15 Luglio 2021 - Torino - Da 50 anni nei campi nomadi accanto ai bambini, alle mamme ai malati perché nella difesa dei diritti e nella promozione dei doveri del popolo Rom e Sinto si realizzi l’inclusione sociale contrastando le discriminazioni. È la missione dell’Aizo Rom e Sinti onlus (Associazione italiana zingari oggi) fondata nel 1971 a Torino, dove c’è la sede nazionale: presidente e anima dell’Associazione, attiva in 15 regioni, è suor Carla Osella delle Figlie di Sant’Angela Merici, una vita spesa nei campi nomadi torinesi accanto alle famiglie, accompagnando «ad una cittadinanza attiva e responsabile» con i volontari generazioni di Rom e Sinti.
È a lei che il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, ha inviato un messaggio da estendere a tutti i volontari in un’occasione speciale, la celebrazione per il 50° di fondazione, presieduto da mons. Cesare Nosiglia che, nonostante il violento nubifragio che ha flagellato Torino nel pomeriggio di martedì 13 luglio, si è recato al campo Rom di strada dell’Aeroporto, periferia di baracche che con pioggia e grandine diventa una distesa di fango.
Attendono l’Arcivescovo che qui è di casa – mons. Nosiglia, fin dall’inizio del suo episcopato a Torino visita regolarmente i campi (nel 2012 l’Arcivescovo aveva dedicato una lettera pastorale ai nomadi intitolata «Non stranieri ma concittadini e familiari di Dio») – suor Carla che fa gli onori di casa (nella grande baracca al centro del campo allestita per l’incontro), i volontari dell’Aizo, don Angelo Zucchi, parroco della vicina San Giuseppe Cafasso che sostiene le attività dell’Aizo e poi tanti bambini, mamme, giovani.
Nella Torino città dei santi sociali «non sorprende che nel 1971 il Signore abbia promosso tra voi un organismo destinato ad impegnarsi nel riconoscimento dei diritti fondamentali tra i Rom che in Europa, erano allora ‘gli ultimi degli ultimi’», ha scritto il card. Turkson nel messaggio letto all’inizio della preghiera. Il cardinale ha evidenziato la scelta della famiglia come strumento di azione pastorale dell’Aizo nel solco del Magistero dei vari Pontefici: «le famiglie Rom sono come la Chiesa e come dice Papa Francesco ‘maestre in umanità’».
Parole che hanno introdotto la preghiera ecumenica guidata da mons. Nosiglia, accolto con affetto e commozione: delle 35 famiglie che vivono qui, in totale circa 150 persone, ci sono cattolici, ortodossi e musulmani. «Ma Dio ama tutti», ha sottolineato l’Arcivescovo commentando il Vangelo della «Tempesta sedata», che ha richiamato tutti i presenti alla pioggia scrosciante che martellava sulle lamiere delle baracche.
«E, come nel brano che abbiamo letto, se cerchiamo il Signore lui non ci abbandona, ci sostiene nelle tempeste della vita se ci aiutiamo gli uni gli altri». Poi la preghiera dei bambini, dei ragazzi e delle mamme, per «la salute del Papa in ospedale», per l’Arcivescovo «che spesso ci viene a trovare e non si dimentica di noi», «per i volontari e suor Carla che ci aiutano», «per gli insegnanti delle scuole», «per i nostri defunti, per i malati, per nostri parenti in carcere». La preghiera finisce con la benedizione di Nosiglia sui più piccoli che lo vorrebbero abbracciare ma le norme anticovid non lo consentono: in questo campo 14 persone si sono contagiate e, grazie ai volontari dell’Aizo, l’emergenza è stata contenuta».
Poi la consegna all’Arcivescovo di un «grazie» con una targa a ricordo di mezzo secolo di presenza dell’Aizo accanto a chi vive ai margini della città. Alcune mamme chiedono «a padre Cesare» un aiuto perché i servizi igienici del campo – che si teme venga smantellato – e l’assistenza di malati e i minori non venga a mancare. Mons. Nosiglia, ascolta e prende nota, promettendo di riferire ai servizi sociali.
«Come per l’ex Moi, le palazzine dell’ex Villaggio olimpico occupate dai profughi, che diventeranno un polo di housing sociale, grazie alla mediazione della diocesi, anche per i campi rom» auspica l’Arcivescovo «è necessario costituire al più presto una ‘cabina di regia’ a cui siano presenti istituzioni, agenzie economiche, rappresentanti dei cittadini e anche delle famiglie rom realmente interessate a un cammino di dialogo e di integrazione, puntando sull’inserimento dei ragazzi nel sistema scolastico e dei giovani che vogliono cercare un’integrazione concreta nella formazione professionale per avviarli a un lavoro». (Marina Lomunno – Voce e Tempo)
Primo Piano
Viminale: da inizio anno sbarcate 24.622 persone migranti
15 Luglio 2021 -
Roma - Sono 24.622 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane dall'inizio dell'anno. Di questi 4.470 sono di nazionalità tunisina (18%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.890, 16%), Egitto (2.127, 9%), Costa d’Avorio (1.867, 8%), Eritrea (1.325, 5%), Guinea (1.268, 5%), Sudan (1.222, 5%), Marocco (1.040, 4%), Iran (958, 4%), Mali (725, 3%) a cui si aggiungono 5.730 persone (23%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.
Per quanto riguarda la presenza di migranti in accoglienza, i dati parlano di 76.090 persone su tutto il territorio nazionale di cui 847 negli hot spot (718 in quelli della Sicilia e 129 in quelli della Puglia), 49.821 nei centri di accoglienza e 25.422 nei centri Sai. La Regione con la più alta percentuale di migranti accolti è la Lombardia (13%, in totale 9.580 persone), seguita da Emilia Romagna (10%), Sicilia, Lazio e Piemonte (9%), Campania (7%), Toscana e Puglia (6%).
Migrantes Agrigento: appello a vaccinare la popolazione socialmente più fragile
15 Luglio 2021 - Agrigento - Vaccinare la popolazione socialmente più fragile. È l’appello che arriva oggi dalla direttrice dell’Ufficio Migrantes di Agrigento, Mariella Guidotti. In una lettera-appello – pubblicata dal settimanale diocesano “L’Amico del Popolo” e indirizzata ad amministrazioni locali, parrocchie, enti, associazioni religiose e civili e a tutte le persone sensibili la Migrantes chiede a tutti di farsi “interpreti e collaboratori, mediante l’informazione e la sensibilizzazione, per estendere a tutti il diritto/dovere di proteggere la salute propria e degli altri”. La sovrapposizione mediatica della vicenda pandemica e vaccinale - scrive Guidotti- ha finito per relegare nell’ombra una fascia di popolazione socialmente fragile, soggetta a maggiori rischi di contagio, come studi recenti hanno dimostrato. Persone senza fissa dimora, itineranti, stranieri temporaneamente presenti, europei non iscritti al sistema sanitario nazionale, ospiti delle comunità di accoglienza: sono le categorie escluse dall’accesso al sistema di prenotazione, perché non in possesso di tessera sanitaria, codice fiscale adeguato o per altre difficoltà connesse ai documenti”. Sono i “dimenticati” dell’immunità di gregge. Fortunatamente – sostiene – “trovano voci in loro favore da parte di persone, enti, associazioni del terso settore”. È caso della SIMM (Società Italiana di Medicina delle Migrazioni) che da tempo sollecita governo e pubbliche istituzioni a correggere l’anomalia. Poiché – scrive la Migrantes agrigentina - di questo si tratta. Secondo la legislazione italiana, tra le più avanzate in Europa e nel mondo, la tutela della salute è “considerata un diritto legato alla persona e non alla cittadinanza, è considerato diritto umano e non solo civile. Nel caso dei vaccini, questo diritto non ha trovato applicazione”. Ad Agrigento il Servizio Migrantes diocesano, in collaborazione con la Pastorale della Salute, si è attivato per ottenere l’autorizzazione alla vaccinazione per tutti. Se infatti è possibile talvolta raggiungere lo scopo grazie ad operatori sensibili, diverso è “il riconoscimento istituzionale che garantisce lo stesso diritto anche ai più svantaggiati”. Allo scopo è stata interpellata la Presidente della Commissione Salute, servizi sociali e sanitari, la quale ha condiviso la preoccupazione rivolta a questa fascia di persone ed è intervenuta presso l’Assessorato regionale della Salute ottenendo il provvedimento richiesto che “dispone la somministrazione del vaccino per le categorie sopra ricordate”. In accordo con l’ASP di Agrigento e con l’aiuto dei volontari del Progetto Sòlima (sportello socio-legale per immigrati), si sta cercando ora di raggiungere le persone interessate per organizzare opportune sedute vaccinali.
Tutti i cittadini europei hanno diritto alle cure urgenti ed essenziali in Italia
15 Luglio 2021 - Roma – “La nostra richiesta era che la signora L. avesse il diritto, pur essendo non regolare, di essere presa in carico per le cure essenziali che rientrano nei Lea (livelli essenziali di assistenza, ndr). Anche perché questo diritto è previsto sia dall’articolo 32 della Costituzione, che garantisce le cure a chiunque si trovi sul territorio italiano, che dall’articolo 35 del Testo Unico, che assicura cure essenziali e urgenti anche a carattere continuativo a chi è indigente”.
Così l'avv. Marco Paggi che ha seguito il ricorso di una cittadina comunitaria a cui erano state negate le cure perché priva di residenza e dei requisiti per l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale.
Il Tribunale di Milano ha condannato Ats Milano e Asst Niguarda a farsi carico di tutte le prestazioni sanitarie essenziali. Il ricorso è stato presentato a novembre 2020 ed è stato promosso da Emergency con il supporto legale di Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.
Eurostat: la pandemia ha rallentato i flussi
15 Luglio 2021 - Roma - A 137.800 cittadini non-Ue è stato negato il permesso di entrare nell’Unione durante il 2020, mentre 557.500 persone sono state trovate illegalmente presenti nell’Ue. A 396.400 persone è stato ordinato di lasciare il Paese in cui si trovavano: lo hanno fatto in 99.300, di cui 70.200 sono stati riaccompagnati in un Paese non-Ue. Sono i dati che Eurostat diffonde relativamente al 2020, anno che ha segnato un calo in questi numeri rispetto al 2019, a causa delle restrizioni di viaggio e chiusure imposte dalla pandemia. Per esempio, le domande di ingresso respinte hanno avuto un calo del 79% rispetto al 2019 (erano state 670.800). A dire più spesso no nel 2020, è stata l’Ungheria (36.500), seguita da Polonia (28.100), Croazia (14.700) Romania (12.600); destinatari del rifiuto sono stati soprattutto ucraini (56.400), albanesi (13.300) e moldavi (10.200). È calato anche dell’11% il numero di cittadini non Ue trovati risiedere illegalmente nell’Unione: i numeri più alti di illegali rintracciati sono stati registrati in Germania (117.900), Francia (103.900), Ungheria (89.400) e si è trattato soprattutto di ucraini (50.400), siriani (45.700) e marocchini (41.200).
Gli ordini di respingimento emessi sono scesi del 19%; destinatari dei provvedimenti sono stati soprattutto algerini (34.000), marocchini (33.600) e albanesi (23.200). È sceso anche il numero delle persone effettivamente portate fuori dall’Ue (-51%). La Germania ha riportato via 12.300 persone, i Paesi Bassi 8.700, la Grecia 7.000 e la Francia 6.900. Si è trattato soprattutto di albanesi, georgiani e ucraini.
Viminale: da inizio anno sbarcate 24.622 persone migranti
14 Luglio 2021 -
Roma - Sono 24.622 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane dall’ inizio dell’anno. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. Di questi 4.352 sono di nazionalità tunisina (18%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.890, 16%), Egitto (2.127, 9%), Costa d’Avorio (1.843, 7%), Eritrea (1.325, 5%), Guinea (1.231, 5%), Sudan (1.221, 5%), Marocco (1.040, 4%), Iran (958, 4%), Mali (725, 3%) a cui si aggiungono 5.910 persone (24%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.
Oim: aumentato nel 2021 il numero delle persone che hanno perso la vita in mare
14 Luglio 2021 - Berlino - Secondo un nuovo rapporto pubblicato oggi dall'OIM, sono almeno 1.146 le persone che nei primi 6 mesi del 2021 hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l'Europa via mare. A oggi, quest'anno le morti lungo queste rotte sono più che raddoppiate rispetto allo stesso periodo del 2020, quando il numero noto dei migranti annegati era 513.
Il rapporto analizza la situazione in corso lungo alcune delle rotte migratorie marittime più pericolose del mondo. Mentre il numero di persone che tentano di raggiungere l'Europa attraverso il Mediterraneo è aumentato del 58% tra gennaio e giugno di quest'anno rispetto allo stesso periodo del 2020, più del doppio delle persone hanno perso la vita.
"L'OIM ribadisce l'invito agli Stati a prendere misure urgenti e proattive per ridurre le morti lungo le rotte migratorie marittime verso l'Europa e rispettare quelli che sono gli obblighi definiti dal diritto internazionale", afferma il Direttore Generale dell'OIM António Vitorino. "Per raggiungere questo obiettivo occorre aumentare gli sforzi di ricerca e soccorso in mare (SAR), stabilire meccanismi di sbarco prevedibili e garantire l'accesso a canali migratori legali e sicuri."
L'analisi, realizzata dal "Missing Migrants Project" presso il Global Migration Data Analysis Centre (GMDAC) dell'OIM, mostra come l'aumento dei decessi sia avvenuto in un periodo nel quale da una parte è stato registrato un insufficiente numero di operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo e lungo la rotta atlantica, e dall'altro è stato osservato un aumento deu migranti intercettati in mare al largo della costa nordafricana.
La maggior parte degli uomini, donne e bambini che sono morti nel 2021 allo scopo di raggiungere l'Europa stavano tentando di attraversare il Mediterraneo. L’OIM ha registrato un numero totale di 896 morti per queste rotte.
Di queste, almeno 741 persone sono morte sulla rotta del Mediterraneo centrale, mentre 149 persone hanno perso la vita attraversando il Mediterraneo occidentale e 6 sono morte lingo la rotta del Mediterraneo orientale, nel tratto di mare che separala Turchia dalla Grecia.
Nello stesso periodo, circa 250 persone sono annegate tentando di raggiungere le isole Canarie in Spagna Lungo la rotta Atlantica. Tuttavia, queste potrebbero essere tutte stime per difetto. Centinaia di casi di naufragi invisibili sono stati segnalati da ONG che si sono messe in contatto diretto con le persone che lanciavano SOS a bordo dei barconi o con le loro famiglie. Questi casi, che sono estremamente difficili da verificare, indicano che il numero di morti possa essere molto più alte di quanto si pensi.
Un esempio di ciò – si legge in una nita dell’Oim - risale al 24 marzo, quando Sohail Al Sagheer, un rapper algerino di 22 anni, è stato dichiarato disperso dopo essere partito con nove amici da Orano, in Algeria, per raggiungere la Spagna. I suoi famlliari hanno condotto un'affannosa ricerca di informazioni per scoprire cosa fosse successo, sconvolti dalla possibilità che potesse essere stato vittima di un naufragio avvenuto al largo di Almería, in Spagna. Il corpo senza vita del ragazzo è stato poi ritrovato il 5 aprile, al largo della costa di Aïn Témouchent, in Algeria.
Il rapporto dell'OIM mostra anche un aumento, per il secondo anno consecutivo, delle operazioni marittime degli stati nordafricani lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Più di 31.500 persone sono state intercettate o soccorse dalle autorità nordafricane nella prima metà del 2021, rispetto alle 23.117 dei primi sei mesi del 2020.
Le operazioni al largo della Tunisia sono aumentate del 90 per cento nei primi sei mesi del 2021 rispetto al 2020.
Inoltre, oltre 15.300 persone sono state intercettate in mare e riportate in Libia nei primi sei mesi dell'anno, quasi tre volte di più rispetto allo stesso periodo del 2020 (5.476 persone). Questo è un dato preoccupante visto che i migranti che vengono riportati in Libia sono soggetti a detenzione arbitraria, estorsione, tortura.
Il rapporto evidenzia come ci siano ancora delle lacune nei dati relativi ai flussi migratori marittimi verso l'Europa. Dati migliori possono aiutare gli stati ad affrontare con urgenzagli impegni definiti dall'obiettivo 8 del Global Compact for Migration per "salvare vite e intraprendere sforzi internazionali coordinati sui migranti scomparsi".
Centro Astalli: ascoltare la voce dei sopravvissuti alle tragedia del mare
14 Luglio 2021 - Roma - Sono almeno 3 le vittime dell’ultimo naufragio di un’imbarcazione di migranti a largo di Lampedusa.
Questo nuovo lutto del mare avviene alla vigilia della votazione al Parlamento italiano del rinnovo del sostegno alla Libia per il contenimento dei flussi migratori.
Il Centro Astalli condanna tali accordi di “esternalizzazione delle frontiere che costringono migliaia di persone a violenze, torture e morte”. Al riguardo – si legge in una nota - sono “molte le evidenze raccolte e le denunce da parte di diverse agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni internazionali presenti in Libia”. Da qui la richiesta al Parlamento italiano di non votare a favore del rinnovo del finanziamento alla cosiddetta Guardia Costiera libica: “riteniamo invece urgente l’attivazione di un’operazione di ricerca e soccorso in mare con regole di ingaggio volte espressamente al salvataggio dei naufraghi e all’approdo in un porto sicuro che non può essere la Libia”. La via da seguire per il Centro dei Gesuiti è “l’apertura strutturale di canali umanitari per chi scappa da guerre e persecuzioni e visti legali per quote stabili e adeguate di migranti di cui si faccia carico l’UE con una distribuzione equa e razionale tra tutti gli Stati membri”.
Per p. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli "c'è una parte significativa della società civile che non si rassegna a questa situazione e vuole essere ascoltata da chi la rappresenta. Essa chiede un cambio di visione e di politiche che rimettano al centro dignità e diritti dei migranti che cercano di giungere in Europa. A chi si trova in questo momento a dover decidere chiediamo di ascoltare la voce dei sopravvissuti alla Libia che sono riusciti ad arrivare in Italia. Sono storie di violenze indicibili. Sono vite ferite dall’odio e segnate dalla mancanza della volontà politica di porre fine a questa pagina nera della nostra storia".
Un nuovo “stile”
14 Luglio 2021 - Roma - “Comunicare una comunità in cammino”. Il tema dell’Incontro, promosso dall’Ufficio nazionale Cei per le Comunicazioni Sociali in questi giorni, è anche richiesta di un nuovo “stile” comunicativo.
Il termine “stile” è molto intrigante. Deriva dal latino stilus, cioè il bastoncino con cui s’incidevano le lettere dell’alfabeto sulle tavolette cerate. La derivazione, come spesso accade, indica un percorso con cui guardare e maneggiare il bastoncino per progettare una comunicazione autentica ed efficace, in un ambiente in continua evoluzione, capace di narrare la comunità che cammina nella storia.
Con due premesse: la comunicazione non è qualcosa di strumentale o accessorio, ma è parte costitutiva e originale dell’esistenza. In secondo luogo: occorre un impegno concreto per superare la frammentarietà e fare sintesi. Con la sollecitudine del cuore, con i giusti tempi del silenzio, con la ricchezza e la profondità della parola. (Vincenzo Corrado)
Ismu: diminuiscono le rimesse degli immigrati verso l’estero
14 Luglio 2021 - Milano - In base alle ultime elaborazioni svolte a partire dai dati Istat e dell’Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità (Orim), l’Ismu stima che, nel 2020, le rimesse della popolazione immigrata dall’Italia verso tutti i Paesi del mondo abbiano raggiunto un totale di 2 miliardi e 197 milioni di euro a fronte dei 2 miliardi e 269 milioni stimati nel 2019, con una contrazione del 3,2%.
Nel 2020 al primo posto per invio di rimesse dall’Italia verso l’estero si colloca il collettivo rumeno con 507 milioni di euro (-7,0%, rispetto al 2019), seguito da quello ucraino (158 milioni), marocchino (107 milioni) e indiano (102 milioni). Tutti gli altri principali Paesi si collocano al di sotto della soglia dei cento milioni di rimesse annue nel 2020: Pakistan 90 milioni, Filippine 84, Sri Lanka 82, Senegal e Polonia 75 a testa, e Cina 74 (-67,1% rispetto ai 255 milioni del 2019).
Nonostante la crisi causata dall’emergenza sanitaria, le rimesse che gli immigrati- spiegano i ricercatori dell’Ismu - hanno effettuato dalla Lombardia verso i Paesi di origine sono invece in leggero aumento: il denaro inviato all’estero nel 2020 è stimato in 601,7 milioni di euro, pari al +3,9%, rispetto ai 579,3 milioni stimati nel 2019. Un aumento che è in controtendenza rispetto all’andamento degli ultimi 14 anni: dal 2006, anno in cui ammontavano a 777,5 milioni di euro, le rimesse dalla Lombardia verso l’estero hanno subito una contrazione del 22,6%. Fino al 2019, dunque, la popolazione immigrata si è mostrata sempre più intenzionata a spendere e a investire i propri soldi in Italia, piuttosto che in patria.
Nel 2020 “lo scenario sembra cambiato: il lieve incremento del volume di rimesse sta probabilmente a indicare che è in crescita il numero di chi, tra i migranti, avrebbe intenzione di ‘preparare il campo’ a un eventuale ritorno in patria”. Come si è rivelato già in altre ricerche dell’Ismu ciò che “più fortemente incide sul volume delle rimesse è proprio la prospettiva di tornare in patria, rispetto alla quale elevate quote di rimesse diventano una risorsa per facilitare il rientro”.
Mons. Oliva: il porto di Roccella simbolo di una Calabria che accoglie
14 Luglio 2021 -
Locri -“Il Porto delle Grazie di Roccella Jonica è il simbolo di una Calabria che accoglie, la Locride. Ci sono tanti paesi che hanno fatto dell’accoglienza il loro obiettivo principale. Come Chiesa abbiamo offerto la nostra collaborazione anche con strutture che avevamo disponibili per questo scopo. Questo è il volto bello di questa terra”. E’ quanto dice oggi mons. Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace, parlando degli ultimi sbarchi avvenuti in Calabria sottolineando che l’accoglienza “non parte solo dalle istituzioni ma dalla gente, che si adopera concretamente per accogliere queste persone. È tutto un popolo che si muove, che vede nell’accoglienza un aspetto bello, una sfida in un contesto in cui tante volte il migrante è visto come un nemico”. Per il vescovo l’immigrazione “non è un fenomeno che può essere lasciato solo al volontariato. Assume proporzioni enormi in cui -spiega al quotidiano Avvenire - le realtà locali fanno fatica a rispondere in maniera piena. Questo territorio non può essere abbandonato a se stesso in questa opera di accoglienza. Bisogna sicuramente che le istituzioni diano la loro collaborazione alle amministrazioni e alle popolazioni locali che già soffrono una situazione di povertà endemica. Ma quello che mi colpisce è che nonostante le fragilità di questo territorio, nonostante le povertà conclude mons. Oliva - è forte questo spirito di accoglienza. Si dividono i pochi pani e i pochi pesci che si hanno. Chi fa del denaro lo scopo di tutto il suo agire chiaramente non vede il povero. Invece chi sperimenta la difficoltà del vivere è più disponibile a condividere il poco che ha”.
Migrantes: entra nel vivo oggi il corso di formazione per i coordinatori etnici
14 Luglio 2021 - Firenze - Entra nel vivo oggi a Firenze il Corso di Formazione per i coordinatori delle comunità linguistiche in Italia promosso dalla Fondazione Migrantes. Il programma prevede gli interventi, tra gli altri, dell’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, della teologa Serena Noceti, di p. Alessandro Cortesi, dello scalabriniano, Gioacchino Campese e di P. Jonas Donassollo. Tra i momenti la celebrazione di Perego e del card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore e la visita al Centro Studenti Internazionali “Giorgio La Pira”. Il corso si concluderà con una riflessione del direttore generale della Migrantes, don Giovanni De Robertis, sulla prossima giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il prossimo 26 settembre. Il Servizio di coordinamento per le comunità cattoliche etniche residenti in Italia è stato istituito dalla Commissione ecclesiale per le migrazioni e prevede per ogni comunità etnica un coordinatore nazionale, nominato dal Consiglio episcopale permanente, che ha il compito di assicurare il regolare svolgimento dell’assistenza pastorale agli immigrati cattolici della medesima etnia o lingua residenti nelle diocesi italiane. In Italia sono 15 i coordinatori delle comunità linguistiche. Il corso si svolge a pochi giorni dall’altro corso di pastorale migratoria promosso dall’organismo pastorale della Chiesa italiana destinato ai direttori Migrantes di recente nomina e loro collaboratori; cappellani etnici che svolgono il ministero nelle diocesi italiane e missionari per gli italiani all’estero di nuova nomina che si è svolto a Roma la settimana scorsa. (R.Iaria)
Un centurione e un pescatore, così lontani eppure così vicini
13 Luglio 2021 - Lampedusa - Qualche settimana fa un pescatore della mia Lampedusa, Vincenzo Partinico, ha salvato 24 persone migranti che stavano affondando a poche miglia dall'isola. Per avere sconfinato l'area di pesca consentita Vincenzo è stato denunciato, ma lui non si è pentito del gesto compiuto. Anzi. A chi lo intervistava ha detto: "Se dovesse ricapitarmi lo rifarei altre mille volte. Non potevo invertire la rotta e andare via lasciandoli in mare. Una persona che ha un cuore non può farlo".
Per la meravigliosa forza dello Spirito che anima la Parola e la rende sempre viva e attuale, queste parole, così vere e semplici, mi hanno ricordato quelle del centurione, che leggiamo nel Vangelo "Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà guarito".
Sono le parole di un pagano, indicato da Gesù agli uomini di ogni tempo come modello di fede e che noi pronunciamo a sugellare il momento più alto di ogni celebrazione eucaristica: il corpo di Cristo dato per amore nostro.
Quelle del soldato romano sono parole umili, come quelle del pescatore lampedusano, che esprimono una grande fede, in Dio e nell’uomo, il cui valore è pari al prezzo che ha Cristo pagato sulla Croce. Proprio per questo colpiscono e commuovono. Perché l'amore si nutre di fatti prima che di parole. Perché la fede di un cristiano, sia esso centurione o pescatore, si nutre dell'amore da cui è sostanziato. (Luca Insalaco)
Corridoi umanitari: giunti questa mattina a fiumicino da Lesbo 34 profughi
13 Luglio 2021 - Roma - Questa mattina, alle 9.30, sono arrivati a Fiumicino, con i corridoi umanitari, trentaquattro persone dall’isola greca di Lesbo. Appartenenti a tredici nazionalità (tra cui l’Afghanistan, il Mali, il Congo, la Somalia e la Siria), verranno accolte nel nostro Paese secondo il modello, ormai consolidato e di successo, dei corridoi umanitari, che dal febbraio 2016 hanno permesso di giungere in sicurezza, al riparo dai trafficanti di esseri umani, oltre 3.700 persone in Italia, Francia, Belgio e Andorra. Con quest’ultimo corridoio umanitario – reso possibile da un protocollo firmato dalla Comunità di Sant’Egidio e il Ministero dell’Interno il 22 settembre 2020 - giungono in Italia anche 8 minori non accompagnati e 7 neomaggiorenni che hanno compiuto 18 anni nelle scorse settimane, mentre aspettavano il trasferimento. Si tratta di ragazzi e ragazze, arrivati in Grecia già dal 2019, che hanno avuto viaggi molto difficili attraverso l’Asia, l’Africa o il Medio Oriente, subendo maltrattamenti, sfruttamento e violenza. I minori saranno accolti presso famiglie della Associazione Comunità Papa Giovanni XXII e presso strutture di tipo familiare di alcuni comuni toscani (Livorno, Pisa, Scandicci) che insieme alla rete dei tutori volontari della Toscana, senza avvalersi dei fondi statali, hanno offerto la loro disponibilità. Oltre che in Toscana, le famiglie e i singoli rifugiati saranno accolti nel Lazio, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo e Piemonte. Tutti hanno cominciato il loro percorso di integrazione già in Grecia, preparandosi alla partenza studiando l’italiano con un’insegnante della Comunità di Sant’Egidio che si è collegata quotidianamente per le lezioni di lingua online. L’arrivo di oggi precede di pochi giorni l’apertura delle attività estive di Sant’Egidio ad Atene e a Lesbo, dove - fino alla fine di agosto - 200 volontari da tutta Europa saranno presenti con distribuzioni alimentari, laboratori educativi per i bambini, corsi di lingua e gite per i residenti nei campi per richiedenti asilo.
Prega con noi: il Rosario domani da San Luca con mons. Oliva
13 Luglio 2021 - Roma – Ritorna domani “Prega con noi”, l’iniziativa di Tv2000 e InBlu2000 che invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi per recitare insieme il Rosario. La preghiera mariana, presieduta dal vescovo di Locri-Gerace, mons. Francesco Oliva, sarà trasmessa su Tv2000 (canale 28 e 157 Sky), InBlu2000, e su Facebook alle 20,50 dal Santuario della Madonna di Polsi a San Luca (Reggio Calabria).
L’Italia del calcio vince per tutti: la gioia degli emigrati italiani
13 Luglio 2021 - Roma - L’indomani della vittoria agli Europei, mentre i giornali inglesi cercano di edulcorare la sconfitta dei loro calciatori, l’altra stampa europea elogia gli Azzurri.
In Francia Le Parisien scrive “L’Italia un sacre au bout de la nuit” (un’incoronazione alla fine della notte), mentre Liberation è più sintetica ma esplicita: “La renaissance italienne”, ancor più laconico ma altamente elogiativo titola il quotidiano sportivo L’Equipe: “Invincibles”.
Bella la definizione che troviamo sul madrileno El Mundo: “El Renaciemento se cumple en Wembley” (la rinascita si compie a Wembley); “Eterna Italia” è per l’altro spagnolo Marca.
L’Essentiel, diffusissimo quotidiano lussemburghese, osanna in prima pagina gli Azzurri con “Les Italiens célèbrent leur trionphe” e nelle pagine titola “L’Italie sur le toit de l’Europe”.
Un’ampia vetrina che, mentre esalta il risultato conseguito dai calciatori in campo, manda in euforia le numerose comunità dei nostri connazionali che vivono all’estero.
La nostra Nazionale, mentre continua a portare emozioni a tutti noi, ha per loro un significato particolare.
Recentissimo quanto avvenuto il 6 luglio a Wembley; in campo si confrontano Italia e Spagna per la semifinale degli Europei. All’80° il telecronista RAI ci informa che la squadra italiana sta giocando sostenuta dall’appassionato tifo di “quasi 10.000 connazionali, tutti residenti nel Regno Unito”, ormai sembra che usare il termine emigranti sia umiliante, ma non è così, è un simbolo di riscatto sociale. Sia per quella gara che, ancor più per la partita finale contro l’Inghilterra, hanno sostenuto l’onerosa spesa del biglietto d’ingresso allo stadio per essere vicini ai loro beniamini che li hanno ripagati con la vittoria e un grande e riconoscente affettuoso abbraccio.
Ma l’attenzione non è solo per i nostri celebrati professionisti del pallone.
Trentacinque anni fa, esattamente il 1° novembre 1986 a Basilea è di scena Svizzera-Italia e, sebbene disputata dalle nazionali femminili, le tribune sono affollate da migliaia di nostri connazionali; le Azzurre di Ettore Reccagni che li ripagheranno vincendo 1-2 con reti di Betty Vignotto al 25° al 48°.
Una dimostrazione di grande partecipazione che non manca mai quando la nostra Nazionale gioca all’estero. Ma non solo.
Pochi mesi dopo il Milan femminile è invitato in Bulgaria. Dovrà disputare due partite: nell’importante stadio Vasil Levsky di Sofia, e a Troyan, nella provincia di Lovech. In entrambe le occasioni, accanto agli spettatori bulgari, ci sono decine di italiani che sventolano il nostro Tricolore: non fanno parte della delegazione rossonera, sono in quel Paese per lavorare.
Sarebbe altamente riduttivo definirla solo curiosità; è affetto per tutto quanto è espressione della nostra nazione, un richiamo che solo chi risiede all’estero, dove tutto è straniero dal momento in cui esci di casa, può comprendere.
Possono esserlo personaggi che la cronaca porta alla celebrità, alla fama, ma nulla più dello Sport e dei nostri calciatori in particolare può infiammare e coinvolgere le nostre comunità di residenti all’estero.
Basta sfogliare le pagine di Storia della nostra emigrazione per cogliere e comprendere quanto sia stato importante mantenere in loro il senso di appartenenza alla nazione d’origine. Lo Sport, nello specifico il Calcio, è stato veicolo di aggregazione della nostra identità. Dai Fasci all’estero, istituiti nel luglio 1923 per tutelare i diritti dei nostri concittadini nelle nazioni ospitanti, fino a libere forme di associazione, gli Italiani hanno promosso iniziative per dare risalto all’Italianità.
Fra queste pensiamo solo al Brasile dove ben 7 società calcistiche furono fondate da italiani: Sport Club Savoia (la prima), l’Emigrante Fùtbol Club, Cruzeiro, Ruggerone Foot-Ball Club, Clube Atletico Juventus, Napoli Esporte Club, il Galo Maringà e il Palmeiras, uno dei più titolati club brasiliani, che nacque nel 1914 a Sao Paolo col nome di Palestra Italia
Notevole anche il Venezuela dove 5 società vennero fondate da italiani; indipendentemente dalla longevità dei singoli club meritano di essere citate tutte: Deportivo Italiano, Deportivo San Cristobal, Atletico Turén, Centro Italo Futbol e Fiorentina Margarita.
La famosa società argentina Atlético Boca Juniors fu fondata nel 1905 da un gruppo di genovesi. Altrettanto famoso l’uruguaiano Club Atletico Peñarol, inizialmente di matrice britannica, fu rifondato da un gruppo di italiani nel 1914.
In Cile l’Audax Club Sportivo Italiano del 1922.
A Nizza, un secolo fa, nacque una squadra di calcio tutta italiana, la Pro Patria (presidente Virgilio Pellas).
Lo sport del pallone ebbe quindi il lodevole scopo di aggregare gli italiani, protagonisti di quella diaspora chiamata emigrazione che per mezzo secolo ha impoverito i nostri paesi, soprattutto i centri rurali. Da queste terre sono partite centinaia di migliaia di donne e uomini che, seppur dediti anche a lavori modesti, umili e comunque molto faticosi, hanno sempre dimostrato quella nostra identità che ci accomuna dalle Alpi alla Sicilia. E non c’è distinzione fra loro quando si riuniscono per sostenere la nostra Nazionale.
È a lei, alle sue gesta, alle sue vittorie che si deputano, si affidano quei sogni di riscossa sociale che la condizione lavorativa forzosamente impone la vita di molti di loro.
Se il televisore, ormai presente in tutte le case, ha sostituito quello che nei circoli e nei bar richiamava i nostri emigranti, ci sono ora i maxi schermi nelle piazze o le tribune degli stadi per accomunarli nella passione.
Sono proprio loro che, indossando la maglia azzurra o sventolando il Tricolore, assiepano le tribune degli stadi per accogliere e sostenere i nostri giocatori, la Nazionale.
Un esempio fra tutti è la vicina Confederazione Elvetica dove ci chiamavano spaghettisfréisser und wëlle bären (mangiaspaghetti e orsi selvatici) mentre sui muri delle case si leggeva “Vietato ai cani e agli italiani”. I nostri riponevano una speranza di riscatto nelle imprese degli Azzurri contro la Svizzera, il poter tornare l’indomani in fabbrica o nel cantiere a testa alta. Purtroppo gli esiti furono avvilenti: pareggio 1-1 il 25 novembre 1951 a Lugano e due sconfitte nel giugno 1954, il 17 a Losanna e il 26 a Basilea. L’ultima delusione ce la diede la Nazionale di Arrigo Sacchi 1° maggio 1993 a Berna dove si perse 1-0 nella qualificazione ai Mondiali. Amarezza per i nostri tifosi perché gli Azzurri arrivavano dalle vittorie su Malta, Messico, Portogallo e Estonia.
Erano confronti calcistici molto sentiti, ma il tempo è stato benevolo e oggi, sebbene il clima resti quello di un derby, si torna poi ad essere amici in letizia. Mi dicono che per la finale degli Europei l’80 % degli Svizzeri ha tifato Italia.
Magari vediamo di tifare anche per questi Italiani la cui “partita” dura, da sempre, più di 90 minuti. (di Gianmaria Italia)
Vulnerabilità e irregolarità: la storia di Coulibaly, “ingabbiato” tra le carte
13 Luglio 2021 - Roma - Coulibaly è arrivato in Italia nel 2017. È partito dalla Costa d’Avorio lasciando la sua famiglia e tutti i suoi affetti con la speranza di una vita migliore nel nostro Paese e con l’obiettivo di studiare per diventare capo cantiere.
Per un periodo però ha fatto parte di quella folta schiera di braccianti agricoli che lavorano nei campi per qualche spicciolo.
Un lavoro difficile che si trovano a fare tanti giovani migranti che arrivano sulle nostre coste e sul quale, pochi giorni fa, si sono riaccesi i riflettori dopo la morte di Camara Fantamadi giovane del Mali accasciatosi a terra mentre tornava a casa dopo una giornata sfiancante nei campi.
Le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti infatti sono molto dure e la paga non compensa gli sforzi. I più fortunati prendono sei euro l’ora, combattendo tutto il giorno contro il sole cocente e il sudore. La coperta delle tutele e dei diritti è molto corta e i turni sono infiniti.
Un sacrificio reso sopportabile solo dalla necessità di avere qualche soldo per andare avanti e mandare quei pochi che avanzano - se avanzano - alla famiglia.
Lo sa bene Coulibaly che ha lavorato raccogliendo kiwi a Latina.
Non era ciò che si era immaginato venendo nel nostro paese. Non era venuto in Italia per questo, ma non vi erano altre vie.
Senza una posizione legale corretta infatti i ragazzi che arrivano non possono ambire ad un lavoro regolare. Per loro rimane così solo il lavoro nero, unica soluzione per sopravvivere, anche se questo vuol dire lasciarsi sfruttare.
La mancanza di informazioni è uno dei principali problemi. Chi parte non sa a cosa va incontro, i documenti necessari per vivere in Europa o per lavorare nel nostro paese, ritrovandosi in un limbo, ai margini della società, dal quale è difficile uscire.
Una situazione drammatica a cui Sophia Impresa Sociale, cooperativa da anni attiva nel sostegno ai migranti in difficoltà, ha voluto dare una risposta concreta.
Grazie ad uno dei numerosi progetti di formazione ai mestieri artigianali, Koulibaly ha potuto apprendere le basi per diventare un muratore e imparare la lingua italiana, riuscendo ad ottenere anche la certificazione A2 di italiano.
Con le competenze acquisite con il progetto Koulibaly ha trovato un lavoro con il quale adesso riesce a sostenersi. “La vicenda di Camara Fantamadi deve essere un monito. Molti dei ragazzi che abbiamo accompagnato ci hanno raccontato di aver vissuto, come Coulibaly, una situazione simile di sfruttamento e di degrado” spiega Giuseppe Alfonsi, che ha formato più di 100 giovani ai mestieri artigianali in Sophia: “per questo nei percorsi che creiamo con ciascuno di loro offriamo oltre alla formazione pratica anche sostegno legale e linguistico, per permettergli di mettersi in regola, di integrarsi e di cominciare a vivere in maniera dignitosa nel nostro paese”. (A.C.)
In Famiglia: Abramo e Sara, una coppia di sposi
13 Luglio 2021 - Leggere nella sua continuità la storia di Abram e Sarai riempie il cuore di gratitudine perché è davvero una vicenda “patriarcale” in cui affondano le radici della nostra umanità e della nostra fede. Abram e Sarai (questi i loro nomi prima che il Signore li cambi in virtù della loro elezione), sono prima di tutto una coppia di sposi. Una coppia ricca di consapevolezza e di amore, una coppia che si parla, che dialoga, si confronta. Certo bisogna leggerlo fra le righe ma altrimenti non si spiegherebbe perché – in un contesto come quello biblico del tempo – si nomini così spesso la presenza di una moglie. Dunque se Abram è il nostro padre nella fede perché parte, lascia tutto, fidandosi di una Parola, fidandosi di un Dio nuovo, che parla un linguaggio diverso dagli idoli pagani della città in cui si trova, credo di poter dire che ha il coraggio di fare questo perché al suo fianco c’è una donna altrettanto coraggiosa che lo asseconda e lo consiglia. Abram si dice che aveva 75 anni: che coraggio! Ricominciare da capo, partire per una terra sconosciuta, affidandosi ad una benedizione tanto grande quanto misteriosa (Gen 12, 1-9). Fino a questo momento il nostro ci pare un eroe, un uomo benedetto da Dio e intrepido, ma le difficoltà sono appena iniziate. Giunto in Egitto, a causa della carestia in terra di Canaan, ecco comparire la paura anche in lui e la tentazione di confidare solo sulle sue forze: lo stratagemma di dire al faraone che l’avvenente moglie Sarai è sua sorella rischia di scatenare un flagello drammatico. Concedere la moglie al faraone per veder salva la vita, è una scorciatoia che il Signore non può assecondare, lui garante della indissolubilità sacra del matrimonio fin dall’allora. Subito Abram ci sembra meno sul piedistallo: è un uomo che sbaglia, la cui fede talvolta vacilla, che è portato allo slancio di fiducia in un Dio che non lo tradisce, ma poi cerca anche di cavarsela malamente da solo e rischia di farsi molto male (Gn 12, 10-20). Abram è un giusto, accetta di dividere la terra promessagli con suo nipote Lot, dimostra grande magnanimità e il Signore, in un continuo rapporto davvero da padre a figlio, gli rinnova il suo sostegno e il suo favore (Gen 13). Passano guerre e peripezie ma il patriarca supera tutte le prove e riceve la benedizione particolare anche di un sacerdote straniero: Melchisedek (Gen 14, 17-20). Non ha confini la capacità di Abram di incontrare le persone, egli è fondamentalmente un uomo votato alla pace, soprattutto in virtù degli anni che passano e che lo rendono sempre più saggio e avveduto. C’è qualcosa che non può comprendere, però: perché il Signore continua a promettergli una discendenza grande come le stelle del cielo mentre il suo rapporto con Sarai risulta sterile e il suo erede un servo straniero? Qui possiamo immaginare le lunghe notti insonni, coricati fianco a fianco, a sognare, pregare, a domandarsi il perché di questo lacerante divario fra promessa e realtà. Quante coppie possono immedesimarsi in questa prova: figli desiderati come il dono più grande, figli cercati con purezza di cuore e generosità infinita che pure non arrivano? (Gen 15). Il Signore ascolta questo grido, rinnova la sua alleanza e continua a promettere una fecondità da scoprire, ma questa volta è Sarai a non accettare la sfida e a escogitare un’altra scorciatoia: concedere al marito di unirsi con la schiava Agar perché questa gli dia un figlio. Lecito agli occhi degli uomini, ma fuori dal disegno di Dio. Si potrebbe osar dire che sia stato il primo caso di “utero in affitto”, ma bisogna anche constatare come questa particolare situazione, che sfugge completamente di mano ai nostri coniugi, viene agguantata dall’alto e fatta oggetto di un piano provvidenziale che non poteva essere immaginato. Nasce Ismaele, figlio di Agar e la schiava monta in superbia, Abram ha forse più attenzioni per lei, madre del figlio finalmente nato, che per l’anziana moglie. Sarai la vessa e la fa allontanare, ma non è ancora il tempo dell’abbandono (Gen 16), molto ancora attende i nostri protagonisti nel loro tortuoso percorso nell’ascolto del Signore… (Giovanni M. Capetta – SIR)
Migrantes: da domani il corso di formazione per i coordinatori etnici
12 Luglio 2021 - Firenze - Si svolgerà a Firenze, da domani al 16 luglio, il Corso di Formazione per i coordinatori delle comunità linguistiche in Italia promosso dalla Fondazione Migrantes. Il programma prevede gli interventi, tra gli altri, dell’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, della teologa Serena Noceti, di p. Alessandro Cortesi, dello scalabriniano, Gioacchino Campese e di P. Jonas Donassollo. Tra i momenti la celebrazione di mons. Perego e del card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze nella Cattedrale di san Maria del Fiore e la visita al Centro Studenti Internazionali “Giorgio La Pira”. Il corso si concluderà con una riflessione del direttore generale della Migrantes, don Giovanni De Robertis, sulla prossima giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato. Il Servizio di coordinamento per le comunità cattoliche etniche residenti in Italia è stato istituito dalla Commissione ecclesiale per le migrazioni e prevede per ogni comunità etnica un coordinatore nazionale, nominato dal Consiglio episcopale permanente, che ha il compito di assicurare il regolare svolgimento dell’assistenza pastorale agli immigrati cattolici della medesima etnia o lingua residenti nelle diocesi italiane. In Italia sono 13 i coordinatori delle comunità linguistiche.
Viminale: da inizio anno sbarcate 23.948 persone migranti sulle coste italiane
12 Luglio 2021 - Roma - Sono 23.948 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane dall’ inizio anno. Di questi 3.978 sono di nazionalità tunisina (16%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (3.597, 15%), Egitto (1.871, 8%), Costa d’Avorio (1.830, 8%), Eritrea (1.214, 5%), Guinea (1.199, 5%), Sudan (1.163, 5%), Marocco (935, 4%), Iran (905, 4%), Mali (707, 3%) a cui si aggiungono 6.549 persone (27%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.