Primo Piano
Il fattore umano torna su Raitre sui diritti violati
Roma - Il titolo è, già da solo, un pugno nello stomaco: “Serve di stato”. Ed è solo uno dei nove reportage che compongono la terza stagione de "Il fattore umano", il programma sui diritti umani in onda il lunedì in seconda serata su Raitre partendo, questa è l’idea che anima gli autori Raffaella Pusceddu e Luigi Montebello, dall’art.1 della Convenzione Onu sui diritti umani approvata nel 1948 per il quale: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». A ricordarci che spesso, purtroppo, non accade è, appunto, Il fattore umano. Lunedì 4 settembre lo farà, come dicevamo, con “Serve di stato” di Angelo Loy e Martino Mazzonis, che si occuperà delle donne filippine, incentivate a lasciare il loro Paese e andare a fare le domestiche all’estero fin dai tempi del dittatore Ferdinando Marcos per poter contribuire, con le loro rimesse, a mantenere milioni di persone e pagare una parte del debito estero. Con la voce narrante della scrittrice filippina Gina Apostol e attraverso le storie drammatiche di quattro donne emigrate, tornate o in procinto di partire, “Serve di stato” racconta il sistema di emigrazione filippino incentivato dallo Stato, il ruolo delle agenzie che reclutano le emigranti nei villaggi più poveri e la formazione offerta dallo Stato attraverso scuole specializzate perché in campagna o negli slums le donne non hanno mai nemmeno visto un’aspirapolvere o una lavatrice. Lunedì 11 settembre sarà la volta de “La procedura” di Luigi Montebello. Si va in Texas, uno degli Stati Uniti in cui la pena di morte riscuote maggiori consensi. A parlarne sono ex direttori di penitenziari e guardie carcerarie che hanno assistito e somministrato i farmaci letali ai condannati. Grazie alla voce narrante di Antony Graves, che ha passato dodici anni nel braccio della morte in Texas per un crimine mai commesso e oggi si batte per la riforma del sistema penitenziario americano, scopriremo, tra l’altro, come la morte tramite iniezione letale non sia affatto dolce come qualcuno ancora sostiene, ma avvenga tra indicibili sofferenze e come la difficoltà di reperire i farmaci abbia spinto alcuni Stati a ricorrere a vecchi metodi come la sedia elettrica o la fucilazione. “I perseguitati”, infine, è il titolo del reportage in onda il 18 settembre. Chiara Avesani e Matteo Del Bo’ ci raccontano, attraverso la voce narrante della scrittrice iraniana Azar Nafisi, cosa è successo ai giovani che, lo scorso anno, hanno manifestato in piazza a Teheran in seguito alla fine di Mahsa Amini, la ventiduenne morta mentre era tenuta in custodia della polizia perché non portava il velo in modo appropriato. Migliaia di persone, soprattutto giovani, sono state arrestate e altrettante sono dovute fuggire per evitare l’arresto, ma il regime le segue e le controlla in qualunque Paese cerchino rifugio. (Tiziana Lupi)
8X1000 Chiesa Cattolica: basta una firma per tendere la mano a chi ne ha bisogno
Roma - Quando fai un gesto d’amore, quando aiuti qualcuno, quando tendi la mano al prossimo, provi una sensazione di felicità difficile da spiegare: non fai sentire bene solo chi riceve il gesto, ma ti senti bene anche tu. Con una firma per l’8xmille alla Chiesa cattolica, puoi moltiplicare quella sensazione per migliaia di volte e aiutare la Chiesa a realizzare migliaia di progetti ogni anno, in tutta Italia e nel mondo, per raggiungere e sostenere chi ne ha più bisogno. Puoi accogliere, donare un pasto caldo, offrire un riparo, dare una seconda possibilità. Puoi anche ridare vita a un luogo, sostenere chi è in difficoltà, confortare, proteggere, dare futuro alla vita. Per realizzare questi e tanti altri gesti d’amore basta una firma: la tua. Scopri come firmare su 8xmille.it

Arsi vivi 74 immigrati a Johannesburg
Milano - Di molti, non si saprà mai chi sono. Fuggiti dalle mille disperazioni dell’Africa australe, spesso con il miraggio di un lavoro sottopagato nel sottobosco informale di un’economia sudafricana che resta pur sempre la prima del continente, a decine hanno trovato la morte nel rogo di un palazzo di cinque piani a Johannesburg. Come nel 2017 a Londra le fiamme avevano avvolto la Grenfell Tower, portandosi via soprattutto povera gente, così l’altra notte, nella capitale economica del Sudafrica, fiera città di lotta per i diritti dei neri ai tempi dell’apartheid, a morire sono stati in gran parte gli ultimi tra gli ultimi, migranti senza documenti, anziani, madri sole, esseri umani relegati ai margini. La conta delle vittime si è fermata per ora a 74, tra cui almeno 7 bambini (uno di loro aveva appena 18 mesi), ma sono numeri che potrebbero crescere di ora in ora, a mano a mano che i soccorritori estraggono corpi senza vita, in molti casi irriconoscibili, corpi che nessuno andrà mai a reclamare. Oltre una cinquantina, invece, i feriti, ricoverati negli ospedali cittadini. Quel Sudafrica in cui negli ultimi anni, davanti alla crisi economica, è cresciuto il malcontento nei confronti dei migranti irregolari, si interroga ora sgomento sull’accaduto. Non mancano, però, voci stonate. Come quella della portavoce del sindaco di Johannesburg, Colleen Makhubele, che poco dopo la tragedia si affrettava a sottolineare che gli abitanti del palazzo avevano violato la legge. L’edificio, che un tempo era stato affittato da una Ong, era ormai a tutti gli effetti attualmente un palazzo occupato, molto probabilmente gestito da bande criminali che vi smistavano migranti con un vero e proprio racket. Dichiarato inagibile, il palazzo era stato di fatto abbandonato a sé stesso dalle istituzioni. Almeno 300 gli sfollati che, hanno assicurato le autorità, verranno ospitati in un altro edificio di proprietà del Comune di Johannesburg. Il rogo, secondo alcune testimonianze, sarebbe iniziato durante un black out. In ognuna delle stanze abitavano decine di persone: «Quelli che stavano cercando di scappare sono rimasti intrappolati», hanno fatto sapere le autorità. Il rischio incendi, in palazzi che presentano numerosi allacciamenti illegali per fornire energia agli inquilini, è molto alto. Quanto accaduto è «una grande tragedia», ha sottolineato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, auspicando che l’inchiesta in corso possa prevenire simili drammi in futuro.
Le statistiche ufficiali parlano di 2,9 milioni di immigrati in Sudafrica, spesso costretti ai lavori più umili e a condizioni di vita poco dignitose. La «nazione arcobaleno», in cui per decenni i neri hanno lottato contro l’apartheid, ha visto crescere negli ultimi anni la xenofobia contro gli stranieri, un fenomeno purtroppo pervasivo ad ogni latitudine e alimentato dalle promesse di sviluppo tradite. Di molti, non si saprà mai chi sono. Fuggiti dalle mille disperazioni dell’Africa australe, spesso con il miraggio di un lavoro sottopagato nel sottobosco informale di un’economia sudafricana che resta pur sempre la prima del continente, a decine hanno trovato la morte nel rogo di un palazzo di cinque piani a Johannesburg. Come nel 2017 a Londra le fiamme avevano avvolto la Grenfell Tower, portandosi via soprattutto povera gente, così l’altra notte, nella capitale economica del Sudafrica, fiera città di lotta per i diritti dei neri ai tempi dell’apartheid, a morire sono stati in gran parte gli ultimi tra gli ultimi, migranti senza documenti, anziani, madri sole, esseri umani relegati ai margini. La conta delle vittime si è fermata per ora a 74, tra cui almeno 7 bambini (uno di loro aveva appena 18 mesi), ma sono numeri che potrebbero crescere di ora in ora, a mano a mano che i soccorritori estraggono corpi senza vita, in molti casi irriconoscibili, corpi che nessuno andrà mai a reclamare. Oltre una cinquantina, invece, i feriti, ricoverati negli ospedali cittadini.
Quel Sudafrica in cui negli ultimi anni, davanti alla crisi economica, è cresciuto il malcontento nei confronti dei migranti irregolari, si interroga ora sgomento sull’accaduto. Non mancano, però, voci stonate. Come quella della portavoce del sindaco di Johannesburg, Colleen Makhubele, che poco dopo la tragedia si affrettava a sottolineare che gli abitanti del palazzo avevano violato la legge. L’edificio, che un tempo era stato affittato da una Ong, era ormai a tutti gli effetti attualmente un palazzo occupato, molto probabilmente gestito da bande criminali che vi smistavano migranti con un vero e proprio racket. Dichiarato inagibile, il palazzo era stato di fatto abbandonato a sé stesso dalle istituzioni. Almeno 300 gli sfollati che, hanno assicurato le autorità, verranno ospitati in un altro edificio di proprietà del Comune di Johannesburg.
Il rogo, secondo alcune testimonianze, sarebbe iniziato durante un black out. In ognuna delle stanze abitavano decine di persone: «Quelli che stavano cercando di scappare sono rimasti intrappolati», hanno fatto sapere le autorità. Il rischio incendi, in palazzi che presentano numerosi allacciamenti illegali per fornire energia agli inquilini, è molto alto. Quanto accaduto è «una grande tragedia», ha sottolineato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, auspicando che l’inchiesta in corso possa prevenire simili drammi in futuro.
Le statistiche ufficiali parlano di 2,9 milioni di immigrati in Sudafrica, spesso costretti ai lavori più umili e a condizioni di vita poco dignitose. La «nazione arcobaleno», in cui per decenni i neri hanno lottato contro l’apartheid, ha visto crescere negli ultimi anni la xenofobia contro gli stranieri, un fenomeno purtroppo pervasivo ad ogni latitudine e alimentato dalle promesse di sviluppo tradite. (Paolo M. Alfieri - Avvenire)
Papa Francesco: iniziato il viaggio apostolico in Mongolia
Papa Francesco: inizia oggi il viaggio apostolico in Mongolia
Roma - Comincia oggi la visita di papa Francesco che alle 18.30 partirà dall’aeroporto di Roma Fiumicino per Ulaanbataar, capitale del Paese asiatico, dove arriverà domani e dove avrà l’accoglienza ufficiale. «Grande è l’attesa», spiega il cardinale segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, in una intervista ai media vaticani. Per il suo 43° viaggio apostolico che si concluderà lunedì, il Pontefice ha scelto una terra grande cinque volte l’Italia e con una popolazione di tre milioni e 300mila abitanti, che confina con la Russia e la Cina e in cui i cattolici sono 1.500. Motto del viaggio è “Sperare insieme”. Secondo Parolin, l’interesse del Papa è di incontrare «una comunità ridotta nei numeri, ma giovane, vivace, affascinante per la sua peculiare storia e composizione». Domenica è prevista nel pomeriggio la Messa nella “Steppe Arena”, mentre al mattino si terrà l’incontro ecumenico e interreligioso. «L’evento con esponenti di altre religioni – sottolinea Parolin – è sempre finalizzato alla costruzione della pace e della fraternità e sappiamo quanto ce n’è bisogno oggi. Poi la visita segna un momento importante di incontro con il buddismo che in Mongolia vanta una presenza molto significativa, caratterizzata da una sapiente ricerca della verità». Durante le giornate in Asia sono attesi appelli alla pace. «Mi pare che sia la stessa presenza del Papa in Mongolia a costituire un invito alla pace. E questo per il posto significativo che il Paese occupa nel grande contesto asiatico. La visita porta in sé il richiamo al rispetto di ogni Paese, piccolo o grande che sia, all’osservanza del diritto internazionale, alla rinuncia del principio della forza per regolare le controversie, alla costruzione di rapporti di collaborazione, di solidarietà e di fraternità».
Rifugiato si laurea in Pianificazione allo Iuav di Venezia
Frosinone: diocesi in campo per l’accoglienza di nuovi arrivi dei migranti
Frosinone - La Prefettura chiede un aiuto alla Diocesi per accogliere la grande quantità di immigrati arrivati in Italia quest’anno. E la Diocesi risponde positivamente. Ma a precise condizioni. In particolare che l’accoglienza sia vera integrazione con la possibilità di inserirsi nel nostro territorio in maniera degna. Accade a Frosinone ma, sta accadendo in tante altre Diocesi. In quella laziale, ha fatto sapere la Prefettura, è previsto l’arrivo di circa 100-150 immigrati ogni settimana. Almeno fino a fine ottobre. Numeri ai quali l’attuale sistema di accoglienza non riesce a rispondere. Perché i 350 posti nei Sai (ex Spar) e i 1.103 nei Cas sono già esauriti. Così la Prefettura, su indicazione del Viminale, ha fatto sapere che procederà ad affidamento diretto, anche in deroga alle regole generali, quindi senza bando, riconoscendo servizi base per 26 euro al giorno pro capite. Molto più dei 19 euro previsti dai cosiddetti “decreti sicurezza”, che tagliarono drasticamente i fondi (prima erano 35 euro), eliminando proprio tutta una serie di servizi di integrazione.
La richiesta di aiuto trova una risposta positiva dalla Diocesi che, attraverso il proprio braccio operativo, la cooperativa “Diaconia” è impegnato da molti anni per la buona accoglienza. « Noi abbiamo sempre lavorato in collaborazione con le istituzioni però mettendoci molto del nostro – sottolinea il vescovo Ambrogio Spreafico –. Piccoli gruppi che inseriamo nelle realtà locali. Vengono accolti nelle parrocchie, hanno un rapporto molto bello di convivenza nei paesi dove si trovano. È la comunità che integra e rende anche le sofferenze di ognuno meno dolenti perché c’è la solidarietà dell’amicizia, della vicinanza, delle condivisione. In alcuni comuni gli immigrati fanno anche lavori socialmente utili». Come ci spiega il presidente, Marco Arduini, attualmente “Diaconia” gestisce due Cas e tre Sai, per un totale di 337 persone, tutta accoglienza diffusa, in piccoli gruppi, 207 nei Cas e 130 nei Sai. Gruppi familiari, nuclei monoparentali, donne vittime di tratta e sfruttamento. Dopo i tagli decisi dal governo “giallo- verde”, la diocesi ha continuato a coprire alcuni servizi. « Dopo il “decreto Salvini” continuiamo a sostenere tutte le spese che lo Stato non passa più – ricorda il vescovo –. Un’accoglienza risicata non funziona. Noi vogliamo accogliere per dare la possibilità a gente che fugge non solo da guerre e da calamità naturali ma anche da situazioni economiche difficili, di inserirsi nel nostro territorio in maniera degna e che possano avere la possibilità di apprendere la lingua, di inserirsi nella nostra cultura». Attualmente nelle strutture non ci sono più posti disponibili anche perché alla prefettura è stato assicurato anche il 10% in più rispetto al numero assegnato attraverso bando di gara (nella formula di gratuità) oltre al quinto d’obbligo previsto nel bando di gara. Così la Diocesi sta facendo una ricognizione dei beni ecclesiastici, soprattutto case di congregazioni religiose rimaste vuote, ma in buone condizioni, per metterli a disposizione. Ma a precise condizioni: che il servizio sia affidato ad operatori già impegnati in tale attività come “Diaconia”; che vi siano contratti scritti che garantiscano le strutture e gli operatori e che sia definito il periodo; che si accettino le strutture per come sono, senza richiedere particolari interventi di adeguamento anche perché la Diocesi non ha risorse sufficienti; che non si creino concentrazioni eccessive di ospitalità, quindi accoglienza diffusa; che sia onere della prefetture trattare con i Comuni interessati per garantire accettazione. «Su questo – aggiunge Arduini – la Prefettura si è detta d’accordo ma non ha messo niente nero su bianco e attendiamo una risposta». Intanto “Diaconia” «ha deciso, sempre su precisa richiesta, di partecipare per la prima volta al bando per l’accoglienza di minori non accompagnati. Anche qui vorremmo operare in piccoli gruppi come per le case famiglia». Di nuovo una risposta concreta ai più fragili. « L’universalismo evangelico – sottolinea il vescovo – è la fraternità che viene dalla ricchezza e dignità della differenza di ognuno. Questo rende possibile vivere la comunità». (Antonio Maria Mira - Avvenire)
Migrantes: oggi la conclusione della Summer School promossa insieme all’Università Cattolica del Sacro Cuore e al Simi
Il no delle religioni alla guerra: a Berlino l’incontro internazionale per la pace
Migrantes: a Frascati l’incontro degli operatori pastorali per rom e sinti
Papa Francesco: accogliere tutte le persone che hanno bisogno
Roma - Papa Francesco chiede di pregare per «le persone che vivono ai margini della società, in condizioni di vita disumane» nelle intenzioni del mese di settembre, perché «non siano dimenticate dalle istituzioni e non siano mai considerate scarti». È il passaggio centrale del video del Pontefice diffuso dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa per il mese di settembre. Di qui l’amara constatazione del Vescovo di Roma: «Una persona senzatetto che muore per strada non apparirà mai sulla prima pagina dei motori di ricerca di Internet o dei notiziari». E la domanda rivolta a tutti: «Come siamo potuti arrivare a questo livello di indifferenza?». Ad accompagnare le parole di Francesco sono le immagini che mostrano i senza dimora sui marciapiedi di Canada, Usa, Kenya, Camerun e India bambini di strada che passano le giornate lavando i vetri alle automobili ferme ai semafori di San Salvador, e ancora disabili in Spagna, Filippine e Centroamerica. E ci sono anche le baraccopoli a ridosso dei grattacieli a Vancouver, Buenos Aires e Rio de Janeiro. Un’umanità di vario genere che vive ai margini, secondo l’Onu il 10% della popolazione mondiale, più di 700 milioni di persone. Di qui il richiamo di Bergoglio: «Come possiamo permettere che la “cultura dello scarto” – in cui milioni di uomini e donne non valgono nulla rispetto al profitto economico – come possiamo permettere che questa cultura domini le nostre vite, le nostre città, il nostro modo di vivere? Ci verrà il torcicollo, a forza di guardare dall’altra parte per non vedere questa situazione». La risposta a tutto questo è, secondo Francesco, l’accoglienza.«Concentriamoci sull’accoglienza. Sull’accogliere tutte le persone che hanno bisogno. La “cultura dell’accoglienza”, dell’ospitalità, del dare un tetto, del dare un riparo, del dare amore, del dare calore umano».
Lampedusa: 130 operatori CRI nell’hotspot di Lampedusa
Ucraini cattolici di rito bizantino: nuove norme per l’Esarcato
Roma - Nuove norme per l’Esarcato per i fedeli ucraini cattolici di rito bizantino in Italia. Più stretti i rapporti con la Cei e con le rispettive diocesi italiane: è quanto stabilisce un Rescritto del Dicastero per le Chiese orientali, approvato dal Papa. Si stabilisce che «l’Esarcato è una porzione del popolo di Dio formato dai fedeli ascritti alla Chiesa sui iuris greco-cattolica ucraina, con domicilio o quasi domicilio in Italia e retta dall’esarca a nome del romano Pontefice». L’esarca è membro di diritto della Cei, di cui è vincolato alle norme che ne regolano il funzionamento, nonché le direttive. Si stabiliscono poi norme che rafforzano il coordinamento tra l’Esarcato e i vescovi delle diocesi anche per l’erezione di parrocchie e i rapporti tra i chierici grecocattolici e i sacerdoti cattolici che operano in uno stesso territorio.
Migrantes: da ieri la Summer School “Mobilità Umana e Giustizia Globale”
Card. Zuppi: “il futuro del nostro Paese è una porta aperta, non un muro”
Una circolare a fronte di nuovi arrivi di richiedenti asilo
La posta in gioco
Card. Zuppi: “l’accoglienza non è un pericolo: è aprirsi al futuro”
28 Agosto 2023 - Roma “Come si fa a definire ‘emergenziale’ la questione migratoria? Fa parte della storia recente e dell'attualità d'Italia ormai da lungo tempo. E sarà così per anni. Bisogna predisporre prima possibile un sistema strutturato di assistenza e integrazione per affrontare finalmente le criticità con lucidità ed efficacia. Rendendole un'opportunità”. E’ quanto dice oggi, in una intervista al quotidiano “La Stampa”, il card. Metteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiani sottolineando che “l'accoglienza non è un pericolo: è aprirsi al futuro”. La realtà migratoria – ha spiegato il porporato - è “un fenomeno che non è emergenziale. Come si fa a definirlo emergenziale?.Non lo è da anni, decenni ormai. E non lo sarà per anni, considerando i disequilibri, la demografia, le scarse ed episodiche risposte messe in campo finora. Non sono liberi di restare e nemmeno di partire! La migrazione fa parte della storia e dell'attualità d'Italia, ormai da lungo tempo. Se si continua a tentare di gestirla con la concezione dell'emergenza e basta, saremo sempre in balia e vittime dell'agitazione e della paura, oltre che spettatori di tragedie del mare inaccettabili”. Per il card. Zuppi “momenti drammatici e dinamiche complesse saranno sempre da mettere in conto, purtroppo, ma se noi riusciamo presto a impostare un piano strutturale che parta dal governo e coinvolga tutti gli interlocutori attivi nell'accoglienza e nell'integrazione di quanti arrivano in Italia - chiedendo all'Ue di assumersi le proprie responsabilità - potremo essere più pronti ad affrontarli in modo costruttivo. Altrimenti avremo l'impressione di svuotare l'oceano con le mani. Certo, è una sfida enorme, epocale, ma proprio per questo non possiamo più ‘derubricarla’ a emergenza, altrimenti non ci avvicineremo mai a una soluzione. È urgente trasformare l'emergenza in piano d'azione, per predisporre finalmente meccanismi strutturati, a livello italiano e anche europeo”. “Dobbiamo – aggiunge ancora nella lunga intervista il presidente della Cei - uscire dalla logica limitata ai Cas (Centri di accoglienza straordinaria), occorre investire analogamente tanto anche sui Sai (Sistema accoglienza integrazione). E serve anche garantire all'interno dei Cas vari servizi fondamentali - come l'informazione legale e il sostegno psicologico - perché altrimenti diventano solo tremendi parcheggi, peraltro già pieni. In più in questo modo si continua a creare clandestinità, perché non si sa più dove e come collocare queste persone, che invece potrebbero intraprendere percorsi di integrazione con i Sai. Così potremo rendere le emergenze opportunità. E guidare meglio i flussi, che non sono solo una complicazione numerica, cioè di ‘quanti ce ne servono’”. Per il card. Zuppi si pongono ancora i temi della casa, del lavoro, della scuola. Questi percorsi devono funzionare in modo efficace, e non con tempi eterni e procedure che diventano dei labirinti che aumentano l'incertezza, e quindi la clandestinità. E la litigiosità, come quella tra alcuni sindaci. E anche la paura da parte dei cittadini, che avvertono come una presenza ulteriormente minacciosa tutte quelle persone proprio perché ‘parcheggiate’ malamente. Poi, siamo chiamati a passare da un'idea di sicurezza a un'idea di sviluppo” come il rispondere alla richiesta di manodopera. Il governo – ha spiegato il cardinale - con “saggezza ha aumentato il numero di ingressi di lavoratori consentiti, e probabilmente ne serviranno ancora di più, se vogliamo guardare a un avvenire all'altezza dei problemi. Le tante pratiche di permessi devono essere snellite. Bisogna garantire di più il passaggio ai permessi di lavoro per evitare che poi si cerchi la clandestinità. Su alcuni aspetti si può ricorrere ai patronati, o ad altre forme che possono aiutare a velocizzare gli iter”. Oggi occorre – ha concluso il presidente dei vescovi italiani - “cambiare l'approccio emergenziale in un intervento sistemico, organizzato e articolato. La Chiesa è in campo anche per questo. Siamo sempre stati interlocutori attenti, mai strumentali, sempre leali, con tutti i governi. E anche con l'attuale esecutivo c'è stata un'interlocuzione e continuerà a esserci, per fronteggiare insieme le problematiche, e anche per manifestare il nostro punto di osservazione”. L’accoglienza è “un valore cristiano e un valore umano. Coincidono pienamente. L'accoglienza non è un pericolo: apre al futuro. Non lo limita, lo permette. E ci consente anche di vivere il presente: se non avessimo accolto migliaia di donne che oggi lavorano come badanti nelle nostre case, per la gran parte delle famiglie italiane la vita sarebbe insostenibile. E questo avviene anche in tante aziende”. (R.I.) Mci Germania: è morto don Minella
Bisognava innanzi tutto impegnarsi ad imparare la lingua tedesca e poi a conoscere il territorio della Missione, trovare collaboratori, creare nuclei di presenza nelle diverse località della sua zona ed avere una sede. Davvero un brusco cambiamento nella esperienza precedente. Già la sistemazione, detta provvisoria, ma rimasta definitiva, presso una anziana signora protestante, la Frau Lehmann, lo aveva un po’ impensierito. Ma poi ne è maturato un buon rapporto ed è stata una grande opportunità per apprendere la lingua tedesca. Con la sua cultura e le doti di canto e suono, con la sua attenzione alle persone e tenace impegno ben presto don Giuseppe organizza luoghi e tempi di incontro e raduno della popolazione italiana della zona. Così è nata la nuova Missione italiana di Remscheid. Per la Chiesa Cattolica sono anche gli anni del provvidenziale Concilio Ecumenico Vaticano II (1963-68). E don Minella sente l’esigenza di un periodo di aggiornamento culturale. D’intesa con i superiori il 10 ottobre 1968 lascia definitivamente la Missione di Remscheid. Una esperienza “breve ed intensa, talvolta faticosa , ma anche gratificante”, come ha scritto, e “avanti verso la nuova esperienza di studio in Roma”. Qui ottiene la licenza in Teologia Universale presso l’Università Lateranense nel 1969 e nel 1970 la laurea in Teologia. Avrebbe voluto ritornare in Germania ma il Vescovo lo nomina direttore della Casa dello Studente di Feltre. Riprende allora gli studi con la laurea in Filosofia(1974). Il Vescovo lo nomina parroco di Santa Giustina e ed insegnante di Storia al Liceo del Seminario di Belluno (1975). Il Signore, pastore eterno delle nostre anime ha certamente accolto questo suo zelante sacerdote. Al vescovo di Belluno-Feltre e alla famiglia la vicinanza della Fondazione Migrantes. (Silvano Ridolfi)