Primo Piano

Card. Czerny prefetto ad interim del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale

23 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - Papa Francesco ha affidato ad interim la gestione ordinaria del Dicastero per il Servizio Umano Integrale dal 1 gennaio 2022 al card. Michael Czerny come Prefetto e a sr. Alessandra Smerilli come Segretario. In una nota, pubblicata sul bollettino della Sala Stampa della Santa sede si ringrazia il card. Peter K. Turkson e i suoi collaboratori. Nell’agosto 2016 Papa Francesco - si legge nella nota - annunciò la creazione del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale risultato della fusione di quattro Pontifici Consigli pre-esistenti. Il nuovo dicastero iniziò ad operare nel gennaio 2017. Alla scadenza dei primi cinque anni di attività con statuti ad experimentum e in seguito ai risultati della visita di valutazione realizzata l’estate scorsa, i superiori del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano integrale hanno rimesso il loro mandato nelle mani del Sommo Pontefice".

Migrantes Como: in cammino insieme verso il Natale

23 Dicembre 2021 - Como - Nei giorni scorsi presso il Santuario Sacro Cuore di Como una celebrazione  per vivere insieme il Tempo di Avvento e in cammino verso il Natale su iniziativa dell'Ufficio Migrantes diocesano. "E’ stato un momento di preghiera raccolto e molto sentito - spiegano alla Migrantes di Como -  che ci ha dato l’opportunità di pregare e riflettere sui temi della pastorale rivolta ai migranti. Quasi tutte le comunità hanno i propri momenti mensili di catechesi, di incontro e di festa, ma la celebrazione comunitaria assume un carattere particolare, perché è l’occasione di condivisione tra le diverse espressioni di preghiera e sicuramente una piacevole occasione per ritrovarsi.  Lo spirito di questi incontri è, infatti, consolidare il legame fra tutte le comunità straniere presenti sul territorio e con le comunità parrocchiali". L’Ufficio Migrantes diocesano  ha il compito di sostenere l’opera di evangelizzazione dei migranti e promuovere nella comunità diocesana opere di fraterna accoglienza. Quattro i sacerdoti presenti alla celebrazione: don Mykola Shcherbak, che si occupa in modo particolare della pastorale degli ucraini, don Giusto Della Valle, direttore dell’Ufficio Migrantes  don Cipriano Ferrario e don Robert Djabou, sacerdote proveniente dal Cameroun. La Messa è stata animata da canti in lingue differenti e da preghiere per la pace e per la giustizia tra i popoli.

Avvenire: la sede di Milano illuminata di verde

23 Dicembre 2021 - Milano - La sede del quotidiano Avvenire è illuminata di verde. L'iniziativa - che durerà fino al 10 gennaio - nell'ambito della campagna "Diamo luce alla solidarietà" nata sulle pagine del giornale cattolico e alla quale hanno aderito cittadini, movimenti, associazioni e anche la Fondazione Migrantes (https://www.migrantesonline.it/2021/12/20/migrantes-accendere-la-luce-verde-al-semaforo-delle-frontiere/): accendere una luce verde alle finestre, sui balconi, sui presepi e sugli alberi natalizi, in segno di solidarietà alle migliaia di migranti costretti a vivere nelle aree di confine tra la Bielorussia e Polonia e Lituania. La lanterna verde, simbolo della campagna,  è dall'avvio, disegnata sulla testata cartacea e online del quotidiano diretto da Marco Tarquinio.

Card. Lojudice: Natale di prossimità

23 Dicembre 2021 -
Siena - Tutti noi, quando nelle varie circostanze ci facciamo gli auguri, auspichiamo qualcosa di meglio per noi stessi, per gli altri, per la società, per il mondo. Ma non possiamo non ricordare che augurarci qualcosa di meglio significa mettere in gioco le nostre scelte, la nostra vita personale, come anche le nostre idee e le nostre convinzioni. Anche quest’anno non potrà essere un Natale “normale” dal punto di vista delle restrizioni a causa della ancora ben presente pandemia, ma tutti vorremmo, almeno teoricamente o a parole, un Natale di pace e di bene, come direbbero i francescani.
Anche questo Natale e i giorni che lo precedono sono stati funestati da eventi tristi, luttuosi: penso ai recentissimi fatti di cronaca, cioè i tre morti sul lavoro a Torino, le vittime sotto il crollo di un palazzo in Sicilia ma anche la tragedia della baraccopoli rom nel Foggiano, con due bambini piccoli arsi vivi nel rogo. Alina e Hristov avevano 2 e 4 anni: sono morti bruciati a Stornara, vicino Foggia. Fatti così ci colpiscono perché coinvolgono bambini in tenera età. Non è la prima volta. Era già accaduto, nelle stesse condizioni a Roma, dove, per anni, mi sono trovato coinvolto nelle tragedie del mondo rom. Solo per ricordarne alcuni: nel 2011 quattro bambini sono morti bruciati nel rogo di una baracca in un insediamento abusivo in via Appia Nuova. Sebastian, Elena Patrizia, Raoul ed Eldeban, fra gli 11 e i 3 anni, hanno perso la vita mentre dormivano, a causa di una stufa a legna. I genitori si erano allontanati per comprare da mangiare. Stessa identica dinamica di Foggia. Ma anche, nel maggio 2017, quando a perdere la vita sono state una ventenne, Elisabeth Halilovic, e le sorelline Francesca e Angelica, 8 e 4 anni: dormivano nel camper della famiglia.Anche questo è Natale, pur segnato dal dolore, dalla sofferenza e dal sangue. E tutto ciò non può non appartenerci. Il nostro essere uomini e donne inseriti in un contesto sociale, facenti parte di una Chiesa recentemente sollecitata da Papa Francesco a porsi in un “cammino sinodale” accompagnata e guidata da tutti noi vescovi. Non possiamo non pensare che Natale è Gesù che ci ricorda di essere presente, di “esserci”, nei tanti modi in cui la sua presenza è reale e manifesta: anzitutto l’eucaristia, poi l’ascolto della Parola, poi la stessa comunità che si riunisce in preghiera; ma anche il povero, il piccolo, una presenza altrettanto silenziosa e misteriosa come le precedenti e non meno importante. «Tutto quello che avete fatto a uno di questi piccoli lo avete fatto a me», ci dice Matteo nel capitolo 25 del suo vangelo. Questa è una verità di fede che non può lasciare mai, per alcun motivo, le nostre menti e i nostri cuori, neanche nel giorno di Natale. Quella piccolezza è concretizzata, incarnata, resa visibile proprio nel Bambino di Betlemme. Piccolezza non è solo quella di un neonato ma è quella di tutti i “piccoli” della storia e dell’intera società umana. Il piccolo del Vangelo è l’ultimo, il senza diritti, l’emarginato, il profugo. Papa Francesco ce lo ricorda continuamente; forse a qualcuno dà fastidio il ricordo incessante, questo ritornare costantemente sull’attenzione ai migranti: ma il Papa non può non annunciare il Vangelo. Lo scorso anno ha sentito anche la necessità di aggiungere, come fatto già da altri pontefici, una litania proprio per loro: Solacium migrantium (aiuto, soccorso dei migranti), per richiamare ancora una volta l’attenzione della Chiesa e del mondo sul dramma, anzi sulla tragedia di chi emigra.Non più di alcune settimane fa, come periodicamente accade, è riapparsa una polemica: prima il crocifisso, poi il presepe nelle scuole e negli uffici. Stavolta è toccato alle linee-guida della Commissione europea per una “corretta comunicazione”. Un documento interno, parte della più ampia strategia Union of equality, che è finito sui media. Da notare la maldestra raccomandazione di evitare riferimenti al Natale, sostituendolo con il più neutro “festività”. La bagarre è stata tale che alla fine Bruxelles ha deciso di ritirarla. La commissaria all’uguaglianza, Helena Dalli, che aveva voluto il testo, ha definito il documento «inadeguato allo scopo prefisso» e lo ha ritirato. Nessuno potrà togliere all’Europa e al nostro Occidente le radici che l’hanno formata e costituita: non ci sarebbe cultura, arte, storia se non ci fosse stato il cristianesimo e la Chiesa, pur con tutti i suoi errori e mancanze, con le sue inadempienze e distanze rispetto al Vangelo.Ancora in questi giorni qualcuno ha detto: «Lasciamo Babbo Natale ai bambini». I bambini hanno bisogno di sapere che c’è chi vuole loro bene, li pensa e porterà dei regali. Il regalo è segno di amicizia, di vicinanza, di affetto. Quando ci scambieremo i regali la notte o il giorno di Natale facciamolo in maniera diversa, rispondendo non solo a un dovere che dovevamo rispettare ma anche e soprattutto a un impegno di vicinanza e di fraternità. Offriamo a chi ci sta vicino, se lo accetterà, insieme al regalo, anche minore formalità, magari un sorriso e almeno il desiderio di vincere e di superare tutte le distanze che ci tengono lontani. Essere vicini oggi è una necessità sempre più grande anche se le norme per contrastare la pandemia, ancora, materialmente, ce lo impediscono. Vicini e insieme per affrontare le battaglie della storia della vita; vicini e insieme per camminare insieme e “fare sinodo”, per ricordarci che la Chiesa nasce camminando lungo la strada, lungo tutte le strade che Gesù ha percorso nei suoi pellegrinaggi per annunciare la Buona Notizia e nasce chiedendo alle persone di mettersi una vicino all’altra, come Gesù ha chiesto uno a uno ai suoi discepoli di stare con lui e di stare tra di essi cercando di rispettarsi e di condividere i valori fondamentali dell’esistenza, nonostante tutte le loro fragilità e le loro debolezze, tipiche della condizione umana. I discepoli certamente non sono stati, nella parte di vita che hanno condiviso tra di loro e con Gesù, dei modelli di virtù ma anzi hanno rivelato tutte le loro debolezze e fragilità umane e caratteriali. Sono stati come noi. Ma alla fine ce l’hanno fatta. (card. Paolo Lojudice - arcivescovo di Siena - Colle di Val d’Elsa - Montalcino e membro della Commissione Cei per le Migrazioni)

Finalmente Amir

23 Dicembre 2021 -
Città del Vaticano - Davvero un viaggio del successore di Pietro non finisce mai. E così ieri in Aula Paolo VI , all’udienza generale, la visita nel campo profughi di Lesbo è proseguita con l’abbraccio — particolarmente atteso da Francesco — con Amir Ali, il bambino di un anno e mezzo che aveva incontrato lì il 5 dicembre e che lunedì 20 è arrivato in Italia, con la sua famiglia (sono afghani di etnia tagika), attraverso l’accordo concordato con le diverse autorità. Venerdì scorso, incontrando nel Palazzo apostolico un primo gruppo di una decina rifugiati, il Papa aveva chiesto espressamente notizie di Amir. E ieri  l’abbraccio è stato particolarmente caloroso. Con lui, i due fratelli, la sorella e i genitori.
Per Amir sono già pronte le carte per il ricovero all’ospedale pediatrico Bambino Gesù dove ieri stesso, dopo l’incontro con il Pontefice, è stato ricoverato per un intervento che, finalmente, risolverà la malformazione del palato con la quale è nato. Mamma Zahra, giovanissima, non perde un attimo di vista Amir e gli altri tre figli: ha voluto fortemente, con tutta se stessa, «esaudire la speranza» per la sua famiglia. Sì, proprio «esaudire la speranza». Porta con sé, e le mostra con le lacrime agli occhi, le fotografie delle persone con le quali ha vissuto 3 anni nel campo di Mavrovouni a Lesbo. Gli occhi di queste donne e di questi uomini ritratti negli scatti sono il simbolo stesso della disperazione. «Tre anni» ripete Zahra. Un tempo «infinito» che avrebbe potuto inghiottire la sua speranza. E invece no, con la forza di una donna, la forza di una mamma, Zahra ha lottato davvero «contro ogni ostacolo» che si è frapposto alla tenace speranza che costruiva e ricostruiva coraggiosamente, ora dopo ora, minuto dopo minuto, per la sua famiglia. Per la famiglia è già pronto un appartamento ed è stata anche elaborata la strategia educativa per l’inserimento scolastico dei figli. Per imparare la lingua italiana, anzitutto. E poi sarà il momento di trovare un lavoro. Per ri-iniziare a vivere. «Benvenuti» ha detto a questa famiglia il Pontefice nell’appello lanciato durante l’udienza (https://www.migrantesonline.it/2021/12/22/papa-francesco-profughi-con-me-in-italia-sono-uno-stimolo-per-altri-paesi-ue/). «Durante il mio viaggio a Cipro e in Grecia ho potuto toccare con mano, ancora una volta, l’umanità ferita dei profughi e dei migranti» ha proseguito Francesco. E, come “frutto” di quella visita, «grazie alla generosa apertura delle autorità italiane, ho potuto portare a Roma un gruppo di persone, che ho conosciuto durante il mio viaggio: oggi sono qui in mezzo a noi alcuni di loro. Ce ne faremo carico, come Chiesa, nei prossimi mesi». Un «piccolo segno», certo. Ma servirà «da stimolo» per ciascuno, a ogni livello. E tutto è nato dal viaggio del successore di Pietro. Un viaggio che, evidentemente, non è finito il 6 dicembre ma continua nelle storie dei più fragili. (Giampaolo Mattei - Osservatore Romano)

Naufragio nel Madagascar: sale a 85 morti il bilancio

23 Dicembre 2021 - Roma - Sale a 85 morti il tragico bilancio di un naufragio di un'imbarcazione al largo della costa nord-orientale del Madagascar. Lo riferiscono le autorità marittime dopo che altri 21 corpi sono stati recuperati nelle ricerche che continuano da tre giorni. A bordo dell'imbarcazione - scrive Ansa-Afp - di dodici metri affondata c'erano 138 passeggeri, ad oggi soltanto 50 sono stati salvati.

Papa Francesco: i vescovi europei fanno proprio l’appello di ieri all’accoglienza dei migranti

23 Dicembre 2021 -
Roma - L'appello di ieri di papa Francesco sulla situazione precaria e la disperazione dei rifugiati in alcuni Paesi europei le prime reazioni dalle conferenze episcopali del Vecchio Continente. "Molti rifugiati e migranti che arrivano in Europa dal Nord Africa e dal Medio Oriente rappresentano una grande sfida per tutti gli Stati membri dell’Unione europea", sottolinea mons.  Stanislav Zore, arcivescovo di Ljubljana e presidente della Conferenza episcopale slovena aggiungendo che tutti i Paesi e tutti i cittadini "sono chiamati a esprimere la propria solidarietà con coloro che sono stati cacciati dalle loro patrie a causa delle guerre e delle violenze e busseranno alla nostra porta nella speranza di trovare un futuro migliore. L’ospitalità e l’accoglienza degli stranieri sono da tempo segno d’amore e di rispetto per la dignità di ogni essere umano. Per mons. Zore è importante che "il nostro Paese e l’Unione europea diano a tutti i rifugiati e ai migranti l’opportunità di ottenere legalmente asilo per loro e per le famiglie, aiutandoli a integrarsi nella comunità locale. I vescovi sloveni esprimono il loro sostegno alle istituzioni, alla Caritas e alle altre organizzazioni umanitarie che hanno già accolto o che accoglieranno in futuro i rifugiati e i richiedenti asilo". «La sfida dei rifugiati e dei migranti — sottolinea monsignor Zore — è anche un’opportunità per il nostro Paese di riflettere sulle tragiche conseguenze del commercio di armi, degli sconsiderati interventi militari da parte dell’Occidente, delle politiche economiche inique, della povertà e della corruzione che fanno da sfondo ai conflitti militari e alle guerre civili, come anche alle catastrofi umanitarie. La Sacra Famiglia, che è al centro delle festività natalizie, testimonia il rispetto della dignità di ogni essere umano, il valore della pace e della solidarietà. Per questo motivo invitiamo tutti alla solidarietà ed all’apertura verso coloro che sono in difficoltà». Anche la Conferenza episcopale tedesca, attraverso l’incaricato speciale per i rifugiati, l’arcivescovo di Amburgo, mons. Stefan Hesse, risponde  al Papa assicurando l’impegno delle diocesi e delle altre associazioni di volontariato: "Già in passato, la Germania ha partecipato all’accoglienza dei rifugiati in linea con gli schemi di ricollocazione dell’Ue. Il fatto che il nuovo governo federale sia disposto a rafforzare ulteriormente l’accoglienza è motivo di speranza. La Chiesa continuerà il suo sostegno pratico per assicurare che vengano ricevuti nel migliore dei modi". Secondo monsignor Hesse è opportuno trovare soluzioni a lungo termine: "È auspicabile un meccanismo permanente di condivisione delle responsabilità tra gli Stati membri dell’Ue. Ciò che è necessario è un’equa distribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri, una maggiore solidarietà con i Paesi confinanti con l’Ue e l’applicazione di elevati standard di accoglienza e di procedure di asilo che siano accettati e attuati da tutti. È fondamentale, inoltre, l’efficace salvataggio in mare, una via di accesso sicura soprattutto per le persone vulnerabili, e anche un migliore sostegno ai Paesi ospitanti non europei. Il Natale ci ricorda ogni anno che Dio si fa uomo in un bambino indifeso". Anche la Chiesa polacca fa suo l'appello del Pontefice: "desideriamo assistere, sulla base delle possibilità legali esistenti e in conformità con le norme vigenti in materia di migrazione, tutti coloro che esprimono il desiderio di venire a vivere nel nostro Paese. L’obiettivo è quello di accoglierli, di fornire il necessario sostegno e di aiutarli a integrarsi nella nostra società insegnando loro la lingua e avviandoli al lavoro. La Caritas offre questo tipo di aiuto agli immigrati che già vivono e lavorano in Polonia da molti anni. Questo tipo di supporto continuerà e verrà potenziato. Chiediamo anche a tutti i nostri connazionali di pregare per i migranti in difficoltà in Europa e nel mondo". "incoraggiati"  si dicono i vescovo spagnoli "dai passi già compiuti negli ultimi anni per facilitare nuove vie di accoglienza nelle nostre diocesi in dialogo con le istituzioni. Offriamo la nostra collaborazione al governo per promuovere a tutti i livelli (comunale, regionale, nazionale) la creazione di corridoi umanitari, così come avviene in altri Paesi europei, promuovendo al contempo nuovi modelli di accoglienza sostenibile e legale. Dio continua a bussare alle nostre porte mentre si avvicina il Natale. Ringraziamo Papa Francesco per la sua vicinanza ai più vulnerabili e facciamo appello alle nostre comunità cristiane e a tutta la società chiedendo di accogliere responsabilmente chi ha bisogno di noi con un cuore che guarda negli occhi della gente".

Card. Jean-Claude Hollerich: l’Europa non può rimanere indifferente davanti al dramma dei rifugiati

22 Dicembre 2021 - Bruxelles - “Il recente viaggio del Santo Padre nelle terre di Cipro e della Grecia ha testimoniato ancora una volta la situazione precaria e, a volte, la disperazione dei nostri fratelli e sorelle rifugiati in alcuni Paesi d’Europa, in attesa che noi ascoltiamo le loro voci che chiedono il nostro aiuto e la nostra attenzione. La Chiesa in Europa non può restare indifferente a tale chiamata, e deve rispondere con rinnovato impegno, con voce profetica e con esempi concreti di solidarietà verso questi profughi, figli di Dio, persone con volti, biografie e famiglie, che hanno bisogno di noi adesso più che mai”. Lo scrive oggi il card. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece, la Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea che, a nome della Comece  si unisce all’appello di Papa Francesco che invita le autorità degli Stati dell’Ue a "consentire generosamente ai rifugiati che sono bloccati nei territori di prima accoglienza, come nel caso di Cipro e in Grecia, di essere ricollocati in un altro paese dell’Ue e ricevere lì la protezione e la promozione di cui loro e le loro famiglie hanno bisogno. Faccio appello anche alla Chiesa in Europa, alle nostre parrocchie, comunità e fedeli, affinché diventino veri testimoni di Cristo in questo tempo della Natività di Nostro Signore e accolgano con spirito di servizio coloro che sono giunti nelle nostre terre in cerca di protezione come rifugiati, e di compiere uno sforzo comune che porti a progetti concreti per accoglierli, in collaborazione con le autorità pubbliche. Chiedo al Bambino Gesù, di cui celebreremo presto la nascita, di illuminarci perché lo possiamo riconoscere in ogni profugo che bussa alla nostra porta e di darci la forza necessaria per vincere l’indifferenza delle nostre società verso chi soffre e sta bisognoso”.

Draghi: ottimista su ridistribuzioni migranti

22 Dicembre 2021 - Roma - Questa mattina il presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi rispondendo ad una domanda - durante la conferenza stampa di fine anno - sull'evoluzione della situazione dei migranti si è detto "ottimista": "l'approccio alla migrazione deve essere integrato, umano ed efficace e questo è stato capito nella Ue. Al Consiglio europeo con la presidente Von Der Leyen ci siamo opposti alla costruzione di muri nell'Est, e non ci possono essere passi indietro. Ma a parte la ridistribuzione dei migranti, bisogna cambiare completamente l'accoglienza. Oggi l'industria ha un bisogno grandissimo di manodopera. Su questo c'è grandissima apertura di tanti Paesi e questo spiega il mio ottimismo". Altro elemento di ottimismo è per Draghi il fatto che "la Commissione ha accettato di intraprendere una azione efficace per negoziare con i Paesi di prima provenienza un accordo sui rimpatri volontari assistiti. Non sia solo Italia a fare i corridoi umanitari ma anche gli altri Paesi".  

Papa Francesco saluta un bambino del campo di Lesbo

22 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - Questa mattina, al termine dell’Udienza Generale, Papa Francesco ha salutato un bambino incontrata nel campo Mavrovouni di Lesbo, insieme alla sua famiglia, venuti a Roma "per curarsi grazie all’intervento del Pontefice e  agli sforzi della Comunità di Sant’Egidio". Lo ha detto questa mattina il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni che ha precisato che il bambino ha un anno  e mezzo ed è di origine afghana. (R.I.)

Papa Francesco: profughi con me in Italia sono uno stimolo per altri Paesi Ue

22 Dicembre 2021 - Città del Vaticano – Questa mattina papa Francesco, al termine dell’Udienza Generale,  ha richiamato nuovamente il tema dell’accoglienza dei migranti. Nel viaggio a Cipro e in Grecia “ho potuto toccare con mano ancora una volta l'umanità ferita dei profughi e dei migranti”, ha detto il Pontefice: “ho anche constatato come solo alcuni Paesi europei stiano sopportando la maggior parte delle conseguenze del fenomeno migratorio nell'area mediterranea, mentre in realtà esso richiede una responsabilità condivisa di tutti, dalla quale nessun Paese può esimersi, perché è un problema di umanità". In particolare, “grazie alla generosa apertura delle autorità italiane, ho potuto portare a Roma – ha aggiunto - un gruppo di persone, che ho conosciuto durante il mio viaggio: oggi sono qui in mezzo a noi alcuni di loro. Benvenuti! Ce ne faremo carico, come Chiesa, nei prossimi mesi. È un piccolo segno, che spero serva da stimolo per gli altri Paesi europei, affinché permettano alle realtà ecclesiali locali di farsi carico di altri fratelli e sorelle che vanno urgentemente ricollocati, accompagnati, promossi e intregrati”. Papa Francesco ha evidenziato che sono le Chiese locali, le congregazioni religiose e le organizzazioni cattoliche “pronte ad accoglierli e accompagnarli verso una feconda integrazione. Serve solo aprire una porta, la porta del cuore! Non manchiamo di farlo in questo Natale!”. (Raffaele Iaria)

Natale: Acs lancia campagna per rifugiati cristiani

22 Dicembre 2021 - Roma - Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) ha lanciato una campagna natalizia a sostegno dei rifugiati e degli sfollati interni in Africa e Medio Oriente. Attraverso i suoi partner sul campo, ACS contribuisce a soddisfare i bisogni primari delle famiglie, prevalentemente cristiane, fornendo loro riparo e curando l'educazione dei bambini e dei giovani adulti. Mentre ci avviciniamo al Natale, più di 84 milioni di persone in tutto il mondo sono sfollate. Quest'anno i Paesi africani hanno registrato il più significativo incremento degli sfollati interni, mentre la Siria è stata la nazione da cui è fuggito il maggior numero di persone. In queste aree ACS sta concentrando i suoi sforzi. Nel Burkina Faso Bartolomeo Sawadago è fuggito in bicicletta dopo che i jihadisti hanno attaccato la sua chiesa durante la Messa domenicale, uccidendo il sacerdote e cinque parrocchiani. Lui e la sua famiglia hanno trovato un riparo a 195 km di distanza, ma ora mancano un alloggio adeguato e il cibo. Il numero di sfollati interni nel Paese è aumentato raggiungendo gli 1,4 milioni. I partner locali di ACS stanno cercando di assicurare assistenza pastorale, pasti e istruzione ai bambini. A causa dell'insicurezza, sacerdoti, suore e catechisti non possono più recarsi nella maggior parte delle parrocchie di questo Paese per celebrare la Messa e fare catechesi. Le attività pastorali sono quasi del tutto sospese. Questo rende la radio il mezzo principale di comunicazione con la popolazione, soprattutto nelle zone rurali. Padre Victor Ouedraogo, direttore del Centro diocesano di comunicazione a Notre Dame du Sahel a Ouahigouya, in un colloquio con ACS spiega: «È importante diffondere messaggi che possano calmare i cuori, riconciliare le comunità e favorire la coesione sociale. Le trasmissioni permetteranno ai cristiani e a tutta la popolazione di ascoltare l'appello dei leader religiosi alla tolleranza e alla convivenza pacifica. Consentirà inoltre ai fedeli cattolici di ascoltare il Vangelo e gli insegnamenti della Chiesa nonostante il difficile contesto». Data la loro attuale rilevanza, la produzione di programmi radiofonici è uno dei progetti che ACS ha deciso di sostenere con la sua campagna natalizia. Anche il Mozambico è diventato teatro delle devastazioni degli estremisti islamici, e a Pemba Padre Edegard Silva è uno dei sacerdoti che sostengono gli sfollati. Con l'arrivo di oltre 800.000 profughi dal nord del Paese, le parrocchie di Pemba hanno accumulato un grandissimo numero di sfollati. Tra loro c'è Francisco, 52 anni, il cui figlio è stato tra le 3.300 persone uccise dai jihadisti. Francisco è stato in grado di avviare una piccola attività di vendita di sapone. Attraverso la campagna natalizia, ACS intende sostenere altri sfollati interni a Pemba con corsi per favorire diverse attività generatrici di reddito, allo scopo di creare nuove opportunità attraverso la costituzione di cooperative e piccole associazioni tra persone locali e sfollati. Durante i dieci anni di guerra in Siria molti hanno subito la crudeltà dei gruppi islamisti, i quali hanno occupato proprietà e possedimenti. I servizi sanitari sono drammaticamente insufficienti e l’insicurezza aumenta. Anziani, disabili e malati subiscono gli effetti delle sanzioni internazionali. «Fu da qui, dalla Siria, dalla Palestina, dalla Giordania e da quello che oggi è Israele, che arrivarono i primi cristiani», ricorda Padre Hugo Alaniz, sacerdote argentino in missione fra gli sfollati presenti ad Aleppo. Per questo «credo sia un obbligo per noi, come Chiesa, aiutare i cristiani del Medio Oriente, perché è grazie a loro che abbiamo conosciuto il messaggio del Vangelo». Molti siriani sono fuggiti come rifugiati in Libano, dove le parrocchie locali stanno fornendo assistenza pastorale, alloggio e medicine attraverso il sostegno di ACS. Grazie alle donazioni ricevute durante la campagna natalizia di ACS, sacerdoti e suore potranno aiutare gli sfollati e i rifugiati in molti Paesi con un indispensabile sostegno materiale e con la consolazione derivante dalla fede.  

Un’altra doppia strage in mare

22 Dicembre 2021 - Milano - Ancora morti nel Mediterraneo. Almeno 163 persone sono annegate nell’ultimo fine settimana davanti alle coste della Libia nel tentativo di raggiungere l’Italia. L’ennesima tragedia annunciata alle porte della 'fortezza Europa'. «Da quello che abbiamo saputo, si tratta di due barconi di legno – spiega Flavio Di Giacomo, portavoce dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni – in un caso ci sono stati 102 dispersi al largo di Surman, con 8 sopravvissuti di cui sette uomini e una donna. Nell’altro caso, al largo di Sabratha, la guardia costiera libica ha recuperato 61 corpi senza vita. In tutto ci sono 210 sopravvissuti (tra cui 35 donne e 10 bambini) che non abbiamo ancora capito se sono stati recuperati in mare o direttamente dal barcone». Si tratta perlopiù di migranti provenienti dal Mali e dal Senegal e partiti dalle coste di Sabratha. «In tutto sono 1.508 le persone morte nel 2021 lungo la rotta del Mediterraneo centrale, la più pericolosa nel mondo» aggiunge Di Giacomo. Intanto è sempre più drammatica la situazione in mare. Nell’ultima settimana, dal 12 al 18 dicembre, ci sono stati circa 900 arrivi in Italia e la cosiddetta guardia costiera libica ha intercettato 466 persone in mare e riportate a terra. «Naturalmente questo è un dato (quello dei riportati a terra, ndr) che continua a preoccuparci perché sappiamo che le persone vengono riportate nei centri di detenzione. Nel 2021, complessivamente sono state intercettate 31.456 persone dai libici rispetto agli 11mila degli anni scorsi – aggiunge Di Giacomo – e quasi 1.500 persone sono morte lungo questa rotta, quella del Mediterraneo centrale, la più pericolosa la mondo». «C’è un sistema di pattugliamento largamente insufficiente – accusa il portavoce dell’Oim – quando c’è un Sos i migranti devono aspettare ore per il salvataggio quando sappiamo che bastano anche cinque minuti per andare giù». Naturalmente i numeri snocciolati sono «per difetto». Non ci sono tanti 'occhi' a testimoniare e a raccontare quello che succede. Le Ong in mare sono poche. Ma a preoccupare c’è anche la rotta atlantica: quella che parte dal Senegal, dalla Mauritania e dal Marocco per arrivare alle Canarie. «Si parla di oltre 14 ore di navigazione in un mare che non è certo il Mediterraneo – racconta Di Giacomo – e dove solo quest’anno sappiamo che 937 persone hanno perso la vita. Ma è molto probabile che questa cifra in realtà sia da raddoppiare. Le rotte migratorie irregolari continuano ad essere mortali e mortifere. Bisogna iniziare a parlare in modo serio di migrazione regolare. La crisi demografica è un enorme problema che per essere frenato ha anche bisogno, da subito, di una gestione dell’immigrazione diversa, non rivolta a chiudere i confini da supposte e inesistenti invasioni, ma a creare canali migratori regolari». Anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ieri, è tornato sul tema dei flussi migratori. «È essenziale che l’Unione europea adotti una gestione condivisa, umana e sicura, all’altezza dei nostri valori – ha detto partecipando alla cerimonia di chiusura della XIV Conferenza degli Ambasciatori e delle Ambasciatrici d’Italia nel mondo – Servono corridoi umanitari dai Paesi terzi verso l’Europa che impegnino anche altri Paesi europei, non solo l’Italia. E servono accordi di rimpatrio giusti ed efficaci. Anche in questo, l’Unione europea può svolgere un ruolo di guida». Intanto ci sono 144 persone a bordo della nave Ong Ocean Viking ancora in attesa di un porto, dopo tre richieste alle autorità marittime. E nelle ultime 24 ore 22 migranti, di nazionalità tunisina, sono giunti a Lampedusa. Tra loro anche 11 donne e 3 minori. Il barchino su cui viaggiavano è stato intercettato a circa 2 miglia a sud dall’isola dagli uomini della Guardia di finanza. (Daniela Fassini – Avvenire)

Viminale: da inizio anno sbarcate 64.008 persone migranti sulle coste italiane

21 Dicembre 2021 - Roma - Sono 64.008 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 15.342 sono di nazionalità tunisina (24%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Egitto (8.118, 13%), Bangladesh (7.613, 12%), Iran (3.848, 6%), Costa d’Avorio (3.636, 6%), Iraq (2.534, 4%), Guinea (2.348, 4%), Siria (2.193, 3%), Eritrea (2.190, 3%), Marocco (2.175, 3%) a cui si aggiungono 14.011 persone (22%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Cif, Immigrazione: la speranza delle madri per i loro figli

21 Dicembre 2021 -

Roma - “I bambini cui le madri negano il presente per assicurare loro il futuro sono quelli che da soli o insieme ai genitori cercano un altrove che comunque li respinge” così Renata Natili Micheli, Presidente nazionale del Centro Italiano Femminile. Che conclude “ il cuore dell’immigrazione non è nei numeri di quanti arrivano nel nostro Occidente ma consiste nel perché arrivano e nel perché, oltre la dignità della vita,  noi vogliamo togliere loro anche la speranza”.

Papa Francesco: l’impatto della crisi sull’economia informale, che “spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante”

21 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - L’impatto della crisi sull’economia informale, che “spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante”. Lo scrive oggi papa Francesco nel messaggio per la 55ma Giornata Mondiale della Pace che si celebrerà il prossimo 1 gennaio sul tema “Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura”.  Molti migranti – scrive il Papa – “non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso”. La pandemia da Covid-19 – ha aggiunto papa Francesco nel messaggio presentato oggi nella sala Stampa della Santa Sede - ha “aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche”. (Raffaele Iaria)

Migrantes Roma: celebrazione sotto il tendone del Rony Roller

20 Dicembre 2021 - Roma - Una celebrazione eucaristica sotto il tendone  del circo Rony Roller a Roma. A presiederla il direttore Migrante della diocesi di Roma e direttore regionale del laio, mons. Pierpaolo Felicolo. A concelebrare don Marco Yaroslav Sehemen, coordinatore nazionale degli Ucraini in Italia. Rony Roller ha anche voluto offrire, in questi giorni, uno spettacolo ad un gruppo di diversamente abili della Casa di Pulcinella nata a Roma nel quartiere di San Lorenzo con lo scopo di dare una risposta alla solitudine ed alla “invisibilità” delle persone con disabilità del quartiere.  (R.I.)

La valle solidale e i migranti bambini

21 Dicembre 2021 -

Torino - Non piangono mai i bambini che arrivano all’ultima tappa prima del confine francese. Sono esausti, dormono di continuo, qualcuno ha i piedi morsicati dai topi negli accampamenti di fortuna in Bosnia, eppure non piangono. Lo raccontano commossi gli operatori e i volontari del rifugio per immigrati 'Fraternità Massi' nella casa dei salesiani accanto alla stazione di Oulx. Ai piccoli il lungo viaggio sembra un gioco in compagnia dei genitori. Per gli esperti il gioco si chiama 'rotta italiana' oppure 'terminale della rotta mediterranea' e anche 'limite occidentale della rotta balcanica'. Comunque la si veda, Oulx dal 2017 è diventata una porta di uscita sempre più battuta dall’Italia verso la Francia e l’Ue, per marciatori della speranza in viaggio da anni.

Non temono di andare in mezzo alla neve in scarpe da tennis, ma se vengono al rifugio voluto dalla fondazione 'Talità Kum' con i medici di Rainbow 4 Africa aperto h 24 trovano scarponi, cibo, possono farsi visitare e passare una notte al caldo dopo le 16, quando d’inverno cala subito il buio e la temperatura scende sottozero.

A pochi passi dal rifugio in Alta Val di Susa, ironia della sorte, fermano i treni di linea per la Francia e persino il Tgv. Ma il viaggio comodo è roba per chi ha documenti europei e Green pass. Il resto dell’umanità tenta di prendere un bus di linea, se non controllano i 'certificati verdi', o arriva a piedi fino alle piste di fondo di Claviere e poi si infila nei boschi per 20 chilometri per passare il Monginevro. Un’impresa al buio col freddo, specie per le famiglie con donne incinte e bambini. Oltretutto la sorveglianza dei gendarmi dotati anche di visori notturni al confine e lungo la statale è continua. Inflessibili anche con i più vulnerabili, non rilasciano il documento di respingimento, il 'refus d’entrée', contro cui presentare appello. Chi passa, però, in 5 giorni arriva a Parigi e da lì prosegue per Germania, Paesi Bassi, Belgio o Regno Unito, nell’Europa che cerca manodopera.

Gli scarponi li lasciavano i valligiani quando si è aperta la rotta. Il rifugio prosegue la tradizione solidale, mettendoli nelle rastrelliere. Ogni giorno passano da qui almeno 60 persone, con punte di 100 dall’estate a novembre. Quando si supera quota 50 la Croce rossa sposta i profughi al polo logistico di Bussoleno, 20 chilometri a valle, così che nessuno dorma all’aperto. Da aprile a dicembre sono passate 9mila persone e altre 1.500 sono state portate alla Croce rossa. Il 60% proveniva dalla rotta balcanica, gli altri erano subsahariani sbarcati da poco e tunisini alle prese con disoccupazione.

«È dura marciare nella neve, ma chi proviene dai Balcani dice che dopo Bosnia e Croazia passare il Monginevro è come bere un bicchiere d’acqua – spiega don Luigi Chiampo, 62 anni, da 10 parroco di Bussoleno, presidente di Talità Kum e responsabile Migrantes della diocesi susina – e da quando abbiamo aperto il centro a Oulx nel 2018 non ci sono più stati morti sulle montagne. Passavano dal Colle della Scala, molto pericoloso. Nel 2021 dalla valle è passato un fiume di circa 15mila persone dirette a Claviere. Arrivano a Trieste e in 72 ore attraversano il nord in treno o bus, oppure vengono dai centri di accoglienza. Il rifugio lo abbiamo aperto per non far dormire più nessuno in mezzo alla strada ed è importante la rete che si è creata e la collaborazione con le istituzioni». I Comuni, al contrario di quanto accade Oltralpe, sono presenti. La Prefettura di Torino contribuirà al nuovo rifugio di fronte alla 'Fraternità Massi', sempre di proprietà dei salesiani, molto più grande, in cui a giorni si sposteranno le attività. Che comprendono le attività dei medici e infermieri di 'Rainbow for Africa' e degli operatori legali di Diaconia valdese e Danish refugee Council, che qui hanno un punto nodale del loro osservatorio dei tre confini. Cena e assistenza le offrono la rete solidale di Talità Kum, aperta ad associazioni laiche e nazionali.

«Prepariamo un piatto di pasta, offriamo un letto caldo – afferma racconta Giorgio Guglielminotti, storico operatore – e se lo desiderano parliamo. Soprattutto diamo le scarpe a chi arriva con i piedi rotti da marce interminabili». I single dormono in uno camerone e le famiglie nei container in cortile. Si resta al massimo 48 ore ad eccezione delle famiglie numerose. Secondo Serena Tiburtini, coordinatrice di programma per Danish refugee council, le famiglie sono soprattutto afghane (il 40%) e iraniane. Poi i pachistani. «Passano da Claviere a piedi – aggiunge – perché sono abituati alla montagna. Sono arrivati i primi evacuati in estate da Kabul, i più ricchi, gli altri li attendiamo nei prossimi mesi. I tempi di ricongiungimento con i parenti sono troppo lunghi. Una ragazza afghana a settembre mi ha detto che non poteva attendere sei mesi per raggiungere la madre in Svezia, mentre poteva farcela in 15 giorni. Un giovane curdo iraniano, rimasto storpio a una gamba, fratturata dalle botte prese in Croazia, non riusciva a passare a piedi. Ma voleva raggiungere moglie e figlioletta in Svizzera. Niente ricongiungimento, alla fine è partito con un passeur ».

«Chi arriva a Oulx dalla rotta balcanica è esausto fisicamente e mentalmente – prosegue Eloisa Franchi dei medici di Rainbow 4 Africa – poi c’è chi arriva con ferite da marcia o con le cicatrici delle torture inferte dai poliziotti croati. Noi offriamo primo soccorso per curare la 'patologia di confine', uno stress psicofico continuo. Nel nuovo rifugio avremo uno spazio per dare assistenza continuativa». A Oulx sono arrivate quest’anno due donne in procinto di partorire: una ci è riuscita, l’altra ha messo al mondo un bambino morto. Era da sola, marito e figlio erano già passati, ma sono tornati indietro per salutare il piccolo e ripartire con lei. Domani si concluderà qui il 'Cammino della Speranza', staffetta partita da Trieste in bici una settimana fa per ricordare cosa accade ogni giorno da un confine all’altro. (Paolo Lambruschi – Avvenire)

Fism: percorsi che aiutino i più piccoli a sviluppare la loro naturale capacità di andare incontro agli altri

21 Dicembre 2021 -

Roma - Due foto hanno fatto il giro nei social: bambini aggrappati al filo spinato al confine tra Bielorussia e Polonia e la bambina nata tra le onde su un barcone. Queste due realtà sono il segno dell’intreccio tra crudeltà e speranza, tra fraternità e disumanità. Gli sguardi di quei bimbi e il vagito della piccola si uniscono al lamento di Abele che attraversa la storia assieme al grido di Caino e rieccheggia decisa la domanda di Dio: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,8-9).

Papa Francesco è forse il Pontefice che più ha parlato di educazione e anche l’Enciclica «Fratelli tutti» (2020) rimanda alla costruzione di un’umanità nuova e di un mondo nuovo attraverso il processo formativo delle coscienze che coinvolge bambini e adulti. La sfida è tra il transumanesimo teorizzato da Google e il neoumanesimo che rimette al centro l’uomo in una autentica rivoluzione sociale, relazionale ed etica. I tratti sono quelli dell’antropologia della figliolanza che si declina in quella della fratellanza.

Il mondo delle scuole della Fism (la Federazione Italiana Scuole Materne che raggruppa 9000 realtà educative, ndr) ha accolto la sfida culturale e ha messo a tema i messaggi e le provocazioni dell’Enciclica, sviluppando nelle realtà concrete della esperienza vitale delle comunità scolastiche, percorsi di educazione aperta ed inclusiva che guarda al volto dell’altro, oltre le appartenenze. Le scuole hanno maturato e sviluppato la consapevolezza che per educare un bambino ci vuole un villaggio, secondo l’adagio africano, ma parimenti per formare un villaggio ci vogliono i bambini che sono il segno delle generazioni future.

Dall’osservazione e dall’ascolto attento dei bambini e dal confronto con i dati di ricerca, abbiamo constatato che l’egocentrismo che pareva caratterizzare la vita e l’esperienza dei piccoli, in realtà cede il posto alla prosocialità quale capacità di rispecchiarsi nella reciprocità dei volti. Basta visitare una nursery e ci accorgeremo che se un bambino piange, immediatamente gli altri gli fanno eco e 'solidarizzano' con lui; osserviamo ancora la capacità di con-dividere dei dolciumi o dei giochi e di consolare e incoraggiare da parte dei bambini più grandicelli. 

Robert Roche, docente di psicologia alla Universitat Autònoma de Barcelona ha contribuito con significative ricerche sperimentali a esplorare la valenza prosociale nei bambini e negli adulti. Si evidenzia che si diventa prosociali condividendo esperienze di tal segno fin da piccoli, in famiglia e nel processo educativo della scuola che favorisce contesti nei quali sperimentare la condivisione altruistica. Nella prima scuola registriamo un 'gioco parallelo' che, se debitamente accompagnato ed orientato, diventa attenzione all’altro nel piccolo gruppo, costruendo reciprocità anche nel lavoro a coppie. La variabile del clima accogliente e del comportamento adulto diventano decisivi poiché in essi il bambino si specchia.

La Sacra Scrittura riporta un episodio altamente eloquente di come l’adulto possa 'inquinare' l’autenticità e la spontaneità dei bambini: «Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana [...] scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: 'Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco'» (Gen 21,9-10). L’innocente gioco di due bambini poteva essere preludio di una più ampia fraternità che implicava per l’adulto scelte di condivisione inaccettabili. E l’adulto 'guasta la festa'. Le scuole Fism stanno declinando percorsi di accoglienza, protezione e integrazione, condividendo un cammino sui sentieri tracciati dall’Enciclica nella direzione pro-attiva affinché la noità prevalga sulla egoità.

La presenza di bambini e famiglie provenienti da Paesi 'lontani' fa sperimentare la condivisione e l’apertura alla mondialità. La narrazione di Antoine De Saint-Exupery evidenzia i punti di vista distanti tra bambini e adulti: «I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano delle cose essenziali. Non si domandano mai: 'Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti?...'. Ma vi domandano: 'Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?'. Allora soltanto credono di conoscerlo». I grandi vogliono 'soppesare' le persone privilegiando ruoli e quantità, i bambini, invece, colgono i vissuti qualitativo-relazionali.

In questa stagione socio-culturale i bambini non sperimentano nei propri contesti familiari la condivisione della 'comunità fraterna', dal momento che sono numerosi i figli unici; la sapiente progettazione pedagogico- didattica degli insegnanti farà scoprire la dimensione della fraternità nell’incontro a scuola con i pari, palestra di pro-socialità. Per secoli l’adagio «homo homini lupus» ha dato forma alle relazioni tra persone, popoli e culture. L’Enciclica cambia approccio e registro relazionale, confermando quanto la Dichiarazione di Siviglia (1986) dal punto di vista della ricerca interdisciplinare affermava; i più autorevoli psicologi, neurofisiologi, etologi di tutto il mondo in maniera inconfutabile indicavano che: «È scientificamente sbagliato dire che la guerra o qualunque altro comportamento violento sono geneticamente programmati dalla natura umana; gli esseri umani hanno un cervello violento; la guerra è causata dall’istinto. Concludiamo che la biologia non condanna l’umanità alla violenza e alla guerra e che l’umanità può essere liberata dal vincolo del pessimismo biologico. La stessa specie che ha inventato la guerra è capace di inventare la pace». L’educazione sin dai più piccoli è chiamata ad avviare un processo di liberazione estirpando pregiudizi consolidati, facendo sperimentare esperienze alternative di fratellanza. (Bruno Forte - Responsabile Area pedagogica Fism)

In Famiglia: Maria e Giuseppe, due fidanzati speciali

21 Dicembre 2021 - Fra pochi giorni è di nuovo Natale! Se possiamo ancora celebrare la prima venuta del Signore nella storia lo dobbiamo alla libertà di una coppia di fidanzati; non solo all’incommensurabile sì di Maria, ma anche all’accoglienza silenziosa e profonda del suo promesso sposo, Giuseppe, la cui figura quest’anno abbiamo celebrato in modo particolare. Sovvengono le parole che scriveva il servo di Dio Monsignor Tonino Bello: “Giuseppe, io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull'onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha fatto il resto, in te e in lei”. È in questo vincolo d’amore che Gesù nasce, è in questo legame più forte di ogni paura che Dio può farsi carne. Talvolta la legittima devozione mariana ha fatto sì che la figura di Giuseppe venisse messa un poco a margine, ma oggi siamo consapevoli che il ruolo del padre putativo del Signore è stato determinante ben prima che nascesse. Mentre Maria concepiva nel grembo, Giuseppe concepiva attraverso i sogni, attraverso l’infinita docilità di chi si affida ad un mistero che lo sovrasta ma non lo annichilisce. Insieme, i due innamorati – perché di questo si tratta –, accettano un disegno che è diverso da quello che legittimamente avevano potuto immaginarsi. Per loro si prospetta un discernimento arduo, anzi drammatico; non dimentichiamo che Maria poteva essere sottoposta a lapidazione per quello che era avvenuto in lei. I due accettano un cammino fatto di incomprensione e giudizio anche dai famigliari più vicini, nonché da tutta Nazareth. Giuseppe e Maria sono persone semplici eppure straordinariamente capaci di accogliere la Parola fino al punto di farla nascere in loro e da loro, a dispetto di ogni giudizio e pregiudizio, contro ogni logica del mondo, anche quella più religiosa e giusta secondo i parametri degli uomini. Talvolta si è detto che indicare la Sacra Famiglia come modello per tutti gli sposi sia qualcosa di utopico e addirittura frustrante e invece la loro è una testimonianza di fede e di amore che perennemente elargisce Grazia a chi vuole seguirne i passi. In essi possiamo scorgere la fecondità creativa di chi fidandosi infinitamente di Dio, si dona all’altro senza limiti. Nel loro vincolo riconosciamo il germe di una castità che sempre si rinnova e a cui ogni coppia può abbeverarsi. Oggi ancora possiamo contemplare i loro passi che il Vangelo ci trasmette in un racconto che si fa vita ogni volta nuova. Viene naturale rivolgersi in preghiera a questi due giovani, voler sperimentare i loro sentimenti, cimentarsi nelle loro virtù. I dogmi mariani potrebbero farci credere che Maria, l’Immacolata e il suo sposo Giuseppe siano irraggiungibili, ma dovremmo forse accettare nel contempo che il Signore sceglie la loro piccolezza, la loro umanità, quella che anche noi condividiamo. A ciascuno, quindi, come battezzato, è possibile far nascere Cristo in sé per portarlo ai fratelli. Questo mistero è grande, ma tangibile. La famiglia umana vede in quella di Nazareth non un archetipo inarrivabile ma come una strada da percorrere, un riferimento per l’andare, la concretizzazione sotto sembianze del tutto umane di quell’amore trinitario che esiste fin dal principio. Non preoccupiamoci di quanta strada abbiamo ancora da percorrere, ma affidiamoci a questa sovrabbondante circolazione d’amore che vede nella famiglia il suo veicolo preferenziale, la casa, la dimora in cui scendere e stare. I genitori di Gesù sono sposi che hanno vissuto la prova della paura, dell’incomprensione, della precarietà e del pericolo, ma questi ostacoli non hanno prevalso. Maria e Giuseppe sono soprattutto due coniugi che della loro fiducia in Dio hanno fatto la chiave per aprirsi totalmente alla Sua volontà e donandosi così, hanno offerto al mondo il suo Redentore. (Giovanni M. Capetta - Sir)