Primo Piano

Mons. Perego: le due parole chiave del Festival della Migrazione

4 Novembre 2021 - Modena - Cittadini tutti, sono le due parole chiave, il leit-motiv della sesta edizione del Festival della Migrazione che si svolge in questi giorni. La pandemia ha cambiato la nostra vita, più il virus ha circolato velocemente più ci siamo fermati noi, costringendo economia e società, vita personale e collettiva ad un improvviso reset. Molti commentatori hanno descritto il Covid 19 come un “virus democratico”, perché colpisce tutti indistintamente; non è così: la crisi sanitaria e poi sociale ed economica ha colpito più duramente alcune fasce di popolazione, le più vulnerabili. Il rapporto Istat sulle povertà lo conferma: sono dati già noti a coloro che studiano il fenomeno. La pandemia ha bloccato ogni intervento di accoglienza sia nazionale che europeo: non solo i soccorsi in mare, ma anche ogni intervento o tentativo di organizzazione successivo. Da qui la scelta del titolo: “Cittadini tutti!” per questa edizione del Festival della Migrazione. Oggi la sfida delle migrazioni non riguarda più soltanto l’accoglienza di chi arriva da noi, ma la capacità di costruire un Paese dove le diversità, la presenza di persone di Paesi, culture e religioni diverse, sappiano comporsi in una realtà più ricca, diversa, ma unita. Per troppo tempo abbiamo pensato che fosse sufficiente salvare chi annegava in mare (e purtroppo continua anche oggi ad annegare nell’indifferenza di tanti!) e portarlo in qualche porto italiano. Invece questo è solo il primo passo. La vera sfida è, come ci ha ricordato papa Francesco, proteggere, promuovere, integrare. Senza queste azioni non c’è vera accoglienza, non si costruisce la città. (mons. Gian Carlo Perego, Arcivescovo, Presidente Fondazione Migrantes)    

L’emigrazione nelle opere degli artisti visivi Luis Souza Cortés e Angeles Martinez Pastorino

4 Novembre 2021 - Roma - Osservare il tema dell’emigrazione attraverso il linguaggio estetico e visuale. È questo l’obiettivo dei due artisti uruguaiani Luis Souza Cortés e Angeles Martinez Pastorino che, attraverso le astrazioni, i colori, le linee e le immagini video, intendono entrare in contatto con il pubblico, evocando l’esperienza migratoria non unicamente nel suo significato più̀ profondo, che è quello del viaggio, ma in una prospettiva ben più̀ ampia, che guarda all’emigrazione come condizione dell’esistenza umana. Ed è proprio per approfondire l’importanza di queste riflessioni che venerdì̀ 5 novembre, alle ore 17:30, il Museo Regionale dell’Emigrazione di Frossasco inaugura la mostra d’arte che accoglierà̀ le esposizioni dei due artisti: “Il Viaggio. Allusioni e Metafore” e “I sogni di Dorothée”.  

Voltati, ma nella direzione giusta

4 Novembre 2021 - L’evoluzione tecnologica riserva sempre sorprese con un forte impatto sociale, culturale, politico e anche linguistico. Non sarà infatti sfuggito il termine metaverso, da qualche giorno tornato alla ribalta. Derivato dal greco μετά (= con, dopo, oltre) e dal latino versus (participio passato di vertĕre = volgere), letteralmente significa “volto in altra direzione”. Il vocabolo è stato coniato da Neal Stephenson, nel romanzo cyberpunk Snow crash (1992), per indicare uno spazio tridimensionale all’interno del quale persone fisiche possono muoversi, condividere e interagire attraverso avatar personalizzati. Insomma, una sorta di Second Life, ora riproposta come 2.0, in quanto integrazione tra uomo, realtà virtuale e aumentata e internet. Al di là dei tecnicismi, non deve sfuggire l’impegno alla conoscenza di ciò che avviene. Non sono semplici passaggi o evoluzioni, ma indicano anche un indirizzo preciso di comprensione della realtà. E se quell’oltre sganciasse o contrapponesse a ciò che circonda? Come comunicatori siamo chiamati, più di altri, a volgere lo sguardo nella giusta direzione perché il futuro passa sempre da un orizzonte di senso. (Vincenzo Corrado)  

Migrantes: il 15 novembre la presentazione del Rapporto Immigrazione a Vicenza

4 Novembre 2021 - Vicenza – Sarà presentato lunedì 15 novembre, alle 10,30 al Centro Diocesano " Mons. Onisto" - Sala ex Palestra dall'Ufficio Migrantes della diocesi di Vicenza l'edizione trentennale del Rapporto Immigrazione Caritas Italiana e Fondazione Migrantes. L'incontro è promosso dall''Ambito prossimità' con Migrantes Vicenza, Pastorale della Salute, Missio Vicenza, Caritas diocesana. Il rapporto rappresenta un appuntamento- aggiornamento, ogni anno puntuale e preciso, con i numeri, i contorni e le dimensioni del fenomeno migratorio. A presentarlo don Giovanni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes insieme al Direttore de “La Voce dei Berici”, Lauro Paoletto.    

Festival della Migrazione: domani l’apertura con il seminario “Costruttori di ponti”

3 Novembre 2021 - Modena - La VI edizione del festival della Migrazione si aprirà, domani mattina, con il seminario “Di generazione in generazione” promosso dalla Fondazione Migrantes insieme al Ministero dell'Istruzione e all’Istituto Alcide Cervi presso l’Aula Magna del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Modena. Nel corso del seminario si cercherà di rispondere a molti interrogativi quanto mai attuali: come sono oggi i “ponti” tra anziani e giovani, tra genitori e figli? Qual è il loro stato di salute? Che tipo di trasmissione, di passaggi, di consegne, di eredità ci sono tra le generazioni nella nostra società? E che relazioni, ostacoli, distanze ci sono tra le generazioni dell’immigrazione? Le nuove generazioni dell’immigrazione sono “digitali”, come le nostre, ma forse sono più cosmopolite e più interculturali e proiettate verso la cultura del paese in cui vivono, ma questo crea anche distanza, incomprensioni, lacerazioni, a volte drammatiche, con le famiglie d’origine. Non ci sono, quasi, i nonni e gli anziani nelle vite delle nuove generazioni dell’immigrazione: al contrario, da noi, paese di anziani, sono invece molto presenti. Ma in che modo sono presenti? C’è, per questa stessa ragione, più trasmissione intergenerazionale? Uno sguardo e un confronto dedicato alla difficoltà di costruire ponti e di fare manutenzione, tra le generazioni in generale, italiane e non. Che materiali servono? Che pratiche ci sono? Che relazione c’è con il tema della cittadinanza?  

Afghanistan: domani la firma del protocollo per i corridoi umanitari verso l’Italia

3 Novembre 2021 - Roma - La Conferenza Episcopale Italiana firmerà domani alle 13 al Viminale, insieme a FCEI, Comunità di Sant'Egidio, Tavola Valdese, IOM, INMP, ARCI e UNHCR, il protocollo che permetterà – grazie ad un accordo con il Ministero dell’Interno (sarà presente la Ministra Luciana Lamorgese) e il Ministero degli Esteri - l’arrivo di un contingente di profughi afghani, rifugiati nei paesi limitrofi, a causa della crisi che si è prodotta dallo scorso agosto.  

Torna lo spot CEI sul sostegno alla missione dei preti diocesani

3 Novembre 2021 - Roma - Un grazie per il dono dei sacerdoti in mezzo a noi, questo il significato profondo delle offerte deducibili. I nostri preti infatti sono ogni giorno al nostro fianco ma anche noi possiamo far sentire loro la nostra vicinanza. Una partecipazione che ci rende “Uniti nel dono”: questo il messaggio al centro della nuova campagna #DONAREVALEQUANTOFARE della Conferenza Episcopale Italiana che intende sensibilizzare i fedeli alla corresponsabilità economica verso la missione dei sacerdoti e si sofferma sul valore della donazione, un gesto concreto nei confronti della propria comunità. “Ogni offerta destinata al sostentamento dei sacerdoti è il segno tangibile della vicinanza dei fedeli, un mezzo per raggiungere tutti i sacerdoti, dal più lontano al nostro - sottolinea il responsabile del Servizio Promozione per il sostegno economico alla Chiesa cattolica, Massimo Monzio Compagnoni – Anche nel pieno dell’emergenza dell’ultimo anno i preti diocesani hanno fatto la differenza. La Chiesa, grazie anche all’impegno dei nostri preti e delle comunità, ha aiutato nei giorni più bui tante famiglie a rialzarsi.” Ideata e prodotta da Casta Diva Group la campagna, on air da novembre, si snoda tra spot tv, radio e video online oltre alla campagna stampa con lo scopo di approfondire storie di diverse comunità attraverso video interviste e contenuti dedicati. Un viaggio in giro per l’Italia, tra città metropolitane e centri piccoli, a volte piccolissimi. Un percorso che permette di toccare con mano la bellezza che nasce dall'unione delle vocazioni: quelle dei sacerdoti e quelle dei laici che collaborano con loro. In particolare lo spot ci conduce dentro una parrocchia, quella di Sant’Antonio Maria Zaccaria guidata da Don Davide Milanesi in un quartiere popolare nella periferia meridionale di Milano. Nel suo oratorio, luogo capace di coinvolgere sia gli adulti che gli adolescenti, frequentato da circa 400 ragazzi, in una zona dove convivono persone di nazionalità ed età diverse. Ci porta nella comunità, vera e propria protagonista, motore delle numerose attività rese possibili grazie all’impegno dei volontari, coesi intorno al proprio parroco, visti e intravisti fino alla scena finale, tutta dedicata a loro. In questo luogo, Don Davide, infaticabile promotore di iniziative, sempre sorridente, anche nei mesi più difficili della pandemia, è considerato dai parrocchiani un amico cui rivolgersi nel momento del bisogno e con cui condividere i momenti importanti della propria vita. Nei 4 filmati di approfondimento, oltre a quella di Don Davide, si racconta attraverso delle interviste ai collaboratori laici, anche l’opera di altri sacerdoti come Don Massimo Cabua, che in Sardegna, a San Gavino Monreale, è in prima linea nell’organizzazione di iniziative tra cui la “Spesa Sospesa” a sostegno di una collettività stremata dall’emergenza coronavirus e Don Fabio 2 Fasciani, guida della parrocchia dei Santi Fabiano e Venanzio, nel quartiere Tuscolano a Roma, che dall’inizio della pandemia ha fatto un vero e proprio salto di qualità nell’assistenza alle povertà, prendendosi cura delle persone in difficoltà. Nei filmati è presente anche Don Luigi Lodesani, parroco, tra le altre comunità, anche di Borzano di Albinea, in provincia di Reggio Emilia, dove un paese intero collabora ad un progetto educativo per le nuove generazioni. Non solo video ma anche carta stampata. “Ci sono posti che esistono perché sei tu a farli insieme ai sacerdoti” o “Ci sono posti che non appartengono a nessuno perché sono di tutti” sono alcuni dei messaggi incisivi al centro della campagna stampa, pianificata su testate cattoliche e generaliste, che ricorda nuovamente i valori dell’unione e della condivisione. Sono posti dove si cerca un aiuto, un sorriso, una mano, un’opportunità, o, semplicemente un amico. “Sono i posti dove ci sentiamo parte di una comunità”. “I nostri sacerdoti hanno bisogno della vicinanza e dell’affetto dei fedeli. – conclude Monzio Compagnoni - Oggi più che mai ci spingono a vivere il Vangelo affrontando le difficoltà con fede e generosità, rispondendo all’emergenza con la dedizione”. A supporto della nuova campagna anche la pagina www.unitineldono.it/donarevalequantofare collegata al nuovo sito in cui oltre alle informazioni pratiche sulle donazioni, si possono scoprire le esperienze di numerose comunità che, da nord a sud, fanno la differenza per tanti. L’opera dei sacerdoti è infatti resa possibile anche grazie alle Offerte per i sacerdoti, diverse da tutte le altre forme di contributo a favore della Chiesa cattolica, perché espressamente destinate al sostentamento dei preti diocesani. Dal proprio parroco al più lontano. Ogni fedele è chiamato a parteciparvi. L’Offerta è nata come strumento per dare alle comunità più piccole gli stessi mezzi di quelle più popolose, nel quadro della ‘Chiesa-comunione’ delineata dal Concilio Vaticano II. Le donazioni vanno ad integrare la quota destinata alla remunerazione del parroco proveniente dalla raccolta dell’obolo in chiesa. Ogni curato infatti può trattenere dalla cassa parrocchiale una piccola cifra (quota capitaria) per il suo sostentamento, pari a circa 7 centesimi al mese per abitante. In questo modo, nella maggior parte delle parrocchie italiane, che contano meno di 5 mila abitanti, ai parroci mancherebbe il necessario. Le offerte raggiungono circa 33.000 sacerdoti al servizio delle 227 diocesi italiane e, tra questi, anche 300 sacerdoti diocesani impegnati in missioni nei Paesi del Terzo Mondo e 3.000 sacerdoti, ormai anziani o malati, dopo una vita spesa al servizio agli altri e del Vangelo. L’importo complessivo delle offerte nel 2020 si è attestato sopra gli 8,7 milioni di euro rispetto ai 7,8 milioni del 2019. È una cifra ancora lontana dal fabbisogno complessivo annuo necessario a garantire a tutti i sacerdoti una remunerazione pari a circa mille euro mensili per 12 mesi  

Cattolici latino americani: Gruppo nutrito nella diocesi di Ferrara-Comacchio

3 Novembre 2021 - Ferrara - Almeno una cinquantina, sono studenti, operai, professori e casalinghe. Provengono da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù Ecuador, Argentina e Cile. Il gruppo, fondato da don Zappaterra, attualmente è guidato da don German Diaz Guerra intergenerazionali e interclassisti, provenienti da diversi Paesi dell’America Latina, di passaggio o ormai integrati nella nostra città. Sono i “Católicos latinoamericanos de Ferrara” del gruppo San Martín de Porres (la cui festa si celebra oggi, ndr), i cattolici di lingua spagnola appartenenti alla diocesi di Ferrara-Comacchio. Il gruppo è attualmente formato da almeno una cinquantina di persone, oltre a molte altre che partecipano solo sporadicamente alle attività e ai momenti di incontro e preghiera. Responsabile del gruppo è don German Diaz Guerra, cubano d’origine (è nato a L’Avana nel 1966), ordinato sacerdote a Comacchio il 21 settembre 2019 e attualmente in servizio nella parrocchia di Sant’Agostino a Ferrara, dopo essere stato, nel periodo da seminarista, nella parrocchia di Masi San Giacomo e poi diacono e sacerdote nella parrocchia cittadina della Sacra Famiglia. La nutrità comunità ferrarese dei latinos comprende persone provenienti da Repubblica Dominicana, Cuba, Colombia, Venezuela, Panamá, Perù Ecuador, Argentina e Cile, oltre a una piccola minoranza di lingua portoghese, fra cui brasiliani e africani. Alcuni sono studenti universitari, molti di loro lavoratori impiegati in vari ambiti, dai più semplici, come operai, fino a docenti universitari, passando ad esempio per alcuni attivi nello sport. Il gruppo diocesano, fondato e guidato per anni da don Emanuele Zappaterra, ormai prossimo a iniziare la sua esperienza missionaria in Argentina, attualmente non ha una sede fissa, ma per diverso tempo è stato ospitato nella parrocchia di Malborghetto di Boara proprio quando don Emanuele ne era parroco. I latinos ferraresi si incontrano due volte al mese, una volta per la celebrazione della Santa Messa, un’altra per un momento di catechesi. L’ultimo incontro in ordine di tempo è stato domenica 31 ottobre al Santuario della Madonna del Poggetto da don Giuseppe Cervesi, in passato missionario in Messico. E a proposito di venerazione mariana, simbolo del gruppo non poteva che essere la Vergine di Guadalupe, Nuestra Señora de Guadalupe. Il gruppo, però, come detto, porta il nome di San Martín de Porres (1579-1639), peruviano mulatto di Lima, religioso dominicano figlio di un aristocratico spagnolo e di un’ex schiava nera, per una vita al servizio dei poveri, dei malati, dei bambini indigenti. Un esempio di integrazione importante per questi cattolici che, pur mantenendo la propria identità latinoamericana, vivono in modo attivo e con forte convinzione la propria appartenenza alla Chiesa di Ferrara-Comacchio e alla città dove hanno scelto di vivere.  (Andrea Musacci - La Voce)

In Famiglia: la moglie di Giobbe

3 Novembre 2021 - Ancora nei libri “Sapienziali” di cui fa parte il Cantico dei Cantici visitato la volta scorsa, è presente un testo che ha fatto parlare di sé molta letteratura ad esso successiva: il libro di Giobbe. La storia di un uomo giusto, ricchissimo e felice che vive onorando il Signore e che Satana chiede a Dio di mettere alla prova per dimostrare che la sua fede è solo in virtù dei suoi beni. Il dramma di quest’uomo è noto: egli perde tutto, ogni sua ricchezza, i suoi sette figli e tre figlie, infine è colpito da una malattia che lo rende pelle ed ossa. Eppure in tutto questo egli urla il suo dolore o si chiude nel silenzio, ma non bestemmia Dio e soprattutto non ne nega mai l’esistenza. Ecco la differenza fra la fede ebraico-cristiana e quella greca che non contempla l’interesse della divinità per l’uomo, pensiamo al verso di Eschilo: “Infinito è il respiro di dolore che dalla terra risale verso il cielo, ci sarà mai un dio che lo raccoglie?” Quattro amici cercano di consolare Giobbe, ma sono sapienti e teologi molesti che parlano per formule astratte (“sentenze di cenere”, “baluardi di argilla”) e che non fanno altro che attribuire a Giobbe stesso la responsabilità dei suoi mali o comunque ad un giudizio insindacabile dell’Altissimo. Giobbe, in coscienza, si ribella e chiama in causa, come in un processo, Dio stesso per chiedergli conto della sua condizione. E Dio risponde: aiuta la sua creatura a rileggere tutto il progetto della creazione con gli occhi di Lui che l’ha voluta e così ogni mistero in essa contenuto, compresa la sofferenza umana. Al termine di questo appassionante viaggio della fede, Giobbe potrà dire: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo e mi pento sopra polvere e cenere” (Gb 42, 5-6). La sua fede coraggiosa, il suo desiderio di avere risposta lo hanno salvato. Egli non è ancora guarito ma ha una visione nuova e ad essa seguirà un “lieto fine” grandioso con il ripristino di tutte le sue ricchezze e di tanti altri figli (42, 10-17). In tutto questo percorso, fin dall’inizio il testo fa riferimento, senza neppure nominarla, alla moglie di Giobbe. Vedendo il marito, seduto nella cenere, che si gratta con un coccio per la piaga maligna che lo ha colpito, gli dice con astio: “Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!” (Gb 2,9). Abbiamo già visto un comportamento simile nella moglie di Tobi, ma qui la violenza è ancora più forte. Questa donna sta abbandonando il marito al suo dolore, invece di essergli vicino e consolarlo. Spesso il male interviene in questo modo nelle nostre coppie e nelle nostre famiglie. Davvero Satana è “l’avversario” e il diavolo “colui che divide”. Pensiamo a tante separazioni a fronte di un male incurabile di cui l’altro non ha il coraggio di condividere il peso; oppure a quei genitori che non riescono ad accettare la malattia di un figlio e lasciano solo il partner ad occuparsene. “Nella salute e nella malattia” recita la formula matrimoniale, ma chi siamo noi per giudicare la reazione al dolore che ogni uomo e donna può provare? Giobbe cerca di richiamare a sé la donna: “Tu parli come parlerebbe una stolta! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?" (Gb 2,10)”. C’è nelle parole di quest’uomo un estremo sforzo di amore perché non le dice che è stolta, ma è come se lo fosse: può, dunque, recuperare un senno perduto. Eppure di questa donna nel racconto non si parla più se non per dire che Giobbe è talmente solo e disgraziato che il suo fiato puzzolente ripugna alla moglie stessa (Gb 19,17). Ci siamo mai chiesti cosa faremmo noi in una situazione del genere? La consorte di Giobbe ha perso tutti i beni e tutti i figli che ha perso lui, vive la medesima tragedia, ma forse non ha gli strumenti per affrontare la prova come vede fare dal marito. È difficile incolparla e infatti Dio non lo fa, mentre il testo sacro avrebbe potuto imputarle la sua mancanza di pietà. Al termine del racconto, infatti, si dice che l’ira di Dio si è accesa contro i suoi amici perché non hanno detto “cose rette” (Gb 42,7), ma non una parola è riservata alla moglie che, invece, fino a prova contraria può essere considerata la destinataria, insieme, al marito, di tutto il ripristino di benevolenza che il racconto prevede nel finale, non ultimo, il dono di molti altri figli. Possiamo allora permetterci di immaginare che la moglie di Giobbe non sia “sparita” dalla sua vita, non lo abbia davvero abbandonato, ma sia riuscita in qualche modo a condividerne la tragedia e, magari senza capire, magari nel silenzio o senza avere le parole per fare i suoi ragionamenti, si sia affidata alla loro promessa e per questo venga ricompensata. Viene da benedire il Signore per tutti quei mariti e quelle mogli che, per Grazia di Dio, hanno fondato la loro casa sulla roccia e reggono anche alle piogge torrenziali e allo straripamento dei fiumi (Mt 7, 24-27): essi sono per tutti testimoni credibili che l’amore di Dio ha già vinto la morte una volta per tutte. (Giovanni M. Capetta)    

Migranti: in 464 soccorsi da tre navi Ong

3 Novembre 2021 - Roma - Nel corso di cinque interventi ieri gli equipaggi delle navi umanitarie Sea Eye 4 di Sea Eye e Rise Above di Mission Lifeline hanno soccorso 325 migranti che si trovavano su imbarcazioni in difficoltà al largo della Libia. Tra i salvati – fanno sapere le due organizzazioni tedesche – 153 sono minorenni. «Siamo stati informati da Alarm Phone – raccontano – e nello stesso momento abbiamo avvisato anche le autorità responsabili, senza alcuna risposta». Anche la nave Ocean Viking di Sos Mediterranee ha effettuato due salvataggi in poche ore: l’ultimo, ieri mattina, sono stati presi a bordo 94 migranti che si trovavano su un gommone sgonfio e sovraffollato. Ora a bordo della nave ci sono 139 persone.  

Migrantes: dal 9 al 12 novembre il convegno europeo delle Missioni Cattoliche Italiane

2 Novembre 2021 - Roma – “Gli italiani in Europa e la missione cristiana. Radici che non si spezzano ma che si allungano ad abbracciare ciò che incontrano”: è questo il tema del convegno  delle Missioni Cattoliche Italiane in Europa, promosso dalla Fondazione Migrantes, che si svolgerà a Roma - TH Carpegna Palace, Via Aurelia 481 Roma – e che vedrà la partecipazione, tra gli altri, dei cardinali Gualtiero Bassetti e Anders Arborelius, di mons. Gian Carlo Perego e mons. Jean Kockerols oltre a testimonianze da diversi Paesi d'Europa. Il convegno si aprirà il 9 pomeriggio con il saluto di mons. Perego, Presidente della Commissione CEI per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes e di don Giovanni De Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes. Seguirà una relazione su “Le persone migranti nella prima evangelizzazione dell’Europa” affidata a d. Saverio Xeres della Facoltà Teologica di Milano. La giornata terminerà con la celebrazione eucaristica presieduta dal card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. In serata il Docufilm: “Non far rumore. La storia nascosta dei bambini clandestini”. Saranno presenti: Mario Maiellaro (regista), Alessandra Rossi (autrice RAI 3) e Toni Ricciardi (storico, Università di Ginevra). Il giorno successivo una relazione su “La mobilità umana: fermento della nuova evangelizzazione dell’Europa” affidata al card. Anders Arborelius, vescovo di Stoccolma e Responsabile della Sezione Migrazioni della Commissione per la Pastorale Sociale del CCEE. Seguirà mons. Perego che si soffermerà su “La mobilità italiana: fermento della nuova evangelizzazione dell’Europa” e la Testimonianza di Lorenzo Mannelli, emigrato in Belgio. Nel pomeriggio lavori di gruppo e celebrazione eucaristica presieduta dal card.  Arborelius. In serata “La profezia di don Tonino Bello e i migranti” affidata a Giancarlo Piccinni, Presidente della Fondazione don Tonino Bello. Giovedì 11 novembre due interventi su “Quali comunità di lingua italiana per la missione cristiana oggi?” affidate a mons. Jean Kockerols, vescovo ausiliare di Bruxelles-Malines e a p. Antonio Grasso, responsabile della Missione Cattolica di lingua italiana di Berna. Al termine la celebrazione eucaristica presieduta da mons. Kockerols. Venerdì 12 novembre la Santa Messa conclusiva presieduta da mons. Perego seguita dalle relazioni dei gruppi di studio e dalla consegna del mandato. (Raffaele Iaria)    

Milano: una preghiera per i rom morti durante l’anno

2 Novembre 2021 - Milano - Si è svolta, su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio insieme alla Comunità Pastorale Lambrate e Ortica e al Servizio Pastorale per i Rom e Sinti della diocesi di Milano, una preghiera in memoria dei fratelli rom e sinti morti negli ultimi anni a Milano. La preghiera si è tenuta presso la Chiesa del SS. Nome di Maria nel quartiere Rubattino, dove negli anni sono sorte diverse baraccopoli e Sant'Egidio ha promosso ponti di solidarietà e di amicizia tra cittadini rom e non rom.  Un ricordo speciale è stato dedicato a don Mario Riboldi, morto lo scorso giugno a 92 anni, che da anni partecipava a questo momento di preghiera e che da sempre aveva dedicato la sua vita all'annuncio evangelico con i rom e sinti, vivendo con loro e per loro. Tra le tante storie ascoltate durante la preghiera, quella di Saban, morta mentre cercava vestiti in un cassonetto; oppure Costel, ucciso dal fuoco nel tentativo di scaldarsi. Ancora la piccola Elena, affogata nella roggia dietro Chiaravalle, ed Emil, bruciato nel giorno del suo tredicesimo compleanno nel rogo della baracchina. Mariana, Liliana, Sunita e Cristian, portati via dalle malattie proprio mentre i loro figli, finalmente in casa e non più nei campi, iniziavano le scuole superiori. Durante la preghiera, i bambini  hanno depositato dei lumini all’altare mentre i ragazzi hanno acceso candele mentre si leggevano i ricordi dei defunti. Si è letto un brano del Vangelo e il Padre Nostro è stato recitato in italiano e in diverse lingua romanes. Tante delle morti di questi anni sono ingiuste e conseguenza della povertà. Spesso sono storie di bambini. Come Florentina, fulminata a 5 anni per la scarica elettrica ricevuta da un palo della luce. O Maria, neonata morta di freddo a Legnano. Eppure da alcune di queste tragedie sono nati grandi legami di affetto. I parenti dei piccoli Sabina, Nelson, Arman e Monica, rom slavi morti nel rogo della roulotte nel 1995, saranno presenti alla preghiera: in quell’occasione iniziò una storia di amicizia con la Comunità di Sant’Egidio che è cresciuta in questi 26 anni.  

Restituire nomi e storie a chi è morto nel Mediterraneo

2 Novembre 2021 - Vicenza - “Questo mare che ci avvolge nel presente non è fatto solo di onde. Ma anche di ferro e acciaio, è un confine che uccide, reso tale dalle leggi degli uomini. È un mare spinato nel quale piume di libertà rimangono impigliate per sempre perdendo respiro e memoria». Sono le parole che si possono leggere all’entrata del cimitero di Lampedusa. Parole accompagnate da un simbolo che ritorna nelle tombe “di chi ha trovato dimora eterna in questa terra attraversando la frontiera dell’ingiustizia”. Nel campo santo di Cala Pisana le tombe degli isolani si mescolano a quelle di coloro che hanno tentato di raggiungere l’Europa attraversando il Mediterraneo, ma che in questo “viaggio della speranza” hanno perso la vita. Per la maggior parte sono corpi senza nome, ma ognuno con una storia che ha bisogno di essere recuperata e custodita. Nel contesto di una narrazione prevalente che “parla” solo di numeri, emerge la necessità di mettere veramente al centro le persone e la loro memoria. Di questo, da diversi anni, se ne occupano alcune realtà attive a Lampedusa formate da associazioni, gruppi di volontariato, donne e uomini della società civile che stanno cercando di far prevalere i nomi ai numeri, attraverso un tanto importante quanto complesso lavoro di ricerca tra testimonianze di chi ha intrapreso il viaggio con chi non c’è più, verbali delle forze dell’ordine e articoli di giornale. A questo si aggiunge l’altrettanto difficile comparazione del Dna con i parenti delle vittime, iniziata dopo la strage del 3 ottobre 2013 quando 368 persone morirono al largo di Lampedusa. E di cui si è celebrato da poco l’ottavo anniversario con una serie di appuntamenti sull’isola che hanno sottolineato come queste stragi si ripetano continuamente sotto i nostri occhi. Grazie al lavoro delle realtà impegnate nel recupero della memoria dei morti in mare anche il cimitero di Cala Pisana ha assunto un “altro” volto. Con la sistemazione delle lapidi l’anomia del grigio del cemento ha lasciato posto alla ceramica e al disegno “con un nuovo linguaggio per tramandare storia e memoria contro il processo di disumanizzazione che oggi caratterizza la frontiera, sia per i vivi che per i morti”. “Il 17 giugno 2008 il corpo di una donna di età compresa tra i 30 e i 40 anni viene rinvenuto dagli uomini della Guardia di Finanza a circa 5 miglia da Capo Ponente. Qui riposa” si legge in una delle tombe del cimitero sotto il disegno di una piuma imprigionata in un filo spinato trasformato in opera in ceramica. Opera che sostituisce la scritta “Extra comunitaria 2008” con cui la giovane donna era stata sepolta inizialmente. Scritta che trasuda indifferenza e fa l’effetto di pugno nello stomaco. “Pare che si chiamasse Yassin. Pare che Yassin venisse dall’Eritrea, che fosse stato arrestato senza motivo e chiuso in uno dei tanti altri lager libici. Pare che avesse un bimbo e una moglie in un centro di accoglienza in Svezia e che volesse raggiungerli. Certo è che il suo corpo è arrivato senza vita a Lampedusa il 7 settembre 2015” si legge in un’altra lapide sempre accompagnata dal simbolo che contraddistingue coloro che sono morti nella traversata del Mediterraneo. Per chi è impegnato in questo percorso di memoria viva, questo mare “è attraversato da un’odissea che nessuno vuole raccontare, una tragedia della modernità, frutto delle leggi ingiuste dell’uomo che rendono il Mediterraneo un cimitero. Nei suoi abissi spesso la memoria si perde. I migranti muoiono due volte: la prima perché l’acqua gli toglie il respiro, la seconda perché l’oblio gli toglie la dignità della memoria. Ed è così che il mare diventa cimitero dell’indifferenza, nelle cui profondità si perdono nomi, storie, sogni e speranze”. Su altre tombe, invece, come in quella di un nigeriano 36enne morto nel 2009 e ritrovato senza vita in un’imbarcazione a bordo della quale cercava di raggiungere l’Europa, è riportato il nome: Eze Chidi o Ezequiel. Del primo nome si è venuti a conoscenza grazie all’allora parroco dell’isola che chiese notizie ai suoi compagni di viaggio sopravvissuti. Oppure come in quella di Ester Ada, anche lei nigeriana morta nel 2009 a 18 anni. Ester Ada era tra i 153 migranti, tutti di origine subsahariana, in un’imbarcazione soccorsa dal mercantile Pinar che per “quattro interminabili giorni – si legge sulla lapide – rimase a 25 miglia da Lampedusa bloccato da un assurdo braccio di ferro tra governo maltese e governo italiano che si rifiutavano di accogliere il mercantile”. E in questo breve racconto oltre alla “fine” della vita di Ester Ada il pensiero va anche a come si siano indurite le politiche di accoglienza che oggi vedono le navi umanitarie, con a bordo decine e decine di persone, bloccate per ben più di quattro interminabili giorni. In un’altra ala del cimitero, si trovano un’altra decina di migranti senza nome. L’ex custode ha posto sulle tombe una croce in legno: un modo per umanizzare e dare dignità a quei corpi, nonostante della loro storia, della loro religione e dei loro cari non si sappia nulla. Tra queste c’è anche la tomba di Yusuf Ali Kannehm, un bimbo di sei mesi morto a seguito del naufragio dell’11 novembre 2020 e soccorso invano dai volontari della ong Open Arms. Il giorno del suo funerale una donna lampedusana ha appoggiato sulle spalle della sua mamma, appena diciottenne, uno scialle in segno di vicinanza. Da questo gesto, semplice ma potente, è nata l’iniziativa “La coperta di Yusuf”, coordinata dal Forum Lampedusa Solidale, che è un invito collettivo a realizzare un piccolo quadrato all’uncinetto o ai ferri per creare una coperta capace di “coprire e proteggere simbolicamente i più deboli”. In questi mesi all’appello hanno aderito in tantissimi inviando sull’isola centinaia di piccoli tasselli. Ma quella di Yusef è una coperta senza fine e che potrà sempre essere ingrandita. E con i suoi colori sgargianti ci ricorda l’ingiustizia inflitta a chi cerca solo un futuro migliore e l’importanza di non far cadere nell’oscurità e nel silenzio la memoria di chi è morto in mare. (Lorenza Zago - “La Voce dei Berici”)

Rapporto Immigrazione: il 4 novembre la presentazione in Calabria

2 Novembre 2021 - Roma - Si svolgerà giovedì 4 novembre 2021 dalle ore 16.30 in modalità mista, online e in presenza, la presentazione del XXX Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes dalla Curia Arcivescovile di Cosenza. Accanto ad una prospettiva nazionale e all'interno del tema della nuova edizione del Rapporto Immigrazione 2021, "Verso un noi sempre più grande", troveranno spazio riflessioni specifiche sulla realtà dell'immigrazione in Calabria. Interverranno mons. Giuseppe Schillaci, vescovo di Lamezia Terme e incaricato della Conferenza Episcopale Calabra per la Caritas e la Migrantes, don Bruno Di Domenico, delegato regionale Caritas Calabria, Simone Varisco della Fondazione Migrantes, i docenti Donatella Loprieno e Claudio Di Maio del DISPES – Università della Calabria. L'evento sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook e sul canale YouTube dell'Ufficio Migrantes di Cosenza-Bisignano.  

Festival della Migrazione: oggi la presentazione a Modena

2 Novembre 2021 - Modena – Questa mattina alle ore 11.30, presso la Sala del Consiglio del Dipartimento di Giurisprudenza di Modena (in via San Geminiano, 3) e in diretta streaming sul sito www.festivalmigrazione.it e sulla pagina Facebook del Festival della Migrazione, si tiene la conferenza stampa di presentazione della sesta edizione del Festival sul tema ‘Cittadini tutti’. La conferenza stampa sarà anche visibile sulla pagina Facebook del Festival della Migrazione https://www.facebook.com/festivalmigrazione. Interverranno Alberto Caldana – Presidente Porta Aperta; Edoardo Patriarca – Portavoce del Festival della Migrazione; Carlo Adolfo Porro – Magnifico Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia; Roberta Pinelli – Assessora alle Politiche Sociali, Accoglienza e Integrazione del Comune di Modena e Tamara Calzolari – Assessora a Sociale, Sanità, Associazionismo, Immigrazione del Comune di Carpi    

In Famiglia: il Cantico dei cantici

2 Novembre 2021 - Mi sarebbe piaciuto essere fra quei rabbini che nel primo secolo dopo Cristo dibatterono in una sorta di “sinodo” prendendo la decisione che il cosiddetto “Cantico dei Cantici”, ovvero il cantico per eccellenza, il più bello di tutti, entrasse a far parte della Bibbia, dei libri ispirati da Dio. Da allora, però, questa inclusione è motivo di grande ispirazione, riflessione e consolazione non solo per i nostri fratelli maggiori ebrei ma per tutti noi cristiani. Il Cantico è un piccolo, intensissimo carme poetico che, attraverso un linguaggio grondante di immagini e metafore tratte dal mondo animale e vegetale, racconta la dimensione erotica dell’amore fra un giovane e una giovane (non si specifica che siano già sposati). Attraverso i cinque sensi quella che viene offerta al lettore in modo appassionato e sempre coinvolgente è un’arte dell’amore che non preclude e non censura nessuna delle parti di cui si compone il rapporto amoroso, dallo sguardo alla carezza, dal bacio all’amplesso. Non basterebbero queste righe per riportare tutta la ricchezza del linguaggio che la poesia utilizza; fiumi e fiumi di inchiostro sono stati versati dai commentatori nel corso dei secoli. Quella raccontata è un’avventura che tutti coloro che si sono davvero innamorati di una persona possono ripercorrere e leggere come si leggesse una poesia-preghiera, in un atteggiamento estatico che si avvicina molto a quello della mistica, dove la mente lascia spazio alle ragioni del cuore. Martin Buber ha avuto modo di dire che il Cantico ci rivela la possibilità di vivere “faccia a faccia” l’amore, di interpretare l’esistenza come un autentico dialogo fra un tu e un tu, un incontro di volti, di identità nel loro più profondo essere. È per tale motivo che questo libro si pone in una posizione apicale rispetto a tutta la Scrittura: perché esso apre alla possibilità di un amore che si consuma in un giardino, libero e non alienante, in pienezza e non schiavizzante a differenza di quello che era successo nell’altro giardino, quello dell’Eden, in cui si dice che la brama, il desiderio della donna sarà verso l’uomo ed egli la dominerà. No, questo destino di sopraffazione, questo stato di fatica, di incomprensione che nell’atto amoroso l’uomo e la donna ancora oggi sperimentano, può essere superato, può andare al di là delle nostre forze ed essere illuminato dalla luce di Dio. Il Cantico invita gli amanti ad uscire e andare ciascuno verso la verità di sé stessi e insieme verso un amore che se si chiama così è per sempre. Non si può dire “ti amo” se non è per sempre. Nel corso del carme, l’amante e l’amato si perdono (Ct 3,1-4: “voglio cercare l’amore dell’anima mia. L’ho cercato, ma non l’ho trovato”), a significare che ogni storia d’amore è fatta anche di smarrimenti, è un legame fragile quello che gli uomini sanno stringere fra loro… ci si può perdere, rinnegarsi, ma poi ritrovarsi: l’importante è non offuscare il desiderio di comunione con l’altro, un desiderio che si differenzia dalla logica del possesso e dalla strumentalizzazione reciproca. Gli amanti si inseguono nella loro libertà e si contemplano nella bellezza e in quella che San Giovanni Paolo II la chiamato “la liturgia” dei loro corpi. La meticolosità, a tratti impudica nella sua purezza, con cui sono descritte le parti anatomiche dei due innamorati libera il campo da tanto moralismo che si è accumulato nei secoli anche nella tradizione cristiana. Oggi possiamo leggere con fiducia e coraggio questo testo e capire perché esso si rivolga a tutti gli uomini e, in particolare a chi vive la fede in Gesù. Il Cantico termina, infatti, con un’affermazione fondamentale, che differenzia il pensiero ebraico-cristiano da quello di tutte le altre culture: nel duello fra Thanatos (Morte) ed Eros, non è vero che la morte vincerà: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio (cioè fammi destinataria da oggi di tutto il tuo agire) perché forte come la morte è l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione, le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina” (Ct 8,6). L’amore viene da Dio e in quanto tale avrà l’ultima parola proprio come abbiamo sperimentato con Gesù Cristo che è risorto perché ha amato i suoi fino alla fine e quel suo amore non poteva andare perduto. (Giovanni M. Capetta – SIR)  

La domenica del Papa: “ruminare” il comandamento dell’amore

1 Novembre 2021 - Città del Vaticano - Mentre si chiude a Roma il G20 che ha registrato un timidissimo impegno sulla transizione ecologica, si apre a Glasgow la 26ma Conferenza sul cambiamento climatico, la COP26, con l’obiettivo, almeno a parole, di mantenere gli impegni presi nel 2015 a Parigi e di ridurre a zero le emissioni di gas serra entro il 2050. In piazza San Pietro, papa Francesco invita a visitare la mostra fotografica Laudato si’ opera di un giovane fotografo originario del Bangladesh. E scrive, nella prefazione al libro Laudato si’ Reader, pubblicata in anteprima dal Corriere della sera, che “il grido della terra e il grido dei poveri, che ho presentato nella Laudato si’ come conseguenza emblematica del nostro fallimento nel prenderci cura della nostra casa comune, è stato amplificato di recente dall’emergenza del Covid 19, che l’umanità sta ancora cercando di contrastare. Perciò una crisi ecologica, rappresentata dal grido della terra, e una crisi sociale, rappresentata dal grido dei poveri, sono state rese letali da una crisi sanitaria: la pandemia del Covid 19”. Così all’Angelus il Papa prega perché “il grido della terra e dei poveri sia ascoltato”, e auspica che l’incontro di Glasgow “possa dare risposte efficaci”. Custodire il creato e amare il prossimo. C’è anche un po’ di sintonia con quanto leggiamo nel Vangelo di Marco, l’incontro di Gesù con uno scriba – uno solo e non un gruppo, come altre volte abbiamo avuto modo di leggere nei testi degli evangelisti – il quale chiede quale sia il primo dei comandamenti. Domanda che implica, in un certo senso, una gerarchia, un ordine, secondo il quale, osservando il primo della lista si è in sintonia con la parola e la volontà di Dio. È il comandamento dell’amore in cui l’altro, il prossimo, deve essere amato come fosse la nostra stessa persona; e Dio deve essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza. Lo scriba, scrive Marco, ripete, con parole simili, la risposta ricevuta da Gesù. Ed è questo ripetere che papa Francesco mette in primo piano nel suo discorso prima della preghiera mariana, utilizzando un termine che trae dalla tradizione monastica: ruminare. Per il vescovo di Roma, dunque, la ripetizione è importante, perché “la parola del Signore non può essere ricevuta come una qualsiasi notizia di cronaca: va ripetuta, fatta propria, custodita. La tradizione monastica usa un termine audace ma molto concreto: la Parola di Dio va ‘ruminata’. Possiamo dire che è così nutriente che deve raggiungere ogni ambito della vita”. Non basta essere abili commentatori, dice il Papa; la parola di Dio occorre farla entrare nella propria vita. Il Signore “cerca cuori docili che, accogliendo la sua parola, si lasciano cambiare dentro. Ecco perché è così importante familiarizzare con il Vangelo”. In questo modo “ognuno di noi può diventare una traduzione vivente, diversa, e originale dell’unica parola di amore che Dio ci dona”. Il comandamento dell’amore non può rimanere lettera morta, aggiunge ancora Francesco. Come cristiani siamo chiamati a essere testimoni di un modo diverso di essere accanto all’altro, di guardare al creato per rispettarlo e esserne custodi. Per questo Francesco chiede, nella prefazione del libro, di “sviluppare una nuova forma di solidarietà universale che sia fondata sulla fratellanza, sull’amore, sulla comprensione reciproca: una solidarietà che valorizzi le persone più del profitto, che cerchi nuovi modi di intendere sviluppo e progresso”. Peggio di questa crisi, diceva il Papa nel maggio dello scorso anno, c’è solo il rischio di sprecarla. Oggi ci troviamo a fare i conti con resistenze e interessi che escludono le persone in nome del profitto. Ecco allora che il grido della terra e dei poveri diventa davvero assordante. Già Paolo VI metteva in guardia il mondo, dicendo che i popoli della fame interpellano drammaticamente i popoli dell’opulenza, e questo accadeva nel 1985. Grido inascoltato allora, come inascoltato è l’appello di papa Francesco nella sua Laudato si’, che oggi ci chiede di non uscire da questa crisi “uguali a quando vi siamo entrati”. (Fabio Zavattaro - SIR)

La preghiera dei fedeli di domenica 31 ottobre

30 Ottobre 2021 - Gesù ci ha donato i due comandamenti dell’amore. Chiediamo la sua grazia per poterli vivere. Preghiamo insieme e diciamo: Dio dell’amore, ascoltaci. 1. Signore Gesù, tu ci hai donato il comandamento dell’amore di Dio e  del prossimo come strada per una vita buona e felice; donaci la grazia di poterli vivere ogni giorno. Noi ti preghiamo. 2. Signore Gesù, tu sei il sacerdote che offre al Padre la vita, ti preghiamo per chi hai chiamato a partecipare alla tua stessa missione. Rendi santi i nostri sacerdoti. Noi ti preghiamo. 3. Rinnova o Signore la nostra fede in questa vita; ti preghiamo per coloro che hanno concluso il cammino terreno: concedi a essi la pienezza della tua felicità . Noi ti preghiamo. 4. Dona alla nostra nazione e a tutti popoli il coraggio di vivere e sperare, la forza della carità e della condivisione; dona alle nostre famiglie fede, unità, amore. Noi ti preghiamo.
  1. Signore, tanti, troppi fratelli poveri e disperati giungono a noi da terre lontane di guerra e di morte; il nostro cuore non si chiuda di fronte a tanto dolore, ma si apra sempre all’amore e all’accoglienza. Noi ti preghiamo.
Dio onnipotente ed eterno, tu sei l'unico Signore, e ci dai i tuoi comandamenti perché ci accompagnino in tutte le nostre vie; fa' che ti amiamo con tutto il nostro cuore, tutta la nostra intelligenza e tutte le nostre forze, e che amiamo il nostro prossimo come noi stessi. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen.    

Mons. Palmieri vescovo ad Ascoli Piceno: gli auguri della Migrantes

29 Ottobre 2021 -
Città del Vaticano - Papa Francesco ha nominato vescovo di Ascoli Piceno mons. Gianpiero Palmieri, finora vicegerente di Roma, conferendogli il titolo di arcivescovo “ad personam”. A darne notizia è oggi la Sala Stampa della Santa Sede. Mons. Palmieri è nato il 22 marzo 1966 a Taranto. Ordinato sacerdote  il 19 settembre 1992 per la diocesi di Roma è stato vicerettore del Pontificio Seminario Romano Minore e poi vicario parrocchiale dei Santi Simone e Giuda Taddeo a Torre Angela; dal 1999 al 2004 vicario parrocchiale e dal 2004 al 2016 parroco di San Frumenzio.  Nominato vescovo titolare di Idassa ed ausiliare della diocesi di Roma il 18 maggio 2018, è stato consacrato il 24 giugno successivo. Il 19 settembre 2020 è stato nominato arcivescovo vicegerente di Roma. Mons.Palmieri è vescovo presidente della Commissione regionale per le migrazioni della Conferenza episcopale laziale. A mons. Palmieri l'augurio della Fondazione Migrantes di un proficuo ministero. (R.I)

Don Soddu vescovo di Terni: gli auguri della Migrantes

29 Ottobre 2021 - Roma - Il direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, è il nuovo vescovo di Terni-Narni-Amelia. La nomina questa mattina da parte di Papa Francesco. Una nomina che arriva in un anno particolarmente importante che ha visto Caritas Italiana celebrare i 50 anni dalla sua istituzione, e rilanciare il suo servizio pastorale lungo le tre strade indicate da Papa Francesco: partire dagli ultimi, custodire lo stile del Vangelo, sviluppare la creatività, dice una nota dell'organismo pastorale. Nato a Chiaramonti (SS) il 24 ottobre 1959, don Francesco Antonio Soddu è stato ordinato presbitero il 27 aprile 1985. Frequenta la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna dove consegue il Baccalaureato in Sacra Teologia e poi la licenza in teologia pastorale. Nel 1997 viene nominato parroco della Cattedrale di San Nicola in Sassari, nel 1998 Canonico del Capitolo Turritano. Nel corso degli anni ricopre diversi incarichi a livello diocesano. In particolare nel 2005 viene nominato Direttore della Caritas Diocesana e nel 2011 Direttore dell’Ufficio Migrantes. A gennaio 2012 è nominato Direttore di Caritas Italiana dal Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana che nel marzo 2017 rinnova il mandato per un ulteriore quinquennio. A don Francesco gli auguri della Fondazione Migrantes di un proficuo ministero: la sua nomina è il riconoscimento di un servizio prestato a favore di chi è più debole e bisognoso.  (Raffaele Iaria)