Primo Piano
Latinoamericani a Torino: sempre devoti a Maria
Migrantes Brescia: domani la presentazione del Rapporto Asilo
Brescia - Domani, seconda giornata internazionale della fratellanza umana, a Brescia, presso il Centro pastorale Paolo VI a Brescia, sarà presentato il Rapporto sul Diritto d’asilo della Fondazione Migrantes. A presentarlo Mariacristina Molfetta della Fondazione Migrantes. Seguiranno alcune testimonianze sul tema "L'esperienza della micro-accoglienza diffusa", a cura della Cooperativa Kemay. La moderazione sarà affidata a Luciano Zanardini, direttore de "La voce del popolo".
Congo: assalto al campo profughi
Li hanno sorpresi nella notte, invadendo il campo profughi di Savo, vicino alla cittadina di Bule, nella provincia nord-orientale congolese dell’Ituri. Approfittando del buio, un gruppo di miliziani è entrato nel campo e provocato l’ennesimo massacro compiuto con armi da fuoco e machete: almeno sessanta sfollati sono rimasti uccisi, un’altra quarantina feriti per mano del gruppo Codeco, che da alcuni anni pretende di difendere gli agricoltori Lendu nella faida con la comunità di pastori Hema. «Ho sentito delle urla mentre stavo ancora dormendo, poi una sparatoria durata diversi minuti – ha raccontato Lokana Bale Lussa, residente nel campo –. Sono scappato vedendo che c’era chi appiccava fuoco nel campo, mentre la gente chiedeva aiuto. Ho capito che i miliziani Codeco avevano invaso la nostra zona. Abbiamo bisogno di maggiore sicurezza: già non avevamo accesso alle nostre terre, ora veniamo perseguitati anche nei campi». Secondo alcune ricostruzioni, militari dell’esercito congolese avrebbero incrociato i miliziani dopo il massacro, ma il gruppo armato sarebbe comunque poi riuscito a fuggire. L’area in cui ha avuto luogo il massacro è quella di Djugu, al confine con il Lago Albert e l’Uganda che si trovano ad est, area che già da tempo è teatro degli scontri tra le comunità Lendu e Hema. I combattimenti tra i due gruppi sono esplosi tra il 1999 e il 2003, causando decine di migliaia di vittime prima di essere frenati da una forza di interposizione dell’Unione Europea, Artemis. La violenza è poi ripresa nel 2017, attribuita all’emergere di Codeco (Cooperativa per lo sviluppo del Congo) che punta a difendere i Lendu e che, secondo le Nazioni Unite, ha già provocato centinaia di vittime e costretto alla fuga migliaia di civili. Il gruppo – che ultimamente ha più volte preso di mira i campi profughi – è una delle tante formazioni armate che operano nella provincia, tra le più turbolente dell’intera Repubblica democratica del Congo. Il campo profughi di Savo ospita attualmente circa 24mila persone rispetto a un totale di 1,7 milioni di sfollati in tutta la provincia del-l’Ituri, provincia in cui nel 2021 le vittime civili sono state oltre 1.200.
Sia nell’Ituri che nel vicino Nord Kivu sono peraltro sempre più frequenti le segnalazioni di incursioni di formazioni anche di stampo jihadista. Non a caso proprio nel Nord Kivu, nel territorio di Beni, nei giorni scorsi è stato arrestato un noto jihadista di nazionalità keniana, Salim Mohamed, inviato nella regione dal Daesh. A riferirlo l’Agenzia Fides, che ha riportato la nota di Cepadho, una Ong congolese con base a Goma. (Paola M. Alfieri)
L’odissea degli ultimi
Milano - Li hanno trovati nel villaggio turco di Pasakoy. Dodici corpi privi di scarpe e vestiti, stesi sul terreno a meno di dieci chilometri dalla frontiera greca, da sette anni porta principale della “fortezza Europa”. Là, giorno dopo giorno, sfilano, nascosti nella boscaglia, uomini, donne, bambini in fuga dal Medio Oriente o dall’Asia in fiamme. Obiettivo: attraversare il fiume Evros, in bilico tra Turchia e Grecia, e varcare la soglia del Vecchio Continente. La gran parte delle volte non ci riesce. Come i dodici di Pasakoy, nel distretto di Ipsala, nell’Edirne. Secondo le autorità turche, le vittime facevano parte di un gruppo più ampio, di ventidue persone. Il ministro dell’Interno Suleyman Soylu ha denunciato sui social che i profughi sarebbero riusciti a raggiungere la Grecia ma sarebbero stati bloccati e ricacciati indietro della guardie di confine. Non prima, però, di essere privati dei pochi averi, inclusi gli indumenti indispensabili per proteggersi dal freddo che, dunque, li ha stroncati. Quando la polizia di Ankara li ha trovati, undici erano già morti congelati. Il dodicesimo si è spento poco dopo in ospedale. «Ancora una volta, l’Europa si è dimostrata priva di soluzioni, debole e insensibile», ha tuonato Soylu che non ha precisato la nazionalità, il genere o l’età dei profughi.
Dalle foto, diffuse dallo stesso ministro su Twitter, uno sembra un ragazzino. Gli ha fatto subito eco il capo della Comunicazione del governo turco, Fahrettin Altun, che ha definito l’Unione Europea «complice» di Atene. Bruxelles «non sa cosa significhi accogliere chi cerca di salvarsi la vita», ha affermato il presidente Recep Tayyp Erdogan. La Grecia, da parte sua, non ha risposto alle accuse, per altro non nuove. Da tempo Ankara, che ha chiesto più fondi all’Ue per i profughi, sostiene che Atene faccia respingimenti sistematici. Una pratica illegale perché impedisce loro di presentare richiesta di asilo, come garantito dal diritto internazionale. Affermazioni confermate da vari attivisti e associazioni. Appena tre settimane fa, l’Aegean monitor reporter ha rivelato l’espulsione di oltre 26mila profughi in due anni dalla guardia costiera greca lungo la rotta dell’Egeo. È di poco tempo fa, inoltre, la vicenda dell’interprete di Frontex scambiato per migrante e ricacciato in Turchia. Quest’ultima, dalla guerra in Siria, si è ritrovata al centro dell’esodo: nel suo territorio ci sono circa 3,7 milioni di profughi. Il braccio di ferro con la Grecia è cominciato due anni fa quando Erdogan ha spinto questi ultimi a sconfinare.
Le immagini dei profughi nella morsa delle polizie dei due Stati che li rimpallavano come merce hanno fatto il giro del mondo. Poi di nuovo il silenzio. Eppure, intrappolati tra i conflitti fra Stati e l’indecisione europea, i migranti muoiono. Di malattie e di fame. Annegati o congelati. Corpi in genere senza nome, a volte perfino senza vestiti, abbandonati lungo le linee di faglia della geopolitica. (Lucia Capuzzi - Avvenire)
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Tornano le videochiamate dellʼInps per i pensionati che vivono allʼestero
Milano - L’accertamento dell’esistenza in vita dei pensionati che riscuotono all’estero riveste per l’Inps una particolare importanza. Sono oltre 350.000 i titolari di pensioni della nostra previdenza diversamente localizzati in oltre 160 Paesi. Tuttavia la difficoltà di acquisire notizie aggiornate e tempestive sulle condizioni del titolare (decesso ecc.) espone l’Istituto al continuo rischio di pagare importi di pensione non dovuti.
Riprende pertanto quest’anno la periodica operazione di accertamento dell’esistenza in vita dei pensionati all’estero in carico all’Inps. L’accertamento viene effettuato da Citibank NA, l’istituto di credito vincitore per bando pubblico, incaricato di eseguire i pagamenti al di fuori del territorio nazionale per conto dell’Inps. La vastità dell’operazione obbliga tuttavia Citibank a frazionare le comunicazioni con i pensionati per aree geografiche, e nell’arco di diversi mesi, dovendo tener conto anche delle condizioni climatiche o sociali dei Paesi interessati.
A partire dal 7 febbraio 2022, i primi a ricevere da Citibank il modulo per l’esisten-za in vita sono i pensionati residenti nel Continente americano, nei Paesi scandinavi, negli Stati dell’Europa dell’est, in Asia, Medio ed Estremo Oriente.
I moduli devono essere restituiti alla banca entro il 7 giugno 2022. Qualora l’attestazione non sia prodotta, il pagamento della pensione di luglio 2022 avverrà in contanti presso le Agenzie di Western Union e, in caso di mancata riscossione personale oppure di mancata attestazione entro il 19 luglio 2022, il pagamento della pensione sarà sospeso dalla rata di agosto 2022.
Nella necessità di evitare assembramenti stante l’emergenza sanitaria in corso, l’Istituto ha previsto un periodo di quattro mesi durante i quali attestare l’esistenza in vita. I pensionati, come in passato, potranno recarsi presso gli uffici consolari, i patronati o le autorità locali. In questa occasione l’Inps ha previsto anche, in aggiunta e per maggiore comodità degli interessati, l’opportunità di rapportarsi con gli uffici consolari con una videochiamata attraverso gli applicativi più diffusi, ad esempio Skipe, Zoom, Microsoft Teams, Webex, WhatsApp. Nelle comunicazioni di Citibank sono contenute le modalità di connessione, da osservare a garanzia dell’identità del pensionato e del suo recapito digitale. (Vittorio Spinelli - Avvenire)