Primo Piano
Giovani per la Pace: da domani 1000 giovani ad Amsterdam da 15 paesi europei
Unhcr: oltre mille migranti morti nel Mediterraneo
Gelsomina e la strada dal circo al grande schermo
La preghiera incessante del Papa di fronte al «pericolo di autodistruggersi»
Città del Vaticano - In sei mesi di conflitto in Ucraina, come ricorda un ampio servizio curato da Vatican News, sono stati incessanti gli appelli di papa Francesco per la pace. Ne citiamo solo alcuni: «Ogni guerra rappresenta una sconfitta per tutti» (Angelus 27 marzo), esortando a rovesciare la prospettiva e quindi «a sconfiggere la guerra» (Udienza generale 23 marzo). «Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolirla», ripudiarla, «cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia».
«Dio è solo Dio della pace, non della guerra» e «sta con gli operatori di pace» (Angelus 27 febbraio). Con il pensiero rivolto oltre l’Europa, ai conflitti dimenticati in Siria, Yemen o Myanmar, per citare alcuni tasselli della «terza guerra mondiale a pezzi», il Pontefice ha più volte richiamato a non considerare mai nessun conflitto armato come inevitabile. Occorre contrastare con ogni forza il rischio di abituarsi, o addirittura dimenticare la «tragica realtà» di quanto accade in Ucraina, o altrove. La guerra richiama «lo spirito di Caino» che uccise il fratello Abele. Il Mercoledì delle Ceneri del 2 marzo il Pontefice ha aperto la Quaresima nel segno del digiuno e della preghiera per la pace in Ucraina. Al Cuore Immacolato di Maria, il 25 marzo, nel giorno dell’Annunciazione, ha consacrato l’umanità, in special modo la Russia e l’Ucraina: «Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare ». «Continuiamo, per favore, a pregare ogni giorno il Rosario per la pace». (Regina Coeli - 8 maggio).
Il Papa ha esortato i leader politici ad un «serio esame di coscienza al cospetto di Dio: non portate l’umanità alla rovina per favore!». Da qui il monito: «Si mettano in atto vere e concrete trattative per un cessate il fuoco e per una soluzione sostenibile. Si ascolti il grido disperato della gente che soffre, si fermi la macabra distruzione di città e villaggi». Costanti il richiamo a favorire corridoi umanitari sicuri e a mettere in campo azioni di aiuto nei confronti della popolazione martoriata dalle bombe. Con la stessa premura Francesco non ha mai mancato di ringraziare uomini e donne di buona volontà che hanno aperto le porte ai profughi nei quali, ha ricordato, è presente Cristo: «Non stanchiamoci di accogliere con generosità, come si sta facendo: non solo ora, nell’emergenza, ma anche nelle settimane e nei mesi che verranno». «Pensiamo a queste donne, a questi bambini che con il tempo, senza lavoro, separate dai loro mariti, saranno cercate dagli 'avvoltoi' della società. Proteggiamoli, per favore».
Francesco ha fatto visita all’ambasciatore russo a Roma; ha avuto colloqui telefonici con il presidente ucraino Zelensky; ha ringraziato più volte i giornalisti che mettono a rischio la propria vita; ha incoraggiato e salutato con favore come segno di speranza la partenza dai porti ucraini delle prime navi cariche di cereali. Una sollecitudine che si è esplicitata nell’impegno fattivo della Santa Sede ad adoperarsi senza riserva per mettersi al servizio della pace, con l’invio in Ucraina dei cardinali Krajewski e Czerny, rispettivamente Elemosiniere e prefetto del dicastero per lo Sviluppo umano integrale e, a maggio, di monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati. Il Papa non lo ha mai nascosto: nell’intimo coltiva il desiderio di «aprire una porta», di recarsi nelle zone coinvolte dal conflitto prima a Mosca e poi a Kiev: «È sul tavolo », «vorrei andarci». «Per servire la causa della pace».
Mediterraneo: a Fondi un incontro con il card. Montenegro
Papa Francesco: il pensiero e la preghiera per i bambini e i rifugiati ucraini
Villa Literno: oggi la memoria di Jerry Masslo e di tutte le vittime dell’intolleranza e del razzismo
Roma - Oggi, a 33 anni dalla sua morte, la Comunità di Sant’Egidio invita tutti a ricordare Jerry Essan Masslo, il profugo sudafricano, amico e ospite della Comunità alla fine degli anni Ottanta, che fu ucciso per rapina nella povera baracca dove viveva insieme ai suoi compagni per la raccolta dei pomodori. Il suo omicidio commosse l’Italia provocando la prima grande manifestazione antirazzista dell’ottobre 1989 e suggerendo i primi provvedimenti legislativi nei confronti degli immigrati.
In un tempo difficile, che ha visto registrare nuovi atti di razzismo e il gravissimo omicidio di Alika, nigeriano, a Civitanova Marche - dice oggi una nota di Sant'Egidio - "non vogliamo dimenticare il dramma dei braccianti stranieri sfruttati nelle campagne e costretti a vivere in alloggi più che precari. Di fronte a sentimenti di intolleranza e alla predicazione dell’odio, che corre troppo spesso sui social, occorre invece costruire, per tutti, un futuro di pace, di giustizia e di integrazione". L'appuntamento è per oggi alle 17.30 al cimitero di Villa Literno, per la memoria di Jerry Essan Masslo e dei tanti migranti morti, in diverse circostanze, mentre erano in Italia al lavoro nei campi.
Unesco: ad Angela Merkel il Félix Houphouët-Boigny Peace Prize 2022 per il suo impegno nell’accoglienza dei rifugiati
Ordine di Malta: aiuti umanitari in 65 località ucraine
Migrantes Taranto: domani incontro di preghiera per la pace in Ucraina
Cei: online la Sintesi nazionale della fase diocesana del Sinodo
.) Papa Francesco: presentato il logo della visita in Kazakhstan
Sbarchi, la rotta turca è la più battuta
Roma - Gran lavoro, lo scorso fine settimana, per i trafficanti di uomini sulla rotta turca. Centinaia di arrivi sulle coste joniche calabresi, sia a Crotone sia a Roccella Jonica. Ma anche due approdi sulle coste pugliesi del Salento. Viaggi non facili, tutt’altro che 'rotta di lusso', come a volte si legge. Lo dimostravano i volti stanchi e la forte disidratazione delle 59 persone sbarcate domenica nel porto di Santa Maria di Leuca, la zona più a sud del 'tacco dello stivale'. Erano su un catamarano a vela intercettato al largo dalle motovedette della Guardia di finanza.
Sei palestinesi, 7 siriani, 26 iraniani, 18 iracheni, due dell’Azerbaijan, probabilmente gli scafisti. Tra loro 13 donne e 7 bambini. L’accoglienza è stata curata dalla Croce rossa e dalla Caritas diocesana di Ugento-Santa Maria di Leuca. «Siamo una comunità che non vuole restare indifferente agli sbarchi», ci spiega il direttore, don Lucio Ciardo. 24 ore prima, 70 immigranti erano sbarcati sulla costa a sud di Lecce, a Gagliano del Capo. Erano a bordo di un gommone avvistato al largo dagli uomini del Roan della Guardia di finanza di Bari. Gli immigrati sono di nazionalità benga-lese, afghana, iraniana, siriana, kuwaitiana, irachena e pachistana. Tra loro 14 minori e 8 donne. L’utilizzo di un gommone fa pensare alla presenza di una 'nave madre', già accaduto più volte proprio per gli sbarchi pugliesi, o alla partenza da porti più vicini, come quelli albanesi e montenegrini. È, infatti, quasi impossibile fare un viaggio di vari giorni su barche così piccole e poco sicure. Per questo la rotta turca si caratterizza per l’utilizzo di barche a vela. Come per gli ultimi sbarchi calabresi. Tre nel porto di Roccella Jonica. Venerdì una barca con 28 persone del Bangladesh, tutti uomini, tranne una donna. Sabato la Guardia costiera ha soccorso un’imbarcazione con 100 persone. Del gruppo facevano parte una mezza dozzina di donne e diversi minori, alcuni dei quali non accompagnati. Una volta raggiunta la barca, la Guardia costiera ha trasbordato i migranti sulla motovedetta. Domenica terzo sbarco di 50 profughi di varie nazionalità. Tra loro diverse donne e numerosi bambini e minori non accompagnati. Si trovavano a bordo di una barca a vela alla
deriva partita sei giorni prima dalla Turchia. Era a 107 miglia dalla costa calabrese e aveva lanciato alcune richieste di soccorso. Una volta raggiunta l’imbarcazione, la Guardia costiera, viste le brutte condizioni del mare, ha trasbordato i migranti. Martedì scorso, sempre a Roccella, erano sbarcate 244 persone, in questo caso provenienti dalla Cirenaica a bordo di un barcone, mentre una barca a vela con 71 persone (61 uomini, 10 donne delle quali 5 mino-ri), afghani, iracheni e iraniani, si era arenata sulla spiaggia di Brancaleone. Con questi arrivi è salito a 42 il numero degli sbarchi nella Locride nel 2022. Di questi, 35 a Roccella.
Non si ferma neanche l’esodo verso il Crotonese dove negli ultimi sette giorni sono arrivate più di 1.200 persone. Dopo le 430 di mercoledì scorso, tra venerdì e sabato sono arrivati 123 migranti soccorsi da Capitaneria di Porto e Finanza. Inoltre un centinaio di persone, sempre sabato, è stato trasbordato sulla motovedetta Cp 321 della Capitaneria di porto di Crotone da un veliero salpato dalla Turchia cinque giorni prima. Le operazioni di soccorso, avvenute a 10 miglia da Capocolonna, sono state coadiuvate da una petroliera maltese che ha protetto la barca a vela dal moto ondoso durante il trasbordo. (Antonio Maria Mira)
Consiglio d’Europa: Comitato anti-tortura annuncia visite in otto Paesi
Firmato il decreto per l’esonero dedicato alle cooperative sociali che assumono rifugiati
Le suore di Casablanca
Card. Zuppi: “Perdonanza occasione straordinaria per combattere le pandemie che segnano l’umanità”
Foto RomenaNei campi con contratti e orari regolari: tra imprese e diocesi scommessa vinta
Roma - Abdullah, David, Emmanuel, Happiness detto 'Felice', Joy, Raji detto Andò, compaiono e scompaiono tra le piante del grande frutteto. Raccolgono pesche. Rapidamente riempiono i cestelli e poi li caricano sul rimorchio di un piccolo trattore. Si muovono con facilità malgrado il terreno sconnesso. Hanno tutti le scarpe regolari da lavoro. Perché sono braccianti regolari, con contratto e orari regolari e presidi di sicurezza.
Siamo a Riesi (Caltanissetta), nei frutteti della Ecofarm OP, che produce pesche, albicocche e uva da tavola. Il 50% del fatturato dall’export. 10 dipendenti fissi e 300 stagionali, tra di loro 20 immigrati, di Somalia, Nigeria, Marocco e Pakistan, grazie alla collaborazione con la Caritas diocesana nell’ambito del Progetto Presidio e con l’Ufficio Migrantes. A disposizione anche un pullmino per trasportare i braccianti, guidato da uno di loro, togliendo uno degli 'affari' dei caporali. Non l’unica azienda coinvolta. Sono 80 gli immigrati inseriti nei percorsi lavorativi e 6 le aziende che li hanno assunti, più altre per i tirocini. A Delia, Riesi, San Cataldo e Santa Barbara. Non solo aziende agricole, c’è perfino una tipografia. E questo in appena un anno. Con gran soddisfazione dei lavoratori, italiani e immigrati, e delle aziende, come ci spiega Giuseppe Patrì, direttore di Ecofarm. «Li chiamano 'i ragazzi della diocesi', arrivano un’ora prima e partono un’ora dopo, hanno una volontà di ferro. Tra gli operai italiani c’era all’inizio scetticismo, ma poi i ragazzi africani hanno dimostrato di essere i più bravi». Ce lo dicono proprio quelli che incontriamo nel pescheto. «Joy è la più brava di tutti», indicando la giovane nigeriana che ci saluta mentre raccoglie le pesche. «Anche gli altri imprenditori non ci credevano ma ora mi chiamano e dicono 'non è che ci sono anche per noi?'». Anche perché, aggiunge, «i lavoratori diminuiscono, gli italiani non hanno voglia, ma non a causa del reddito di cittadinanza». Certo lo sfruttamento non è finito. «Chi li sfrutta fa concorrenza sleale. Io gli dico che stanno perdendo tempo perché poi gli operai se ne andranno. Invece qui da noi lavorano da anni, ormai sono riesini». Perché qui c’è rispetto per i lavoratori, per tutti.
Diversamente dalla Puglia, la Regione Sicilia non ha fatto un’ordinanza sugli orari da rispettare nei lavori in campagna, per evitare le ore più calde, «ma noi lo abbiamo fatto autonomamente – spiega l’imprenditore – e si lavora dalle 6 alle 13. Anche noi siamo nei campi con loro e sappiamo cosa vuole dire lavorare col caldo». Una scelta di giustizia convinta che viene da lontano. Rocco Patrì, il padre di Giuseppe, è stato fondatore ed è ancora presidente dell’associazione atiracket 'Noi e la Sicilia'. «Qui sanno che se arrivano a proporci cose illegali neanche li accogliamo». Non solo criminalità. Giuseppe denuncia l’esistenza di «un mare di agenzie interinali, anche del Nord, che con false cooperative propongono manodopera a non finire. Ma noi abbiamo sempre detto di no». Anche per questo sono diventati una garanzia per la grande distribuzione. La loro frutta finisce a Esselunga, Coop, Conad, Lidl che controllano la 'filiera etica'. Lo dimostra, mentre parliamo, l’arrivo di un’ispettrice della Lidl, incaricata di controllare il rispetto dei contratti e delle norme sulla sicurezza. Dentro i grandi capannoni decine di operai lavorano la frutta, con grandi mezzi e poi a mano per sistemarla negli imballaggi. Tutte donne, alcune straniere, tutte con i regolamentari abiti da lavoro. Ambienti ampi, puliti e arieggiati. È un bel segnale.
Ma non tutto è così nel Nisseno, raccontano Giulio Scarantino, responsabile del Progetto Presidio della Caritas e Donatella D’Anna, direttrice dell’Ufficio Migrantes. Ai due sportelli di ascolto si presentano ogni giorno 4-5 persone. «Quando si apre la stagione dei lavori in campagna, c’è la fila». Si distribuisco alimenti e prodotti di prima necessità. Ma si promuovono anche iniziative occupazionali come una sartoria e un laboratorio di sapone artigianale. «La migliore risposta allo sfruttamento è trovare opportunità di lavoro», sottolineano. Per questo è nata la collaborazione con le aziende agricole. Ma al di fuori lo scenario non cambia. «I braccianti sono pagati in nero 40 euro al giorno ma devono poi pagare il caporale per l’intermediazione e per il trasporto. E alla fine restano meno di 30 euro». Vivono nel centro storico di Caltanissetta, in vere e proprie topaie, in affitto o occupate. E anche qui c’è il 'mercato' delle false residenze: 250 euro l’una.
Contro tutto questo combatteva Adnan Siddique, il giovane pakistano ucciso a coltellate dai caporali nel 2020 per aver difeso i diritti dei braccianti. «Per noi è stato uno stimolo a fare di più, ma non è facile. La prima lotta è con gli sfruttati perché non riescono a capire. Vogliono i soldi subito anche se in nero, non sanno di essere sfruttati, non conoscono contributi né ferie. Per questo facciamo un corso sui diritti del lavoro». Le violenze non sono finite. «Un ragazzo è stato minacciato perché era venuto a lavorare con noi», rivelano gli operatori. Ma la preziosa collaborazione tra diocesi e imprese cresce. (A.M. Mira - Avvenire)