Primo Piano

Coldiretti: tigri alla fame, agricoltori le adottano

16 Aprile 2020 - Roma - A causa dell’emergenza coronavirus c’è allarme fame per centinaia di tigri, leoni, ippopotami, elefanti, cavalli e cammelli rimasti senza sostentamento per il blocco forzato degli spostamenti e degli spettacoli dei circhi. Lo rende noto la Coldiretti che si è mobilitata con l’adozione da parte degli agricoltori che in tutta la Penisola, dal Friuli alla Sicilia, hanno portato razioni alimentari di soccorso dal latte alla verdura, dalla carne alla frutta ma anche fieno e paglia. Solo in Sicilia sono 6 le realtà in difficoltà per le quali è scattato il piano Marshall alimentare degli agricoltori: il Circo Acquatico esotico a Mazara del Vallo, Sandra Orfei a Caltanissetta, Happy Circus a Castelvetrano, Circo Lamar a Caltagirone, Circo Torres a Campobello di Licata e Darix Martini a Santa Teresa Riva. A loro nell’ultima settimana sono state donate tonnellate di fieno e carne e quintali di prodotti vari tra mangimi, latte, uova, verdura per nutrire gli animali. Pacchi di aiuti alimentari con scarti di frutta e ortaggi sono stati portati anche ai circhi bloccati in Friuli a Latisana e in Toscana ad Arezzo.   Sotto i tendoni delle carovane italiane – spiega Coldiretti su dati Censis - si trovano tigri, leoni, cammelli, elefanti, ippopotami, cavalli, asini, cani, struzzi, giraffe, rinoceronti e zebre. In tutta Italia sono almeno 70 le realtà attive che portano avanti una tradizione antica di secoli - spiega la Coldiretti – con la gestione di quasi duemila animali che vanno accuditi tutti i giorni. La situazione del mondo dello spettacolo viaggiante non più florida da anni è diventata drammatica con l’emergenza coronavirus a causa dell’impossibilità a lavorare, con la perdita di ogni tipo di introiti ma con la necessità di continuare a sostenere gran parte delle ordinarie spese di gestione, comprese quelle per gli animali che solo per il mangiare costano oltre 2,7 milioni di euro all’anno.   Portare cibo agli animali del circo – conclude la Coldiretti – significa aiutare le famiglie di artisti circensi che con quegli stessi animali vivono e lavorano grazie a spettacoli che ogni anno divertono e fanno passare momenti di serenità a oltre un milione di persone tra grandi e bambini.  

Rieti: la pandemia vista dai rifugiati

16 Aprile 2020 - Rieti - Tra le attività che il coronavirus non può e non deve fermare ci sono quelle legate all’accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo. Ed infatti è rimasto in funzione il Siproimi gestito a Rieti dalla Caritas diocesana. A livello territoriale, infatti, grazie al supporto delle realtà del terzo settore, gli enti locali riescono a garantire interventi di accoglienza integrata che superano la sola distribuzione di vitto e alloggio, prevedendo in modo complementare anche misure di informazione, accompagnamento, assistenza e orientamento, attraverso la costruzione di percorsi individuali di inserimento socio-economico. A spiegare come la struttura sta funzionando in questi tempi difficili è Antonella Liorni, responsabile del servizio, dalla sua quarantena forzata dalla zona rossa di Contigliano. Normalmente le diverse attività si svolgono nei locali di via Sant’Agnese, ma in questo periodo sono ovviamente sospese tutte le azioni di orientamento che richiedono una presenza fisica o spostamenti da parte delle persone. Si procede dunque approfittando delle risorse telematiche: una modalità che sta a poco a poco diventando familiare anche ai più refrattari. E un po’ come i bambini e i ragazzi delle nostre scuole, anche i beneficiari del progetto di accoglienza e hanno velocemente preso confidenza con le lezioni a distanza, come quelle per imparare la lingua italiana. “Gli assistiti – dice Antonella – seguono le lezioni della nostra insegnante grazie a software come Skype e Zoom, e si fa lo stesso ogni volta che questa strategia riesce efficace”. Non ci sono infatti solo i corsi di lingua di cultura italiana. Spesso sono necessari percorsi di accoglienza ed educazione più complessi, che devono tener conto anche delle origini e della mentalità di chi arriva per facilitare il più possibile l’integrazione in fatto di costumi, approcci e stili di vita. Senza contare l’altra funzione del sistema di accoglienza, che è quello di fornire assistenza psicologica e umana dei beneficiari, persone che nella maggior parte dei casi hanno un vissuto assai problematico. E anche qui tornano utili le videochiamate: pur restando a distanza si ascoltano le storie e i bisogni, si curano le ferite dell’anima e a volte anche i dolori del corpo, perché resta garantita per tutti l’assistenza sanitaria. “Data la situazione, si svolge in teleconferenza anche l’attività dell’ufficio, compresa la settimanale riunione di coordinamento – aggiunge Antonella – e si cerca di supplire in ogni modo alle attività di sportello”. Perché per quanto flessibili, con gli strumenti della videochiamata non si può risolvere tutto. L’accoglienza dei migranti e il percorso di integrazione richiedono spesso attività semplici e pratiche, importanti anche se si tende a darle per scontate. Ma chi viene da un altro Paese, oltre all’ostacolo della lingua incontra molte altre difficoltà che attengono alla vita quotidiana: sottoscrivere un contratto di affitto o per la fornitura di un servizio, comprendere i propri diritti e doveri in un rapporto di lavoro, aprire un conto corrente in banca o alle poste, rinnovare il permesso di soggiorno o chiedere un ricongiungimento familiare. Nell’impossibilità di muoversi, si cerca rimediare a queste necessità con altri strumenti, soprattutto con il telefono. Facendo uno sforzo importante, perché a bussare alla porta non sono solo i beneficiari attuali, ma anche le persone uscite dal percorso di protezione che ancora non riescono a condurre una vita pienamente autonoma. Un universo complesso di uomini e donne che come tutti rispettano le indicazioni sanitarie per evitare di diffondere il contagio. “I primi tempi ci stupivamo quasi della cura con cui i nostri assistiti seguivano le indicazioni del Governo e anche della loro tranquillità di fronte a questo pericolo invisibile”, ci confida Liorni. “Il fatto è che in diversi Paesi di provenienza le epidemie non sono rare come dalle nostre parti” e dunque una qualche abitudine ad accettare le indicazioni di prevenzione può essere un dato acquisito. E poi, di fronte a certi vissuti drammatici e ai “viaggi della speranza” compiuti attraversando l’Africa per riuscire infine a sbarcare sulle coste italiane, starsene chiusi al sicuro, in casa, indossare qualche mascherina e prestare più attenzione del solito a quello che si fa non è poi così male.   Fonte Diocesi di Rieti  

Papa Francesco: “preghiamo per i farmacisti che lavorano per aiutare gli ammalati”

16 Aprile 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco questa mattina ha voluto pregare per i farmacisti che lavorano tanto per aiutare gli ammalati ad uscire dalla malattia. “In questi giorni mi hanno rimproverato perché ho dimenticato di ringraziare un gruppo di persone che anche lavora … Ho ringraziato i medici, infermieri, i volontari… ‘Ma lei si è dimenticato dei farmacisti’: anche loro lavorano tanto per aiutare gli ammalati ad uscire dalla malattia. Preghiamo anche per loro”, ha detto il Papa introducendo la celebrazione eucaristica da Casa Santa Marta. Commentando il Vangelo di oggi che racconta l’incontro con i discepoli ha sottolineato che per la gioia “erano sconvolti e pieni di paura perché credevano di vedere un fantasma”. Per la gioia non riuscivano a credere. La gioia è “l’esperienza più alta della consolazione”. La gioia è “il frutto dello Spirito Santo, senza lo spirito non si può avere questa gioia”. Ricevere la gioia dello spirito – ha detto il Papa è “una grazia” e consiglia di leggere gli ultimi paragrafi della enciclica Evangelium nuntiandi di Paolo VI dove parla dei cristiani gioiosi, dell'evangelizzatore gioioso”.

R.Iaria

 

Sciurba (Mediterranea):  “vogliamo la verità sulle 55 persone disperse”

15 Aprile 2020 - Roma - "Vogliamo la verità sulle 55 persone disperse". È la richiesta di Mediterranea Saving Humans e di Alessandra Sciurba, presidente dell'associazione. "Non è sostenibile che donne bambini e uomini chiedano aiuto per sei giorni e i governi di Italia e Malta aspettino che vengano inghiottiti dal mare - denuncia Sciurba -. E se fosse lo stesso caso della barca con cinque persone senza vita adesso davanti le coste libiche non sarebbe meno grave e non sarebbe una condanna minore, con gli stessi mandanti. Nel Mediterraneo i profughi vengono lasciati morire o messi nelle mani dei libici per essere riportati in un Paese in guerra. I morti sono tutti uguali, le vite valgono tutte allo stesso modo. Oppure lo dicano finalmente questi ministri e questi governi, che ci sono esseri umani che vanno solo fatti scomparire". (SIR)

Comunicazione del futuro:essenziale, purché autentica

15 Aprile 2020 - Roma - Il futuro sarà segnato da un ritorno all'essenziale. Una delle consegne che questo tempo di prova ci lascerà, secondo molti, sarà proprio il tornare all'essenza delle cose. È un ritornello che sta accompagnando le nostre giornate, quasi a voler allungare lo sguardo verso quel dopo tanto desiderato. E non potrebbe essere altrimenti... Due riflessioni  però vengono sollecitate da questa prospettiva per i mass media. Anzitutto “il ritorno” presuppone una conoscenza o un’esperienza previa. Chiediamoci che cosa consideravamo essenziale "prima", e ora? La situazione forte che stiamo vivendo richiede un esame di coscienza sul percorso da intraprendere, perché questo “ritorno” non significhi passato ma futuro, costruito sulle basi solide delle sofferenze patite. E, poi, l’essenziale... Cosa rappresenta per la comunicazione? In che modo coniugare l’essenzialità con la molteplicità dei messaggi e delle fonti? Sicuramente attingendo dalla fonte pura dell’etica e della deontologia. Perché il profumo dell’essenza non sia coperto dal puzzo delle fake news. Una comunicazione essenziale è credibile quando è autentica e ha fondamenta salde, non transitorie. Credere è avere fiducia, che, a sua volta, è essenziale sia ben riposta. La nostra responsabilità, per oggi come per il futuro, parte da qui. (Vincenzo Corrado)    

Mons. Scicluna: “se affermiamo di avere un cuore di carne, non possiamo dimenticare i rifugiati nei centri sull’isola dove c’è il coronavirus”

15 Aprile 2020 - Roma - “La carità può davvero iniziare a casa. Ma la casa non è certo dove dovrebbe finire, specialmente per i cristiani, e la Pasqua è un periodo di riflessione e rinnovamento che invita ognuno di noi a porsi una domanda fondamentale: desideriamo avere un cuore di carne o un cuore di pietra?”: è un passaggio della riflessione apparsa oggi sul quotidiano “The times of Malta” a firma dell’arcivescovo Charles Scicluna. Dopo aver descritto il Covid-19 come “la nostra croce”, lo sconvolgimento che ha portato, le ferite che sta lasciando, il dolore anche personale dell’arcivescovo di aver dovuto “celebrare la Pasqua in una cappella praticamente vuota”, mons. Scicluna scrive che “se affermiamo di avere un cuore di carne, non possiamo dimenticare i rifugiati affollati nei centri a Malta, dove c’è un focolaio di coronavirus”. E ancora “se sosteniamo di avere un cuore di carne, non possiamo dimenticare gli altri esseri umani – tra cui dei bambini – che sono in difficoltà nel mare intorno a noi”. “Salvare vite non può mai essere considerato un’opzione”, continua il presule: “è un imperativo morale che non può essere negoziato e a cui non si può rinunciare. Se abbiamo un cuore di carne, dobbiamo riconoscere che anche i migranti colpiti sono i nostri fratelli e sorelle”. “La Chiesa continuerà a fare ciò che ha fatto per molti anni, offrendo le nostre risorse ai migranti in difficoltà”, afferma l’arcivescovo, che chiede all’Ue di “fare di più per sostenere le nazioni povere e i loro cittadini”.    

Cei: Humanlines, il portale che racconta i Corridoi umanitari

15 Aprile 2020 -

Roma - C’è Danait, giovane eritrea che parla un perfetto italiano e ha lavorato per l’Unhcr. Poi ci sono Awet, dodicenne, sordo, arrivato dall’Eritrea a Cossato, in provincia di Biella, dove può frequentare una delle migliori scuole di lingua dei segni, e Omar, un adolescente che diventa amico di Fabio, il proprietario di una pasticceria in un piccolo paese del profondo nord.

Sono solo alcuni dei protagonisti delle storie, piene di verità e di sofferenza, raccolte da “Humanlines”, un portale di informazione e web documentario in continuo divenire, promosso dall’Università di Notre Dame (USA), per raccontare il progetto dei Corridoi Umanitari finanziato dalla Conferenza Episcopale Italiana che ha permesso a centinaia di rifugiati eritrei, somali e sud-sudanesi di arrivare in Italia in modo legale e sicuro.

“Abbiamo scelto di raccontare microstorie in grado di trattare ciascuna un tema e un frammento di tale complessità, nella speranza di dar vita nel tempo ad un mosaico coerente, onesto, affidabile”, spiega Ilaria Schnyder che insieme a Clemens Sedmak coordina anche un progetto di ricerca longitudinale volto a monitorare e valutare le diverse dinamiche dei Corridoi Umanitari che incarnano una nuova visione di pensare l’immigrazione e l’accoglienza. Le storie, aggiunge, sono “narrate attraverso fotografia, audio, video ma anche comics e videoanimazione”. A queste si affiancheranno report, articoli accademici e approfondimenti.  

Don Maffeis: portare a tutti l’annuncio di speranza

15 Aprile 2020 -
“L’annuncio di speranza non va tenuto confinato in recinti sacri, ma va portato a tutti”. Lo ribadisce, in un video sui media Cei, don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, per il quale “vivere la Pasqua significa essere cristiani che consolano, che portano i pesi gli uni degli altri, che incoraggiano, che non si stancano di annunciare e di testimoniare una vita che non muore”. Facendo riferimento all’invito del Risorto ai discepoli a recarsi in Galilea, don Maffeis ricorda che “la Galilea è il luogo che richiama la vita quotidiana, la famiglia, il lavoro, come a dire che se la speranza non incrocia la vita di ogni giorno è destinata a rimanere un’idea sterile”. Non solo: la Galilea è anche con “il luogo dei ricordi”, spiega il sottosegretario della Cei sottolineando che “in fondo ognuno di noi ha la propria Galilea, che coincide con ciò che l’ha segnato nella vita, con gli incontri che l’hanno arricchita”, donando a ciascuno una direzione precisa”. “Specie nei momenti di difficoltà, di prova, di crisi come quello che stiamo attraversando – conclude – è decisivo tornare con la memoria del cuore a questa sorgente, che ha il volto delle persone amate”. ​

Media Cei: stasera il Rosario per l’Italia dal Santuario di Pompei

15 Aprile 2020 -

Roma - Avvenire, Tv2000, InBluradio, Sir e Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la Segreteria generale della Cei, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi questa sera,  alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da TV2000 (canale 28 e 157 Sky) e InBluradio oltre che in diretta Facebook sulla pagina ufficiale della Cei. Questa volta andrà in onda dal Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei. A guidarlo sarà l’arcivescovo prelato e delegato pontificio, mons. Tommaso Caputo, e si concluderà con la Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei.

“Il santuario di Pompei aprirà le sue braccia e il suo cuore a tutti i nostri connazionali perché la casa di Maria è anche la dimora degli uomini e delle donne del nostro Paese, che sta vivendo la sofferenza e la paura di una prova misteriosa e inattesa”, afferma mons. Caputo, ricordando che “la preghiera dà conforto e speranza e, oggi, la Chiesa italiana invita tutti a unirsi nella recita del santo rosario, che il fondatore del santuario, il beato Bartolo Longo, nella celebre supplica alla Beata Vergine, definì ‘catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio’”.
 

Foggia: Giusi dall’Africa agli immigrati

15 Aprile 2020 - Foggia - Dalla Guinea Bissau a Foggia, che il Covid 19 ha trasformato in terra di missione, soprattutto per gli immigrati che hanno bisogno di accoglienza e sostegno. E’ questo il percorso di Giuseppina Di Girolamo, per tutti Giusi, “una donna che non fugge nei momenti difficili, né cerca situazioni confortevoli nei momenti duri e di grande difficoltà”. Così dom Josè Camnate Na Bissign, vescovo di Bissau, porgeva il ringraziamento, il “bem haja” del suo popolo a Giusi per i suoi nove anni di missione in Guinea Bissau dal 2008 al 2017. Nel piccolo Paese africano la fidei donum di Foggia ricorda un patrimonio di relazioni “con la gente del posto e di comunione con tutte le persone che ho conosciuto. Mi sono sentita rinascere quando abbiamo aperto l’orfanotrofio. E per anni ho dato tutta me stessa ai quei bambini che impazzivano quando vedevano il mio fuoristrada imboccare la stradina che portava all’orfanotrofio. Bambini che chiedevano solo attenzione e un po’ di amore”. Missionaria a 360 gradi, Giusi, 65 anni, era partita da Foggia dopo un lungo lutto per la morte del marito, cercando di fare di quel grande dolore una spinta alla solidarietà, alla vita. E così, racconta “feci richiesta di andare come missionaria in Africa. Ed è stata proprio l’Africa a curare le mie ferite e a donarmi una seconda opportunità”. Tornata in Italia, la missione le ha dato ancora una nuova chance, questa volta nella sua terra: “Ho avuto bisogno di un po’ di tempo per riambientarmi, certamente mi ha aiutato il vescovo della mia città assegnandomi la gestione di tre Uffici diocesani (Migrantes, Centro Missionario e Caritas). L’attività che svolgevo per questi uffici mi ha fatto capire che il mio servizio come fidei donum non era finito con la missione in Africa ma continuava con la stessa passione e intensità, rendendomi utile alla Chiesa”. L’esperienza svolta in Guinea Bissau è stata preziosa quando ha iniziato a gestire una Casa di accoglienza presso Foggia per immigrati africani che erano confinati nei tanti ghetti del territorio pugliese. Racconta Giusi che “molti di questi ragazzi sono cattolici e sono seguiti da due parroci, uno nigeriano e l’altro guineano. Il responsabile della nostra casa di accoglienza è una persona stupenda. I ragazzi ospiti della casa lo chiamano papà, ha insegnato loro a pulire e tenere in ordine la casa. Sono molto ben educati. Oggi quattro di loro hanno un contratto di lavoro, hanno preso in affitto una casa e sono indipendenti. Non hanno più bisogno di noi, camminano da soli”. Molti altri però non trovano lavoro, come per tanti giovani della città di Foggia dove c’è un altissimo tasso di dispersione scolastica e ultimamente e una dilagante microcriminalità. Tanta la gente che viene a chiedere aiuto presso gli uffici della Caritas”. Soprattutto in questo tempo di paura e solitudine dovuto alla pandemia del Covid-19 che “sta portando molte famiglie a vivere la fame. Riceviamo tantissime richieste di aiuto e quello che fa più male è che molti di loro hanno bisogno di conforto e in questo periodo non possiamo che ascoltarli per telefono. In ufficio siamo in pochi e a volte non c’è il tempo per ascoltarli tutti per telefono, è questo che mi fa più male”. Nonostante questa terribile emergenza Giusi sottolinea che “la mia città non fa mancare la sua solidarietà, i foggiani sono persone di grande cuore e molto generosi. Tanti sono i benefattori che ci aiutano ad aiutare. Dal profondo del mio cuore nasce un ringraziamento al Signore che non smette di toccare il cuore di tanti uomini e donne di buona volontà. La missione è nel cuore di chi ama, e chi ama non volge mai lo sguardo dall’altra parte”. Giusi racconta con passione il suo impegno che le riempie la vita. E’ la missione a darle tutta questa forza, a fare in modo che non si scoraggi mai? La sua risposta non lascia dubbi: “La missione è la vita stessa, una vita che ci porta a interrogarci e a trasformare il nostro modo di vivere. E’ l’amore che riservi all’altro, all’attenzione posta all’ascolto e al grande desiderio che senti nascere dentro il tuo cuore: quello di essere di aiuto al prossimo, ecco è questa la missione”. (Miela Fagiolo D’Attila – Popoli e Missione)  

Papa Francesco prega per gli anziani

15 Aprile 2020 - Città del Vaticano - Il pensiero di Papa Francesco va oggi agli anziani. “Preghiamo oggi per gli anziani, specialmente per coloro che sono isolati o nelle case di riposo. Loro hanno paura, paura di morire da soli. Sentono questa pandemia come una cosa aggressiva per loro. Loro – ha detto il papa introducendo la celebrazione a Casa Santa Marta - sono le nostre radici, la nostra storia. Loro ci hanno dato la fede, la tradizione, il senso di appartenenza a una patria. Preghiamo per loro perché il Signore sia loro vicino in questo momento”. Nell’omelia si sofferma ancora una volta sulla fedeltà del Signore che è vicino al suo popolo. “Dio che è fedele alla sua parola, che è fedele alla sua promessa, che cammina con il suo popolo portando avanti la promessa vicino al suo popolo. Fedele alla promessa: Dio, che – ha detto il Papa - continuamente si fa sentire come Salvatore del popolo perché è fedele alla promessa. Dio, che è capace di rifare le cose, di ricreare”, come ha fatto con lo storpio che stava sempre alla Porta Bella del Tempio a Gerusalemme: il Dio “che guarisce, il Dio che sempre porta una consolazione al suo popolo. Il Dio che ricrea. Una ricreazione nuova: questa è la sua fedeltà con noi. Una ricreazione che è più meravigliosa della creazione”. Per essere fedeli a noi Dio “fa gli straordinari, ma non a pagamento: gratuitamente. È la fedeltà della gratuità, dell’abbondanza”. La fedeltà di Dio “sempre ci precede”: è “il fiore del mandorlo, in primavera: fiorisce per primo. Essere fedeli è lodare questa fedeltà, essere fedeli a questa fedeltà. È una risposta a questa fedeltà”.    

Mediterranea: “nessuna notizia su gommone con 55 persone a bordo

14 Aprile 2020 - Roma - “Ci stiamo chiedendo con angoscia: che fine hanno fatto queste persone? Sono ancora vive? Perché le autorità si rifiutano di dare informazioni?”. Mediterranea saving humans punta oggi il dito contro il “gravissimo silenzio delle autorità di Malta e Italia” in merito all’imbarcazione dispersa con a bordo 55 persone, segnalata per la prima volta tre giorni fa da Alarm Phone. Mediterranea informa che il “centro di coordinamento dei soccorsi (Rcc) di Malta ha inviato messaggio navtex con richiesta di intervento alle navi più vicine, assumendo il coordinamento del caso”. “La nave commerciale ro-ro Ivan, battente bandiera portoghese – spiega Mediterranea -, ha raggiunto il gommone in difficoltà, ma nella notte ha comunicato che non era in condizione di effettuare il salvataggio. Non ci risulta finora che le autorità maltesi abbiano effettuato il necessario intervento di soccorso con proprie motovedette. Il governo de La Valletta non sta fornendo alcuna informazione”. Le condizioni del mare sono andate peggiorando tra la notte e stamattina. “Se il gommone non è ancora affondato e le 55 persone sono ancora vive, adesso dovrebbe trovarsi a meno di 30 miglia nautiche da Lampedusa”, sottolinea Mediterranea, chiedendo al governo italiano “di verificare la situazione e di ordinare alla nostra Guardia Costiera di intervenire in soccorso, anche fuori dalle acque territoriali”. (SIR)  

Suor Angela: medico congolese in prima linea per l’emergenza virus

14 Aprile 2020 - Roma - Ai lettori di www.migrantesonline.it e della rivista MigrantiPress non è nuovo il nome di suor Angela Bipendu, medico congolese della Congregazione Discepole del Redentore, da 16 anni in Italia, in servizio presso l’Ospedale di Zogno in provincia di Bergamo. Oggi la religiosa è in prima linea tra i malati di Covid 19: anche lei fa parte dei tanti medici che visitano i pazienti in casa in un territorio, come quello bergamasco, purtroppo come sappiamo, uno tra i più colpiti d’Italia da questa epidemia. Avevamo raccontando la sua storia di volontaria per due anni su una nave della Guardia Costiera italiana, impegnata nel Mediterraneo nel salvataggio di immigrati a rischio naufragio. Lei che non sa nuotare e ha paura dell’acqua non aveva esitato a raccogliere e mettere in pratica le parole di Papa Francesco quando rivolgendosi ai religiosi e alle religiose disse “Uscite andate altrove”. Fu un racconto toccante quello riportato dalla religiosa congolese che aveva assistito i tanti disperati che arrivano sulle nostre coste a bordo di mezzi di fortuna e hanno bisogno di aiuto, ma anche di essere rincuorati. Lo stesso aiuto e conforto che oggi cerca di trasmettere ai tanti malati che giorno e notte visita con gli altri colleghi dell’USca, le equipe mediche che si occupano dell’assistenza a domicilio dei pazienti positivi al Covid19 o con una sintomatologia influenzale sospetta. Anche il turno della dottoressa Angela può superare le 12 ore, ma a volte può proseguire di notte, quando presta servizio presso la Guardia Medica di Villa d’Almè, altro comune a pochi chilometri dal capoluogo orobico. Anche in questi casi suor Angela non si comporta solo da medico ma anche da religiosa perché oltre a misurare la febbre, accertarsi se il paziente ha bisogno di ossigeno, e tenere sotto controllo le altre patologie, non manca di dare una parola di conforto, di rassicurare le tante persone sole che incontra nelle sue visite. Visitando questi malati il pensiero di suor Angela non può non correre ai malati della sua Africa, pensando a quanto questa epidemia possa incidere negativamente in quel territorio in cui le strutture sanitarie non sono adeguate a poter fronteggiare una tale crisi. E proprio in uno dei turni di notte suor Angela è stato oggetto di uno scherzo ricevuto da un collega che fingendosi Papa Francesco si è fatto annunciare alla suora per congratularsi con lei e con tutto il personale per il lavoro che stanno svolgendo. La religiosa, anche se incredula e meravigliata per tanta attenzione, ha risposto al Santo Padre convinta che fosse proprio lui, il quale al termine l’ha invitata in Vaticano e le ha impartito anche la benedizione. Purtroppo solo ventiquattro ore dopo suor Angela Bipendu ha scoperto che si era trattato di uno scherzo, dopo aver condiviso quella gioia con i suoi colleghi e con la madre superiora.   Nicoletta Di Benedetto  

Viminale: oltre 3000 i migranti sbarcati sulle coste italiane

14 Aprile 2020 - Roma - 3.228: questo il numero delle persone migranti sbarcate sulle coste italiane in questo 2020. Il dato è stato diffuso dal ministero degli Interni ed è aggiornato alle 8 di questa mattina. La maggioranza delle persone migranti arrivati finora è di nazionalità bengalese (477 persone,15%). A seguire dalla Costa d’Avorio (343, 11%), dall’Algeria (319, 10%), dal Sudan (269, 8%), dal Marocco (234, 7%), dalla Tunisia (178, 6%), dalla Somalia (172, 5%), dalla Guinea (145, 5%), dal Mali (143, 4%), e dall Nigeria (75, 2%) a cui si aggiungono 873 persone (27%) provenienti da altri Stati o per le quali è ancora in corso la procedura di identificazione.

Cei: si intensifica l’impegno concreto delle diocesi

14 Aprile 2020 - Roma - Prosegue l’impegno delle diocesi italiane nel far fronte all’emergenza Covid-19 mettendo a disposizione strutture edilizie, proprie o altrui, destinate principalmente a tre categorie di soggetti: medici e infermieri, persone in quarantena, senza dimora. Ad oggi sono 33 - ma l’elenco è in continuo aggiornamento - le diocesi ad aver comunicato di aver messo a disposizione della Protezione civile e del Sistema sanitario nazionale 46 strutture per oltre 1.200 posti. Sono poi 23 le diocesi ad aver fatto sapere di aver impegnato oltre 28 strutture per più di 500 posti nell’accoglienza di persone in quarantena e/o dimesse dagli ospedali. Infine 27 diocesi hanno informato di aver messo a disposizione più di 32 strutture per oltre 600 posti per l’accoglienza di persone senza dimora.  

Don Maffeis: togliamo dal vocabolario le parole che impoveriscono la comunità

14 Aprile 2020 - Roma - “Proviamo a rivedere il nostro vocabolario arrivando forse anche a togliere quelle parole, quelle azioni che non costruiscono famiglia, impoveriscono la comunità, non servono alla vita”. “Per fare Pasqua servono parole nuove, parole diverse: proviamo a rivedere il nostro vocabolario arrivando forse anche a togliere quelle parole, quelle azioni che non costruiscono famiglia, impoveriscono la comunità, non servono alla vita”. È l’invito di don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, che prende spunto dall’omelia di Papa Francesco che “a Pasqua ha provato a metter fuori gioco alcune parole”. “Non è questo – afferma don Maffeis in un video, ricordando quanto detto dal pontefice – il tempo dell’indifferenza, perché tutto il mondo sta soffrendo e deve potersi ritrovare unito nell’affrontare la pandemia”. Non è questo “il tempo degli egoismi”, ha poi sottolineato il Papa, “facendo appello alla nostra Europa, a quello spirito di solidarietà che all’indomani della seconda guerra mondiale le ha permesso di rialzarsi”. Non è questo “il tempo delle divisioni”, ha aggiunto Bergoglio, “denunciando con forza i conflitti in corso, chiedendone la fine, a partire dal commercio di armi che spreca capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone”. “Non è questo il tempo della dimenticanza, ha concluso il Papa, precisando che la crisi che stiamo vivendo non deve farci dimenticare tante altre emergenze”. ​      

Media Cei: domani sera il Rosario da Pompei

14 Aprile 2020 - Roma - Avvenire, Tv2000, InBluradio, Sir e Federazione dei settimanali cattolici e Corallo, d’intesa con la segreteria generale della Cei, invitano i fedeli, le famiglie e le comunità religiose a ritrovarsi domani alle 21, per recitare insieme il Rosario che verrà trasmesso da Tv2000 e InBluradio oltre che in diretta Facebook. Questa volta andrà in onda dal Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei. A guidarlo sarà l’arcivescovo prelato e delegato pontificio, mons, Tommaso Caputo, e si concluderà con la Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei.

Arrivò in Italia su un barcone: ora è vescovo

14 Aprile 2020 - Roma - Da migrante giunto in Italia su un barcone a vescovo. È la storia, raccontata dai media vaticani, di Arjan Dodaj, 43 anni, nato Laç-Kurbin sulla costa dell'Albania. Era arrivato sedicenne come migrante dopo aver attraversato l'Adriatico su un barcone. Fuggito dal suo Paese in una notte del settembre 1993, in cerca di futuro e del modo di aiutare la sua famiglia povera, è approdato in Italia, patendo fortemente lo strappo dalla sua realtà d'origine. “Tante persone oggi si vedono arrivare sui barconi. Credo che bisognerebbe pensare a questi strappi, a questi sacrifici, a queste vicissitudini tanto dolorose, perché se non fossero dolorose non verrebbero!”, avverte. In Italia, in particolare nel Cuneese, a Dronero, ha fatto il saldatore e il giardiniere lavorando più di dieci ore al giorno. Si è imbattuto in una comunità che lo ha fatto sentire a casa. Così ha scoperto la fede cristiana, della quale, nonostante l'educazione all'ateismo sotto il regime comunista, aveva conservato traccia grazie alle canzoni sussurrategli dalla nonna. Dieci anni dopo veniva ordinato prete da Giovanni Paolo II per la Fraternità Sacerdotale dei Figli della Croce, Comunità Casa di Maria. Nel 2017 ha fatto ritorno nel suo Paese, come sacerdote fidei donum. Due giorni fa papa Francesco l'ha nominato vescovo ausiliare dell'arcidiocesi di Tirana-Durazzo. “Sono sincero... mai e poi mai avrei né pensato né desiderato una cosa simile - commenta -. Ero molto felice di vivere il contesto parrocchiale, il contesto familiare quotidiano che ho sempre vissuto, con la mia comunità, con i parrocchiani con le persone che ci sono affidate. Adesso è successa questa ulteriore chiamata, questa nomina del Santo Padre Francesco. L'ho accolta con fiducia nel Signore, nella Madonna, e con obbedienza alla Chiesa".    

Papa Francesco per l’unità e la comunione tra noi

14 Aprile 2020 - Città del Vaticano – Papa Francesco prega per la comunione e unità tra noi in questo tempo di difficoltà. “Preghiamo – ha detto questo mattina introducendo la celebrazione a Casa Santa Marta - perché il Signore ci dia la grazia dell’unità fra noi. Che le difficoltà di questo tempo ci facciano scoprire la comunione fra noi, l’unità che sempre è superiore ad ogni divisione”. Nell’omelia il pontefice ha parlato della conversione e della fedeltà “nei tempi buoni e nei tempi brutti”. Per il papa convertirsi vuol dire “tornare a essere fedeli. La fedeltà, quell’atteggiamento umano che non è tanto comune nella vita della gente, nella nostra vita. Sempre ci sono delle illusioni che attirano l’attenzione e tante volte noi vogliamo andare dietro queste illusioni”, ha spiegato. “Tante volte, quando noi ci sentiamo sicuri - ha detto il pontefice - incominciamo a fare i nostri progetti e ci allontaniamo lentamente dal Signore, non rimaniamo nella fedeltà. E la sicurezza mia non è quella che mi dà il Signore. È un idolo”. E riferendosi al Vangelo della Resurrezione il papa cita la fedeltà di Maria di Magdala “icona della fedeltà: quella donna fedele che non aveva dimenticato mai tutto quello che il Signore aveva fatto per lei. Era lì, fedele, davanti all’impossibile, davanti alla tragedia, una fedeltà che la fa anche pensare che è capace di portare il corpo … Una donna debole, ma fedele. L’icona della fedeltà di questa Maria di Magdala, apostola degli apostoli”. Papa Frabcesco ha quindi pregato: “chiediamo oggi al Signore la grazia della fedeltà, di ringraziare quando Lui ci dà sicurezze, ma mai pensare che sono le ‘mie’ sicurezze e sempre, guardare oltre le proprie sicurezze; la grazia di essere fedeli anche davanti ai sepolcri, davanti al crollo di tante illusioni. La fedeltà, che rimane sempre, ma non è facile mantenerla. Che sia Lui, il Signore a custodirla”.  

Comboniani: porti chiusi “crimine contro l’umanità”

13 Aprile 2020 - Roma - In queste ore in cui come cristiani e missionari celebriamo nel mondo, in modalità certo stranissime, la festa della Pasqua, che significa liberazione dalle schiavitù della storia, nel Mediterraneo l’ong Sea Watch denuncia il naufragio di un gommone tra Malta e Tripoli. Ci sono dei morti e, al momento, non sappiamo quanti. Lo scrive in un appello la Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani rivolto alle istituzioni per la riapertura dei porti, chiusi per l’emergenza coronavirus. La stessa ong aveva segnalato ieri la presenza di 4 barche in pericolo. «Lasciati morire soli nel giorno di Pasqua da un’Europa che parla a vuoto di solidarietà verso le persone che soffrono» scrive l’ong: “Questo – scrivono i comboniani - ci addolora ancora di più in un tempo in cui ormai parliamo solo della pandemia e siamo attanagliati da paura e chiusura. Tre giorni fa un criminale decreto interministeriale ha chiuso di fatto i porti italiani fino al 31 luglio appellandosi all’emergenza coronavirus”. Nel frattempo la nave Alan Kurdi vaga nel Mediterraneo con a bordo 156 persone. Fonti del Viminale fanno sapere che hanno ricevuto assistenza e che sbarcheranno presto in Germania. “Troveranno davvero un varco in un Europa confinata nella paura e latitante in solidarietà? O dovranno ripiegare un giorno su una Libia ormai al collasso?”, si domandano i comboniani: “in questi ultimi giorni il generale Khalifa Haftar a capo dell’esercito libico di liberazione nazionale ha bombardato a Tripoli l’ospedale Al Kadra, scelto come avamposto anticoronavirus, e il mercato del pesce. Infine ha assediato la città tagliando l’acqua a 3 milioni di abitanti. La guerra di Libia non si ferma con la pandemia e anche noi abbiamo gravissime responsabilità”. I missionari chiedono all’Ue “patria dei diritti umani, di organizzare corridoi umanitari e aprire i porti alle navi che salvano i migranti”; al governo italiano di “intervenire subito per ritirare il decreto criminale che chiude i porti e di salvare le vite umane nel Mediterraneo”; a tutti i cittadini e cittadine di “buona volontà e di buon cuore di farsi solidali appoggiando questo appello e la mozione di alcuni parlamentari che stanno chiedendo l’intervento immediato dello Stato per salvare gli altri migranti in pericolo di vita”. Rimbocchiamoci le maniche tutti insieme perché Pasqua sia davvero una liberazione e una festa”, è il monito dei comboniani.