Primo Piano
Vescovo e migrante
Washington: studenti e insegnanti italiani all’Ambasciata d’Italia
Ministero Lavoro-Anci: pubblicato rapporto si insediamenti informali dei migranti
Roma - Almeno 10mila lavoratori agricoli migranti vivono in insediamenti informali in Italia. Luoghi di privazione dei diritti e sfruttamento, in molti casi presenti da diversi anni, privi di servizi essenziali e di servizi per l’integrazione. È l'evidenza più critica del Rapporto “Le condizioni abitative dei migranti che lavorano nel settore agroalimentare” pubblicato oggi dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani nell’ambito del Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020–2022.
Il Rapporto, realizzato dalla Fondazione Cittalia dell’ANCI presenta i risultati di un’indagine senza precedenti per copertura nazionale e ampiezza di restituzione. La metà dei Comuni italiani ha compilato un questionario su presenze, flussi, caratteristiche dei lavoratori agricoli migranti e sistemazioni alloggiative: dalle abitazioni private e strutture, temporanee o stabili, attivate da soggetti pubblici o privati, fino agli insediamenti informali o spontanei non autorizzati. Sono stati censiti anche i servizi a disposizione degli ospiti, così come gli interventi per l’inserimento abitativo promossi dai Comuni stessi. Sono 38 i Comuni che hanno segnalato la presenza di 150 insediamenti informali o spontanei non autorizzati, con sistemazioni varie (casolari e palazzi occupati, baracche, tende e roulotte) e presenze che vanno dalle poche unità registrate nei micro-insediamenti, alle migliaia di persone nei “ghetti” più noti alle cronache. Alcune aree del Meridione guidano la classifica delle undici Regioni coinvolte, ma il fenomeno interessa tutto il Paese. L’indagine ha consentito al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali di individuare anche le amministrazioni locali destinatarie dei 200 milioni di euro del PNRR investiti con l’obiettivo di superare questi insediamenti. Lo rendono noto l'Ufficio stampa del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e quello dell’Anci.
Migranti: 33.556 persone sbarcate sulle coste italiane
Scuola: 65%degli stranieri è nato in Italia
Burocrazia e nessuna legge “La cittadinanza? Un sogno”
Terni - Storie di ordinaria burocrazia. E di diritti negati per le storture di una legge che oggi li condanna a sentirsi stranieri in quello che è a tutti gli effetti il loro Paese. Jurgen, Alexia e Doris sono tre esempi emblematici di come lo Ius scholae, ora fermo alle Camere, risolverebbe il problema alla radice. Hanno età e situazioni diverse, ma sono uniti dallo stesso filo rosso. Sono 'italiani senza cittadinanza'.
Jurgen Kulli ha 24 anni ed è nato a Spoleto da famiglia albanese che non ha mai chiesto la nazionalità italiana. «Quando i miei genitori divorziarono – spiega – mio padre, che aveva in carico i documenti, non rinnovò il mio permesso di soggiorno e quindi io ho vissuto da irregolare nel mio Paese, fino a 18 anni, senza rendermene conto. Frequentavo la scuola dell’obbligo e quindi non potevano espellermi, così come mia madre, che viveva qui con due figli a carico. Diventato maggiorenne ho fatto richiesta per la cittadinanza: con il mio avvocato Suzana Korriku abbiamo presentato tutti i documenti che certificavano il fatto che io sono nato qui e non sono mai uscito dall’Italia. Niente. Ho anche chiesto al prefetto: 'Mi faccia una prova di italiano', ma non c’è stato verso». Oggi Jurgen, che lavora in una impresa edile, ha un permesso umanitario, ottenuto a fatica e deve rinnovarlo ogni anno, fino a quando, a 30 anni, potrà ottenere la cittadinanza. E intanto, trova ostacoli ovunque. «Vorrei tanto fare il concorso per entrare in Polizia, ma non posso, perché non sono italiano» dice.
Alexia Miranda Cedono ha 18 anni ed è nata a Foligno, da famiglia originaria dell’Ecuador. Oggi studia all’Università e lavora in un fast food, ma questo non basta per garantirle la cittadinanza. Nel suo caso, alla burocrazia si unisce il destino, in una combinazione che oggi la costringe a dover stare attenta a non perdere mai il lavoro: «Il mio permesso di soggiorno è per motivi di lavoro e se lo perdo, potrebbero rimandarmi in Ecuador, dove io non saprei che fare», spiega. Tutto comincia nel 2016, quando i genitori decidono di tornare in Ecuador, portando con loro Alexia ed i due fratelli. Doveva essere una permanenza breve, ma fra un problema coi documenti, uno economico ed il lockdown, restano nel Paese sudamericano cinque anni. «A me mancava la pasta, io mi sono sempre sentita straniera in Ecuador, ho tenuto l’Italia nel cuore tutto il tempo – dice Alexia –. però avevo 12 anni, non potevo farci niente, decidevano i miei genitori». Questa lunga sosta, per la legge italiana, le impedisce, oggi che è maggiorenne, di poter richiedere la cittadinanza. «Io e i miei fratelli siamo paradossalmente 'vittime' della decisione dei nostri genitori – spiega –. Ho dovuto rifare da zero il permesso di soggiorno ed oggi ce l’ho per motivi di lavoro, rinnovabile anno dopo anno. L’Università? Per lo Stato non conta, perché non fa parte dei percorsi di istruzione obbligatoria». Anche per lei, ci vorranno dieci anni di residenza o il matrimonio con un italiano.
Ma la storia più paradossale è quella di Doris Egwu, 39 anni, nata in Nigeria e trasferitasi in Umbria da quando aveva otto mesi. Anche lei lavora ed è attivista per i diritti degli 'italiani senza cittadinanza' presso l’associazione Il Pettirosso. La sua domanda di cittadinanza è bloccata dal casellario giudiziale. Ma non quello italiano, bensì quello nigeriano: «In Italia, dove la responsabilità penale comincia a 14 anni, mi chiedono un documento che attesti che io non abbia commesso reati quando avevo da zero a 8 mesi, in Nigeria». Non solo: «Siamo già al terzo tentativo: prima è arrivato scaduto, poi è arrivato in inglese ed è scaduto per i tempi lunghi della traduzione in Italia. Quando tornerò in Nigeria proverò ad ottenerlo, ma non sarà facile perché l’anagrafe là non funziona bene. I miei genitori non hanno mai voluto fare richiesta ed io stessa ho capito che serviva quando è morto mio padre. Avevo 19 anni e non mi ero mai mossa dall’Italia, ma purtroppo mancava un requisito: mia madre infatti aveva sempre lavorato in casa, era mio padre che manteneva la famiglia. Ha iniziato a lavorare in quell’anno, dopo la morte di mio padre». È qui che entra in gioco la distratta burocrazia italiana: «Passati cinque anni, avevamo tutto in regola, ma quando siamo andati a fare richiesta abbiamo scoperto che secondo lo Stato italiano avevamo vissuto per un periodo in Nigeria, io e mio fratello, senza mia madre, quando lui aveva 5 mesi ed io ero al nido. In realtà ci eravamo solo trasferiti da Perugia a Terni, con la famiglia». Oggi, sua madre e suo fratello sono riusciti ad ottenere la cittadinanza mentre Doris attende ancora il documento e nel frattempo può restare in Italia perché «familiare di un convivente con cittadinanza italiana». Maledetta burocrazia. (Emanuele Lombardini - Avvenire)
Migranti circolari
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La parte migliore
Don Maffeis è il nuovo arcivescovo di Perugia-Città delle Pieve
16 Luglio 2022 - Don Ivan Maffeis è il nuovo arcivescovo di Perugia-Città della Pieve. La nomina questa mattina di Papa Francesco. Nato il 18 novembre 1963 a Pinzolo, in provincia di Trento don Maffeis è stato ordinato sacerdote il 26 giugno 1988. Nella sua diocesi ha ricoperto diversi incarichi- Tra questi la direzione del settimanale diocesano Vita Trentina e della Radio Diocesana (2001-2009). Successivamente in Cei è stato vice-Direttore e direttore fino al 2019 e Sotto-Segretario dal 2015 al 2020). Ritornato nella sua diocesi ha guidato, come parroco le comunità di Rovereto S. Marco e S. Famiglia, di Trambileno, Vanza, Noriglio e Terragnolo. “Vengo fra voi per mettermi in ascolto di questa preziosa terra di santi e di bellezza, della quale chiedo con umiltà di divenirne figlio; vengo – ha scritto il neo arcivescovo nel suo priomo messaggio alla diocesi che è stato choiamto a guidare - per amare questa Chiesa con tutte le mie forze, in un servizio di preghiera e di dedizione; vengo per condividere – alla luce del Vangelo di Gesù Cristo – ‘le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce’ di ciascuno. Offro la disponibilità a incontrare e a lasciarmi incontrare nella maniera più ampia e diretta possibile”.
A don Ivan, che è anche direttore di questa testata, gli auguri di un proficuo lavoro da parte della Fondazione Migrantes certi del contributo che saprà dare nell’attuale contesto sociale, culturale ed ecclesiale della Chiesa che è in Perugia-Città della Pieve. (R.Iaria)