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Rapporto Immigrazione: gli effetti economici e sociali della pandemia sulla popolazione straniera

14 Ottobre 2021 - Roma - I cittadini stranieri sono tra i gruppi sociali più esposti alla povertà, non solo economica ma anche educativa, relazionale e sanitaria. In tal senso – spiegano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nel Rapporto Immigrazione presentato questa mattina -  i dati della statistica ufficiale parlano chiaro: se negli anni di pre-pandemia la povertà assoluta nelle famiglie di soli stranieri si attestava al 24,4% (quasi un nucleo su quattro, secondo i parametri Istat, non arrivava a un livello di vita dignitoso), in tempi di Covid-19 il tutto è stato inevitabilmente esacerbato; oggi risulta povera in termini assoluti più di una famiglia su quattro (il 26,7%), a fronte di un’incidenza del 6% registrata tra le famiglie di soli italiani. Nel corso di un anno, l’incidenza è salita del +2,3%, portando il numero di famiglie straniere povere a 568 mila. Nonostante le difficoltà, tuttavia, i centri di ascolto e i servizi che hanno lavorato con regolarità anche durante il lockdown sono stati un numero superiore a quelli del 2019, pari a 2.663 (il 69% del totale), dislocati in 193 diocesi. Le schede individuali sono state complessivamente 211.233 (erano 191.647 nel 2019). Tra le persone aiutate i cittadini stranieri rappresentano il 52%, in valore assoluto pari a 106.416 individui. Le regioni che registrano le più alte percentuali di assistiti stranieri sono quelle dove si collocano le aree metropolitane, in particolare Toscana, Liguria, Emilia-Romagna, Lazio e Lombardia. In termini di cittadinanza, prevalgono le persone provenienti dal Marocco (18,5%) e dalla Romania (9,1%). In linea con gli anni precedenti, anche nel 2020 cala ulteriormente il peso dei cittadini europei, a fronte di un incremento di persone provenienti dall’Africa e dall’America Latina (in particolare dal Perù). A chiedere aiuto sono stati sia uomini che donne, pari rispettivamente al 50,7% e al 49,3%. L’età media degli assistiti si attesta a 40 anni per gli uomini e a 42 per le donne (tra gli italiani la media è invece di 52 anni). Alta risulta la quota di famiglie: tra gli immigrati sostenuti il 60,7% è infatti coniugato, per lo più con un partner convivente; il 74,1% dichiara di avere figli e il 52,5% di avere figli minori (tra gli italiani le percentuali risultano molto più basse). Alla base delle tante fragilità intercettate può annoverarsi senza dubbio il tema lavoro, condizionato negativamente dalla crisi sanitaria e dalle misure di restrizioni anti-contagio. Tra gli immigrati incontrati, dunque, è alta la quota di disoccupati (45,2% a fronte del 36,7% degli italiani), ma anche molto elevata è l’incidenza degli occupati (30,9% contro il 19,2% dei cittadini italiani). Questi dati sembrano dunque palesare da un lato le difficoltà dei cittadini stranieri a trovare un impiego, ma al tempo stesso le criticità connesse alla loro occupazione, spesso precaria, sotto-retribuita e irregolare, non sempre in grado di preservare dal rischio povertà. Spiccano i casi di povertà economica, sperimentati dal 79% dell’utenza straniera. Seguono i problemi connessi al lavoro. La terza forte criticità è rappresentata dalla questione abitativa, che risulta molto più accentuata tra gli stranieri rispetto agli italiani (23% a fronte del 15%). Tra gli stranieri pesano, poi, come prevedibile i bisogni collegati alla condizione di migrante: fragilità legate ad aspetti amministrativi o burocratici (32,3%), all’irregolarità giuridica (22%), allo status di richiedente asilo (15%) e di rifugiato (10%). Non irrisoria anche la percentuale di coloro che hanno problematiche connesse all’istruzione, quindi per lo più problemi linguistici (80%) e di analfabetismo (9%) o problemi di salute. Le Chiese locali si sono mobilitate per istituire fondi diocesani di solidarietà a supporto delle famiglie o a sostegno dei tanti piccoli commercianti e lavoratori autonomi in difficoltà.

Rapporto Immigrazione: l’impatto della pandemia sulle condizioni lavorative dei cittadini stranieri

14 Ottobre 2021 -     Roma - La condizione occupazionale dei lavoratori stranieri già presenti in Italia ha subito un forte contraccolpo a causa della pandemia, sia per la chiusura di molte attività lavorative in settori con un’importante incidenza di cittadini stranieri sia per la prosecuzione di altre, essenziali per il soddisfacimento di necessità primarie, e da svolgere necessariamente in presenza, che hanno comunque esposto i cittadini stranieri o al rischio di sfruttamento lavorativo o a quello di infezione da Covid-19. Lo scrivono oggi Caritas Italiana e Fondazione Migrantes nel Rapporto Immigrazione 2021 presentato questa mattina a Roma. A questo si aggiunge la più alta probabilità dei cittadini stranieri di detenere tipologie contrattuali più precarie e dunque più legate al rischio del mancato rinnovo contrattuale. Ciò ha incentivato le disuguaglianze preesistenti, riducendo l’efficacia degli interventi operati dal governo. Il tasso di disoccupazione dei cittadini stranieri (13,1%) è superiore a quello dei cittadini italiani (8,7%), mentre il tasso di occupazione degli stranieri (60,6%) si è ridotto più intensamente, tanto da risultare inferiore a quello degli autoctoni (62,8%). Le donne immigrate hanno sofferto la crisi molto di più dei loro omologhi di sesso maschile, con una riduzione del tasso di occupazione due volte maggiore. Più colpiti gli occupati in alberghi e ristoranti (25,2% degli Ue e 21,5% degli extra-Ue) e altri servizi collettivi e personali (27,6 % degli Ue e 25,2% degli extra-Ue). C’è inoltre una quota rilevante di lavoratori, che nel 2020 ha superato i 2 milioni di persone (+10,9% dal 2019), che è incerta sul proprio futuro al punto tale da ritenere di poter perdere il proprio impiego. Ma mentre per gli italiani il timore di incorrere in un evento infausto si riduce parallelamente all’aumentare del livello di istruzione – confermando come il possesso di competenze più elevate fornisca una maggiore sicurezza dinanzi al manifestarsi di rischi – questo non accade tra gli stranieri extracomunitari. La quota di lavoratori extra-Ue laureati che nutrono timori sulla propria condizione professionale (15,0%) è addirittura maggiore non solo dei diplomati (13,1%), ma anche di chi ha al più la licenza media (14,7%). In questo caso il titolo di studio non costituisce una garanzia di stabilità occupazionale, probabilmente in ragione del fatto che anche chi ha elevate competenze svolge mansioni a bassa specializzazione. A completare il quadro del 2020, i dati sugli infortuni e le morti sul lavoro attestano quanto si accennava all’inizio: la maggiore esposizione di lavoratori di determinati settori al rischio contagio. Quanto agli infortuni collegati al Covid, dall’inizio della pandemia al 31 marzo 2021, l’Inail riporta 165.528 denunce. Il 69,3% dei contagi ha interessato le donne, il 30,7% gli uomini. La componente femminile supera quella maschile in tutte le regioni ad eccezione di Sicilia, Campania e Calabria. L’età media dall’inizio dell’epidemia è di 46 anni per entrambi i sessi. Quanto alle nazionalità, i lavoratori contagiati provengono soprattutto da Romania (21,0%), Perù (13%), Albania (8,1%), Moldavia (4,5%) ed Ecuador (4,2%). È lecito desumere molte situazioni abbiano riguardato donne impiegate nei servizi domestici e di cura alla persona contagiatesi all’interno dei nuclei familiari datoriali. Se gli infortuni sono complessivamente diminuiti, le morti sul lavoro sono invece aumentate: +27,6% dall’anno precedente (da 1.205 a 1.538) ed oltre un terzo dei suddetti decessi, rileva l’Inail nella Relazione annuale del Presidente (luglio 2021), sono stati causati dal Covid19. Dei 1.538 esiti mortali, 224 hanno riguardato cittadini stranieri (14,6%) e, in particolare (70% dei casi), cittadini extracomunitari. Per concludere la panoramica sul mercato del lavoro, va ricordato un positivo dato in controtendenza, ovvero la costante crescita del numero degli imprenditori nati all’estero, che pur nell’anno della pandemia sono cresciuti del +2,3% a fronte della sostanziale stasi degli italiani (-0,02%). Per quanto riguarda i Paesi d’origine, nel 2020 la Cina si conferma il primo Paese (75.906), in lievissima crescita rispetto all’anno precedente (+0,5%). Anche Romania e Marocco contano più di 70 mila imprenditori. Sommate assieme, queste tre nazionalità arrivano a quasi il 30% di tutti gli imprenditori nati all’estero. Gli aumenti più significativi sono stati registrati dalle nazionalità dell’Est Europa, in particolare Romania, Albania, Moldavia e Ucraina; seguite da Nigeria e Pakistan. Rallenta invece la crescita di imprese con titolari indiani e dal Bangladesh, protagoniste di un grande picco di crescita nell’ultimo decennio.    

Rapporto Immigrazione: il quadro in Italia fra calo della popolazione e limitazioni alla mobilità

14 Ottobre 2021 - Roma - La tendenza alla progressiva diminuzione della popolazione italiana, già evidenziata nelle precedenti edizioni del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, inizia a coinvolgere nel 2021 anche la popolazione di origine straniera, che è passata dai 5.306.548 del 2020 agli attuali 5.035.643 (-5,1%). La diminuzione complessiva della popolazione in Italia è ancora più cospicua (-6,4%), attestandosi sui 59.257.600, che corrispondono a 987 mila residenti in meno rispetto all’anno precedente. Anche i movimenti migratori hanno subito una drastica riduzione (-17,4%). In particolare, rispetto al confronto con gli stessi 8 mesi del quinquennio 2015-2019 si è registrata una flessione del -6% per i movimenti interni, tra comuni, e del -42% e -12%, rispettivamente, per quelli da e per l’estero. Si comincia ad osservare, dunque, tramite gli indicatori demografici l’“effetto pandemia” che si è attestato in altri ambiti sociali. Si tratta di un effetto prodotto – spiegano i due organismi della Cei che hanno presentato l’edizione 2021 questa mattina a Roma -  dalla combinazione di molti fattori, fra cui – in primis – le morti causate dal virus, che in Italia hanno toccato una delle cifre più alte in Europa e nel Mondo (128 mila in Italia a fine luglio 2021, su 4.095.924 morti totali, pari al 3,1% del totale mondiale). Quanto alla distribuzione territoriale dei cittadini stranieri residenti, prevale il Nord (58,5%), in particolare il Nord Ovest (34%). Il Nord Est e il Centro assorbono pressoché la medesima percentuale di popolazione straniera, intorno al 24,5%, mentre il Sud e le Isole rispettivamente appena il 12,1% e il 4,8%. Tutte le aree territoriali hanno subito un decremento dallo scorso anno: quello più consistente l’ha registrato il Centro (-7,5%); mentre quello più contenuto si è avuto nel Nord Est (-3,4%). Le prime 5 regioni nelle quali si attesta la maggior presenza di cittadini stranieri sono, come lo scorso anno, la Lombardia (nella quale risiede il 22,9% della popolazione straniera in Italia) seguita da Lazio, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Quanto alle prime 10 province prevale su tutte Roma, in cui risiede il 10% dei cittadini stranieri in Italia, seguita da Milano (9,2%) e Torino (4,2%). L’incidenza della popolazione straniera sul totale si attesta sull’8,5%, con punte che superano notevolmente la media nazionale in alcune province, come ad esempio Prato (19%), Milano, Piacenza e Modena (tutte intorno al 14%). La presenza femminile caratterizza in maniera prevalente la popolazione straniera residente (51,9% del totale) e per alcune nazionalità in modo ancora più marcato, sfiorando l’80% fra i soggiornanti provenienti dall’Ucraina, dalla Georgia e da diversi Paesi dell’Est Europa.Quanto ai titolari di permesso di soggiorno ed i motivi, il Ministero dell’Interno riporta un totale di 3.696.697 cittadini stranieri, la maggior parte dei quali in possesso di permesso di soggiorno per motivi di famiglia (48,9% del totale, +9,1% rispetto al 2019), seguiti da quelli per lavoro (43,4% e +12,1% dal 2019). La terza tipologia continua ad essere rappresentata dai motivi di protezione internazionale (5,0%), comprese le forme di tutela speciale o ex umanitaria. Questi permessi hanno segnato un decremento dal 2019 (-5,6%), certamente attribuibile alla chiusura degli arrivi dall’estero, degli sbarchi e degli attraversamenti dei confini, decretata dai provvedimenti governativi per il contenimento dell’infezione da Covid-19. Anche i permessi di soggiorno destinati ai minori non accompagnati che vengono rintracciati sul territorio e ai neomaggiorenni sono diminuiti, passando dai quasi 18 mila del 2019 ai 3.774 del 2020. Le limitazioni stabilite dalle misure governative per il contenimento della pandemia ha prodotto effetti anche sulle attività di contrasto all’immigrazione irregolare: i provvedimenti in oggetto sono passati da oltre 40 mila a circa 26.500 (-35,7%). Nel dettaglio, i respingimenti alla frontiera nel 2020 hanno riguardato 4.060 persone (la metà circa del 2019); le espulsioni sono state 22.869 e i trattenimenti nei Centri per il rimpatrio 4.387 (in calo del 30% circa dal 2019).  

Rapporto Immigrazione: dedicato alla pandemia la XXX edizione

14 Ottobre 2021 -   Roma - La pandemia da Sars Cov 19, lo sappiamo, ha prodotto una serie di effetti negativi in ampi ambiti della vita individuale e collettiva della popolazione mondiale. Nell’edizione che celebra i 30 anni della pubblicazione del Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, che è stato predentato questa mattina a Roma, si analizza in particolare l’impatto che il virus e le misure adottate per il suo contenimento e per la ripresa delle attività economico-sociali hanno avuto sulle vite dei cittadini stranieri che vivono in Italia, in riferimento ad importanti indicatori quali, fra gli altri, le tendenze demografiche e i movimenti migratori, la tenuta occupazionale, i percorsi scolastici dei minori e la tutela della salute. Presi in esame anche anche altri aspetti sociali, forse “meno eclatanti”, come sottolineano Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, ma che hanno subito “contraccolpi altrettanto gravi, come la sfera religiosa ed emotiva individuale, lo scivolamento nel cono d’ombra di migliaia di persone che le misure di lockdown hanno reso più invisibili (ad esempio, le vittime di violenza e di sfruttamento), senza che questo silenzio fosse dissolto dall’interesse dei media”.

Il cammino è anche digitale

14 Ottobre 2021 - Roma - Il Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia ha anche un ambiente digitale. È on line il sito www.camminosinodale.net che accompagnerà l’intero percorso, articolato in tre fasi – narrativa, sapienziale e profetica – dal 2021 al 2025. L’immagine della testata esprime il senso del progetto: le cattedrali delle diocesi italiane sono unite graficamente a formare un’unica cupola, su di esse si snoda una strada tracciata da tanti volti. Il rimando è al Concilio Vaticano II e, in modo particolare, alla Costituzione Gaudium et Spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (n.1). Il sito offrirà nel tempo tutti gli strumenti testuali e video per l’animazione sul territorio e, allo stesso tempo, cercherà di puntare a uno stile di comunicazione integrato, integrale e inclusivo. Integrato, perché la visione ecclesiale non continui a essere letta e interpretata in settori distinti; integrale, perché si è parte di una grande comunità; inclusivo, perché nessuno deve essere escluso dalle comunità. Nella memoria di quanto vissuto fino ad oggi – e la tabella al centro del sito lo rappresenta efficacemente – si dipana l’orizzonte futuro. (Vincenzo Corrado)

Viminale: al via la procedura per ulteriori 3mila posti nella rete Sai per ospitare nuclei familiari afghani

13 Ottobre 2021 -
Roma - È stato dato avvio, dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno, alla procedura per l’ampliamento della rete Sai (Sistema di accoglienza ed integrazione) di 3.000 posti per l’accoglienza di nuclei familiari conseguente alla crisi politica in Afghanistan. Ne dà notizia il Viminale spiegando che è stata pubblicata on line la comunicazione agli enti locali circa la possibilità di richiedere un aumento dei posti. “Per poter, quindi, disporre dei nuovi posti in favore dei nuclei familiari dei cittadini afghani evacuati – viene spiegato –, gli enti interessati potranno inviare le relative domande in due tranche: la prima a seguito della valutazione delle domande degli enti locali inoltrate entro il 5 novembre prossimo; la seconda a seguito della valutazione delle restanti domande, pervenute entro il termine finale fissato nel 26 novembre 2021”. Il Viminale ricorda anche che, a tale fine, è stato previsto un incremento della dotazione finanziaria del Fondo nazionale per le Politiche ed i servizi dell’asilo pari a 11.335.320 euro per l’anno 2021 e 44.971.650 euro per ciascuno degli anni 2022 e 2023.

Viminale: da inizio anno sbarcate 48.987 persone migranti sulle coste italiane

13 Ottobre 2021 -
Roma - Sono  48.987 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane dall'inizio dell'anno.  Di questi 13.610 sono di nazionalità tunisina (28%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (6.226, 13%), Egitto (5.069, 10%), Costa d’Avorio (3.002, 6%), Iran (2.824, 6%), Iraq (1.953, 4%), Guinea (1.888, 4%), Eritrea (1.709, 3%), Marocco (1.592, 3%), Sudan (1.551, 3%) a cui si aggiungono 9.563 persone (20%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Mons. Gintaras Linas Grušas: nostra responsabilità è aiutare coloro che arrivano alle nostre porte e provvedere ai loro bisogni umani fondamentali.

13 Ottobre 2021 - Roma – “La mia famiglia ha vissuto varie forme di migrazione. Mio padre è stato nei campi profughi durante e dopo la seconda guerra mondiale, ma non potendo tornare a casa dopo la fine del conflitto finì per andare negli Stati Uniti. Mia madre e mia sorella rimasero in Lituania, senza sapere nulla della situazione di mio padre per quasi 12 anni. Alla fine, attraverso i canali diplomatici, riuscirono a riunirsi dopo 17 anni, e mia madre e mia sorella ricevettero il permesso di lasciare l’Unione Sovietica per riunire la famiglia. Il dramma umano e familiare che vivono oggi i rifugiati non è lontano da quello di molte famiglie lituane, poiché molti fuggirono in Occidente durante la guerra, mentre molti altri furono deportati in Siberia”. Lo dice, in una intervista al quotidiano “Avvenire” mons. Gintaras Linas Grušas, arcivescovo di Vilnius, neo  presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). Nato a Washington da profughi lituani (scampati prima al nazismo e poi al comunismo) la famiglia si era poi trasferita in California. Prima di entrare in seminario e all’Università Francescana di Steubenville (contea di Jefferson, Ohio), si è laureato in Matematica e Scienze dell’Informazione alla Ucla di Los Angeles, per lavorare come consulente tecnico all’Ibm. Da sacerdote ha scelto di tornare in Lituania, che con l’80% di battezzati è il Paese baltico con la maggiore presenza di cattolici. Per il vescovo ora di nuovo il movimento dei rifugiati ha toccato la Lituania, “questa volta con altre persone che giungono ai nostri confini spinti da varie situazioni”. L’arcivescovo di Vilnius evidenzia che gli Stati hanno “la responsabilità di governare le loro frontiere, di assicurare la pace e la sicurezza, di fermare il traffico di esseri umani, che a volte può nascondersi sotto lo sfruttamento della migrazione, ma è nostra responsabilità aiutare i nostri fratelli e sorelle che arrivano alle nostre porte e provvedere ai loro bisogni umani fondamentali. Come l’uomo trovato sul ciglio della strada nel Vangelo, anche noi dobbiamo riconoscere che i migranti sono davvero il nostro prossimo e dobbiamo agire con misericordia e amore per il prossimo”.  

Migrantes: aperto l’incontro della Consulta nazionale per le Migrazioni

13 Ottobre 2021 - Roma – Si è aperta con saluto di don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes, la Consulta Nazionale per le Migrazioni dell’Organismo pastorale dalla Cei. E’ seguita una breve  relazione del presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, mons. Gian Carlo Perego, sul cammino sinodale della Chiesa italiana. Tra i temi al centro dell’incontro il cammino delle comunità linguistiche in Italia alla presenza dei Coordinatori etnici nazionali, il prossimo Corso di formazione per gli operatori pastorali dello Spettacolo Viaggiante che si svolgerà a Padova dal 17 al 19 novembre e un approfondimento sugli studenti universitari in Italia e l’implementazione dei corridoi universitari affidato a Maurizio Certini, direttore del Centro Studenti Internazionali “Giorgio La Pira” di Firenze. La celebrazione eucaristica sarà presieduta dall’ex presidente della Fondazione Migrantes, il vescovo ausiliare di Roma, mons. Guerino Di Tora. I membri della Consulta, in rappresentanza di tutte le regioni italiane, parteciperanno domani alla presentazione del Rapporto Immigrazione realizzato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes.

Mediterraneo 15 i corpi recuperati dal naufragio

13 Ottobre 2021 -

Milano - Nuova tragedia dell’immigrazione al largo della Libia. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha dato notizia di 15 morti tra i quasi 200 migranti che si trovavano a bordo di due imbarcazioni salpate da Zuara e Al-Khoms. I corpi sono stati trasferiti alla Base navale di Tripoli, dove sono stati assistiti i 177 sopravvissuti, si legge in un tweet. «Avevamo più volte segnalato la barca in difficoltà con 105 persone. Però le autorità libiche ci hanno messo dieci ore per raggiungerla vicino alla costa.

Almeno 15 persone sono morte. Siamo tristi e arrabbiati», afferma Alarm Phone.

Ma da Tripoli la Marina reagisce sostenendo di essere intervenuta tempestivamente.

Nella capitale la tensione resta alta. L’uso della forza «non necessario e sproporzionato» da parte della sicurezza libica contro i migranti africani, alcuni dei quali sono stati uccisi mentre cercavano di fuggire dai centri di detenzione, è stato denunciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha chiesto un’indagine sulle violenze. Durante le operazioni, ha spiegato la portavoce delle Nazioni Unite, Marta Hurtado, durante una conferenza stampa a Ginevra, ci sono stati «omicidi e lesioni gravi», sottolineando inoltre «un aumento delle detenzioni in condizioni spaventose, nonché l’espulsione di individui verso Paesi dell’Africa subsahariana senza un giusto processo». L’1 ottobre, uomini del ministero dell’Interno libico hanno fatto irruzione in un insediamenti di migranti e richiedenti asilo, arrestando, sparando e picchiando coloro che opponevano resistenza.

Rom e sinti: un rapporto sui campi in Italia

13 Ottobre 2021 - Roma - Dopo 30 anni di politiche etniche ghettizzanti, in Italia ci sono le condizioni per superare la formula dei campi rom che producono solo marginalità e violazioni dei diritti. In cinque anni il 37% dei rom è uscito autonomamente dalle baraccopoli, gli insediamenti formali sono calati da 148 a 109, numerosi comuni hanno eliminato i campi creando soluzioni alternative. È la buona notizia del 6° Rapporto di Associazione 21 luglio sull’emergenza abitativa dei rom in Italia. I rom nelle baraccopoli - autorizzate o no erano 28mila nel 2016, sono calati a 17.800 quest’anno. Di questi, 11.300 sono nei 109 insediamenti formali, altri 6.500 in campi informali (erano 10 mila), spesso esito di sgomberi. Diverse la cause del calo: «Le nuove generazioni che intraprendono percorsi di fuoriuscita autonomi, lo stato di degrado insostenibile di alcuni mega-insediamenti, il processo virtuoso di alcune amministrazioni, gli sgomberi che hanno indirizzato le comunità in insediamenti informali o occupazioni». Molti rom romeni con la pandemia sono tornati in patria, giudicata più sicura sotto il profilo sanitario. «L’Italia sta andando verso il superamento dei campi rom, nonostante alcuni fallimenti. Probabilmente - dice il presidente di Associazione 21 luglio Carlo Stasolla - siamo a una situazione di non ritorno». L’ultimo nuovo campo rom comunale fu inaugurato ad Afragola (Napoli) nel 2018. «Alcuni sindaci ancora operano sgomberi forzati - spiega - senza prevedere alternative. Sono fallimenti delle politiche comunali, provocati da mancanza di volontà o da incapacità». Il risultato? «Sperpero di fondi, violazioni di diritti, marginalizzazione». Il decreto 17 del 2020, convertito nelle legge 27/2020, ha stabilito una moratoria durante la pandemia delle esecuzioni di sgombero. Diversi comuni poi hanno intrapreso negli ultimi anni percorsi di superamento dei campi rom: Moncalieri, Torino, Sesto Fiorentino, Palermo, Ferrara, Siracusa, Olbia e altri ancora. Per la 21 luglio il superamento dei campi rom «deve abbandonare l’approccio etnico delle leggi ad hoc e delle politiche speciali, affrontando il problema dell’emergenza abitativa senza distinzioni etniche. Riguarda circa 50 mila persone tra rom, immigrati e italiani».  

Viminale: da inizio anno sbarcate 48.546 persone migranti sulle coste italiane

12 Ottobre 2021 - Roma - Sono 48.546 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 13.505 sono di nazionalità tunisina (28%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (6.226, 13%), Egitto (5.069, 10%), Costa d’Avorio (3.002, 6%), Iran (2.824, 6%), Iraq (1.953, 4%), Guinea (1.888, 4%), Eritrea (1.709, 4%), Marocco (1.592, 3%), Sudan (1.551, 3%) a cui si aggiungono 9.227 persone (19%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina.

Cei: i testi approvati dal Consiglio Episcopale Permanente

12 Ottobre 2021 -
Roma - Un Messaggio ai presbiteri, ai diaconi, alle consacrate e consacrati e a tutti gli operatori pastorali e una Lettera alle donne e agli uomini di buona volontà sono i due testi approvati dal Consiglio Episcopale Permanente e disponibili da oggi sul sito del Cammino sinodale: www.camminosinodale.net.
«Le nostre Chiese in Italia – spiegano i Vescovi nel Messaggio - sono coinvolte nel cambiamento epocale; allora non bastano alcuni ritocchi marginali per mettersi in ascolto di ciò che, gemendo, lo Spirito dice alle Chiese. Siamo dentro le doglie del parto. È tempo di sottoporre con decisione al discernimento comunitario l’assetto della nostra pastorale, lasciando da parte le tentazioni conservative e restauratrici e, nello spirito della viva tradizione ecclesiale – tutt’altra cosa dagli allestimenti museali – affrontare con decisione il tema della “riforma”, cioè del recupero di una “forma” più evangelica; se la riforma è compito continuo della Chiesa (“semper purificanda”: Lumen Gentium 8), diventa compito strutturale, come insegna la storia, ad ogni mutamento d’epoca».
Il Cammino sinodale è, dunque, un processo che vuole aiutare a «riscoprire il senso dell’essere comunità, il calore di una casa accogliente e l’arte della cura». «Sogniamo una Chiesa aperta, in dialogo. Non più “di tutti” ma sempre “per tutti”», scrivono i Vescovi nella Lettera indirizzata alle donne e agli uomini di buona volontà: «Tu che desideri una vita autentica, tu che sei assetato di bellezza e di giustizia, tu che non ti accontenti di facili risposte, tu che accompagni con stupore e trepidazione la crescita dei figli e dei nipoti, tu che conosci il buio della solitudine e del dolore, l’inquietudine del dubbio e la fragilità della debolezza, tu che ringrazi per il dono dell’amicizia, tu che sei giovane e cerchi fiducia e amore, tu che custodisci storie e tradizioni antiche, tu che non hai smesso di sperare e anche tu a cui il presente sembra aver rubato la speranza, tu che hai incontrato il Signore della vita o che ancora sei in ricerca o nell’incertezza…».
Insieme ai due testi, è stato diffuso il crono-programma che si distende per l’intero quinquennio 2021-2025, con tutte le tappe del Cammino sinodale.
Si inizierà con il biennio dell’ascolto (2021-2023), ovvero con una fase narrativa che raccoglierà in un primo anno i racconti, i desideri, le sofferenze e le risorse di tutti coloro che vorranno intervenire; nell’anno seguente invece ci si concentrerà su alcune priorità pastorali. Seguirà una fase sapienziale, nella quale l’intero Popolo di Dio, con il supporto dei teologi e dei pastori, leggerà in profondità quanto emerso nelle consultazioni capillari (2023-24). Un momento assembleare nel 2025, da definire, cercherà di assumere alcuni orientamenti profetici e coraggiosi, da riconsegnare alle Chiese nella seconda metà del decennio. Tutti gli eventi si inseriscono nel percorso quale espressione di una Chiesa che si apre e che dialoga.

“L’inclusione possibile”: oggi a Piacenza un convegno promosso da Univ. Cattolica e Rfki

12 Ottobre 2021 - Roma - Oggi, martedì 12 ottobre si terrà all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza il convegno “L’inclusione possibile”: dopo la presentazione della pubblicazione curata dall’European Center on Cooperative and Social Enterprises (Euricse) “Accoglienza ed inclusione di richiedenti asilo, rifugiati e migranti in Italia. Sfide e dinamiche evolutive”, si ragionerà di inclusione nel corso di una tavola rotonda coordinata dal direttore di Vita Stefano Arduini, che vedrà gli interventi di Laura Zanfrini della Fondazione Ismu-Università Cattolica del Sacro Cuore, Cristina De Luca di Iprs, Gianluca Salvatori di Fondazione Italia Sociale, Matteo Boaglio di Intesa Sanpaolo e Daniele Frigeri di Cespi. Le conclusioni saranno curate da Federico Moro, segretario generale di Robert F. Kennedy Human Rights Italia, e dalla preside della Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Annamaria Fellegara. La pubblicazione di Euricse è frutto di due anni di collaborazione tra il Robert F. Kennedy Human Rights Italia (Rfki), Euricse, Cespi, Università Cattolica, Fondazione Italia sociale, l’Istituto psicoanalitico delle ricerche sociali (Iprs) e Intesa Sanpaolo, nonché di molte realtà italiane che si occupano di accoglienza ed inclusione che il 25 ottobre 2019 hanno partecipato a un convegno organizzato da Rfki presso la sede di Milano dell’Università Cattolica per raccontare sfide e dinamiche dell’accoglienza in Italia. Nei due anni trascorsi dal convegno, caratterizzati da uno scenario sociale ed economico fortemente mutato dalla pandemia, esperti, ricercatori e operatori hanno raccontato buone pratiche, evidenziando come quello dell’accoglienza e dell’inclusione sia spesso un volano per molti comparti produttivi del Paese. Oggi, anche di fronte ai dati degli sbarchi in Italia pubblicati dal Ministero degli Interni che indicano 47.959 arrivi – di cui 6.883 minori – al 4 ottobre 2021, contro i 24.500 del 2020, è necessaria una nuova riflessione. Attraverso la presentazione di politiche e pratiche innovative di accoglienza e inclusione di migranti richiedenti asilo e rifugiati in Italia, il convegno sarà l’occasione per raccogliere le riflessioni e raccomandazioni rivolte ai principali stakeholder istituzionali da parte di autorevoli esperti sul tema in ottica multidisciplinare.    

Bari: adesso ha una lapide la ragazza nigeriana morta nel rogo del ghetto di Borgo Mezzanone

12 Ottobre 2021 - Bari –  Una lapide nel cimitero di Bari per ricordare la giovane donna, di origini nigeriane, deceduta il 4 febbraio dello scorso anno a causa di un rogo nel ghetto di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. Un dramma infinito sullo sfondo del caporalato che si annida in maniera subdola e inquietante nei campi della Capitanata e in altre parti della Puglia, dove spesso lo sfruttamento di braccia umane annienta la dignità di chi lavora duramente senza avere alcuna tutela legale e contrattuale. La ragazza, mai identificata a causa delle ustioni riportate sul 90% del corpo, morì dopo atroci sofferenze nel Policlinico di Bari alcune ore dopo l’incendio. La Fai, federazione agroalimentare della Cisl, che fin dall’inizio seguì l’iter delle indagini sull’accaduto, ha deciso onorare la sua memoria chiamandola idealmente col nome di 'Hope', a simboleggiare la speranza che tragedie di questo genere non accadano più. La cerimonia si è tenuta alcuni giorni fa, con un momento di preghiera e un riconoscimento rappresentativo per omaggiare tutti gli 'invisibili' e gli sfruttati. «Quella ragazza nigeriana è il simbolo di una sconfitta che ci riguarda tutti – ha sottolineato il segretario generale della Fai Cisl nazionale, Onofrio Rota –. Abbiamo voluto idealmente chiamarla Hope, un nome diffuso in Nigeria e che in lingua inglese vuol dire speranza. Non possiamo più tollerare che chi è mosso verso il nostro Paese dal sogno di una vita migliore trovi la morte nel degrado delle baraccopoli, vittima della violenza, dell’emarginazione, dell’oblio. Come sindacato dei braccianti della terra – ha proseguito Rota – ci battiamo ogni giorno per i diritti e l’inclusione sociale, ma casi come questo ci ricordano che serve anche una presa di posizione forte delle istituzioni, delle imprese e di tutta la cittadinanza ». La lapide è stata deposta nel campo 13, fila 49, fossa 13, cippo 953. Alla cerimonia hanno partecipato, con i rappresentanti della Cisl e della Fai, don Vito Piccinonna, direttore della Caritas diocesana di Bari-Bitonto, Said Emori, della comunità islamica, autorità civili e militari, la comunità nigeriana e diverse associazioni di volontariato. Un momento commovente di memoria collettiva e di nuovo monito affinché simili episodi non abbiano più a ripetersi. (Nicola Lavacca - Sir)

Rosario per l’Italia: domani dal Nevegal con mons. Marangoni

12 Ottobre 2021 - Roma - Nuovo appuntamento per “Prega con noi”. Tv2000 e radio inBlu2000 invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a recitare insieme il Rosario. Domani alle 20.50 la preghiera, trasmessa anche su Facebook andrà in onda dal Santuario Maria Immacolata del Nevegal, guidata dal vescovo di Belluno-Feltre, mons. Renato Marangoni. Ad accompagnare la meditazione sui misteri, testi di Albino Luciani- Giovanni Paolo I.

Viminale: da inizio anno sbarcate 48.418 persone migranti sulle coste italiane

11 Ottobre 2021 -
Roma - Sono 48.418 le persone migranti sbarcate sulle coste italiane da inizio anno. Di questi 13.493 sono di nazionalità tunisina (28%), sulla base di quanto dichiarato al momento dello sbarco; gli altri provengono da Bangladesh (6.226, 13%), Egitto (5.069, 10%), Costa d’Avorio (3.002, 6%), Iran (2.824, 6%), Iraq (1.953, 4%), Guinea (1.888, 4%), Eritrea (1.709, 4%), Marocco (1.592, 3%), Sudan (1.551, 3%) a cui si aggiungono 9.111 persone (19%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni, considerati gli sbarchi rilevati entro le 8 di questa mattina. Fino ad oggi, sempre secondo i dati del Viminale, sono stati 7.057 i minori stranieri non accompagnati ad aver raggiunto il nostro Paese via mare.

Ampliamento rete Sai: pubblicato in GU il decreto legge 

11 Ottobre 2021 -

Roma - “La risposta concreta che attendevamo e che consentirà ai territori di attivare i corretti percorsi di integrazione, con risorse e strumenti adeguati". Così Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci alle politiche migratorie, commenta la pubblicazione in GU del Decreto di ampliamento della rete Sai. 3000 posti per nuclei familiari, che consentiranno di accogliere adeguatamente le famiglie afghane giunte in Italia a seguito degli avvenimenti di quest'estate. "Un ringraziamento alla ministra Lamorgese, che ha dato seguito agli accordi assunti in sede politica" aggiunge Biffoni.

“Si rimette opportunamente al centro del sistema la rete dei Comuni, spostando risorse dal sistema emergenziale a quello ordinario, come prevede la legge - prosegue il delegato Anci. - È un primo passo significativo verso un ampliamento ulteriore che potrà essere portato avanti nei prossimi mesi, nell'ambito della legge di bilancio, per andare verso una graduale sostituzione dei centri di emergenza con centri stabili, di piccole dimensioni, integrati nelle politiche di welfare territoriale"​.

Il muro anti-migranti, vescovi europei: Stati rispettino la dignità di chi parte

11 Ottobre 2021 - Roma - "Desidero esprimere la mia preoccupazione per la situazione dei migranti e dei richiedenti asilo in situazione di vulnerabilità la cui dignità umana e i diritti fondamentali dovrebbero essere rispettati". Così il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Commissione degli episcopati dell'Unione Europea (Comece), commenta all'agenzia Sir la lettera dei ministri dell'Interno di 12 Paesi membri dell'Ue per chiedere alla Commissione europea di finanziare la costruzione di muri ai confini esterni dell'Unione europea per bloccare l'ingresso di migranti. "Il loro diritto di chiedere asilo dovrebbe essere protetto e gli Stati dovrebbero rispettare il principio di non respingimento delle persone a rischio nel loro Paese d'origine", sottolinea Hollerich. Il presidente della Comece ribadisce che "essere europei" significa "anche mettere in pratica la solidarietà" e ricorda quanto affermato da papa Francesco nel suo messaggio del 2020 sull'Europa, "sogno un'Europa solidale e generosa. Un luogo accogliente ed ospitale, in cui la carità - che è somma virtù cristiana - vinca ogni forma di indifferenza e di egoismo". "Come vescovi dell'Unione Europea - aggiunge -, sosteniamo i crescenti sforzi di reinsediamento da parte degli Stati membri dell'Ue, della società civile e degli attori della Chiesa, e di creazione di percorsi legali e sicuri per i migranti, in modo da evitare che cadano nelle mani di reti criminali di contrabbandieri e trafficanti". "Nel contesto dei negoziati in corso sulla Proposta di Patto Ue su Immigrazione e asilo, invitiamo l'Unione Europea e i suoi Stati membri ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i richiedenti asilo, sostenendo una percezione e una narrazione positive dei migranti e delle loro famiglie", conclude Hollerich. La lettera datata 7 ottobre è stata inviata al vice presidente della Commissione Ue Margaritis Schinas, e alla commissaria agli Affari interni Ylva Johansson, ed è firmata dai ministri di Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia. I ministri scrivono: "Le barriere fisiche sembrano essere un'efficace misura di protezione che serve gli interessi dell'intera Ue, non solo dei Paesi membri di primo arrivo. Questa misura legittima dovrebbe essere finanziata in modo aggiuntivo e adeguato attraverso il bilancio Ue come questione urgente".    

La domenica del Papa: il vero volto di Dio “è amore e accoglienza”

11 Ottobre 2021 - Città del Vaticano - “Per la strada”, scrive Marco nel suo Vangelo. Lungo la strada che sale a Gerusalemme, percorsa da Gesù e dai suoi discepoli, avviene un incontro: un giovane ricco – “possedeva molti beni”, leggiamo nella pagina del capitolo 10 – gli corre incontro, si inginocchia e lo chiama “maestro buono”. Un giovane. Non ha un nome quell’uomo, è solo un tale ed è molto ricco. Tutto qui, il denaro si è mangiato il suo nome, per tutti è semplicemente il giovane ricco. Nel Vangelo altri ricchi hanno incontrato Gesù: Zaccheo, Levi, Lazzaro, Susanna, Giovanna. E hanno un nome perché il denaro non era la loro identità. Che cosa hanno fatto di diverso questi, che Gesù amava, cui si appoggiava con i dodici? Hanno smesso di cercare sicurezza nel denaro e l'hanno impiegato per accrescere la vita attorno a sé. È questo che Gesù intende: tutto ciò che hai donalo ai poveri. Più ancora che la povertà, la condivisione. Più della sobrietà, la solidarietà. Nella domenica in cui Francesco apre, in San Pietro, la XVI Assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi, un percorso che vedrà le chiese impegnate fino a ottobre 2023 – non una “convention ecclesiale”, o un “convegno di studi”, ma un cammino fatto di incontro, ascolto reciproco e discernimento - ecco che torna l’immagine del camminare, la strada. L’incontro avviene, come leggiamo in Marco, per la strada: Gesù “si affianca al cammino dell’uomo e si pone in ascolto delle domande che abitano e agitano il suo cuore”. In questo modo, afferma papa Francesco nell’omelia in San Pietro, “ci svela che Dio non alberga in luoghi asettici, in luoghi tranquilli, distanti dalla realtà, ma cammina con noi e ci raggiunge là dove siamo, sulle strade a volte dissestate della vita”. Se i padri conciliari, nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium, hanno voluto scrivere che la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, ecco l’Assemblea dei vescovi, dal titolo “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”, si pone lungo questa prospettiva perché fare Sinodo “significa camminare sulla stessa strada, camminare insieme”. In perfetto stile ignaziano, Francesco suddivide la sua riflessione – “un test sulla mia fede” – in tre diversi momenti, a partire dalla domanda del giovane: “che cosa devo fare per avere la vita eterna?”; e sottolinea, in primo luogo, l’aspetto commerciale della richiesta del giovane: “dover fare”, “per avere”. La religiosità del giovane, dice Francesco è “un dovere, un fare per avere; ‘faccio qualcosa per ottenere quel che mi serve’”. Ecco il “rapporto commerciale con Dio, il do ut des. La fede, invece, non è un rito freddo e meccanico, un ‘devo-faccio-ottengo’. È questione di libertà e di amore”. Se la fede, dice il Papa “è principalmente un dovere o una moneta di scambio, siamo fuori strada, perché la salvezza è un dono e non un dovere, è gratuita e non si può comprare. La prima cosa da fare è liberarci di una fede commerciale e meccanica, che insinua l’immagine falsa di un Dio contabile, un Dio controllore, non padre”. Il passo del Vangelo ci dice anche che Gesù prima ancora di chiamare alla sequela – “va', vendi quello che hai, dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi” – ama colui che invita a essere suo discepolo: “fissò lo sguardo su di lui, lo amò”. Il vero volto di Dio “è amore e accoglienza”. Ecco da dove “nasce e rinasce la fede: non da un dovere, non da qualcosa da fare o pagare, ma da uno sguardo di amore da accogliere”. Infine, dono e gratuità. Forse è quello che manca anche a noi, dice il vescovo di Roma. “Spesso facciamo il minimo indispensabile, mentre Gesù ci invita al massimo possibile. Quante volte ci accontentiamo dei doveri – i precetti, qualche preghiera e tante cose così – mentre Dio, che ci dà la vita, ci domanda slanci di vita”. “Una fede senza dono e gratuità è incompleta è una fede debole, ammalata. Potremmo paragonarla a un cibo ricco e nutriente a cui però manca sapore, o a una partita ben giocata ma senza gol”. Una fede “senza dono, senza gratuità, senza opere di carità alla fine rende tristi”. Non una cosa meccanica, non un “rapporto di divere o di interesse con Dio”, ma dono da alimentare “lasciandomi guardare e amare da Gesù”. (Fabio Zavattaro - Sir)