Primo Piano
Altri naufragi nel Mediterraneo: tra le vittime anche due bebè
La pace si costruisce “in ginocchio”: Così la preghiera ha unito l’Europa
Milano - Un continente in ginocchio, ma questa volta la crisi non c’entra. Conta l’umiltà e la saggezza di riconoscersi bisognosi di aiuto e di sostegno per vincere una forza grande e terribile come l’odio che arma la guerra in Ucraina. Ieri l’Europa si è raccolta in preghiera per chiedere il dono della pace. E come forma ha scelto quella dell’adorazione eucaristica. In ginocchio dunque davanti al Santissimo Sacramento per invocare il Signore facendo proprio l’appello di papa Francesco che chiede «a ciascuno di essere costruttore di pace e di pregare perché nel mondo si diffondano pensieri e progetti di concordia e di riconciliazione ». L’iniziativa, promossa dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa) ha trovato pieno sostegno dalla Cei. Dal Nord al Sud del nostro Paese i vescovi hanno sollecitato le comunità, da quelle piccolissime alle più grandi, a raccogliersi davanti a Gesù Eucaristia magari rinnovando le catene, i turni che in tante realtà, soprattutto durante la Settimana Santa, riempiono le chiese anche di notte. Ad accompagnare l’animazione di questi momenti, un apposito sussidio preparato dall’Ufficio liturgico nazionale. «In questo giorno in cui la liturgia della Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Santa Croce – si legge nel testo –, ci uniamo con tutte le Chiese d’Europa per implorare da Dio il dono di una pace duratura nel nostro continente. In modo particolare, vogliamo pregare per il popolo ucraino perché sia liberato dal flagello della guerra e dell’odio». Un richiamo che risuona nella preghiera del Papa (la pubblichiamo integralmente qui a fianco) al centro della liturgia: Signore, «tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione, perché vinca finalmente la pace». Anche la scelta della data non è casuale. Il 14 settembre infatti si celebra l’Esaltazione della Santa Croce cui la Conferenza episcopale dell’Ucraina ha intitolato il 2022, anno pastorale conclusosi proprio ieri con una liturgia e una Via Crucis nel Santuario della Passione del Signore a Sharhorod. Il richiamo all’attualità è evidente. «In questo momento – scrivono i vescovi – sentiamo più forte che mai cosa sia la violenza contro gli innocenti e la loro crocifissione. Ora più che mai comprendiamo Gesù Cristo nella sua Via Crucis, comprendiamo la sua sofferenza e morte come Agnello innocente crocifisso da persone che si sono messe al servizio del male». Si tratta allora di invertire la rotta, di dare cuore alla speranza e aria nuova alle forze del bene. Ci si inginocchia davanti al Santissimo Sacramento come singoli e come popoli, proprio per questo. Per imparare a ragionare e a comportarsi secondo la logica di Dio. (Riccardo Maccioni)
Papa Francesco: oggi il suo ultimo giorno in Kazakistan
Acli: fermiamo la guerra silenziosa contro i migranti che si combatte nel Mediterraneo
Papa Francesco: ogni essere umano è sacro, riscoprire arte dell’accoglienza
Tv2000: stasera il rosario per la pace in Ucraina dalla cattedrale di Gaeta con l’arcivescovo Vari
Immigrazione e intercultura: diocesi di Bergamo in campo
Bergamo - Il nome è evocativo, scava nell’etimologia greca e porta in sé l’essenza del progetto: Fileo. E cioè amore dell’amicizia e della fraternità, la passione per una missione strettamente cucita con le sfide del presente. Fileo, il centro di studi e formazione sull’intercultura promosso da diocesi di Bergamo, Ufficio per la Pastorale dei migranti (Migrantes,ndr), Caritas Bergamasca, Centro missionario diocesano e Fondazione Adriano Bernareggi, spalanca ulteriormente le porte ai cittadini con un fine settimana di incontri all’Abbazia di San Paolo d’Argon – la sua sede, un incantevole complesso edificato a partire dal 1079 – e con l’inaugurazione della «Biblioteca dell’intercultura». Venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 settembre le proposte di «InAbbazia» offriranno un importante ventaglio di iniziative dedicate alla formazione, alla creatività e alla socialità. Appuntamento centrale, sabato alle 10, l’inaugurazione di una biblioteca – intitolata a Fulvio Manara, pedagogista dell’Università di Bergamo scomparso nel 2016 – con oltre seimila volumi sui temi delle migrazioni, e la presentazione del progetto Fileo con il vescovo di Bergamo Francesco Beschi: un’importante occasione per condividere una riflessione sul tema del rapporto tra la Chiesa di Bergamo, le migrazioni e la mobilità umana.
Ieri la conferenza di presentazione del progetto e delle iniziative. «La Chiesa di Bergamo – ha sottolineato in apertura monsignor Giulio Dellavite, segretario generale della Curia diocesana – ha scelto di essere protagonista all’interno di questo movimento sociale ed ecclesiale». Fileo diventa così un luogo di formazione e di azione, di edificazione di competenze e di incontro tra realtà per la costruzione di progetti concreti attorno ai temi della mobilità umana e dell’integrazione interculturale, in raccordo tra enti pubblici e privati, associazioni e cittadini. «Bergamo è un territorio ricco di competenze, qui è possibile dar vita a ponti e connessioni – riflette don Sergio Gamberoni, direttore dell’Ufficio per la Pastorale dei migranti –. Dobbiamo cogliere le sfide e le opportunità di un mondo che cambia. Questo è un luogo in cui si offre formazione e si creano competenze per operare, in un contesto plurale. Ma non è solo teoria: Fileo è anche un luogo in cui vogliamo dare concretezza con incontri, laboratori, momenti di condivisione. Vorremmo che le comunità straniere si sentano a casa».
Per don Roberto Trussardi, direttore della Caritas Bergamasca, «qui la Chiesa di Bergamo ha fatto un investimento importante pensando al tema dell’intercultura e delle migrazioni. Vogliamo mettere a disposizione un ambiente così straordinario, con potenzialità altissime, per un tema bellissimo e delicato». «La nostra missione è fuori dai nostri confini, e per questo abbiamo a cuore il tema della cooperazione – ricorda don Massimo Rizzi, direttore del Centro missionario diocesano –. E proprio per questo vogliamo stare dentro anche a questo progetto, perché c’è un filo comune».
Alle spalle c’è un lavoro lungo e solido. Le proposte di questo fine settimana, spiega Francesco Bezzi, coordinatore della struttura, sono «un momento in cui raccontare Fileo e l’Abbazia, uno scrigno da scoprire passo dopo passo. Al centro c’è la riflessione del vescovo, sabato mattina, e l’inaugurazione della biblioteca, e nei tre giorni proponiamo molte attività, dai laboratori per bambini alle riflessioni su pedagogia e insegnamento, dalle visite guidate a momenti dedicati a musica e teatro». Il programma completo di «InAbbazia» è disponibile su www.abbaziasanpaolodargon. org. Altre settimane tematiche sono in programma già sino all’estate 2023: l’Abbazia benedettina, con i suoi meravigliosi chiostri e le sale affrescate, diventerà un luogo d’incontro per confrontarsi su inclusione e politiche d’integrazione, religione al servizio della fraternità, pregiudizi e discriminazione, i viaggi come via all’interculturalità, e ospiterà anche attività legate ai centri ricreativi estivi e agli oratori. (Luca Bonzanni)
I talenti che l’Italia ancora non vuole
Milano - Nella piazza di Chiari, intitolata a Giuseppe Zanardelli, la diciassettenne Great Nnachi si è inerpicata con l’asta fino a quota 4.25, eguagliando il suo primato. Con questa misura sarebbe arrivata quarta al recente Mondiale Juniores di Cali, ma la saltatrice in Colombia non è andata, nonostante fosse campionessa tricolore Under 20. Great è nata a Torino il 15 settembre 2004, ha vinto titoli nazionali da cadetta, allieva e Junior, ma ancora non può vestire la maglia azzurra perché non ha la cittadinanza, in quanto figlia di nigeriani. Suo papà, ex dipendente della Fiat, è mancato quando aveva cinque anni, suo fratello minore gioca nelle giovanili della Juventus e lei è stata nominata Alfiere della Repubblica dal Presidente Mattarella «per le qualità di atleta, affinate pur tra difficoltà, e per la disponibilità che mostra nell’aiutare i compagni e nel collaborare alla formazione e all’allenamento dei più piccoli».
La storia di Great è la più emblematica, ma non è l’unica. Si contano almeno una dozzina di atleti, tra i 16 e i 22 anni, che non possono essere convocati in Nazionale perché privi della cittadinanza italiana. Partecipano, e magari vincono anche, ai campionati tricolori, fanno gli stage e i raduni con i colleghi azzurri, ma sul più bello vedono sfumare il proprio sogno. Colpa dell’attuale sistema normativo che si ritorce contro chi è nato in Italia da genitori stranieri, oppure è arrivato da piccolo nel nostro Paese. Una situazione complessa che impedisce di fatto a talenti della nostra atletica di poter disputare le competizioni internazionali. «Chi nasce in Italia da stranieri può chiedere la cittadinanza dopo il compimento della maggiore età. La procedura si può velocizzare solo se i genitori fanno richiesta e ottengono la cittadinanza, che in questo caso si trasmette anche al minore. Chi invece arriva in Italia da bambino deve avere almeno 10 anni consecutivi di residenza con regolare permesso di soggiorno, prima di poter fare la domanda», racconta Antonio Andreozzi, vicedirettore tecnico della Fidal e responsabile delle Nazionali giovanili. Great Nnachi diventerà quindi italiana domani, al compimento della maggiore età. Le basterà giurare davanti al suo Sindaco, per poter poi finalmente rappresentare l’Italia anche all’estero. Tra gli altri atleti che hanno vinto un titolo nazionale, pur non potendo rivestirsi d’azzurro, i casi più eclatanti sono tre. La triplista pordenonese Baofa Mifri Veso ha conquistato il tricolore Under 18, ma non è potuta andare agli Europei Allievi di Gerusalemmme, dove avrebbe ambito al podio. Ha sempre vissuto da noi, ma avendo genitori congolesi dovrà aspettare di compiere i 18 anni a dicembre dell’anno prossimo. La marciatrice veronese Alexandrina Mihai, classe 2003, è nata in Moldavia, ma è giunta in Italia quando aveva cinque anni. È la migliore interprete italiana del tacco e punta a livello giovanile, ma siccome i genitori quando era minorenne non hanno ottenuto la cittadinanza, ha dovuto aspettare l’anno scorso per fare la domanda. Sono passati dieci mesi dalla richiesta, ma ad oggi, oltre alla conferma della ricezione, non ha avuto ancora risposta. Il toscano Abderrazzak Gasmi, campione italiano Under 23 delle siepi, di anni ne ha 21, ma siccome i genitori non erano in regola, ha dovuto aspettare la maggiore età per chiedere il permesso di soggiorno: dovrà attendere altri sette anni per indossare la casacca azzurra.
Senza cittadinanza questi atleti non possono entrare nei gruppi militari, pertanto un plauso va alle società civili che li sostengono: «I club sono la colonna portante del nostro sistema, senza di loro questi ragazzi avrebbero smesso». A differenza di altri sport, l’atletica è più propensa ad accogliere i nuovi italiani: «Il nostro è uno sport universale, quindi non di nicchia, e allo stesso tempo non costoso, perciò alla portata di tutti. In più molti ragazzi di origini straniere hanno caratteristiche e qualità che si addicono con le specialità della corsa, dei salti o dei lanci». Ragazzi e ragazze che vincono lungo lo Stivale, ma non possono esprimersi oltreconfine: «L’auspicio è che diventi legge lo Ius Scholae, che riconoscerebbe la cittadinanza a chi è nato in Italia, o è arrivato prima dei 12 anni, e ha frequentato regolarmente almeno 5 anni di studio. Solo così potremmo metterci al passo con gli altri Paesi ». Già, perché allargando lo sguardo, chi nasce in Germania ha subito la cittadinanza tedesca e a 18 anni può scegliere se mantenerla o meno, così come anche in Francia si può avere la doppia cittadinanza e poi decidere da maggiorenni. «Rispetto ad altre nazioni siamo penalizzati, non potendo schierare dei talenti che si sentono italiani a tutti gli effetti e che avrebbero potuto conquistare anche medaglie a Mondiali o Europei di categoria», conclude Andreozzi. Per Great Nnachi il conto alla rovescia è agli sgoccioli, per altri la burocrazia è ancora lunga, in un Paese che fatica a decidere su un tema finito pure nel tritacarne della campagna elettorale. (Mario Nicoliello - Avvenire)
Europa in preghiera per la pace
Roma - «Voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne». Queste parole che san Paolo scrisse poco meno di duemila anni fa all’amatissima comunità cristiana di Efeso, grande città ionica oggi un sito archeologico in territorio turco, risuoneranno anche stasera in numerosissime chiese italiane, alla presenza di Gesù eucaristia. Il passo paolino sarà letto, per chi seguirà la traccia suggerita dalla Cei, durante l’adorazione eucaristica per la pace in Ucraina che la Conferenza episcopale italiana ha promosso aderendo all’iniziativa lanciata dal Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). «In questo giorno in cui la liturgia della Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della santa Croce, ci uniamo con tutte le Chiese d’Europa per implorare da Dio il dono di una pace duratura nel nostro continente – recita la preghiera contenuta nel sussidio preparato dall’Ufficio Liturgico Nazionale – in modo particolare, vogliamo pregare per il popolo ucraino perché sia liberato dal flagello della guerra e dell’odio». I vescovi europei in questi mesi hanno più volte unito la loro voce a quella del Papa perché tacciano le armi e si ponga fine alla guerra in Ucraina. Anche l’iniziativa quaresimale denominata “catena eucaristica”, pensata come segno della vicinanza della Chiesa alle vittime del Covid e alle loro famiglie, quest’anno è diventata l’occasione per pregare per le vittime della guerra e invocare la pace. La Conferenza episcopale romano-cattolica dell’Ucraina ha dichiarato il 2022 Anno della Santa Croce. «Ora più che mai comprendiamo Gesù Cristo nella sua Via Crucis – hanno scritto i presuli del Paese in una lettera pubblica – comprendiamo la sua sofferenza e morte come agnello innocente che è stato crocifisso da persone che si sono messe al servizio del male». Anno della Santa Croce che si concluderà oggi con una solenne liturgia e la Via Crucis nel Santuario della Passione del Signore a Sharhorod, paese di settemila anime nell’oblast Vinnycja, al centro dell’Ucraina.È certamente suggestivo il fatto che nel giorno in cui il mondo cattolico europeo si raccoglie in preghiera, in ginocchio, per chiedere il dono della pace, il Pontefice si trovi al “Congresso dei leader delle religioni mondiali e tradizionali”, un’iniziativa di dialogo che ha al centro il tema della concordia fra i popoli. E doppiamente suggestivo è il fatto che tutto si svolga in Kazakistan, Paese nel cuore del continente che segnerà il XXI secolo, l’Asia, all’incrocio tra grandi civiltà, russa, cinese, turca. E soprattutto Paese che è stato parte dell’Unione Sovietica, nato dalla sua disintegrazione, con tutte le problematiche che questo ha comportato, e con ancora all’interno una forte minoranza russa.Il sussidio di preghiera della Cei si apre con due immagini tratte dai Lezionari in vigore nella Chiesa italiana e che da sole invitano a meditare su ciò che sta accadendo a solo poche ore di aereo da qui: una composizione di Mimmo Paladino, Gesù muore in croce, una foglia d’oro a forma di croce che ricorda l’oro delle croci e dei campanili ortodossi e greco-cattolici; e un’altra di Filippo Rossi, Verbum Panis, dove un crocifisso stilizzato si trova tra macchie di colore che ricordano sia la terra e il vino, come suo frutto, che la terra irrorata dal sangue. (Andrea Galli - Avvenire)
Papa Francesco: la seconda giornata in Kazakistan
Roma - Sono tre gli appuntamenti che caratterizzano la seconda giornata del viaggio apostolico di papa Francesco in Kazakistan. Alle 10 locali (le nostre 6), il Papa partecipa alla preghiera silenziosa dei leader religiosi che sono presenti al VII Congresso dei vertici delle religioni mondiali e tradizionali. L’apertura e la sessione plenaria si svolgerà proprio a partire dalle 10 nel Palazzo dell’Indipendenza. Alle 12 locali (le 8 italiane) il Pontefice avrà incontri privati con alcuni dei leader religiosi presenti, sempre nello stesso palazzo. Ultimo appuntamento della seconda giornata del viaggio in Kazakistan è la celebrazione della Messa nel piazzale dell’Expo alle 16.45 (le 12.45 di Roma). Sarà l’incontro con la comunità cattolica che nel Paese è una piccolissima minoranza della popolazione, all’80% musulmana.
Sant’Egidio: “l’Europa non può voltare le spalle a chi muore di fame e di sete”
Viminali: da inizio anno sbarcate 64.939 persone migranti sulle nostre coste
Centro Astalli: “dolore per i sei siriani morti in mare
Migrantes: il Mediterraneo torna ad essere una tomba
Papa Francesco in viaggio per il Kazakhstan
Ecco il mondo degli schiavi moderni
Roma - Crescono gli schiavi moderni. Un nuovo rapporto dovuto alla collaborazione tra l’Organizzazione internazionale del Lavoro (Oil), quella per le Migrazioni (Oim) e Walk Free, organizzazione australiana impegnata nel contrasto all’asservimento di esseri umani, traccia in modo aggiornato le coordinate della serie di fenomeni di abuso e sfruttamento che definiscono il fenomeno. Il contenuto del Global estimates of modern slavery report, presentato ieri a Ginevra, è allarmante: dal 2016, ci sono dieci milioni di “nuovi schiavi” in più, per un totale di 49,6 milioni di «nuovi schiavi», il 54 per cento sono donne. Una umanità disperata che si suddivide in due grandi gruppi: quello costretto ai lavori forzati in un gran numero di attività disagiate, pericolose, degradanti, inclusa la prostituzione – 27,6 milioni –; e quello dei 22 milioni di donne costrette a matrimoni forzati.
Una moltitudine che non ha un orizzonte sicuro a cui guardare, perché la nuova schiavitù è diffusa in quasi ogni Paese e colpisce e assoggetta soprattutto i soggetti più deboli e indifesi: gruppi minoritari o emarginati, donne, bambini. I minori sono almeno il 3,3 per cento dei lavoratori forzati, costretti per oltre la metà a sottostare allo sfruttamento sessuale. In un mondo in cui le diseguaglianze si acuiscono, a farne le spese sono spesso ancora oggi gli “ultimi” di ogni realtà. Il paradigma, però, va cambiando. Il rapporto evidenzia come il 52 per cento del lavoro forzato e un quarto di tutti i matrimoni forzati si ritrovino oggi in Paesi a reddito - medio alto e non a caso – precisa il documento –, i lavoratori migranti hanno una probabilità più che tripla di essere schiavizzati rispetto ai colleghi di cittadinanza locale. La ragione è evidente: privi di documenti, sono facilmente ricattabili, data la condizione di estrema necessità. Gli “schiavi moderni” sono, dunque, invisibili. E il fenomeno si fa sempre più trasnazionale. Anche per questo il direttore generale dell’Ilo, Guy Ryder, nel presentare il rapporto ha parlato della schiavitù moderna come di «una realtà sconvolgente» la cui persistenza non si può giustificare. Il suo omologo dell’Iom, António Vitorino ha confermato che «sappiamo cosa bisogna fare e sappiamo che si può fare. Politiche e normative nazionali efficaci sono fondamentali, ma i governi non possono farlo da soli. Le norme internazionali forniscono una base solida ed è necessario un approccio che coinvolga tutti». Una realtà globale va affrontata con strumenti globali e senza indugio perché «l’urgenza è di garantire che tutte le migrazioni siano sicure, ordinate e regolari». Per Grace Forrest, fondatrice e direttrice di Walk Free, occorre che i governi si impegnino però maggiormente e in modo coerente perché «in un periodo di crisi interconnesse, una vera volontà politica è la chiave per porre fine a queste violazioni dei diritti umani». Nelle raccomandazioni finali il rapporto insiste sull’applicazione delle norme per la sicurezza e la garanzia del lavoro e sull’impegno a mettere fine al lavoro forzato promosso dallo Stato dove questo persiste. Il documento, infine, chiede di estendere la protezione sociale e rafforzare le tutele legali, in particolare delle donne, per cui è labile il confine tra lavoro forzato e matrimonio forzato. In questo senso, l’innalzamento universale dell’età legale per il matrimonio a 18 anni resta un impegno da perseguire con ferma determinazione. (Stefano Vecchia - Avvenire)