Primo Piano

Don Arjan Dodaj: arrivo su un barcone, poi cappellano degli albanesi e oggi vescovo

14 Settembre 2020 -

Roma - La notte del 15 settembre del 1993, a 16 anni, Arjan Dodaj lascia l’Albania su una barca affollata da tanti altri ragazzi come lui, in cerca di un futuro migliore in Italia. Esattamente 27 anni dopo essere salpato dal suo piccolo paese d’origine, Lac–Kurbin, il prossimo 15 settembre, quel giovane migrante, che nel nostro Paese ha incontrato la fede, verrà ordinato vescovo, dopo la nomina del 9 aprile scorso ad ausiliare di Tirana– Durazzo. 

"C’è una trama nella mia storia guidata dal Signore – dice con emozione –. Attraversando l’Adriatico, subito dopo la caduta del regime comunista, mi resi conto che stavo portando con me la mia vecchia vita ma che, contemporaneamente, tutto stava cambiando". Giunto in Italia, don Arjan si stabilisce a Cuneo dove fa il saldatore e "tanti altri lavori nel campo dell’edilizia" e dove incontra, partecipando ad un gruppo di preghiera, la Comunità Casa di Maria, che "mi ha fatto sentire realmente a casa". Così il futuro vescovo si avvicina alla fede cristiana, "i cui semi erano stati instillati in me da mia nonna, mentre i miei genitori subivano totalmente il regime ateo del comunismo», spiega.

Pochi mesi dopo la sua sistemazione nella provincia cuneese, il 30 ottobre del 1994, Dodaj riceve i sacramenti dell’iniziazione cristiana; quindi, maturata la vocazione sacerdotale, nel 1997 si trasferisce a Roma per la formazione e nel 2003 è ordinato sacerdote da Giovanni Paolo II per la Fraternità dei Figli della Croce. Dapprima assegnato come vicario parrocchiale alla comunità di San Domenico di Guzman, a Tor San Giovanni, don Dodaj nel 2004 diventa cappellano della comunità albanese a Roma e dall’anno seguente viene trasferito nella parrocchia di San Raffaele Arcangelo, dove "ha curato la pastorale dei giovani, lasciando un segno profondo con la sua capacità di essere un vero educatore alla fede", dice don Alessandro Cavallo, parroco della comunità del Trullo. Il sacerdote fa sapere che "come comunità parrocchiale, in segno di riconoscenza e di affetto, abbiamo donato a don Arjan una bella croce pastorale ma è importante soprattutto aiutarlo a portarla, sostenendolo nel suo nuovo incarico con la preghiera". 

Dal 2017, su richiesta dell’arcivescovo di Tirana George Anthony Frendo, Dodaj ha fatto ritorno nel suo Paese come sacerdote fidei donum, per "essere anche in quei luoghi, vera terra di missione, testimone efficace specialmente per i giovani, in virtù della sua chiarezza di giudizio di fede", sottolinea il superiore della comunità Casa di Maria don Giacomo Martinelli. Don Dodaj esprime "gratitudine per il nuovo incarico cui Papa Francesco mi ha chiamato" e lo affida a Maria, "presenza centrale nella mia vita, autentica luce nel mio ministero". Per questo il motto episcopale scelto recita “Ecce Mater tua”, "testamento e dono di Gesù sulla croce", dice. Ancora, don Arjan sottolinea "la grazia di essermi formato nella Chiesa di Roma, respirando quella vera cattolicità che mi aiuterà ad allargare lo sguardo, facendomi vero servo di Cristo". Proprio per ricordare il legame del sacerdote albanese con la Chiesa romana, alla sua ordinazione episcopale sarà presente, quale concelebrante, il vescovo ausiliare della diocesi mons. Gianpiero Palmieri, delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio. (M.A. - RomaSette)

Iraq: rifugiati della Piana di Ninive celebrano la festa della Santa Croce

14 Settembre 2020 - Piana di Ninive -  Le difficoltà persistenti seguite all’invasione jihadista del 2014 e i nuovi problemi connessi alla diffusione della pandemia da Covid-19 non hanno impedito ai cristiani della Piana di Ninive di celebrare la Festa della Santa Croce, festa particolarmente cara alla devozione popolare delle comunità cristiane di quella regione. Ieri sera, riferisce Fides, i cristiani di Teleskof, 19 miglia a nord di Mosul, si sono ritrovati presso la chiesa caldea di Mar Gewargis (San Giorgio), per prendere parte alla messa e poi alla processione con candele e fiaccole che si è snodata per le vie della città fino alla cosiddetta “Collina del vescovo”. Alla celebrazione hanno preso parte anche decine di famiglie cristiane originarie di Talkaif, Batnaya, Baqofah e anche di Mosul, che durante gli anni della invasione jihadista avevano trovato rifugio a Teleskof, e non hanno ancora fatto ritorno alle proprie case. Dopo i casi di contagio da Covid-19 registrati anche in città e villaggi della Piana di Ninive, misure preventive sono state poste in atto per assicurare che la celebrazione della Santa Croce potesse svolgersi in piena sicurezza dal punto di vista sanitario: a tutti i partecipanti alla messa, prima di entrare in chiesa, è stata misurata la temperatura corporea ed è stato prescritto l’uso della mascherina e la sanificazione delle mani. Alla fine della processione, davanti alla “Collina del Vescovo”, sono state accese le torce poste a illuminare la sommità del colle.  

Sepoltura, migranti e border deaths

14 Settembre 2020 - RomaLa morte non è uguale per tutti. Chi muore fuori dal proprio Paese, in condizioni disperate, come i border deaths, le vittime della frontiera, non torna a casa. Che ne è allora delle migliaia di corpi di migranti deceduti nelle acque del Mediterraneo in questi anni e recuperate dalla nostra guardia costiera? Il volume di Silvia Omenetto "Migrazioni e (dis) continuità spaziale nella morte", edito da Tau editrice per la collana Testimonianze ed esperienze" della Fondazione Migrantes fornisce una ricognizione scientifica sul post mortem dei migranti, ricavata dalla ricerca geografica e antropologica. Gran parte delle vittime del Mare Nostrum giacciono nei cimiteri italiani, sepolte in spazi appositamente ritagliati per essi (e per tutti coloro che, stranieri, muoiono in Italia), chiamati “reparti speciali”. I border deaths che non ritornano in patria, sono uomini, donne e bambini non identificati e da nessuno riconosciuti. Una complessa e attenta procedura consente a questi morti di ricevere finalmente sepoltura. Il libro di Omenetto è una “metodica ed esaustiva” panoramica geografica della cura che i cimiteri italiani riservano alle salme. Ma è anche il punto di partenza per capire cosa abbiamo a disposizione sul territorio (cimiteri acattolici ed islamici, oltre che reparti speciali e spazi per altre religioni) e cosa è possibile sviluppare ulteriormente. Pur trattando un tema tanto crudo quanto quello della sepoltura, questo libro non è affatto arido. Silvia Omenetto riesce a rendere umano ed intelligibile il discorso attorno alla morte. Anche perché vi unisce considerazioni antropologiche sul perché il 95% delle salme dei migranti deceduti nel nostro Paese compiono invece il percorso inverso. E su richiesta dei parenti, vengono rimpatriate. Il rimpatrio della salma è ancora oggi molto praticato poiché la morte nei Paesi d’origine dei migranti non è una questione privata, ma attiene all’intera collettività. Ecco perché anche la Fondazione Migrantes ha attivato un fondo per aiutare le famiglie nel rimpatrio delle salme dei loro parenti. Il libro è una lettura piacevole oltre che utile, perché discorsiva e ricca di citazioni, e fornisce spunti di riflessione inediti per ragionare attorno alla migrazione.

Associazioni su Lesbo: ascoltare Papa Francesco

14 Settembre 2020 - Città del Vaticano - Papa Francesco lo ha ripetuto ieri, con forza, all’Angelus: occorre assicurare “un’accoglienza umana e dignitosa a chi cerca asilo”. Sostenendo il messaggio del Papa. E oggi la Comunità di Sant’Egidio, il Jesuit Refugee Service e le Suore missionarie di San Carlo Borromeo (Scalabriniane) lanciano un appello dopo l’incendio che ha distrutto il campo e creato enormi difficoltà a chi viveva già un inferno: "nulla sia come prima. L’Unione Europea - si legge in una nota congiunta - in collaborazione con il governo greco, intervenga con immediatezza nel segno dell’accoglienza e dell’integrazione di un numero di persone che certamente è alla sua portata. Con estrema urgenza nelle prossime ore devono essere prese importanti decisioni per salvare le persone più vulnerabili, a partire da malati, donne e bambini. Solo privilegiando la strada del dialogo e delle relazioni pacifiche - sottolineano Sant'Egidio, Jesuit Refugee Service e Scalabriniane -  sarà possibile arrivare a una soluzione nell’interesse di tutti. Ma ritardare o, peggio, far finta di niente in attesa che si crei una nuova precarietà permanente a danno di famiglie che risiedono da mesi nell’isola, alcune da anni, sarà gravemente colpevole per un continente che è simbolo di rispetto dei diritti umani, una vergogna di fronte alla storia". Le tre realtà promotrici dell'appello,  - da tempo vicine, con diversi interventi, ai profughi che risiedono a Lesbo e in tutta la Grecia - chiedono in particolare di "alloggiare, il prima possibile, gli sfollati dell’incendio di Moria in strutture di piccole dimensioni, forniti di servizi";  "garantire il libero accesso alle associazioni umanitarie per soccorrere i migranti nelle loro necessità più immediate, in particolare nei confronti di malati, donne e bambini, anziani"; "decidere contemporaneamente, a livello dell’Unione o dei singoli paesi europei che si offrono, il necessario ricollocamento di non solo dei minori non accompagnati ma anche delle famiglie e degli individui vulnerabili presenti nell’isola"; "cambiare il modello di accoglienza nell’isola di Lesbo per i nuovi arrivi dalla Turchia prevedendo strutture di accoglienza su base transitoria, gestibili e rispettose della dignità umana, salvaguardando il diritto di ciascun profugo, di qualsiasi provenienza, a chiedere asilo". Dal 2016 è nata l’esperienza dei corridoi umanitari, avviata anche a Lesbo dallo stesso pontefice quando, il 16 aprile 2016, portò con sé in aereo le prime tre famiglie per un totale di 67 profughi con l’intervento dell’Elemosineria Apostolica e della Comunità di Sant’Egidio. Si tratta di una via che occorre "continuare a percorrere per salvare altri profughi facendo rete con tante associazioni, parrocchie, cittadini comuni che si sono offerti di accogliere con grande generosità".  

Sport: nasce l’Osservatorio contro le discriminazioni

14 Settembre 2020 -

Roma - L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, insieme a Uisp e Lunaria, ha presentato a Roma l’Osservatorio contro le discriminazioni nello sport. Nato dopo molti anni di lavoro, sarà intitolato a Mauro Valeri, sociologo che ha concentrato i suoi studi sui fenomeni del razzismo collegati al mondo dello sport e scomparso nel novembre scorso. Qual è l’obiettivo che si pongono i promotori di questa iniziativa unica in Europa, che ci pone all’avanguardia nella lotta al razzismo? La risposta nelle parole di Triantafillos Loukarelis, direttore dell’Unar. Alla nascita dell'osservatorio è dedicato uno speciale del Giornale Radio Sociale. Madrina dell’osservatorio è stata Beatrice Ion, atleta paralimpica della nazionale di basket femminile, aggredita nei giorni passati con minacce e insulti razzisti. Beatrice ha evidenziato quanto sia difficile raccontare le discriminazioni subite, mentre è rassicurante sapere che c’è qualcuno pronto ad ascoltare e a tutelarti.

Card. Hollerich su tragedia Lesbo: quello che abbiamo detto fino ad oggi sui valori europei erano solo bugie”

14 Settembre 2020 - Bruxelles - “In questi anni, abbiamo pronunciato bellissime parole sui diritti umani e sui valori europei. C’è gente che ha creduto in quello che stavamo dicendo. Ma arrivati lì, ai confini con l’Europa, si sono accorti che quello che fino ad oggi abbiamo detto erano solo bugie. Facciamo attenzione anche quando parliamo di identità cristiana dell’Europa perché non posso andare in Chiesa, pregare Dio e, sapendo che c’è gente che muore e soffre, non fare niente. Non è possibile”. Sono parole dure quelle pronunciate dal cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Commissione degli episcopati dell’Unione europea, in un’intervista rilasciata al Sir, prima di ripartire da Roma dove la scorsa settimana ha avuto un incontro con Papa Francesco. “Abbiamo parlato dei temi ordinari della Comece e naturalmente il discorso è andato subito alla situazione di Lesbo”, dice subito. “Il Papa ne è molto preoccupato”. E poi aggiunge: “Sarei contentissimo se le Conferenze episcopali dell’Europa potessero parlare con i loro governi e dire ai responsabili politici che la Chiesa si aspetta una accoglienza”. Dopo il gigantesco incendio nel campo profughi di Moria, Francia e Germania hanno annunciato la disponibilità ad accogliere la maggior parte dei 400 minori non accompagnati che l’Ue si è detta pronta ad accettare. “Ma non basta”, commenta il cardinale. “È una cifra che fa quasi ridere. Il problema è molto più complesso. Se non possiamo risolverlo, avremo tragedie ancora più grandi”. L’appello dei vescovi Ue all’Europa è: “Aprite le porte. Se non apriamo le porte ai profughi, chiudiamo anche le porte a Cristo. Se vogliamo aprire le porte a Cristo, dobbiamo anche aprire le porte ai profughi. La Comunità di Sant’Egidio, con i corridoi umanitari, ci ha mostrato come fare. Anche l’Italia ci ha dato l’esempio di saper reagire in maniera molto più cristiana rispetto agli altri Paesi. Come mai i ricchi Paesi del Nord non fanno niente o quasi niente? Manca in Europa un riferimento al cristianesimo e all’umanesimo”.  

Fino a quando assenti?

14 Settembre 2020 - Roma - Si pensava, si diceva e si scriveva che la tragedia provocata da un virus sconosciuto avrebbe fatto nascere una società migliore e avrebbe lasciato qualche traccia buona anche nella cultura. Si pensava e si diceva e si scriveva che tutto sarebbe andato bene. Si pensava, si diceva, si scriveva… Non era sbagliato quel pensare, quel dire, quello scrivere. Il trovarsi di fronte a una misura inattesa di rancore, di odio e di violenza ha però profondamente sconcertato anche se non ha cancellato le molte e straordinarie storie di umanità. Non ci si aspettava un rigurgito così devastante. Non è serio addossare il lievitare del male esclusivamente ai media, ai loro titoli, ai loro racconti e alle loro immagini. Ci sono media che fedeli all’etica professionale scelgono di raccontare la realtà, anche la più sconvolgente, con il rispetto della dignità di persone e comunità lacerate dal dolore. Andrebbe al riguardo aperta una riflessione anche sul ruolo critico dell’opinione pubblica. In una lettera al direttore di un quotidiano nazionale un giovane scrive: “La violenza di Colleferro è l’estrema conseguenza di una cultura della movida che è ormai istituzionalizzata in Italia”. Partendo dall’assassinio di Willy la lettera al giornale è un appello a conoscere le radici di una brutalità mostruosa e a non trasformare un lutto in occasione politica. La paternità di tanto male è nel nulla che avanza, senza farsi troppo notare, nella vita di molti. Un nulla che è parente stretto della noia e nel quale convivono la perdita di senso, la debolezza di pensiero, il rifiuto dell’altro, la violazione della dignità dell’altro che è poi violazione della propria dignità. La movida preoccupa per il rischio di far avanzare un virus sconosciuto e preoccupa per la presenza di un male che non è meno oscuro e aggressivo. Colleferro lo ha confermato e una prima risposta è stata quella di aumentare le misure preventive e repressive. Non bastano. L’impegno urgente è quello per la formazione della coscienza attraverso solide alleanze educative e attraverso una rinnovata comunicazione intergenerazionale. Willy, come qualcuno ha detto, è diventato un riferimento contro l’indifferenza, contro il chiamarsi fuori quando sono in pericolo la dignità e la vita di un altro. Questo ragazzo pone qualche domanda agli adulti e agli stessi suoi coetanei: “Dove eravate prima che io venissi ucciso, dove eravate mentre mimetizzandosi cresceva la cultura di morte, dove eravate nei Colleferro di questo Paese? Resterete ancora assenti?” (Paolo Bustaffa – Sir)

Settanta volte sette

14 Settembre 2020 - Città del Vaticano - La parola chiave di ieri (domenica ndr) , vigilia della festa dell’esaltazione della croce – “un patibolo di condanna che Cristo ha trasformato nella condanna del patibolo”, scriveva il cardinale Angelo Comastri – è perdono. La stessa parola che Gesù pronuncia inchiodato a quel legno di sofferenza, tortura e morte. Davvero il modo di agire di Dio è eccessivo, tutto è dono oltre ogni misura – per-dono – oltre ogni attesa e speranza. L’uomo, insomma noi, siamo lì a misurare le cose, come fa Pietro, lo racconta Matteo, che non mette in dubbio il perdono, non ne esclude la possibilità, ma, appunto, chiede fino a quante volte perdonare. La parabola che ci viene proposta è quella dei due servi debitori. Papa Francesco, all’Angelus, mette in evidenza anzitutto la sproporzione fra il servo che “deve al suo padrone diecimila talenti, una somma enorme, milioni e milioni di euro” e l’altro servo che deve, al primo, un debito ”piccolissimo, forse come lo stipendio di una settimana”. Risposte differenti: il re, cioè Dio, perdona tanto, mentre l’uomo, il servo, fa imprigionare il debitore. “Nell’atteggiamento divino la giustizia è pervasa dalla misericordia, mentre l’atteggiamento umano si limita alla giustizia. Gesù ci esorta ad aprirci con coraggio alla forza del perdono, perché nella vita non tutto si risolve con la giustizia. C’è bisogno di quell’amore misericordioso”. Dio è insieme giustizia e misericordia. Quanto è difficile saper perdonare, mettere da parte ira, vendetta, offesa e avere la capacità di dire: ti ho perdonato. Le cronache dei nostri tempi ci portano atteggiamenti e parole molto distanti dall’idea del perdono: voglio che patisca la stessa sorte. Quante volte la ferita di un distacco non ha permesso che si pronunciasse la parola perdono. Il brano del Vangelo di Matteo di ieri indica a tutti noi una strada diversa. Pietro si rivolge a Gesù e gli chiede: Signore quante volte dovrò perdonare il fratello che commette colpe contro di me? E la risposta – settanta volte sette – non può non lasciarci senza parole. Non ci sono limiti al perdono ci dice Gesù con quella risposta a Pietro. C’è da dire che ci portiamo dietro un’idea sbagliata di perdono, quasi fosse una spugna che cancella le colpe, la memoria di un gesto, dell’offesa ricevuta. L’urgenza del perdono è sottolineata dal Papa all’Angelus: “è necessario applicare l’amore misericordioso in tutte le relazioni umane: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, all’interno delle nostre comunità, nella Chiesa e anche nella società e nella politica”. Se perdono e misericordia fossero “lo stile della nostra vita”, afferma il Papa, “quanta sofferenza, quante lacerazioni, quante guerre potrebbero essere evitate […] Quante famiglie disunite che non sanno perdonarsi! Quanti fratelli che hanno questo rancore dentro! È necessario applicare l’amore misericordioso in tutte le relazioni umane: tra i coniugi, tra i genitori e i figli, all’interno delle nostre comunità, nella Chiesa e anche nella società e nella politica”. Ricorda poi le parole della lettura del Siracide – “ricorda la fine e smetti di odiare” – e dice: “pensiamo a questa frase tanto toccante. E non è facile perdonare. Nei momenti tranquilli diciamo: questo me ne ha fatto di tutti i colori! Ma anche ne ho fatte tante. Ma poi il rancore torna come una mosca fastidiosa d’estate. Occorre perdonare sempre, non in un solo momento”. E ricorda la preghiera del Padre nostro, quel “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Parole che contengono “una verità decisiva”, cioè “non possiamo pretendere per noi il perdono di Dio”, se non lo concediamo a nostra volta, “se non ci sforziamo di perdonare e di amare, nemmeno noi verremo perdonati e amati”. Nel dopo Angelus, il pensiero del Papa va a quanto accaduto nel campo di Moira, isola di Lesbo – Francesco aveva visitato quel campo 16 aprile 2016 – e chiede che sia assicurata “un’accoglienza umana e dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi, a chi cerca asilo in Europa”. E lancia, infine, un duplice appello: ai partecipanti alle manifestazioni popolari di protesta perché non cedano “alla tentazione dell’aggressività e della violenza”; ai politici e governanti perché ascoltino “la voce dei loro concittadini”, vadano incontro “alle giuste aspirazioni”, nel “pieno rispetto dei diritti umani e delle libertà civili”. Fabio Zavattaro

Papa Francesco: solidarietà e vicinanza a profughi Lesbo

13 Settembre 2020 - Lesbo - La grave situazione del campo profughi di Moria è stata ricordata oggi da Papa Francesco con l’appello ad una accoglienza umana e dignitosa ai profughi. “Nei giorni scorsi – ha detto dopo la preghiera mariana dell’Angelus - una serie di incendi ha devastato il campo profughi di Moria nell’isola Lesbo lasciando  migliaia di persone senza rifugio”. Il papa ha ricordato il suo viaggio, nel 2016, a Lesbo: “è sempre vivo in me il ricordo  della visita compiuta là e l’appello lanciato con il patriarca  ecumenico e l’arcivescovo ad assicurare accoglienza umana e  dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi e a chi cerca  asilo in Europa”. Papa Francesco ha quindi espresso “solidarietà e vicinanza a tutte le  vittime di queste drammatiche vicende”, ha detto.

Raffaele Iaria

Migrantes: oggi la conclusione del convegno per gli operatori pastorali “Amici dei Rom”

13 Settembre 2020 - Roma - “Il Vangelo tra i rom. Annunciare testimoniare condividere”. Questo il tema dell’incontro di pastorale con i rom e sinti in corso, fino ad oggi, a Frascati presso Villa Campitelli e promosso dalla Fondazione Migrantes. L’incontro, al quale partecipano 70 operatori, è stato aperto venerdì sera dal direttore generale dell’organismo pastorale della Cei ed riservato agli operatori  Migrantes. “Si tratta – spiega la Fondazione Migrantes – di un momento pensato non soltanto per quanti sono già impegnati in questa pastorale specifica, ma anche per quanti vorrebbero iniziare ad impegnarsi in essa”. “Siamo molto diversi fra noi per idee, esperienze, età, provenienze – ha detto don De Robertis – ed è bene che sia così ma accomunati da una stessa passione, da uno stesso amore. L’amore per il Vangelo e per io popolo rom che abbiamo incontrato in modi e tempi diversi ma che per noi è una ricchezza”. Tra i partecipanti il vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, Gianpiero Palmieri, il catecheta Enzo Biemmì, la presidente delle teologhe italiane, Cristina Simonelli. Durante la tre giorni diverse le testimonianze di operatori pastorali impegnati sull’intero territorio nazionale.

Raffaele Iaria

Migrantes Gaeta: lunedì un webinar con il Direttore Migrantes don Giovanni de Robertis

11 Settembre 2020 - Gaeta - Si intitola “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni“. E’ il webinar organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali e Ufficio Migrantes della diocesi di Gaeta in vista della Giornata Mondiale del prossimo 27 settembre. Andrà in onda lunedì 14 settembre alle ore 19.30 sulla pagina Facebook della diocesi. I lavori saranno introdotti da  don Maurizio Di Rienzo, direttore Ucs Gaeta, e saluterà gli ospiti Mons. Luigi Vari, arcivescovo di Gaeta. Modera il webinar Maria Giovanna Ruggieri, direttore dell’ufficio diocesano Migrantes. Due saranno gli ospiti che dialogheranno insieme: don Giovanni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes, e Angela Caponnetto, giornalista Rai e autrice del libro “Attraverso i tuoi occhi” (edizioni Piemme).  

Migrantes: a Frascati l’incontro degli operatori pastorali “Amici dei Rom”

11 Settembre 2020 - Roma - Sarà Villa Campitelli a Frascati (Roma) ad ospitare da oggi a domenica l’incontro riservato agli operatori  Migrantes per la pastorale con Rom e Sinti. “Si tratta – spiega la Fondazione Migrantes – di un momento pensato non soltanto per quanti sono già impegnati in questa pastorale specifica, ma anche per quanti vorrebbero iniziare ad impegnarsi in essa”. Tra i  partecipanti il vescovo ausiliare di Roma e incaricato della pastorale Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, Mons. Gianpiero Palmieri, il catecheta Enzo Beemmì, la presidente delle teologhe italiane, Cristina Simonelli. Durante la tre giorni diverse le testimonianze di operatori pastorali impegnati sull’intero territorio nazionale. I lavori saranno aperti e conclusi dal Direttore generale della Fondazione Migrantes, don Giovanni De Robertis.

Migrantes Asti: per la GMRR il festival “Sconfinare”

11 Settembre 2020 - Asti - In occasione della 106ª Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebrerà il prossimo 27 settembre, l’Ufficio Migrante di Asti promuove il “Migrantes Festival”, una rassegna culturale “diffusa” che, dal 18 al 27 settembre, animerà diversi angoli del centro storico di Asti per riflettere su alcuni aspetti del fenomeno della mobilità umana. Il titolo “Sconfinare. Viaggio alla ricerca dell’altro e dell’altrove” si ispira all’omonimo saggio della scrittrice Donatella Ferrario, ospite della serata inaugurale, il 18 settembre, alle ore 21, in piazza Cattedrale. Il tema del superamento dei confini, non solo geografici, ma anche mentali e culturali, costituirà infatti il filo conduttore dei numerosi eventi in programma e sarà declinato attraverso lo sguardo multidimensionale e multidisciplinare di scrittori, artisti, studiosi, gente comune: persone che hanno vissuto l’esperienza dello “sconfinare” o che hanno raccolto le storie dei testimoni per conservare e trasmettere la memoria di passaggi spesso drammatici, dagli esiti incerti e mai scontati. Dopo la serata di apertura dove Donatella Ferrario dialogherà con la docente e scrittrice Laurana Lajolo, il Festival proseguirà sabato 19, alle ore 21 sempre in piazza Cattedrale, con la tavola rotonda “Un mondo senza confini? Globalizzazione e migrazione” alla quale prenderanno parte gli scrittori Kossi Komla-Ebri e Pap Khouma, la mediatrice culturale Sabina Darova e l’antropologa Dennis Marcela Bejarano, moderati da Marco Castaldo. Lunedì 21 settembre, alle 18, il cortile del Vescovado ospiterà il dibattito “Quale linguaggio per le migrazioni? Giornalisti astigiani a confronto”, coordinato da Michelino Musso, Responsabile delle Comunicazioni sociali della Diocesi di Asti.  Giovedì 24 settembre 2020, alle ore 21.00, il Festival si sposterà in periferia, presso la chiesa di San Domenico Savio, dove si svolgerà lo spettacolo “Differente-mente. Musica e parole”, con: Jane Plumbini (voce solista), Aba Rubolino (violino), Leonard Plumbini (violoncello e piano), Nuccia Scoglia (arpa e percussioni), Lorenzo Morosino (chitarra).  Venerdì 25 settembre, alle ore 21.00, presso il Foyer delle famiglie di via Milliavacca, 5, il sindacalista Mamadou Seck intervisterà il giornalista e sociologo Eurispes Marco Omizzolo, autore del libro “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”. Sabato 26 settembre 2020, alle ore 16, la Biblioteca vivente “Sconfinare insieme” animerà il cortile della Casa del Giovane di via Giobert, 20. Per questo evento si richiede la prenotazione inviando un messaggio whatsapp al n° 3516358141 oppure scrivendo a migrantespoint@gmail.com. Sempre il 26 settembre, alle ore 18.15, presso il Foyer delle famiglie, il sociologo Luigi Berzano intervisterà Gabriele Proglio storico e ricercatore presso l’Università di Coimbra, autore del libro “Bucare il confine. Storie dalla frontiera di Ventimiglia”. La rassegna si concluderà domenica 27 settembre con la proiezione del film “Torna a casa, Jimi”, in programma alle ore 21 presso il Foyer delle famiglie. Il 25, 26 e 27 settembre, presso gli spazi del Foyer, in concomitanza con gli eventi in programma, sarà inoltre possibile visitare la mostra “Sconfin-Arte” Il Migrantes Festival è realizzato con il contributo del CSVAA, il patrocinio della Provincia e del Comune di Asti e la collaborazione di: Noix de Kola, Foyer delle famiglie, ACLI, Ufficio Missionario, Comunicazioni sociali Diocesi di Asti, AssoAlbania, ASIAP, Comunidade brasileira de Asti, Associazione Gambiani Asti, Associazione Maliani di Asti, Associazione Guineani Asti  

Migrantes Genova: “voler bene al nostro territorio parte dal non fare sentire più nessuno straniero”

11 Settembre 2020 - Genova – “Dopo il responsabile ripensamento della Prefettura di Genova affinché l'accoglienza dei richiedenti asilo potesse essere una vera opportunità, anziché la gestione di un problema, la Chiesa genovese presenterà un progetto che parte dalle intuizioni di Papa Francesco”. Così Mons. Giacomo Martino, direttore dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Genova, in merito alla situazione legata all'accoglienza dei richiedenti asilo. “L'odierna situazione dei richiedenti asilo presenta una criticità dovuta alla visione semplicemente alloggiativa e assistenziale aggravatasi dall'ultimo decreto governativo sulla sicurezza", afferma il sacerdote genovese in un editoriale pubblicato dal settimanale cattolico di Genova, "Il Cittadino". A causa delle attuali normative, “molte persone, uomini, donne e figli, usciti alla fine del percorso di emergenza delle nostre realtà non hanno più potuto accedere, come prima, ai percorsi integrativi dello Sprar (ora Siproimi), che aiutavano un inserimento abitativo e lavorativo quanti avevano avuto il permesso”. La situazione, dice il sacerdote, è diventata via via sempre più difficile perché “la stragrande maggioranza di quanti erano ospitati nelle nostre case genovesi, non avendo ricevuto i documenti perché è stato cancellato il permesso per 'motivi umanitari', sono diventati dei senzatetto che vagano per le strade, anche in questo momento di rischio di contagio, senza trovare un letto per dormire, senza documenti per lavorare e quindi, spesso, nelle mani di chi li sfrutta illegalmente per dare loro il minimo per la sopravvivenza. Senza documenti, però, non si può affittare una casa, avere un contratto di lavoro, pagare le tasse e davvero non si potrà mai integrarsi vivendo sempre come una minoranza sfruttata, legata al disagio economico e al colore della pelle e al Paese di provenienza". A tutto questo, vuol provare a rispondere la Chiesa genovese con un progetto "che parte dalla persona e dalla relazione di amicizia, con tante idee e cose concrete, con suggerimenti e innovazioni, ma senza mai prescindere dalle persone" perché "volere bene al nostro territorio, alla nostra città, al nostro quartiere parte proprio dal non fare sentire più nessuno straniero".

Lesbo: tutti sfollati dopo l’incendio

11 Settembre 2020 - Lesbo - Per terra, sull’erba o sull’asfalto, ai bordi della strada provinciale o nel parcheggio di un supermercato: gli abitanti di Moria mai avrebbero pensato potesse esistere una sistemazione peggiore di quella conosciuta dentro il campo più sovraffollato d’Europa. Si sbagliavano. Hanno passato all’aperto le prime due giornate dopo l’incendio infernale che martedì notte ha carbonizzato tre quarti della tendopoli per rifugiati più grande del continente. Ad appiccare il fuoco, pare ormai pressoché certo, sono stati gruppi di migranti, esasperati dal confinamento rigido e prolungato da coronavirus, ma anche dalle condizioni estreme che nell’hotspot si sopportavano da troppo tempo. Fino a ieri pomeriggio gli sfollati erano ancora quasi tutti per strada, senza accesso a servizi igienici e, per la maggior parte, senza viveri. Al tramonto, sono iniziati i primi trasferimenti. Le poche tende rimaste in piedi dopo il rogo di martedì erano state mangiate dalle fiamme in un secondo incendio e ieri in un terzo episodio. Giusto per essere sicuri che di Moria non resti più traccia. «La notte scorsa i poliziotti non ci hanno portato nemmeno un po’ d’acqua, hanno solo guardato i nostri bambini dormire al freddo» racconta Amina, 42 anni, ex professoressa di filosofia che ha passato gli ultimi sette mesi a Moria. È rimasta seduta per ore con il marito e i suoi cinque figli sotto un pergolato di una casa abbandonata. Insieme a lei, molte altre famiglie, in attesa su teli e materassini, le poche cose salvate dal fuoco, a pochi passi da uno dei posti di blocco della polizia greca: «Nessuno può passare, hanno lanciato lacrimogeni contro chi cercava di andare in città» racconta la donna, che non nasconde le difficoltà più intime della situazione che sta vivendo. «Non troviamo un posto dove potere andare al bagno». Né Amina né le persone con lei hanno avuto nulla da bere né da mangiare dagli operatori del campo. «Abbiamo visto solo polizia, nessuno delle autorità». È andata meglio a un altro folto gruppo di migranti che si è radunato nel parcheggio del supermercato Lidl, luogo molto frequentato dai migranti perché circa a metà strada tra Moria e la città di Mitilene. «Più della metà delle persone sfollate è rimasta senza assistenza né aiuti istituzionali, mentre ai gruppi che sono confluiti verso il supermercato è stato distribuito cibo» ha spiegato ieri sera Nawal Soufi, attivista italiana, al lavoro da molto tempo come operatrice umanitaria indipendente dentro l’hotspot. «Il problema è che la gente si è sparpagliata in diverse direzioni». Mentre eravamo in contatto con lei, ieri attorno alle 19, sono entrati nel parcheggio del supermercato i primi due autobus che, con ogni probabilità, hanno poi condotto i rifugiati nel porto di Sigri, a circa 100 chilometri dal capoluogo Mitilene. Lì, poco prima, era attraccato il traghetto Blue Star Chios che – insieme a due navi della Marina militare – dovrebbe ospitare temporaneamente 2mila sfollati. «Purtroppo non viene comunicato nulla ai rifugiati, come se non fosse loro diritto sapere quale sarà la loro sorte» dice Nawal Soufi. Altri ragazzi sono stati più fortunati: circa 400 adolescenti avrebbero già lasciato Lesbo in aereo e si troverebbero nella Grecia continentale. Al proposito, ieri, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno concordato un piano per l’Ue con l’obiettivo di accogliere, dall’isola, circa 400 minori non accompagnati. E il premier Giuseppe Conte in serata ha fatto sapere che l’Italia darà una mano: «Affiancheremo l’iniziativa per i minori non accompagnati, ma in prospettiva dobbiamo evitare si possano ripetere episodi del genere». Anche l’Olanda del primo ministro Mark Rutte – finora molto freddo all’ipotesi di accettare richiedenti asilo dalla Grecia – ha annunciato che accoglierà 100 minori non accompagnati e famiglie con bambini. Le fiamme di Moria, che per un soffio non hanno provocato una strage, hanno fatto molto di più di tante denunce rimaste inascoltate nei cinque lunghi anni di patimenti fra le tende. (Francesca Ghirardelli – Avvenire)  

GMMR: il Piemonte e la Valle d’Aosta nel solco dei «santi sociali»

10 Settembre 2020 -

Torino - Non è casuale che la Fondazione Migrantes abbia scelto le diocesi di Piemonte e Valle d’Aosta come sedi principali per la celebrazione italiana della 106ª Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, in programma il 27 settembre. Nella Cattedrale di Torino in diretta su Rai 1 alle 11 monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino e amministratore apostolico di Susa, presiederà la celebrazione eucaristica della Giornata, che il Papa nel suo messaggio diffuso il 13 maggio ha intitolato “Come Gesù Cristo, costretti a fuggire: accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni”. "La scelta delle diocesi subalpine da sempre terre d’immigrazione – ha sottolineato ieri Sergio Durando, direttore dell’Ufficio pastorale migranti di Torino e coordinatore Migrantes del Piemonte – ci sprona ad andare avanti nel solco dei santi sociali come don Bosco e Murialdo che accoglievano i contadini e i giovani dalle campagne, dell’emigrazione dal Sud Italia nel Dopoguerra ed ora delle nuove migrazioni dal Sud del mondo e dai Paesi in guerra". Oggi infatti Torino e le diocesi del Piemonte – aggiunge Durando – "con 429.375 stranieri (il 50% nel capoluogo, con età media 30-39 anni) sono la quinta regione d’Italia con provenienze da 172 paesi diversi e 12 comunità etniche molto numerose". "Presenze e bisogni – ha ribadito monsignor Nosiglia – che, grazie alle sollecitazioni di questa Giornata devono attraversare la coscienza e la vita delle nostre comunità per stimolare la ricerca di vie e impegni concreti di accoglienza e solidarietà verso tutti gli immigrati e gli sfollati presenti nel nostro territorio: una realtà importante che nel mondo coinvolge 50 milioni di persone, compresi i nostri connazionali sfollati ad esempio dai recenti terremoti". "Far leva sull’allarmismo e sull’invasione, come già è avvenuto in passato – ha aggiunto Nosiglia – non aiuta ad affrontare seriamente il problema ma suscita solo paura e timore che, collegato al coronavirus, suscita ancora di più rifiuti e scelte drastiche che nulla hanno a che vedere con l’accoglienza delle persone ma ne fanno dei capri espiatori di ben altre situazioni». Dal canto suo monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti, incaricato regionale Migrantes della Conferenza episcopale del Piemonte e della Valle d’Aosta con un passato da fidei donum in Kenya, ribadendo che occorre un cambiamento di mentalità nel considerare gli stranieri "non come capo espiratorio di tutti i nostri problemi ma come risorsa" (in Italia sono 52 mila gli imprenditori immigrati) ha presentato il documento che il coordinamento Migrantes di Piemonte e Valle d’Aosta "terra di santi sociali che hanno saputo rispondere alle sollecitazioni del loro tempo tra cui l’immigrazione" diffonderà in occasione della Giornata. È intitolato “Mi avete ospitato”. "Il motivo per cui la comunità cristiana in primis non può sottrarsi all’accoglienza – ha aggiunto Prastaro – sta nelle parole di Gesù: 'Ero forestiero e mi avete ospitato'". 

In preparazione alla Giornata, la Fondazione Migrantes ha promosso nei giorni scorsi a Villa Lascaris di Pianezza (Torino) il Corso di Alta formazione sulle sfide dell’emigrazione. Ai lavori, presieduti dal direttore generale della Fondazione don Giovanni De Robertis, hanno partecipato 60 tra direttori della Pastorale migranti delle diocesi della Penisola e collaboratori laici. Tra i relatori, l’inviato di Avvenire, Nello Scavo. Fitto il calendario degli appuntamenti piemontesi di qui al 27 settembre: da spettacoli e presentazioni di libri e mostre, ai cineforum, al Meeting tra giovani italiani e immigrati sul messaggio del Papa, sabato 12 settembre dalle 14 alle 18, (in via Cottolengo 24/a). I giovani, su un testo raccolto da Marco Laruffa e musicato da fratel Ettore Moscatelli, hanno anche composto l’inno della Giornata che verrà inviata a papa Francesco. La stessa composizione, il calendario completo della Giornata e il messaggio del Coordinamento Migrantes Piemonte e Valle d’Aosta si trovano sul sito www.migrantitorino.it. (Marina Lomunno - Avvenire)

Vangelo Migrante: XXIV domenica del Tempo Ordinario (Vangelo 18, 21-35)

10 Settembre 2020 - Il Vangelo non è spostare un po’ più avanti i paletti della morale ma è la bella notizia che l’amore di Dio non ha misura. Pietro sa per esperienza che a certe persone è quasi impossibile cambiare la testa e con la sua domanda tenta di orientare la risposta di Gesù: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette?”. Insomma: va bene essere generosi nel perdonare, ma fino ad un certo punto! E Gesù: “non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”: quello che Pietro ritiene inopportuno, per Gesù è necessario. Dio, il re della parabola del Vangelo, non è campione di diritto ma di compassione. Sente come suo il dolore di un suddito che lo implora dinanzi ad un debito stratosferico e sente che questo conta più dei suoi (del re) diritti. Il dolore di ‘quel tale’ pesa più dell’oro. In questo è davvero regale. E non servile come ‘il tale’ che, nonostante il beneficio ottenuto, ‘appena uscito’, trova uno nella sua stessa condizione e prendendolo per il collo, quasi lo strangola dicendo: “dammi i miei cento denari” (centesimi). Lui che era stato perdonato di miliardi! Eppure ‘il tale’ non esige nulla che non sia un suo diritto: vuole essere pagato. È giusto e spietato. Onesto e crudele, al tempo stesso. Di sicuro dimentico del grande beneficio appena ottenuto. Sull’equilibrio tra dare - avere e dei conti in pareggio, Gesù propone la logica di Dio, quella dell’eccedenza: perdonare ‘settanta volte sette’. Un atteggiamento che non chiude i conti ma aggiunge la contabilità degli altri. Il perdono di Dio non è ‘farla franca’ per assicurarsi una condotta libera e senza punizioni nonostante tutto, ma ha uno scopo: leggere diversamente le mancanze altrui. Chi è stato perdonato, perdona. Chi non perdona è chi non ha assimilato il perdono (prima lettura). Il problema è che è difficile farsi perdonare. Perché? Perché Il perdono è imbarazzante: è un ricevere senza dare nulla in cambio. Nel perdono i conti non tornano. Mai. Di fronte al perdono traboccante di Dio siamo semplicemente poveri …, perché non abbiamo nulla in cambio da dare. E allora reagiamo con l’altezzosità, fino a pensare di meritare, in fondo, quello che Dio ci sta dando; mentre Dio, disarmante, fa per davvero tutto gratuitamente. A dirla tutta, noi non ci meritiamo nemmeno di vivere: siamo vivi perché siamo amati. Tutti, nessuno escluso. Lo possiamo capire solo stando dinanzi a Dio per come Lui è e per come noi siamo: debitori. E vivere da debitori davanti a Dio è vivere con il cuore visitato dalla carezza stessa di Dio che spesso ha la forma della mano di un fratello che chiede di essere tirato su! Questo è la porta della pace!

p. Gaetano Saracino

Papa Francesco: cambiare il modo di vedere e raccontare la migrazione

10 Settembre 2020 - Città del Vaticano – “E’ fondamentale cambiare il modo di vedere e raccontare la migrazione: si tratta di mettere al centro le persone, i volti, le storie. Ecco allora l’importanza di progetti, come quello da voi promosso, che cercano di proporre approcci diversi, ispirati dalla cultura dell’incontro, che costituisce il cammino verso un nuovo umanesimo. E quando dico ‘nuovo umanesimo’ non lo intendo solo come filosofia di vita, ma anche come una spiritualità e uno stile di comportamento”. Lo ha detto questa mattina Papa Francesco ricevendo i partecipanti al progetto europeo “Snapshots from the Borders” (Voci ed esperienze dai confini), guidati dal sindaco di Lampedusa e Linosa, Salvatore Martello. Il papa ha rivolto un appello affinchè non si rimanga “indifferenti alle tragedie umane che continuano a consumarsi in diverse regioni del mondo. Tra queste ci interpellano spesso quelle che hanno come teatro il Mediterraneo, un mare di confine, ma anche di incontro di culture”. “Il vostro è un progetto lungimirante”, ha sottolineato il Papa in quanto “si propone di promuovere una comprensione più profonda della migrazione, che permetta alle società europee di dare una risposta più umana e coordinata alle sfide delle migrazioni contemporanee”. Lo scenario migratorio attuale è “complesso” e spesso presenta “risvolti drammatici. Le interdipendenze globali che determinano i flussi migratori sono da studiare e capire meglio. Le sfide sono molteplici e interpellano tutti”, ha quindi aggiunto il pontefice che ha anche rocordato l’Incontro con i Vescovi del Mediterraneo, che si è svolto a Bari nel febbraio scorso. E di fronte a queste sfide “appare evidente come sono indispensabili la solidarietà concreta e la responsabilità condivisa, a livello sia nazionale che internazionale”. L’attuale pandemia ha evidenziato “la nostra interdipendenza: siamo tutti legati, gli uni agli altri, sia nel male che nel bene”, aveva detto il papa lo scorso 2 settembre durante l’Udienza generale. Per Papa Francesco le frontiere, da sempre considerate come “barriere di divisione”, possono invece diventare “finestre”, spazi di “mutua conoscenza, di arricchimento reciproco, di comunione nella diversità; luoghi in cui si sperimentano modelli per superare le difficoltà che i nuovi arrivi comportano per le comunità autoctone”. Da qui l’incoraggiamento a “lavorare insieme per la cultura dell’incontro e della solidarietà”.

R.Iaria

 

Parroco Lampedusa: ripristinare vie legali per raggiungere l’Europa

10 Settembre 2020 - Lampedusa – “A Lampedusa arrivano turisti e migranti come sempre. Le loro vite scorrono indipendenti, non ci sono problemi d’ordine pubblico, o di sicurezza, né tantomeno emergenze sanitarie per i villeggianti. Tra i lampedusani non ci sono casi di Covid. L’emergenza vera la vivono coloro che, dopo viaggi allucinanti, vengono portati nell’hotspot: è disumano tenere 1.200-1.400 migranti concentrati in uno spazio ristrettissimo senza i servizi minimi. Non basta parlare di chiusure all’arrivo o blocchi delle partenze: ciò che sfugge sempre nel dibattito è che si sta parlando della vita delle persone, della loro dignità”. A parlare è il parroco di Lampedusa, don Carmelo La Magra in una intervista al settimanale “Famiglia Cristiana” da oggi in edicola. La parrocchia di San Gerlando di Lampedusa – dice il parroco – mette a disposizione alcuni locali della parrocchia, come la Casa della Fraternità, per i migranti più vulnerabili e i gruppi familiari. Ma – spiega – “anche questa è una soluzione provvisoria. Non è possibile realizzare un’ospitalità dignitosa per lunghi periodi. L’altra sera la gran parte dei quasi 400 stranieri arri- vati dalla Libia li abbiamo ospitati in parrocchia. Il nostro contributo non è certo risolutivo, ma cerchiamo di essere un piccolo esempio positivo. Facciamo il nostro. L’intervento risolutore, tuttavia, non può che venire dall’alto”. Per il sacerdote “il vero problema è l’assenza di vie legali sicure per raggiungere l’Europa. Oggi è tornato prepotentemente di moda l’uso del termine ‘clandestino’. Ma a creare il clandestino siamo noi, con le nostre leggi di chiusura. Negando il diritto di protezione e d’asilo, si costringono coloro che ne sono depositari ad affidarsi ai trafficanti e a rischio di morte in mare. Basterebbe ripristinare l’ingresso legale nel nostro Paese per stroncare i viaggi dei disperati e la clandestinità”.  

Comunità di Sant’Egidio: “l’Europa accolga i richiedenti asilo che hanno perso tutto” a Lesbo

10 Settembre 2020 -

Roma - La Comunità di Sant’Egidio lancia un appello a tutti i paesi dell’Unione Europea perché accolgano con urgenza i profughi che con l’incendio del campo di Moria hanno perso tutto. Si tratta - si legge in una nota della comunità - di richiedenti asilo che da mesi, alcuni da anni, vivono in condizioni di estrema precarietà, dopo aver fatto lunghi e rischiosissimi viaggi per fuggire da guerre o situazioni insostenibili, in gran parte provenienti dall’Afghanistan. Sono per lo più famiglie, per una cifra complessiva di presenze che si aggira attorno alle 13 mila, con una percentuale di minori del 40 per cento. L’Europa, "se è ancora all’altezza della sua tradizione di civiltà e umanità, deve farsene carico con un atto di responsabilità collettiva".

La Comunità di Sant'Egidio quest'estate, com propri volontari, è stata presente al campo di Lesbo per una “vacanza alternativa” per sostenere i profughi,  con punti di ristorazione, animazione per i bambini, corsi di inglese per gli adolescenti: "possiamo testimoniare la loro sete di dignità e di futuro. Come potremmo raccontare le storie di integrazione di chi abbiamo accompagnato in Europa con il corridoio umanitario che inaugurò nell’aprile 2016 Papa Francesco portando con sé alcuni profughi nel suo aereo, al ritorno dalla sua visita a Lesbo. Nel frattempo, per fronteggiare l’emergenza di queste ore, chiediamo il trasferimento urgente dei profughi in campi attrezzati, forniti di servizi, in terraferma, per evitare ulteriori drammi della disperazione, Occorre inoltre che le associazioni presenti nell'isola abbiano libero accesso per portare aiuti immediati ai profughi".

R.I.