Primo Piano

Papa Francesco perché si trovino soluzioni a favore dei popoli, non del denaro

13 Aprile 2020 - Città del Vaticano - Politici e scienziati trovino soluzioni a favore dei popoli, non del denaro. E’ stata questa la preghiera di papa Francesco questa mattina. “Preghiamo oggi per i governanti, gli scienziati, i politici, che hanno incominciato a studiare la via d’uscita, il dopo-pandemia, questo ‘dopo’ che è già incominciato: perché trovino la strada giusta, sempre in favore della gente, sempre in favore dei popoli”, ha detto il pontefice introducendo la liturgia eucaristica celebrata da Casa Santa Marta. Commentando il vangelo il Papa ha spiegato che c’è sempre un’opzione tra la gioia della resurrezione e la nostalgia del sepolcro. E parla del coraggio delle donne che hanno visto il sepolcro vuoto mentre i discepoli avevano dei dubbi e poi i sacerdoti che scelgono di rinnegare tutto nascondendo la realtà pagando i soldati: “hanno pagato il silenzio. Il silenzio dei testimoni. Una delle guardie aveva confessato, appena morto Gesù: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’. Questi poveretti non capiscono, hanno paura perché ne va della vita … e sono andati dai sacerdoti, dai dottori della Legge. E loro hanno pagato: hanno pagato il silenzio, e questo, cari fratelli e sorelle – ha setto il Papa - non è una tangente: questa è corruzione pura, corruzione allo stato puro. Se tu non confessi Gesù Cristo il Signore, pensa perché dove c’è il sigillo del tuo sepolcro, dove c’è la corruzione. È vero che tanta gente non confessa Gesù perché non lo conosce, perché noi non lo abbiamo annunciato con coerenza, e questo è colpa nostra. Ma quando davanti alle evidenze si prende questa strada, è la strada del diavolo, è la strada della corruzione”. E oggi davanti alla prossima, “speriamo che sia presto”, fine di questa pandemia, “c’è la stessa opzione: o la nostra scommessa sarà per la vita, per la resurrezione dei popoli o sarà per il dio denaro: tornare al sepolcro della fame, della schiavitù, delle guerre, delle fabbriche delle armi, dei bambini senza educazione … lì c’è il sepolcro”. Da qui la preghiera affinchè il Signore “ci aiuti a scegliere l’annuncio: l’annuncio che è orizzonte, è aperto, sempre; ci porti a scegliere il bene della gente. E mai cadere nel sepolcro del dio denaro”.

R.Iaria

 

Pozzallo: ultimato sbarco di 101 migranti 

12 Aprile 2020 - Pozzallo - E’ terminato nel porto di Pozzallo lo sbarco dei migranti arrivati a bordo di un gommone; sono 101, tutti maschi, tra i quali molti minori. I migranti – riferisce l’Ansa - stanno tutti bene e i controlli effettuati dalle autorità  sanitarie non hanno riscontrato criticità. Si trovano per ora tutti sulla banchina di attesa di individuare una struttura dove trasferirli, considerato che nell’hot spot di Pozzallo non è possibile perché, scrive sempre l’Ansa, vi è un caso positivo di un migrante egiziano 15enne che si trova in isolamento.

Papa Francesco: uno sguardo a profughi e migranti

12 Aprile 2020 - Città del Vaticano - Non lasciare soli poveri, profughi e senza tetto. E’ uno degli appelli rivolti da Papa Francesco questa mattina nel messaggio “Urbi et Orbi” recitato per la prima volta dalla Basilica di San Pietro e non dalla Loggia. Il papa ha evidenziato che in queste settimane, “la vita di milioni di persone è cambiata all’improvviso”: “per molti, rimanere a casa è stata un’occasione per riflettere, per fermare i frenetici ritmi della vita, per stare con i propri cari e godere della loro compagnia”. In papa ha incoraggiato quanti hanno responsabilità politiche affinché si adoperano “attivamente in favore del bene comune dei cittadini, fornendo i mezzi e gli strumenti necessari per consentire a tutti di condurre una vita dignitosa e favorire, quando le circostanze lo permetteranno, la ripresa delle consuete attività quotidiane”. “Non è questo – ha spiegato - il tempo dell’indifferenza, perché tutto il mondo sta soffrendo e deve ritrovarsi unito nell’affrontare la pandemia”. “Gesù risorto doni speranza a tutti i poveri, a quanti vivono nelle periferie, ai profughi e ai senza tetto”. “Non siano lasciati soli questi fratelli e sorelle più deboli, che popolano le città e le periferie di ogni parte del mondo. Non facciamo loro mancare i beni di prima necessità, più difficili da reperire ora che molte attività sono chiuse, come pure le medicine e, soprattutto, la possibilità di adeguata assistenza sanitaria”, è stato l’appello del pontefice che ha anche chiesto che “si allentino le sanzioni internazionali che inibiscono la possibilità dei Paesi che ne sono destinatari di fornire adeguato sostegno ai propri cittadini e si mettano in condizione tutti gli Stati, specialmente quelli più poveri, di fare fronte alle maggiori necessità del momento, riducendo, se non addirittura condonando, il debito che grava sui loro bilanci”. Il papa ha pregato anche per chi ha “responsabilità nei conflitti”, perché questi “abbiano il coraggio di aderire al cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo”. E sottolinea che “non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbe essere usati per curare le persone e salvare vite”. Lo sguardo del pontefice, nel suo “viaggio” tra le zone del mondo è andato anche a rifugiati e sfollati per guerre e siccità, e a migranti e rifugiati che vivono in condizioni insopportabili. Il Signore “riscaldi il cuore delle tante persone rifugiate e sfollate, a causa di guerre, siccità e carestia. Doni protezione ai tanti migranti e rifugiati, molti dei quali sono bambini, che vivono in condizioni insopportabili, specialmente in Libia e al confine tra Grecia e Turchia”, ha detto: “non voglio dimenticare l’isola di Lesbo”.

Raffaele Iaria

Don Maffeis: riconoscere i segni del risorto presenti in questo tempo difficile

12 Aprile 2020 - Roma - “La luce e la pace della Pasqua possano raggiungere ogni casa e rianimare la speranza di ciascuno”. ​ “C’è una distanza non da poco tra la gioia dell’Alleluja pasquale e le inquietudini di queste lunghe settimane, segnate da preoccupazioni e ansietà, da paure e tensioni. Quest’anno ci scambiamo auguri difficili, ma che proprio in questo contesto risultano ancora più preziosi”. Lo evidenzia, in un video pubblicato sui media della Cei, don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, per il quale abbiamo tanto bisogno “di Pasqua, di sentire l’annuncio che il Signore è vivo e presente e non ci abbandona mai, che tiene le sorti del mondo e di ciascuno”. “Il crocifisso è risorto: la Chiesa vive per esserne messaggera e testimone, ricordando a ciascuno che la vita vince la  morte, il perdono disarma rancori e vendette, sulla violenza l’ultima parola appartiene all’amore”, aggiunge don Maffeis sottolineando che “questa fiducia è il nostro bene più grande, è quello che cambia il cuore, il mondo di essere e di stare al mondo, come dicono le vite di tanti santi della porta acanto che vediamo all’opera anche nell’affrontare questa pandemia” L’auspicio è che ognuno possa “riconoscere i segni del risorto presenti in questo tempo difficile e offrire segni di risurrezione facendo nostri le parole, le azioni e gli atteggiamenti del Signore e del suo Vangelo”. “La luce e la pace della Pasqua – è l’augurio del sottosegretario della Cei – possano raggiungere ogni casa e rianimare la speranza di ciascuno”. ​    

Coronavirus in Francia: una testimonianza da Parigi

12 Aprile 2020 - Parigi - Mi chiamo Mario, ho 36 anni, tarantino di origine e parigino di adozione da 9 anni. Ho conosciuto per caso la Missione Cattolica Italiana di Parigi dieci giorni dopo il mio arrivo in Francia ed è stato in quel momento che questa città, inizialmente ostile, ha smesso di farmi paura. Bellissima coincidenza, quel giorno Parigi si era vestita di un bel sole! Da allora partecipo, più o meno assiduamente, alle attività della comunità italiana. Qualcuno ha battezzato la Missione Cattolica Italiana di Parigi “la mia casa lontano da casa” e io non posso che essere d’accordo: le messe domenicali, le attività infrasettimanali, i rapporti umani che mi è stato permesso costruire con le persone che ho conosciuto in Missione rendono più dolce e più sopportabile la distanza dalla mia famiglia rimasta in Italia; tutto questo, beninteso, insieme alla grande fortuna di vivere la mia fede nella mia lingua e con tante persone in una grande comunione di intenti. Questa mia esperienza, pur personale, è condivisa da molti altri parrocchiani, ma personalmente, l’arrivo del Coronavirus l’ho vissuto con qualche timore, riguardo alla continuità delle attività. Le misure previste per arginare i rischi legati al Covid-19 hanno avuto un impatto, seppur soltanto organizzativo e logistico, sulle iniziative promosse dalla MCI: fortunatamente, i padri e gli animatori sono ricorsi alla tecnologia, cosicché ogni domenica mattina e per ben due venerdì abbiamo potuto partecipare alle messe settimanali, a un incontro di preghiera comunitaria e alla Via Crucis, tutti trasmessi in streaming sulla pagina Facebook o sul sito ufficiale della MCI. Quest’ultima ha potuto comunque svolgersi secondo le modalità previste: ognuno di noi ha potuto proporre un pensiero, una preghiera, una riflessione per ciascuna stazione, che sono stati poi letti dai sacerdoti nella loro abitazione, dove si è svolta la funzione. Per ovviare alla staticità forzata, sono stati proiettati dei dipinti ad acquerello, ognuno dei quali ritraeva o evocava una tappa della Via Crucis. Per aiutare la meditazione durante queste celebrazioni, molti fedeli hanno condiviso sussidi e libri di preghiere. Nonostante il carattere insolito di questa nuova organizzazione, il grande vantaggio che presenta risiede nel fatto che ognuno di noi può assistere alle celebrazioni da casa, aggirando le difficoltà di spostamento tipiche di una metropoli. Data l’impossibilità di avere dei rami d’ulivo quest’anno, abbiamo potuto, grazie ad un tutorial, fabbricare dei rami fatti in casa, che sono stati benedetti poi durante la messa delle Palme. Inoltre, da qualche anno, la comunità italiana partecipa all’iniziativa “Hiver Solidaire”, con la quale la parrocchia di Saint Bernard La Chapelle, anch’essa animata dai missionari di San Carlo, offre posti-letto, pasti caldi oltre che una sistemazione duratura, ad un gruppo di 7/8 immigrati ogni anno. Nell’ambito di questa proposta, i volontari preparano ogni sera la cena e trascorrono del tempo con gli ospiti di questo rifugio. A causa della quarantena, tuttavia, non essendo più possibile andare a Saint Bernard, i volontari e chiunque lo desideri, possono dare il loro contributo comprando generi alimentari da consegnare poi agli organizzatori di Hiver Solidaire. Anche i catechisti si sono mobilitati per dare continuità agli incontri, ritrovando via streaming i bambini e i ragazzi una volta alla settimana. Tuttavia, nonostante le difficoltà e la relativa, effimera tristezza che comporta, questa situazione singolare, insieme alle soluzioni trovate con tempestività ed entusiasmo, riassume con grande efficacia un pensiero destinato ai fedeli della parrocchia italiana: “non c’è nessun fedele in chiesa, ma c’è Chiesa in ogni fedele” e “la Chiesa è una madre combattiva e il suo Sposo agisce nei suoi figli dall’interno”.

Mario Stasi

La promessa che rincuora: l’augurio del card. Bassetti

12 Aprile 2020 -

Ci sono alcune immagini di questa Quaresima che abbiamo appena vissuto che difficilmente riusciremo a dimenticare: la lunga fila di camion militari che lasciano Bergamo con il loro carico di morte; l’infermiera dell’ospedale di Cremona che sfinita dalle fatiche del lavoro si addormenta con la mascherina e il camice ancora indosso; e infine i primi timidi sguardi di coloro che sono guariti. Sguardi persi, ancora un po’ spaventati, ma pieni di stupore.

In queste immagini sembra rappresentarsi metaforicamente il mistero vissuto nel triduo pasquale: la morte, il silenzio, la Resurrezione. E ancora: il dolore, la paura, la gioia. C’è tutto questo nella Pasqua: il passaggio dalla morte alla vita. Il passaggio dall’angoscia alla speranza: dallo scandalo della croce alla promessa della vita eterna.

So bene che molti italiani in questi giorni stanno piangendo i propri defunti e sono in trepidazione per amici e parenti ammalati. È un dolore che ci unisce profondamente in una comunione spirituale quotidiana e ininterrotta. Una comunione con il Padre che non può essere interrotta dalle difficoltà della vita presente che colpiscono ognuno di noi. Chi ci separerà dall’amore di Dio? Non certo l’angoscia e la persecuzione. Nella celebrazione pasquale noi siamo 'vincitori' proprio 'grazie a colui che ci ha amati'. Gesù è la porta sempre aperta verso il Cielo. Dobbiamo gridarlo con gioia e senza paura.

Mai come oggi, scriveva molti anni fa don Divo Barsotti, «dobbiamo rendere testimonianza della resurrezione di Cristo» e «l’unica cosa importante è credere ». Mai come in questo momento, quando tutte le sicurezze sociali prodotte da un mondo ricco, individualista e cinico si sono liquefatte come neve al sole, dobbiamo annunciare al mondo intero la bellezza e la potenza della buona novella.

Questo è il «tempo di credere» affermava don Primo Mazzolari in una meditazione svolta nel 1940 sui discepoli di Emmaus. Il parroco di Bozzolo scriveva durante il secondo conflitto mondiale e definì la Chiesa come un «focolare che non conosce assenze» dedicando il libro «alla legione degli smarriti sempre più vicina al mio povero cuore, sempre più cara al cuore di tutti». Quella meditazione fu sequestrata dalle forze dell’ordine, ma si diffuse in forma clandestina e ancora oggi conserva, profeticamente, alcune intuizioni di don Primo.

In questo tempo, infatti, la Chiesa è stata autenticamente un focolare domestico. Moltissime sono le testimonianze di famiglie riunite intorno alla preghiera comunitaria: dalle lodi mattutine ai vespri fino alle celebrazioni della liturgia della parola nel triduo pasquale. Genitori e figli hanno assaporato la precarietà, la gioia e lo stupore della Chiesa domestica. E moltissime sono le testimonianze di quegli «smarriti» di cuore che si erano persi e che hanno invece seguito, in mille modi diversi, dalla televisione ai social, le celebrazioni dei sacerdoti e quelle del Papa. Enorme la commozione nel vedere Francesco camminare da solo in Piazza san Pietro. Solo sotto la croce.

Oggi quella croce è diventata gloriosa. È la gloria della resurrezione così magnificamente rappresentata nell’affresco di Piero della Francesca conservato a Sansepolcro, in quella terra di Arezzo dove per una decina di anni sono stato Vescovo. Un affresco molto caro agli abitanti del 'borgo' perché, probabilmente, la presenza di quest’affresco – considerato da alcuni intellettuali come il dipinto più bello del mondo – risparmiò la cittadina toscana dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. In quell’affresco, è bene sottolinearlo con forza, la sofferenza è passata, Cristo ha sconfitto la morte, la luce ha illuminato le tenebre. Questa è la Pasqua. È la gioia infinita della resurrezione. Il fondamento della nostra fede. Una speranza che non delude mai.

Card. Gualtiero Bassetti

Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e

presidente della Conferenza episcopale italiana

Pasqua: festa della Risurrezione e della nascita di una umanità nuova

12 Aprile 2020 - Poco fa, il pigolio insistente di un fringuello, dietro i vetri della finestra, ha catturato la mia attenzione, e mi ha trattenuto in prossimità del davanzale. Ho aperto la finestra, ho cercato di inseguirlo con lo sguardo per qualche istante, ma poi l’ho perso, è volato via. Un po’ deluso, mi sono affacciato e ho guardato fuori, e, anche se la vista era quella di sempre, mi sono accorto che nel piccolo prato, oltre la strada, c’erano tantissimi fiori di campo che, nei giorni precedenti, non avevo assolutamente notato e che, sicuramente, non potevano essere spuntati, all’improvviso, questa mattina. Allora, mi è piaciuto pensare che il pigolio del fringuello fosse stato una sorta di invito a guardare, fuori, il mondo. Quel mondo che fino a ieri, un po’ tutti avevamo snobbato, e tenuto fuori dai nostri pensieri, impegnati come eravamo a sentircene padroni incontrastati. Credo che la terribile esperienza del coronavirus, non conclusa e ancora in forte agguato, avendoci costretti, per paura del contagio, a trasformare in eremi le nostre case, ci stia spingendo a riflettere e a riconsiderare la nostra vita sotto una luce assai diversa dal passato. Occorre tornare a sentirci persone che cercano altre persone, e non più individui in chiusura totale con gli altri perché concorrenti o, addirittura, nemici. L’uomo, quello umano, quello col cuore di carne, non ragiona così, e noi finora, invece, ci siamo mossi in linea solo con i nostri esclusivi egoismi. Il mondo, la natura costituiscono il creato, e non “cose” da sfruttare a nostro piacimento. L’era della supponenza e dell’arroganza è ormai finita, e tutti abbiamo bisogno degli altri per andare a vanti, e per cambiare, in meglio, questo mondo che ci ha supportati e sopportati già abbastanza. Oggi è Festa, è Pasqua, è il giorno della Risurrezione, un tempo importante per la nostra comunità, perché è il giorno in cui si celebra il trionfo della Vita sulla morte. Un’occasione imperdibile per convertire il nostro cuore e la nostra vita alla speranza, orientandola verso il bene. In tutti questi anni, abbiamo combattuto una guerra vana e disastrosa contro la natura, e l’abbiamo persa. Un numero impressionante di vittime sacrificate sull’altare dell’arroganza e della presunzione. Un prezzo troppo alto pagato con la vita, e non ne è valso assolutamente la pena. Peccato che ce ne siamo accorti con troppo ritardo ma, tuttavia, siamo ancora in tempo per salvare l’uomo e il pianeta! Buona Festa di Risurrezione!

Salvatore Martino

Emergenza circhi nel periodo della pandemia

11 Aprile 2020 - Roma - Da nord a sud dell’Italia grande solidarietà anche per il ‘popolo’ circense e per gli animali dei circhi. Con il look down che l’epidemia ha imposto a tutto il Paese con le norme anticontagio, da seguire scrupolosamente per evitare l’assemblaggio di persone, tanti sono i circhi e i giostrai rimasti bloccati in varie città e località italiane come abbiamo raccontato su www.migrantesonline.it nei giorni scorsi. Ma, come sempre succede nei momenti di emergenza, la generosità umana è grande e si mostra in tutti i suoi aspetti. Qui citiamo alcune di queste iniziative, riportate sulla stmpa locale e rimandiamo al nostro sito per il resto. A Ancona il Circo di Maya Orfei non è stato lasciato solo a provvedere alle necessità quotidiane in aiuto è arrivata la Protezione Civile, i volontari del Corpo Nazionale Guardiafuochi che si occupano della prevenzione degli incendi e diverse associazioni di volontariato. La sera del 4 aprile, grazie al passaparola, gli addetti del circo hanno ricevuto 350 pezzi di pizza sfornati dalla pizzeria “Tofee”, che si trova nei pressi dove il circo si è accampato. Per l’occasione i proprietari non hanno esitato a riaprire appositamente la cucina. Invece alcuni supermercati hanno offerto verdure, frutta e scarti di carne per gli animali, e addirittura qualcuno ha regalato anche del fieno. Anche il Circo di Romina Orfei che staziona da un mese a Sa Nicola La strada, in provincia di Caserta, è aiutato attraverso la Protezione civile da alcune associazioni di volontariato e dagli amanti degli animali. Le collette messe in atto stanno facendo arrivare agli addetti i beni di prima necessità. Di contro il Circo ha voluto ringraziare organizzando uno spettacolo via facebook per il 13 aprile alle ore 17. Giocolieri, domatori, clown, trapezisti allieteranno per un’ora tutti stando comodamente sul divano di casa, ma soprattutto hanno pensato a far passare un’oretta diversa ai bambini che in questo periodo sono costretti a stare in casa. Il piccolo circo Grioni è fermo a Bussolengo da diverse settimane, gli addetti circa 15 persone, per ricambiare dell’ospitalità ricevuta che sta alleviando giornate molto critiche, in questo momento che non si possono esibire, hanno deciso di mettersi a disposizione dell’amministrazione per tagliare l’erba vicino ai muretti delle abitazioni che si trovano vicino l’area occupata dal tendone lo ha riferito il responsabile Marco Grioni e lo riporta l’Arena di Verona di oggi (11 aprile). Stessa situazione per il Circo Arbell di Mario Orfei che è rimasto fermo a Milano a piazzale Cuoco, la tournée li avrebbe poi dovuti spostare ad Asti. Il direttore Manuel Niemen in una  intervista rilasciata al Corriere della Sera il 6 aprile, parla di una situazione molto critica. Tra addetti e animali oramai vanno avanti solo con il sostegno del Comune di Milano tramite “Milano Aiuta”, la Protezione Civile, la Croce Rossa, e altre associazioni di volontariato. “A provvedere all’alimentazione degli animali – dice - ci pensa la ASL che ogni giorno procura trenta chili di carne tra rossa e pollo, per sfamare le tigri e la leonessa, grazie alle donazioni che arrivano da commercianti e supermercati”. Si augura di tornare presto in scena, ringrazia tutti per la solidarietà e lancia un ulteriore appello “se qualcuno vuole aiutarci noi siamo”. E scendendo ancora più giù si arriva a Ortelle in provincia di Lecce, stessa sorte per il circo di Amedeo e Lino Orfei, sono qui bloccati da oltre un mese. Per andare incontro alle difficoltà che il circo sta affrontando, 30 artisti e 50 animali, si è mobilitato tutto il paese. Il sindaco ha sposato la causa e così ha aperto una raccolta fondi con un apposito numero di conto corrente. Ma anche qui sta intervenendo la diocesi di Otranto  e la buona volontà di tutti, grandi e piccoli. Molti i bambini che si stanno adoperando per sfamare gli animali regalando croccantini e le scatolette che si danno ai cani e ai gatti. Stessa storia anche per i giostrai, Fabio De Bianchi che con i suoi tre figli e le rispettive famiglie è fermo a Zanica, in provincia di Bergamo dal 24 febbraio ha tenuto le attrezzature montate fino all’8 marzo nella speranza di poter riprendere presto. Nel periodo che va da marzo a novembre partecipano a circa venti fiere all’anno e i mesi di dicembre e gennaio vengono dedicati alla manutenzione. “…siamo in grande difficoltà. Siamo 11 persone”. Ha raccontato oggi sull’Eco di Bergamo (11 aprile) .”Per fortuna c’è la Caritas e la Migrantes  che ci aiutano, ma la nostra categoria non ha cassa integrazione, io ho la partita Iva”. Anche loro come tanti di altre categorie sperano nei buoni spesa messi attraverso le Amministrazioni Comunali.

Nicoletta Di Benedetto

Centro Astalli: “sI portino in salvo i migranti che ora sono in mare”

11 Aprile 2020 -
Roma - Il Centro Astalli esprime “seria preoccupazione per la sorte di decine di bambini, uomini, donne ora in mare”. “Sono persone stremate, disperate che non hanno scelto di salire su una barca. Non è un viaggio il loro. È aggrapparsi all’unica possibilità di sopravvivere, pagata a caro prezzo” si legge in una nota diffusa oggi. “Il coronavirus non può essere pretesto dei governi per autodenunciarsi ‘porto non sicuro’ – denuncia il Centro Astalli – in mare ci sono esseri umani che non sono mai stati al sicuro in vita loro, sono persone in fuga dalla guerra, dalla povertà, dai centri di detenzione libici”. Il Centro Astalli chiede che l’Europa “non volti le spalle ai migranti” e si prevedano “adeguate misure di quarantena in modo da non esporre nessuno al pericolo di contagio; si soccorrano le persone che necessitano di cure urgenti, bambini e donne incinte; si attui un piano di solidarietà tra gli stati Ue”. In questo modo, per il Centro, “si tratterebbe di accogliere pochi migranti per Paese, non incidendo in alcun modo sulla sicurezza interna. Portiamo in salvo i migranti. L’epidemia che ci troviamo a fronteggiare ci insegna più di tutto che nessuno si salva da solo. Domani i cristiani celebrano la Pasqua, la resurrezione di Cristo che sconfigge la morte. Salviamo i migranti, sconfiggiamo la loro morte, salvando le loro vite”.

Vangelo Migrante: la domenica di Pasqua

11 Aprile 2020 - Splende una luce nuova. La morte è stata vinta. La vita fiorisce. Cos’è tutto questo fermento? L’uscita dalla quarantena? Le attività sociali ed economiche che riprendono? No. Ci si permetta: queste e altre buone notizie non potranno mai avere il peso rivoluzionario della Resurrezione di Gesù. Tutto il mistero Purtroppo anche dalla Resurrezione si gira alla larga perché essa è un mistero che si completa solo se accolto per intero: la dimensione del servizio (la lavanda dei piedi del giovedì Santo) e quella della croce (il venerdì Santo) sono parte integrante. Il mistero Pasquale non è una eroica vittoria di un superuomo in guerra contro tutti ma è il dono della vita oltre la morte, oltre ogni morte, che Dio fa all’umanità attraverso Suo Figlio. E proprio perché non è campata per aria, in quella vittoria sono presenti i segni dell’umano: il servizio e la croce. In questo senso la Speranza del cristiano vive sempre: perché Colui che è per sempre crocifisso è per sempre risorto. Così le nostre vicende: se è vero che il dolore e tutte le sue conseguenze non ci lasciano mai, è altrettanto vero che quel dolore è stato vinto per sempre … C’è la prova: la Resurrezione, appunto. Un mistero per tutti L’esplosione di gioia dei cristiani non è una pia devozione ma un mistero che contagia tutti e non lascia indifferente nessun uomo. Questo è il fine e la fine del tempo Pasquale che ci accompagnerà per cinquanta giorni: “andate e ditelo a tutti”. Nessuno escluso. Mi sono chiesto più volte il senso profondo di questo mandato di Gesù. La maggior parte degli uomini sulla terra non lo sa o vive senza saperlo. Eppure in tutta l’umanità vivono i segni della Resurrezione. Ci sono. Sono del Dio di Gesù Cristo. E sono partecipati a tutti. I segni universali della Resurrezione La Resurrezione è un unicum nella storia delle religioni. Nessuna religione ha mai contemplato un Dio che è morto. Il fondamento del cristianesimo non è un postulato vincente a priori. Tutt’altro. La Resurrezione è la storia di un Dio che cammina con gli uomini. Non con pensieri speculativi, dimostrazioni teoriche o deduzioni logiche ma con la testimonianza dei suoi discepoli. E ad ogni uomo giungono i suoi effetti anche quando l’uomo non sa nemmeno il perché: curare gli ammalati, accogliere il forestiero, visitare il carcerato, dar da mangiare a chi ha fame, istruire, vestire, seppellire i defunti…, sono segni di Resurrezione che i cristiani non hanno dedotto dalla saggezza o dall’istinto umano ma dalla Resurrezione e li hanno condivisi con tutti. E tutti li usano, anche ignorandone l’origine. Lo stiamo vedendo particolarmente in questi giorni. La morte non ha l’ultima parola ma la penultima. La vita ha vinto. Il dono di Dio e la testimonianza dei discepoli Un prodigio così grande è un dono di Dio all’umanità. Il più grande. Ma ha comunque bisogno della testimonianza dei discepoli perché sia credibile agli uomini. È stata questa la missione affidata agli Apostoli. È in questo che vengono battezzati tutti gli altri cristiani. La testimonianza è tutt’altro che facile. Quale testimonianza rendere? Come renderla? Dinanzi allo stesso fatto c’è l’approccio dei discepoli tutt’altro che univoco: c’è l’annuncio di una donna al mattino, la corsa al sepolcro di Pietro e Giovanni più tardi, la paura dei discepoli di Emmaus alla sera, l’incredulità di Tommaso otto giorni dopo. Sarà lo Spirito Santo a modellare la praticità di Pietro, la spiritualità di Giovanni, gli occhi dei discepoli ad Emmaus, la fede e la ragione di Tommaso. La Resurrezione entra nella vita della Chiesa nascente. Non sono un problema la diversità, l’incompetenza (tanta), l’imperfezione (tantissima), l’indole dei discepoli: il fatto della Resurrezione è innanzitutto dono di Dio. E anche poterlo annunciare è un dono. E come tale va accolto. Essendo iniziativa di Dio, Lui sa come vivere nel cuore, nella mente e nelle braccia di ciascuno. Annunciarlo a tutti non è presunzione ma urgenza di servire Dio nell’uomo. In ogni uomo. Questa è la buona Pasqua! Essa c’è per tutti e per ciascuno! In qualsiasi modo tu la veda!

p. Gaetano Saracino

La Sardegna piange Nabeel Kahir, medico e attivista italo-palestinese

11 Aprile 2020 -     Cagliari - Medico italo-palestinese, conosciuto in tutta la Sardegna per la sua attività nella Barbagia e le sue doti umane e professionali, Nabeel Kahir aveva recentemente assunto l’incarico di medico di base a Tonara (Nuoro) e per essere stato una storica guardia medica di Aritzo. Noto per il suo impegno a sostegno del popolo palestinese, ricopriva da alcuni anni l’incarico di vice-presidente della Comunità Palestinese in Europa. È morto all’età di sessantatré anni, dopo aver contratto come tanti operatori sanitari il covid-19. Si tratta del primo medico deceduto in Sardegna a causa del Coronavirus. Nabeel Kahir non era solo uno stimato medico. Laureatosi in medicina a Cagliari più di quaranta anni fa, è stato per decenni una delle anime dei movimenti in Sardegna per la comunità palestinese di cui era fra i promotori e animatori. Il medico palestinese, durante tutta la sua permanenza in Italia, Paese di cui era diventato cittadino e dove aveva costruito vita e carriera, non si è mai dimenticato del suo popolo e dei suoi problemi. Nelle manifestazioni di piazza, per sensibilizzare i sardi sulla questione palestinese, è sempre stato in prima linea, alle tante manifestazioni per la pace in Medio Oriente, per il diritto del popolo palestinese a vivere in un proprio Stato. Attivo in incontri e convegni locali e internazionali, è ricordato per la sua missione organizzata nel 2004 in Palestina frutto di un accordo di cooperazione tra le città di Monserrato (Cagliari) e di Quabatia con il dono di un ambulanza attrezzata all’amministrazione locale. Sui social network sono tantissimi i messaggi di condoglianze nei suoi confronti da parte di colleghi medici, compagni di lotta, intellettuali, politici e associazioni che ne hanno apprezzato l’operato professionale, l’impegno politico e le qualità umane. L’ennesimo tragico lutto che colpisce la terra sarda per effetto del Coronavirus. Decine i messaggi da parte dei suoi pazienti di Tonara e dei comuni limitrofi che si erano affezionati a lui. Non restano che lumini nelle case e preghiere musulmane per l’ultimo saluto al medico sardo. Se ne è andato il dottor Kahir in prossimità della Pasqua, festa di resurrezione e di pace. La comunità riserva un commovente abbraccio alla sua figura e continuerà a battersi per la causa palestinese anche in suo nome, con quell’impegno civile e democratico di cui il medico è stato per tanti anni un magnifico esempio. Il direttore dell’ufficio della Migrantes di Cagliari, Padre Stefano Messina, lo ricorda come un uomo di grande spessore culturale e di sensibilità umanitaria e per le confidenze di due grandi dolori che portava da sempre con sé: il desiderio di aiutare il popolo palestinese e il triste ricordo per aver perduto nel 2014 prematuramente la figlia ventisettenne, Jasmine, ritrovata morta a causa di una intossicazione da monossido causata da una stufa difettosa in Giordania, dove si era recata mossa dal desiderio di aiutare in un campo profughi. (Fabio Cruccu, collaboratore ufficio Migrantes Cagliari)      

Mci Bienne: attività di vicinanza ai fedeli della comunità italiana

11 Aprile 2020 - Bienne - A seguito delle direttive delle autorità politiche e religiose locali, finalizzate a ridurre al minimo i rischi di contagio COVID-19, l'accesso agli uffici e alla Cappella della Missione Cattolica Italiana di Bienne e i contatti fisici diretti sono stati assolutamente bloccati o limitati all'essenziale. La nostra Missione Cattolica di Lingua Italiana, per venire incontro alle esigenze di fede della locale comunità italofona in questo particolare e difficile periodo, ha messo in atto le seguenti attività pastorali complementari: invio regolare di materiali e idee come stimolo per la catechesi e la formazione a distanza alle famiglie dei bambini/e-ragazzi/e e ai giovanissimi; creazione e attivazione di un Gruppo Facebook denominato "BIENNESOLIDALE" "un Gruppo di servizio della Missione Cattolica di Lingua Italiana di Biel/Bienne. Perché la solidarietà diventi reale servizio gratuito a chi ha bisogno di ascolto, consigli, acquisti di alimentari di prima necessità e medicine, necessità di accompagnamento e trasporto". Le richieste sono giornaliere e ad oggi siamo riusciti a dare risposta a tutte le richieste pervenute, grazie alla sensibilità e alla disponibilità di diversi volontari; la creazione e l'attivazione di un canale YouTube dedicato “https://www.youtube.com/watch?v=KDCGH7Cnju4 ", per permettere ai fedeli interessati di seguire dal vivo o in differita le celebrazioni dei periodi prepasquale, pasquale e postpasquale. I video vengono successivamente rigirati anche attraverso altri canali social. La fruizione del servizio è in crescita. Di tutte queste offerte è stata data comunicazione scritta via posta o nei rispettivi gruppi di discussione in rete ad ogni famiglia e/o membro della comunità. Altre iniziative sono allo studio, in funzione delle situazioni che si presenteranno. (Francesco Margarone - animatore pastorale della Missione Cattolica di Lingua Italiana di Bienne).

Covid-19, una riflessione dalla Germania

11 Aprile 2020 -

Colonia - Qualche giorno fa ci siamo, più o meno, tutti commossi davanti alla prima pagina del quotidiano tedesco Bildche a caratteri cubitali sciveva: "Siamo con voi", riferendosi all‘Italia e agli italiani. Una settimana dopo, die Welt, giornale che appartiene allo stesso gruppo editoriale della Bild (Axel-Springer-Verlag) scrive: „Signora Merkel, rimanga ferma sulle sue decisioni. In Italia, la mafia aspetta solo una nuova pioggia di soldi da Bruxelles “. Un titolo che evidenzia da una parte i consolidati pregiudizi nei confronti dell‘Italia, dall‘altra, senza filtri di sorta, i mali storici del nostro Paese.

Non tutti in Germania la pensano così: a venirci incontro è, al contrario, un‘articolo pubblicato sull‘autorevole settimanale der Spiegel, dal titolo: "Il rifiuto tedesco degli Eurobonds è non solidale, gretto e vigliacco". Insomma, la convinzione che saranno solo i contribuenti tedeschi a dover sborsare per mettere una toppa alla crisi finanziaria italiana, dovuta esclusivamente agli sperperi e all‘incapacità gestionale dei conti pubblici, non è univoca. Non voglio però qui lanciarmi in analisi politiche, o metapolitche, sulla posizione del Governo tedesco davanti alle richieste di aiuti, o meglio sarebbe dire di sostegni finanziari, che l‘Italia e altri Paesi invocano. Lascio questo compito a chi è più competente di me.

Vorrei solo avanzare una personale riflessione su come l‘emergenza sanitaria, e tutte le sue conseguenze, vengano vissute in Germania. L‘impatto quotidiano sulla vita e sui comportamenti delle persone è molto attenuato. Partendo dalle limitazioni di movimento e di spostamento che sono, per legge, blande. E infatti non sono in molti coloro che hanno preso davvero alla lettera il motto "io resto a casa“. Almeno a Düsseldorf, città dove vivo; sensazione che credo si possa però estendere al resto della Germania (tranne alcune eccezioni). Si continua ad uscire per strada, ad andare nei parchi, i fidanzati vanno a trovare le fidanzate, i bambini giocano insieme, ci si invita per fare una grigliata… Il numero straordinariamente e fortunatamente basso di decessi, un sistema sanitario meglio strutturato e una gestione dell‘informazione in modalità "antipanico“, hanno determinato, a mio giudizio, una percezione della tragicità della pandemia in forma più leggera. Quasi come se questa terribile situazione riguardasse solo più gli altri paesi che non la Germania. Fattore ancora più determinante, in grado di spiegare ciò che io valuto come un minore coinvolgimento emotivo, quello dell‘aspetto economico. Il Governo tedesco ha messo in piedi, rapidamente, una serie di pacchetti di aiuto alle imprese e ai singoli, con effetti immediati. Velocità nell‘accedere ad ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, o contributi a fondo perduto per i liberi professionisti e per i lavoratori autonomi. A fine marzo, sul conto corrente di chi ne aveva fatto richiesta, i soldi erano già arrivati. Non solo: la possibilità di ricorrere, senza grandi ostacoli burocratici, al Wohngeld (soldi per la casa), rivolta a tutti coloro che hanno difficoltà a pagare l‘affitto a fine mese. Uno dei tanti sostegni economici previsti da anni in Germania, tramite il quale la città di residenza si prende in carico l‘affitto del cittadino, o una parte di esso, in caso di difficoltà economiche. Ed è partendo da queste premesse che mi sento di dire che il Covid-19 non è uguale per tutti. Perché quando i lettori della Bild, o della Welt, che si misurano con il proprio vissuto e si confrontano solo con le proprie esperienze ai tempi del virus, faticano a capire cosa  stia davvero succedendo in Italia. Lo strazio delle bare portate via da camionette militari, la solitudine davanti alla morte, la reclusione tra le mura domestiche e i soldi che a fine mese non ci sono e che nessuno ti dà, o quelli stanziati dal Governo che ancora devono arrivare. E allora anche le richieste di sostegni finanziari, probabilmente, si capiscono più difficilmente.

Luciana Mella - Giornalista

Don Maffeis: viviamo questo giorno con perseveranza e con la pazienza dell’attesa

11 Aprile 2020 -   Roma - “Il giorno più lungo, più difficile, incastonato tra le tenebre del Venerdì Santo e l’alba di Pasqua, il giorno del silenzio di Dio, dello smarrimento dei discepoli, del loro pianto disperato quando tutte le aspettative vengono meno e le stesse parole della fede sembrano prive di forza, di mordente, di verità”. Don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, definisce, in un video pubblicato sui media Cei, così il Sabato Santo che è anche “il giorno di Maria, la madre, che, nel dolore per la morte del figlio, non smette di aspettare, di credere che il sepolcro non resterà alla fine della strada”. Il senso di questo giorno, ammette don Maffeis, “è dilatato dalla grave situazione sanitaria ed economica nella quale ci troviamo, con tutte le insicurezze e le paure che ci butta addosso”. Secondo il sottosegretario della Cei, tuttavia, “è un giorno che più che subire, possiamo provare ad abitare”. Ad esempio, “coltivando la memoria dei nostri cari non solo con la nostalgia, non solo col dolore del distacco e dell’assenza, ma facendo nostro il loro esempio di vita, la loro fiducia in Dio, i tanti segni che ci hanno lasciato e che costituiscono il vero patrimonio di ciò che siamo”. L’invito è allora quello di vivere “questo lungo Sabato Santo, questa stagione di mezzo con perseveranza, con la pazienza dell’attesa, senza smettere di leggere questo nostro tempo con uno sguardo di fede che non vuol dire sottovalutare le difficoltà, ma credere che Colui che fa nuove tutte le cose non si dimentica né del crocifisso né in Lui di ciascuno di noi”. ​  

Mci Parigi: la lettera del missionario alla comunità italiana

10 Aprile 2020 -
Parigi - "Siamo nel pieno della Settimana Santa, nel mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo, luogo in cui nasce e cresce la nostra fede. Date le dolorose e tragiche circostanze create dal coronavirus, vivremo questa settimana senza la presenza fisica del popolo di Dio alle celebrazioni del Triduo pasquale. Un fatto che ricorderemo senz’altro per tanti anni". Lo ricorda in una lettera il responsabile della Missione Cattolica Italiana di Parigi, p. Barly Kweme. Il sacerdote, da prete novello, non nasconde la "tristezza nel pensare che la Cappella della Sainte Famille a rue de Montreuil e la Chiesa di Saint Pierre de Chaillot non apriranno le porte. Non avrò nessuno da confessare, nessuno del coro con cui decidere i canti. Ma com’è possibile? Mi consolo comunque nel sapere che, se anche non ci sarà nessun fedele in chiesa, c’è Chiesa in ogni fedele. Non ci saranno confessioni, ma ci saranno contrizioni che faranno cantare le anime al ritmo della misericordia, di cui il mondo intero ha tanto bisogno in questo momento. Non ci sarà catechismo, ma genitori che insegnano ai figli a essere cristiani. Mi consolo pure - aggiunge - nel vedere, oltre alla vostra partecipazione alle celebrazioni trasmesse in streaming, l’impegno nella condivisione di preghiere, riflessioni, sussidi e la creatività di cui date prova attraverso internet. Mi entusiasmo nel vedere e sentire così forte la vicinanza dei miei confratelli religiosi scalabriniani, che in questo momento si mettono tutti al servizio per le celebrazioni della Missione Cattolica Italiana di Parigi. Questo mi consola e mi ricorda che la Chiesa è una madre combattiva e il suo amatissimo Sposo, Lui, il pedagogo interiore, lavora dal di dentro nei suoi figli". Dopo una riflessione sul Triduo pasquale, iniziato ieri, il religioso sottolinea che la Pasqua "ci invita ad attingere alla saggezza degli anziani e della nostra esperienza personale per scoprire che dopo ogni venerdì santo della nostra vita c’è sempre una pasqua, perché Dio non ci mette mai alla prova al di là delle nostre forze. Lui sa di cosa e di quanto siamo capaci. Il venerdì della nostra vita ci dà la capacità della resilienza, perché dopo la pasqua possiamo valorizzare il calore della famiglia, l’affetto intimo che si respira o si dovrebbe respirare in ogni casa, l’importanza delle relazioni". Da qui l'augurio che la Santa Pasqua possa "portarci un nuovo calore interiore, anche perché si dice che questo virus tema il calore allo stesso modo in cui il male spirituale teme il fervore spirituale". Il missionario invita a unirsi alle celebrazioni di Papa Francesco:  la missione non trasmetterà i riti del Triduo Pasquale " ma ci ritroveremo per la domenica di Pasqua tramite la pagina Facebook e il sito della missione", conclude.

R.I.

Mci Losanna: iniziative per la Pasqua al tempo del coronavirus

10 Aprile 2020 - Losanna - Gli uffici della Missione Cattolica Italiana di Losanna sono stati chiusi al pubblico come tante altre Mci in Europa. Ma il missionario ed i collaboratori sono a fianco dei fedeli rispondendo al telefono e alle mail e con tutti coloro che hanno bisogno di interloquire con la Missione . In un supplemento del periodico “Messaggero”, si trovano tutte le informazioni per seguire le Messe, la preghiera da casa e alcuni riflessioni per questo tempo. La Missione ed i catechisti - informa il missionario don Gian Paolo Turati – sono in costante collegamento con ragazzi e i giovani. Il gruppo giovanile ha continuato le sue attività in videoconferenza. Alcuni volontari della Missione si sono proposti circa l’iniziativa diocesana di un telefono amico per rispondere ai bisogni delle persone in questo momento (solitudine, depressione, richiesta di preghiere, richiesta d’aiuto materiale ad es. circa la spesa).

Viminale: 3.050 i migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2020

10 Aprile 2020 - Roma – Sono 3.050 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno, comprese le 6 registrate ieri e le 73 stamattina. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. La maggioranza dei migranti sbarcati è di nazionalità bengalese: 477 seguiti da Costa d’Avorio (329, 11%), Algeria (319, 10%), Sudan (250, 8%), Marocco (234, 8%), Somalia (172, 6%), Tunisia (172, 6%), Guinea (139, 4%), Mali (123, 4%), Iraq (72, 2%) a cui si aggiungono 763 persone (25%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.  

Vignali: difendiamo gli emigrati dalla crisi

10 Aprile 2020 -   Roma - Assistenza agli italiani bloccati all’estero che hanno urgenza di rientrare e sostegno a chi da tempo vive fuori dai confini nazionali ma che si trova ora in difficoltà. La tutela dei nostri connazionali sparsi per il mondo è da sempre al centro dell’azione del ministero degli Affari esteri, ma ora - causa emergenza Coronavirus - l’attenzione è ancora più alta. “Tutta la rete consolare italiana è fortemente impegnata, in questo momento, nelle operazioni di assistenza agli italiani che hanno necessità e urgenza di tornare in Italia”, afferma a 9colonne Luigi Maria Vignali, direttore generale per gli Italiani all’estero della Farnesina. Una rete consolare che “dà informazioni e coordina, in seno al ministero, gli imbarchi e la preparazione dei voli, si occupa di fornire ogni indicazione utile ai tanti connazionali”, prosegue Vignali ricordando che “ai 6 milioni di iscritti negli schedari consolari si aggiungono decine di migliaia di studenti, lavoratori temporanei, turisti, che hanno bisogno di assistenza”. Questo comporta un impegno importante di tutta la rete del ministero degli Esteri, “aperta costantemente alle richieste degli italiani nel mondo: le segue e, anche se non immediatamente, riesce a risolverle tutte”. Per poter rientrare in Italia “la condizione fondamentale è quella di uno stato di necessità e di urgenza legato in particolare a motivi di lavoro o di salute - spiega il direttore generale per gli Italiani all’estero -. Situazioni che hanno bisogno di un’autocertificazione da parte dell’interessato e che devono essere particolarmente stringenti. Ci devono essere condizioni legate, ad esempio, alla perdita del lavoro, quindi alla mancanza di mezzi di sussistenza all’estero, o motivi di salute non legate all’epidemia e che richiedono cure mediche in Italia”. Vignali ricorda poi che “chi torna deve stare in isolamento, avvertendo le autorità sanitarie, per almeno due settimane, anche se non ha nessun sintomo e se non ha avuto nessun ‘rapporto’ con il virus”. Ad aiutare la direzione generale in questa attività di sostegno e assistenza, c’è la rappresentanza italiana all’estero, una rete preziosa attiva sui territori. “Continuiamo a tenerci strettamente in contatto con l’associazionismo italiano nel mondo, in particolare con i Comites - sottolinea Vignali - che possono avere un ruolo di raccordo con gli italiani, possono aiutarci a veicolare le iniziative di sostegno alla Protezione civile italiana, agli ospedali e agli enti di ricerca come il Sacco di Milano o lo Spallanzani di Roma, e possono anche fornire assistenza ai nostri connazionali”. In questo senso la direzione generale per gli Italiani all’estero della Farnesina è pronta “a sostenere i Comites, anche finanziariamente, laddove ci fossero iniziative di assistenza che ci vogliono proporre”. L’attività del ministero degli Esteri, in questo particolare momento di crisi, si sviluppa su due linee principali: “L’assistenza agli italiani, in particolare a chi è temporaneamente all’estero e che chiede di tornare, e il reperimento, attraverso la sua rete diplomatico-consolare, di dispositivi sanitari, come ventilatori e mascherine”, continua Vignali. E mentre l’Unità di crisi “si occupa soprattutto dei rimpatri”, la direzione generale per gli Italiani all’estero “segue più da vicino la situazione dei connazionali che rimangono all’estero e che hanno bisogno di servizi da parte della rete consolare, che devono continuare a essere forniti, di assistenza e di emergenza, in particolare per gli indigenti e per chi ha perso il lavoro”. “Servizi di prossimità che la rete diplomatica continua a dare e per i quali la nostra direzione generale svolge una funzione importante di coordinamento”, continua Vignali. Dalle nostre comunità nel mondo continuano ad arrivare iniziative di solidarietà rivolte all’Italia, a testimonianza di quel filo che da sempre lega gli emigrati italiani al loro Paese d’origine. “I nostri connazionali all’estero non hanno mai fatto mancare, in nessun momento, il sostegno all’Italia, lo stanno facendo anche ora con iniziative di solidarietà - sottolinea Vignali”. Da un lato, quindi, “la solidarietà degli italiani all’estero verso il nostro Paese” e dall’altro “l'attività del ministero degli Esteri per gli italiani in difficoltà”. Ma non c’è solo la solidarietà a far sentire l’Italia orgogliosa delle sue comunità nel mondo: “Ci sono tanti italiani nel mondo che ricoprono ruoli a livello politico, amministrativo, economico e del mondo accademico: in questo momento sono al centro della ricerca per sconfiggere il virus e questo è un ulteriore motivo di orgoglio per il ntro Paese”, conclude Vignali. (Sab - 9colonne)  

Congo: le preoccupazioni per il Covid 19 dal racconti di un giovane studente

10 Aprile 2020 - Firenze - A Kinshasa la situazione è "più psicologica che reale. Ci sono un po' di casi ma non c'è ancora diffusione. Se la cosa diventasse molto seria, non sarà più il Covid a provocare più morti ma sarà la fame e la delinquenza... perchè non si potrà chiedere a un genitore che sfama la sua famiglia alla giornata di rimanere a casa per una durata indefinita. Impossibile". E' la testimonianza di un giovane studente congolese in Italia  a contatto con la propria famiglia. Ci sarà il rischio - scrive al direttore del Centro Internazionale "G.La Pira", Maurizio Certini - che alcuni gruppi  organizzati con armi diventino "i padroni della città. È una situazione opposta a quella che vediamo in Italia". Il Governo" impotente nel prendere decisioni restrittive, e quando sono prese è quasi impossibile applicarle... hanno provato a isolare Kinshasa dalle altre regioni, ma è durato due giorni, poi si sono arresi alla realtà, e hanno tolto il blocco..". Una delle preoccupazioni è anche l'annuncio di un medico di Kin  che il Congo è stato scelto per effettuare test del vaccino contro il Covid19 "ma senza dare spiegazioni accurate e approfondite. Questo (anche se non è vero) ha infiammato la popolazione. Ho sentito proprio adesso una mia nipote che aveva un forte mal di testa, gli ho chiesto di andare all'ospedale, ma - racconta - all'ospedale  non va più nessuno , perché la gente ha paura che le dicano di avere corvid 19 per un semplice sintomo associato, tanto tamponi non ci sono, e sopratutto le persone hanno paura di diventare cobay per i test del vaccino e non ne vogliono sapere... Capisco l'ignoranza - conclude - ma questa è la pura realtà dello stato dei cittadini in questi paesi... insomma la situazione è confusionale e psicologica..."

Lucchesi nel mondo: anche a Mosca decretato il “lockdown”

10 Aprile 2020 - Mosca - Chi vive a Mosca spesso riceve messaggi di allerta sul suo telefono cellulare. Informano sulle condizioni metereologiche. Lunedì 30 marzo, all’una di notte, l’Ufficio Centrale di Meteorologia comunicava che dalle 6:00 “erano attese pioggia, nevischio, neve, raffiche di vento, tempesta di neve, diminuzione della temperatura...”. Dieci gradi in meno non sono pochi, ma poche ore prima c’era stato un annuncio assai più importante, storico: il sindaco di Mosca, Sergey Sobianin, decretava il “lockdown” della città. Durante la settimana precedente i cittadini della Federazione Russa, salvo quelli impegnati in servizi essenziali, erano stati messi in “vacanza retribuita”, come misura per contenere l’epidemia di Covid19. Poco dopo la metà di marzo il numero dei contagi, soprattutto a Mosca, aveva infatti preso una diversa piega: decine di nuovi casi al giorno, non più poche unità. Mentre scrivo sono stati superati i 4700 contagiati. L’annuncio del sindaco Sobianin, rafforzato dal repentino cambio metereologico, deve aver colto i moscoviti domenica sera, mentre preparavano il ritorno dalle dacie. Le case di campagna, versione russa, dove immagino molti abbiano passato la settimana di vacanza. Per quello che riguarda me, e la mia compagna, l’isolamento, volontario, era iniziato però un mese prima: pochi giorni dopo il ritorno dall’Italia. Partimmo da Mosca intorno al 20 febbraio, per un viaggio che, per ragioni di famiglia, non era posticipabile. All’arrivo a Fiumicino ci accolsero col controllo della temperatura, ma salvo questo dettaglio, lo scenario italiano, e l’atmosfera, erano ancora lontani dalla gravissima situazione attuale. In quei giorni in Italia, tra amici e parenti, ero la persona più in allerta, invitavo tutti alla massima precauzione. Avevo letto degli articoli che ricordavano le dinamiche della crescita esponenziale delle epidemie, che collegai a un aneddoto raccontatomi dai miei genitori quando ero bambino: un solo chicco di riso raddoppiato per ognuna della 64 caselle di una scacchiera, supera la quantità di riso raccolto in tutto il mondo per molti anni. Inoltre, a Mosca, insegno in due Università, Hse e Rudn nella seconda vi sono studenti da più di 150 paesi del mondo. Già il 30 gennaio Rudn aveva stabilito per tutti gli studenti in arrivo dalla Cina un isolamento di 14 giorni. Non stavo tenendo lezioni, non ero stato toccato concretamente, ma l’epidemia si era fatta sentire, entrando nella mia sfera lavorativa. Nei pochi giorni trascorsi tra Lucca e Roma, il virus aveva preso molto terreno nel Nord e cominciavano ad esserci vari casi anche in Toscana e nel Lazio. Il volo di ritorno a Mosca lo abbiamo fatto indossando mascherine chirurgiche. All’aeroporto ci aspettavamo controlli, invece niente. Roma, evidentemente, ancora non preoccupava. Altri passeggeri, in arrivo da Milano, sono stati accolti da tute bianche e mascherine protettive: controlli e raccolta di informazioni. Partiti da Mosca in una situazione in cui il problema erano gli arrivi dalla Cina, vi siamo ritornati quando l’Europa stava diventando il focolaio principale. I numeri degli infetti e dei decessi in Italia, in particolare, crescevano seguendo una inesorabile curva esponenziale. Abbiamo deciso di chiuderci in casa, salvo lavoro e spese essenziali. E questo non perché fosse richiesto o perché avessimo alcun sintomo. Per prudenza. Inoltre, il nostro stato d’animo si era ormai sintonizzato sulla situazione italiana: numeri, storie, conferenze stampa sul cellulare, scelte tardive, frustrazione, dibattiti e proposte su Twitter. E soprattutto contatti con le famiglie. Come con mia nonna, nata nel 1932, che in una video-chiamata da Verrucolette in Garfagnana, mi ha detto: “È peggio della guerra, perché dalla guerra ti puoi "rimpiattare", da questo no». Dove non arriva la consapevolezza matematica della crescita esponenziale, arriva il buon senso. Spero che saranno applicati entrambi nelle prossime decisioni qui a Mosca, in Italia, in Toscana, a Lucca. (Leonardo Romei - Toscana Oggi – In Cammino – Lucca)