Tag: Immigrazione
Otto sbarchi in Sicilia e Sardegna nelle ultime 24 ore
Milano – Non si fermano gli sbarchi 'autonomi' sulle nostre coste: ben otto nelle ultime 24 ore per un totale di 75 migranti sbarcati nel silenzio generale. Dopo il mini arrivo di otto persone martedì sera a Lampedusa, altri cinque barchini hanno raggiunto nella notte le coste del Sulcis in Sardegna. Si tratta complessivamente di 51 algerini intercettati dalla Guardia di finanza e dalla capitaneria su barchini, tutti di legno di una lunghezza di circa 12 metri e con un motore fuoribordo. I migranti sono stati trasferiti nel centro di prima accoglienza di Monastir (Cagliari).
Ieri mattina, inoltre, una piccola barca, con a bordo 7 o 8 immigrati, è stata intercettata e bloccata da un pattugliatore della Guardia di finanza a circa 3 miglia dalla costa Agrigentina. Mentre in serata a Linosa sono stati intercettati 4 tunisini.
L’agenzia Onu per i rifugiati, Acnur, ha intanto diffuso le ultime stime sui dispersi in mare, confermando altresì che la mortalità nel Mediterraneo, in questi primi cinque mesi dell’anno, è addirittura decuplicata. Si tratta infatti di 500 persone di cui non si ha più traccia a fronte di 18.408 sbarchi in Europa.
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Da Nord a Sud l’esplodere dell’intolleranza
Milano - Tanti gli episodi di intolleranza razziale capitati in questi mesi e segnalati nel dossier messo a punto dalla pedagogista Stefania Lorenzini. Solo per limitarci ai più significativi, possiamo ricordare quello del 13 giugno 2018, quando in una scuola primaria del Lazio un bambino viene chiamato da un gruppo di genitori 'negretto'. La scuola si scusa con la mamma e con il papà del piccolo sostenendo si tratti di un epiteto affettuoso.
Il 14 ottobre a Bari un gruppo di ragazzini ricopre di schiuma bianca un bimbo di 8 anni, nato in Italia, figlio di un’italiana e di un ivoriano. Anche a Poggibonsi piccoli razzisti in azione. Il 17 novembre una bambina viene spintonata e insultata a scuola al grido di 'vattene via brutta e sporca negra'. E il triste canovaccio si ripete nel Salento, a Trepuzzi, dove il 21 gennaio un giovane originario della Sierra Leone viene minacciato da un gruppo di ragazzi, mentre si trova nella sua casa. Sconcertanti le parole che accompagnano i gesti: 'Vai via negro… questa non è casa tua… vattene in Africa'.
Qualche giorno dopo altre minacce razziste a Napoli. È il 31 gennaio quando un giovane ivoriano in Italia da 10 anni, viene inseguito e quasi investito da 4 uomini armati di bastoni, spranghe e sassi al grido di 'schifo di uomo, munnezza.
vogliamo ucciderti'. Due gravi episodi anche a Roma. Il 27 febbraio due giovani aggrediscono e tentano di uccidere due addetti alla sicurezza al grido vergognoso di 'siete dei negri di m...'. Mentre il 26 marzo una madre di pelle scura che tiene la figlia per mano e il figlio di pochi mesi sulle spalle viene insultata, aggredita e ferita a colpi sui glutei e al volto sino a farla cadere a terra, da un 44enne romano. Ancora scuola protagonista negativa a Foligno. Il 21 febbraio un bambino di pelle scura viene messo 'all’angolo' da un insegnante che accompagna il gesto con le parole: 'Bambini, guardate quanto è brutto'. L’insegnante afferma poi che voleva trattarsi soltanto di un 'esperimento sociale'.
Il fatto forse più inquietante in febbraio a Melegnano, quando compaiono scritte razziste sul muro della casa dove vive una famiglia che ha adottato un ragazzo senegalese. Per rafforzare la minaccia compare anche una svastica. La popolazione di Melegnano non rimane però indifferente all’episodio. Il giorno successivo 1.500 persone scendono in piazza per manifestare solidarietà alla famiglia di Bakary Dandio, il 21enne oggetto della minaccia. Il sindaco Rodolfo Bertoli afferma: «Ci sentiamo offesi da queste scritte. Qui ci sono tanti immigrati residenti, presenza imponente ma ben integrata».
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Papa con bambini “corridoi umanitari”
Questa civiltà è da difendere
Milano - Uomini in fuga, il mondo ne è pieno. Non attratti da un miraggio, ma spinti da una disperazione. Si fa presto a dire che sarebbe meglio che ognuno restasse a casa sua, in pace e sicurezza. I rifugiati sono uomini (e donne e bambini) che nel loro Paese patiscono persecuzione, o vivono nella paura, per ragioni di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale, opinioni politiche. A loro il mondo ha dedicato una Convenzione nel 1951, impegnando gli Stati, fra l’altro, a non prendere sanzioni penali, a motivo del loro ingresso o del loro soggiorno illegali, a carico di quei rifugiati che giungono direttamente da un territorio in cui la loro vita o la loro libertà erano minacciate. Già in questo originario principio brilla una sorta di gerarchia delle ragioni di giustizia sopra le formule legalistiche: le une e le altre stanno nel cerchio del diritto, simultanee, e però vita e libertà vincono non per violazione di disciplina, ma per giuridica preminenza. Più vicino ai nostri anni, nel 2011, l’Unione Europea ha emanato una Direttiva che impegna gli Stati membri ad assicurare ai rifugiati «il pieno rispetto della dignità umana» e il diritto d’asilo. La parola 'dignità' è pregnante, nel diritto europeo: essa dà titolo al primo capitolo della 'Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea' e compendia una sorta di statuto elementare e insopprimibile degli esseri umani. Il trattamento che ne discende è un corollario coerente.
In Italia, benché se ne parli così poco che par dimenticato (o a bella posta negletto) l’articolo 10 della Costituzione dice che ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni di legge, lo straniero «al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana». Non dunque solo la fuga dalla persecuzione, dalla tortura, dalla guerra; persino la mancanza delle libertà democratiche garantite dalla nostra Costituzione, cioè il ventaglio intero dei diritti umani disegnato dai nostri Padri.
Questo sistema ispirato al soccorso irrinunciabile delle vittime dell’oppressione, così ben scritto, appare oggi contraddetto da una riluttanza che s’è gonfiata in ostilità; ha alzato muri di pietra e di filo spinato, ma non solo: ha costruito maglie fitte di editti e norme e grida e comandi volti a impedire, a ostacolare, a scacciare. Ma ieri la Corte Europea di Giustizia ha dato una sterzata.
C’erano tre rifugiati (un ceceno nella Repubblica Ceca, due africani in Belgio), che avevano commesso reati e subito condanne; per loro c’era il rifiuto o la revoca dell’asilo e della protezione, si profilava l’espulsione e il rimpatrio. Verso un destino pauroso. La risposta di giustizia è stata 'no'. La Corte ha sentenziato che «gli Stati membri non possono allontanare, espellere o estradare uno straniero quando esistono seri e comprovati motivi di ritenere che, nel Paese di destinazione, egli vada incontro a un rischio reale di subire trattamenti proibiti dalla Carta europea», cioè torture o trattamenti inumani o degradanti. La sentenza, emessa dal massimo organo giurisdizionale dell’Unione, ora vincola tutti. Anche il reo, il condannato che espia la pena, non può diventare uno scarto da riconsegnare ai suoi aguzzini. Perderà quel che perderà, ma non il suo essere uomo, e i diritti dell’uomo.
C’è un’ultima pennellata, infatti che ce lo rammenta, e a suo modo sposta di nuovo l’attenzione dal legalismo alla realtà del diritto-giustizia: l’uomo cui è stato revocato lo 'status' (legale) di rifugiato, se in concreto è un fuggiasco per i motivi di persecuzione che abbiamo visto, resta lo stesso un 'rifugiato', e conserva il diritto umano alla 'protezione internazionale' secondo la Carta europea. Prendiamone definitiva nota, difendiamo questa civiltà e siamone all’altezza: è nostra e condivisa col mondo. (Giuseppe Anzani – Avvenire)