Primo Piano

La vita in due valigie

Roma - Sarà presentato domani alle ore 16 a Roma, presso la  Sala Marconi della Radio Vaticana (Piazza Pia, 3) il volume di Anca Martinas “La vita in due valige” (Tau Editrice).
Il volume, pubblicato nella collana “Testimonianze ed Esperienze delle Migrazioni” della Fondazione Migrantes, sarà presentato da Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, Mons. Antonio Lucaci, Coordinatore nazionale dei cappellani romeni latini in Italia e da Liana Ghel, promotrice di letteratura religiosa di Bucarest. Sono previste anche le testimonianze del giornalista camerunense Franck Tayodjo del Centro Astalli e delle mediatrice culturale di origine eritrea Biirikti Mehreteab.
 

Favorire l’integrazione

Roma - Quando consideriamo il fenomeno migratorio, le difficoltà della prima accoglienza per soccorrere i rifugiati dominano il dibattito pubblico. Le varie opinioni emerse vengono utilizzate per immaginare, sostenere e progettare interventi più o meno ospitali e inclusivi, dalle diverse forze sociali e politiche. Su quei parametri, dopo, si gettano le basi e si studiano valutazioni per pianificare altre strategie da adottare per affrontare il fenomeno.
Così si lasciano in secondo piano, invece, le questioni aperte da una presenza strutturale nel nostro Paese dei cittadini di origine straniera. Eppure parliamo di oltre 5 milioni di persone tra cui quasi 800mila bambini e ragazzi, che frequentano regolarmente le scuole di ogni ordine e grado, e quasi 2 milioni e 500mila lavoratori e lavoratrici occupati che contribuiscono alla crescita della produzione nel nostro Paese, finanziando anche le casse dello Stato. Come rileva la Fondazione Leone Moressa il saldo tra le uscite, per le spese di welfare dedicate agli immigrati, e le entrate, per le tasse che da essi vengono prelevate, è positivo: nel 2014 oscillava, ad esempio, all’interno di un range tra gli 1,8 miliardi e i 2,2 miliardi di euro.
Quando, dunque, ci si confronta sul fenomeno migratorio, è opportuno considerare una realtà sociale in movimento che ha forti potenzialità a partire dagli ambiti demografici ed economici. Le politiche di integrazione sembrano incomplete, se da una parte, infatti, una serie di diritti sociali vengono garantiti e osserviamo a livello locale esempi positivi per favorire l’inclusione come le iniziative interculturali nelle scuole, dall’altra parte questi cittadini rimangono sospesi a metà, rispetto a una piena integrazione. Le motivazioni poi non sono chiare e spesso si fermano dentro ripetizioni di pregiudizi infondati. È di questi giorni lo stop del Senato alla legge per la concessione della cittadinanza per la seconde generazioni, che avrebbe introdotto una forma di ius soli nel nostro ordinamento, mediata da uno ius culturae: i figli di immigrati sarebbero potuti diventare italiani se nati o residenti per un determinato periodo di tempo in Italia e dopo aver terminato almeno un ciclo scolastico di studi.
Invece di investire su un potenziale, rimaniamo da tempo in una situazione intermedia, da una parte queste persone vivono e si radicano nel nostro Paese, dall’altra tendiamo a non favorire un’integrazione completa. Così facendo rischiamo di perdere un’occasione per rinnovare il sistema-Paese, oltre che privare alcune persone di opportunità importanti per il loro futuro. Se non si valorizzano le persone si finisce per disperdere le loro energie e alimentare il fenomeno di brain waste (spreco di cervelli) che danneggia non solo i singoli ma anche le società in cui vivono. (Andrea Casavecchia – Sir)
 
 
 

Nascere e morire nella cultura africana: un convegno a Padova

Padova - Prosegue il percorso di approfondimento su “Nascere e morire. Il mistero della vita” proposto per l’anno 2016-2017 dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Padova.
La prossima giornata di studio, in programma domani martedì 28 febbraio a partire dalle ore 15.30, in aula magna della Facoltà Teologica del Triveneto (via del Seminario 7 a Padova), avrà come tema “Nascere e morire nella cultura africana” e vedrà la partecipazione dell’antropologa Ana Cristina Vargas, cui seguiranno gli interventi del teologo Oliver Izuogu e di Mauro Anselmi, pediatra di Medici con l’Africa – Cuamm. Modera: Francesca Marin (filosofa).
La riflessione si svilupperà alla ricerca del senso del nascere e del morire in Africa nell’intento di evidenziare due prospettive diverse ma complementari: la presentazione della propria esperienza da parte di un africano e l’interpretazione della vita e della morte percepita ed elaborata da un occidentale.
Nella cultura africana, infatti, c’è un legame strettissimo fra nascere e morire. L’idea di concepimento e di nascita è una parte integrale del modo in cui la religione africana considera la morte “normale”, cioè, la morte nella vecchiaia matura. Morire nella cultura africana inoltre significa ”essere nati” in un altro modo di appartenenza alla comunità. Non si può parlare di nascere e di morire nella cultura africana prescindendo da una prospettiva teologica, nella quale il nascere e il morire entrano nell’universo simbolico della cultura africana non come due fenomeni estranei, bensì interconnessi, in cui il morire segna l’inizio del rinascere.
 
 

Sudafrica: per i Vescovi “nessun torto giustifica le violenze contro i migranti”

Pretoria - “Nessun torto giustifica la violenza contro gli stranieri” aveva affermato Sua Ecc. Mons. Abel Gabuza, Vescovo di Kimberly e Presidente della Commissione Episcopale “Giustizia e Pace” della South African Catholic Bishop’s Conference (SACBC) alla vigilia della marcia contro la presenza straniera in Sudafrica, che si è tenuta a Pretoria il 24 febbraio. Mons. Gabuza aveva chiesto ai dimostranti “calma e moderazione”, ma l’appello non è stato raccolto. Ci sono stati assalti ad esercizi commerciali gestiti da migranti e scontri con le forze dell’ordine che hanno arrestato oltre 130 persone.
I migranti regolari o non in regola – riferisce oggi l’agenzia Fides - con il permesso di soggiorno sono accusati da una popolazione esasperata dalla criminalità dilagante e dalla forte disoccupazione, di fomentare il crimine e di togliere posti di lavoro ai sudafricani.
“Non sottolineeremo mai abbastanza che, anche in casi di forte scontento verso le forze dell’ordine e nei confronti di crimini che si suppone commessi da alcuni stranieri, i membri della comunità non possano prendere la legge nelle loro mani” ha detto Mons. Gabuza.
Il Vescovo ha chiesto alle organizzazioni della diaspora africana di collaborare con le forze di polizia per individuare gli elementi criminali presenti tra i migranti, specialmente coloro che sono coinvolti nello spaccio di droga e nella prostituzione, e ha invitato il governo a rafforzare i controlli di frontiera.
 

Migrantes: ritardare la riforma della legge della cittadinanza significa ritardare il rinnovamento dell’Italia

Roma - La Fondazione Migrantes aderisce al “Carnevale della cittadinanza” che si svolgerà a Roma domani pomeriggio. Una manifestazione che intende riportare l'attenzione sulla riforma della legge della cittadinanza ferma da troppo tempo al Senato. "Si tratta – spiega Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes - di un estensione, in forma temperata, dello Ius soli così da accelerare l'acquisizione della cittadinanza ai ragazzi immigrati che completano il ciclo primario degli studi. L'Italia non può non pensare il suo presente e il suo futuro senza valorizzare un popolo di oltre 5 milioni di immigrati, che possono essere, soprattutto i ragazzi e i giovani, una risorsa per rinnovare la vita delle città". "Non è possibile lasciare ai margini della vita e della partecipazione nelle nostre città  chi condivide il nostro stesso cammino sociale, culturale. Aspettare ancora – conclude il direttore dell’organismo pastorale della CEI - ad approvare la riforma della legge della cittadinanza significa cedere a paure e chiusure che non fanno che ritardare un processo di rinnovamento del nostro Paese". (R. Iaria)
 

Domani il “Carnevale della cittadinanza”

Roma - Continua la mobilitazione de “L’Italia sono anch’io” e del movimento #italianisenzacittadinanza perché il Senato approvi al più presto la legge di riforma della cittadinanza, licenziata dalla Camera più di un anno fa.
Dopo il “Febbraio della cittadinanza”, domani, 28 febbraio, martedì grasso, sarà organizzato “Il carnevale della Cittadinanza”. Una mobilitazione nazionale che si svolgerà a Roma, in piazza del Pantheon a partire dalle 15.
“Sarà un appuntamento festoso, dedicato soprattutto ai bambini – sicuramente parteciperanno gli alunni della scuola Pisacane di Tor Pignattara -, alle famiglie, a tutte le cittadine e i cittadini che vorranno venire in piazza per chiedere che finalmente chi nasce o cresce nel nostro paese possa sentirsi italiano non solo di fatto, ma lo diventi anche per legge – ricorda una nota delle organizzazioni promotrici tra le quali la Fondazione Migrantes e Caritas Italiana -. La piazza sarà animata da giocolieri, musicisti, cantanti, scrittori e ballerini. A tutti i partecipanti è stato chiesto di indossare maschere di carnevale.
Iniziative sono previste in altre città, e non solo in Italia. Da un camion-palco si alterneranno letture, musica, cori di bambini e gli interventi di giovani di #italiani senza cittadinanza e di rappresentanti delle associazioni de L’Italia sono anch’io. L’impegno di tutti è di continuare la mobilitazione anche dopo questa iniziativa del 28, fino a che la legge non verrà approvata.
 

I dati di Europol: il traffico di profughi? Agli schiavisti ha fruttato fino a 5,7 miliardi euro

Milano - Nel 2015 il traffico di migranti verso l’Europa ha generato guadagni per un importo che oscilla tra i 4,7 e i 5,7 miliardi di euro. Anche se nel 2016 si è registrato un calo significativo: circa 2 miliardi di euro. «Un calo in linea con la diminuzione generale dei migranti irregolari arrivati nella Ue», si legge nella relazione pubblicata da Europol a conclusione del primo anno di attività dell’European migrant smugling center, il centro sul traffico di esseri umani. Più di duemila investigazioni internazionali avviate, 17.400 sospetti trafficanti schedati e 490 inchieste per false identità sono i dati che completano il bilancio di questi primi 12 mesi di attività. Il report analizza anche le modalità con cui trafficanti di esseri umani gestiscono il proprio business. Come vere e proprie agenzie di viaggio, pubblicizzano i propri 'servizi' nei Paesi d’origine dei migranti usando in maniera aggressiva i social network. Facebook resta il più diffuso e utilizzato, anche se nel corso del 2016 si è registrato un lieve movimento verso altri strumenti, come Telegram.
Inoltre si evolvono le modalità del viaggio: non mancano trafficanti che offrono la possibilità di raggiungere l’Europa a bordo di navi da crociera, navi cargo o in aereo (fornendo ovviamente visti e documenti falsi). Ma la varietà delle offerte «suggerisce persino che le organizzazioni criminali stiano tentando di corrompere funzionari di ambasciate e consolati europei fuori dalla Ue», si legge nel rapporto. Questo – ovviamente – per chi può permettersi di pagare migliaia di euro per un singolo viaggio. Tutti gli altri devono affrontare viaggi faticosi e pericolosi.
Oltre ai barconi fatiscenti che attraversano il Mediterraneo, Europol cita i casi di profughi siriani e afghani che hanno tentato di raggiungere la Germania a bordo dei treni merci internazionali in partenza dalla Grecia, al prezzo di circa mille euro a testa. Europol evidenzia casi in cui i migranti sono stati costretti a viaggiare all’interno di container chiusi a chiave per giorni, con gravi rischi per la loro incolumità anche perché in alcuni casi il treno trasportava materiali tossici. (Ilaria Sesana)
 

Il volto della miseria in gabbia (di Marina Corradi)

Milano - Le hanno sorprese a frugare nei cassonetti degli scarti di un supermercato: allora due addetti le hanno rinchiuse nella gabbia metallica dell’area rifiuti, poi col cellulare le hanno riprese e hanno messo il video in rete. Si vedono le due nomadi prigioniere, come animali allo zoo; una di loro urla, mostra una mano ferita, l’altra se ne sta zitta in un angolo. Nell’audio risuonano le risate dei due dipendenti del supermercato. Un successo: trecentomila visualizzazioni sul web in poche ore, molti commenti razzisti.
È accaduto a Follonica, nel Grossetano. La direzione del supermercato ha annunciato provvedimenti contro i due, che sono stati denunciati: ipotesi di reato, il sequestro di persona. La Caritas locale ha espresso dolore e sgomento. Il leader della Lega Matteo Salvini invece si è affrettato a dichiarare «solidarietà ai lavoratori », e assistenza legale. Non meraviglia, da parte di uno che pochi giorni fa in Liguria aveva detto che «Ci vuole una pulizia di massa anche in Italia. Una pulizia via per via, quartiere per quartiere, con le maniere forti se serve». Stessa lunghezza d’onda, stesso pubblico: la pancia di un’Italia impoverita, impaurita, che confusamente chiede un capro espiatorio cui addossare le proprie sofferenze. È un meccanismo sociologicamente noto, che si ripete nella storia: quando va male, cercare qualcuno da additare come colpevole.
Un meccanismo sinistro, che vede nella squallida storia di Follonica una piccola ma mesta conferma. Trecentomila visualizzazioni in poche ore per due poveracce che frugavano fra i rifiuti, chiuse in gabbia. Quale Italia sta germinando nella crisi dell’economia e della politica, e nemmeno forse è riconosciuta ancora apertamente dalla società civile?
Mesi fa, a Napoli, al Rione Sanità, chi scrive ha visto una giovane rom che frugava in un cassonetto. Si tirava dietro una vecchia carrozzina per bambini in cui andava accumulando il suo tesoro: rottami, vestiti smessi, scarpe consunte. E con quale tremenda serietà la ragazza soppesava ogni oggetto, e a malincuore scartava. Il volto della miseria degli ultimi, quella era la sua faccia. Ed è quel volto che a Follonica è stato messo in gabbia con grasse risate sopra, come alla fine di una caccia vittoriosa. (Avvenire)
 
 

Profughi: quando l’accoglienza (diffusa) funziona

Firenze - Esiste un’accoglienza che non fa rumore, non alza barricate contro i migranti. Perché, in fondo, non ce ne sarebbe neppure bisogno. “Quando l’accoglienza funziona nemmeno si nota”, osserva Franco Balzi, da una vita impegnato nel sociale, nel 2014 eletto sindaco di Santorso, Comune di 6mila abitanti nell’alto vicentino. Invitato a parlare al seminario nazionale di pastorale sociale della CEI in corso a Firenze, nella giornata dedicata ai “conflitti”, Balzi racconta del “cortocircuito” tra i diversi livelli istituzionali nella gestione dei migranti, ma anche di un modello di accoglienza diffusa che funziona, e che ha una cornice istituzionale nello Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati in Italia nato nel 2001, e che solo nel 2016 ha messo a disposizione oltre 27mila posti sul territorio nazionale.
Ma non tutto fila liscio, soprattutto quando i numeri crescono e diversi sindaci si oppongono con tutte le loro forze. Balzi comincia il suo racconto da un incontro al bar con un suo cittadino, pochi mesi dopo l’insediamento in Comune. “Li ha voluti lei, vero?”, l’apostrofa l’avventore. Il sindaco trasecola, non sa di che si stia parlando. Ma presto capisce: una novantina di profughi richiedenti asilo la sera prima è stata portata in un albergo a due stelle nella periferia.
“Un approccio emergenziale della Prefettura che stravolgeva un’esperienza di accoglienza che Santorso aveva già da 15 anni”, racconta ora. Già, perché Santorso, come tanti altri Comuni in Italia, fin dall’inizio dello Sprar aveva messo in campo “un sistema di accoglienza diffusa, compenetrata nel tessuto cittadino a tal punto da essere impercettibile”. Non grossi assembramenti, che in fin dei conti portano a ghetti o banlieue, ma “appartamenti presi in affitto, dove il Comune si prende la responsabilità assieme all’ente gestore”. Mentre spesso, come questo caso dimostra, “c’è un cortocircuito istituzionale sui diversi livelli di responsabilità: il sindaco si trova a subire decisioni prese dalla Prefettura, mentre il prefetto lamenta l’indisponibilità dei sindaci”.
Balzi non ci sta a “subire” la situazione, ma nemmeno vuole chiudere le porte a chi ha bisogno, così “nel settembre 2015 – prosegue nel racconto – abbiamo costruito un protocollo d’intesa con la Prefettura nell’ottica di una collaborazione, per recuperare quella pratica dell’accoglienza diffusa che si era dimostrata efficace nell’approccio”. È qui che viene stabilita, tra i firmatari, la “quota” di un’accoglienza sostenibile: 2 immigrati ogni 1.000 abitanti. “Rispettare questo limite era un impegno morale tra i sindaci firmatari e il prefetto”, sottolinea il primo cittadino di Santorso, spiegando di essere riuscito a far aderire 24 Comuni della provincia di Vicenza, comprese alcune amministrazioni che di accoglienza non volevano sentir parlare.
“Ma questa era una visione lucidamente pragmatica: un Comune di 10mila abitanti così avrebbe avuto da sistemare solo 20 profughi. In alternativa poteva opporsi a oltranza, ma con il rischio che la Prefettura trovasse nel suo territorio una struttura capiente e ne facesse arrivare molti di più”. Così l’accordo “ha permesso di accogliere 250-300 persone con una dimensione assolutamente praticabile”. Oggi di quella novantina di profughi ne sono rimasti 28, cui se ne aggiungono altri 18 – sempre a Santorso – gestiti dallo Sprar, mentre il protocollo “ormai è definitivamente superato dalla normativa nazionale – osserva il sindaco – che peraltro stabilisce il limite di 2,5 immigrati ogni 1.000 abitanti, con una clausola di salvaguardia per cui, se un Comune aderisce, va rispettata la quantità numerica”. Quando Balzi ha ricordato ai suoi cittadini che Santorso dall’inizio degli anni 2000 ospitava profughi, la gente nemmeno ci credeva. “Sindaco, è vero che li avevamo anche prima?”, gli hanno domandato. Segno che investire in un’accoglienza diffusa è una “buona pratica” amministrativa e affrontare insieme il fenomeno migratorio permette di farlo uscire dall’emergenza e condurlo nella normalità.(Francesco Rossi – SIR)
 
 

Asgi: pressioni intollerabili sulla Tunisia per i respingimenti di migranti

Roma - Pressioni di Germania e Italia per rimandare in Tunisia alcuni migranti. La denuncia arriva da Asgi e da altre associazioni impegnate a difendere i diritti dei rifugiati. Le autorità tunisine sono obiettivo di “pressioni intollerabili” da parte di Italia e Germania denunciano in un comunicato diffuso in francese, arabo e inglese, una delle principali Ong tunisine e numerose associazioni tra cui anche le italiane Arci e Asgi (Associazione Studi Giuridici sull’immigrazione). Nel giro di una settimana, si legge nella nota, la Tunisia ha dovuto chiarire la sua posizione contraria ai rappresentanti delle istituzioni tedeschi e poi italiani che, secondo alcune fonti, prevedevano di rimandare verso la Tunisia delle persone migranti e rifugiate. Obbligare la Tunisia, in cambio di un sostegno alla lotta contro il terrorismo, a far sbarcare sul suo suolo persone intercettate dalla Guardia Costiera italiana, come evocato da un articolo recentemente apparso sul Corriere della Sera, comporterebbe una pesante violazione degli obblighi dell’Unione Europea e dell’Italia, già condannata nel 2012 dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo per aver respinto dei rifugiati verso la Libia. Per le associazioni, si tratterebbe, oltre che di una minaccia al diritto d’asilo, di una prova di «cinismo insopportabile» da parte dell’Italia, dal momento che «la lotta contro il terrorismo riguarda tanto la UE quanto la Tunisia”.
 

Scalabriniane: i pilastri indicati dal Papa al Forum Migrazioni sono base di politica di pace

Roma - “Le quattro azioni indicate dal Papa (accogliere, proteggere, promuovere integrare) hanno concluso il Sesto Forum Internazionale Migrazioni e Pace e mettono ben in chiaro quale sia la risposta che l'intero pianeta deve dare alle questioni migratorie. Solo in questo modo si può riuscire a integrare e a vivere in un mondo di pace”. Lo ha detto in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, Superiora generale delle suore Missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane a conclusione del sesto Forum Internazionale Migrazioni e Pace che si è tenuto a Roma.
“Puntare alle politiche alloggiative, all'apprendimento della lingua, alla formazione e alla realizzazione delle attività socioculturali è alla base di un lavoro concreto ed è l'attualizzazione di quelle politiche avviate dal nostro fondatore Giovanni Battista Scalabrini e dai cofondatori Giuseppe e Assunta Marchetti, ha aggiunto la religiosa sottolineando che dai lavori del Forum è “emerso come la creazione di una rete sia essenziale. Le istituzioni, la società civile, devono lavorare per una azione positiva e virtuosa. Le istituzioni devono garantire, allo stesso tempo, il 'diritto di non emigrare', creando – ha aggiunto la Superiora generale delle scalabriniane - progetti per fare in modo che la comunità non venga smembrata, devastata, da crisi di ogni genere. Il sostegno di Papa Francesco dimostra come la migrazione sia la priorità delle priorità, perché questa è dettata da altri fattori che incidono, non poco, nella storia dell'umanità".
 

Italiani in Gran Bretagna: nuovo servizio del Consolato di Londra

Londra - Dal 1 febbraio scorso, è attivo presso il Consolato Generale d’Italia a Londra un Servizio Telefonico interno di Prenotazione Appuntamenti Pomeridiani per l’Ufficio Passaporti. L’appuntamento pomeridiano fornito dal Servizio Telefonico è finalizzato esclusivamente all’acquisizione dei dati biometrici del richiedente che dovrà successivamente inviare tutta la documentazione necessaria per posta. Il servizio di prenotazione appuntamenti pomeridiani è riservato ai connazionali iscritti A.I.R.E della circoscrizione Consolare di Londra e Regno Unito ed è finalizzato esclusivamente, spiega il Consolato,  alla sola acquisizione pomeridiana dei dati biometrici del richiedente. Il passaporto non verrà rilasciato a vista, bensì inviato al proprio domicilio entro 30 gg dalla ricezione della relativa documentazione.
 

Cerignola: una casa con le porte aperte ai migranti

Cerignola - Li hanno incontrati in quei casolari di campagna dove i migranti trovano sistemazioni di fortuna in condizioni spesso disumane. Sono rimasti scossi da quanto visto, da una realtà che con dolorosa sorpresa hanno scoperto esistere poco lontano da casa. I giovani di Cerignola, in Puglia, hanno così sentito il desiderio che quel pezzo di vita – ai più invisibile – diventasse patrimonio del loro umano vivere. E quei migranti hanno iniziato ad incontrarli e a conoscerli, ascoltando le loro storie. Un prendersi cura che ha portato i ragazzi ad uscire dalle parrocchie per andare a intercettare gli stranieri lì dove vivono. Hanno offerto loro acqua e cibo, ma anche un piccolo tempo di preghiera che ogni mercoledì raccoglie persone di diverse culture e religioni. Da questa esperienza è nato un sogno più grande: un centro pastorale per la cura e lo sviluppo della persona immigrata. “Sarà intitolato a Santa Bakhita, donna sudanese che nella sua storia ha vissuto l’esperienza della schiavitù e della liberazione”, spiega don Claudio Barboni che in Puglia è Incaricato regionale di Pastorale giovanile. I lavori si concluderanno entro l’anno. Qui troveranno posto un centro di prima accoglienza, un punto medico, una scuola di italiano, “con l’obiettivo di promuovere la cultura dell’incontro e del dialogo trasformando l’accoglienza in integrazione”. (Luca Sardella)
 
 

Servizio civile: apertura ai cittadini dell’Ue e agli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia

Roma – nei giorni scorsi il Consiglio dei Ministri ha approvato il Decreto Legislativo che attua la riforma del servizio civile universale, come prevista dalla legge delega n. 106/2016. L’appellativo “universale” che viene associato al nuovo servizio civile si riferisce innanzitutto alla volontà del Governo di allargare questa esperienza a 100.000 giovani all’anno. Inoltre viene espressamente prevista un’apertura ai giovani con minori opportunità e per la prima volta inserita in una legge la partecipazione al sistema dei cittadini dell’Unione europea e degli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia.
Il servizio civile universale continuerà ad essere aperto a tutti i giovani tra i 18 e 28 anni (non superati) e avrà un’articolazione flessibile, sia nell’orario (con una media di 25 ore settimanali), che nella durata complessiva, che potrà variare dagli 8 ai 12 mesi.
Tra le altre novità della riforma l’inserimento nelle finalità del servizio civile universale della “promozione della cultura italiana all’estero” e il “sostegno alle comunità di italiani all’estero”, mentre ai giovani volontari è offerta la possibilità di effettuare il servizio, per un periodo fino a tre mesi, in uno dei Paesi dell’Unione europea, “al fine di rafforzare il senso di appartenenza all’Unione e di facilitare lo sviluppo di un sistema europeo di servizio civile, ovvero di usufruire di un tutoraggio finalizzato alla facilitazione dell’accesso al mercato del lavoro”. (F.S.)
 

Germania: 300 chiese offrono rifugio ai migranti

Berlino - Sempre più parrocchie e istituzioni ecclesiali in Germania danno accoglienza ai rifugiati, offrendo loro protezione dal rimpatrio forzato. E questo proprio mentre nel paese infuria il dibattito sulla necessità delle “espulsioni veloci” di migranti senza diritto d’asilo. Il 2016, rispetto agli anni precedenti, ha visto un aumento del cosiddetto Kirchenasyl, una specie di diritto d’asilo nelle chiese e nei luoghi di culto che in genere viene rispettato dalle forze dell’ordine tedesche. Non sono ancora ufficiali i dati per l’anno scorso, ma si prevede un ulteriore aumento per il 2017. Il gruppo di lavoro ecclesiale in materia d’asilo ha rilevato che a metà gennaio di questo anno erano già attivi 323 rifugi per complessive 547 persone, delle quali 145 bambini. Un anno fa, a seguito di un’iniziativa della Chiesa cattolica e della comunità evangelica, si erano registrati 277 ricoveri in edifici ecclesiali con 449 profughi; nel gennaio 2015 si erano avuti 200 rifugi con 359 profughi. I luoghi deputati all’azione di rifugio temporaneo sono chiese, monasteri, conventi ed edifici diocesani. Le sedi ecclesiali svolgono un ruolo di “santuario”, sul modello del New Sanctuary Movement statunitense, nell’opera di protezione temporanea dei rifugiati, per metterli al riparo dal rischio dell’espulsione, e per consentirgli di ottenere almeno il diritto provvisorio alla permanenza in Germania.
 
 

ENC: “il futuro del Circo non può essere scritto sotto dettatura e contro la comunità circense”

Roma – “Il problema non è l’utilizzo degli animali (altrimenti si dovrebbero vietare pali, gare ippiche e sport vari, concorsi, per non parlare di zoo, acquari, ecc.) ma di precise norme che garantiscano il loro benessere. Il Circo italiano chiede che il Governo ed il Parlamento si facciano carico con organicità del suo futuro”. E’ quanto afferma oggi il presidente dell’Ente Nazionale Circo (ENC) a poche ore dall’audizione davanti alla 7^ Commissione del Senato, impegnata nella elaborazione del Ddl 2287-bis (Codice dello spettacolo) che investe direttamente il settore del Circo. L'incontro avviene anche a 24 ore da “una nuova, entusiasmante accoglienza” riservata al Circo da Papa Francesco in occasione della udienza del mercoledì: “Continuate a fare bellezza perché fate bene a tutti noi”, ha detto loro il papa. Il mondo del Circo – si legge in una nota di Buccioni - si trova a fare i conti col “progressivo svuotamento del contratto che lo Stato italiano ha definito con l’arte circense nel 1968 con la legge n.337, assumendosi precisi impegni, anche finanziari, a tutela e sviluppo di una funzione che è parte integrante della nostra cultura. Ad oggi la maggioranza delle città italiane, compresi i principali capoluoghi, non hanno aree attrezzate per ospitare i circhi. Hanno influito, in tutto ciò, anche le martellanti – e spesso violente – campagne di pressione e disinformazione svolte dalle associazioni animaliste, che se non hanno attecchito sul pubblico, hanno invece gettato discredito sul Circo”. I circhi – si legge nella nota - sono per loro natura “senza patria”, “non sottostanno alle logiche politiche del do ut des, ricevono dallo stato contributi irrisori, con percentuali da prefisso telefonico. Alle imprese del circo (che gestiscono oggi in Italia non più di 1500 animali, in buona parte non esotici) deve essere riconosciuta pari dignità delle altre forme di spettacolo, assicurando la autonoma creatività degli operatori nella ideazione degli spettacoli e nella utilizzazione degli interpreti: artisti e animali. Deve essere chiaro – dice Buccioni - che il futuro del Circo in Italia non può essere scritto sotto dettatura del lobbismo animalista e contro una comunità circense che, direttamente e indirettamente, coinvolge circa 10 mila addetti, un centinaio di complessi e una storia secolare che ha informato di sé il cinema, l'arte, la letteratura. L'Italia non può permettersi di perdere questo patrimonio, anche per le tante conseguenze disastrose che ne deriverebbero in termini occupazionali, di integrazione sociale, di elementare riconoscimento della identità della gente del viaggio, che verrebbe a trovarsi emarginata e criminalizzata”. Il tempi segnati da “odi” e “muri”, conclude,  il Circo “concreta la più pacifica, multietnica e multiculturale coesistenza fra popoli, religioni, culture, abitudini alimentari”.
 

“Noi, con sangue straniero, ci sentiamo italiani nel cuore” di Asmae Dachan

Roma - La legge sulla cittadinanza è un tema di grande attualità, che non manca di creare dibattiti e opinioni discordanti. Da un lato ci sono i giovani che nascono e crescono in Italia, che vorrebbero vedersi riconosciuta un’identità che è certamente diversa da quella dei genitori. Dall’altro ci sono la paura e la conseguente chiusura verso gli stranieri. Se, come la storia ci insegna, il processo migratorio è inarrestabile, è altrettanto vero che è importante creare le condizioni di una convivenza basata sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti. Sono da evitare fenomeni come l’emarginazione e il rifiuto dei diversi, la creazione di quartieri ghetto e di zone fuori dalla legalità, dove possono proliferare la criminalità organizzata e il radicalismo. In questi termini, quella della cittadinanza non è solo una concessione che viene fatta, ma deve essere anche e soprattutto un percorso che porta alla formazione di nuovi italiani e italiane. Al di là degli aspetti legali e burocratici, è interessante soffermarsi anche su cosa vuol dire, a livello psicologico e affettivo, essere italiani quando si ha sangue straniero. È come avere due madri, una di sangue, la terra d’origine e una adottiva, la terra che accoglie o che dà i natali. Con la prima, il rapporto è basato sull’affetto, sulla memoria, sul legame con le radici. Con la seconda il rapporto si basa sull’amore incondizionato, sulla vita vissuta e sui progetti per il futuro. I bambini che nascono e si formano in Italia spesso sono bilingue, ma la lingua con cui giocano, studiano, comunicano, pensano e sognano è proprio l’italiano. Il loro sguardo si abitua, sin da piccoli, ai paesaggi e all’architettura del Bel Paese e il loro modo di concepire una strada, un giardino, una casa, attinge da questa cultura visiva. La loro personalità si forma sui libri di storia, arte e letteratura italiana; le poesie che reciteranno, gli autori che leggeranno, i quadri e le sculture che formeranno il loro bagaglio culturale saranno italiani. Canteranno in italiano, sosteranno squadre sportive col tricolore, impareranno filastrocche e modi di dire anche in vernacolo. Essere cittadini italiani sarà per loro un processo naturale, un percorso di cui non si renderanno nemmeno pienamente conto perché avverrà in modo spontaneo, tra i banchi di scuola, nei giardini dove giocheranno con gli altri bambini e ragazzi che frequenteranno. L’aspetto più complesso della loro crescita umana e culturale forse sarà trovare il modo di conciliare tutto ciò che impareranno in questo contesto con ciò che è legato al Paese e alla cultura di provenienza, che i genitori avranno piacere di trasmettere. Non si tratta semplicemente di alternare pasta e cous cous, ma di poter vivere pienamente la propria identità di nuovi cittadini italiani e allo stesso tempo di ponti tra culture. Non è sempre facile trovare un punto di equilibrio e se la famiglia non è aperta ai cambiamenti, spesso si creano situazioni di sofferenza. Sta alle famiglie comprendere che i figli cresciuti in un’epoca e un contesto nuovo sono individui con una formazione e una sensibilità diversa. Quando questi bimbi diventeranno adulti e a loro volta avranno figli, trasmetteranno il loro bagaglio di tradizioni e cultura, che sarà naturalmente italiano. Non riconoscere a questi individui la loro natura di nuovi italiani, significherebbe provocare un senso di rifiuto e di discriminazione davvero traumatizzante. Generazione dopo generazione, il legame con la terra d’origine si trasmetterà come valore affettivo, mentre quello con l’Italia sarà sempre più forte, autentico, intriso di senso di appartenenza, fierezza, identità e della voglia di contribuire alla crescita, alla sicurezza, al successo del loro Paese: l’Italia. (*scrittrice italo-siriana*)
 
 
 

Ragusa: oggi l’inaugurazione della mostra “Migrantes”

Ragusa - S’inaugura oggi, giovedì 23 febbraio, alle ore 19.00 presso il Palazzo Garofalo di Ragusa la mostra interculturale d’arte “Migrantes”. L’iniziativa, unica del suo genere, è promossa dagli Uffici per la Cultura, Caritas, Migrantes e Missioni della Diocesi di Ragusa e vede la partecipazione di trentanove artisti professionisti, tra cui dei giovani talenti, e il coinvolgimento di ragazzi ospiti in diversi centri di accoglienza che animeranno la sezione “testimonianze” della mostra. Dipinti, fotografie, sculture, testimonianze video con canti, poesie e danze: un intreccio di linguaggi per un percorso che diventa metafora dell’esistenza.
Ad offrire la consulenza scientifica per quest’innovativa esperienza interculturale è stata la Cattedra di “Dialogo tra le culture” di Ragusa, avvalendosi della sua esperienza decennale di promozione del dialogo interculturale e interreligioso sul territorio ibleo.
L’incontro si aprirà con i saluti del vescovo, Mons. Carmelo Cuttitta, del Sindaco Federico Piccitto e di Giovanna Criscione (provveditore agli studi della Provincia di Ragusa). Ad introdurre i lavori Giuseppe Di Mauro (curatore generale) e Salvo Barone (direttore artistico). Seguiranno la relazione di Elisa Mandarà (critica d’arte) e la testimonianza di Veronica Racito (Fondazione “Buon Samaritano” di Vittoria). L’iniziativa vedrà il coinvolgimento di decine di liceali attraverso progetti di “Alternanza scuola-lavoro” e di numerosi volontari del servizio civile nazionale.
 
 

Soccorsi in 730 al largo della Libia

Roma - Sono 730 i migranti salvati ieri al largo della Libia in sette operazioni di soccorso coordinate dalle centrali operative della Guardia Costiera italiana. I migranti, che erano a bordo di 2 barconi e 5 gommoni, sono stati soccorsi da Nave Peluso della Guardia Costiera e da nave Aquarius della ong Sos Mediterranee. A bordo di quest’ultima sono stati accolti 76 minori, di cui 70 non accompagnati e 23 donne (di cui quattro in stato di gravidanza), oltre a 371 uomini. La nave arriverà questa mattina al porto di Trapani.
Intanto un sopravvissuto del tragico naufragio di tre giorni fa sulle coste libiche ha affermato che sono oltre 100 i migranti che erano sull’imbarcazione colata a picco a pochi chilometri da Tripoli. Il sopravvissuto, un gambiano di 31 anni, ha detto alla Mezzaluna Rossa della città libica di Zawiya che sul barcone erano ammassate l’una sull’altra 133 persone e che di esse ne sono scampate
solo 24.
 

I fantasmi di Portopalo: fiction della memoria

Roma - È tratta da una storia vera la fiction “I fantasmi di Portopalo” di Alessandro Angelini e interpretata da Giuseppe Fiorello (che figura anche tra gli sceneggiatori e i produttori): prende le mosse dal libro del giornalista Giovanni Maria Bellu, dal racconto del disastroso naufragio della nave F174 avvenuto il giorno di Natale del 1996, a pochi metri da Portopalo di Capo Passero, punta estrema della Sicilia. Un naufragio dove morirono circa 300 persone, in una delle tragedie del mare tra le più importanti registrate nel Mediterraneo dalla Seconda guerra mondiale. La miniserie appena andata in onda su Rai Uno, lunedì 20 e martedì 21 febbraio, è prodotta da Picomedia, Rai Fiction e Iblafilm, raggiungendo nella prima puntata 6.454.000 telespettatori con uno share del 24,63%, mentre nella seconda 6.620.000 spettatori con il 25.4% di share.
Un racconto di successo per la Rai, in piena mission di servizio pubblico, che tutela la memoria del passato e offre un contributo alla sensibilizzazione degli spettatori a non distogliere lo sguardo dalla sofferenza che ci è prossima.
Come ha ricordato papa Francesco nel suo primo viaggio a Lampedusa, l’8 luglio 2013, “in questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”. E sempre il Papa ha invitato ieri, 21 febbraio, nuovamente la comunità tutta a una risposta ferma dinanzi al dramma delle migrazioni, richiamando quattro verbi, quattro parole “bussola” utili per il nostro vivere oggi: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare” (discorso al Forum internazionale “Migrazioni e pace”).
 “Per anni ho inseguito questa storia, per anni mi sono posto l’obiettivo di far conoscere al pubblico questa storia sepolta in fondo al mare e dimenticata per troppo tempo dalle istituzioni”. Sono le parole di Giuseppe Fiorello, protagonista della miniserie “I fantasmi di Portopalo”, da sempre attento ai racconti di impegno civile e dal profilo sociale esemplare, storie che affondano le radici nella storia comune: “Salvo D’Acquisto”, “L’uomo sbagliato”, “Joe Petrosino”, “Giuseppe Moscati”, “L’oro di Scampia”, “L’angelo di Sarajevo”, “Io non mi arrendo”.
Fiorello ora dà volto al pescatore Salvo Lupo – nel film Salvo Ferro -, che ha infranto il silenzio tra gli abitanti di Portopalo di Capo Passero in Sicilia, trovando il coraggio di denunciare la presenza di morti in fondo al mare a poche miglia dalla costa. Un silenzio, soprattutto tra i pescatori, legato alla paura di vedersi bloccare le barche, la possibilità di uscire a mare per sbarcare il lunario.
Siamo nel 1996, all’indomani del Natale un gruppo di pescatori siciliani di Portopalo escono a mare per fare giornata. La barca di Salvo (Giuseppe Fiorello) s’imbatte in un giovane di origini asiatiche alla deriva. Lui è vivo, ma di lì a poco altri corpi inizieranno ad affiorare dal mare, corpi che finiscono nelle reti dei pescherecci. Cala così il silenzio e la paura tra i pescatori, che preferiscono tacere, non dire nulla alle autorità. Anni dopo, però, Salvo non si dà pace, è ancora lì a tormentarsi da quei corpi, dall’urgenza di dare voce ai dimenticati; quegli ultimi che anche lui ha cercato inizialmente di ignorare. Si mette pertanto in contatto con il giornalista Giacomo Sanna (Giuseppe Battiston), pregandolo di venire a indagare, a fare chiarezza. Il percorso sarà ovviamente irto di difficoltà, soprattutto generate dall’incredulità o dal timore di uno scandalo.
Ma la tragedia rivelerà ben presto i suoi contorni spaventosi. A tutti sarà noto quanto accaduto tra il 25 e il 26 dicembre del 1996, l’affondamento della nave F174 dove persero la vita circa 300 persone provenienti da India, Pakistan e Sri Lanka. “Non è solo un film d’impegno civile – ha dichiarato Fiorello – ma soprattutto un film che racconta con chiarezza che la società civile è la vera politica di un Paese. Questa è anche la storia di una piccola comunità di siciliani pescatori e di una famiglia che hanno dovuto portare sulle proprie spalle il peso morale e politico di una grande tragedia umana e hanno saputo reagire con forza e dignità nonostante fossero stati lasciati soli”.
Lo stile della miniserie “I fantasmi di Portopalo” è indubbiamente buono, così come è ben salda la regia di Alessandro Angelini (al cinema con “L’aria salata” nel 2006 e “Alza la testa” nel 2009); il regista tiene il timone del racconto senza cedere al facile sentimentalismo oppure alla prevedibile enfatizzazione eroica del protagonista. Certo, qualche scivolata melensa c’è, soprattutto attraverso l’espediente narrativo del giovane asiatico Fortunato (Bagya Lankapura), figura inventata. Il resto è storia vera. Dispiace un po’, però, che la Chiesa locale appaia incolore, allineata nella reticenza della comunità verso Salvo e la sua famiglia.
Invece, sempre grande e convincente è la prova d’attore di Giuseppe Fiorello, che riesce a dare credibilità, spessore e trasporto edificante al personaggio del pescatore Salvo, al racconto nel suo complesso. Un prodotto che, seppur non privo d’incertezze, si configura come un’ottima occasione per fare memoria, da utilizzare soprattutto con le giovani generazioni in ambito formativo, per ricordare che il domani si costruisce sull’accoglienza e non sull’indifferenza.
La notte del 26 febbraio 2017 l’Italia saprà se “Fuocoammare” (2016) di Gianfranco Rosi ha vinto l’Oscar come miglior documentario, fotografia di vite di migranti e di isolani di Lampedusa, che valorosamente non arretrano di fronte all’emergenza sbarchi, nonostante l’Europa non sia sempre presente. Come “Fuocoammare” altri titoli hanno raccontato le disgrazie del mare e il cammino dell’accoglienza. Anzitutto “Terraferma” (2011) di Emanuele Crialese, ambientato nell’isola di Linosa, storia di dispersi e uomini pronti a giocarsi nella solidarietà; il poetico e duro “Il villaggio di cartone” (2011) di Ermanno Olmi, dove una chiesa vuota nel Nord del Paese si ripopola dando riparo agli ultimi, ai migranti, grazie al coraggio di un vecchio sacerdote che conserva l’“odore delle pecore”. Sempre dall’Italia del Nord vengono le storie di “Io solo lì” (2011) e “La prima neve” (2013) di Andrea Segre, narrazioni tra pregiudizi e integrazione. Ultimo, il bello e duro “Welcome” (2009) di Philippe Lioret, uno sguardo sul drammatico pellegrinaggio di migranti tra le coste della Francia e dell’Inghilterra. Tutti da vedere. (Sergio Perugini - Commissione nazionale valutazione film Cei)