Primo Piano

Viminale: da inizio anno sbarcate 16.817 persone sulle coste italiane

14 Giugno 2021 - Roma - Sono 16.817 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane dall’inizio dell’anno. Di questi 2.704 sono di nazionalità bengalese (16%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (2.486, 15%), Costa d’Avorio (1.417, 9%), Egitto (1.066, 6%), Eritrea (1.009, 6%), Guinea (952, 6%), Sudan (908, 5%), Marocco (623, 4%), Mali (572, 3%), Algeria (512, 3%) a cui si aggiungono 4.568 persone (27%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Italiani nel Regno Unito: la corsa per non perdere i diritti

14 Giugno 2021 - Londra - Sono soltanto iniziali, A.K., A.F. e V.M. che nascondono, però, storie vere e dolorose di italiani, spesso anziani, che non ce l’avrebbero mai fatta. Senza l’aiuto del Comites, il Comitato degli italiani all’estero, non sarebbero riusciti a completare quella domanda di settled status, il visto, richiesto dal Regno Unito, che garantisce loro accesso a sanità pubblica, alla pensione e alle case di riposo e il diritto di rientrare in Gran Bretagna, dopo un viaggio in Italia. “A.K. era una malata terminale di cancro, immobilizzata su un letto di ospedale, e abbiamo ottenuto dal ministero degli interni britannico una dispensa, così che la sua domanda di settled status venisse sospesa”, racconta Marco Pariotti, incaricato, proprio dal Comites, di aiutare gli italiani a registrarsi al sito dedicato. È lui che risponde alle telefonate che arrivano al numero 07879434167, avviato per chi si trova in difficoltà, e risponde ai messaggi all’indirizzo di posta elettronica (brexit@comiteslondra.info) e sui social (@comites). Il termine ultimo, per fare domanda di visto è il 30 giugno e sono ancora a migliaia, soprattutto anziani, gli italiani che non si sono registrati e, quindi, non hanno il diritto di rimanere. “V.M., circa ottant’anni, aveva il passaporto scaduto, ma siamo riusciti a farlo rientrare nel decreto Milleproroghe e l’abbiamo guidato fino al completamento della domanda, andando di persona a casa sua. M.L. aveva soltanto il presettled status, la fase precedente al settled, ma siamo riusciti a recuperare i documenti che dimostravano che poteva restare”, continua Marco Pariotti. “Molti anziani che abbiamo aiutato erano ospiti di Villa Scalabrini, la casa di riposo fuori Londra, gestita dai padri Scalabriniani”. La linea telefonica del Comites è stata aperta a gennaio ed è operativa dalle 10 alle 15. Da allora sono arrivate due telefonate ogni minuto e sono state circa duemila le persone che hanno chiamato. Un servizio indispensabile dopo che, per colpa della pandemia, non era stato più possibile incontrare di persona chi aveva bisogno di aiuto, come era stato fatto nel 2019 e nel 2020. Lo sportello itinerante è stato riaperto, al mercoledì, soltanto il mese scorso. Il Comitato italiani all’estero ha anche messo a punto una guida stampata, pensata per aiutare gli ultrasessantacinquenni, distribuita a 41mila italiani. “Abbiamo scritto, chiedendo a queste persone di contattarci ma circa 2.500 lettere sono tornate indietro”, spiega ancora Marco Pariotti. “Ci siamo concentrati su questa fascia d’età perché il ministero degli interni britannico ci ha segnalato che avevano ricevuto soltanto tra l’1% e il 2% di domande tra chi appartiene a questa generazione. Siamo, quindi, preoccupati che saranno molti a non registrarsi. Tanti non sanno neppure cosa sia la Brexit”. “Il governo britannico ha fatto sapere che considererà, in modo individuale, ogni singolo caso dei cittadini che non hanno fatto domanda. Penso che troveranno una formula per evitare misure drastiche come il rimpatrio e il carcere anche se, nelle ultime settimane, il ministero degli interni ha avuto un approccio duro, fermando molti europei alle frontiere, oppure rinchiudendoli in centri di detenzione”, aggiunge Pietro Molle, presidente del Comites. “Non siamo d’accordo su questi metodi anche se molti ignorano le regole benché il ministero abbia condotto una campagna pubblicitaria per incoraggiare a fare domanda di settled status. Gli europei che hanno ottenuto il visto hanno superato i cinque milioni. Ben oltre i tre milioni previsti nei primi mesi dopo il referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016 nel quale i cittadini britannici hanno votato per uscire dalla Ue. Gli italiani registrati sono oggi oltre 440mila, in Inghilterra e Galles, secondo le statistiche pubblicate dal governo britannico. È una cifra inferiore ai circa settecentomila che vivono nel Regno Unito ma molti hanno deciso di chiedere la cittadinanza britannica che garantisce loro gli stessi diritti dei sudditi della Regina”. (Silvia Guzzetti)  

Migrantes Latina: campus estivo su circo e volontariato

14 Giugno 2021 - Latina - L'Ufficio Diocesano Migrantes della diocesi di Latina-Sezze-Priverno, a partire dall'esperienza di condivisione vissuta in questo lungo tempo di emergenza con le famiglie dei circensi presenti sul territorio, promuove un Campus estivo per i giovani dai 16 ai 25 anni, sul tema “Circo e volontariato”, dal 5 all'11 luglio presso la Parrocchia “Stella Maris” di Latina Lido. “Sono invitati i giovani, e gli educatori dei nostri gruppi parrocchiali e delle associazioni che lavorano con i giovani”, spiega il direttore Migrantes, Angelo Raponi. Per info 07734068012

Morire di Speranza: domani la preghiera interreligiosa con il card. Parolin

14 Giugno 2021 - Roma - Sarà il Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, a presiedere, domani, martedì 15 giugno, la preghiera in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l'Europa. L'iniziativa è promossa, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato (20 giugno) da Fondazione Migrantes, Comunità di Sant'Egidio, Centro Astalli, Caritas Italiana ed altre associazioni e si svolgerà nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma alle ore 18,00.

La storia di Moussa Balde e il peso dell’indifferenza: la risposta di “Confini” per sensibilizzare i più giovani sull’immigrazione

14 Giugno 2021 - Roma - “Una storia che fa emergere una lunga catena di dettagli, sempre dello stesso colore: indifferenza, solitudine, abbandono, violenza”. Lo ha detto l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, celebrando una preghiera per Moussa Balde, giovane ragazzo guineano di 23 anni, suicidatosi al Centro di permanenza per i rimpatri. “Una ferita aperta che pesa profondamente sul mio cuore” ha continuato l’arcivescovo, e che mostra che “se non c’è comunità nell’accompagnare questi fratelli e sorelle vince l’indifferenza”. Ed è proprio l’indifferenza il principale ostacolo che incontrano tanti che, come Moussa, decidono di venire nel nostro paese con la speranza di una vita migliore. Il giovane guineano infatti, venuto in Italia nel 2017, ha provato ad integrarsi, imparando la lingua e mettendosi anche a studiare (aveva preso la licenza di terza media). Uno slancio positivo che però si è interrotto nel momento in cui Moussa ha dovuto fare i conti con la realtà: senza un sostegno, il giovane è entrato in una spirale negativa di depressione e ansia non riuscendo a trovare un lavoro e perdendo con il tempo ogni stimolo nel farlo. I numerosi “No” ricevuti hanno portato il giovane a chiedere l’elemosina. Ed è proprio mentre chiedeva la carità di fronte ad un supermercato di Ventimiglia che il giovane guineano ha subito l’ennesimo trauma: una violenta aggressione da parte di tre italiani. Ricoverato per le lesioni subite, il giovane è stato raggiunto da un decreto di espulsione perché risultato privo di permesso di soggiorno e trasferito al Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino, dove, ancora sotto shock e senza alcun sostegno psicologico, ha deciso di togliersi la vita. “La vicenda tragica di Moussa mostra cosa possono generare l’odio e l’indifferenza” spiega Marco Ruopoli, presidente di Sophia Impresa Sociale, cooperativa romana che dal 2013 si occupa di dare sostegno ai migranti in condizione di vulnerabilità. Per questo è nato “Confini” (progetto educativo sostenuto dalla Fondazione Migrantes) per “sensibilizzare i ragazzi riguardo il tema della migrazione sui cui hanno una visione distorta e lontana dalla realtà che li porta a considerare gli stranieri come qualcosa di negativo”. “In fondo, il nostro obiettivo principale”, rivela Erik, responsabile di Confini, “è favorire l’integrazione cercando di alzare la voce contro l’indifferenza”. (A. C.)

Papa Francesco: “quanti non riconoscono i poveri non possono essere discepoli di Gesù”

14 Giugno 2021 - Città del Vaticano – “I poveri li avete sempre con voi”. E’ tratto dal vangelo di Marco il tema della prossima Giornata Mondiale dei Poveri che si celebrerà il 14 novembre.  “Quanti non riconoscono i poveri tradiscono l’insegnamento di Gesù e non possono essere suoi discepoli”, scrive papa Francesco nel suo messaggio presentato e diffuso oggi. La povertà  scrive il Pontefice – “non è frutto del destino, è conseguenza dell’egoismo”. “Come è possibile dare una risposta tangibile ai milioni di poveri che spesso trovano come riscontro solo l’indifferenza quando non il fastidio?”, si chiede il Papa: “quale via della giustizia è necessario percorrere perché le disuguaglianze sociali possano essere superate e sia restituita la dignità umana così spesso calpestata?”. “Uno stile di vita individualistico è complice nel generare povertà, e spesso scarica sui poveri tutta la responsabilità della loro condizione”, sostiene papa Francesco, “ma la povertà non è frutto del destino, è conseguenza dell’egoismo”. Ecco perché “è decisivo dare vita a processi di sviluppo in cui si valorizzano le capacità di tutti, perché la complementarità delle competenze e la diversità dei ruoli porti a una risorsa comune di partecipazione”. “Ci sono molte povertà dei ‘ricchi’ che potrebbero – si legge ancora nel Messaggio -  essere curate dalla ricchezza dei ‘poveri’, se solo si incontrassero e conoscessero!”: “nessuno è così povero da non poter donare qualcosa di sé nella reciprocità. I poveri non possono essere solo coloro che ricevono; devono essere messi nella condizione di poter dare, perché sanno bene come corrispondere. Quanti esempi di condivisione sono sotto i nostri occhi! I poveri ci insegnano spesso la solidarietà e la condivisione. È vero, sono persone a cui manca qualcosa, spesso manca loro molto e perfino il necessario, ma non mancano di tutto, perché conservano la dignità di figli di Dio che niente e nessuno può loro togliere”. (R.I.)

Migrantes Carpi: la storia del viaggio del giovane musulmano Ebrima in un libro

14 Giugno 2021 - Carpi – “Io e i miei piedi nudi”. Questo il titolo di un volume di Giulia Bassoli ed Ebrima Kuyateh pubblicato dalla Fondazione Migrantes nella collana “Testimonianze e esperienze delle migrazioni” che sarà presentato a Carpi venerdì prossimo, 18 giugno, nel Cortile del Vescovado alla presenza del vescovo, mons. Erio Castellucci, Vice  Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Il volume racconta la storia del viaggio del giovane musulmano Ebrima Kuyateh, partito dal Gambia nel 2012 per aiutare la sua famiglia dopo la morte del padre, e arrivato in Italia nel 2014. Il viaggio di Ebrima è lo stesso di tanti altri giovani, partiti in cerca di un futuro dignitoso, e si intreccia con tante altre storie. Non è un solo un viaggio dall’Africa, ma soprattutto un viaggio in Africa: da quando è stato costretto ad abbandonare la scuola, Ebrima si è spostato prima all’interno del suo paese, poi dal Gambia in Senegal, dove ha lavorato per alcuni mesi senza garanzia di stipendio. Infine dal Senegal alla Libia, passando per il Mali, il Burkina Faso, il Niger e poi il deserto. Molto diversa da quella che si sperava che fosse, la Libia si rivelerà essere una pericolosissima gabbia, infiammata dalla guerra civile e dal traffico di esseri umani, una gabbia da cui non si può uscire e in cui è sempre più rischioso restare. Il Mediterraneo diventerà una sorta di scelta obbligata, una fuga dalla trappola libica, dove ancora una volta si rischierà la vita, su piccoli gommoni invece che su navi. La storia di questo viaggio è una storia nota, ma che “abbiamo necessità di continuare ad ascoltare. I temi che emergono sono molteplici: il dramma della povertà e dello sfruttamento, la violazione dei diritti umani che persiste in Libia, ma anche la solidarietà e la possibilità di un’integrazione positiva sul nostro territorio”, si legge nella presentazione. Anche il libro ha una storia: dopo essere arrivato in Italia, Ebrima ha trascorso un periodo di tempo a Carpi e a San Marino di Carpi, e ha conosciuto i volontari di Migrantes, con cui ha instaurato un rapporto di amicizia. Molte volte è stato invitato a testimoniare il suo percorso, nelle parrocchie ma anche in ambienti laici: il suo è un racconto di fatica e sofferenza, ma anche e soprattutto di speranza, gratitudine e integrazione. In seguito, è nata l’idea di realizzare un libro, che è stato scritto insieme a Giulia Bassoli, volontaria di Migrantes ed è arricchito dalla prefazione di mons. Castellucci e dalla postfazione del direttore dell’Ufficio Migrantes diocesano Stefano Croci.

Papa Francesco: il Mediterraneo è il più grande cimitero d’Europa

14 Giugno 2021 - Città del Vaticano – Ieri pomeriggio ad Augusta, in Sicilia, la cerimonia di accoglienza del relitto della barca naufragata il 18 aprile 2015. Questo “simbolo di tante tragedie del Mar Mediterraneo – ha detto Papa Francesco al termine dell’Angelus ieri mattina - continui a interpellare la coscienza di tutti e favorisca la crescita di un’umanità più solidale, che abbatta il muro dell’indifferenza. Pensiamoci: il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa”. Il relitto di quell'imbarcazione con a bordo 1000 migranti (solo 28 i superstiti) verrà esposto in maniera permanente nel porto della cittadina siciliana dopo essere rientrato da Venezia, dove era stato esposto per la Biennale del 2019. L’iniziativa di ieri sera è avvenuta all’interno delle celebrazioni per la Madonna della Stella Maris. A conclusione della cerimonia civile una concelebrazione eucaristica dei sacerdoti di Augusta con l’arcivescovo di Siracusa, Mons. Francesco Lomanto.

Il Regno di Dio è come…

14 Giugno 2021 - Città del Vaticano - Due parabole legate alla vita dei campi, vicine alla vita di tutti i giorni delle persone che lo ascoltano, per parlare del Regno di Dio; come dire, “anche le cose di ogni giorno, quelle che a volte sembrano tutte uguali e che portiamo avanti con distrazione o fatica, sono abitate dalla presenza nascosta di Dio”. Papa Francesco commenta il Vangelo della domenica e dice che non bisogna lasciarsi vincere dalla “zizzania della sfiducia”, perché Dio è sempre all’opera nel mondo. Angelus nel quale rivolge un pensiero alle popolazioni del Tigrai, regione tra Etiopia e Eritrea, colpite dalla guerra e dalla carestia, lancia un forte appello contro la piaga del lavoro minorile e torna sul dramma delle migrazioni: “il Mediterraneo è diventato il cimitero più grande dell’Europa”. Due parabole, due immagini – “facili da capire…immagini della realtà, della vita quotidiana” – per il Regno di Dio: il seme che cresce, e il granello di senape. Tema centrale, il Regno, nella predicazione di Gesù: non tanto e non solo proclama la sua esistenza, ma lo rende vicino alle donne e agli uomini del suo tempo, e di tutti i tempi. Nel racconto di Marco la prima parabola evidenzia il fatto del seme che cresce, come dire, senza che il contadino se ne occupi: la sua semina va oltre le sue quotidiane fatiche, e i frutti arriveranno, per questo pone la sua fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno. Il granello di senape è storia simile, nella sua diversità: è il più piccolo di tutti i semi, ma da vita alla “più grande di tutte le piante dell’orto”, scrive l’evangelista. In queste parabole c’è tutta la consapevolezza della nostra impotenza, della nostra piccolezza: la certezza di chi non confida nella propria forza. Come non chiederci, allora, cosa fare, nella nostra apparente impotenza, di fronte ai grandi problemi, alle difficoltà che vediamo, e ai quali non sappiamo dare una risposta, anche immediata. Ancora una volta il tempo non è quello che noi concepiamo; ce lo dice la lentezza della crescita del seme. Noi vogliamo tutto e subito, il contadino semina e sa attendere il trascorrere delle stagioni, sa che verrà il tempo della mietitura. È il “miracolo dell’amore” che fa germogliare e crescere ogni seme, ed è proprio questo, diceva Papa Benedetto, che “ci fa essere ottimisti nonostante le difficoltà, le sofferenze e il male”. A volte “il frastuono del mondo, insieme alle tante attività che riempiono le nostre giornate, ci impediscono di fermarci e di scorgere in quale modo il Signore conduce la storia”, evidenzia il Papa; ma nello stesso tempo il granello di senape ci rivela che “Dio è all’opera, al modo di un piccolo seme buono, che silenziosamente e lentamente germoglia”. Con questa parabola, afferma Francesco, “Gesù vuole infonderci fiducia. In tante situazioni della vita, infatti, può capitare di scoraggiarci, perché vediamo la debolezza del bene rispetto alla forza apparente del male”. Sembra quasi che il Signore ci dica di non avere paura perché non si fanno cose grandi dall’alto della potenza e grandezza: lui privilegia il “piccolo”, l’ultimo. E lo leggiamo in continuazione: chi vuole essere il primo sia schiavo di tutti; beati i poveri, i miti. Insomma, chi si fa piccolo e umile produce frutto, perché la logica di Dio non è la stessa logica umana: sceglie la debolezza per affermare l’energia dell’amore e privilegia i deboli, i malati, i piccoli e gli esclusi per manifestare la straordinaria forza della misericordia. Nelle situazioni della vita “può capitare di scoraggiarci, perché vediamo la debolezza del bene rispetto alla forza apparente del male”, afferma Francesco; possiamo lasciarci paralizzare dalla sfiducia quando ci siamo impegnati, ma i risultati non arrivano e le cose sembrano non cambiare”. Il Vangelo, dice il vescovo di Roma, ci chiama a “uno sguardo nuovo su noi stessi e sulla realtà; chiede di avere occhi più grandi, che sanno vedere oltre le apparenze, per scoprire la presenza di Dio che come amore umile è sempre all’opera nel terreno della nostra vita e in quello della storia”. Atteggiamento prezioso, dice il Papa anche “per uscire bene dalla pandemia. Coltivare la fiducia di essere nelle mani di Dio e al tempo stesso impegnarci tutti per ricostruire e ricominciare, con pazienza e costanza”. (Fabio Zavattaro – SIR)  

Pastorale rom Milano: don Frediani ricorda don Riboldi

11 Giugno 2021 - Milano - “Don Mario è un pezzo della nostra storia”. Con queste parole esordisce don Marco Frediani, responsabile della pastorale dei rom e sinti della diocesi di Milano raccontando awww.migrantesonline.it. di quanto i Sinti e i Rom sono stati colpiti dalla morte di don Mario Riboldi. “Mi hanno telefonato da tutta Italia per sapere, c’è chi già lo considera santo. Lui ha vissuto 66 anni con i Rom e con i Sinti, girando l’Italia, non conoscendo solo una comunità. Una persona mi ha detto: ‘don Mario è il nostro Santo, appartiene ai rom abruzzesi di Lanciano’”. Parole accorate e piene di ringraziamento si percepiscono nell’ascoltare don Frediani, succeduto a don Riboldi nell’incarico come responsabile per la Pastorale dei Rom e Sinti. “Il posto di don Mario è impossibile prenderlo, quello che ha fatto lui è veramente enorme”. Don Mario – continua il sacerdote – “era riuscito, dopo diversi anni, ad ottenere dall’allora card. Colombo, l’autorizzazione a partire: quando l’ha avuta ha viaggiato con loro, allora esisteva ancora il nomadismo, poi quando questo è stato stroncato si è fermato nei campi con i Rom e i Sinti”. Per don Riboldi non esistevano confini o chilometri di strada che non si potessero affrontare, ha percorso l’Italia da nord a sud. “Per il mondo rom e sinto don Riboldi è stato “uno di loro, una guida, un faro”:  “dal sud viene la voce ‘è il nostro santo’, dal nord invece dicono don Mario è stato un pezzo della nostra storia e don Mario è uno di noi, è un Rom, non ce ne saranno più come lui”. Tutti hanno parole di affetto, chi ha partecipato alla veglia funebre, al funerale  o ha telefonato per esprimere la propria vicinanza sono “i figli o i nipoti della generazione coetanea di don Mario “che sono andati via prima di lui in Paradiso”. Don Mario ha cercato in tutti i modi di ‘inculturarsi’ in queste minoranze e ha capito che la lingua era l’elemento essenziale per stare insieme con loro, e proporre il Vangelo, appunto, nella lingua madre, la loro lingua. “Perché la sua vocazione, il suo punto principale era quello di portare il Vangelo ai Rom e ai Sinti, per cui, quindi, non era un impegno con i rom e con i sinti a livello sociale – sottolinea don Frediani - lui voleva andare più in profondità, giungere nel cuore di questa minoranza, portando Gesù”. “Mario ha vissuto veramente la Chiesa in uscita, perché non è che usciva per portare dentro, ma portava fuori quello che aveva dentro lui, cioè il suo amore per Gesù. L’uscire fuori non significava fare l’orario di ufficio, è uscito tutta una vita, si è tagliato tutti i ponti di rientro per stare con i rom e i sinti”. Don Frediani racconta di come don Mario avesse iniziato la sua avventura con questa gente. “Aveva cominciato con una parrocchia, nella bassa milanese, zona depressa, povera, dove c’erano le mondine, e da lì vide passare le prime carovane e si pose la domanda: ‘chi porta il Vangelo a questa gente?’. E da allora è incominciata la sua storia, ha cominciato a conoscerli, a imparare la lingua, a vivere insieme a loro e pian piano ad evangelizzare”. Don Mario Riboldi è stato definito un linguista di questi dialetti, di queste comunità. Dice don Frediani che per don Mario la lingua non era fine a se stesso, come studio linguistico di un idioma diverso dal suo, ma era finalizzato a comunicare il Vangelo nella lingua di queste etnie, affinché Gesù potesse entrare nel loro cuore. L’interesse per la lingua e la cultura Rom era finalizzato all’annuncio delle meraviglie di Dio. “Lui – afferma il sacerdote - è entrato all’interno delle comunità Rom in punta di piedi, in silenzio e stando con loro, come loro, e soprattutto stando in una posizione di ascolto per tanti anni”. Conclude questa intervista ricordando che don Mario gli diceva sempre che ci vogliono “soltanto vent’anni vivendo insieme a loro per capire dove si è finiti, poi dopo si può cominciare a dire qualcosa, perché se tu non conosci il modo di ragionare, di percepire la realtà dell’altro, il Vangelo che tu comunichi non scende nelle loro categorie antropologiche e culturali. Quindi un grande tempo di attesa e di ascolto che indica un rispetto grande per questa gente”. (NDB-R.I.)

Viminale: da inizio anno sbarcate in Italia 15.375 persone sulle coste italiane

11 Giugno 2021 - Roma - Sono 15.375 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 2.608 sono di nazionalità bengalese (17%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Tunisia (2.138, 14%), Costa d’Avorio (1.410, 9%), Egitto (1.043, 7%), Eritrea (973, 6%), Guinea (945, 6%), Sudan (905, 6%), Marocco (623, 4%), Mali (568, 4%), Algeria (466, 3%) a cui si aggiungono 3.696 persone (24%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Mons. Delpini: don Riboldi “ha seminato il vangelo nei cuori dei popoli nomadi”

11 Giugno 2021 - Milano - Si sono svolti questa mattina a Biassono (MB), nella chiesa di San Martino, le esequie di don Mario Riboldi, morto a Varese martedì scorso all'età di 92 anni. Durante il funerale è stato letto un messaggio inviato dall’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini nel quale evidenzia che il sacerdote  "ha vissuto il suo ministero accampato nella precarietà e radicato nel Vangelo di Gesù. Singolare interprete della pastorale dei nomadi don Mario - ha scritto mons. Delpini - ha seminato il Vangelo nei cuori di persone e famiglie nomadi perché ha imparato le loro lingue, condiviso la loro vita, ha pronunciato parole di incoraggiamento e inviti a conversione. Ha seminato. Non ha preteso di raccogliere, non ha calcolato i risultati. Eppure ha raccolto rivelazioni di santità proprio là dove il pregiudizio rivolge uno sguardo di discredito generalizzato: ha infatti recensito e fatto conoscere i santi dei popoli nomadi e i consacrati che dai popoli nomadi si sono fatti avanti per servire la Chiesa: preti, diaconi, suore. Ha vissuto accampato tra gli accampamenti, ora ha lasciato la sua roulotte perché il Signore lo accoglie nella sua dimora eterna. Di là continuerà a sorridere e a pregare per la sua gente e per tutti noi che lo ricordiamo con affetto e preghiamo per lui". Don Riboldi, subito dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 1953, cominciò ad incontrare i nomadi della periferia milanese. Iniziò così il suo viaggio con i popoli rom e sinti, vivendoci assieme. Apprezzato e incoraggiato dall'allora cardinale Montini e futuro papa Paolo VI, fu tra i promotori del primo e storico incontro della Chiesa Cattolica con Rom e Sinti a Pomezia, il 26 settembre 1965. Dal 1971 al 2018, per 47 anni, è stato incaricato diocesano per la Pastorale dei Nomadi. Ha svolto diversi ruoli in ordine alla evangelizzazione di rom, sinti e camminanti sia come responsabile diocesano che nazionale, contribuendo a portare per la prima volta un gitano agli onori degli altari: Ceferino Jimenez Mall, il 4 maggio 1997. Preziose le sue traduzioni nelle varie lingue rom della Bibbia, di testi liturgici e canti.  

Migrantes: l’impegno di don Riboldi un “tesoro pastorale da custodire”

11 Giugno 2021 - Roma - L’impegno di don Riboldi e la “sua intelligenza pastorale, i numerosi materiali da lui realizzati per l’evangelizzazione delle comunità rom e sinte rimangono nella Chiesa italiana un tesoro da custodire e a cui fare riferimento”. Lo ha scritto mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei per le Migrazioni della Cei e della Fondazione Migrantes in un messaggio all’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, per la morte di don Mario Riboldi. Don Mario – ha scritto mons. Perego - ha sempre collaborato con l’Ufficio rom e sinti dell’UCEMI prima e della Fondazione Migrantes poi: “gli incontri con Lui, le telefonate sapevano sempre di ‘gioia del Vangelo’, che desiderava condividere con le diverse comunità rom e sinte”. La “sua fede ha camminato” con le comunità rom e sinte che “spesso vivono, anche l’esperienza di fede, ai margini delle città. Per la sua esperienza e passione pastorale è stato, con don Bruno Nicolini, il protagonista dello storico incontro di papa Paolo VI con i rom e i sinti, a Pomezia, nel 1965”.  

Card. Turkson: don Riboldi ha saputo “abbracciare con naturalezza ed entusiasmo una scelta singolare”

11 Giugno 2021 - Città del Vaticano -  “Una vita spesa con e per loro, nella condivisione della loro quotidianità: primo sacerdote che viveva in una roulette, ha saputo abbracciare con naturalezza ed entusiasmo una scelta singolare”. Così il card. Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ricorda don Mario Riboldi in un messaggio. Il sacerdote ambrosiano è stato “un nomade nelle tante comunità nomadi che hanno camminato con lui, ma con una capacità unica di creare ponti tra la Chiesa, i rom e sinti, come avvenuto nell’incontro di Pomezia del 1965. Il suo servizio, il suo farsi servo – scrive - gli ha consentito di farsi loro discepolo, imparando i loro costumi e la loro lingua. Questo gli ha permesso di accompagnarli sulla via che conduce a diventare pienamente discepoli di Cristo, traducendo il Vangelo in vari dialetti zingari per consentire loro di incontrare il cristianesimo”.

Oxfam: “migliaia di minori e neo-maggiorenni in Europa”

11 Giugno 2021 - Roma - Anche se i flussi si sono ridotti negli ultimi anni, ad oggi sono 6.633 i minori non accompagnati accolti in Italia, e Paesi come la Francia, ne contano più di 30.000. Si tratta di ragazzi che spesso hanno alle spalle esperienze terribili. Basti pensare alla rotta balcanica e al confine orientale italiano, dove molti minorenni soli sono stati respinti dalle polizie di frontiera e costretti a un viaggio a ritroso verso la Bosnia. A quanto avviene sulle isole greche, dove centinaia di minori senza famiglia sono bloccati da mesi in campi profughi senza accesso a servizi e istruzione. E alla situazione delle nostre coste, dove negli ultimi 5 mesi sono sbarcati oltre 2.600 ragazzi soli. È l’allarme lanciato ieri da Oxfam, Greek council for refugees, Dutch council for refugees, Acli Francia in un nuovo rapporto che denuncia i rischi che comporta compiere 18 anni per i minori arrivati soli in Europa. Dal report emerge che “nessuno dei 5 Paesi presi in esame – Francia, Grecia, Paesi Bassi, Irlanda e Italia – ha adottato politiche sistemiche in grado di sostenere i giovani migranti nel loro percorso di integrazione”. Le norme prevedono che i minori rifugiati arrivati in Europa siano ospitati in strutture adeguate e affidati a tutori per tutte le questioni amministrative e legali. L’accesso a strutture di accoglienza per i neo-maggiorenni varia però da Paese a Paese: in Irlanda vengono trasferiti in alloggi per adulti caratterizzati da standard molto bassi, in Grecia possono finire in uno dei campi profughi o per strada, in Italia ci sono diverse opzioni ma anche il rischio, più che concreto, di essere messi semplicemente alla porta. Una delle difficoltà più serie per i ragazzi neomaggiorenni in Italia, riguarda l’ottenimento di un permesso di soggiorno: a 18 anni il diritto di non essere espulsi decade ed è necessario ottenere un documento che garantisca il diritto a restare. Chi ha fatto richiesta di asilo e diventa maggiorenne mentre è ancora in attesa dell’esito può trovarsi in enorme difficoltà se la domanda viene rigettata. A quel punto è preclusa la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno per studio o lavoro, e il rischio di cadere nell’irregolarità è altissimo. Le organizzazioni lanciano perciò un appello all’Italia e all’Unione europea per “un deciso cambio di passo” verso “politiche strutturate” con “più fondi per l’integrazione”.    

Emigrano i semi sulle ali dei venti

11 Giugno 2021 - Loreto - «Emigrano i semi sulle ali dei venti, emigrano le piante da continente a continente, emigrano gli uccelli e gli animali, e, più di tutti, emigra l’uomo, ora in forma collettiva, ora in forma isolata, ma sempre strumento di quella Provvidenza che presiede agli umani destini…».  Con queste parole di Giovanni Battista Scalabrini iniziava il collegamento streaming a Loreto, in preparazione della «Passione del Giusto». Evento questo, che, sotto l’esperta regia di Mario, da 40 anni si tiene tradizionalmente nella Settimana Santa, con la partecipazione di alcune migliaia di persone. In questo tempo di pandemia non ha avuto luogo. Si tratta del dramma del Cristo, rivivendo però «le passioni» dell’umanità di oggi. Le vie crucis, il  calvario e le morti innocenti dei nostri giorni. Quest’anno il tema era l’emigrazione, con la presentazione, via web, di un best-seller della EMI: «Dio attende alla frontiera». Nella mente degli ascoltatori sono rimaste alcune idee semplici. Fissate come chiodi. Fondamentali. Emigrare è cambiare mondo. È provare a camminare nei sandali degli altri, ed è, come sempre, duro e complicato… È vivere alla frontiera. Anzi, alle frontiere, al plurale. Delle nostre abitudini, delle tradizioni, della mentalità, della nostra stessa lingua, di noi stessi… Ma, la frontiera è «luogo teologico» che relativizza le costruzioni dell’essere umano, l’assoluto delle sue conquiste, la centralità dei suoi mondi. Così la sua ambizione, il suo segreto senso di onnipotenza. La frontiera è luogo per eccellenza dell’incontro e del confronto, dell’identità e dell’alterità che si danno appuntamento. Luogo del sapersi fare uomo con l’apporto dell’altro, del senso dell’incontro di un altro mondo, un altro cammino che si incrocia. In fondo, occasione di risvegliare la nostra indifferenza, chiusura o abitudini cristallizzate. Per «sprigionare», - sì, far uscire di prigione, - le nostre energie migliori, il valore della condivisione, dell’apertura. Costruire insieme all’altro un mondo più aperto e umano. Difficile sfida, sempre. Emigrare è una ricerca, spesso dura, estenuante e caparbia, di due realtà vitali per un essere umano: il pane e la dignità. Sì, perchè la terra da cui si proviene è indegna di farci vivere. E oggi sono migliaia i nostri giovani che partono all’estero, gridando in fondo all’anima proprio questo ! E scremano la nostra terra delle sue promesse. Delle sue forze migliori. Emigrare è una lotta, dura e amara. Dove ogni giorno è una sorpresa, ogni passo un’umiliazione, perchè si è in casa d’altri. E tutto ve lo ricorderà, senza pietà… Ma è anche allo stesso tempo una danza. Lotta e danza, al medesimo tempo. Perchè apre la mente e il cuore ad altri mondi, ad altri orizzonti, cambia il nostro ritmo. E tutto può trasformare e arricchire un essere umano. Che diventa, quasi per miracolo, un essere di sintesi. Mettere insieme, così, le radici che ci hanno fatto crescere, e le antenne che ci fanno vivere e respirare. Ed è sempre, questa, un’arte rara. Con il tempo, ma molto tempo e pazienza,  (lo sapevate ?) il migrante scoprirà di avere un cuore doppio del normale. Perchè imparerà ad amare – sì, con lo stesso amore – la terra di origine e insieme la terra di accoglienza. Come quando si sentono degli emigrati siciliani o calabresi, che d’estate vengono a visitarsi la loro terra di origine : «Beh, sono passati come un soffio questi quindici giorni !… è ormai ora di tornare a casa !» Cioè, all’estero. Dove hanno ricostruito la loro vita sulla terra degli altri. Ormai diventata la loro. Iniziato con l’immagine dei semi, infine, l’incontro streaming termina con « la ballata del migrante ». Con un pathos tutto suo è recitata da Rita, per raggiungere il cuore dei numerosi ascoltatori via web… Una lezione per un domani. «Come un seme sono uscita dalla terra. Come un seme sono nata nella mia terra di povertà e di miseria. Vengo dal profondo Sud, dalla Moldavia, dalla Tunisia, dalle Filippine… e da tante altre terre. Sì, la mia terra è rimasta incollata all’anima della mia vita. Ma come un seme tenevo stretta tra le braccia tutta la speranza del mondo, ogni attesa dell’universo. Allora, come un vero seme il vento mi ha scossa, mi ha percossa, mi ha dispersa altrove. E ho attraversato il mare e l’oceano. Ho conosciuto l’esilio e la paura, il coraggio, il sogno e l’amicizia, la danza e la lotta vera. Ho conosciuto la speranza e le illusioni, il pianto e la preghiera. Come un seme il cuore mi è scoppiato. Sì, la mia vita è sempre impastata di morte e di rinascita, di fame e sete di dignità, di paura di vergogna e di nostalgia, di solidarietà nuove e di speranze mai finite… E quante volte ho dovuto morire : io non sono che un seme nella mia vita di migrante, destinato a nascere e a scomparire sempre… Ma verrà un giorno, sarò un albero, finalmente, nella terra degli altri e farò frutti e meraviglie, che mai nessuno avrà visto uguali !».  (Renato Zilio - Migrantes Marche)

Don Riboldi: oggi il rito funebre presieduto da mons. Stucchi

11 Giugno 2021 - Milano - Sarà il vescovo ausiliare di Milano, monsignor Luigi Stucchi, a presiedere oggi alle 11,00 i funerali di don Mario Riboldi, nella parrocchia  di S. Martino di Biassono. Ieri, per l'intera giornata,  amici, rom e sinti hanno raggiunto  la piccola cappella di S. Francesco, a lato della parrocchia, per dare l'ultimo saluto al sacerdote che ha speso tutta la sua vita tra i rom e sinti. Nella cappella, adibita a camera ardente, foto di don Riboldi, e di alcuni sacerdoti espressioni delle diverse etnie che ricordano che sono oltre 80 i sacerdoti e i religiosi, 70 le religiose che hanno lasciato la loro roulotte per servire la Chiesa: fra loro due vescovi che operano in India.

Vangelo Migrante: XI domenica del Tempo Ordinario – B (Vangelo Mc 4,26-34)

10 Giugno 2021 - Il Regno di Dio seminato nel cuore dell’uomo è al tempo stesso evidente e misterioso come la crescita di un essere vivente, come la forza esplosiva di un seme. Miracoli ai quali si assiste e se ne è coinvolti ma che non dipendono dalle sole forze umane. E accade che per la mancanza di risultati sensibili, forme di successo o prestigio, dopo una prima ondata di entusiasmo, possa subentrare un raffreddamento che diventa opposizione, quindi rifiuto. Il Vangelo di Marco questa domenica risponde con due immagini-parabole alla crisi derivante dal ‘nascondimento’ del Regno: come i discepoli, anche i credenti di oggi sono sempre più un ‘piccolo gregge’ e si chiedono: perché così pochi credono e si convertono? Perché la parola di Dio non attrae? Perché non cambia il mondo? Perché il Signore ci ha lasciato un messaggio così difficile e così diverso da quello delle culture emergenti? “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno il seme cresce. Come, egli stesso non lo sa”. La fede del discepolo è fondata sulla fiducia in Dio, non nei segni esterni che le danno un peso, un ruolo, una dignità. Gesù ci educa a non aggrapparci a ciò che sembra realtà perché si vede, ma ad aprire gli occhi su ciò che veramente è, sulla realtà misteriosa del regno, che sta fruttificando silenziosamente, che offre i suoi benefici, i suoi orientamenti agli uomini, anche se noi non ce ne accorgiamo. Allo stesso modo: “il Regno di Dio è come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto …”. Il regno è opera di Dio, non dell’uomo, non del suo attivismo sfrenato, della sua organizzazione, del suo potere politico o economico, del suo prestigio culturale. Nasce dalla forza intrinseca che la Parola di Dio (il seme) porta in sé. Non si tratta di ‘parabole del disimpegno’. Al contrario: c’è innanzitutto l’impegno del gettare il seme, cioè dell’annuncio, della testimonianza e del dialogo. Non è poco. Per di più la parabola richiede il massimo dell’impegno: quello di preoccuparci dell’autenticità evangelica delle cose che annunciamo o testimoniamo con il nostro agire. Se il seme è buono, se il nostro parlare e il nostro agire sono davvero fedeli al Vangelo, se siamo capaci di giustizia vera, di amore non occasionale, emotivo o interessato, certamente porteranno frutto. Viene bene quanto diceva S. Ignazio di Loyola: “agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio!” (p. Gaetano SARACINO)    

Don Riboldi: per don Mastioli “ha dato la vita per i rom vivendo e condividendo la vita con loro”

10 Giugno 2021 - Roma - “E’ un maestro, un maestro di vita, di pensiero anche perché era una persona molto colta e preparata. Ha dato la sua vita per i rom, ma dal di dentro vivendo e condividendo la vita con loro”. Raggiunto telefonicamente don Massimo Mostioli così ricorda il “suo maestro” don Mario Riboldi, scomparso ieri all’età di 92 anni. Don Mostioli appartiene alla diocesi di Pavia, ma come lui stesso afferma “sono l’unico rimasto in camper che giro un po’ tutta l’Italia tra i rom e sinti” “Quando è partito nel 1971 – ricorda don Massimo parlando di don Riboldi – è partito con una tenda, poi con un furgone, con una roulotte, ha fatto tutti i passaggi, poi con una carovana che aveva comperato per stare assieme ai rom. Questa era la sua idea, entrare in una vita, in una storia, in una cultura per imparare”. Andare a portare il Vangelo, la parola di Dio tra i Rom e i Sinti per don Riboldi significava non imporre la propria presenza ma prima di tutto essere come loro, quindi cominciando imparando la loro lingua. “Ha voluto imparare da loro – continua don Mostioli - finché dopo un po’ di tempo una rom le disse: ‘ma tu cosa sei venuto a fare in mezzo a noi’ e don Riboldi rispose dicendo che era lì per portare la Parola di Dio, il Vangelo”. La ragazza rom replicò ‘e allora quando inizi?’”. Con questo episodio, sottolinea don Mostioli, si può sintetizzare l’inizio del percorso di don Mario Riboldi tra questa gente. “Era un gruppo di rom della Slovenia, Croazia, che si muovevano ancora, e don Riboldi aveva imparato un po’ la loro lingua. Poi ha trovato in quei posti dove andava degli altri che erano sinti e allora si è accorto che era un altro linguaggio, un altro modo di parlare, e si è messo a imparare anche la lingua di questi.  Credo che a livello mondiale – continua don Mostioli -  sia stato il massimo conoscitore della lingua e della cultura di questo popolo. Ma soprattutto come linguista perché lui ha tradotto il Vangelo di Marco in dialetto rom abruzzese, dialetto sinti lombardo, etc. Il Vangelo oggi è disponibile in quattro lingue, anzi c’è un quinto che non è stato ancora stampato, perché era in correzione”. Un ricordo accorato di chi gli è stato a fianco. “Girando l’Italia – continua don Mostioli  – lui (don Riboldi) ha conosciuto vari gruppi, perché in Italia ci sono gruppi che arrivano dall’Africa, dalla Slovenia, dalla Croazia, dalla Romania, dalla Francia. Frequentando tutti questi gruppi ha imparato veramente il loro linguaggio. Addirittura gli abitanti dei vari posti dove andavamo dicevano che arrivavamo dall’Italia e che conoscevamo la lingua ‘meglio di noi’. Allora ci si riuniva intorno al fuoco e le persone ascoltavano e applaudivano. Con qualsiasi gruppo si aveva a che fare, era la lingua che colpiva, perché il rom-interlocutore si sentiva capito, la lingua per don Riboldi è stata un mondo per entrare in sintonia e essere accolti da questi popoli”. (Nicoletta Di Benedetto)          

Mons. Russo: l’8xmille e il significato di una firma

10 Giugno 2021 - Sono trascorsi 30 anni da quando, nel 1990, è entrato in vigore il sistema di sostentamento del clero previsto dal nuovo Concordato (1984) che, abolendo la vecchia “congrua”, istituiva l’8xmille e le offerte deducibili. Prima della sua effettiva applicazione, questa grande trasformazione era stata accolta con un certo comprensibile timore dalla Chiesa, come è normale quando si lascia un sistema consolidato per sperimentare qualcosa di assolutamente nuovo. Ma la storia di questi 30 anni ha dimostrato che non era un timore fondato. Cosa ricorda di quel periodo, mons. Stefano Russo, segretario generale della CEI? Per me quelli sono stati gli anni della formazione al ministero sacerdotale. Sono stato ordinato sacerdote ad aprile del 1991, proprio 30 anni fa, e quel timore di cui lei parla l’ho respirato solo indirettamente. Non avendo vissuto la mia esperienza ministeriale all’interno del sistema precedente, mi sento però di poter affermare che ho sempre ritenuto l’8xmille e le offerte deducibili una soluzione eccellente: affida il sostegno economico della Chiesa e di tutte le sue attività innanzitutto alla responsabilità dei fedeli, e, in secondo luogo, anche di tutti gli altri cittadini che, in qualche modo, apprezzano lo straordinario lavoro svolto sul territorio dalle comunità cristiane. In effetti l’altissima percentuale di firme da sempre raccolte dalla Chiesa cattolica è il segno di una grande fiducia riposta nei suoi confronti dagli italiani. Quali sono, a suo giudizio, i principali motivi di questa fiducia? Credo che questa fiducia nasca dalla vicinanza e dalla reciproca conoscenza. Gli italiani, e non solo quelli che frequentano attivamente le comunità cristiane ma anche quelli che lo fanno solo occasionalmente, sanno bene che dove si trovano le persone, e specialmente quelle che hanno maggiormente bisogno, chi vive il Vangelo risponde sempre “presente”, non si tira mai indietro. Penso alla presenza capillare in tutta Italia delle parrocchie e di tutte le iniziative solidali ed educative ad esse collegate (mense, centri di ascolto, oratori, centri giovanili), nelle grandi periferie come nei piccoli centri. È una testimonianza che sostiene la firma; una testimonianza che passa anche dalle scuole cattoliche, che servono bambini e ragazzi di ogni età, e molto spesso in alcune zone del Paese rappresentano le uniche risorse educative disponibili. E passa pure dalle strutture sanitarie di ispirazione cristiana… Certamente non tutte queste realtà beneficiano dei fondi 8xmille, ma tutte insieme esprimono in pienezza la gioia del Vangelo. Molto spesso viene sottovalutato il senso comune delle persone: si è sviluppato nei secoli un profondissimo attaccamento alla storia spirituale e culturale del proprio territorio. Non è un caso se definiamo “campanilismo” il legame – a volte perfino esagerato – che le persone hanno verso la terra e le tradizioni delle proprie origini. L’immagine del campanile diventa l’emblema delle radici e del senso di appartenenza. Le somme ricevute, e sempre puntualmente rendicontate, dalla Chiesa cattolica in questi 30 anni, vengono spese per la carità, per le esigenze del culto e della pastorale e per il sostentamento del clero. Nella sua esperienza di sacerdote e poi di vescovo, quale di queste destinazioni, stabilite dalla legge, ha avuto modo di apprezzare maggiormente? Mi sta chiedendo… a quale delle dita della mia mano io sia più affezionato. Queste tre destinazioni dell’8xmille sono totalmente complementari. Glielo mostro con un esempio. Nel momento in cui in una diocesi vengono investiti dei fondi per la manutenzione di un edificio di culto storico, non solo si sta contribuendo al rafforzamento e alla tutela dell’identità di quel luogo, ma si sta contemporaneamente permettendo a tante famiglie di vivere dignitosamente, dando lavoro alle maestranze impegnate nel restauro, e si sta permettendo alla comunità di beneficiare di un luogo in cui ritrovarsi e socializzare, accogliere e aprirsi a tutti. Lo stesso si dica quando, insieme al contributo delle offerte deducibili, quei fondi vengono usati per il sostentamento del clero. Garantire una vita dignitosa ai sacerdoti in attività e a quelli anziani o ammalati, vuol dire anche garantire alle loro comunità una presenza sicura e sempre disponibile, come è nello stile di vita e di servizio dei nostri sacerdoti, da sempre. Da sempre… e mai come oggi. Stiamo attraversando un periodo di difficoltà senza precedenti a causa di questa terribile pandemia. I sacerdoti hanno certamente pagato un tributo pesantissimo in termini di contagi e di decessi, e molto spesso proprio per mantenersi fedeli al servizio di accompagnamento e di assistenza agli ultimi, ai malati, ai sofferenti. Le sembra che le persone nel nostro Paese se ne stiano rendendo conto? Sono convinto di sì, e soprattutto nelle zone in cui purtroppo il virus è stato più violento e feroce. Come Segretario Generale della CEI ho avuto modo, in questi mesi, di raccogliere le testimonianze di moltissimi confratelli Vescovi che me lo hanno confermato. E non mi riferisco solo ai sacerdoti che si sono spesi, con coraggio e abnegazione, nel servizio spirituale dentro le terapie intensive e nei reparti Covid degli ospedali. Mi riferisco anche alle decine di migliaia di volontari che, in tutto il Paese, hanno consegnato, porta a porta, cibo e medicine, soldi per pagare le bollette e gli affitti, sostegno e conforto alle persone. Per contrastare la pandemia, la Chiesa italiana, solo lo scorso anno, ha messo a disposizione del nostro territorio una cifra superiore ai 226 milioni di euro, più altri 9 milioni per progetti di contrasto della pandemia nei Paesi del Sud del mondo. È stato uno sforzo straordinario, possibile solo grazie alla fiducia di chi ha scelto, ancora una volta, di firmare per l’8xmille alla Chiesa cattolica. Ogni singola firma ha contribuito in modo determinante. A proposito, mons. Russo, la campagna promozionale di quest’anno punta proprio sul valore di ogni firma, lo strumento concreto con cui ciascuno dei contribuenti italiani può scegliere di devolvere l’8xmille del gettito Irpef alla Chiesa cattolica. Questo gesto, stiamo sentendo ripetere nei vari media, è “più di una firma; molto di più”. Perché? Perché ogni firma è come una porta che si spalanca. Chi firma può vedere con i propri occhi come il frutto di quel gesto di fiducia e di partecipazione costruisca benessere e solidarietà, di cui beneficiano tutti. In qualche modo, però, quella porta che si apre è anche la fiducia con cui chi firma ci spalanca il cuore. È una grandissima responsabilità che avvertiamo, sacerdoti e laici, perché sappiamo bene di non poter deludere le giuste aspettative di chi si fida di noi. Chi firma dà il suo concreto contributo con un gesto semplice ma efficace. E noi vogliamo rispondere con trasparenza, efficacia e, soprattutto, frutti concreti. Per un cattolico praticante, che vive in una comunità cristiana, quali valori esprime quella firma? Chi firma, nella propria comunità, fa un gesto di comunione, di partecipazione e di solidarietà. In qualche modo esprime la propria corresponsabilità con la missione di tutta la Chiesa, se ne fa carico. Certamente sono persone che nella propria realtà locale già partecipano alla vita della comunità cristiana e la sostengono, col proprio tempo, con le proprie capacità e anche con le proprie offerte in parrocchia, nella misura delle possibilità di ciascuno. Ma firmare per l’8xmille o fare un’offerta deducibile per i sacerdoti è ancora qualcosa in più. Un valore aggiunto. Significa prendere a cuore anche le sorti delle parrocchie con risorse più esigue della propria, perché i criteri di distribuzione di questi fondi sono assolutamente perequativi. E significa anche fare un gesto di libertà, perché non è certamente automatico che questo sistema continui a funzionare e ad alimentarsi se non scendono in campo, ogni anno, le libere scelte dei fedeli. Di tutti i fedeli e insieme a loro anche di chi in chiesa non ci va. E a questi ultimi, ai non praticanti, cosa vorrebbe dire per invitarli a mettere ugualmente la propria firma a favore della Chiesa cattolica?    A chi non è praticante vorrei dire che firmare per la Chiesa cattolica significa compiere un gesto di fiducia e di grande generosità, al quale noi ci impegniamo a rispondere con la massima trasparenza nel rendere conto. È bello pensare che per partecipare insieme a noi a costruire un mondo più giusto, accogliente e fraterno, un mondo a misura del Vangelo, non serva alcuna tessera di appartenenza. Torniamo all’immagine della porta, che avevo proposto in precedenza: ai cristiani non piace chiudersi a chiave, noi siamo per le porte aperte. Del resto è questa la Chiesa in uscita che Papa Francesco ha sognato e ci sta chiedendo fin dall’inizio del proprio servizio come Successore di Pietro e come Vescovo di Roma. Il nostro Dio – ricordava il Santo Padre solo qualche mese fa, all’Angelus – “continua a chiamare chiunque, a qualsiasi ora, per invitarlo a lavorare nel suo Regno. Questo è lo stile di Dio, che a nostra volta siamo chiamati a recepire e imitare. Egli non sta rinchiuso nel suo mondo, ma ‘esce’: Dio è sempre in uscita, in cerca di noi. Esce continuamente alla ricerca delle persone, perché vuole che nessuno sia escluso dal suo disegno d’amore”. Ecco, vorrei fare mio questo invito del Papa. La Chiesa che è in Italia vuole avere questo stesso stile nell’annunciare il Vangelo. Al fianco degli ultimi, innanzitutto, e insieme a tutti quelli che vogliono starci. Anche grazie a una firma per la scelta dell’8xmille. (Stefano Proietti)