Primo Piano

In Famiglia: Giuseppe e i suoi fratelli

14 Settembre 2021 - La storia di Giuseppe è un racconto a sé stante all’interno della Genesi e occupa un ampio numero di capitoli, dal 37 al 50, con la fine del libro stesso. La vicenda è molto articolata, ha dei tratti avventurosi ed altri tesi alla riflessione e non ci è dato di percorrerla in tutti i suoi dettagli. Vi sono, però degli elementi ricorrenti nelle narrazioni bibliche che abbiamo già affrontato e degli aspetti peculiari che si possono mettere in evidenza sempre con lo scopo di illuminare le dinamiche famigliari che la Scrittura offre ai suoi lettori. In primo luogo Giuseppe si presenta come “il favorito”, il figlio che Giacobbe ha avuto in età avanzata dall’amata Rachele e a cui è legato più che ad ogni altro figlio. Un atteggiamento che di per sé non è pedagogicamente corretto, che oggi facilmente giudichiamo negativo per l’equilibrio famigliare, ma che la Bibbia non ha timore di mettere in campo. Anche i patriarchi, come tutti i padri, sbagliano, fanno preferenze e Giacobbe, così, si rende responsabile dell’invidia e dell’astio dei fratelli maggiori nei confronti di questo enfant prodige. Giuseppe stesso, talentuoso e arguto, sembra non rendersi neanche conto di quanta “distanza” sta mettendo fra i suoi fratelli. L’interpretazione dei sogni che ha come talento innato non la tiene come dote per sé, ma la ostenta suscitando l’ira di coloro che lui stesso indica come a lui in qualche modo inferiori. Non ci meraviglia, quindi, che scatti ancora l’impeto della violenza fraterna. Il complotto per assassinarlo, la mediazione del fratello maggiore Ruben che non vuole ricada su di loro il suo sangue, il compromesso della vendita ai mercanti diretti in Egitto (Gn 37). Per Giuseppe la vita cambia in modo radicale, è sbalestrato in un altro mondo, eppure – ci viene da pensare – egli rimane persona integra e che non si ripiega su se stessa. Questo gli permette di rendersi prezioso agli occhi di Potifar, il saggio padrone egiziano e di resistere alla lussuria della moglie di lui, a costo della disgrazia e della prigione per la menzogna vendicativa di lei (Gn 39). Ma anche in carcere Giuseppe mantiene la sua rettitudine e, mettendo a frutto il suo talento interpretativo dei sogni e la sua saggezza, si trova nuovamente in una condizione di favore nei confronti questa volta del faraone stesso che lo rende amministratore unico di tutti i beni d’Egitto e “capo del sistema di emergenza” in vista della carestia (Gn 40-41). È a questo punto che nella vita di Giuseppe interviene un elemento nuovo: la possibilità di perdonare chi gli ha fatto del male. Fino a questo punto il Signore lo ha assistito e sostenuto ed egli non ha mai perso la fede, ora ha l’occasione di dimostrare ai suoi fratelli che nel suo cuore non c’è rancore, non c’è risentimento. Il racconto si dilunga in tanti passaggi, è come se Giuseppe volesse mettere alla prova i fratelli, vedere fino a che punto sono legati a loro padre Giacobbe, all’amato fratello Beniamino, ma al termine di queste trattative che vedono i dieci figli di Giacobbe ignari di tutto, c’è il pianto di commozione di Giuseppe (Gn 42,24), l’amore che prevale sull’odio. Giuseppe trattiene Simeone e chiede di portare Beniamino, i fratelli convincono a fatica l’anziano padre Giacobbe, ma tutto è finalizzato alla riconciliazione: Giuseppe si fa riconoscere e abbraccia i fratelli piangendo di gioia. Si tratta di una grande lezione sul perdono che porta frutti perché il popolo di Giacobbe, sulla scorta di questa pace ristabilita può trasferirsi in Egitto e l’anziano padre può stringere al collo il figlio che credeva morto da molti anni (Gn 46,29-30). Il perdono è fecondo, fa superare la carestia, riunisce una grande famiglia fatta di tanti figli che il testo ama nominare uno a uno e contare con numeri che hanno valore simbolico (Gn 46, 1-26), che indicano la benedizione di Dio sulla libertà di un uomo che ha saputo andare oltre la logica del “dente per dente”. Giacobbe anziano può morire sereno benedicendo tutti i suoi figli e chiedendo di essere sepolto nella terra affidatagli da Dio, insieme ai suoi avi (Gn 47,27- 50,14). Ma anche adesso i fratelli non devono temere Giuseppe perché lui non si mette al posto di Dio e anzi riconosce come da un male è scaturito un bene (Gn 50, 15-21). Anche Giuseppe sazio di giorni, lascerà i suoi cari non prima di aver chiesto di conservare le sue ossa (Gn 50,22-26). La storia continua: una famiglia ha saputo superare errori e traversie e ricomporsi e da qui prosegue il lungo cammino del popolo di Israele verso la terra che il Signore ha promesso. (Giovanni M. Capetta – Sir)      

Vera libertà è fraternità

14 Settembre 2021 - Come un saggio importante, che intreccia attualità e memoria per provare a pensare il domani, il viaggio di papa Francesco a Budapest e in Slovacchia può essere letto a capitoli. Ognuno in se stesso un valore e una sfida: pace, fraternità, dialogo, cultura dell’incontro, contemplazione, vita attiva. A tenerli insieme, filo rosso prezioso e fragile, l’educazione alla libertà, un bene tanto difficile da conquistare e riconquistare, quant’è semplice perderlo o abbruttirlo in una sua distorsione. La storia è piena zeppa di spazi di confronto ridotti a fortino e anche i cortili più ampi, se li circondi di spine intrecciate tra loro e pezzi di vetro, diventano prigioni. Il rischio è grande soprattutto in quelle realtà dove il terrore e i totalitarismi hanno puntato in primis sull’asservimento delle coscienze, lasciandosi dietro un’eredità di paura su cui oggi cattivi maestri possono elaborare nuove-vecchie frontiere di divisione. E il pensiero va subito alle politiche di chiusure nei confronti di rifugiati e profughi, la cui ragione è da ricercare nella volontà di blindare una «cosiddetta identità», come l’ha chiamata il Papa a Budapest, considerata a rischio e per questo da picchettare in «una rigida difesa». Non che la fede cristiana non sia attaccata, ha più volte ribadito Francesco, ma qui si tratta di individuare con chiarezza gli avversari, senza lanciare accuse 'nel mucchio', a maggior ragione verso uomini e donne che già hanno pagato prezzi intollerabili all’odio, evitando al tempo stesso di mettersi al servizio di chi, mascherato dietro una presunta difesa di interessi nazionali o identitari, crea nuovi egoismi e piccona il senso sociale. In proposito, nel discorso ai vescovi ungheresi il Papa è stato chiaro: anche se inizialmente può fare un po’ paura, la diversità rappresenta una grande opportunità per aprirsi al cuore del messaggio evangelico, che è una chiamata all’amore. Detto in un altro modo, la croce di Cristo, mentre esorta a mantenere salde le radici, invita ad aprirsi agli assetati del nostro tempo. Cioè a bagnare e quindi restituire vita a tutte le aridità di oggi, a cominciare dall’animo che si spegne quando non sa più riconoscere nell’altro un fratello. Un pericolo presente ovunque, non solo nell’Oriente d’Europa, ma che qui, forse per un retaggio culturale, forse a causa di storiche, ingiuste penalizzazioni economico-sociali, appare più rimarcato. Dietro la porta, a bussare ogni giorno con maggiore forza c’è infatti il rischio di deturpare il volto della libertà, che per sua natura cresce nella partecipazione e nel sentire comunitario, trasformandolo in corse solitarie o in cooperazioni tra gruppi più o meno grandi, che dall’oggi al domani possono peraltro cambiare linea e scoprirsi nemici. La tentazione allora, pur se non detta, non formalizzata, e forse neppure riconosciuta davvero, è quella di ritrovarsi in balìa di un nemico per certi versi peggiore della persecuzione ateista, una schiavitù che viene da dentro, tutta interiore. Subdola, pericolosa in quanto fondata su muri che ci costruiamo da soli, giorno per giorno, mattone dopo mattone, violenza sopra violenza. Succede quando pretendiamo di semplificare troppo ciò che è complesso, quando si arma la disperazione, quando vengono disegnati fantasmi intorno alle fragilità per loro natura più tristi e cupe. È la condizione di chi, parafrasando la lezione del 'grande inquisitore' in Dostoevskij, scopriamo disposto a barattare l’autonomia di pensiero e l’azione che ne deriva, per un po’ di pane e di sicurezza. Perché non lo si dice ma la schiavitù, almeno quella a buon mercato, che blandisce e accarezza mentre toglie aria ai polmoni, è più comoda della libertà. Garantisce tranquillità, evita il mal di cuore, chiude gli occhi (e la bocca e le orecchie) di fronte all’orrore. Significa quieto vivere, calma, dondolìo sognante nell’inerzia del tempo che avanza. L’esatto contrario del cristianesimo che, nella logica di un Dio il cui nome è amore, non può che mettere al centro la persona, che chiede il coraggio di scelte e rinunce forti, che punta all’unità implorata da Gesù nel Vangelo di Giovanni. Non piccole comunità indifferenti l’una all’altra, ma la fraternità tra tutti i membri della stessa famiglia umana. La nostra libertà, ci insegna il Vangelo, passa dalla libertà del fratello e della sorella, specie i più fragili, e non potrà essere mai piena senza di lui. Senza di lei. (Riccardo Maccioni – Avvenire)

Oltre il campo: un convegno alla Camera dei Deputati

13 Settembre 2021 -

Roma - Questo studio sulle linee guida per superare i "ghetti etnici" è "solo l’inizio: come Fondazione abbiamo voluto pubblicare questa ricerca e promuoverla. Alla Chiesa non spetta promuovere particolari soluzioni, ma favorire percorsi di ascolto. I fallimenti di tante amministrazioni sono spesso causati dall’ignoranza"-. Lo ha detto questa sera il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis, concludendo l'incontro, svoltosi alla Camera dei Deputati, e che per la prima volta in Italia, amministratori pubblici si sino confrontati sul tema del “superamento” dei campi rom in occasione del convegno “Oltre il campo: Superare i campi rom in Italia: dalle sperimentazioni di ieri alle certezze di oggi”, organizzato da Fondazione Migrantes e Associazione 21 luglio, in collaborazione con la diocesi di Roma. Prima di don De Robertis mons. Benoni Ambarus, vescovo ausiliare di Roma e delegato per la pastorale migranti e rom, ha  sottolimneato l'importanza delle relazio ni di comunità recuperando "uno sguardo che salvaguardi la dignità umana riconoscendo gli altri al pari di noi, 'Fratelli tutti' come dice il Papa, opponendoci alla filosofia 'dell’etnìa e dell’aggettivo".

Al convegno, ala quale hanno partecipato anche rom e sinti che attualmente vivono nei campo di Roma e di altre città e alcuni che oggi vivono nelle case popolare e che hanno voluto portare la loro esperienza. Tra gli inerventi quello del  prefetto Rosanna Rabuano, del Dipartimento Libertà civili e immigrazione, dell'onorevole Riccardo Magi; di mons. Ambarus, di don De Robertis, di Antonio Ciniero, dell’Università del Salento e di Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, oltre a varie testimonianze. (R.I.)

Viminale: da inizio anno sbarcate 41.204 persone migranti sulle coste italiane

13 Settembre 2021 - Roma - Sono 41.204 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 11.973 sono di nazionalità tunisina (29%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (5.342, 13%), Egitto (3.754, 9%), Costa d’Avorio (2.791, 7%), Iran (1.978, 5%), Guinea (1.688, 4%), Eritrea (1.557, 4%), Marocco (1.464, 4%), Sudan (1.459, 3%), Iraq (1.447, 3%) a cui si aggiungono 7.751 persone (19%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è aggiornato alle 8 di questa mattina ed è diffuso dal Viminale. Fino ad oggi sono stati 6.460 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare. Il dato è aggiornato a oggi, 13 settembre. I minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane lungo tutto il 2020 sono stati 4.687, 1.680 nel 2019, 3.536 nel 2018 e 15.779 nel 2017.  

L’emigrazione italiana in Germania in un libro di un ex sindacalista

13 Settembre 2021 - Corigliano-Rossano- Sabato 11 settembre nella Sala Convegni della Parrocchia Ss Nicola e Leone a Corigliano-Rossano, si è tenuta la conferenza di presentazione del libro «Gli anni dell’utopia - Memoir di un sindacalista in Germania» (targato Ferrari Editore). La relazione è stata tenuta da Vittorio Cappelli (direttore ICSAIC). Ne hanno discusso con l’autore Giacinto De Pasquale (giornalista), Giuseppe Guido (segr. gen. CGIL Pollino-Sibaritide-Tirreno), Klaus Algieri (presidente Unioncamere Calabria), Settimio Ferrari (editore del volume). Ha moderato i lavori Matteo Lauria. La Germania è stata un capitolo cruciale della storia europea, con le sue mutazioni e complessità. Il libro di Giuseppe Sammarro, è un importante tassello testimoniale sul mondo del lavoro nel Novecento. L’autore parte dallo spazio della sua esperienza, per spingere la nostra attenzione verso la manodopera immigrata come metafora della condizione umana. Da Gastarbeiter (letteralmente lavoratore straniero) a consigliere nazionale del più potente sindacato tedesco, IG Metall, ha contribuito, per anni, in modo incisivo ai cambiamenti delle politiche d’integrazione sociale e lavorativa della comunità italiana. Giuseppe Sammarro, sindacalista, ex operaio, saggista, nasce in Calabria ma trascorre gran parte della sua esistenza in Germania, prima nella città danubiana di Ulm e poi a Düsseldorf. La prima elezione a delegato sindacale della Mannesmann Röhrenwerke segna una svolta radicale nella sua vita che, nel corso degli anni, lo vede in prima linea nelle battaglie per l’affermazione dei diritti dei lavoratori italiani nelle fabbriche e nella società. L’impegno socio-politico e un lungo percorso formativo lo portano a ricoprire ruoli di primo piano nella IG Metall, il più importante sindacato della Germania.    

Migrantes Porto Santa Rufina: nell’integrazione il volto dell’unità del cristianesimo

13 Settembre 2021 -

Roma - Lunedì scorso gli animatori delle comunità etniche cattoliche di Porto Santa Rufina assieme al responsabile Migrantes Enzo Crialesi e all’ufficio hanno incontrato il vescovo Giarrico Ruzza, amministratore apostolico della diocesi. È stato un pomeriggio vissuto in un clima fraterno e cordiale, di famiglia, durante il quale ciascuno ha esposto la vita concreta della sua gente, gioie e difficoltà, traguardi e desideri sempre evanescenti. Il presule ha apprezzato con gratitudine il servizio continuo durante gli anni, che conduce alcuni sacerdoti a prendersi cura dei propri connazionali macinando quasi ogni domenica chilometri e chilometri e correndo da una parte all’altra del territorio diocesano. Il vescovo ha sottolineato l’importanza di una buona integrazione fra italiani e diocesani provenienti da altri Paesi, di quanto ogni cultura sia una ricchezza del patrimonio diocesano, di come sia importante che in alcuni momenti dell’anno le comunità etniche si ritrovino a festa con gli italiani un’unica eucaristia, tutti insieme poiché tutti componenti dell’unica Chiesa locale. La meta prefissa, a piccoli passi secondo le capacità di ogni comunità, è quella di giungere col tempo ad almeno una celebrazione al mese, condivisa con la ricchezza di canti, usi e costumi di tutti coloro che si ritrovano a parteciparvi. Il pastore ha anche ricordato di quanto i bambini possano essere veicolo di integrazione vera e stabile attraverso il loro inserimento nelle attività parrocchiali, e di conseguenza di quanto sia importante che essi frequentino la catechesi nella parrocchia di zona, in collaborazione ed al di là delle iniziative della propria comunità etnica, che comunque non devono trascurare per non recidere le radici del Paese di origine dei propri genitori e non spezzare i rapporti con quella parte di famiglia allargata rimasta in patria. È stato infine presentato il programma dell’anno pastorale 2021-2022, nel quale il presule ha apprezzato la proposta di un incontro delle due diocesi di Porto-Santa Rufina e Civitavecchia-Tarquinia per una celebrazione comunitaria in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. (sr. M. Grazia Pennisi, Migrantes Porto Santa Rufina)

Scuola: ripresa delle lezioni anche nelle scuole italiane all’estero

13 Settembre 2021 - Roma - Oggi prima campanella dell’anno per 4 milioni di alunni, circa la metà degli otto milioni di studenti italiani. A ritornare tra i banchi gli alunni di Abruzzo (169.447), Basilicata (73.899), Emilia Romagna (547.187), Lazio (722.737), Lombardia (1.173.645), Piemonte (519.466), Provincia autonoma di Trento (70.335), Umbria (115.122), Valle d’Aosta (17mila) e Veneto (582.355).Ripresa delle lezioni anche in tanti Paesi del mondo dove sono tante anche le scuole italiane, una “rete di istituzioni scolastiche all’estero per la promozione della lingua e cultura italiana”, pensata anche per il mantenimento dell’identità culturale dei figli dei connazionali e dei cittadini di origine italiana coordinate dal Ministero dell’Istruzione e dal Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale. Questa rete comprende, 8 istituti statali omnicomprensivi con sede ad Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Istanbul, Madrid, Parigi e Zurigo; 423 scuole italiane paritarie, la maggior parte delle quali è costituita da istituti omnicomprensivi, presenti in tutte le aree geografiche nel mondo: Europa, Africa-subsahariana, Mediterraneo e Medio Oriente, Americhe, Asia e Oceania; 7 sezioni italiane presso scuole europee: 3 a Bruxelles ed 1 a Lussemburgo, Francoforte, Monaco di Baviera; 79 sezioni italiane presso scuole straniere, bilingue o internazionali, di cui 63 in Unione Europea, 13 in Paesi non UE, 1 nelle Americhe e 2 in Asia e Oceania; 2 scuole non paritarie con sedi a Smirne e Basilea.  

Rom e sinti: oggi incontro alla Camera dei Deputati sul superamento dei campi

13 Settembre 2021 - Roma – Per la prima volta in Italia, amministratori pubblici si confrontano sul tema del “superamento” dei campi rom in occasione del convegno “Oltre il campo: Superare i campi rom in Italia: dalle sperimentazioni di ieri alle certezze di oggi”, organizzato da Fondazione Migrantes e Associazione 21 luglio, in collaborazione con la diocesi di Roma. L’appuntamento si inserisce in un contesto storico-politico di estrema importanza: entro i prossimi 18 mesi si assisterà al superamento dei campi in 15 città italiane. L’incontro si terrà oggi pomeriggio, lunedì 13 settembre a Roma. Interverranno, tra gli altri il prefetto Rosanna Rabuano, del Dipartimento Libertà civili e immigrazione, l’onorevole Riccardo Magi; mons. Gianpiero Palmieri, arcivescovo vicegerente della diocesi di Roma; mons. Benoni Ambarus, vescovo ausiliare della diocesi di Roma con delega a migranti e rom; don Giovanni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes; Antonio Ciniero, dell’Università del Salento; Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, oltre a varie testimonianze di esperienze positive e buone prassi.

Mons. Perego: l’unica Italia che cresce è quella che vive nel mondo:

13 Settembre 2021 -

Bologna - Nuove cittadinanze e nuove mobilità sintetizza molto bene le caratteristiche del cammino degli italiani nel mondo oggi. Lo ha detto ieri sera, in un messaggio video, mons. Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes intervenuto alla serata conclusiva della Festa dell’Unità svoltasi a Bologna.  Per il presule l’Italia “non ha mai smesso dal dopoguerra ad oggi di vedere unaltra Italia nel mondo. La miseria dopo la guerra, la mancanza di lavoro, la richiesta di lavoro in altri Paesi nel contesto europeo ed extra europeo ha messo prima in cammino di uscita dal paese milioni di italiani e poi con il boom economico in cammino di ritorno. A metà degli anni 70 lItalia diventava soprattutto Paese di immigrazione, per ritornare ad essere in questi ultimi anni un Paese ancora anche di emigrazione. Oltre al lavoro, anche lo studio, una nuova storia familiare, la ricerca di una serena vita negli ultimi anni sono le ragioni della mobilità italiana’. Annualmente, dal 2015, oltre 100 mila connazionali, con la sola motivazione espatrio, sono partiti dall’Italia iscrivendosi all’AIRE: erano 94 mila nel 2014, sono quasi 131 mila nell’ultimo anno: la crescita degli emigranti negli ultimi 15 anni è stata di oltre il 76%. Se consideriamo tutte le motivazioni, però, le iscrizioni arrivano, annualmente, a circa 200 mila, 250 mila nell’ultimo anno:’ è come se avessimo perso, ogni anno, in Italia dal 2015 una città come Trieste, Padova o Messina ed è come se fosse effettivamente stata realizzata all’estero la ventunesima regione d’Italia con quasi 5,5 milioni di residenti totali. “L’unica Italia a crescere oggi è quella che vive nel mondo: l’unica comunità che cresce di un’Italia sempre più longeva e spopolata è quella che risiede all’estero!”, ha detto mons. Perego. Il presidente della Migrantes sottolinea che il numero degli italiani nel mondo è sostanzialmente pari al numero degli immigrati in Italia: La mobilità “ha cambiato lItalia e ha cambiato gli italiani , forse, può essere considerato lelemento più importante di cambiamento sociale, economico, culturale, anche religioso dellItalia degli ultimi anni. Purtroppo, però la mobilità non è stata sufficientemente governata: non solo la mobilità degli italiani nel mondo, ma anche dei nuovi italiani, dei migranti arrivati per lavoro, studio, vita familiare o protezione internazionale. La mobilità - ha aggiunto - trova nel riconoscimento di una nuova cittadinanza lelemento più importante di governo. Se una persona, un bambino, un giovane e un adulto, un uomo e una donna che cerca di costruirsi un futuro in un altro Paese non trova una città l’ospedale, la chiesa, la scuola, la fabbrica e la bottega - che lo accoglie, lo riconosce, lo rende partecipe da subito alla vita della città e non lo lascia ai margini, nasceranno distanze, incomprensioni, violenze, delusioni: si affiancheranno due città diverse”. All’ incontro sul tema degli italiani nel mondo è intervenuta anche la curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo, Delfina Licata.

 

Papa Francesco: evitare chiusure anche se la “diversità fa sempre un po’ paura”

13 Settembre 2021 - Città del Vaticano – Papa Francesco ieri ha iniziato il suo 34mo viaggio apostolico a Budapest dove ha concluso il 52mo Congresso eucaristico internazionale. È stata l’occasione, parlando ai vescovi, per invitare, ancora una volta, ad evitare le chiusure nei confronti dei migranti anche se "la diversità fa sempre un po’ paura perché’ mette a rischio le sicurezze acquisite e provoca la stabilità raggiunta". Il pontefice ha esortato all’apertura, all’incontro con l’altro e invitato a promuovere "una educazione alla fraternità" per respingere "i rigurgiti di odio che vogliono distruggerla" e prevaricare. Il pontefice ha ricordato che proprio i migranti "hanno trasformato" l’Ungheria "in un ambiente multiculturale". Per il Papa "possiamo avere due atteggiamenti: chiuderci in una rigida difesa della nostra cosiddetta identità oppure aprirci all’incontro con l’altro e coltivare insieme il sogno di una società fraterna". Erano stati gli stessi vescovi ungheresi, nel 2017 – ha ricordato Papa Francesco - davanti ad altre Conferenze Episcopali Europee, a ribadire "che l’appartenenza alla propria identità non deve mai diventare motivo di ostilità e di disprezzo degli altri, bensì un aiuto per dialogare con culture diverse". Insomma, "la Chiesa ungherese sia costruttrice di ponti e promotrice di dialogo!". Una tappa lampo, quella di Budapest – appena 7 ore – e poi l’arrivo a Bratislava dove oggi è prevista una visita al Presidente della Repubblica slovacca Zuzana Caputova e l’incontro con autorità, società civile e corpo diplomatico. Poi l’incontro con i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e i catechisti. E nel pomeriggio una visita in forma privata al Centro Betlemme, dove le suore di Madre Teresa assistono i senzatetto. (Raffaele Iaria)  

La domenica del Papa: la logica dell’amore umile

13 Settembre 2021 - Città del Vaticano - C’è la storia d’Ungheria nella piazza dove Papa Francesco celebra la conclusione del 52mo Congresso eucaristico internazionale, prima di raggiungere la Slovacchia, trentaquattresimo viaggio internazionale. Il monumento ricorda, nelle statue lungo il colonnato, i sette capi tribù che hanno dato vita alla nazione ungherese, i cinque membri della dinastia degli Asburgo; su quella piazza nel giugno del 1989 si è svolta una cerimonia per commemorare Imre Nagy, ucciso nel 1958 dalla repressione sovietica. Sempre su questa piazza Giovanni Paolo II, al termine della celebrazione per la festa di Santo Stefano patrono d’Ungheria, rivolse un appello per la liberazione del segretario generale del Pcus, Michail Gorbaciov, recluso in una località segreta dopo un tentativo di colpo di stato. Il Papa chiedeva di non fermare il processo iniziato da Gorbaciov. Su questa piazza papa Francesco parla all’Europa, in un tempo difficile, per il vecchio continente. Parla della croce e, citando l’inno del Congresso eucaristico, si rivolge così agli ungheresi: “per mille anni la croce fu colonna della tua salvezza, anche ora il segno di Cristo sia per te la promessa di un futuro migliore”. La croce come “ponte tra il passato e il futuro”; invito a “radicarci bene”; croce che “innalza ed estende le sue braccia verso tutti: esorta a mantenere salde le radici, ma senza arroccamenti; a attingere alle sorgenti, aprendoci agli assetati del nostro tempo. L’augurio di Francesco: “che siate così: fondati e aperti, radicati e rispettosi”. Parole che esprimono accoglienza, attenzione all’altro, nella nazione che ha come primo ministro Viktor Orbàn capofila del sovranismo, fautore di politiche, soprattutto in materia di accoglienza, certo non in sintonia con le idee del Papa, oltre che dell’Europa comunitaria. Ancora, incontrando i rappresentanti del Consiglio ecumenico delle Chiese – c’è anche il patriarca ortodosso Bartolomeo – delle comunità ebraiche, decimate dall’odio nazista, Francesco evoca “la minaccia dell’antisemitismo, che ancora serpeggia in Europa e altrove. È una miccia che va spenta. Ma il miglior modo per disinnescarla è lavorare in positivo insieme, è promuovere la fraternità”. Angelus davanti a centomila persone, invito a seguire “la logica di Dio” che non è ricerca del successo personale, ma servizio agli altri, è lasciare che Gesù “risani le nostre chiusure e ci apra alla condivisione, ci guarisca dalle rigidità e dal ripiegamento su noi stessi”, è seguire la croce che “estende le sue braccia verso tutti”. Cristo “pane spezzato” che “si lascia spezzare, distribuire, mangiare”. Per salvarci “si fa servo; per darci vita, muore”. Angelus nella domenica in cui il Vangelo ci descrive l’inizio del cammino di Gesù da Cesarea di Filippo, nell’estremo nord del territorio della Palestina, verso Gerusalemme, il luogo del compimento delle scritture; un pellegrinaggio che, per la prima volta, annuncia segnato da sofferenze, morte, rifiuto, il venerdì seguito dalla domenica di resurrezione. Marco ci racconta la reazione di Pietro, tipicamente umana: quando si profila la croce, la prospettiva del dolore, l’uomo si ribella. E Pietro, dopo aver confessato la messianicità di Gesù, si scandalizza delle parole del Maestro e tenta di dissuaderlo dal procedere sulla sua via. La croce non è mai di moda, ma “guarisce dentro”. È davanti al Crocifisso che sperimentiamo una benefica lotta interiore, l’aspro conflitto tra il “pensare secondo Dio” e il “pensare secondo gli uomini”. Da un lato, c’è la logica di Dio, che è quella dell’amore umile. La via di Dio rifugge da ogni imposizione, ostentazione, da ogni trionfalismo, è sempre protesa al bene altrui, fino al sacrificio di sé. Dall’altro lato c’è il “pensare secondo gli uomini”: è la logica del mondo, della mondanità, attaccata all’onore e ai privilegi, rivolta al prestigio e al successo. La differenza, per Francesco, “non è tra chi è religioso e chi no”, ma “tra il vero Dio e il dio del nostro io. Quanto è distante colui che regna in silenzio sulla croce dal falso dio che vorremmo regnasse con la forza e riducesse al silenzio i nostri nemici! Quanto è diverso Cristo, che si propone solo con amore, dai messia potenti e vincenti adulati dal mondo!”. Gesù scuote le “nostre chiusure”, ci apre “alla condivisione”, guarisce le nostre rigidità. (Fabio Zavattaro - Sir)    

Dove nasce la coerenza

10 Settembre 2021 - Roma - Se chiediamo che in Afghanistan siano rispettati i diritti umani non possiamo rifiutare l’accoglienza di quanti sono fuggiti e fuggiranno dal terrore e dalla violenza. Questo è stato nei giorni scorsi il monito che il Presidente della Repubblica ha rivolto all’Europa e, di conseguenza, all’Italia. I distinguo, come sempre avviene, sono subito scattati ma l’appello alla coerenza é una sana provocazione: l’accoglienza va oltre il pur necessario pronto soccorso, nasce e si sviluppa in un terreno culturale e sociale dove è forte e condiviso l’impegno per i diritti umani e per la dignità della persona. Le parole di Mattarella aprono una riflessione su diffuse situazioni di illegalità che vedono anche nel nostro Paese nuove schiavitù, nuove discriminazioni, nuovi sottili razzismi. Un esempio, riportato dai media nei giorni scorsi, sta nel trattamento dei braccianti agricoli in Piemonte: se il colore della pelle è nero il salario è inferiore pur lavorando come e quanto chi ha la pelle bianca. Sono molteplici le forme di sfruttamento e di illegalità presenti al Sud e al Nord del nostro Paese come attestano le 260 inchieste avviate negli ultimi tempi da 99 procure dopo la legge anticaporalato del 2016. Nel fornire i dati il “Rapporto 2019 del Centro di ricerca interuniversitario ‘L’Altro Diritto’” specifica che i comparti colpiti dalla illegalità sono, oltre a quello dell’agricoltura, l’edilizia, il tessile, il volantinaggio, la cantieristica, la logistica, il lavoro domestico. La cronaca riferisce di morti per sfinimento, per percosse e perfino per l’uso di droga assunta per resistere alle insostenibili condizioni di lavoro. Molti per non perdere il posto e per evitare ricatti non hanno altra possibilità che tacere o mentire sulla differenza tra le ore lavorate e quelle retribuite, sulla mancanza di sicurezza. La piaga del lavoro nero è emersa ancor più nel tempo della pandemia dai racconti di famiglie, soprattutto immigrate, che hanno chiesto aiuto alle Caritas delle diocesi. Si dirà che questa è una realtà che non si può paragonare a quella dell’Afghanistan. C’è però il filo della sopraffazione, dell’umiliazione e dell’intimidazione che le lega. Uscire dall’incoerenza è possibile se si accetta di conoscere storie di sfruttamento e di schiavitù che si incrociano con le scelte e gli stili di vita di un cittadino. Dal conoscerle al prendere pubblicamente parola e posizione il passo è breve e decisivo. Ed è altrettanto importante sapere che ci sono molte imprese, ad esempio quelle segnalate alla prossima Settimana sociale dei cattolici italiani, che fanno della qualità della vita dei loro lavoratori anche una scelta di accoglienza della legalità. (Paolo Bustaffa)

Milano: mons. Delpini dialoga sull’accoglienza ai migranti

10 Settembre 2021 -

 

Milano  – Nell’ambito delle celebrazioni per i 35 anni di attività di accoglienza alla Grangia di Monluè, l’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, dialogherà con il sociologo delle migrazioni,  Maurizio Ambrosini, sul tema “Prove di futuro. Accogliere per costruire il domani”.  

La tavola rotonda si svolgerà sabato 11 settembre alle ore 18.30 nella sala capitolare (via Monluè, 87).

Voluta dal cardinale Carlo Maria Martini nel corso del suo episcopato milanese, la Grangia è un centro di accoglienza per stranieri. Gestita dall’associazione omonima, presieduta da don Bortolo Uberti, parroco di San Lorenzo in Monluè e San Nicolao della Flue, offre attualmente ospitalità a 21 richiedenti asilo e migranti, grazie al contributo dei volontari e delle suore di Maria Bambina che vivono presso la struttura.

 «La Grangia è stato un dono che ha fatto bene alle comunità cristiane del territorio - sottolinea don Uberti -: non solo le ha aperte a un servizio di accoglienza, ma le ha aiutate a superare molti pregiudizi e chiusure, facendo crescere la dimensione evangelica della comunità».

In Famiglia: Giacobbe, Lia e Rachele

10 Settembre 2021 - È un luogo santo, Betel, un’oasi spirituale, quei momenti in cui il Signore ci parla in modo chiaro e ci incoraggia a fidarci di lui e a seguirlo. Quando il sogno è così chiaro che non vi possono essere dubbi, quando la preghiera trova risposta nel dialogo con Dio. Arrivato presso le terre dello zio Labano anche a Giacobbe capita quello che era capitato al padre, si innamora: si innamora a prima vista di una donna bellissima che sta compiendo umilmente il suo lavoro. La bacia (senza tanti preliminari) e piange di gioia perché ha già capito che Rachele, “pecorella” questo il suo nome, come quelle che fa pascolare, è la donna con cui vuole dividere la vita. Ma i nostri desideri non corrispondono sempre a quelli di Dio. Egli mantiene le sue promesse ma per vie che non ci è dato subito di conoscere. Labano si dimostra ancora accogliente, ma spregiudicato. Appellandosi ad una vaga norma locale (“si usa far così dalle nostre parti”), inganna l’ingenuo Giacobbe e mentre questi ha chiesto la mano di Rachele, la prima notte di nozze Labano “gli mette nel letto” (col favore del buio) la primogenita Lia, su cui il testo è impietoso: “aveva gli occhi smorti”. Giacobbe è incastrato: ha promesso sette anni di lavoro in cambio di una moglie e ora Labano gliene chiede altri sette per potersi prendere Rachele, l’unica che ama. Che famiglia si va creando? Qualcosa che noi facciamo fatica a immaginare perché la bigamia non ci appartiene, eppure possiamo capire i sentimenti di queste due sorelle: una amata dal marito come non mai, l’altra tenuta per contratto. Chissà che dolore, che incomunicabilità, quali aggiustamenti per stare tutti sotto la stessa tenda…? Il Signore poi sembra intervenire proprio “controcorrente” rendendo fertile Lia e “consolandola” del suo non essere amata dal marito. Quattro figli! Che Lia spera siano sufficienti perché Giacobbe le sia in qualche modo almeno grato. Il marito, invece, deve vedersela con l’ira di Rachele che minaccia addirittura il suicidio se il Signore non le concederà un figlio! Giacobbe è in balia delle donne che ha attorno ed esclama che non è lui al posto di Dio, cosa pretendono dalle sue forze?! Si consuma una guerra di gravidanze, che quasi ci affanna nel suo susseguirsi senza soluzione di continuità. Rachele chiede al marito di concepire con la sua schiava e nascono due figli; allora fa così anche Lia e dalla sua schiava Giacobbe ha altri due figli. Infine Lia e Rachele si contendono il marito in cambio ancora di cibo: le mandragole (come per la zuppa di lenticchie di Esaù)… Per un peccato di gola, Rachele concede il letto del marito alla sorella Lia e questa concepisce altri due figli maschi e la figlia Dina. A qualcuno potrà sovvenire la dinamica di un intenso film cinese di molti anni fa, Lanterne Rosse, pur appartenente ad una cultura tutta diversa, ma in cui la poligamia era consentita. Quanta violenza si può consumare in una casa in cui un solo uomo deve dividersi fra diverse mogli? Eppure è così che va costituendosi il popolo delle dodici tribù. Il popolo eletto di Israele fonda le sue fragili radici sulla competizione e la rivalità, eppure è su questo popolo di dura cervice che Dio continuamente scommette. Dio si ricorda, alla fine, di Rachele che, immaginiamo con immensa gioia, dà alla luce un figlio predestinato a cose grandi: Giuseppe. È ora tempo di partire, di tornare nella terra di suo padre. La famiglia di Giacobbe si è moltiplicata a dismisura e lui, benedetto dal Signore, con astuzia accresce i suoi beni, si affranca da Labano e fugge non senza la complicità della moglie Rachele, che ruba gli idoli del padre, li nasconde nella sella del suo cammello e riesce a non farli trovare ad un Labano disperato, con la scusa che non può alzarsi perché ha le mestruazioni. È sbalorditivo come il Signore lascia che gli uomini e le donne mettano in campo la loro libertà per ottenere i loro scopi. Come? Nessuna punizione? La fanno franca? Ma che storia stiamo leggendo? Che bilancio facciamo di torti e ragioni. Il bilancio è sempre alla fine. Giacobbe, dopo tanti anni, vuole preparare l’incontro con suo fratello: ha paura che Esaù gli sia ancora ostile, gli vuole offrire beni a dismisura per ammansirlo, ma in realtà è con la giustizia del Signore che deve fare i conti. La lotta notturna con Dio (Gn 32, 23-33) lo segna indelebilmente nel corpo, lo lascia letteralmente “sciancato”, ma libero dal peso della colpa, capace di “far passare” tutta la sua famiglia dall’altra parte, di voltare pagina. Ha visto faccia a faccia il Signore ed è rimasto in vita: ora può riconciliarsi col fratello che, inaspettatamente, lo perdona, gli si getta al collo, lo bacia, piange di commozione. Fra i due prevale il legame del sangue su ogni altra rivalsa, godono dell’unire le forze per un attimo e poi decidono di proseguire ognuno per la sua strada. Questa volta la storia sarebbe a lieto fine se non si inframmezzasse la violenza straniera subita a Sichem dalla figlia Dina, la vendetta dei fratelli Simeone e Levi che compiono una strage e infine la morte straziante di Rachele a Betel nel dare la vita all’ultimo figlio, Beniamino, per antonomasia il figlio prediletto. Ogni pagina biblica ci avvince per come è impastata di umano e divino, di sacro e profano. Esaù e Giacobbe erano solo due fratelli gemelli, ma dalla loro storia è nato un popolo e noi ancora oggi siamo qui a interrogarci su quali possano essere i rapporti fra fratelli, persone che non si scelgono ma sono costrette a convivere, che possono amarsi alla follia o odiarsi senza tregua. È sempre lo stesso mistero, quello della vita affidata alla nostra libertà in cui prende carne la storia della salvezza. (Giovanni M. Capetta - Sir)

Vangelo Migrante: XXIV domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 8,27-35)

9 Settembre 2021 - Gesù usa il metodo delle domande per far crescere i suoi discepoli. Le sue domande accendono qualcosa, mettono in moto cammini e inaugurano pensieri. Diceva il Card. Martini: “la differenza profonda tra gli uomini non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti”. Nel Vangelo di questa domenica Gesù pone una domanda decisiva, qualcosa da cui poi dipenderà tutto: fede, scelte, vita ... “ma voi, chi dite che io sia?” Non cerca parole astratte, cerca persone; non definizioni di sé ma coinvolgimenti con sé: cosa ti è successo quando mi hai incontrato? Come fanno gli innamorati: quanto posto ho nella tua vita, quanto conto per te? Gesù non ha bisogno dell’opinione di Pietro (“tu sei il Cristo”) per avere informazioni, per sapere se è più bravo dei profeti di prima, ma per sapere se Pietro è innamorato, se gli ha aperto il cuore. E “ordinò loro di non parlare di lui ad alcuno” perché ancora non hanno visto la cosa decisiva. Infatti: “cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Volete sapere davvero qualcosa di me e di voi? Vi do un appuntamento: la croce. E, prima ancora, la lavanda dei piedi. Chi è il Cristo? Uno che sta in ginocchio davanti a noi con le sue mani sui nostri piedi. Come a dire: sono come lo schiavo che ti aspetta e al tuo ritorno ti lava i piedi; sono Colui che si lascia baciare da chi lo tradisce; sono Colui che non spezza nessuno ma spezza se stesso; sono Colui che non versa il sangue di nessuno ma versa il proprio sangue. E risorge. Davvero? Ma un messia può fare così? Quel Messia, si. La Resurrezione non è un ‘lieto fine’ ma l’unica vita, quella vera. Per Lui e per chiunque lo segue. Per averla occorre seguirlo entrando in un altro ‘pensiero’: “non secondo gli uomini ma secondo Dio”. Un pensiero che prevede il non assolutizzare il sé e il sapere ma la capacità di smentirsi, di defezionarsi da sé e dal proprio ego ed entrare nell’io di Dio che trae la vita dalla morte e la consolazione dal dolore. Colui che ci ha amati, ci ha amati per sempre e sul serio. E dona vita. Anche su una croce! (p. Gaetano Saracino)    

Migrantes Massa Carrara-Pontremoli: un ciclo di dibattiii sul tema “interagire” con il card. Lojudice

9 Settembre 2021 - Massa Carrara - "Interagire-Festa della Pace" è il titolo del ciclo di dibattiti organizzati dal 9 al 12 settembre a Carrara ( in piazza delle Erbe)  dall’Associazione Casa di Betania, braccio oewrativoi della Migrantes diocesana nell'ambito di "Carrara Aperta", evento collaterale del festival "Con-vivere", quest’anno dedicato al tema della “cura”. "Le serate – fa sapere il Presidente di Casa di Betania, Bruno Lazzoni - si svolgeranno dalle 21 alle 24 in Piazza delle Erbe, luogo scelto per valorizzare il Centro Storico di Carrara; l'ultima in particolare è organizzata in collaborazione con il  Bar Centro Storico" (scelto per coinvolgere le attività di uno dei settori che più hanno sofferto durante la pandemia) che offrirà una cena multietnica". Ad aprire la kermesse di settembre sarà la dottoressa Selma Sbay , giovane Apuana emigrata in Argentina, paese in cui ha scritto la tesi di laurea dedicata proprio agli effetti che il lockdown ha avuto sulla popolazione del luogo. Seguiranno, nelle serate successive, dibattiti dedicati al fenomeno migratorio e alla tutela ambientale. Ospiti della seconda serata – infatti-saranno   il card. Paolo Lojudice, vescovo delegato  della Conferenza Episcopale della Toscana per la  Migrantes, il Dott. Marattoli, pastore Valdese della chiesa metodista di Carrara e Muhammad Kamal Koudsi rappresentante della comunità islamica di Carrara, che leggeranno i temi trattati in chiave di collaborazione interreligiosa. Infine ampio spazio sarà dedicato ai temi ambientali locali ( le Cave di marmo in particolare) grazie all’intervento degli ambientalisti  Riccardo Canesi ed Elia Pegollo e alla voce del lavoro,  nella persona di Andrea Figaia, segretario provinciale CISL. Aprirà il dibattito il Dirigente del settore marmo Dott. Giorgio Bruschi con un intervento nel quale fornirà soltanto dettagli tecnici. (E.G.)  

Viminale: da inizio anno sbarcate 40.815 persone migranti 5 da inizio settembre

9 Settembre 2021 -
Roma - Sono  40.815 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno secondo i dati diffusi dal ministero degli Interni. Di questi 11.903 sono di nazionalità tunisina (29%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (5.315, 13%), Egitto (3.605, 9%), Costa d’Avorio (2.788, 7%), Iran (1.978, 5%), Guinea (1.653, 4%), Eritrea (1.557, 4%), Marocco (1.464, 4%), Sudan (1.459, 4%), Iraq (1.447, 3%) a cui si aggiungono 7.646 persone (19%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Migrantes: da domani l’incontro con gli operatori rom e sinti

9 Settembre 2021 - Roma - "Il sogno di una nuova fraternità. 'Fratelli tutti' nell'esperienza della pandemia". Questo il tema dell'incontro promosso dalla Fondazione Migrantes e al quale interverranno gli operatori  impegnati nella pastorale con i Rom e sinti. L'incontro si svolgerà a Frascati dal 10 al 12 settembre.  Ad aprire la tre giorni, domani sera, una preghiera in memoria di don Mario Riboldi, scomparsi da qualche mese, uno dei sacerdoti pionieri nella pastorale con i rom e sinti. La preghiera sarà curata da don Marco Frediani e don Massimo Mostioli.Sabato la giornata di aprirà con i saluti di don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes seguito da un Work shop sul tema "Uno sguardo al tempo di pandemia appena trascorso tra generosità e chiusura: 'i nostri vissuti'". Nel pomeriggio una relazione affidata a Maria Bianco dell'Università Gregoriana sul tema "Una lettura contestualizzata della 'Fratelli tutti'" seguita da un Work shop sul tema "Uno sguardo al futuro… Quale fraternità sogniamo?". Domenica le conclusioni con la celebrazione eucaristica presieduta da ons. Benoni Ambarus, vescovo ausiliare di Roma e delegato per la pastorale Migrantes.

Rom e sinti: incontro a Roma sul superamento dei campi

9 Settembre 2021 - Roma - Per la prima volta in Italia, amministratori pubblici si confrontano sul tema del “superamento” dei campi rom in occasione del convegno “Oltre il campo: Superare i campi rom in Italia: dalle sperimentazioni di ieri alle certezze di oggi”, organizzato da Fondazione Migrantes e Associazione 21 luglio, in collaborazione con la diocesi di Roma. L’appuntamento si inserisce in un contesto storico-politico di estrema importanza: entro i prossimi 18 mesi si assisterà al superamento dei campi in 15 città italiane. L’incontro si terrà lunedì 13 settembre a Roma (ore 15,00, Nuova aula del Palazzo dei gruppi parlamentari della Camera, via di Campo Marzio, 78). Interverranno, tra gli altri il prefetto Rosanna Rabuano, del Dipartimento Libertà civili e immigrazione, l’onorevole Riccardo Magi; mons. Gianpiero Palmieri, arcivescovo vicegerente della diocesi di Roma; mons. Benoni Ambarus, vescovo ausiliare della diocesi di Roma con delega a migranti e rom; don Gianni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes; Antonio Ciniero, dell’Università del Salento; Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, oltre a varie testimonianze di esperienze positive e buone prassi.  

Uniti nel dono

9 Settembre 2021 - Roma - Da qualche giorno è on line il nuovo sito (www.unitineldono.it) per promuovere le offerte per il sostentamento dei sacerdoti. Il nuovo look, che interessa anche la rivista “Sovvenire”, è ben più di un semplice cambio d’abito. Quando si cambia, infatti, il rischio è sempre quello di restare a un livello superficiale, senza incidere sulla sostanza. Per questo, si è cercato di rinnovare le forme e il linguaggio della presenza in rete senza tradire il messaggio, la sostanza, il cuore. In una parola, l’identità. Che è sempre bene espressa nella parola “sovvenire”, ora impreziosita da “uniti nel dono”. È un impegno concreto anche per chi si occupa di comunicazione a vivere questo senso di legame, che travalica i confini geografici e che si fa, appunto, dono nel raccontare storie, nel testimoniare la bellezza del sentirsi parte di una grande famiglia, condividendo la ricchezza e la creatività dei territori. (Vincenzo Corrado)   Vincenzo