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“Comunità accoglienti, uscire dalla paura”: il documento della Cemi a 25 anni da “Ero forestiero e mi avete ospitato”

Roma - La Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI ha indirizzato alle comunità cristiane la lettera “Comunità accoglienti, uscire dalla paura”. Il documento arriva in occasione del 25° anniversario del precedente, “Ero forestiero e mi avete ospitato” (1993).
Il testo, a fronte del movimento migratorio, invita a passare dalla paura all’incontro, dall’incontro alla relazione, dalla relazione all’interazione.
Lo pubblichiamo integralmente
 
Comunità accoglienti
 uscire dalla paura
 Lettera alle comunità cristiane
a 25 anni dal documento “Ero forestiero e mi avete ospitato” (1993-2018)
 
  1. < >L’immigrazione nel 1993
L’immigrazione nel 1993 era un fenomeno “nuovo” ed emergente, di cui non si riusciva ancora a cogliere le dimensioni e le prospettive. Secondo i dati del Ministero dell’Interno gli immigrati regolari in Italia erano infatti 987.405, in maggioranza europei dell’Unione Europea e dell’Europa orientale (36,85%); seguivano gli africani (29,13%), gli asiatici (17,47%) e gli americani (15,95%); 559.294 erano stati i permessi di soggiorno per lavoro e 144.410 per ricongiungimento familiare; 7.476 le richieste d’asilo, 65.385 erano gli studenti nelle scuole[1]; 10.000 i matrimoni misti e tra stranieri (3% del totale); 17.000 i nati nelle famiglie con almeno un genitore straniero[2].
 
  1. L’immigrazione nel 2018
Dal 1993 ad oggi l’immigrazione è diventata nel nostro Paese un fenomeno sorprendente nel suo incremento, anche se negli ultimi anni esso si è fermato ed è aumentato invece il numero degli emigranti italiani.
Gli immigrati in Italia hanno infatti raggiunto e superato all’inizio del 2016 il numero di 5 milioni con un’incidenza sulla popolazione totale pari all’8,3%. Non dimentichiamo che il 52,6% di questi sono donne, portatrici di esigenze e sensibilità specifiche, e che nel 2016 sono arrivati in Italia più di 25.000 minori stranieri non accompagnati. Nel complesso, oltre il 50% dei migranti proviene da un Paese dell’Unione o dagli Stati dell’Europa Centro-Orientale non appartenenti all’Unione; il 22,9% del totale proviene da un solo Paese europeo, la Romania, e con cinque Paesi (Romania, Albania, Marocco, Cina e Ucraina) che da soli hanno oltre il 50% dei migranti. Considerando le ripartizioni territoriali, nell’insieme delle regioni del Nord risiede il 58,6% del totale della popolazione straniera;.2.400.000 sono i lavoratori e oltre 550.000 gli imprenditori immigrati; quasi 815.000 sono gli studenti stranieri nelle nostre scuole, di cui oltre il 50% nato in Italia. Nel 2016 circa 24.000 sono stati i matrimoni misti o tra immigrati (14,1% del totale dei matrimoni); 72.000 i nuovi nati da famiglie straniere (14,8% sul totale)[3]. Alla fine del 2017 erano in accoglienza nel nostro Paese 183.681 richiedenti asilo e rifugiati: appena il 3 per mille dei residenti[4].
Mentre nell’ultimo triennio il numero degli immigrati è rimasto pressoché stabile ed è cresciuto il numero dei richiedenti asilo, il numero degli emigranti italiani è continuato a crescere: nell’ultimo anno oltre 124 mila italiani hanno spostato la loro residenza oltreconfine[5]; secondo l’OCSE l’Italia è all’ottavo posto nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza dei nuovi immigrati. Non possiamo poi dimenticare che a fronte di 5 milioni di immigrati in Italia, 5 milioni di italiani sono oggi emigranti nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita dignitosa.
 
  1. Immigrazione, sfida pastorale
Nel Messaggio per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018 papa Francesco, in continuità con il Magistero di Papa Benedetto e del Santo Papa Giovanni Paolo II, ha ribadito che «tutti i credenti e gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a rispondere alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità, alacrità, saggezza e lungimiranza, ciascuno secondo le proprie responsabilità»[6]. I Vescovi italiani – negli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020 – hanno ricordato che il fenomeno delle migrazioni è «senza dubbio una delle più grandi sfide educative»[7]. Siamo consapevoli che nemmeno noi cristiani, di fronte al fenomeno globale delle migrazioni, con le sue opportunità e i suoi problemi, possiamo limitarci a risposte prefabbricate, ma dobbiamo affrontarlo con realismo e intelligenza, con creatività e audacia, e al tempo stesso, con prudenza, evitando soluzioni semplicistiche. Riconosciamo che esistono dei limiti nell’accoglienza. Al di là di quelli dettati dall’egoismo, dall’individualismo di chi si rinchiude nel proprio benessere, da una economia e da una politica che non riconosce la persona nella sua integralità, esistono limiti imposti da una reale possibilità di offrire condizioni abitative, di lavoro e di vita dignitose. Siamo, inoltre, consapevoli che il periodo di crisi che sta ancora attraversando il nostro Paese rende più difficile l’accoglienza, perché l’altro è visto come un concorrente e non come un’opportunità per un rinnovamento sociale e spirituale e una risorsa per la stessa crescita del Paese. «L’opera educativa – hanno ricordato sempre i Vescovi italiani – deve tener conto di questa situazione e aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione. Particolare attenzione va riservata al numero crescente di minori, nati in Italia, figli di stranieri»[8]. Per quanto riguarda nello specifico l’educazione dei giovani all’integrazione, sembra importante richiamare qui il ruolo che potrebbero avere alcune delle realtà che ruotano attorno alle parrocchie, in particolare quella degli oratori e dell’associazionismo.
Vogliamo ricordare inoltre che il primo diritto è quello di non dover essere costretti a lasciare la propria terra. Per questo appare ancora più urgente impegnarsi anche nei Paesi di origine dei migranti, per porre rimedio ad alcuni dei fattori che ne motivano la partenza e per ridurre la forte disuguaglianza economica e sociale oggi esistente.
 
  1. < >Siate premurosi nell’ospitalità” (Rm 12,13)[9].
    a. Le migrazioni “segno dei tempi”
    Un processo che inizia con un atto di umiltà e di ascolto di ciò che l’immigrazione, con i suoi volti, le sue storie, le sue domande dice a noi, comunità cristiane. Si tratta di cogliere le migrazioni come “un segno dei tempi”[10], come hanno ricordato gli ultimi Pontefici: un luogo frequentato da Dio, che chiede al credente di “osare” la solidarietà, la giustizia e la pace.
    Leggere le migrazioni come “segno dei tempi” richiede innanzitutto uno sguardo profondo, uno sguardo capace di andare oltre letture superficiali o di comodo, uno sguardo che vada “più lontano” e cerchi di individuare il perché del fenomeno. Prima ancora di “aprire” o “chiudere” gli occhi davanti allo straniero è necessario interrogarsi sulle cause che lo muovono, anche se – e forse proprio perché – oggi appare più difficile che mai riuscire a distinguere quanti fuggono da guerre e persecuzioni da quanti sono mossi dalla fame o dai cambiamenti climatici. Papa Francesco ci ricorda la necessità di «avere “una sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi”. Si tratta di una responsabilità grave, giacché alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione da cui poi è difficile tornare indietro»[11]. Si tratta di prendere coscienza dei meccanismi generati da un’economia che uccide e della inequità che genera violenza: «Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità»[12]. Significa riscoprire la capacità di pensare in grande per agire “politicamente” in senso forte e responsabile, così da colpire efficacemente, ovunque si trovino, poteri e persone che prosperano sulla morte degli altri, cominciando dai trafficanti di armi fino a quelli di esseri umani.
    b. Uno sguardo purificato
    Occorre avere uno sguardo diverso di fronte a coloro che bussano alle nostre porte, che inizia da un linguaggio che non giudica e discrimina prima ancora di incontrare. I termini stessi che spesso ancora utilizziamo per parlare di immigrati (clandestini, extracomunitari…) portano in sé una matrice denigratoria Se noi siamo parte di una comunità, essi ne sono esclusi.
    c. Per una “convivialità delle differenze”
    Incontrare un immigrato significa fare i conti con la diversità. La prima diversità è quella fisica, la più visibile: «La sua singolarità colpisce: quegli occhi, quelle labbra, quegli zigomi, quella pelle diversa dalle altre lo distinguono e ricordano che si ha a che fare con qualcuno. […] quel volto così altro porta il segno di una soglia»[13]. Egli è l’altro, non è colui che scegliamo di invitare a casa nostra, bensì colui che si erge, non scelto, davanti a noi: è colui che giunge a noi portato semplicemente dall’accadere degli eventi.
    In questo incontro emerge la paura. Anzi, due paure si ritrovano a confronto: la mia paura e quella che prova lo straniero. La sua paura è quella di chi è venuto in un mondo a lui radicalmente estraneo, dove non è di casa e non ha casa, un mondo di cui non conosce nulla. La mia è quella di ritrovarmi di fronte ad uno sconosciuto che è entrato nella “mia” terra, che è presente nel “mio” spazio e che, nonostante sia solo, mi lascia intravvedere che forse molti altri lo seguiranno. «Queste paure sono legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano. Avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto. Il peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, all’incontro con il diverso, all’incontro con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata di incontro con il Signore»[14].
    d. Dalla paura… all’incontro
    Le paure si possono vincere solo nell’incontro con l’altro e nell’intrecciare una relazione. È un cammino esigente e a volte faticoso a cui le nostre comunità non possono sottrarsi, ne va della nostra testimonianza evangelica. Si tratta di riconoscere l’altro nella sua singolarità, dignità, valore umano inestimabile, di accettarne la libertà; significa riconoscere la sua peculiarità (di sesso, di età, di religione, di cultura,…) e desiderare di fargli posto, di accettarlo. Tutto ciò senza rinnegare la nostra cultura e le nostre tradizioni, ma riconoscendo che ve ne sono altre ugualmente degne. Scopriremo una ricchezza inaspettata: occhi nuovi per guardare realtà note; tradizioni e abitudini diverse che aiutano a valutare le nostre; sofferenze patite che ci rivelano quanto accade lontano da noi.
    Tutto questo lo sanno bene quelle comunità e parrocchie che in questi anni hanno deciso in vario modo di accogliere, anche a seguito dell’appello di papa Francesco del settembre 2015, appello che sta ancora producendo i suoi frutti. Per questo è nostra intenzione promuovere nei primi mesi del prossimo anno un meeting di queste realtà di accoglienza.
    e. Dall’incontro… alla relazione
    Da un incontro vero nasce la relazione e il dialogo: non più una semplice conoscenza dell’altro, non più solo un confronto di identità, ma una conoscenza “simpatica” dei valori dell’altro. Un dialogo che non ha come fine l’uniformità, ma il camminare insieme, il ricercare un “con-senso”, un senso condiviso a partire da presupposti differenti. è nel dialogo, allora, che si modificano i pregiudizi, le immagini, gli stereotipi, e siamo indotti a riflettere sui nostri condizionamenti culturali, storici, psicologici, sociologici: siamo interrogati sulle nostre certezze e sulla nostra identità. Nel dialogo, aperto alle persone di altre Chiese e di altre religioni, si allarga anche la comunione e la fraternità. Questo è l’inizio di un cammino che può trasformare la possibilità della convivenza in una scelta consapevole. L’immigrazione, con le reazioni di rigetto che talvolta suscita, mette in luce un atteggiamento presente nelle società occidentali e che non le è direttamente connesso: il crescente individualismo, che sempre più spesso si manifesta anche fra connazionali e addirittura all’interno delle famiglie.
    f. Dalla relazione… all’interazione
    è questo il passaggio più difficile. L’integrazione[15] è un processo che non assimila, non omologa, ma riconosce e valorizza le differenze; che ha come obiettivo la formazione di società plurali in cui vi è riconoscimento dei diritti, in cui è permessa la partecipazione attiva di tutti alla vita economica, produttiva, sociale, culturale e politica, avviando processi di cittadinanza e non soltanto di mera ospitalità. «In conformità con la sua tradizione pastorale, la Chiesa – scrive papa Francesco – è disponibile ad impegnarsi in prima persona per realizzare tutte le iniziative (…), ma per ottenere i risultati sperati è indispensabile il contributo della comunità politica e della società civile, ciascuno, secondo le responsabilità proprie»[16]. L’opera della Chiesa nel campo della mobilità umana non può che essere sussidiaria all’azione dello Stato e delle istituzioni internazionali.
     
    1. < >[17]. È il passo che le nostre comunità devono saper compiere, non dimenticando l’importanza dell’ospitalità che porta all’incontro: «Alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo» (Eb 13,2).
      CEMi – Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI
       
       
       
       
       
       
      [1] I dati riportati sono presenti in: Caritas di Roma, Dossier Statistico Immigrazione 1994, Anterem Edizioni Ricerca, Roma, 1994.
      [2] Cfr. Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese 1993; Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese 1994.
      [3] I dati riportati sono presenti in: Caritas e Migrantes, Rapporto Immigrazione 2016, Tau Editrice, Todi (PG), 2017.
      [4] Fondazione Migrantes, Il Diritto d’Asilo 2018 “Accogliere, proteggere, promuovere, integrare”, Tau Editrice, Todi (PG), 2018.
      [5] Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2017, Tau Editrice, Todi (PG), 2017.
      [6] Papa Francesco, Messaggio per la 104a Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018.
      [7] Cei, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, Roma, 2010, n. 14.
      [8] Ibidem.
      [9] Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 222.
      [10] Papa Francesco, Messaggio per la 104a Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018; Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2006.
      [11] Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 51.
      [12] Ivi, n. 59.
      [13] J. Kristeva, Stranieri a noi stessi. L’Europa, l’altro, l’identità, Donzelli, Milano 2014, p. 7.
      [14] Papa Francesco, Omelia 14 gennaio 2018.
      [15] «Intesa come processo bidirezionale che riconosce e valorizza la ricchezza della cultura dell’altro» (Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, Rispondere ai rifugiati e ai migranti. Venti punti di azione pastorale, 2018).
      [16] Papa Francesco, Messaggio per la 104a Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018.
      [17] J. Danielou (1905-1974), Pour une théologie de l’hospitalité, in La vie spirituelle 367 (1951), p. 340.

I numeri dell’Italia che sa accogliere

Roma – E’ l’Italia il Paese più accogliente di tutta l’Unione Europea nei confronti dei migranti. Lo hanno confermato i recenti dati dell’ultimo rapporto Eurostat, secondo il quale 995mila persone, un dato in forte aumento rispetto agli anni precedenti, hanno acquisito la cittadinanza di uno dei Paesi dell’Ue: di esse il 12% era cittadino di un altro Stato europeo mentre la maggioranza proveniva da Paesi extra europei. Con 201.591 nuove cittadinanze, pari al 20%, l’Italia si è posizionata al primo posto, seguita da Spagna (150.944) e Gran Bretagna (149.372).
Dei 201.591 nuovi cittadini italiani, i principali Paesi di provenienza sono Albania (18,3%) Marocco (17,5%) e Romania (6,4%).
Uno spaccato delle comunità migranti presenti in Italia è stato offerto dai Rapporti annuali della Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione del ministero del Lavoro, realizzati con il supporto di Anpal servizi spa e recentemente diffusi. Essi descrivono in dettaglio le caratteristiche salienti delle 16 comunità più numerose presenti nel nostro Paese: si tratta delle comunità albanese, bengalese, cinese, ecuadoriana, egiziana, filippina, indiana, marocchina, moldava, nigeriana, pachistana, peruviana, senegalese, srilankese, tunisina, ucraina.
Dei 3.714.136 cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti in Italia al 1° gennaio 2017, circa il 40% proviene da quattro Paesi: al primo posto c’è il Marocco con 454.817 titolari di permesso di soggiorno valido, seguito dall’Albania con 442.838 regolarmente soggiornanti, dalla Cina con 318.975 e dall’Ucraina con 234.066. I minori sono 813.901, pari al 21,9% del totale. La comunità meno rappresentata è quella ecuadoriana con 79.845 persone.
Cosa dimostrano questi dati? Una riduzione e un mutamento dei flussi di ingresso in Italia: diminuiscono i nuovi permessi di soggiorno, che calano dai quasi 600mila del 2010 agli attuali 226.934, mentre crescono quelli per ricongiungimento familiare (dal 30% del 2010 all’attuale 45%) e quelli legati alla richiesta di una forma di protezione internazionale (dal 7,5% al 34,3%). Aumentano i titolari di permesso di soggiorno di lungo periodo (saliti dal 52% del 2012 all’attuale 60,7%) soprattutto tra ecuadoriani, tunisini, albanesi, moldavi, ucraini, marocchini, segno di un crescente radicamento sul territorio.
Quali sono le caratteristiche delle diverse comunità? I dati distinguono caso per caso. Quasi l’80% dei 234.066 cittadini ucraini presenti in Italia, ad esempio, è rappresentato da donne, specializzate nell’assistenza alla persona (67% di quanti prestano tali servizi). Al contempo il 47% degli ucraini presenti in Italia percepisce meno di 800 euro al mese, un reddito sensibilmente inferiore a quelli del complesso dei non comunitari; ha un livello d’istruzione medio alto e la loro comunità si pone all’ultimo posto per la presenza di minori. In relazione a questo dato è preceduta dalla comunità moldava i cui minori, in costante diminuzione, sono inseriti al 100% nel circuito scolastico italiano.
I moldavi sono caratterizzati da una forte presenza di donne, svolgono servizi alla persona, hanno un alto livello d’istruzione (il 17% possiede una laurea) e ricevono compensi medio bassi. Al contrario le donne pachistane sono assai poco presenti nel mondo del lavoro. In aumento la percentuale di imprese individuali (+14,3%). Anche il 50% dei lavoratori della comunità pachistana è impegnato nei servizi pubblici, sociali, alla persona: un dato che indica una vera canalizzazione in questo settore.
Le donne egiziane sono poco presenti nel mondo del lavoro: solo il 5,6% a fronte del 75,8% dei maschi, ma anche per gli egiziani ad un livello d’istruzione medio-alto non corrisponde un adeguato riscontro nel lavoro svolto: il 35% ne svolge uno manuale non qualificato. La più alta percentuale di bambine e ragazze appartiene alla comunità nigeriana, l’unica che continua ad incrementare le proprie presenze in Italia e quella con la quota più bassa di lungo soggiornanti (39,2% a fronte del 60,7%). Tra le comunità di più antica migrazione quella albanese, che mostra un sostanziale equilibrio tra generi (48,6% le donne e 51,4% gli uomini) ed un’elevata quota di minori (26% del totale) segnale importante della presenza di famiglie. L’Albania è il primo Paese di origine degli studenti non comunitari. Stesso equilibrio di genere (49,6% donne e 50,4% uomini) nella comunità cinese, che presenta un bassissimo tasso di disoccupazione (4% a fronte di una media del 16%) ed è anagraficamente più giovane rispetto alla media. Seconda nella graduatoria dei titolari di imprese individuali, la comunità stenta però a inserirsi sul nostro territorio, come indica l’esiguo numero di matrimoni misti (259). Anche la comunità originaria del Bangladesh è caratterizzata dall’alto numero di imprese individuali, presenti in altissimo numero (13.343) nel Lazio; per il 70% dei lavoratori lo stipendio va oltre gli 800 euro, dato superiore alla media che contribuisce a rendere il Bangladesh primo Paese per rimesse ricevute dall’Italia (486,6 milioni di euro). Con 334,9 milioni di euro complessivi, infine, le Filippine si piazzano al secondo posto per rimesse dall’Italia.( Paola Scarsi)
 
 

Migrantes Cerignola-Ascoli Satriano: giovedì incontro con don De Robertis

Cerignola -  “Costruire una nuova civiltà dell’amore”. Questo il tema scelto dall’Ufficio Migrantes di Cerignola-Ascoli Satriano per un incontro che si svolgerà giovedì prossimo, alle ore 19.00, presso il seminario vescovile di Cerignola. Si tratta dell’ultimo incontro formativo per i volontari e l’equipe organizzato e promosso dall’Ufficio Migrantes. L’intero ciclo di incontri formativi iniziato a dicembre con l’obiettivo di consolidare e formare il gruppo di volontari, ha preso spunto dall’attività di Papa Francesco relativa al tema dei migranti. Il Pontefice, infatti, ha indicato i punti centrali di una visione di accoglienza tenendo conto dei quattro verbi da lui evidenziati nel messaggio della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018: accogliere, proteggere, promuovere, integrare.
 

Migranti: oltre 500 salvati nel fine settimana

Milano - Non si fermano le partenze dalla Libia. Approfittando delle condizioni meteo favorevoli, sono almeno 500 i migranti trovati in alto mare e soccorsi nell’ultimo fine settimana. Quasi 300 sono stati tratti in salvo da navi Ong, e in parte già sbarcati nei porti siciliani. Altri 200 sono stati invece intercettati dalla guardia costiera libica e riportati sulla terraferma. I racconti dei naufraghi sono sempre drammatici: persone soccorse in mare vengono prima detenute e poi rivendute ai trafficanti. Chi è più fortunato viene soccorso da una nave Ong, chi non ce la fa ripiomba nuovamente nel girone infernale libico. «Si stima che in oltre 600 abbiano perso la vita in mare, quest’anno, nel tentativo di fuggire dalla Libia» spiegano i volontari di Medici senza Frontiere a bordo, insieme al team di Sos Mediterranee, della nave Ong Aquarius che ieri mattina ha sbarcato a Messina 73 migranti. Intanto è giallo sul corpo senza vita di una donna nordafricana ritrovato nelle acque della Durance, il fiume che attraversa Briancon. Potrebbe essere la prima vittima tra i migranti che sempre più numerosi scelgono di passare il confine italo francese attraverso le Alpi. Sarà l’inchiesta affidata alla gendarmeria francese a far luce sul ritrovamento. Si pensa che il corpo della donna sia rimasto sepolto dalla neve e sia poi stato trascinato a valle. (D.Fas.)
 

L’accoglienza distingue Reggio Calabria

Reggio Calabria - «Apriamo orizzonti» è lo slogan, l’emblema, della Festa dei Popoli che si è svolta ieri a Reggio Calabria oggi, 13 maggio, in piazza Sant’Agostino; con una variante quest’anno, perché i Sikh, imponente gruppo etnico dell’India, avevano già concordato di celebrarla a livello nazionale, la domenica precedente proprio nella stessa piazza del centro storico di Reggio Calabria. E così il 6 maggio, già in tarda mattinata, la piazza ha cominciato ad essere invasa da una massa di indiani del Punjab nel loro sgargiante abbigliamento variopinto e col loro altrettanto variopinto turbante. Una trentina di loro connazionali è scesa da Brescia in “alta uniforme” di denso colore azzurro, attraversato da cinture di bianco candido, e per le primissime ore del pomeriggio questo gruppo ha intrattenuto i connazionali e gli altri immigrati misti a italiani che nel frattempo erano giunti in piazza. «Stento a credere ai miei occhi – mi confida un caro amico – che questa gente venuta da lontano abbia tanta voglia di incontrarsi, di sbracciarsi, di cantare, danzare e declamare quasi dimenticando le mille disavventure affrontate nell’attraversare prima il deserto, poi il “Mare nostrum”, per approdare sulle nostre coste, in particolare al nostro porto di Reggio».
Già, Reggio Calabria sarà ricordata, non meno di altre città costiere della Sicilia, come la città degli sbarchi. E per i cittadini di Reggio, è una specie di dovere morale conservare il ricordo di quanto accaduto: dall’estate 2013 sono oltre sessanta gli sbarchi nella banchina del porto reggino. In quell’estate operatori Caritas, Migrantes e di altre realtà ecclesiali, appena hanno avuto notizia che era approdata al nostro porto una nave della Marina militare con un carico umano di diverse centinaia di profughi in fuga dall’altra sponda del Mediterraneo, subito si sono precipitati al porto con una grande quantità di coperte, di calzature e indumenti vari nonché di panini, paste e bibite varie, ma soprattutto con strette di mano, calorosi welcome e larghi sorrisi, ossia col linguaggio dell’accoglienza e della fraternità. «Apriamo orizzonti», dunque: è bello, gratificante celebrare quest’anno la Festa dei Popoli con questo sguardo di apertura universale. Certo non si potrà dare un tetto, un pane, un domani a quanti potrebbero bussare alla nostra frontiera, possiamo la comunità reggina può e deve aprire mente, cuore e, fin quanto è possibile, anche le braccia a quanti ricordano che anche gli italiani, sono stati e sono tuttora un popolo di migranti. «Ricordati, Israele, che anche tu sei stato straniero», è il monito della Bibbia, che oggi si attualizza così: «Ricordati, italiano; ricordati, calabrese di Reggio Calabria, che anche tu sei stato e continui ad essere migrante».
La città ha vissuto con grande coraggio il tempo degli sbarchi E c’è chi si è mostrato capace di aiutare chi arrivava dalla propria nazione. (Bruno Mioli – Direttore Ufficio Migrantes Reggio Calabria-Bova)
 
 

Wenders: Papa Francesco “ci ricorda che in Europa tutti siamo migranti”

Roma  - “Papa Francesco dice molte cose fondamentali sul tema dei migranti. Prima di tutto sottolinea che non hanno un vero e proprio statuto giuridico internazionale e dovrebbero essere protetti dalle norme del diritto internazionale ma soprattutto ci dice che siamo tutti migranti, tutti in Europa siamo migranti”. Lo ha detto il regista Wim Wenders, in un'intervista a Tv2000 realizzata da Fabio Falzone, presentando il film “Papa Francesco. Un uomo di parola” proiettato in anteprima mondiale al 71° Festival di Cannes.
“Nel mio paese in Germania – ha sottolineato Wenders - milioni di persone hanno vissuto la realtà dell’immigrazione dopo la Seconda guerra mondiale. Questo ci insegna che la storia e il fenomeno migratorio è parte dell’umanità. Il Papa ci ricorda anche che possiamo vivere tutti con qualcosa in meno rinunciando anche a piccole cose. Se pensiamo solo a crescere ed accumulare che si tratti di Europa, America, Cina o Russia, questo vuol dire lasciare il nostro prossimo. Lasciare dietro di noi centinaia di migliaia di persone. Il Papa ci ricorda di non escludere le persone, ma anzi di preoccuparci di includerle. Questo lo possiamo fare tutti rinunciando a qualcosa, anche a poco. E per il nostro prossimo può fare la differenza”.
“Papa Francesco – ha proseguito Wenders - ci ricorda che siamo tutti amati da Dio. Anche se noi non vogliamo Dio, ci ama lo stesso e io ci credo davvero: Dio ci guarda e ci ama e questo riguarda tutti anche chi crede in altre religioni, anche chi non crede in Dio. Ci ama tutti comunque e quando Papa Francesco me lo ha ricordato il mio cuore si è fermato per un attimo. E' fondamentale che sia il Papa a ricordarcelo”. “Questo uomo – ha concluso Wenders - ci restituisce speranza. La sua positività, il suo ottimismo ci libera dai veleni del nostro tempo. Sì ha ragione lui ce la possiamo fare”.
 
 

Migrantes Porto Santa Rufina: ragazzi di fedi diverse, uniti in preghiera per la pace

Ladispoli – I palloncini si stagliano con i loro mille colori nel cielo di Ladispoli. La giornata è assolata, ma le nuvole non mancano all’istituto comprensivo “Corrado Melone”. Una suggestione casuale certo, ma simbolica della preghiera interreligiosa organizzata dalla scuola in collaborazione con l’ufficio Migrantes di Porto–Santa Rufina, diretto dal diacono Enzo Crialesi.
Cattolici, ortodossi, copti, musulmani gli uni accanto agli altri. Insieme per dire no alla guerra, raccolti assieme agli alunni nel piazzale dell’istituto, attorno al cuore con scritto “Il mondo che vorrei”.
Riccardo Agresti, il dirigente scolastico, raccoglie la fisionomia così ampia dei suoi ragazzi (di 31 nazionalità differenti) in un appello all’incontro con l’altro: «Nello spirito di pace che ci accomuna tutti – dice il preside – accogliamo l’invito a proclamare davanti alla nostra città di Ladispoli e al mondo che la religione non deve mai diventare pretesto di conflitti, odi e violenze, quali i nostri giorni conoscono, ma punto d’incontro per la promozione della pace e della fratellanza».
Lavorare per l’amicizia tra i popoli è il compito affidato a ogni persona. Perché la pace non è un discorso generale su cui convergere. Non il punto di arrivo. Ma il principio, l’inizio tratteggiato nell’anima, destinato a formare lo stile quotidiano della relazione o tradito dalla glorificazione dell’io a danno del noi.
Il rapporto tra le fedi concordi nel ripudiare la guerra e l’ingiustizia può risvegliare la pace nei cuori dove coperta dalla coltre dell’interesse economico attende di essere evocata.
Tre grandi impegni condividono i rappresentanti delle religioni, dice don Alberto Mazzola, vicario generale di Porto–Santa Rufina. Un accresciuto senso del valore della pace come dono di Dio. Il desiderio di manifestare solidarietà, unendosi gli uni con gli altri in una corale implorazione di pace. E «l’urgenza – conclude il sacerdote – di testimoniare insieme l’impegno per la pace e la giustizia, sia nella convivenza quotidiana, sia nelle grandi scelte della vita politica e sociale. Testimonianza che il mondo secolarizzato e lontano dalla religione spesso richiede e di cui si sente bisognoso».
Parole riproposte dalle confessioni cristiane rappresentate. Per i cattolici don Gianni Righetti, don Saji Thadathil, don Adrian Chili (cappellano dei cattolici romeni) e padre Iulian Serafin Vescan (cappellano greco–cattolico).
Padre Lucian Birzu ha invece pregato a nome degli ortodossi romeni e Sehn per i copti egiziani. Omusmane Mbaye e Matar Gueye in rappresentanza dei musulmani senegalesi e l’immam Salameh Ashour, per i musulmani nordafricani, hanno condiviso le parole di amore e pace rivelate nel Corano. I ragazzi attenti e partecipi con i loro pensieri hanno messo il sigillo con le loro preghiere legate a quei palloncini colorati. Ognuna diversa, ma tutte in volo dalla stessa terra, verso l’unico cielo.
Papa Francesco ha inviato un saluto per il tramite della Segreteria di Stato al preside Agresti in cui «auspica una sempre proficua attività formativa a favore delle giovani generazioni, incoraggiando la promozione di occasioni di incontro, di scambio e di preghiera per aiutare ogni persona di buona volontà a ricercare continuamente quei sentieri di giustizia,  di carità e del rispetto degli altri per la costruzione di una pacifica e costruttiva convivenza». (Simone Ciampanella)
 

Bologna: la Madonna e la città negli sguardi dei migranti

Bologna - Posso dire per l’esperienza di questi ultimi anni che gli immigrati cristiani, sia cattolici che ortodossi, sono tra i nuovi bolognesi quelli che per primi accolgono e vivono con entusiasmo la devozione per la Madonna di San Luca, forse anche più dei nostri giovani. Molti di loro hanno come l’impressione che la grande mobilitazione di fede e devozione che caratterizza questa settimana in cui la santa Icona scende dal suo colle per sostare in cattedrale, renda la nostra città addirittura più «normale», perché anche nei paesi dove la fede cristiana è minoritaria, l’elemento religioso è comunque molto presente nella vita pubblica. A molti di loro appare invece «strana» e perfino incomprensibile una città nella quale la vita dello spirito e la testimonianza della fede restano sepolte nell’intimità della coscienza o sotto il velo di una proposta di valori puramente umani e non radicati nell’amore di Dio. La presenza degli immigrati è molto frequente ed evidente nelle celebrazioni mariane di questa settimana. Li si vede partecipare alle processioni, alle celebrazioni liturgiche, nel confessionale, ma anche sostare a lungo in chiesa, spesso con una rara capacità di silenzio, nelle prime ore del pomeriggio o in tarda serata: una partecipazione che diventa corale e perfino orgogliosa in alcuni momenti che sono ormai entrati nella consuetudine della nostra Chiesa, come il rosario serale del mercoledì.
Quest’anno sono state 13 le lingue utilizzate per la recita del Rosario, vissuto con una naturalezza che ha del commovente da parte della grande assemblea di bolognesi che si raduna ogni sera. Particolarmente toccante il canto in lingua aramaica, la lingua parlata da Gesù e utilizzata nella liturgia dalla Chiesa caldea. Questo momento di preghiera serale di mercoledì era già da tempo in programma, anche con una intenzione speciale per la pace in Siria, in Ucraina e negli altri paesi segnati dalla guerra, ma negli ultimi giorni si è attivata in Italia e nel mondo una rete di preghiera che invitava ad unirsi alla famiglia Evans nel secondo compleanno del piccolo Alfie, per il quale molti si erano mobilitati, sostenuti anche dal Papa. È così entrata con naturalezza nelle intenzioni anche la preghiera per le famiglie che accompagnano persone gravi e gravissime e perché la vita umana sia sempre sostenuta, onorata e difesa. Alfie e la pace: due intenzioni apparentemente molto diverse, ma che in realtà rappresentano le piaghe sanguinanti del nostro tempo: un mondo iper sviluppato che ritorce il suo progresso contro la dignità dell’uomo che soffre e aree del pianeta nel quale scorrono nell’indifferenza sangue e ingiustizia. Ieri si è chiusa la settimana con la partecipazione massiccia anche delle comunità ortodosse, che hanno celebrato un Akatisthos, poche ore prima della partenza dell’immagine e si sono unite con le altre comunità alla grande processione, con stendardi, bandiere e abiti tradizionali, mentre i loro sacerdoti, si uniranno a quelli cattolici nel portare in spalla la Santa Icona. (Andrea Caniato – Direttore Ufficio Migrantes Bologna)
 
 

Papa Francesco: il nostro “destino” è vivere da amici di Gesù

Città del Vaticano - Abbiamo ricevuto in “sorte”, cioè come “destino” non per “caso”, l’amicizia con Gesù e la nostra vocazione è proprio quella di rimanere amici del Signore. Lo ricorda Papa Francesco nell’omelia della Messa di stamani a Casa Santa Marta, come riferisce Vatican News. La sua riflessione si intesse sulla Liturgia della Parola odierna, dove più volte viene usata la parola “sorte”: “Noi abbiamo ricevuto questo dono come destino, l’amicizia del Signore, questa è la nostra vocazione: vivere amici del Signore, amici del Signore. E lo stesso avevano ricevuto gli apostoli, più forte ancora, ma lo stesso. Tutti noi cristiani abbiamo ricevuto questo dono: l’apertura, l’accesso al cuore di Gesù, all’amicizia di Gesù. Abbiamo ricevuto in sorte il dono della tua amicizia. Il nostro destino è essere amici tuoi. E’ un dono che il Signore conserva sempre e Lui è fedele a questo dono”.
Tante volte, però, noi non lo siamo e ci allontaniamo “con i nostri peccati, con i nostri capricci” ma “Lui è fedele all’amicizia”. Gesù quindi, come ricorda il Vangelo odierno (Gv 15,9-17), non ci chiama più “servi” ma “amici” e conserva questa parola fino alla fine perché è fedele. Persino con Giuda: l’ultima parola che gli rivolge, prima del tradimento, è “amico” non gli dice “vattene”: “Gesù è il nostro amico. E Giuda, come dice qui, è andato per la sua sorte nuova, per il suo destino che lui ha scelto liberamente, si è allontanato da Gesù. E l’apostasia è quello: allontanarsi da Gesù. Un amico che diventa nemico o un amico che diventa indifferente o un amico che diventa traditore”.
Al posto di Giuda – come narra la Prima Lettura (At 1,15-17.20-26) – viene, quindi, eletto a sorte Mattia “per essere testimone della Risurrezione”, “testimone di questo dono di amore”. “L’amico – ricorda il Papa – è quello che condivide proprio i segreti” con l’altro. “Vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”, dice infatti Gesù nel Vangelo. Si tratta, dunque, di un’amicizia che “abbiamo ricevuto in sorte, cioè come destino”, come l’avevano ricevuta Giuda e Mattia: “Pensiamo a questo, Lui non rinnega questo dono, non ci rinnega, ci aspetta fino alla fine. E quando noi per la nostra debolezza ci allontaniamo da Lui, Lui aspetta, Lui aspetta, Lui continua a dire: ‘Amico, ti aspetto. Amico cosa vuoi? Amico, perché con un bacio mi tradisci?’. Lui è il fedele nell’amicizia e noi dobbiamo chiedergli questa grazia di rimanere nel suo amore, rimanere nella sua amicizia, quella amicizia che noi abbiamo ricevuto come dono in sorte da Lui”.
 

Papa Francesco: un appello alla “riconciliazione” e alla “fraternità” in Indonesia

Città del Vaticano – “Cessino le violenze in Indonesia". E’ stato questo il forte appello lanciato ieri da Papa Francesco al termine della preghiera del Regina Coeli in Piazza San Pietro. Il pontefice, dopo gli attacchi alle comunità cristiane del Paese, che hanno causato 11 morti,  ha invitato alla "riconciliazione” e alla “fraternità".
"Sono particolarmente vicino al caro popolo dell’Indonesia, in modo speciale alle comunità cristiane di Surabaya duramente colpite dal grave attacco contro luoghi di culto", ha detto Papa Francesco: "Prego per le vittime e i loro congiunti. Insieme invochiamo il Dio della pace affinché cessino queste violente azioni, e nel cuore di tutti trovino spazio non sentimenti di odio e violenza ma di riconciliazione e di fraternità".
Al termine del Regina Coeli anche un ricordo nella Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che si è celebrata ieri sul “Fake news e giornalismo di pace". Il Papa ha inviato un saluto a "tutti gli operatori dei media, in particolare i giornalisti che si impegnano a cercare la verità delle notizie, contribuendo a una società giusta e pacifica”. (R.I.)
 

Africani Francofoni in Italia: oggi il raduno al Santuario del Caravaggio

Roma - Si ritroveranno oggi, domenica 13 maggio, al Santuario Santa Maria del Fonte di Caravaggio, le comunità africane cattoliche di lingua francofona, residenti al Nord e Centro Italia,  per il loro pellegrinaggio annuale.

«Ogni anno questo momento  - spiega don Mathieu Malick Faye, coordinatore Migrantes per le comunità cattoliche africane francofone -  di fraternità, di gioia e di fede  rappresenta una occasione per ritrovarsi insieme e pregare per la pace in Africa e per l’Italia, il Paese che ci ha accolti». Il momento clou sarà la celebrazione alle 12,00 presieduta dal coordinatore e concelebrata da diversi sacerdoti che seguono la pastorale migratoria. 

I 50 anni della Migrantes: la gratitudine del Circo italiano

Roma -  Le persone alle quali l’attività della Fondazione Migrantes si rivolge, “sono singoli, famiglie e comunità coinvolte dal fenomeno della mobilità umana, e in modo particolare: gli immigrati stranieri; i migranti interni italiani; i rifugiati, i profughi, gli apolidi e i richiedenti asilo; gli emigrati italiani; la gente dello spettacolo viaggiante; i Rom, Sinti e nomadi”, come spiega lo statuto.
Era il 1987 quando Consiglio Episcopale Permanente della CEI deliberò la costituzione della “Fondazione Migrantes”, eretta con decreto del Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Card. Ugo Poletti, del 16 ottobre 1987. Ma se si considera il “precursore” della Fondazione, cioè l’UCEI (Ufficio Centrale Emigrazione Italiana), da 30 gli anni di operatività a favore dei migranti salgono a 50.
In questi anni la Migrantes è stata anche a fianco del mondo del circo e della sua gente “con passione e coraggio, spesso schierandosi anche in difesa delle sue tradizioni più autentiche, come quella degli animali che da generazioni convivono con gli artisti sotto ai tendoni itineranti. Ma come non ricordare anche i diversi messaggi di affetto indirizzati al circo dalla Migrantes in occasione della Giornata mondiale del Circo”, si legge sul sito dell’Ente Nazionale Circhi:
“na delle esperienze più belle e significative del rapporto fra il nostro settore e la Migrantes, è sicuramente legato ai due eventi che hanno visto l’organismo della CEI in prima fila nella ideazione, organizzazione e gestione: il Pellegrinaggio della gente del circo e dello spettacolo viaggiante da Benedetto XVI nel 2012 e il Giubileo dello spettacolo viaggiante e popolare con l’incontro con Papa Francesco nel 2016. Due momenti indimenticabili”. Per queste ragioni, l’Ente Nazionale Circhi e il mondo del circo italiano nel suo insieme, si “uniscono con gioia e riconoscenza alle celebrazioni, che hanno il merito di focalizzare e valorizzare la lunga e preziosa attività della Migrantes, ed esprimono gratitudine per l’amorevole accompagnamento ricevuto”.
 
 

Varisco: una memoria di esperienze la storia della Migrantes

Roma - "Vorrei che fosse chiaro lo spirito che anima questa ricerca. Non una rievocazione storica fine a sé stessa, che nel migliore dei casi risulterebbe autocelebrativa o nostalgica e nel peggiore perfettamente inutile, bensì una memoria di esperienze, idee ed elaborazioni da mettere al servizio del presente". E' quanto ha detto lo storico Simone Varisco, presentabdo il suo lavoro "Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti" che raccota, in cinque volumi, la storia dell'Ucei (l'IUfficio Centrake per l'Emigrazione Italiana e la Fondazione Migrantes). In tal senso, il tema stesso dei volumi - la storia degli ultimi 50 anni della pastorale migratoria in Italia - è di "aiuto: un contenuto vivo - ha spiegato -  così come viva e sempre più necessaria è la cura pastorale degli uomini, donne e bambini in mobilità. Non soltanto dei cristiani che sempre più numerosi giungono in Italia, ma anche degli emigrati italiani all'estero, dei rom e sinti, dei circensi e di tutto lo spettacolo viaggiante".

ISMU – una madre straniera su sette ha i figli in patria

Milano -  La Fondazione ISMU stima che attualmente in Italia ci siano in tutto circa 10 milioni di mamme con almeno un figlio all’interno del proprio nucleo familiare e tra queste si conta un milione e mezzo di mamme straniere. A questo gruppo di madri immigrate se ne aggiungono altre 130mila, che però non condividono la casa con i propri figli (poiché si sono resi indipendenti), e altre 270mila non hanno con sé i propri figli poiché li hanno lasciati all'estero (quindi le madri straniere che vivono in Italia sono in tutto 1 milione e 900mila). Dati alla mano dunque si calcola che una madre straniera su 7 non potrà festeggiare la festa della mamma assieme alla prole a causa della distanza.
Il collettivo che conta il maggior numero di madri con i figli all'estero è quello ucraino. Le madri ucraine infatti, essendo molto spesso impegnate a tempo pieno nelle attività di assistenza domiciliare agli anziani italiani, hanno il 60% dei figli all’estero, seguite da filippine (30%) e nigeriane (17%). Le percentuali invece si abbassano molto per marocchine, albanesi, rumene, cinesi, egiziane, che solo in pochi casi hanno i propri figli all’estero.
 Mentre il divario medio per il reddito delle donne straniere rispetto agli uomini stranieri è del 27% (dato in parte da un minor tasso di occupazione e in parte da minori redditi), tale gap è in realtà solo del 15% finché si tratta di donne e uomini che non hanno figli. Una differenza di reddito che sale al 32% in presenza di un primo figlio, al 37% in presenza di due o tre figli, al 46% in presenza di 4 figli o più.
 

Mons. Perego: le migrazioni “un segno dei tempi da scrutare”

Roma -  “Le migrazioni sono un segno dei tempi non solo da leggere ma da scrutare, bisogna andare a fondo”. Lo ha affermato questa mattina mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e già direttore generale di Fondazione Migrantes, nel suo intervento alle presentazione di “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti” (Tau Editrice). Ricordando “la presenza in Italia di 198 nazionalità diverse e 5 milioni di migranti nelle nostre comunità e città”, mons. Perego ha richiamato le “quattro passioni di Migrantes”. “La prima – ha spiegato – è quella per la conoscenza dei migranti”. Per questo, “l’impegno di Migrantes perché l’azione pastorale della Chiesa fosse aggiornata sulle migrazioni e sulla mobilità umana”. Ciò è stato possibile anche con il “favorire la nascita di strumenti come il Dossier e il Rapporto immigrazione”. Ma oltre allo studio del fenomeno sociale, non è mancato “una ricerca di studio e un contributo importante per quanto riguarda le leggi” da quella Foschi, alla Bossi-Fini, “con proposte e critiche rispetto ad alcuni passaggi”. C’è poi “la passione per l’accoglienza”. “Migrantes – ha rilevato Perego – ha aiutato la Chiesa ad avere un volto accogliente”, aiutandola ad essere “una Chiesa in cammino per una santità ospitale”. Oggi, “5 su 10 nelle comunità cristiane coniugano immigrazione e paura”. Anche da qui la necessità di “educare le comunità sul tema dell’incontro e di costruire un percorso di attenzione all’altro come a te stesso”. L’arcivescovo ha poi parlato della terza passione, quella “per l’accompagnamento”. Che significa “accompagnare e prendere per mano chi è in cammino, educando la comunità a non lasciare nessuno fuori dalla porta delle Chiese”. L’accompagnamento – ha aggiunto – “chiede alla Chiesa di stare in città, anche in periferia” e implica l’impegno per “salvaguardare la tutela della dignità della persona, della famiglia”. Questa è la quarta passione, quella “per la dignità dell’uomo”. Da qui, per esempio, l’impegno per i ricongiungimenti famigliari, aspetto per il quale “l’Italia è al penultimo posto per i tempi, visto che ci vogliono 8 anni”. (Sir)

 

Mons. Galantino: diciamo più spesso che quello che facciamo per i migranti lo facciamo perché siamo credenti

Roma - “Diciamo più spesso che quello che facciamo per i migranti lo facciamo perché siamo credenti”. E’ stato questo l’invito rivolto dal segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino,  intervenuto questa mattina alla presentazione del volume “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e Migranti” (Tau Editrice), curata dallo storico Simone Varisco.

Il presule ha evidenziato l’importanza di denunciare “con chiarezza la contraddizione di certe forme di religiosità o di richiami a simboli religiosi che pretendono di convivere con il rifiuto dell’accoglienza di chi è costretto a mettersi in cammino. Oggi va vissuta la vocazione a essere fontana del villaggio per irrigare solchi di terra resi aridi dall’egoismo che pretende di convivere con una spessa e sospetta patina di religiosità”.

Per mons. Galantino “certi politici oggi ci hanno costretti a pensare alle migrazioni come ad un tema che riguarda il Mediterraneo. Ma non è così. E molte volte noi, nella nostra azione, ci siamo fatti condizionare da questo”. “La situazione che stiamo vivendo – ha detto ancora il presule - domanda una attenzione costante, rivolta a tutto ciò che riguarda la mobilità e che è cambiata rispetto al passato: i flussi, i popoli interessati, i percorsi sempre nuovi che si aprono, le sensibilità che crescono o purtroppo scompaiono”.  Da qui l’invito affinché “il nostro compito sia molto più forte che in passato, non perché ci sta Tizio o Caio al governo ma perché la sensibilità sta arretrando rispetto alla Parola di Dio e al Vangelo”. Mons. Galantino, quindi, si è detto preoccupato da “quelle politiche che fanno dell’avversione al migrante la loro bandiera”. L’attenzione alla mobilità umana “non è frutto di sensibilità emotiva o di  mero orientamento culturale. Se non superiamo questo noi verremo trascinati tranquillamente. Oggi più che mai va recuperata e intensificata la consapevolezza che ad aprirci all’all’accoglienza è il vangelo, è la Parola di Dio. Non  è questione di strategie, di collocamento, di sensibilità più o meno emotive che scattano davanti ad alcuni eventi particolari”. La sensibilità verso questi temi “nasce anche dal racconto di quello che oggi tante chiese fanno nei loro territori”. Migrantes – ha concluso Mons. Galantino - ha “un ruolo importante, anche in questo senso. Da qui l’invito a dire questo “più spesso, che lo facciamo perché siamo credenti”.

Don De Robertis: “un cammino da proseguire accanto ai tanti che sono in viaggio”

 Roma  - “In questi cinque volumi è tracciato un cammino, che è ancora all’inizio e che dobbiamo proseguire perché è ancora incompiuto. Si tratta del cammino di tante persone che oggi sono in viaggio per i motivi più diversi ma è anche il cammino della Chiesa che ha il compito di camminare accanto a queste persone. Un cammino che siamo chiamati tutti a percorrere facendoci noi stessi stranieri”. Lo ha affermato don Gianni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes, chiudendo a Roma la presentazione di “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti” (Tau Editrice), opera scritta da Simone Varisco. A 30 anni dalla nascita della Fondazione Migrantes e ad oltre 50 dell’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana (UCEI) che l’ha preceduta, in cinque volumi viene ripercorso l’itinerario degli immigrati e dei profughi che giungono alle nostre frontiere, ma anche quello dei sempre più numerosi emigranti italiani all’estero, dei rom e dei sinti, nonché dei circensi, dei fieranti e della gente dello spettacolo viaggiante. “Quello della Chiesa italiana è stato un impegno costante, difficile perché è difficile far passare il messaggio che il migrante va considerato nella sua integralità di persona”, ha spiegato Varisco. “L’idea prevalente, purtroppo sbagliata – ha aggiunto -, è quella della migrazione come emergenza alla quale rispondere con strumenti e iniziative, contingenti e limitate che spesso rischiano di abbandonare il migrante a se stesso”. “A questo – ha proseguito – si somma l’idea del migrante come persona con soli bisogni materiali (cibo, alloggio)”. Per Varisco, “questi 50 anni ci dimostrano che c’è invece stato un impegno costante della Chiesa che è andato oltre agli interventi materiali, sacrosanti perché senza cibo o senza alloggio è più difficile coltivare la fede. Ma questi non bastano a soddisfare la persona nella sua integralità”. “Da qui – ha rilevato – l’attualità di una storia della pastorale e la necessità di continuarla anche oggi”. Alcuni passaggi significativi di questa storia sono stati richiamati da mons. Silvano Ridolfi, ultimo direttore dell’UCEI e memoria viva della pastorale migratoria in Italia. “Il nome ‘Migrantes’ – ha affermato – è nato ispirandoci a ‘Caritas’: dicendo ‘Migrantes’ volevano sottolineare i soggetti delle migrazioni, perché le persone che emigrano sono più importanti del fenomeno”.
 
 

Palermo: dal 14 la Settimana dei Migranti

Palermo - Costruire la cultura dell’incontro a partire dalla festa, dalla conoscenza reciproca, dal confronto delle esperienze di vita. Palermo, forte dei suoi 30mila stranieri regolari presenti stabilmente in città provenienti da 128 Paesi diversi, oltre ai tantissimi che regolari non sono, diventa per sette giorni capitale dei migranti.
«Noi abbiamo conosciuto Dio in un profugo, anzi il primo profugo dell’era cristiana. Lo dice lui stesso: "Ero profugo, ero forestiero e mi avete accolto". L’umanità intera sarà vagliata a partire da questo. Non devono prevalere né il pregiudizio, né la paura. Innalzare barriere è il tradimento di quello che è evidenza, ossia che il mondo è fatto per essere luogo di incontro» afferma l’arcivescovo di Palermo, mons.  Corrado Lorefice, presentando assieme al sindaco Leoluca Orlando la "Settimana dei migranti" che è soprattutto una "Festa dei popoli".
Dibattiti, incontri, mostre, teatro, musica e cibo costituiranno l’intenso programma dal 14 al 20 maggio, che si concluderà proprio nel giorno di Pentecoste con una giornata di festa all’aperto, sul prato del Foro Italico, con una mostra dei lavori dei licei artistici, un pranzo multietnico, giochi e performance dei vari Paesi. Un appuntamento voluto dall’Arcidiocesi, pensato da Caritas, Migrantes e Ufficio Missionario, e sostenuto da Comune, scuole, realtà di volontariato e associative e comunità di migranti, proprio nell’anno di Palermo Capitale italiana della cultura. Mentre altrove si realizzano muri e barriere di ogni tipo, Palermo crede che sia possibile attraversare percorsi di convivenza, facendo leva su un passato intessuto di contaminazioni e investendo su nuovi modelli di integrazione. «Approfondiremo i temi dei minori stranieri non accompagnati, della musica, della dimensione religiosa dell’uomo» sottolinea il vice direttore dell’ufficio Migrantes della diocesi, padre Sergio Natoli. Una mostra proverà ad aprire uno squarcio sui volti giovani dell’Italia multietnica, così come tenteranno di farlo la rappresentazione teatrale "Medea: l’isola delle lacrime" e il concerto dell’orchestra giovanile "Quattro canti" e della corale "Arcobaleno dei popoli", esempi di un dialogo virtuoso tra ragazzi di origini culturali diverse.
Un "no grazie" all’ipotesi di costruzione di un hotspot alla periferia della città, paventato alcuni mesi fa, viene ribadito dal sindaco Orlando, che annuncia, invece, «l’avvio da settembre dell’applicazione del modello Sprar anche ai minori non accompagnati, per migliorare la qualità dell’accoglienza», e «il conferimento della cittadinanza onoraria a cento bambini i cui genitori non sono nati in Italia. Perché a Palermo non ci sono stranieri”. (A. Turrisi)
 

Mons. Di Tora: le migrazioni fenomeno per leggere la storia

Roma – “Le migrazioni sono una 'cifra' che aiuta a leggere la storia”. E’ quanto ha sottolineato questa mattina il presidente della Fondazione Migrantes, mons. Guerino Di Tora, introducendo i lavori di presentazione del volume “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti”. Per il presule, che è anche il presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della Cei, oggi è impensabile “prescindere” da questo fenomeno mondiale: “è qualcosa che cambia la geopolitica mondiale. Il nostro compito non è solo l’accoglienza e l’integrazione ma anche agire sul piano culturale, per programmare l’uomo del futuro all’interno della globalizzazione degli esseri umani, oltre che dei beni e dei servizi”.

Migrantes: sintesi dei volumi presentati questa mattina

Roma - In occasione di una singolare coincidenza storica – gli oltre 50 anni dalla creazione dell’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana e del suo Bollettino (1965), ma anche i più di 45 anni di Servizio Migranti (1970), i 40 anni dalla pubblicazione del primo numero della rivista Migranti-press (1979) e i 30 anni dall’istituzione della Fondazione Migrantes (1987) – il primo volume di “Impronte e scie. 50 anni di Migrantes e migranti” ne ripercorre le vicende storiche ed istituzionali. Le alterne fasi della mobilità umana in Italia coincidono con protagonisti ed atteggiamenti pastorali differenti: mons. Giovanni Battista Scalabrini e mons. Geremia Bonomelli, pionieri dell’assunzione di responsabilità sulla pastorale migratoria da parte dell’episcopato italiano attraverso l’UCEI; i sempre più puntuali interventi pontifici in materia con Paolo VI e Giovanni Paolo II, fino alle tematiche più attuali dell’etica delle migrazioni con i pontificati di Benedetto XVI e Francesco. Un lungo cammino attraverso cinquant’anni di pastorale, che per la prima volta si estende dai documenti d’archivio ai tweet di papa Francesco, attingendo ampiamente ai documenti del magistero pontificio e della Chiesa in Italia. Ciò allo scopo di evidenziare il carattere di coralità che per tradizione appartiene non soltanto all’operato dell’UCEI prima e della Fondazione Migrantes poi, ma anche all’approccio dell’intera Chiesa alle diverse forme della mobilità umana.
Il secondo volume è dedicato all’emigrazione che ha rappresentato e continua a rappresentare una delle dinamiche storiche ed umane più caratterizzanti l’Italia. Nel ripercorrerne le diverse fasi storiche, il volume si sofferma su un ambito spesso sottovalutato, eppure di estrema importanza: la pastorale migratoria. Attingendo al Bollettino dell’Ufficio centrale per l’emigrazione italiana e al suo erede Servizio Migranti in occasione dei 50 anni dalle prime pubblicazioni, il libro ripercorre l’epopea eroica e drammatica dell’emigrazione italiana attraverso le testimonianze di alcuni suoi interpreti privilegiati – i missionari d’emigrazione al servizio delle comunità italiane all’estero – senza per questo dimenticare il prezioso ruolo svolto dalle religiose e dai laici. Dall’Etiopia alla Danimarca, fino alle fabbriche e ai cantieri che impiegano e consumano gli italiani in terra straniera, il volume unisce storie di vita, anche pastorale, e curiosi episodi sfuggiti alle grandi maglie della storia, ma non a quelle più fitte delle cronache. Completano il libro un costante riferimento al magistero pontificio e ai documenti della Chiesa in Italia sulla mobilità umana e l’analisi di alcuni temi in grado di accomunare l’emigrazione di un tempo con quella attuale: la famiglia, i giovani e l’educazione.
Nel terzo volume il tema dei rom e sinti. Sin dai suoi albori il Popolo di Dio si caratterizza per un legame del tutto speciale con l’itineranza, che sia il nomadismo dei patriarchi, la missionarietà degli apostoli o la consapevolezza di ogni cristiano di essere ancora oggi pellegrino nel mondo. Una alterità – rispetto al mondo e alle sue logiche, ma anche nei riguardi della società circostante – che è ben rappresentata da un popolo che è al contempo molti popoli: quello romaní. È muovendo da questa considerazione che il volume ripercorre la storia della pastorale di rom e sinti attraverso l’esperienza dell’Opera per l’assistenza spirituale dei nomadi in Italia (OASNI) e della Fondazione Migrantes. Quella che lega romaní e Chiesa cattolica si dipana come una trama di progressivo incontro, ma anche di evidenti difficoltà, pazientemente intessuta da numerosi operatori pastorali, molti dei quali laici. Il costante richiamo al magistero pontificio e ai documenti della Chiesa in Italia permette di cogliere il graduale mutamento nei rispettivi atteggiamenti, culminato e al tempo stesso rinnovato dal grande incontro di Paolo VI con i popoli romaní a Pomezia nel 1965. Molto rimane da fare, tanto nella Chiesa locale quanto in quella “delle carovane”, e in alcuni ambiti – da quello abitativo a quello lavorativo, dai giovani alla famiglia, prima comunità educante – permangono delle criticità, da leggere ed interpretare alla luce della storia, dell’attualità e del Vangelo.
Circensi, fieranti e lunaparkisti sono fra gli indiscussi protagonisti dello spettacolo viaggiante in Italia e nel mondo. A loro è dedicato il quarto volume. Ciononostante, la loro storia riflette le difficoltà tipiche della gente del viaggio: i continui spostamenti, la durezza spesso incompresa del lavoro, le reciproche diffidenze che caratterizzano il rapporto con la società stanziale. Per questo è ancora più importante – e al tempo stesso affascinante – ripercorrere la storia della pastorale dei circhi e dello spettacolo viaggiante, dagli albori di don Dino Torreggiani all’attualità della Fondazione Migrantes, passando per la “carovanite” che ancora oggi contraddistingue buona parte degli operatori pastorali del settore. Il rapporto con la Chiesa, un tempo complesso, nell’ultimo secolo è andato maturando in un legame stretto e talvolta sottovalutato, che trova nei pontefici degli interpreti attenti e sensibili. Oltre che la relazione con i papi, da Pio XII a Francesco, il volume analizza alcuni temi forti e ricorrenti della pastorale della gente del viaggio: famiglia, giovani e anziani. Completa il libro una riflessione sul ruolo sociale ed ecclesiale degli “artigiani della festa”, esaltato dal pontificato di Francesco, espressione del legame indissolubile tra fede, gioia e spettacolo viaggiante.
Il quinto volumi all’immigrazione, oggi fra i temi più discussi e spesso esibita all’opinione pubblica come una novità degli ultimi anni. L’immigrazione straniera rappresenta in realtà da oltre un quarantennio una costante – sebbene variabile per caratteristiche, consistenza e protagonisti – della storia d’Italia. Sovente affrontata come un evento del tutto contingente ed emergenziale, l’immigrazione straniera in Italia è, invece, una dinamica profondamente umana, sociale e storica. Una prospettiva che emerge con particolare evidenza nell’approccio pastorale della Chiesa che, in questo campo così come in altri, intende rivolgersi all’uomo nella sua integralità. Dai profughi di guerra italiani e dall’Est europeo fino agli attuali flussi migratori, il volume analizza i mutamenti intercorsi in quasi 50 anni nella pastorale della mobilità attraverso gli occhi dell’UCEI e della Fondazione Migrantes. Particolare attenzione è prestata ai profughi, agli studenti stranieri, ai minori e alle donne. Ne emerge un’Italia come Paese a doppia identità, meta d’immigrazione eppure ancora coinvolta da importanti dinamiche emigratorie. La mobilità umana si conferma un “segno dei tempi” di straordinaria attualità, alla luce del quale leggere e rileggere la nostra appartenenza a Cristo e alla Chiesa.