Primo Piano
Mons. Delpini: coloro che hanno responsabilità sono chiamati ad affrontare con fiducia il fattore migrazioni
Mons. Felicolo: solo studiando i cambiamenti in atto la Chiesa fa cultura
(Foto Corriere della Valle)
(Foto Ansa) Bologna: Divina Liturgia in Rito greco-cattolico rumeno concelebrata dal card. Zuppi
Meravigliose invenzioni
Sassari: icona programmatica dell’anno liturgico la croce dei migranti
La storia di Abdullahi Mire: giovane somalo premiato dall’Unhcr
Stranieri in Italia: presentato oggi Coordinamento italiano delle diaspore
Firmato un Memorandum per l’inclusione socio-economica dei rifugiati
Nasce il Primo Coordinamento Italiano delle Diaspore: oggi la presentazione a Roma
Primi due click day: già 320mila richieste
Giubileo: i “rosari del mare” opera di migranti tra le iniziative sociali
Roma - «Gratuità, giustizia, perdono». Sono queste le tre parole tipiche che «risuonano nell’anno giubilare». Lo ha ricordato il cardinale Mauro Gambetti, arciprete della basilica vaticana, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano e presidente della Fabbrica di San Pietro, nella conferenza stampa di presentazione delle «azioni di carattere sociale» della basilica di San Pietro in preparazione al Giubileo. Due in particolare, rivolti a persone rifugiate e carcerate: i “Rosari del mare”, in collaborazione con la Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, e un programma di reinserimento lavorativo di detenuti, in collaborazione con l’Associazione Seconda Chance. Il progetto "Rosari del mare" impiega persone rifugiate nella produzione di rosari destinati all'acquisto da parte dei pellegrini che giungono nella Basilica di San Pietro. Il materiale utilizzato per i rosari è il legno delle imbarcazioni dei migranti che hanno attraversato il Mediterraneo per raggiungere le coste italiane in cerca di salvezza. I rosari vengono completati e assemblati presso la Fabbrica di San Pietro da due persone rifugiate, assunte dalla Cooperativa sociale Casa dello Spirito e delle Arti, il cui presidente e fondatore è Arnoldo Mosca Mondadori, e vengono consegnati ai negozi della Basilica di San Pietro. Le fasi precedenti del lavoro si svolgono in alcuni istituti penitenziari di Milano, Monza e Roma. A Milano Opera, due persone smontano le barche e preparano il legno per le diverse parti che comporranno il rosario. Le croci vengono realizzate presso la Casa Circondariale di Monza e il Carcere di Rebibbia. Una piccola parte del lavoro viene inoltre svolta da persone senza fissa dimora presso l'Opera Cardinal Ferrari di Milano. Il primo rosario prodotto è stato donato al Papa. Il ricavato della vendita dei rosari sostiene le persone rifugiate e detenute.
Gambia-Civitavecchia: l’odissea di Alieu
Civitavecchia - Alieu, 17 anni, viene dal Gambia, da dove è partito a 13 anni, e ha provato tre volte a imbarcarsi in Libia per arrivare in Italia. Ha pagato ogni volta. Ma ogni volta è stato fermato, arrestato e sbattuto in una prigione/lager libica. «È stata un’esperienza molto dolorosa. Mi picchiavano per avere soldi e il cibo era poco e cattivo». Al quarto tentativo Alieu ce l’ha fatta. Era il 16 febbraio, dopo 6 ore di navigazione la barca con 110 persone è stata soccorsa dalla Life Support di Emergency. Porto di sbarco assegnato Civitavecchia, altri 3 giorni di navigazione, dove sono arrivati il 19 febbraio scorso. Lo abbiamo incontrato della sede della Comunità “Il Ponte” di Civitavecchia, fondata 45 anni fa da don Egidio Smacchia, uno dei sacerdoti che per primi capirono il dramma della droga e si rimboccarono le maniche con fatti concreti, operando sulla strada. Dal 2017 don Egidio non c’è più, ma continua la sua opera accanto ai più fragili, dai tossicodipendenti ai giocatori d’azzardo patologici, dalle mamme con minori ai malati di Aids. Non solo per risolvere i problemi ma per prevenirli, soprattutto per i più giovani. Tre strutture residenziali, una di accoglienza per minori con 24 ragazzi, una comunità sempre per minori che ne ospita altri 40, una per donne con minori con 10 mamme con altrettanti figli. E poi l’ultimo sogno di don Egidio, la casa “Formica” inaugurata nel 2018, che segue famiglie e adolescenti, inviati dai servizi sociali e dal tribunale, circa 80 utenti, compreso uno sportello di informazione e cura per l’azzardo, oltre a un ostello gestito da donne che hanno completato il percorso. Davvero una bella realtà. Da febbraio ospita anche i minori non accompagnati, rispondendo alla richiesta dell’amministrazione comunale dopo gli sbarchi delle navi Ong costrette a raggiungere il porto laziale. «Abbiamo risposto di sì ma abbiamo capito che potevamo fare più della sola accoglienza, cioè costruire con loro per integrarsi». Così agli 8 ragazzi attualmente ospitati (in questi mesi sono stati 17) hanno fatto alfabetizzazione, sport, sia in palestra che in piscina («Alcuni non sanno nuotare»). Con la collaborazione di alcune associazioni sportive. Tante occasioni per fare nuove amicizie, anche come animatori dei campi estivi che “Il Ponte” organizza. «Non c’è nessuna discriminazione». E appena avranno imparato l’italiano si partirà con iniziative di introduzione al lavoro. Alieu l’italiano lo ha già imparato bene, conosce 7 lingue, inglese, francese e vari idiomi africani. «È molto intelligente, lo chiamiamo “capo famiglia” perché non sgarra mai, è il più preciso», ci raccontano Gabriella e Veronica, la prima responsabile di “Formica”, la seconda dell’accoglienza dei minori immigrati. A seguire i ragazzi è Riccardo che da ospite del “Ponte”come dipendente da sostanze, ora è diventato operatore dell’associazione. «Con loro è stato amore a prima vista. Ormai sono parte di loro, sono il fratello maggiore. Alieu come tutti i ragazzi gambiani è molto educato, rispettano le regole». Ma torniamo a Alieu che con un ottimo italiano ci racconta la sua lunga storia, lunga malgrado la giovane età. Comincia a lavorare a 11 anni come piastrellista. «Tanti bambini lavorano in Gambia, lavorano tutto il giorno ma vengono pagati poco». Così Alieu a 13 anni parte in autostop. Prima tappa il Senegal, dove resta 2 mesi, sempre facendo il piastrellista. Poi riparte. «Ho fatto un lungo viaggio nel deserto, in auto e a piedi. Anche 10 ore di notte per evitare le ore più calde». Arriva così in Libia, dove rimane 3 anni. Prova a partire ma viene bloccato. Si fa 6 mesi di carcere a Zawiya, altri 3 mesi a Tripoli, e un mese e mezzo nuovamente a Zawiya. Violenze, cibo scarso e pessimo, nessuna possibilità di contattare la famiglia. Poi grazie a “un poliziotto arabo”, sale sulla barca giusta, in tutto 110 persone. «I trafficanti sono libici, gli scafisti somali», ci rivela. Per fortuna dopo poche ore viene soccorso da Emergency. «Quando ho visto la nave sono stato molto contento», sorride ricordando quel momento di 10 mesi fa. Poi dopo 3 giorni l’arrivo a Civitavecchia. «Ho chiamato casa da qui, non sentivo la mia famiglia da più di un anno. Ormai pensavano che fossi morto». Ora, assicura, «sono molto contento di essere qui. Voglio restare in Italia » sorride, raccontandoci che fa il tifo per la Roma. Gli chiediamo se ha saputo della strage di Cutro. «L’ho saputo e ho pensato che siamo stati fortunati». Ma non cambierebbe le sue scelte. «Ho provato a partire quattro volte perché la Libia è molto più pericolosa. Sapevo che il viaggio in mare era pericoloso ma in Libia la morte era sicura». Ora invece è tranquillo, e anche la sua famiglia. «Abbiamo sentito la mamma al telefono, ci dice sempre “grazie”, non sono più preoccupati. E noi le diciamo che sono bravi ragazzi», ci raccontano gli operatori. Un clima sereno dopo tante sofferenze, un clima di amicizia. «Tutti i venerdì vanno a pregare ma partecipano anche alle nostre celebrazioni. E alla fine del Ramadan hanno pranzato coi ragazzi italiani, cucinando loro. E alla fine si sono alzati e hanno ringraziato di aver condiviso la festa». E gli italiani li chiamano già con soprannomi: Cous cous, Bax, Sixnine, Giallo e Al, ovviamente Alieu. (A.Maria Mira - Avvenire)
Il Presepio
Click day: picco di domande per le badanti
Londra: giro di vite sull’arrivo di stranieri
Cei: più di 11 milioni di euro per sostenere donne, bambini e poveri
La Chiesa italiana sceglie la strada dell’incontro con l’umanità
Roma - Viviamo un momento storico inedito. Le tante incertezze stanno svelando il volto molteplice delle povertà in Italia e nel mondo. La sfida è sempre quella: ascoltare le grida d’aiuto o voltarsi dall’altra parte? La Chiesa italiana – e questo è innegabile – continua a scegliere la strada che porta all’incontro con l’umanità. E lo fa in una misura che non ha eguali nel Paese, con esperienza e con intelligenza. Metterlo in discussione è disonestà allo stato puro. Così come rappresentare le Chiese in Italia allo sbando o in mani di chi non si sa, proprio come sta avvenendo in questi giorni su alcuni organi d’informazione e blog. È un’immagine talmente fuori dalla realtà da suscitare una serie di interrogativi sui veri obiettivi: se ci sono, quali sono? (SIR)

Migrantes Aosta: il 6 dicembre la presentazione dei Rapèporto Immigrazione e Italiani nel Mondo
Migrantes: il 13 dicembre la presentazione del Report 2023 “Il Diritto d’Asilo”