Papa Francesco: presentato il logo della visita in Kazakhstan
Roma - Gran lavoro, lo scorso fine settimana, per i trafficanti di uomini sulla rotta turca. Centinaia di arrivi sulle coste joniche calabresi, sia a Crotone sia a Roccella Jonica. Ma anche due approdi sulle coste pugliesi del Salento. Viaggi non facili, tutt’altro che 'rotta di lusso', come a volte si legge. Lo dimostravano i volti stanchi e la forte disidratazione delle 59 persone sbarcate domenica nel porto di Santa Maria di Leuca, la zona più a sud del 'tacco dello stivale'. Erano su un catamarano a vela intercettato al largo dalle motovedette della Guardia di finanza.
Sei palestinesi, 7 siriani, 26 iraniani, 18 iracheni, due dell’Azerbaijan, probabilmente gli scafisti. Tra loro 13 donne e 7 bambini. L’accoglienza è stata curata dalla Croce rossa e dalla Caritas diocesana di Ugento-Santa Maria di Leuca. «Siamo una comunità che non vuole restare indifferente agli sbarchi», ci spiega il direttore, don Lucio Ciardo. 24 ore prima, 70 immigranti erano sbarcati sulla costa a sud di Lecce, a Gagliano del Capo. Erano a bordo di un gommone avvistato al largo dagli uomini del Roan della Guardia di finanza di Bari. Gli immigrati sono di nazionalità benga-lese, afghana, iraniana, siriana, kuwaitiana, irachena e pachistana. Tra loro 14 minori e 8 donne. L’utilizzo di un gommone fa pensare alla presenza di una 'nave madre', già accaduto più volte proprio per gli sbarchi pugliesi, o alla partenza da porti più vicini, come quelli albanesi e montenegrini. È, infatti, quasi impossibile fare un viaggio di vari giorni su barche così piccole e poco sicure. Per questo la rotta turca si caratterizza per l’utilizzo di barche a vela. Come per gli ultimi sbarchi calabresi. Tre nel porto di Roccella Jonica. Venerdì una barca con 28 persone del Bangladesh, tutti uomini, tranne una donna. Sabato la Guardia costiera ha soccorso un’imbarcazione con 100 persone. Del gruppo facevano parte una mezza dozzina di donne e diversi minori, alcuni dei quali non accompagnati. Una volta raggiunta la barca, la Guardia costiera ha trasbordato i migranti sulla motovedetta. Domenica terzo sbarco di 50 profughi di varie nazionalità. Tra loro diverse donne e numerosi bambini e minori non accompagnati. Si trovavano a bordo di una barca a vela alla
deriva partita sei giorni prima dalla Turchia. Era a 107 miglia dalla costa calabrese e aveva lanciato alcune richieste di soccorso. Una volta raggiunta l’imbarcazione, la Guardia costiera, viste le brutte condizioni del mare, ha trasbordato i migranti. Martedì scorso, sempre a Roccella, erano sbarcate 244 persone, in questo caso provenienti dalla Cirenaica a bordo di un barcone, mentre una barca a vela con 71 persone (61 uomini, 10 donne delle quali 5 mino-ri), afghani, iracheni e iraniani, si era arenata sulla spiaggia di Brancaleone. Con questi arrivi è salito a 42 il numero degli sbarchi nella Locride nel 2022. Di questi, 35 a Roccella.
Non si ferma neanche l’esodo verso il Crotonese dove negli ultimi sette giorni sono arrivate più di 1.200 persone. Dopo le 430 di mercoledì scorso, tra venerdì e sabato sono arrivati 123 migranti soccorsi da Capitaneria di Porto e Finanza. Inoltre un centinaio di persone, sempre sabato, è stato trasbordato sulla motovedetta Cp 321 della Capitaneria di porto di Crotone da un veliero salpato dalla Turchia cinque giorni prima. Le operazioni di soccorso, avvenute a 10 miglia da Capocolonna, sono state coadiuvate da una petroliera maltese che ha protetto la barca a vela dal moto ondoso durante il trasbordo. (Antonio Maria Mira)
Foto RomenaRoma - Abdullah, David, Emmanuel, Happiness detto 'Felice', Joy, Raji detto Andò, compaiono e scompaiono tra le piante del grande frutteto. Raccolgono pesche. Rapidamente riempiono i cestelli e poi li caricano sul rimorchio di un piccolo trattore. Si muovono con facilità malgrado il terreno sconnesso. Hanno tutti le scarpe regolari da lavoro. Perché sono braccianti regolari, con contratto e orari regolari e presidi di sicurezza.
Siamo a Riesi (Caltanissetta), nei frutteti della Ecofarm OP, che produce pesche, albicocche e uva da tavola. Il 50% del fatturato dall’export. 10 dipendenti fissi e 300 stagionali, tra di loro 20 immigrati, di Somalia, Nigeria, Marocco e Pakistan, grazie alla collaborazione con la Caritas diocesana nell’ambito del Progetto Presidio e con l’Ufficio Migrantes. A disposizione anche un pullmino per trasportare i braccianti, guidato da uno di loro, togliendo uno degli 'affari' dei caporali. Non l’unica azienda coinvolta. Sono 80 gli immigrati inseriti nei percorsi lavorativi e 6 le aziende che li hanno assunti, più altre per i tirocini. A Delia, Riesi, San Cataldo e Santa Barbara. Non solo aziende agricole, c’è perfino una tipografia. E questo in appena un anno. Con gran soddisfazione dei lavoratori, italiani e immigrati, e delle aziende, come ci spiega Giuseppe Patrì, direttore di Ecofarm. «Li chiamano 'i ragazzi della diocesi', arrivano un’ora prima e partono un’ora dopo, hanno una volontà di ferro. Tra gli operai italiani c’era all’inizio scetticismo, ma poi i ragazzi africani hanno dimostrato di essere i più bravi». Ce lo dicono proprio quelli che incontriamo nel pescheto. «Joy è la più brava di tutti», indicando la giovane nigeriana che ci saluta mentre raccoglie le pesche. «Anche gli altri imprenditori non ci credevano ma ora mi chiamano e dicono 'non è che ci sono anche per noi?'». Anche perché, aggiunge, «i lavoratori diminuiscono, gli italiani non hanno voglia, ma non a causa del reddito di cittadinanza». Certo lo sfruttamento non è finito. «Chi li sfrutta fa concorrenza sleale. Io gli dico che stanno perdendo tempo perché poi gli operai se ne andranno. Invece qui da noi lavorano da anni, ormai sono riesini». Perché qui c’è rispetto per i lavoratori, per tutti.
Diversamente dalla Puglia, la Regione Sicilia non ha fatto un’ordinanza sugli orari da rispettare nei lavori in campagna, per evitare le ore più calde, «ma noi lo abbiamo fatto autonomamente – spiega l’imprenditore – e si lavora dalle 6 alle 13. Anche noi siamo nei campi con loro e sappiamo cosa vuole dire lavorare col caldo». Una scelta di giustizia convinta che viene da lontano. Rocco Patrì, il padre di Giuseppe, è stato fondatore ed è ancora presidente dell’associazione atiracket 'Noi e la Sicilia'. «Qui sanno che se arrivano a proporci cose illegali neanche li accogliamo». Non solo criminalità. Giuseppe denuncia l’esistenza di «un mare di agenzie interinali, anche del Nord, che con false cooperative propongono manodopera a non finire. Ma noi abbiamo sempre detto di no». Anche per questo sono diventati una garanzia per la grande distribuzione. La loro frutta finisce a Esselunga, Coop, Conad, Lidl che controllano la 'filiera etica'. Lo dimostra, mentre parliamo, l’arrivo di un’ispettrice della Lidl, incaricata di controllare il rispetto dei contratti e delle norme sulla sicurezza. Dentro i grandi capannoni decine di operai lavorano la frutta, con grandi mezzi e poi a mano per sistemarla negli imballaggi. Tutte donne, alcune straniere, tutte con i regolamentari abiti da lavoro. Ambienti ampi, puliti e arieggiati. È un bel segnale.
Ma non tutto è così nel Nisseno, raccontano Giulio Scarantino, responsabile del Progetto Presidio della Caritas e Donatella D’Anna, direttrice dell’Ufficio Migrantes. Ai due sportelli di ascolto si presentano ogni giorno 4-5 persone. «Quando si apre la stagione dei lavori in campagna, c’è la fila». Si distribuisco alimenti e prodotti di prima necessità. Ma si promuovono anche iniziative occupazionali come una sartoria e un laboratorio di sapone artigianale. «La migliore risposta allo sfruttamento è trovare opportunità di lavoro», sottolineano. Per questo è nata la collaborazione con le aziende agricole. Ma al di fuori lo scenario non cambia. «I braccianti sono pagati in nero 40 euro al giorno ma devono poi pagare il caporale per l’intermediazione e per il trasporto. E alla fine restano meno di 30 euro». Vivono nel centro storico di Caltanissetta, in vere e proprie topaie, in affitto o occupate. E anche qui c’è il 'mercato' delle false residenze: 250 euro l’una.
Contro tutto questo combatteva Adnan Siddique, il giovane pakistano ucciso a coltellate dai caporali nel 2020 per aver difeso i diritti dei braccianti. «Per noi è stato uno stimolo a fare di più, ma non è facile. La prima lotta è con gli sfruttati perché non riescono a capire. Vogliono i soldi subito anche se in nero, non sanno di essere sfruttati, non conoscono contributi né ferie. Per questo facciamo un corso sui diritti del lavoro». Le violenze non sono finite. «Un ragazzo è stato minacciato perché era venuto a lavorare con noi», rivelano gli operatori. Ma la preziosa collaborazione tra diocesi e imprese cresce. (A.M. Mira - Avvenire)
Nel cuore del mese di agosto, in quasi tutti i paesi e le città del nostro Paese, si celebra la festa dell’assunzione di Maria al cielo. Un mistero che ci dice qual è la nostra destinazione: ossia essere assunti con il nostro corpo risorto nel cielo di Dio.
Maria, la prima che ha creduto alla Parola del Signore, è la prima a entrare nel cielo di Dio con il suo corpo. Questa festa è celebrata da tutti i cristiani di tutte le confessioni, ovunque nel mondo. In Occidente la chiamiamo, appunto, Assunzione. In Oriente l’iconografia la trasmette con l’icona della 'Dormizione': gli apostoli circondano in preghiera la madre di Gesù 'addormentata' nel suo letto di morte (la morte dei credenti non è mai da sola, ma sempre circondata dalle presenze degli amici di Gesù). Gesù è raffigurato sopra di lei e tiene tra le sue mani una piccola Maria - quasi 'bambina'. Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Per tanti anni l’ho contemplata nel mosaico absidale della Basilica di Santa Maria in Trastevere. Ed è bello che la prima persona che transita direttamente al cielo di Dio, anima e corpo, sia l’anziana madre di Gesù: lei che ha inaugurato la storia della nostra fede e ospitato il Figlio del nostro riscatto, entra per prima, con un corpo risorto, nella pienezza del Regno.
Il corpo risorto vuol dire che non perderemo la sensibilità umana: al contrario, essa diventerà così pura, così profonda, così fine, da renderci capaci di intercettare direttamente la sensibilità di Dio per tutto il creato e per tutte le creature, dalle più piccole alle più emozionanti che abitano l’eterna fantasia dell’amore di Dio che genera e ispira da sempre i ritmi e i riti della vita che ha creato. E Maria è il simbolo reale del legame profondo della generazione e dell’ispirazione divina della vita con l’origine e la destinazione. In Gesù risorto questo legame irrevocabile abita per sempre l’intimità divina da cui proviene e la condizione umana nella quale si irradia. L’intera storia dell’uomo e quella dell’umanità, lungi dall’essere abbandonata al suo destino mortale, vi appare destinata al riscatto di ogni abbandono che la umilia, la ferisce, la perde: nell’anima e nel corpo.
La cultura moderna ci ha resi gelosi della nostra libertà di vivere: e persino di morire. Ma siamo anche diventati molto rassegnati al corto respiro del nostro modo di godere la vita. Possiamo chiamarlo disincanto, per dare un tono molto adulto e molto razionale a questo pensiero. Di fatto, da quando abbiamo abbassato il cielo dei nostri desideri restringendolo all’orizzonte del nostro io, anche la terra ci sembra più avara di vere soddisfazioni e di autentici entusiasmi. A ragione si parla di passioni tristi. Non sappiamo più stupirci del tanto che pure abbiamo e scoprire l’incanto che è ogni persona che nasconde il riflesso di Dio.
Ci affanniamo giustamente ad aggiustare la società e l’habitat per tanti individui, ma non crediamo più nella comunità e nel mondo che dovrebbero ospitare la fraternità di cui abbiamo bisogno e alla quale apparteniamo.
Dobbiamo chiederci se per caso non ci stiamo rassegnando a essere una sorta di colonia di insetti, certo, evoluti e ingegnosi. La società che stiamo costruendo rischia di avere paura della vita e diffidare della speranza.
Scopriamo di avere politiche da amministrazione di condominio, aspettative di vita giovanilistiche, distanze umilianti e in crescita: fra ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e bambini, mediatici e anonimi, onesti e furbi. Nello spaesamento dell’incertezza, cresce il fascino della chiusura in spazi ristretti e orizzonti chiusi e angusti
L’autoreferenzialità porta a ripiegarci su noi stessi e contagia le persone, i popoli e le culture, anche noi credenti: non di rado appariamo senza idee, senza parole, senza azioni che riaprano i cuori al senso della destinazione dell’esistenza nostra e del mondo. Come Maria troviamo forza facendo nostra la visione di Dio che si fa uomo per iniziare il suo Regno di amore, che sarà di tutto il popolo. La rassegnazione a un mondo ingiusto non è l’effetto – che ora diventa particolarmente visibile – di una certa depressione escatologica che affligge lo stesso cristianesimo?
Il mistero dell’Assunta ci ri-apre al cielo della nostra destinazione. Mercoledì scorso il Papa, riferendosi proprio alla nostra destinazione finale, ha affermato con efficacia: «Il meglio deve ancora venire ». Il cielo – che pure pensiamo pieno di santi rimane forse povero di Vita. E quindi poco attrattivo. Gesù quando parla del Regno lo descrive come un pranzo di nozze, una festa con gli amici, il lavoro che rende perfetta la casa, le sorprese che rendono il raccolto più ricco della semina. Tutto ciò lo iniziamo già sulla terra. Con il 'sì' di Maria a divenire la madre del Figlio. Con il nostro sì a farlo nascere e crescere in noi. Il Signore è «nato da Donna », scrive l’Apostolo. Come ogni essere umano: certo, la sua destinazione è il grembo di Dio; ma il rispetto per la qualità spirituale del grembo che l’ha portato da Dio a noi è la discriminante della qualità umana della nostra esistenza.
La donna comunica al corpo umano la sua sensibilità spirituale, fin dal concepimento, fin dalla gestazione. La donna che diventa madre non è una donna violata, consumata, di seconda scelta. La maternità deve apparire – ed essere trattata – come un valore aggiunto dell’autodeterminazione femminile, non come un uso e un abuso che le fa perdere valore. La società civile, la politica e tutta la comunità cristiana debbono impegnarsi a riconoscere il prestigio della maternità e il valore che la natalità rappresenta per i nostri tempi e per il Paese di cui siamo cittadini e cittadine. L’Assunta è Vergine e Madre, senza pregiudizio di entrambe. Il riscatto dall’attuale depressione escatologica della vita cristiana (e dell’umano che ci è comune) incomincia forse proprio da qui: da una madre che, proprio perché umile, ha saputo dire di sé: «grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente ». Il nostro Paese – il mondo – ha sempre più bisogno di grandi visioni e di uomini e donne umili che se ne lasciano appassionare e non hanno paura di donare la vita per trovarla. ( card. Matteo Maria Zuppi - presidente della Cei)
Edirne - Quaranta chilometri di cammino solo con i calzini ai piedi, senza le scarpe, sottratte oltrefrontiera durante il respingimento. Nessuno le ha più ridate a Yassine, cittadino tunisino di 49 anni, né agli altri che con lui avevano tentato di attraversare illegalmente il confine turco per entrare in Bulgaria. Intercettati e ricacciati indietro, hanno patito dalla polizia bulgara il trattamento che da anni i richiedenti asilo vanno descrivendo. Da aprile Yassine ci ha provato tre volte. In tutte e tre è stato picchiato. Ora negli occhi ha l’espressione di chi non si spiega tanta violenza, incredulo che quella sia l’Europa. «Potrebbero dirci che siamo illegali e che perciò non ci fanno passare, ma che bisogno c’è di picchiare la gente? Perché farla spogliare, derubarla di tutto, anche delle scarpe?». L’appuntamento con lui è all’ombra del porticato della Eski Cami, la moschea vecchia della città di Edirne, punta estrema della Turchia nord occidentale, a un passo dal confine con Grecia e Bulgaria, da anni tappa obbligata di chi percorre la rotta migratoria orientale cercando di entrare in Europa via terra. Da questa placida cittadina passano afghani, siriani, nordafricani, subsahariani. Quelli giunti in Grecia, dopo innumerevoli tentativi, sono 3.200 da gennaio. Erano stati 4.800 nel 2021, ma 14.800 nel 2019. I respingimenti, agli occhi di chi li compie, devono apparire efficaci.
«Eccole le nostre storie» ci dicono ragazzi di varie nazionalità, fuori da una tavola calda di Edirne. Si sollevano gli orli di pantaloni e magliette per mostrare i segni dei morsi dei cani della polizia bulgara, le manganellate di quella greca. «Nell’ultimo tentativo mi hanno preso lo zaino, i soldi e la giacca. È qualcosa che fa male, no? Poi avevano i cani. Non erano solo bulgari, tra gli agenti c’era chi parlava tedesco e polacco. Ci hanno picchiato senza ragione, alcuni ridevano. L’Unione Europea troverà una soluzione? La sentite la sofferenza delle persone?», riprende con le domande incalzanti Yassine. Sul versante greco, stessi rischi, uguale pericolo. Questa è la frontiera in cui a febbraio 19 uomini semisvestiti sono stati trovati morti congelati. La Turchia ha accusato Atene di averli respinti lasciandoli senza abiti, ma per i greci è solo «falsa propaganda». Dei respingimenti verso la Turchia riferiscono da anni Ong e stampa. Il 30 giugno la commissaria Ue agli Affari Interni Yl- va Johansson ha avvertito la Grecia che le «deportazioni violente e illegali » devono cessare. Già a ottobre era intervenuta in una plenaria della Commissione: «La violenza ai nostri confini non è mai accettabile. Soprattutto se è strutturale e organizzata ». Peccato che le parole non bastino, e i respingimenti continuino. A fine luglio, per giunta, sono emersi i dettagli di un rapporto “riservato” dell’Olaf, l’ufficio antifrode dell’Unione, in cui si documenta il coinvolgimento dell’agenzia europea Frontex nelle attività illegali della guardia costiera greca.
Ci raggiunge alla moschea anche Firas, siriano di Deraa, che oltre il confine non è mai arrivato. «La polizia turca mi ha catturato prima, e mi ha trattenuto in un campo per 65 giorni. Gli agenti turchi non si prendono soldi né vestiti, ma sono duri durante le detenzioni». All’ingresso della pensione dove alloggia incontriamo Amredka, un giovane somalo con un occhio gonfio e un taglio sopra lo zigomo. «È stata la polizia di frontiera», sussurra. «Sono qui da un anno e mezzo e non so più quante volte ci ho provato. Almeno nove, senza trafficanti. Quelli vogliono soldi, noi non li abbiamo. Perché dev’essere così difficile? ». Chi ha denaro si affida a contrabbandieri che da Istanbul garantiscono il trasporto a bordo di van. È l’esperienza di Wassim, afghano di Herat. Dopo cinque anni in Turchia, ne ha abbastanza di pregiudizi e vessazioni. «Se lavori vieni pagato la metà dei locali. A volte non sei considerato nemmeno un essere umano». Il 13 luglio ha raggiunto altre 35 persone in un cimitero di un sobborgo di Istanbul, punto d’incontro con il trafficante. 1.800 euro per arrivare oltreconfine, 3.500 per un posto sicuro in Grecia. Con 10 o 12mila euro (per le bustarelle ad agenti corrotti) ci si imbarca su navi dirette in Italia. Wassim, però, non possiede tanto denaro. «Alle 3 del mattino eravamo a Edirne. Una guida a piedi ci ha condotti al fiume (Evros, il confine, ndr). Lì abbiamo atteso le barche, piccole, a remi. Ci hanno trasportato a due a due». Una volta di là, i trafficanti hanno indicato il punto della boscaglia da cui passare, fino a una radura. «Ma messo piede allo scoperto si è acceso un faro, e la polizia greca è venuta fuori. Abbiamo fatto marcia indietro, ma alle nostre spalle sono comparsi altri poliziotti. È stata un’imboscata ». Agenti «con la bandiera greca sulle spalline e i passamontagna» hanno iniziato il pestaggio. «Con i manganelli, il calcio dei fucili, gli stivali. È rimasto coinvolto anche un bambino di 7 anni» prosegue Wassim. «Poi, hanno fatto spogliare nudi gli uomini, senza biancheria. Hanno lasciato vestite le donne, ma per perquisirle infilavano le mani dappertutto ». Via i soldi, i gioielli, ciò che aveva valore. «Siccome alcuni cuciono il denaro all’interno degli indumenti, i poliziotti hanno tagliato i tessuti con un coltello. Ci hanno persino detto di aprire la bocca, e hanno guardato dentro». (Francesca Ghirardelli)
Milano - La strage non si ferma. Coi 50 dispersi nel drammatico naufragio avvenuto nell’Egeo ieri mattina, le acque del Mediterraneo, la “fossa comune” più vasta del Pianeta, hanno inghiottito solo quest’anno più di mille persone che tentavano la traversata verso l’Europa, fuggendo da guerre, miseria e carestie. E, nello stesso bacino, dall’inizio del 2022 oltre 15mila sono stati i migranti localizzati su navi alla deriva dalle unità di soccorso.
I dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) fanno rabbrividire ma la tragedia dei naufragi, col loro quotidiano bilancio di vittime, sembra non avere fine. L’anno scorso le partenze erano diminuite, ma negli ultimi mesi sono decisamente riprese e l’Italia, situata al centro del Mare Nostrum, è l’approdo più frequente dei barconi partiti dall’Africa o dai Paesi più disastrati dell’Asia (la questione, così, è tornata ad essere uno dei temi più divisivi – e strumentalizzati – della campagna elettorale).
Dall’alba di ieri nel Mar Egeo due navi della Marina ellenica coadiuvate da un elicottero dell’Aviazione e dalle motovedette della capitaneria di porto di Rodi cercano una cinquantina di migranti che sono stati sbalzati via da una barca salpata la sera prima da Antalya, sulle coste turche, e diretta in Italia: le forti raffiche di vento avrebbero fatto capovolgere l’imbarcazione, appesantita dal suo carico dolente, che è affondata al largo dell’isola di Karpathos. I soccorritori della Guardia costiera greca sono riusciti a salvarne 29, tra afghani, iraniani e iracheni, ma gli altri occupanti del caicco fino alla tarda serata risultavano ancora dispersi. Poche, purtroppo, le speranze di poterli recuperare ancora vivi, molti di loro infatti sono finiti in mare, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, senza indossare i giubbotti di salvataggio.
Sempre secondo l’Oim, dal gennaio scorso sono morte 64 persone solo nel Mediterraneo orientale (Egeo), mentre erano state 111 nel 2021. Il numero di arrivi di rifugiati e migranti in Grecia quest’anno è aumentato, secondo il governo ellenico: si tratta in particolare di esuli provenienti dalla Turchia. Per questo Atene accusa Ankara di aver chiuso un occhio sui trafficanti di uomini e allentato i controlli nei porti e nel mare territoriale permettendo così ai migranti di raggiungere la Grecia in violazione degli accordi del marzo 2016 che prevedevano un impegno da parte delle autorità turche per limitare l’immigrazione dal suo territorio in cambio di aiuti finanziari europei. La Turchia, naturalmente, nega ogni accusa e la polemica con la Grecia – che su questo tema si trascina ormai da anni – continua, mentre le persone muoiono affrontando il salto della traversata, spesso ricattati da scafisti senza scrupoli. Ma non è finita. Sempre ieri sei profughi – tre donne e altrettanti bambini – hanno perso la vita in un naufragio al largo del litorale tunisino: una ventina sono stati tratti in salvo mentre si cercano ancora eventuali altri superstiti. Nelle ultime ore sono proseguiti gli sbarchi sulle coste italiane anche lungo la rotta centrale del Mediterraneo: a Lampedusa se ne sono contati sei, mentre a Roccella Ionica, in Calabria, nel terzo approdo in sei giorni sono arrivati 59 migranti. (Fulvio Fulvi . Avvenire