Primo Piano

Papa Francesco: presentato il logo della visita in Kazakhstan

23 Agosto 2022 - Città del Vaticano - “Messaggeri di pace e di unità”. Questo il motto del viaggio di papa Francesco in Kazakhstan previsto dal 13 al 15 settembre prossimo. Nel logo, reso noto oggi, una colomba con un ramo d’ulivo. Le ali sono raffigurate da due mani giunte a voler simboleggiare quelle dei messaggeri della pace e dell’unità. Il cuore, all’interno delle ali, rappresenta l’amore, frutto della comprensione reciproca, della cooperazione e del dialogo", spiega la Sala Stampa della Santa Sede. Il ramo d'ulivo stilizzato è raffigurato con un’immagine ornamentale tipica kazaka. Sullo sfondo uno “shanyrak” (di colore celeste), elemento della dimora tradizionale del popolo kazako, “la yurta”, e, all’interno, una croce di colore giallo. I colori utilizzati, il celeste e giallo, sono gli stessi della bandiera del Kazakhstan; il giallo e il bianco, quelli della bandiera vaticana. Il verde del ramoscello simboleggia la speranza.

Sbarchi, la rotta turca è la più battuta

23 Agosto 2022 -

Roma - Gran lavoro, lo scorso fine settimana, per i trafficanti di uomini sulla rotta turca. Centinaia di arrivi sulle coste joniche calabresi, sia a Crotone sia a Roccella Jonica. Ma anche due approdi sulle coste pugliesi del Salento. Viaggi non facili, tutt’altro che 'rotta di lusso', come a volte si legge. Lo dimostravano i volti stanchi e la forte disidratazione delle 59 persone sbarcate domenica nel porto di Santa Maria di Leuca, la zona più a sud del 'tacco dello stivale'. Erano su un catamarano a vela intercettato al largo dalle motovedette della Guardia di finanza.

Sei palestinesi, 7 siriani, 26 iraniani, 18 iracheni, due dell’Azerbaijan, probabilmente gli scafisti. Tra loro 13 donne e 7 bambini. L’accoglienza è stata curata dalla Croce rossa e dalla Caritas diocesana di Ugento-Santa Maria di Leuca. «Siamo una comunità che non vuole restare indifferente agli sbarchi», ci spiega il direttore, don Lucio Ciardo. 24 ore prima, 70 immigranti erano sbarcati sulla costa a sud di Lecce, a Gagliano del Capo. Erano a bordo di un gommone avvistato al largo dagli uomini del Roan della Guardia di finanza di Bari. Gli immigrati sono di nazionalità benga-lese, afghana, iraniana, siriana, kuwaitiana, irachena e pachistana. Tra loro 14 minori e 8 donne. L’utilizzo di un gommone fa pensare alla presenza di una 'nave madre', già accaduto più volte proprio per gli sbarchi pugliesi, o alla partenza da porti più vicini, come quelli albanesi e montenegrini. È, infatti, quasi impossibile fare un viaggio di vari giorni su barche così piccole e poco sicure. Per questo la rotta turca si caratterizza per l’utilizzo di barche a vela. Come per gli ultimi sbarchi calabresi. Tre nel porto di Roccella Jonica. Venerdì una barca con 28 persone del Bangladesh, tutti uomini, tranne una donna. Sabato la Guardia costiera ha soccorso un’imbarcazione con 100 persone. Del gruppo facevano parte una mezza dozzina di donne e diversi minori, alcuni dei quali non accompagnati. Una volta raggiunta la barca, la Guardia costiera ha trasbordato i migranti sulla motovedetta. Domenica terzo sbarco di 50 profughi di varie nazionalità. Tra loro diverse donne e numerosi bambini e minori non accompagnati. Si trovavano a bordo di una barca a vela alla

deriva partita sei giorni prima dalla Turchia. Era a 107 miglia dalla costa calabrese e aveva lanciato alcune richieste di soccorso. Una volta raggiunta l’imbarcazione, la Guardia costiera, viste le brutte condizioni del mare, ha trasbordato i migranti. Martedì scorso, sempre a Roccella, erano sbarcate 244 persone, in questo caso provenienti dalla Cirenaica a bordo di un barcone, mentre una barca a vela con 71 persone (61 uomini, 10 donne delle quali 5 mino-ri), afghani, iracheni e iraniani, si era arenata sulla spiaggia di Brancaleone. Con questi arrivi è salito a 42 il numero degli sbarchi nella Locride nel 2022. Di questi, 35 a Roccella.

Non si ferma neanche l’esodo verso il Crotonese dove negli ultimi sette giorni sono arrivate più di 1.200 persone. Dopo le 430 di mercoledì scorso, tra venerdì e sabato sono arrivati 123 migranti soccorsi da Capitaneria di Porto e Finanza. Inoltre un centinaio di persone, sempre sabato, è stato trasbordato sulla motovedetta Cp 321 della Capitaneria di porto di Crotone da un veliero salpato dalla Turchia cinque giorni prima. Le operazioni di soccorso, avvenute a 10 miglia da Capocolonna, sono state coadiuvate da una petroliera maltese che ha protetto la barca a vela dal moto ondoso durante il trasbordo. (Antonio Maria Mira)

Consiglio d’Europa: Comitato anti-tortura annuncia visite in otto Paesi

22 Agosto 2022 -
Roma - Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (Consiglio d’Europa) annuncia il suo programma di visite periodiche per il 2023. Il Comitato ha intenzione di esaminare il trattamento delle persone private della propria libertà nei seguenti Paesi: Albania, Armenia, Cipro, Ungheria, Lussemburgo, Macedonia del Nord, Malta, Slovacchia. “Le persone e le organizzazioni in possesso di informazioni riguardanti la situazione di persone private della libertà in uno di questi Paesi e che ritengano possano risultare utili al Cpt, sono invitate a sottoporle all’attenzione del Comitato”, spiega un comunicato. Nel 2023, il Cpt “organizzerà anche delle visite ad hoc in diversi Paesi e potrebbe decidere, in base alle circostanze, di rimandare una o più visite periodiche al 2024”.

Firmato il decreto per l’esonero dedicato alle cooperative sociali che assumono rifugiati

22 Agosto 2022 - Roma - ll Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sul proprio sito istituzionale, ha comunicato nei giorni scorsi che è stato firmato il decreto interministeriale diretto a definire le modalità di assegnazione del contributo destinato alle cooperative sociali che hanno assunto nel triennio 2018 -2020 soggetti titolari dello status di protezione internazionale. Le predette cooperative hanno diritto ad un esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti all'INAIL, nel limite massimo di 350 euro mensili. La legge di bilancio 2018 ha previsto che l’agevolazione trova applicazione per l’intero triennio (dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2020) per le assunzioni effettuate:con contratto di lavoro a tempo indeterminato dal 1° gennaio 2018; con contratti stipulati fino al 31 dicembre 2018 in favore delle persone titolari, dalla data del 10 gennaio 2016, dello status di protezione internazionale. Le cooperative sociali dovranno presentare la domanda direttamente all’INPS. Il contributo sarà riconosciuto sulla base dell’ordine cronologico di invio dell’istanza e fino all’esaurimento delle risorse disponibili messe a disposizione da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (pari a 500 mila euro per ciascun anno). Si specifica che non saranno riconosciute ulteriori agevolazioni, salvo l’eventuale integrazione delle risorse finanziarie entro il limite massimo complessivo previsto per il predetto triennio, pari a 1,5 milioni di euro, ai sensi dell'art. 1, comma 109, della legge 205 del 27 dicembre 2017. Appare opportuno ricordare che, in attuazione di regolamentazioni dell'Unione Europea, il nostro sistema prevede tre figure di protezione: status di rifugiato; protezione sussidiaria; protezione umanitaria. L'eventuale non conformità alla normativa europea delle leggi di attuazione può essere sindacata in via pregiudiziale davanti alla Corte di giustizia UE. Lo status di rifugiato riguarda: il cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese;  l'apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni citate e non può o, a causa di timore, non vuole farvi ritorno.  La protezione sussidiaria concerne il cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato, ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe il rischio effettivo di subire un grave danno, da individuarsi: nella condanna a morte o nell'esecuzione della pena di morte; nella tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante; nella minaccia grave e individuale alla vita o alla persona derivante da violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale. La protezione umanitaria, che non è uno status, è invece prevista da leggi nazionali che attuano il “suggerimento europeo” di proteggere persone in stato di vulnerabilità, per le quali sussistano gravi motivi umanitari. Lo status di rifugiato è tendenzialmente permanente mentre la protezione sussidiaria dura 5 anni rinnovabili; entrambi possono essere revocati per seri motivi oppure per il miglioramento radicale della situazione del Paese di origine. (Alessandro Pertici)      

Le suore di Casablanca

22 Agosto 2022 - Casablanca - «Elles vivent en communauté, elles meurent en communauté!» (vivono in comunità e muoiono in comunità) mi soffia qualcuno, discretamente, al funerale. Si, sono tutte là, presenti, disseminate tra i banchi di chiesa. Sono una trentina di Missionarie Francescane di Maria, la maggior parte anziane, con alle spalle 40/50 anni di Marocco. Tutta una vita nell’insegnamento, nella sanità, negli ospedali, nell’associazionismo. Una vita spesa a fondo perduto per questo popolo del Marocco, coltivando ogni giorno una sorprendente fraternità. Sì, tutte erano attorno alla suora morente per l’ultima Ave Maria. Tutte attorno alla bara in questa chiesa immacolata, ispirata dai tappeti alle pareti all’arte araba. Tutto qui si vive nel mistero dell’incarnazione. Sopra la bara dei simboli, presentati come sempre uno a uno all’inizio della celebrazione. Una croce di san Damiano. Le regole di vita, che lei amava mettere in pratica. Dei lumini, per gli incontri quotidiani, luminosi, con i giovani musulmani : l’insegnamento era la sua passione. Una armonica, perfino, con cui amava allietare momenti di comunità. Qualcuno, poi, ricorda il percorso di vita, tra Algeria e Marocco, mettendo in luce le sue qualità, passate inosservate, forse… Come quella stupenda – ereditata dalla sua terra di Normandia - «di saper dire tutto e saper sentirsi dire tutto». La franchezza! In un altro quartiere, dal nome di Bourgogne, si notano povertà e trascuratezza. Già da lontano, tuttavia, una piccola siepe vi attira: è fiorita, curata. Crea un altro clima, anzi, si fa messaggio. Povertà e bellezza possono coabitare insieme. Ed è qui che abitano anche loro, le Piccole sorelle di Gesù. Nate nel deserto dell’Algeria come un dono di Dio, quando il deserto sa farsi fecondo, ne portano sempre le caratteristiche, come i cromosomi di un carisma: semplicità, essenzialità, preghiera e fraternità. Sono distribuite in piccole comunità nel Marocco, ben radicate in mezzo alla gente, seppure di tante nazionalità. Parlano arabo come tutti e vivono il mistero di Nazareth in terra d’islam. Coltivano la contemplazione e la fratellanza universale, ereditate da Charles de Foucauld. Alla messa che celebriamo nella loro umile, accogliente cappella le ostie sono pezzetti di pane preparati con cura dalle loro vicine di casa, musulmane. «È per la vostra preghiera» dicono, felici che si preghi anche per loro. L’islam non è un’ideologia, vi ripetono le Piccole sorelle, ma sono persone. Che esse incontrano ed amano quotidianamente. E questo traspare in loro ad ogni occasione, come per l’ultima arrivata, pronta a fare un duro lavoro di strada, cioè la pulizia del quartiere. Ed è per conoscere la gente. In verità, il loro senso del servizio nelle piccole cose le rende grandi. In un altro quartiere ancora vivono le Clarisse. Sarà un po’ difficile trovarle, si dovrà forse suonare al campanello di qualche vicino... Un muro alto, bianco, nessuna iscrizione fuori come già facessero parte dell’invisibile: è il loro monastero. Sono di varie parti dell’Africa, la superiora è italiana. Al loro canto si aggiunge il suono allegro delle nacchere, del tamburello ed altri strumenti, come in un qualsiasi villaggio africano. Il clima austero del monastero ritorna subito dopo. Allora, il silenzio si fa mistico. La preghiera sale dall'anima stessa. Era il desiderio di Chiara d’Assisi di venire un giorno nella terra dell’islam, come fu per Francesco. Il desiderio risale a otto secoli fa e il giorno è oggi, con loro. «Il nostro impegno è la preghiera vissuta in questo Paese con i voti di castità, povertà, obbedienza e clausura», vi diranno, misurando le parole. Preparano le ostie per le varie parrocchie della diocesi. Dalle loro mani, inoltre, escono biscotti dorati dall’intenso profumo di vaniglia. Discretamente, come un ospite gradito, i biscotti entrano nelle case musulmane. Fino a quando qualcuno esclamerà: «Abbiamo finito i biscotti 'de nos soeurs!'». Ed eccoli, allora, di nuovo al monastero… Queste «donne che pregano» sono una grazia per i cristiani. Ma anche testimoni apprezzate per il popolo musulmano che le circonda. Sono segno dell’importanza vitale della presenza di Dio nell’esistenza di ogni essere umano. Da non dimenticare, poi, le tre suore venute recentemente alla chiesa di St. Francois dal Benin, per vari servizi pastorali alla comunità, in particolare, la catechesi: sono le Oblate Catechiste Piccole Servanti dei poveri.  Nel quartiere "Oasi" si erge un imponente e bella costruzione, l'Ècole du Carmel St. Joseph. È diretta da suore venute dal Libano, parlano tranquillamente arabo o francese. Fa parte delle scuole cattoliche, ma di cristiano c'è ben poco, si direbbe, a prima vista... Tutto il migliaio di allievi è, infatti, musulmano, il corpo insegnante è musulmano, così pure il personale di servizio. Ma resta la sostanza. I valori a cui si ispira la scuola sono evangelici, come il rispetto dell'altro, la solidarietà, l'apertura di mente e di cuore, la sincerità, il perdono. Tutto sta scritto nei suoi regolamenti. E, in terra d'Islam, é una bella novità!. Nel quartiere «Roches Noires», vi sorprenderà una suggestiva chiesa gotica con le sue altissime guglie, diventata una frequentata moschea. Il quartiere, svuotato della presenza francese, aveva a suo tempo visto naturale questa scelta : un luogo di preghiera per altri fedeli, un'altra fede. Rimane in piedi, però, un segno della presenza di Cristo. A due passi, infatti, abitano le suore di Madre Teresa. Verrà ad aprirvi una giovane con un bimbo tra le braccia e poi un’altra con un pancione di otto mesi,… sono una ventina di ragazze-madri accolte qui con i loro piccoli. Vivono come in una grande famiglia, imparano a stare insieme, a trovare un piccolo lavoro, a far crescere il loro bambino. Ad affrontare una vita, in fondo, che per la società musulmana è una vergogna e una maledizione. Ma per le suore di Madre Teresa sono proprio loro, in fondo, a pronunciare quelle parole scritte in cappella, accanto al Cristo crocifisso: I thirst (Ho sete). Sì, hanno sete di dignità. Qualcuno vi racconterà, poi, il lungo cammino di riconciliazione con le rispettive famiglie, quando la mamma della ragazza si presenterà, finalmente, un giorno per vedere il bambino… Ma se capitate il martedi, le suore le trovate indaffaratissime in cucina. Per tutto il giorno preparano il cibo, che poi distribuiranno il giorno dopo agli incroci delle strade di Casablanca. Dove si ferma il loro pulmino, come per un alveare, arriva subito attorno uno sciame di giovani migranti subsahariani. Sono là a chiedere di solito l’elemosina alle auto, ferme al semaforo. E sono centinaia. Per loro, queste suore sono un segno della provvidenza di Dio. Un segno del cielo. «Ci sono persone nel mondo così affamate – ricordava Gandhi – che Dio non puo' apparire loro se non in forma di pane». "Ma quando mai vi riposate... ?" faccio a una di loro, indiana, stanca ma sorridente, nel suo bel sari bianco e blu. «Lo faremo lassù» mi fa, alzando l’indice. E sarà per ricevere, finalmente, l’abbraccio del Signore, che hanno servito fino alla fine. Negli ultimi. E in terra musulmana... che tutte hanno immensamente amato. Sì, per davvero, benedette suore di Casablanca! (Renato Zilio)

Card. Zuppi: “Perdonanza occasione straordinaria per combattere le pandemie che segnano l’umanità”

22 Agosto 2022 -
Foto Romena
“Perdonanza occasione straordinaria per combattere le pandemie che segnano l’umanità. Celestino come Francesco voleva la riforma della Chiesa”: queste le parole del card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, contenute in un video messaggio inviato all’arcidiocesi dell’Aquila, in vista della visita pastorale di Papa Francesco, il prossimo 28 agosto. “Alla pandemia da Covid – afferma il cardinale – se ne sono aggiunte altre o, forse, quella pandemia ci ha fatto vedere che ne esistono altre. Penso, soprattutto, a quella della guerra, che porta tanta sofferenza e tanta morte, e ci fa capire quanto sia fragile la nostra vita e la pace stessa e, quindi, anche quanto sia importante l’impegno per combattere il male. Credo che la Perdonanza sia davvero un’occasione straordinaria per guardare in faccia al male e per rinnovare il nostro impegno per vincerlo, dal momento che tutti ne vediamo i frutti terribili e la tempesta che esso provoca, con la complicità degli uomini”. Davanti a tanta sofferenza, “causata poi dall’indifferenza, dal “si salvi chi può”, dal credere che sia uguale sia il vivere bene sia il vivere male”, Zuppi invoca “il perdono” di cui “abbiamo sempre tutti un grande bisogno, perché ci accorgiamo di quanto sia facile assecondare la logica del male. E abbiamo bisogno del perdono per combattere il male, non tanto per stare un po’ meglio interiormente o per regolare i conti della nostra coscienza, per poi ricominciare daccapo. Il perdono è essere pieni dell’amore di Dio, è liberarsi da ciò che ci rende pesanti, chiusi, cattivi”. Soffermandosi sulla figura del Santo Pontefice, Celestino, che concesse, nel 1294, l’indulgenza della Perdonanza, il card. Zuppi rileva come, il suo brevissimo pontificato sia in piena sintonia con alcune delle preoccupazioni di Papa Francesco: “Papa Celestino voleva la riforma della Chiesa e, allo stesso modo, Papa Francesco, per portare il Vangelo ovunque nel mondo di oggi, ci chiede di uscire, di andare incontro agli altri, di non restare nelle abitudini di sempre. E, anche in questo senso, il perdono ci aiuta a vedere le realtà e il prossimo intorno a noi con interesse e con amore”. Il videomessaggio termina con l’auspicio che la presenza di Papa Francesco possa “aiutare a ricomprendere la straordinaria ricchezza della Perdonanza, ovvero, l’importanza e la necessità di chiedere perdono e di capire verso chi andare. Nella pandemia, tante volte, l’unica cosa che abbiamo cercato di fare è stato scappare, tentare di farcela da soli, evitare gli altri e i problemi. Invece dobbiamo affrontare il male rendendolo occasione di crescita nel bene e di preparazione di un futuro migliore. Questi sono mesi molto importanti, ricchi di sfide e di piani per preparare il mondo di domani”. Il video messaggio sarà trasmesso il prossimo 24 agosto alle ore 21 sull’emittente LaqTv e sarà disponibile sul sito dedicato alla visita pastorale del Pontefice a L’Aquila www.papafrancesco.laquila.it.

Nei campi con contratti e orari regolari: tra imprese e diocesi scommessa vinta

22 Agosto 2022 -

Roma - Abdullah, David, Emmanuel, Happiness detto 'Felice', Joy, Raji detto Andò, compaiono e scompaiono tra le piante del grande frutteto. Raccolgono pesche. Rapidamente riempiono i cestelli e poi li caricano sul rimorchio di un piccolo trattore. Si muovono con facilità malgrado il terreno sconnesso. Hanno tutti le scarpe regolari da lavoro. Perché sono braccianti regolari, con contratto e orari regolari e presidi di sicurezza.

Siamo a Riesi (Caltanissetta), nei frutteti della Ecofarm OP, che produce pesche, albicocche e uva da tavola. Il 50% del fatturato dall’export. 10 dipendenti fissi e 300 stagionali, tra di loro 20 immigrati, di Somalia, Nigeria, Marocco e Pakistan, grazie alla collaborazione con la Caritas diocesana nell’ambito del Progetto Presidio e con l’Ufficio Migrantes. A disposizione anche un pullmino per trasportare i braccianti, guidato da uno di loro, togliendo uno degli 'affari' dei caporali. Non l’unica azienda coinvolta. Sono 80 gli immigrati inseriti nei percorsi lavorativi e 6 le aziende che li hanno assunti, più altre per i tirocini. A Delia, Riesi, San Cataldo e Santa Barbara. Non solo aziende agricole, c’è perfino una tipografia. E questo in appena un anno. Con gran soddisfazione dei lavoratori, italiani e immigrati, e delle aziende, come ci spiega Giuseppe Patrì, direttore di Ecofarm. «Li chiamano 'i ragazzi della diocesi', arrivano un’ora prima e partono un’ora dopo, hanno una volontà di ferro. Tra gli operai italiani c’era all’inizio scetticismo, ma poi i ragazzi africani hanno dimostrato di essere i più bravi». Ce lo dicono proprio quelli che incontriamo nel pescheto. «Joy è la più brava di tutti», indicando la giovane nigeriana che ci saluta mentre raccoglie le pesche. «Anche gli altri imprenditori non ci credevano ma ora mi chiamano e dicono 'non è che ci sono anche per noi?'». Anche perché, aggiunge, «i lavoratori diminuiscono, gli italiani non hanno voglia, ma non a causa del reddito di cittadinanza». Certo lo sfruttamento non è finito. «Chi li sfrutta fa concorrenza sleale. Io gli dico che stanno perdendo tempo perché poi gli operai se ne andranno. Invece qui da noi lavorano da anni, ormai sono riesini». Perché qui c’è rispetto per i lavoratori, per tutti.

Diversamente dalla Puglia, la Regione Sicilia non ha fatto un’ordinanza sugli orari da rispettare nei lavori in campagna, per evitare le ore più calde, «ma noi lo abbiamo fatto autonomamente – spiega l’imprenditore – e si lavora dalle 6 alle 13. Anche noi siamo nei campi con loro e sappiamo cosa vuole dire lavorare col caldo». Una scelta di giustizia convinta che viene da lontano. Rocco Patrì, il padre di Giuseppe, è stato fondatore ed è ancora presidente dell’associazione atiracket 'Noi e la Sicilia'. «Qui sanno che se arrivano a proporci cose illegali neanche li accogliamo». Non solo criminalità. Giuseppe denuncia l’esistenza di «un mare di agenzie interinali, anche del Nord, che con false cooperative propongono manodopera a non finire. Ma noi abbiamo sempre detto di no». Anche per questo sono diventati una garanzia per la grande distribuzione. La loro frutta finisce a Esselunga, Coop, Conad, Lidl che controllano la 'filiera etica'. Lo dimostra, mentre parliamo, l’arrivo di un’ispettrice della Lidl, incaricata di controllare il rispetto dei contratti e delle norme sulla sicurezza. Dentro i grandi capannoni decine di operai lavorano la frutta, con grandi mezzi e poi a mano per sistemarla negli imballaggi. Tutte donne, alcune straniere, tutte con i regolamentari abiti da lavoro. Ambienti ampi, puliti e arieggiati. È un bel segnale.

Ma non tutto è così nel Nisseno, raccontano Giulio Scarantino, responsabile del Progetto Presidio della Caritas e Donatella D’Anna, direttrice dell’Ufficio Migrantes. Ai due sportelli di ascolto si presentano ogni giorno 4-5 persone. «Quando si apre la stagione dei lavori in campagna, c’è la fila». Si distribuisco alimenti e prodotti di prima necessità. Ma si promuovono anche iniziative occupazionali come una sartoria e un laboratorio di sapone artigianale. «La migliore risposta allo sfruttamento è trovare opportunità di lavoro», sottolineano. Per questo è nata la collaborazione con le aziende agricole. Ma al di fuori lo scenario non cambia. «I braccianti sono pagati in nero 40 euro al giorno ma devono poi pagare il caporale per l’intermediazione e per il trasporto. E alla fine restano meno di 30 euro». Vivono nel centro storico di Caltanissetta, in vere e proprie topaie, in affitto o occupate. E anche qui c’è il 'mercato' delle false residenze: 250 euro l’una.

Contro tutto questo combatteva Adnan Siddique, il giovane pakistano ucciso a coltellate dai caporali nel 2020 per aver difeso i diritti dei braccianti. «Per noi è stato uno stimolo a fare di più, ma non è facile. La prima lotta è con gli sfruttati perché non riescono a capire. Vogliono i soldi subito anche se in nero, non sanno di essere sfruttati, non conoscono contributi né ferie. Per questo facciamo un corso sui diritti del lavoro». Le violenze non sono finite. «Un ragazzo è stato minacciato perché era venuto a lavorare con noi», rivelano gli operatori. Ma la preziosa collaborazione tra diocesi e imprese cresce. (A.M. Mira - Avvenire)

Card. Zuppi: “la risposta alle pandemie e alle guerre è nella passione per l’uomo che aiuta a ricostruire”

22 Agosto 2022 - Rimini -  “Non dobbiamo abituarci in tanti modi all’orrore della guerra, della disumanità, a guardare gli altri come se non ci interessassero. Non possiamo accettare che la guerra possa rappresentare una soluzione. Il male ci divide dagli altri”. La risposta, l’antidoto alle pandemie, come il Covid e la guerra, che attraversano il nostro tempo è “la visione offerta dalla Fratelli Tutti, la consapevolezza di essere nella stessa casa comune”. Lo ha ribadito con forza il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, dialogando ieri 21 agosto, al Meeting di Rimini con Berhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia dei popoli. Tema della conversazione “Una passione per l’uomo” che è anche il tema di questa 43ma edizione della kermesse di Comunione e Liberazione. “Noi abbiamo una riserva di umanità, una passione per l’uomo che – ha spiegato il cardinale – ci aiuta a ricostruire un ‘pensarsi insieme’ che non è scontato per le paure, per il ‘salva te stesso’, per l’individualismo. Pensiamo di essere noi stessi se prendiamo, se possediamo; non capendo che, al contrario, le risposte vanno cercate e trovate nella connessione con gli altri”. La passione per l’uomo fa parte dell’esperienza dei cristiani che sanno vedere negli altri un fratello. Una visione che guarda oltre e che ci coinvolge oggi nelle difficoltà drammatiche e reali nelle quali ci troviamo a vivere. Queste difficoltà ci hanno fatto riscoprire che la vita è questa e che abbiamo creduto ad un benessere che non esisteva. La compassione vede il male che ci è entrato dentro. La Fratelli tutti è una risposta che chiede l’impegno di tutti quanti”. Tante le sfide da affrontare: una su tutte l’educazione dei giovani. “I giovani hanno bisogno di testimoni veri, che hanno passione, che sognano, che non si fanno esami continuamente ma fanno il grande esame della vita. Di questo hanno bisogno i giovani, non solo di istruzioni per l’uso ma di giocare il bellissimo gioco della vita”. Infine un cenno al dialogo interreligioso che, ha spiegato il card. Zuppi, “rafforza e non spegne le identità. Dal dialogo si esce rafforzati nella consapevolezza che con l’altro posso vivere insieme e che c’è qualcosa di più profondo e umano che mi lega”.  

La porta stretta

22 Agosto 2022 - Città del Vaticano  - “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Ancora una volta una domanda lungo il cammino che lo porterà a vivere la sua Pasqua a Gerusalemme. Ma ciò che salta subito agli occhi, nel brano di Luca di questa domenica, è l’immagine che diventa risposta: la porta stretta attraverso cui passare. La domanda è posta nello stile tipico delle dispute tra scuole di rabbini di diverso orientamento, e viene posta in termini volutamente astratti. Chiedere quanti saranno coloro che si salveranno, nasconde la convinzione di poter stabilire criteri, confini riguardo alla salvezza e al giusto rapporto con Dio. La risposta di Gesù va contro chi pensa in questo modo per poter decidere chi sta dentro e chi è fuori, chi ha torto e chi ha ragione. Gesù non risponde offrendo cifre né elencando regole cui attenersi, ma spiazza l’interlocutore con la logica della misericordia: vi sono ultimi che saranno primi e primi che saranno ultimi. È il messaggio che torna più volte nei racconti degli evangelisti, è quell’andare contro corrente, non cedere alle mode del tempo; messaggio che sintetizza la predicazione delle beatitudini e invita a scoprirsi fratelli nonostante le differenze. La sua risposta è soprattutto in quella porta stretta: “molti cercheranno di entrare ma non ci riusciranno”. La porta è sì stretta, ma non si tratta di “un’immagine che potrebbe spaventarci come se la salvezza fosse destinata solo a pochi eletti o ai perfetti” dice Papa Francesco all’Angelus. Infatti, Luca chiarisce bene il concetto: “verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi”. Cosa significa, allora, la porta stretta. Chi è stato al monastero di Santa Caterina sul Sinai – o a Gerusalemme è entrato nel sepolcro di Gesù nella basilica – ha ben presente quella piccola porta attraverso la quale si accede. Voluta così per impedire, ad esempio, che si entrasse a cavallo, con le armi. In sostanza bisognava spogliarsi di tutto ciò che connotava l’identità del cavaliere e del guerriero. La porta stretta è, dunque, invito a spogliarsi delle “armi” dell’orgoglio, è fatica e lotta personale. Ma è porta aperta a tutti. Così Francesco ricorda il Vangelo di Giovanni – Gesù che dice “io sono la porta: se uno entra attraverso di me sarà salvato” – per affermare che “per entrare nella vita di Dio, nella salvezza, bisogna passare attraverso di lui, non di un altro; accogliere lui e la sua Parola”. Quella del cristiano, afferma ancora Francesco, è una vita “a misura di Cristo, fondata e modellata su di lui”, sul suo Vangelo, “non quello che pensiamo noi, ma quello che ci dice lui. Si tratta di una porta stretta non perché sia destinata a pochi, ma perché essere di Gesù significa seguirlo, impegnare la vita nell’amore, nel servizio e nel dono di sé come ha fatto lui, che è passato per la porta stretta della croce. Entrare nel progetto di vita che Dio ci propone, chiede di restringere lo spazio dell’egoismo, di ridurre la presunzione dell’autosufficienza, di abbassare le alture della superbia e dell’orgoglio e di superare la pigrizia per attraversare il rischio dell’amore, anche quando comporta la croce”. Una vita fatta di gesti concreti, gesti d’amore: “pensiamo ai genitori che si dedicano ai figli facendo sacrifici e rinunciando al tempo per sé stessi; a coloro che si occupano degli altri e non solo dei propri interessi” dice Papa Francesco. “Pensiamo a chi si spende al servizio degli anziani, dei più poveri e dei più fragili; pensiamo a chi va avanti a lavorare con impegno, sopportando disagi e magari incomprensioni; pensiamo a chi soffre a motivo della fede, ma continua a pregare e ad amare”, a coloro che “rispondono al male con il bene, e trovano la forza di perdonare e il coraggio di ricominciare”. Qui il pensiero, nel dopo Angelus, va alla chiesa del Nicaragua dove sono stati arrestati il vescovo di Matagalpa insieme a sacerdoti, seminaristi e laici. Il Papa esprime “preoccupazione e dolore” e auspica “un dialogo aperto e sincero”, attraversi il quale “si possano ancora trovare le basi per una convivenza rispettosa e pacifica”. Senza dimenticare il popolo ucraino che “sta vivendo un’immane crudeltà”. (Fabio Zavattaro - SIR)

Vangelo Migrante: XXI Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 13, 22-30)

18 Agosto 2022 - Gesù si rifiuta di rispondere ad un tale che chiede: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?” Domanda quanto meno sospetta che sembra cercare più nelle statistiche la sicurezza della propria salvezza che non nella misericordia di Dio. Il pensiero sotteso è che se la maggior parte o addirittura tutti si salvano, facilmente ci si può confondere nella massa, evitando di assumersi le proprie responsabilità. Per Gesù la questione della salvezza non si pone in termini generali o per gli altri, ma si pone “per me”. Argomento tutt’altro che datato. L’opinione diffusa che Dio è buono e quindi tutti, in un modo o nell’altro, si salveranno indipendentemente dalla qualità buona o cattiva della loro vita, non trova conferma nelle Sue parole. Gesù non dice se siano pochi, tanti o tutti quelli che si salvano. Sia chiaro, l’universale predestinazione alla salvezza è il nucleo essenziale della Sua predicazione: tutti sono chiamati, senza alcuna eccezione e senza alcun privilegio, a far parte del regno dei cieli; ma la possibilità di salvarsi, offerta a tutti indistintamente, richiede un’impegnativa risposta personale. E allora formula un invito molto chiaro: “sforzatevi di entrare per la porta stretta”. Non è un immagine ‘lacrime e sangue’ o un’impresa fuori della nostra portata. Il Vangelo porta solo belle notizie e, quindi, la porta è stretta, è un’entrata piccola, come lo sono i piccoli, i bambini e i poveri, veri prìncipi del regno di Dio; è stretta ma a misura d’uomo, di un uomo nudo ed essenziale che ha lasciato giù tutto ciò che lo gonfiava: ruoli, portafogli, l’elenco dei meriti, i bagagli inutili, il superfluo; la porta è stretta, ma è aperta. L’insegnamento è chiaro: fatti piccolo e la porta si farà grande! E va oltre. Attenzione: non è la stessa cosa stare dentro o fuori! Il rischio di rimanere esclusi dal regno esiste ed ha delle conseguenze: “là ci sarà pianto e stridore di denti”. Nè servirà bussare e dire: “Signore aprici!” o vantarsi di cose di poco conto: “abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Quanti non sono passati per la porta stretta a motivo della propria ignavia e falsa coscienza, si sentiranno rispondere: “non so di dove siete”. Dio non riconosce per formule, riti, simboli religiosi o perché si fanno delle cose per Lui, ma perché con Lui e come Lui si fanno delle cose per i piccoli e i poveri. Il resto o sono alibi o false credenziali che normalmente poggiano su un Dio a misura d’uomo. Non mancheranno sorprese. Oltre quella porta Gesù immagina una festa multicolore: verranno da oriente e occidente, dal nord e dal sud del mondo e siederanno a mensa. La porta stretta non è porta per pochi, o per i più bravi. Tutti possono passarvi, per la misericordia di Dio. Il suo sogno è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo; il Suo regno ammette quelli che il mondo reputa clandestini; e se arrivati ultimi, Lui li considera primi. Attrezzarsi a passare quella porta, non è ‘fare di meno’ … ma darsi da fare con un Vangelo che travalica tutti i confini, non solo quelli geografici! (p. Gaetano Saracino)  

Italiani nel mondo: il miracolo di Casablanca

16 Agosto 2022 - Casablanca - Sì, sembrava fosse accaduto un vero miracolo. Già dal mattino del 15 agosto la Chiesa italiana 44, boulevard Abdelmoumen era in fibrillazione. A Casablanca da sempre è il cuore della comunità cristiana italiana. Dove pregare, ritrovarsi e ritrovare insieme la propria identità. Per incanto, il grande piazzale antistante era diventato una … inedita e suggestiva cattedrale ! Con tutti i suoi banchi allineati, le belle piante tutt’attorno solide come colonne, le bandiere del Marocco e dell’Italia, intrecciate all’entrata come un simpatico benvenuto. A tutto un popolo che, sul far della sera, alla presenza del vescovo emerito Giovanni D’Ercole, celebra la tradizionale Madonna di Trapani. Questa, infatti, troneggia grandiosa, incoronata e restaurata da poco dal Coasit accanto all’altare. Al calar del sole, ecco arrivare alla spicciolata fedeli da tutta la città… Una corale filippina ci fa la sorpresa di animare i canti in lingua italiana. Ed è sempre bello ritrovare la propria lingua sulla bocca degli altri ! La santa messa corre veloce, non manca la voce emozionata del vescovo nel ricordare la nostra storia di emigrazione e di fede, di incontro di popoli, di un avvenire costruito a più mani. Per questo si è voluto portare proprio da Trapani, quasi cent’anni fa, un’enorme statua di Maria. « La mamma rassicura, accompagna, dà pace e serenità » sottolinea il vescovo. Lo è soprattutto per chi cambia mondo, per chi è in prima linea come un migrante, allora, in particolare, erano siciliani. E poi alla fine, una cascata infinita di… Ave Maria ! Ognuno, allora, mette la sua voce e la propria lingua, chi dal Rwanda, chi dal Libano, chi dalla Spagna, dalla Francia, dall’Etiopia… mentre l’assemblea, in ascolto con il fiato sospeso, ripete ogni volta, con intima gioia, « Amen ! ». Perfino il Console di Spagna,  con emozione interviene in lingua italiana, mettendosi a servizio per qualsiasi cosa della comunità. Sì, la chiesa italiana di Casablanca, chiusa da troppo tempo ormai, questa notte si è aperta al mondo. Ed è il miracolo più grande di Maria, venuta da Trapani ! Andandosene, infine, ognuno, dopo un rinfresco con i fiocchi e al suono continuato dell’Ave Maria, porterà con sè le sfide e le speranze dell’umanità intera.  Anche questo, in fondo, è oggi esseri italiani a Casablanca !   (p. Renato Zilio)

Mons. Perego: mettere al primo posto l’accoglienza

16 Agosto 2022 - Ferrara - “La donna è il segno della vita, una vita sempre minacciata – è il segno del drago – dal male, dalla violenza, dalla prepotenza. Ieri come oggi, sempre.  Ma la vita trionfa, anche se deve fuggire lontano, nel deserto”. E’ quanto ha detto ieri l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio, mons. Gian Carlo Perego, in occasione della Festa dell’Assunta nell’Abbazia di Pomposa. La pagina dell’Apocalisse, letta durante la liturgia, “la vediamo rappresentata in tante madri che fuggono dalle guerre, dai disastri ambientali, dalla violenza, dalla miseria e desiderano far nascere il proprio figlio e proteggerlo”. Una pagina che aiuta ad immaginare la casa del padre “ricca dei simboli della storia della salvezza, in particolare l’arca dell’alleanza, segno di un Dio che ha accompagnato il cammino del suo popolo passo dopo passo. Accanto all’arca c’è una donna, che sta per avere un figlio e grida per le doglie. Voi madri presenti comprendete queste parole, questo grido di dolore che accompagna la vita”. Questa pagina dell’Apocalisse - ha aggiunto il presule che è anche presidente della Fondazione Migrantes - è “rappresentata in tante madri che fuggono dalle guerre, dai disastri ambientali, dalla violenza, dalla miseria e desiderano far nascere il proprio figlio e proteggerlo. Madri che talora subiscono violenze, abbandoni, rifiuti dai nuovi draghi, che mettono al primo posto l’interesse più che l’accoglienza, il rifiuto più che l’incontro, il profitto più che il lavoro, la guerra più che la pace, la morte più che la vita. Il mare, il deserto diventano per loro talora luoghi di morte e non di vita, in una fuga che non ha approdo. Dio, invece non abbandona, ma dona rifugio: in questa e nell’altra vita. E’ il nostro rifugio, la nostra vita”. (R.Iaria)

Don Bruno Nicolini: 10 anni fa la morte di uno dei pionieri della pastorale dei rom e sinti

16 Agosto 2022 - Roma - Ricorrono domani, 17 agosto, dieci anni dalla morte di don Bruno Nicolini, uno dei sacerdoti pionieri nella pastorale con il mondo dei rom. Aveva 85 anni e aveva dedicato a questo mondo oltre 50 anni della sua vita. Fin dal lontano 1958, infatti, quando vice parroco a Bolzano, aveva iniziato ad occuparsi dei Rom e Sinti nella sua diocesi. Qui aveva fondato l’Opera Nomadi. Fu chiamato a Roma da Papa Paolo VI per continuare ad occuparsi della pastorale dei Rom nella diocesi capitolina nel 1964 dove aveva preparato, nello spirito del Concilio Vaticano II, il primo grande incontro europeo tra il popolo Rom e Papa Paolo VI, a Pomezia nel 1965. Ha creato il Centro Studi Zingari, punto di riferimento culturale per molti per la comprensione della lunga storia dei Rom in Europa. Dalla fine degli anni ’80 è stato responsabile per la Diocesi di Roma della cappellania per la pastorale dei Rom e Sinti. “Con la morte di don Bruno Nicolini i rom hanno perso un padre e un amico, la Chiesa in Italia un pastore attento a riconoscere e tutelare il popolo rom, la Migrantes un collaboratore fedele e intelligente fino agli ultimi incontri degli operatori rom e sinti nei mesi scorsi”, dice oggi il presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, mons. Gian Carlo Perego. Don Nicolini – ha aggiunto il presule - è stato “un protagonista della nuova stagione conciliare della Chiesa, aiutando a sentire i rom ‘di casa nella Chiesa’, valorizzando percorsi di giustizia e di cittadinanza dei rom attraverso l’Opera Nomadi da lui fondata e la conoscenza storica e culturale del popolo rom attraverso il Centro Studi zingari, fondato con Mirella Karpati”. I funerali si sono svolti il 18 agosto di dieci anni fa nella Basilica di Santa Maria in Trastevere presieduti dall’attuale presidente della Cei, il card. Matteo Zuppi che nell’omelia ha  sottolineato che il sacerdote nella sua vita “si è fatto nomade. Ha camminato molto, in tanti modi. Si è messo in viaggio con attenzione intelligente e libera, appassionata e profonda; con una carità esigente, mai pigra e soddisfatta di sé, sempre, sempre alla ricerca, inquieta perché innamorata. Ha amato quanto Gesù e la Chiesa stessa il popolo dei rom e dei sinti”. “In questo giorno lo accogliamo in questa casa di amore, dedicata all’Assunta, dove ha celebrato, quando i suoi passi si erano fatti lenti e incerti, negli ultimi anni, il giorno del Signore”, ha aggiunto l’allora vescovo ausiliare Zuppi ripercorrendo la vita del sacerdote che ha trascorso gli ultimi anni in una casa della Comunità di Sant’Egidio: “lo accompagniamo con molto affetto nell’ultimo tratto del suo cammino. Peraltro morto nel giorno della memoria di san Rocco, santo pellegrino, che superava anche la frontiera più difficile, quella che allontana dalla sofferenza e dalla malattia. Bruno ha cercato di superare la frontiera del pregiudizio”. Di mons. Nicolini il card. Zuppi  ha ricordato, nell'omelia per i funerali di dieci anni fa, il dialogo con le istituzioni sempre improntato “alla ricerca di soluzioni giuste e soprattutto durature e rispettose della dignità della persona”, anche se “non possiamo non constatare come incredibilmente, ed è un’amarezza e anche una promessa a don Bruno, la condizione dei rom è ancora tanto lontana da condizioni minime di rispetto” a causa di scarsa determinazione e lungimiranza, “come se occuparsi di rom sia una concessione mal sopportata e non un diritto da garantire”. Per  Zuppi il sacerdote ha lasciato “la passione per la Chiesa, per il Vangelo e per gli ultimi. E gli zingari purtroppo sono spesso gli ultimi perché in molti casi nei confronti degli zingari il pregiudizio è forte. Noi, ci insegna don Bruno, dobbiamo amare i poveri per quello che sono, il Signore ci chiede di amare i poveri e di riconoscere i fratelli più piccoli, senza chiedergli né certificati penali né certificati fiscali né certificati di bontà o di cattiveria, bisogna volergli bene e basta. In don Bruno dobbiamo riconoscere un testimone che ci ha insegnato e ci ha aiutato ad amare e a conoscere e anche a valorizzare la grande tradizione, la grande cultura dei Rom". (R.Iaria)          

Afghanistan…un anno dopo

15 Agosto 2022 - Brescia - Abbiamo passato il Ferragosto del 2021 vedendo le immagini dell’immane operazione umanitaria e militare scatenata dalla ripresa di Kabul da parte dei Talebani; 4.890 afghani arrivarono in Italia in pochi giorni, mentre scatenavamo una gara di parole per dire che “l’accoglienza era un dovere”, nonostante fosse chiaro per tutti, soprattutto per gli “addetti ai lavori” nel campo dell’accoglienza, che era difficile esercitarla perché alcuni decreti rendevano impossibili l’applicazione di misure straordinarie per persone costrette a fuggire e poter esser accolte “per motivi umanitari”. Ma poco importa, era importante condannare il regime talebano e il fallimento di una lunga operazione militare in quella terra in corso da decenni da nazioni diverse e da schieramenti diversi. L’accoglienza venne gestita in larga parte dal nostro Esercito, lasciando “a bocca asciutta”, in prima battuta, tutti quelli che volevano prodigarsi. Riprese il lavoro e la scuola, una nuova ondata di covid fece spostare la nostra attenzione; a inizio 2022 il conflitto in Ucraina calamitò la nostra attenzione e ci scontrammo nuovamente con le difficoltà nella macchina di accoglienza che non prevedeva più la doverosa accoglienza per chi scappava da una guerra. L’impegno del mondo ecclesiale, del Terzo Settore, degli enti locali e della generosità di tanti ha reso possibile ciò che abbiamo fatto. Ma in questo Ferragosto di un anno dopo la tragedia dell’Afghanistan, mi chiedo cosa ci rimane di quella esperienza? Un anno fa scrivevo commentando quella esperienza e il moto di accoglienza vissuto in quei giorni: […] si tratta adesso di non vivere così solo per qualche giorno, ma di allargare questo stile a tutti i fratelli e le sorelle che per motivi diversi hanno bisogno di essere accolti”. Sono passati 365 giorni e non so se ci siamo mai chiesti che fine hanno fatto le 4.890 persone arrivate, dove sono, se hanno ancora bisogno di aiuto. Non so se sappiamo che all’11 Agosto 2022 tra il mare e la terribile rotta balcanica sono arrivati altri 3.504 afghani (dati del Ministero dell’Interno), ma questi non erano collaboratori dei nostri governi occidentali e hanno dovuto soffrire molto di più per riuscire a scappare, ma di questi non parleremo mai; non fanno notizia e non ci disturberanno in questo Ferragosto con immagini drammatiche, abbiamo ben altro a cui pensare con le prossime elezioni alle porte, sperando che almeno ci ricorderemo l’importanza dell’accoglienza quando sceglieremo chi ci governerà. Come un anno fa’ voglio riscrivere le stesse parole: “In questo caldo tempo estivo voglio augurarmi che la vicenda dell’Afghanistan ci aiuti ad accorgerci maggiormente che il fenomeno della mobilità umana è dettato da storie di vita reali caratterizzate dalla sofferenza, dall’ingiustizia e dalla mancanza di libertà. Non ci si muove per comodità ma per poter vivere realmente; cosi come oggi, quasi tutti, anche coloro che non avevano progetti di accoglienza, dicono “che è un dovere morale accogliere”, mi auguro che non dimentichiamo che questa scelta è vera: l’accoglienza fa vivere chi la esercita e fa vivere chi la riceve”. Speriamo che in Agosto 2023 avremo imparato a interessarci di chi accogliamo e far nascere scelte concrete dall’accoglienza e non a nutrire solo la nostra emotività; speriamo che questo tempo ci insegni che la storia della mobilità umana va’ conosciuta e non usata a propria comodità. (don Roberto Ferranti)    

Card. Zuppi: riaprire vita e speranza

14 Agosto 2022 -

Nel cuore del mese di agosto, in quasi tutti i paesi e le città del nostro Paese, si celebra la festa dell’assunzione di Maria al cielo. Un mistero che ci dice qual è la nostra destinazione: ossia essere assunti con il nostro corpo risorto nel cielo di Dio.

Maria, la prima che ha creduto alla Parola del Signore, è la prima a entrare nel cielo di Dio con il suo corpo. Questa festa è celebrata da tutti i cristiani di tutte le confessioni, ovunque nel mondo. In Occidente la chiamiamo, appunto, Assunzione. In Oriente l’iconografia la trasmette con l’icona della 'Dormizione': gli apostoli circondano in preghiera la madre di Gesù 'addormentata' nel suo letto di morte (la morte dei credenti non è mai da sola, ma sempre circondata dalle presenze degli amici di Gesù). Gesù è raffigurato sopra di lei e tiene tra le sue mani una piccola Maria - quasi 'bambina'. Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Per tanti anni l’ho contemplata nel mosaico absidale della Basilica di Santa Maria in Trastevere. Ed è bello che la prima persona che transita direttamente al cielo di Dio, anima e corpo, sia l’anziana madre di Gesù: lei che ha inaugurato la storia della nostra fede e ospitato il Figlio del nostro riscatto, entra per prima, con un corpo risorto, nella pienezza del Regno.

Il corpo risorto vuol dire che non perderemo la sensibilità umana: al contrario, essa diventerà così pura, così profonda, così fine, da renderci capaci di intercettare direttamente la sensibilità di Dio per tutto il creato e per tutte le creature, dalle più piccole alle più emozionanti che abitano l’eterna fantasia dell’amore di Dio che genera e ispira da sempre i ritmi e i riti della vita che ha creato. E Maria è il simbolo reale del legame profondo della generazione e dell’ispirazione divina della vita con l’origine e la destinazione. In Gesù risorto questo legame irrevocabile abita per sempre l’intimità divina da cui proviene e la condizione umana nella quale si irradia. L’intera storia dell’uomo e quella dell’umanità, lungi dall’essere abbandonata al suo destino mortale, vi appare destinata al riscatto di ogni abbandono che la umilia, la ferisce, la perde: nell’anima e nel corpo.

La cultura moderna ci ha resi gelosi della nostra libertà di vivere: e persino di morire. Ma siamo anche diventati molto rassegnati al corto respiro del nostro modo di godere la vita. Possiamo chiamarlo disincanto, per dare un tono molto adulto e molto razionale a questo pensiero. Di fatto, da quando abbiamo abbassato il cielo dei nostri desideri restringendolo all’orizzonte del nostro io, anche la terra ci sembra più avara di vere soddisfazioni e di autentici entusiasmi. A ragione si parla di passioni tristi. Non sappiamo più stupirci del tanto che pure abbiamo e scoprire l’incanto che è ogni persona che nasconde il riflesso di Dio.

Ci affanniamo giustamente ad aggiustare la società e l’habitat per tanti individui, ma non crediamo più nella comunità e nel mondo che dovrebbero ospitare la fraternità di cui abbiamo bisogno e alla quale apparteniamo.

Dobbiamo chiederci se per caso non ci stiamo rassegnando a essere una sorta di colonia di insetti, certo, evoluti e ingegnosi. La società che stiamo costruendo rischia di avere paura della vita e diffidare della speranza.

Scopriamo di avere politiche da amministrazione di condominio, aspettative di vita giovanilistiche, distanze umilianti e in crescita: fra ricchi e poveri, uomini e donne, vecchi e bambini, mediatici e anonimi, onesti e furbi. Nello spaesamento dell’incertezza, cresce il fascino della chiusura in spazi ristretti e orizzonti chiusi e angusti

L’autoreferenzialità porta a ripiegarci su noi stessi e contagia le persone, i popoli e le culture, anche noi credenti: non di rado appariamo senza idee, senza parole, senza azioni che riaprano i cuori al senso della destinazione dell’esistenza nostra e del mondo. Come Maria troviamo forza facendo nostra la visione di Dio che si fa uomo per iniziare il suo Regno di amore, che sarà di tutto il popolo. La rassegnazione a un mondo ingiusto non è l’effetto – che ora diventa particolarmente visibile – di una certa depressione escatologica che affligge lo stesso cristianesimo?

Il mistero dell’Assunta ci ri-apre al cielo della nostra destinazione. Mercoledì scorso il Papa, riferendosi proprio alla nostra destinazione finale, ha affermato con efficacia: «Il meglio deve ancora venire ». Il cielo – che pure pensiamo pieno di santi rimane forse povero di Vita. E quindi poco attrattivo. Gesù quando parla del Regno lo descrive come un pranzo di nozze, una festa con gli amici, il lavoro che rende perfetta la casa, le sorprese che rendono il raccolto più ricco della semina. Tutto ciò lo iniziamo già sulla terra. Con il 'sì' di Maria a divenire la madre del Figlio. Con il nostro sì a farlo nascere e crescere in noi. Il Signore è «nato da Donna », scrive l’Apostolo. Come ogni essere umano: certo, la sua destinazione è il grembo di Dio; ma il rispetto per la qualità spirituale del grembo che l’ha portato da Dio a noi è la discriminante della qualità umana della nostra esistenza.

La donna comunica al corpo umano la sua sensibilità spirituale, fin dal concepimento, fin dalla gestazione. La donna che diventa madre non è una donna violata, consumata, di seconda scelta. La maternità deve apparire – ed essere trattata – come un valore aggiunto dell’autodeterminazione femminile, non come un uso e un abuso che le fa perdere valore. La società civile, la politica e tutta la comunità cristiana debbono impegnarsi a riconoscere il prestigio della maternità e il valore che la natalità rappresenta per i nostri tempi e per il Paese di cui siamo cittadini e cittadine. L’Assunta è Vergine e Madre, senza pregiudizio di entrambe. Il riscatto dall’attuale depressione escatologica della vita cristiana (e dell’umano che ci è comune) incomincia forse proprio da qui: da una madre che, proprio perché umile, ha saputo dire di sé: «grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente ». Il nostro Paese – il mondo – ha sempre più bisogno di grandi visioni e di uomini e donne umili che se ne lasciano appassionare e non hanno paura di donare la vita per trovarla. ( card. Matteo Maria Zuppi - presidente della Cei)

Vangelo Migrante:XX Domenica del Tempo Ordinario | Vangelo (Lc 12, 49-53)

10 Agosto 2022 - Gesù non usa giri di parole: “sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! (...) Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. Ma cosa sono questo fuoco e questa divisione di cui parla? Il Vangelo non è ottundimento e illusione ma “morso del più”: visione, coraggio, creatività, appunto, fuoco! Altro che oppio dei popoli! Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri, Dio ha delle preferenze e si schiera. Il Dio di Gesù Cristo non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma “ascolta il gemito” di chi lo invoca e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. Perché si può uccidere anche stando alla finestra, muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano il vento dell’odio, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte e ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. Quel fuoco è l’alta temperatura morale che rende possibili le trasformazioni positive del cuore e della storia. Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. È questo che intende papa Francesco quando nella Evangelii Gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire perché senza conflitto non c’è passione (EG 226). Un invito pieno di energia a non seguire il pensiero dominante, a non accodarci alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Essere discepoli significa essere profeti: invito forte, anche se molte volte disatteso! Essere profeti anche scomodi, per Gesù significa far divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente. (p. Gaetano Saracino)

Padre Kolbe e Magis: 17 profughi ucraini accolti al Cenacolo mariano di Bologna

11 Agosto 2022 - Bologna - 17 profughi ucraini sono stati ospitati, dallo scorso 3 marzo, presso il Cenacolo mariano delle Missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe, a pochi chilometri da Bologna. Al progetto di accoglienza ha partecipato anche la Fondazione Magis contribuendo a renderlo concreto. I profughi ucraini sono stati messi nelle condizioni di poter maturare diverse scelte riguardo al loro futuro e hanno lasciato il Cenacolo in tempi diversi, tra metà giugno e fine luglio. Dal primo agosto è rimasta ospite solo una persona adulta. Le persone ospitate normo-udenti sono state 3 adulti e 4 minori. A fine luglio, le due mamme con i rispettivi figli hanno raggiunto i loro mariti in Ucraina. Sperano di poter rimanere nel loro Paese ma hanno già fatto richiesta di poter ritornare al Cenacolo mariano qualora dovessero sentirsi in pericolo. Sono state anche ospitate persone audiolese (8 adulti e 3 minori). Una famiglia i cui membri sono tutti sordomuti (marito, moglie al 7° mese di gravidanza al momento dell’arrivo al Cenacolo, ma ora con figlia neonata ed una figlia di 6 anni); un’altra mamma con la figlia di 10 anni, entrambe sordomute; un fratello e una sorella sordomuti; infine tre adulti (un uomo e due donne). La famiglia composta da marito, moglie e due bambine (la più piccola nata a Bologna a giugno) e la famiglia composta da 1 fratello ed una sorella hanno richiesto la protezione internazionale. I primi a metà giugno e i secondi a metà luglio si sono trasferiti nel centro di Bologna presso strutture Sai  (Sistema accoglienza integrazione). Intendono cercare lavoro e prendere la residenza a Bologna. Nel mese di giugno sono partiti anche gli altri ospiti non udenti: uno ha raggiunto la nonna in Francia, una mamma e la figlia invece hanno raggiunto parenti in Israele. Due donne adulte risiedono a Bologna, in attesa di rientrare in Ucraina appena possibile. In collaborazione con i medici sanitari dell’Usl di Sasso Marconi e Casalecchio di Reno si sono svolte visite, vaccinazioni, ed esami clinici.  

Il Complesso della Cattedrale accoglierà i ragazzi ucraini ospiti a Savona

11 Agosto 2022 -
Savona -  Nella mattinata di domani, 12 agosto, i bambini e ragazzi ucraini ospitati a Savona  parteciperanno ad una visita guidata con annessi laboratori artistici e musicali promossa dal Complesso Museale della Cattedrale. La presenza di una comunità ucraina affidata alla sede della Chiesa del Sacro Cuore di Gesù ha infatti messo in moto l’interesse della Direzione e lo staff di animatori che già in primavera hanno accolto tanti gruppi scolastici per attività didattiche e di laboratorio, anche con la collaborazione dell'associazione Pro Musica Antiqua.
Alle ore 9 il gruppo di giovani e giovanissimi e i loro accompagnatori saranno accolti in piazza del Duomo. Dopo una visita animata alla Cattedrale Nostra Signora Assunta, al suo coro ligneo e al Chiostro Francescano verranno guidati in un laboratorio creativo sotto il fresco porticato e ad uno musicale nella Cappella Sistina con i suoni rinascimentali di Pro Musica Antiqua. L’iniziativa è stata pianificata dalla Direzione museale e da Maria Volvhak. "L'opportunità di visitare il patrimonio storico, artistico e culturale di Savona, per eccellenza il più identitario, ci sembra una forma di accoglienza completa e insieme essenziale per dare il benvenuto a chi è costretto a lasciare con violenza il proprio Paese e condividere almeno l’identità di una casa e di radici", dichiara la Direzione stessa.

A Edirne, lungo la “rotta impossibile”

11 Agosto 2022 -

Edirne  - Quaranta chilometri di cammino solo con i calzini ai piedi, senza le scarpe, sottratte oltrefrontiera durante il respingimento. Nessuno le ha più ridate a Yassine, cittadino tunisino di 49 anni, né agli altri che con lui avevano tentato di attraversare illegalmente il confine turco per entrare in Bulgaria. Intercettati e ricacciati indietro, hanno patito dalla polizia bulgara il trattamento che da anni i richiedenti asilo vanno descrivendo. Da aprile Yassine ci ha provato tre volte. In tutte e tre è stato picchiato. Ora negli occhi ha l’espressione di chi non si spiega tanta violenza, incredulo che quella sia l’Europa. «Potrebbero dirci che siamo illegali e che perciò non ci fanno passare, ma che bisogno c’è di picchiare la gente? Perché farla spogliare, derubarla di tutto, anche delle scarpe?». L’appuntamento con lui è all’ombra del porticato della Eski Cami, la moschea vecchia della città di Edirne, punta estrema della Turchia nord occidentale, a un passo dal confine con Grecia e Bulgaria, da anni tappa obbligata di chi percorre la rotta migratoria orientale cercando di entrare in Europa via terra. Da questa placida cittadina passano afghani, siriani, nordafricani, subsahariani. Quelli giunti in Grecia, dopo innumerevoli tentativi, sono 3.200 da gennaio. Erano stati 4.800 nel 2021, ma 14.800 nel 2019. I respingimenti, agli occhi di chi li compie, devono apparire efficaci.

«Eccole le nostre storie» ci dicono ragazzi di varie nazionalità, fuori da una tavola calda di Edirne. Si sollevano gli orli di pantaloni e magliette per mostrare i segni dei morsi dei cani della polizia bulgara, le manganellate di quella greca. «Nell’ultimo tentativo mi hanno preso lo zaino, i soldi e la giacca. È qualcosa che fa male, no? Poi avevano i cani. Non erano solo bulgari, tra gli agenti c’era chi parlava tedesco e polacco. Ci hanno picchiato senza ragione, alcuni ridevano. L’Unione Europea troverà una soluzione? La sentite la sofferenza delle persone?», riprende con le domande incalzanti Yassine. Sul versante greco, stessi rischi, uguale pericolo. Questa è la frontiera in cui a febbraio 19 uomini semisvestiti sono stati trovati morti congelati. La Turchia ha accusato Atene di averli respinti lasciandoli senza abiti, ma per i greci è solo «falsa propaganda». Dei respingimenti verso la Turchia riferiscono da anni Ong e stampa. Il 30 giugno la commissaria Ue agli Affari Interni Yl- va Johansson ha avvertito la Grecia che le «deportazioni violente e illegali » devono cessare. Già a ottobre era intervenuta in una plenaria della Commissione: «La violenza ai nostri confini non è mai accettabile. Soprattutto se è strutturale e organizzata ». Peccato che le parole non bastino, e i respingimenti continuino. A fine luglio, per giunta, sono emersi i dettagli di un rapporto “riservato” dell’Olaf, l’ufficio antifrode dell’Unione, in cui si documenta il coinvolgimento dell’agenzia europea Frontex nelle attività illegali della guardia costiera greca.

Ci raggiunge alla moschea anche Firas, siriano di Deraa, che oltre il confine non è mai arrivato. «La polizia turca mi ha catturato prima, e mi ha trattenuto in un campo per 65 giorni. Gli agenti turchi non si prendono soldi né vestiti, ma sono duri durante le detenzioni». All’ingresso della pensione dove alloggia incontriamo Amredka, un giovane somalo con un occhio gonfio e un taglio sopra lo zigomo. «È stata la polizia di frontiera», sussurra. «Sono qui da un anno e mezzo e non so più quante volte ci ho provato. Almeno nove, senza trafficanti. Quelli vogliono soldi, noi non li abbiamo. Perché dev’essere così difficile? ». Chi ha denaro si affida a contrabbandieri che da Istanbul garantiscono il trasporto a bordo di van. È l’esperienza di Wassim, afghano di Herat. Dopo cinque anni in Turchia, ne ha abbastanza di pregiudizi e vessazioni. «Se lavori vieni pagato la metà dei locali. A volte non sei considerato nemmeno un essere umano». Il 13 luglio ha raggiunto altre 35 persone in un cimitero di un sobborgo di Istanbul, punto d’incontro con il trafficante. 1.800 euro per arrivare oltreconfine, 3.500 per un posto sicuro in Grecia. Con 10 o 12mila euro (per le bustarelle ad agenti corrotti) ci si imbarca su navi dirette in Italia. Wassim, però, non possiede tanto denaro. «Alle 3 del mattino eravamo a Edirne. Una guida a piedi ci ha condotti al fiume (Evros, il confine, ndr). Lì abbiamo atteso le barche, piccole, a remi. Ci hanno trasportato a due a due». Una volta di là, i trafficanti hanno indicato il punto della boscaglia da cui passare, fino a una radura. «Ma messo piede allo scoperto si è acceso un faro, e la polizia greca è venuta fuori. Abbiamo fatto marcia indietro, ma alle nostre spalle sono comparsi altri poliziotti. È stata un’imboscata ». Agenti «con la bandiera greca sulle spalline e i passamontagna» hanno iniziato il pestaggio. «Con i manganelli, il calcio dei fucili, gli stivali. È rimasto coinvolto anche un bambino di 7 anni» prosegue Wassim. «Poi, hanno fatto spogliare nudi gli uomini, senza biancheria. Hanno lasciato vestite le donne, ma per perquisirle infilavano le mani dappertutto ». Via i soldi, i gioielli, ciò che aveva valore. «Siccome alcuni cuciono il denaro all’interno degli indumenti, i poliziotti hanno tagliato i tessuti con un coltello. Ci hanno persino detto di aprire la bocca, e hanno guardato dentro». (Francesca Ghirardelli)

Naufragio nell’Egeo: oltre 50 dispersi

11 Agosto 2022 -

Milano -  La strage non si ferma. Coi 50 dispersi nel drammatico naufragio avvenuto nell’Egeo ieri mattina, le acque del Mediterraneo, la “fossa comune” più vasta del Pianeta, hanno inghiottito solo quest’anno più di mille persone che tentavano la traversata verso l’Europa, fuggendo da guerre, miseria e carestie. E, nello stesso bacino, dall’inizio del 2022 oltre 15mila sono stati i migranti localizzati su navi alla deriva dalle unità di soccorso.

I dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) fanno rabbrividire ma la tragedia dei naufragi, col loro quotidiano bilancio di vittime, sembra non avere fine. L’anno scorso le partenze erano diminuite, ma negli ultimi mesi sono decisamente riprese e l’Italia, situata al centro del Mare Nostrum, è l’approdo più frequente dei barconi partiti dall’Africa o dai Paesi più disastrati dell’Asia (la questione, così, è tornata ad essere uno dei temi più divisivi – e strumentalizzati – della campagna elettorale).

Dall’alba di ieri nel Mar Egeo due navi della Marina ellenica coadiuvate da un elicottero dell’Aviazione e dalle motovedette della capitaneria di porto di Rodi cercano una cinquantina di migranti che sono stati sbalzati via da una barca salpata la sera prima da Antalya, sulle coste turche, e diretta in Italia: le forti raffiche di vento avrebbero fatto capovolgere l’imbarcazione, appesantita dal suo carico dolente, che è affondata al largo dell’isola di Karpathos. I soccorritori della Guardia costiera greca sono riusciti a salvarne 29, tra afghani, iraniani e iracheni, ma gli altri occupanti del caicco fino alla tarda serata risultavano ancora dispersi. Poche, purtroppo, le speranze di poterli recuperare ancora vivi, molti di loro infatti sono finiti in mare, secondo le testimonianze dei sopravvissuti, senza indossare i giubbotti di salvataggio.

Sempre secondo l’Oim, dal gennaio scorso sono morte 64 persone solo nel Mediterraneo orientale (Egeo), mentre erano state 111 nel 2021. Il numero di arrivi di rifugiati e migranti in Grecia quest’anno è aumentato, secondo il governo ellenico: si tratta in particolare di esuli provenienti dalla Turchia. Per questo Atene accusa Ankara di aver chiuso un occhio sui trafficanti di uomini e allentato i controlli nei porti e nel mare territoriale permettendo così ai migranti di raggiungere la Grecia in violazione degli accordi del marzo 2016 che prevedevano un impegno da parte delle autorità turche per limitare l’immigrazione dal suo territorio in cambio di aiuti finanziari europei. La Turchia, naturalmente, nega ogni accusa e la polemica con la Grecia – che su questo tema si trascina ormai da anni – continua, mentre le persone muoiono affrontando il salto della traversata, spesso ricattati da scafisti senza scrupoli. Ma non è finita. Sempre ieri sei profughi – tre donne e altrettanti bambini – hanno perso la vita in un naufragio al largo del litorale tunisino: una ventina sono stati tratti in salvo mentre si cercano ancora eventuali altri superstiti. Nelle ultime ore sono proseguiti gli sbarchi sulle coste italiane anche lungo la rotta centrale del Mediterraneo: a Lampedusa se ne sono contati sei, mentre a Roccella Ionica, in Calabria, nel terzo approdo in sei giorni sono arrivati 59 migranti. (Fulvio Fulvi . Avvenire