. La festa è stata organizzata dal diacono don Giuseppe Cannizzo, Direttore dell'Ufficio Pastorale Migrantes della diocesi di Catania, in collaborazione con Milinte Rainald, presidente dell’Association des Immigrats Mauriciens della provincia di Catania. La celebrazione eucaristica si è svolta nel cortile dell'oratorio nel rispetto delle norme anti Covid-19 ed è stata presieduta da padre Antonio De Maria, rettore della Chiesa monumentale di San Nicola La Rena. Sono intervenuti il direttore dell'Ufficio Migrantes,  che ha portato i saluti dell'arcivescovo mons. Salvatore Gristina, e il presidente Milinte. Alla celebrazione erano presenti fedeli italiani e mauriziani cristiani e indù. Padre Laval è stato beatificato nel 1979 da Papa Giovanni Paolo II. Sacerdote francese della Congregazione dello Spirito Santo, dopo alcuni anni di esercizio della professione medica a Port-Louis nell’isola Mauritius nell’Oceano Indiano, si fece missionario e condusse i neri, da poco liberati dalla schiavitù, alla libertà dei figli di Dio. Filippo Cannizzo          

Nelle loro mani

21 Settembre 2020 - Como - Una delle coroncine del rosario che papa Francesco, tramite il card. Konrad Krajewski, ha donato ai fratelli e alla sorella di don Roberto Malgesini sarà portata all’uomo che il 15 settembre a Como ha ucciso il prete che iniziava il giorno con la preghiera e la continuava con il dono di un caffelatte, di un biscotto, di un sorriso, di un ascolto. L’Elemosiniere pontificio al termine delle esequie celebrate il 19 settembre nella cattedrale di Como ha poi comunicato che, terminata la celebrazione, sarebbe andato a incontrare i genitori del sacerdote nel piccolo paese in Valtellina. Per baciare le loro mani a nome di papa Francesco. Un fremito di commozione si è avvertito tra le navate del duomo e nelle tre piazze dove molti partecipavano alla preghiera. I pensieri hanno iniziato a intrecciarsi con le parole del cardinale: “Don Roberto Malgesini è morto, quindi vive ancora”. E questo “vive ancora” si è declinato subito con due gesti. La coroncina del rosario affidata alle “autorità militari perché venga consegnata in carcere” a chi ha ucciso è un gesto che sconvolge le logiche della condanna e della pena che appaiono le uniche ragionevoli. Un’altra logica viene proposta: quella del Vangelo. Nulla viene tolto al percorso della giustizia umana, tutto viene ricondotto al mistero dell’uomo, al suo cammino interiore, all’incontro con la verità. Un percorso che don Roberto aveva conosciuto nelle storie di coloro avevano ricevuto più privazioni che doni, più umiliazioni che rispetto. Il secondo gesto, colmo di tenerezza, è quell’andare del card. Krajewski, a Regoledo di Cosio, piccolo paese valtellinese, per incontrare il papà e la mamma di don Roberto. Andarci di persona e, a nome del Papa, baciare le mani degli anziani genitori. Mani che avevano accarezzato, sostenuto, accompagnato il figlio. Mani che lo avevano salutato il giorno della sua partenza da casa. Le mani di don Roberto, quando all’altare consacrava il pane e il vino, erano anche le loro mani. Le mani di don Roberto quando stringeva quelle degli scartati dalla società e dalla storia erano anche le loro mani. Le mani di un prete sono anche le mani dei suoi genitori. Ecco il perché di quel bacio di papa Francesco. Il pensiero corre poi alle mani di chi ha ucciso. Stringeranno e sgraneranno la coroncina del rosario, la ignoreranno, la rifiuteranno? Qualcuno, nel rispetto di una fede diversa, gli parlerà di quei grani che fanno corona a una piccola croce. Qualcuno gli dirà il significato che quell’umile segno aveva per un prete che lo aveva amato. Non sappiamo cosa accadrà nel cuore di quell’uomo. La risposta è nelle mani di un prete. E’ nelle mani di Dio. (Paolo Bustaffa – SIR)

Una Chiesa sempre in uscita

21 Settembre 2020 - Città del Vaticano - Quanto è ingiusto il padrone che chiama, in ore diverse, operai a lavorare alla sua vigna e poi, al termine della giornata, da a tutti lo stesso compenso, sia a coloro che hanno lavorato una sola ora, sia a quanti sono stati assunti alla prima chiamata, lavorando così dodici ore. È per lo meno inconcepibile, per noi, un fatto del genere; nel caso accadesse veramente in una azienda, o in una attività lavorativa, non mancherebbero proteste e disordini. È la parabola di questa domenica che troviamo in Matteo. Nel brano evangelico dei lavoratori chiamati a giornata, ci troviamo a condividere la protesta di quelli che sono stati ingaggiati al mattino presto dal padrone della vigna, i quali ricevuto per ultimi un denaro come tutti gli altri operai si lamentano: “questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Si affacciano allora due domande: chi darebbe a un operaio più di quanto gli spetta per il compito assolto? Perché nella protesta i lavoratori chiedono non un aumento del loro compenso dettato dalle maggiori ore lavorate, ma la diminuzione dalla paga a coloro che hanno lavorato di meno? Qui non si tratta di riflettere sul giusto salario, perché, come in ogni parabola, la logica sottesa è un’altra. Possiamo parlare di ingiustizia del padrone? Un aiuto ci viene dalla prima lettura, l’invito a cercare il Signore che risuona all’inizio del testo di Isaia, un Dio che rivela la sua diversità: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”. La presunta ingiustizia del padrone serve, dunque, a provocare chi ascolta la parabola; a chi lo cerca Gesù propone di abbandonare tutto, anche l’ovvietà dei propri pensieri, quel ragionare secondo il mondo. La giustizia di Dio va oltre quella degli uomini: gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi. Solo così possiamo comprendere davvero il senso profondo di questa parabola: Dio vuole chiamare tutti a lavorare per il suo Regno, e la ricompensa è la stessa per tutti, cioè la salvezza, la vita eterna. Papa Francesco, all’Angelus, per far comprendere meglio la parabola, utilizza questa affermazione: “chi è il primo santo canonizzato nella Chiesa? Il buon ladrone, che ha ‘rubato’ il paradiso nell’ultimo momento della sua vita”. Quali parole migliori per ricordare che l’agire di Dio “è più che giusto, nel senso che va oltre la giustizia e si manifesta nella grazia”. Perché, come diceva spiegando questa parabola nel 2017, nella chiesa di Cristo “non ci sono disoccupati e tutti sono chiamati a fare la loro parte”. Proviamo a cogliere altre due sottolineature che papa Francesco propone nelle parole che precedono la preghiera mariana. La prima è la chiamata: in cinque orari diversi il padrone ha mandato operai a lavorare nella sua vigna. “Quel padrone rappresenta Dio – afferma papa Francesco – che chiama tutti e chiama sempre, a qualsiasi ora. Dio agisce così anche oggi: continua a chiamare chiunque, a qualsiasi ora, per invitare a lavorare nel suo Regno. Questo è lo stile di Dio, che a nostra volta siamo chiamati a recepire e imitare”. È un Dio che “non sta rinchiuso nel suo mondo”, ma è “sempre in uscita, cercando noi”, perché vuole “che nessuno sia escluso dal suo disegno d’amore”. È la Chiesa in uscita cara a Francesco: comunità chiamate a “uscire dai vari tipi di confini”, per aprirsi a “orizzonti di vita che offrano speranza a quanti stazionano nelle periferie esistenziali e non hanno ancora sperimentato, o hanno smarrito, la forza e la luce dell’incontro con Cristo”. Una Chiesa sempre in uscita, afferma ancora Francesco, perché “quando la Chiesa non è in uscita, si ammala di tanti mali che abbiamo nella Chiesa [...] È vero che quando uno esce c’è il pericolo di un incidente. Ma è meglio una Chiesa incidentata, per uscire, per annunziare il Vangelo, che una Chiesa ammalata da chiusura”. La seconda sottolineatura, la ricompensa. Nella parabola, il padrone paga tutti allo stesso modo, sia chi ha lavorato tutto il giorno, che chi ha lavorato solo un’ora. Dio, afferma papa Francesco, “si comporta così: non guarda al tempo e ai risultati, ma alla disponibilità e alla generosità con cui ci mettiamo al suo servizio”. Fabio Zavattaro

Don Roberto Malgesini: al funerale l’elemosiniere del Papa

21 Settembre 2020 - Como - Quella di don Roberto è stata “una vita consumata fino al dono totale di sé”. Lo ha affermato il vescovo di Como, Mons. Oscar Cantoni, nell’omelia della messa in suffragio di don Roberto Malgesini, il sacerdote ucciso in città lo scorso 15 settembre. A partire dalla prima mattina di sabato una folla si è radunata in cattedrale – dove a causa delle misure di prevenzione dovute al Covid è stato consentito l’accesso a solo 500 persone – e nei tre maxischermi allestiti nelle piazze adiacenti per partecipare a questo forte momento di vita comunitaria. A presiedere il rito è intervenuto il Card. Konrad Krajewksi, elemosiniere di Sua Santità, mentre hanno concelebrato diversi vescovi delle diocesi lombarde e oltre un centinaio di sacerdoti diocesani e religiosi. “Condividiamo – ha detto il vescovo – il dolore per la tragica morte di don Roberto, ma nello stesso tempo ci rendiamo conto che il suo sacrificio d’amore spalanca alla Chiesa e a tutta la società la possibilità di una straordinaria, inimmaginabile fecondità, che tocca a noi tutti però sviluppare con determinato coraggio evangelico, perché l’esempio di don Roberto non sia vano!”. Il segreto della vita di don Roberto – ha proseguito il vescovo – spiega il “suo sorriso che affascinava, stupiva e interrogava quanti lo incontravano”. Con uno “stile di sapore evangelico”, uno “speciale ‘tocco di delicatezza’”, don Roberto “serviva i poveri ogni giorno, con una serenità e una semplicità davvero invidiabile”, ha ricordato Mons. Cantoni, ricordando dove tutto trovava alimento: la “fedeltà nella preghiera”, a cui don Roberto dava lungo spazio prima di iniziare il suo servizio. A conclusione dell’omelia il vescovo, rivolgendosi ai presenti – tra loro anche moltissimi giovani che condividevano con don Roberto il suo impegno – ha detto: “Il Signore conceda a noi tutti di continuare, con rinnovato impegno, l’opera di misericordia che don Roberto ci ha abbondantemente testimoniato con la sua vita”. “Papa Francesco è con noi e si unisce al dolore dei familiari di don Roberto, si unisce ai fedeli della sua parrocchia, ai fratelli bisognosi, che ha servito fino all’ultima mattina, e a tutta la Comunità comasca”, ha detto al termine della messa il Card. Konrad Krajewski, elemosiniere di Sua Santità. Il porporato ha portato ai familiari, ai sacerdoti e agli amici, riuniti, il cordoglio di Papa Francesco. “Don Roberto è morto, quindi vive – ha detto il cardinale –. L’amore, infatti, non muore mai, neppure con la morte. La pagina del Vangelo che noi spesso leggiamo e che don Roberto ci ricorda proprio oggi, quella pagina che non si può strappare mai dal Vangelo ci ricorda che ‘non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici’ (Gv 15,13). I poveri erano gli amici di don Roberto. Non si può essere cristiani fino in fondo se questa pagina non è fatta nostra”. In dono dal Santo Padre il cardinale ha portato “i rosari per tutti i volontari e per i bisognosi di don Roberto. E anche per quell’uomo sfortunato che sta in carcere e chiedo alle autorità di portarglielo, perché io non posso andarci”. Infine guardando verso i fratelli e la sorella di don Roberto, seduti in prima fila, un’ultima carezza: “Ho portato da parte del Santo Padre una corona di rosario particolare, in perla, per i genitori di don Roberto, che non potevano venire. Dopo la celebrazione andrò al loro paese a portarle ai genitori e a baciare le loro mani a nome del Santo Padre”. Un’attenzione che ha commosso i presenti. Al termine della celebrazione in cardinale, insieme al vescovo di Como, Oscar Cantoni, si è recato a San Rocco nel luogo dove don Roberto Malgesini è stato ucciso per un momento privato di preghiera.    

Mons. Palmieri nuovo Vicegerente della diocesi di Roma: l’impegno per il mondo rom

19 Settembre 2020 - Roma – E’ mons. Gianpiero Palmieri il nuovo vicegerente della diocesi di Roma. Lo ha nominato oggi papa Francesco conferendogli la dignità di arcivescovo nella sede titolare di Idassa. Mons. Palmieri, 54 anni, originario di Taranto, era vescovo ausiliare di Roma per il settore Est e vescovo delegato Migrantes della Conferenza Episcopale Laziale e delegato per la Carità, la Pastorale dei Migranti e dei ROM. Recentemente ha partecipato a Frascati al convegno degli operatori pastorali della Fondazione Migrantes impegnati con i rom e sinti. In una intervista in piena pandemia a questa testata ha evidenziato le difficoltà dei più bisognosi. “Viviamo a Roma e nel Lazio  una situazione particolarmente difficile, legata al fatto che molti migranti e rifugiati politici si trovavano già, ancor prima del diffondersi del Coronavirus, nella condizione precaria di non avere un luogo in cui abitare. Le leggi restrittive approvate dal precedente Governo, con le quali si rendeva difficile se non impossibile il rinnovo del permesso di soggiorno, visto il venir meno dei motivi umanitari, hanno spinto molte persone negli alloggi di fortuna o ad ingrossare le fila dei senza fissa dimora. E’ ovvio – sottolineava il neo vicegerente - che queste persone più di altre ora si trovano esposte al pericolo del contagio; alla precarietà sanitaria e alloggiativa si aggiunge per di più l’emergenza fame: le mense che abitualmente erano sufficienti per erogare pasti a chi ne aveva bisogno, non riescono più a soddisfare una domanda enormemente cresciuta. Quindi la situazione è critica da ogni punto di vista”. A mons. Palmieri gli auguri di un proficuo ministero.

Raffaele Iaria

 

GMMR: un convegno su “Emigrazione di ieri, immigrazione di oggi”

18 Settembre 2020 -  

GMMR: le iniziative nella diocesi di Andria

18 Settembre 2020 - Andria - Non si dimentichino gli sfollati interni e “tutti coloro che si sono trovati a vivere e tuttora vivono esperienze di precarietà, di abbandono, di emarginazione e di rifiuto a causa del Covid-19”. È questa l’esortazione racchiusa nel messaggio del Papa per la 106ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà Domenica 27 settembre 2020. Il messaggio di Papa Francesco ha come titolo: “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. Si stima che nel mondo gli sfollati interni siano oltre 50 milioni. A guerre, conflitti e disastri ambientali, si aggiunge in questo tempo anche la piaga della pandemia. "Il loro - dice il direttore Migrantes della diocesi di Andria -  è spesso un dramma silenzioso e dimenticato". Tra le tante sfide che ci troviamo ad affrontare c’è il dramma degli sfollati interni. "Un’emergenza umanitaria senza precedenti, peggiorata dalla crisi climatica, che sta colpendo senza sosta le persone che già vivono in stato di povertà. Non è tutto, perché, le gravi conseguenze portate dalla pandemia rischiano di trasformare i protagonisti di questo dramma in cittadini invisibili, dimenticati dagli aiuti internazionali e dalle politiche di salvataggio", aggiunge il sacerdote. "Non è questo il tempo della dimenticanza, la crisi che stiamo affrontando non ci faccia dimenticare tante altre emergenze che portano con sé i patimenti di molte persone", ha detto Papa Francesco. “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”: sono i verbi di partenza che accompagnano la celebrazione di questa 106ma giornata mondiale del migrante e del rifugiato. A questi ne vanno aggiunti altri di fondamentale importanza. "Bisogna conoscere per comprendere. Quando si parla di migranti, di sfollati, è necessario ricordare che non si sta parlando di semplici numeri ma di persone, ognuna con la propria storia, la propria dignità, le proprie difficoltà. È altresì importante condividere per crescere", spiega don Acri: "la precarietà globale dovuta alla diffusione del Covid ci ha ricordato che siamo tutti sulla stessa barca e ci ha fatto capire che nessuno può salvarsi da solo. Dobbiamo perciò condividere i nostri timori, le nostre preoccupazioni e le nostre risorse. È l’unica salvezza per crescere insieme". Giornate come queste sono l’occasione per "capire quanto le discriminazioni e l’odio sistematico siano dannosi per sé stessi e per coloro che ci sono intorno. Questo non è il tempo di continuare ad assecondare gli egoismi, ma di preservare il bene comune garantendo l’impegno locale e globale". L’Ufficio Migrantes di Andria , in collaborazione la Comunità MigrantesLiberi, organizzerà diversi eventi e momenti di condivisione e l’intera comunità ecclesiale è invitata a partecipare agli eventi per "facilitare - spiega il direttore Migrantes - la costruzione di ponti e dialogo". Si parte giovedì 24 settembre presso la Casa Accoglienza “S.M. Goretti”, “Ti racconto tante storie” - Té conviviale con gli ospiti delle Case di comunità ed esposizione dei manufatti realizzati dalla nostra sartoria sociale". Il giorno successivo sempre presso la Casa Accoglienza “S.M. Goretti”, "La Téranga a cena"  mentre sabato, presso la Parrocchia Gesù Crocifisso celebrazione Eucaristica presieduta da don Michele Leonetti che ha svolto il suo ministero diaconale presso la Casa Accoglienza.

Cei: da lunedì il Consiglio Permanente

18 Settembre 2020 -
Roma - Da lunedì 21 a mercoledì 23 settembre si svolgerà a Roma, presso Villa Aurelia (Via Leone XIII, 459), la sessione autunnale del Consiglio episcopale permanente. Dopo l’introduzione del cardinale presidente Gualtiero Bassetti, i lavori prevedono la scelta del tema principale dell’Assemblea generale, rinviata a novembre (dal 16 al 19) per l’emergenza sanitaria, e un approfondimento per valorizzare la pubblicazione della terza edizione italiana del Messale Romano. All’ordine del giorno del Consiglio, poi, una riflessione sulla condizione attuale del cattolicesimo italiano, la presentazione sintetica delle relazioni quinquennali delle Commissioni episcopali e due comunicazioni sull’Instrumentum laboris della 49ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani e sul prossimo concorso degli insegnanti di religione cattolica. Il Consiglio si soffermerà, infine, sull’Incontro di riflessione e spiritualità Mediterraneo, frontiera di pace svolto a Bari dal 19 al 23 febbraio 2020: verranno ripresi i contenuti per un rilancio dell’iniziativa. Il comunicato finale sarà presentato il 24 settembre, nel corso di una conferenza stampa, dal segretario generae, mons. Stefano Russo.

Vangelo Migrante: XXV domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 20,1-16)

17 Settembre 2020 - Nel clima di esasperato umanesimo in cui viviamo ‘correggi il tuo fratello’ e ‘perdona al tuo fratello’, sembrano contestare le conquiste più alte dell’uomo: la sua intelligenza e il suo senso di giustizia. Il Vangelo di questa domenica, invece, le conferma. Un padrone (Dio) esce in più ore del giorno, dal mattino sino al tardo pomeriggio, a chiamare operai a lavorare in quel giorno, per la sua vigna e con ciascuno concorda la paga: 1 denaro per i primi, quel che è giusto per gli altri. Giunta la sera i primi assunti vengono pagati per ultimi e, giunto il loro turno, contestano al padrone la sua sperequazione: paga uguale per tutti. Un padrone contromano e illogico. Tuttavia, non gli chiedono di aumentare la loro paga ma si lamentano perché agli altri ha dato tanto quanto a loro. La loro mormorazione non è legata ad un bisogno di denaro, in fondo sanno che la loro è una paga congrua e fedele al patto, bensì ad una passione del cuore che, sotto il pretesto della giustizia e della logica, finisce per dare spazio alla mancanza di rispetto e di fraternità. L’irritante “non posso fare delle mie cose ciò che voglio?” del padrone, serve a spezzare le briglie di una intelligenza e di una giustizia grette e insecchite. La riflessione successiva “o siete invidiosi perché io sono buono?”, serve, invece, a mettere a nudo il loro cuore. Una giustizia vera, sconfina sempre nella comprensione e nell’amore: “Perché ve ne state qui oziosi?”, chiede il padrone ad alcuni, nel tardo pomeriggio. “Perché nessuno ci ha presi a giornata”, gli rispondono. Ha a cuore la loro vita, anche prima del loro lavoro. Giustizia davvero umana è quella che non tutela solo chi ha un contratto di lavoro ma è attenta anche alla sofferenza di chi è senza diritti. Non si tratta di stracciare contratti o premiare fannulloni ma si tratta innanzitutto di non giudicare e di mettere tutti in condizione di vivere. Solo una giustizia ed una intelligenza animate dalla stessa solidarietà che usa Dio sono in grado di mettere tutti gli uomini in condizione di vivere una ‘giornata di lavoro’ (tutta la vita) più umana. Ogni diritto, anche quello umano, e ogni applicazione delle scoperte dell’uomo (il tanto sospirato ‘vaccino’, ad esempio) sciolte da questa passione evangelica, finiranno sempre per escludere qualcuno. Le nostre esigenze e le nostre realizzazioni storiche durano solo se attingono al fermento inesauribile dei criteri del Vangelo. Parola di salvezza che è per tutti.

Gaetano Saracino

Don Malgesini: domani pomeriggio i funerali

17 Settembre 2020 -
Como - La diocesi di Como ha annunciato, pochi minuti fa, i dettagli circa le esequie di don Roberto Malgesini, il sacerdote ucciso a Como il 15 settembre scorso. “Accogliendo il desiderio della famiglia – si legge nella nota inviata alla stampa –, venerdì 18 settembre, alle 17, nella chiesa parrocchiale di Sant’Ambrogio, la comunità di Regoledo di Cosio (So) si riunirà per l’ultimo saluto a don Roberto. I funerali saranno presieduti dal vescovo monsignor Oscar Cantoni e concelebrati, per comprensibili esigenze di spazio, da un ristrettissimo numero di sacerdoti, designati in rappresentanza del presbiterio diocesano”. All’interno della chiesa e anche nello spazio esterno, precisano dalla diocesi, le norme di prevenzione e contenimento del coronavirus impongono una severa limitazione dei posti e il rispetto del distanziamento. Sarà possibile seguire il rito via streaming sul canale YouTube de “Il Settimanale della diocesi di Como”. La comunità diocesana – continua la nota – si ritroverà “sabato 19 settembre, alle 9.30, in cattedrale, a Como, per la santa messa di suffragio”. Questa mattina la salma di don Roberto Malgesini è stata riconsegnata ai suoi famigliari, ai fratelli Mario, Caterina ed Enrico. Nell’ultimo viaggio verso Regoledo di Cosio, paese valtellinese di cui don Roberto era originario, il feretro si è fermato per un’ultima volta nei pressi della chiesa di San Rocco, accanto alla quale viveva e dove martedì mattina ha trovato la morte, accoltellato da un uomo che conosceva e che spesso aveva aiutato. Don Gianluigi Bollini, parroco della Comunità pastorale Beato Scalabrini e vicario foraneo della città, ha guidato un breve momento di preghiera a cui era presente anche don Antonio Fraquelli. Tanti anche i ragazzi del gruppo di volontari che aiutavano don Roberto nel suo servizio ai poveri e agli ultimi della città, che pure non hanno voluto mancare, per dare un ultimo saluto al loro don.

Ucciso dove morirono i primi cristiani

17 Settembre 2020 - Como  - Martedì, memoria dell’Addolorata che stava insieme ad altre donne ai piedi della Croce, è stato ucciso don Roberto Malgesini. Anche lui stava vicino a tante croci, anche lui c’era, stava in mezzo, condivideva. Il luogo in cui è stato ucciso è vicinissimo al luogo del martirio dei primi cristiani della diocesi di Como, era l’anno 303 d.C. Erano soldati che in nome del Vangelo fuggivano dalla violenza delle armi e per questo raggiunti e uccisi da altri soldati. L’altra mattina sono entrato nella casa di don Roberto e sul tavolo sul quale aveva fatto colazione c’era il breviario che aveva recitato e sopra di questo il libro del cardinale Carlo Maria Martini dal titolo “La pratica del testo biblico” alla pag. 111, al capitolo intitolato "Gesù medico misericordioso" e nella sua camera dove con altri mi sono recato in cerca delle chiavi della macchina c’era una stuoia, luogo di preghiera, con tanti testi di Madre Teresa. Sulla scrivania della camera una grande croce.  Roberto era un prete secondo il Vangelo, capace di grande cura e delicatezza con chiunque. L’immagine del buon pastore che va in cerca, cura, fascia le persone può aiutarci a comprendere don Roberto e a prenderlo come punto di riferimento. Curava e accudiva anche le "pecore cattive", coloro che hanno fatto sbagli grossi e sono finiti in carcere: in questa sua capacità io ho sempre visto la "giustizia superiore" del Vangelo, la follia di voler bene a chi proprio non se lo merita. Nella città di Como, ricca di uomini e donne vere manca ora don Roberto, la sua freschezza evangelica. Roberto lascia orfani anche tanti stranieri che in lui avevano un punto di riferimento di premura e di cura delicata. Siamo in tanti a condividere il suo progetto di umanità ma c’è un operaio in meno, quindi bisogna fare gli straordinari. Sono queste ultime, le parole con cui don Renzo Scapolo ricordava l’uccisione di don Renzo Beretta. P:S non conosco il movente dell’uccisore ma Gesù medico misericordioso pensi con altri anche a lui. (Don Giusto Della Valle – direttore Migrantes Como e Migrantes Lombardia)

«Ho visto dei fratelli»: nei testi della Via Crucis la scelta di vivere la strada di don Roberto Malgesini

17 Settembre 2020 -

Milano - Una delle caratteristiche più coraggiose, “ostinate” verrebbe voglia di dire, che emerge dalla vita di don Roberto Malgesini, è la capacità di fare silenzio. Quello interiore naturalmente, porta d’ingresso alla preghiera. Ma anche il più banale “tacere” esteriore, che non si perde in recriminazioni e proteste, tanto meno in proclami clamorosi. Di lui non si trovano interviste, dichiarazioni, battaglie verbali. Nessuna reazione polemica neppure dopo essere stato multato, l’anno scorso, per aver portato la colazione ai senza dimora. Il suo vocabolario era la strada, la sua denuncia erano le mani usate per sollevare il bisognoso di tutto, erano gli occhi piantati negli occhi del povero per restituirgli la dignità di persona, di amico, di fratello. Non a caso per trovare anche solo qualcosa di scritto bisogna attraversare i cammini che percorreva lui, fianco a fianco degli ultimi cui aveva scelto di dedicare l’esistenza. Volti, voci raccolti nelle meditazioni della Via Crucis del Venerdì Santo di due anni fa, il 30 marzo 2018. La loro sintesi in un titolo dalla semplicità rivoluzionaria, “Ho visto dei fratelli....”. che poi sarebbero «le persone sole, senza fissa dimora, fragili che abitano la strada». Ma persino qui in verità la firma di don Malgesini la si può solo intuire, perché insieme a lui i testi sono stati preparati dai volontari, soprattutto giovani che lo accompagnavano nella ricerca degli abbandonati cui assicurare una parola, una bevanda calda, una coperta.

Recita la cronaca che la preghiera sulla Via Dolorosa quel Venerdì Santo a causa del maltempo si svolse al chiuso, nella chiesa di Torre Santa Maria e che vi presero parte le sei parrocchie della comunità pastorale della Valmalenco, provincia di Sondrio e diocesi di Como. Eppure a sfogliare i testi ci si trova dentro un mondo dai territori molto più larghi, popolati dalle storie di migranti, di disperati, di uomini e donne derubati di tutto. I protagonisti delle stazioni della Via Crucis sono Roberto e il suo desiderio di poter incontrare di nuovo il figlio di 4 anni, sono il ghanese Zakaria, sono Abraham e la sua canzone che racconta la fuga dalla Nigeria, sono Itohan che è straniera, immigrata, africana ma soprattutto è una ragazza. Perché il segreto sta proprio lì, nel vedere nell’altro non solo un povero e un bisognoso ma una persona. Lo capisce e lo testimonia chi a maggior ragione oggi, malgrado i richiami di luci e lustrini, non si riconosce in una realtà che «esclude, emargina e allontana i sofferenti». Chi crede che la soluzione al disagio sociale sia tornare ad ascoltare con il cuore, che l’unica scelta davvero di giustizia sia «ripartire da chi è ultimo», fosse pure un vicino di casa o chi abita con noi. «Non esiste il benefattore e il bisognoso di aiuto. Esistono solo la fraternità, la cura e l’affetto reciproci», recita la presentazione della Via Crucis. È quella la linea di demarcazione dell’umanità, della condivisione, del Vangelo. «Ho visto emettere una ordinanza per scacciare senza tetto che chiedevano un po’ di attenzioni ai turisti e alla gente ricca che festeggiava Natale e il nuovo anno – si legge poco oltre –. Ma ho visto anche dei fratelli continuare ad aiutare gli scacciati, passando silenziosi oltre le minacce delle autorità o della maggioranza del popolo». Per loro, al termine della preghiera, come piccolo dono e insieme richiesta di impegno, alcuni quadratini di stoffa colorata, «simbolo dell’amore e della misericordia di Dio, infinita, sconfinata, immeritata». Se cuciti insieme quei pezzettini possono formare una coperta. Con cui portare calore, affetto, comprensione a chi ne ha bisogno. Senza dire troppe parole. Anzi magari scegliendo il silenzio. Come don Roberto. (Riccardo Maccioni - Avvenire)