Primo Piano

Una voce nel deserto

6 Dicembre 2021 - Roma - In questa seconda domenica di Avvento Luca ci presenta Giovanni Battista, l’ultimo dei profeti veterotestamentari, che inizia la sua attività nel deserto di Giuda: voce che grida nel deserto, che chiede che ogni monte e colle sia abbassato: “le vie tortuose diverranno dritte e quelle impervie, spianate”. Invito alla conversione, avvento di Dio nella storia umana. Papa Francesco è in Grecia, ha visitato i migranti del campo profughi di Mitylene, prima di celebrare Messa nella Megaron Concert Hall di Atene. Anche la sua, oggi, è una voce che grida nel deserto, che chiama l’Occidente a non alzare muri di egoismo, a guardare i volti dei bambini che giocano tra i container del campo, che attraversano il Mediterraneo, diventato “mare mortuum”, cimitero senza lapidi: “troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: ‘Quale mondo volete darci?’ Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge”. Il deserto di una Europa delle divisioni, che alza nuovi muri, che vive il naufragio di civiltà e l’arretramento della democrazia. Il deserto di chi ha una cecità interiore, che guarda al migrante come a un peso da gestire o da delegare agli altri. Il paradosso del deserto, di un Dio che non parla ai potenti del tempo, ma sceglie un uomo “sconosciuto e solitario”. Dio sorprende, ricorda Francesco; “le sue scelte sorprendono: non rientrano nelle previsioni umane, non seguono la potenza e la grandezza che l’uomo abitualmente gli associa. Il Signore predilige la piccolezza e l’umiltà”. Nell’Antico Testamento il deserto è il luogo decisivo dell’incontro con Dio, il luogo della prova e del rischio della fede, ma anche luogo dell’attenzione di Dio che dona l’acqua e fa scendere un pane dal cielo. Nel Nuovo Testamento è il luogo dove Giovanni può ascoltare la parola che diventa evento. Dio, allora come oggi, “volge lo sguardo dove dominano tristezza e solitudine. Possiamo sperimentarlo nella vita”, dice il Papa. “Egli spesso non riesce a raggiungerci mentre siamo tra gli applausi e pensiamo solo a noi stessi; ci riesce soprattutto nelle ore della prova. Ci visita nelle situazioni difficili, nei nostri vuoti che gli lasciano spazio, nei nostri deserti esistenziali”. Non mancano momenti in cui si ha l’impressione di trovarsi in un deserto, ma è proprio lì che “si fa presente il Signore, il quale, spesso, non viene accolto da chi si sente riuscito, ma da chi sente di non farcela. E viene con parole di vicinanza, compassione e tenerezza”. Nella Chiesa, ricordava papa Benedetto XVI, “è sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità”. Il tempo di Avvento è, dunque, tempo di ascolto della parola, capace di “raddrizzare le nostre vite”. Ecco allora la seconda parola che Francesco consegna nella sua omelia: conversione. Tematica “scomoda” afferma; “come il deserto non è il primo luogo nel quale vorremmo andare, così l’invito alla conversione non è certamente la prima proposta che vorremmo sentire. Parlare di conversione può suscitare tristezza; ci sembra difficile da conciliare con il Vangelo della gioia”. Ma c’è un errore di fondo, afferma, perché questo accade “quando la conversione viene ridotta a uno sforzo morale, quasi fosse solo un frutto del nostro impegno”, quando ci basiamo “tutto sulle nostre forze”. Convertirsi è “pensare oltre, cioè andare oltre il modo abituale di pensare, al di là dei nostri soliti schemi mentali. Penso proprio agli schemi che riducono tutto al nostro io, alla nostra pretesa di autosufficienza. O a quelli chiusi dalla rigidità e dalla paura che paralizzano, dalla tentazione del “si è sempre fatto così, perché cambiare?”, dall’idea che i deserti della vita siano luoghi di morte e non della presenza di Dio”. Convertirsi, allora, significa “non dare ascolto a ciò che affossa la speranza, a chi ripete che nella vita non cambierà mai nulla – i pessimisti di sempre. È rifiutare di credere che siamo destinati a affondare nelle sabbie mobili della mediocrità”. (Fabio Zavattaro – Sir)  

Papa: al termine del viaggio a Cipro e in Grecia incontra un gruppo di giovani rifugiati cristiani siriani

6 Dicembre 2021 - Atene – Papa Francesco, prima della partenza per far rientro in Vaticano, questa mattina, a conclusione al suo 35 viaggio internazionale a Cipro e Grecia,  ha voluto incontrare un gruppo di giovani rifugiati. Il papa, infatti, dopo aver celebrato la Santa Messa in privato e ricevuto la visita del Presidente del Parlamento Ellenico, Konstantinos Tasoulas, nel salone di rappresentanza della Nunziatura Apostolica di Atene, ha incontrato un gruppo di giovani rifugiati cristiani siriani, ospitati attualmente presso l’Ordinariato Armeno Cattolico di Atene. I nove giovani siriani indossavano una maglietta che riportava la scritta in italiano: “Gesù io credo in te. La mano del Signore ci ha salvati. Grazie, Santo Padre, tu sei la mano del Signore - Athena 06 dicembre 2021”. L’incontro all’indomani della visita del papa all’Isola di Lesbo dove ha incontrato i rifugiati che vivono lì e da dove ha rivolto parole accorate: “il Mediterraneo sta diventando un cimitero senza lapidi. Fermiamo questo naufragio di civiltà”, ha detto con forza: “Quante madri incinte hanno trovato in fretta e in viaggio la morte mentre portavano in grembo la vita!”, ha detto rivolgendo una preghiera alla Madonna “perché ci apra gli occhi alle sofferenze dei fratelli. Ella si mise in fretta in viaggio verso la cugina Elisabetta che era incinta”. “La Madre di Dio ci aiuti ad avere uno sguardo materno, che vede negli uomini dei figli di Dio, delle sorelle e dei fratelli da accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. E ancora l’invito a superare le paure: “È facile trascinare l’opinione pubblica istillando la paura dell’altro; perché invece, con lo stesso piglio, non si parla dello sfruttamento dei poveri, delle guerre dimenticate e spesso lautamente finanziate, degli accordi economici fatti sulla pelle della gente, delle manovre occulte per trafficare armi e farne proliferare il commercio?”. Per papa Francesco “vanno affrontate le cause remote, non le povere persone che ne pagano le conseguenze, venendo pure usate per propaganda politica!”. Per rimuovere le cause profonde – ha quindi aggiunto – “non si possono solo tamponare le emergenze. Occorrono azioni concertate. Occorre approcciare i cambiamenti epocali con grandezza di visione. Perché non ci sono risposte facili a problemi complessi; c’è invece la necessità di accompagnare i processi dal di dentro, per superare le ghettizzazioni e favorire una lenta e indispensabile integrazione, per accogliere in modo fraterno e responsabile le culture e le tradizioni altrui”. Il Papa ha quindi visitato alcune abitazioni del “Reception and Identication center”, camminando a piedi tra i container bianchi che ospitano migliaia di persone, nell’area  attrezzata per l’accoglienza. Uomini e donne “volti di una umanità ferita” come aveva detto prima del viaggio invitando a guardare i volti e ascoltare le storie di queste persone. La visita in Grecia, dopo quella a Cipro dove vivono i 12 rifugiati che “prima di Natale” arriveranno in Italia con un volo di linea grazie all’aiuto di Papa Francesco e al sostegno finanziario e diplomatico della Santa Sede. “Un segno della sollecitudine del Santo Padre verso famiglie e persone migranti”, spiega la Sala stampa della Santa Sede che lo definisce “gesto umanitario di accoglienza”, voluto dal Papa al termine del suo viaggio apostolico a Cipro. I 12 rifugiati – la maggioranza sono cristiani – costituirebbero solo la prima tranche del ricollocamento, mentre altre ne seguiranno tra gennaio e febbraio fino a un totale di 50 persone. (Raffaele Iaria)  

Papa Francesco: a Lesbo, visita alcune abitazioni dei rifugiati

6 Dicembre 2021 - Lesbo - Dopo il suo ampio e appassionato discorso, con ripetuti appelli ad affrontare la questione migratoria partendo dalla capacità di guardare ai volti dei rifugiati, il Papa a Lesbo ha visitato alcune abitazioni del "Reception and Identication center", camminando a piedi tra i container bianchi che ospitano migliaia di persone, nell'area attrezzata per l'accoglienza. Il campo attuale sostituisce il campo rifugiati di Moria, dove Francesco si era recato cinque anni fa e che è stato il più grande campo profughi d'Europa fino al settembre 2020, quando è stato distrutto da un incendio. La nuota area attrezzata a Lesbo viene chiamata spesso dai greci "Moria 2.0". La visita del Papa in questo angolo di Grecia in cui continuano gli sbarchi dei migranti, nell'indifferenza del resto d'Europa, è dunque iniziata con i volti dei migranti ed è finita nello stesso modo, con il Papa che ha fatto in prima persona quello che ha chiesto a gran voce alla comunità internazionale.  

Papa Francesco: “il Mediterraneo sta diventando un cimitero senza lapidi. Fermiamo questo naufragio di civiltà”

6 Dicembre 2021 - Lesbo – Ieri mattina, Papa Francesco so è recato a Lesbo per far visita ai rifugiati. Giunto al campo si è recato in auto verso il luogo dove è avvenuto l’incontro con i rifugiati a cui erano presenti circa 200 persone.   Pubblichiamo di seguito il discorso che Papa Francesco ha pronunciato nel corso della sua Visita   Cari fratelli e sorelle, grazie per le vostre parole. Le sono grato, Signora Presidente, per la sua presenza e le sue parole. Sorelle, fratelli, sono nuovamente qui per incontrarvi. Sono qui per dirvi che vi sono vicino, e dirlo col cuore. Sono qui per vedere i vostri volti, per guardarvi negli occhi. Occhi carichi di paura e di attesa, occhi che hanno visto violenza e povertà, occhi solcati da troppe lacrime. Il Patriarca Ecumenico e caro Fratello Bartolomeo, cinque anni fa su quest’isola, disse una cosa che mi colpì: «Chi ha paura di voi non vi ha guardato negli occhi. Chi ha paura di voi non ha visto i vostri volti. Chi ha paura di voi non vede i vostri figli. Dimentica che la dignità e la libertà trascendono paura e divisione. Dimentica che la migrazione non è un problema del Medio Oriente e dell’Africa settentrionale, dell’Europa e della Grecia. È un problema del mondo» (Discorso, 16 aprile 2016). Sì, è un problema del mondo, una crisi umanitaria che riguarda tutti. La pandemia ci ha colpiti globalmente, ci ha fatti sentire tutti sulla stessa barca, ci ha fatto provare che cosa significa avere le stesse paure. Abbiamo capito che le grandi questioni vanno affrontate insieme, perché al mondo d’oggi le soluzioni frammentate sono inadeguate. Ma mentre si stanno faticosamente portando avanti le vaccinazioni a livello planetario e qualcosa, pur tra molti ritardi e incertezze, sembra muoversi nella lotta ai cambiamenti climatici, tutto sembra latitare terribilmente per quanto riguarda le migrazioni. Eppure ci sono in gioco persone, vite umane! C’è in gioco il futuro di tutti, che sarà sereno solo se sarà integrato. Solo se riconciliato con i più deboli l’avvenire sarà prospero. Perché quando i poveri vengono respinti si respinge la pace. Chiusure e nazionalismi – la storia lo insegna – portano a conseguenze disastrose. Infatti, come ha ricordato il Concilio Vaticano II, «la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace» (Gaudium et spes, 78). È un’illusione pensare che basti salvaguardare se stessi, difendendosi dai più deboli che bussano alla porta. Il futuro ci metterà ancora più a contatto gli uni con gli altri. Per volgerlo al bene non servono azioni unilaterali, ma politiche di ampio respiro. La storia, ripeto, lo insegna, ma non lo abbiamo ancora imparato. Non si voltino le spalle alla realtà, finisca il continuo rimbalzo di responsabilità, non si deleghi sempre ad altri la questione migratoria, come se a nessuno importasse e fosse solo un inutile peso che qualcuno è costretto a sobbarcarsi! Sorelle, fratelli, i vostri volti, i vostri occhi ci chiedono di non girarci dall’altra parte, di non rinnegare l’umanità che ci accomuna, di fare nostre le vostre storie e di non dimenticare i vostri drammi. Ha scritto Elie Wiesel, testimone della più grande tragedia del secolo passato: «È perché ricordo la nostra comune origine che mi avvicino agli uomini miei fratelli. È perché mi rifiuto di dimenticare che il loro futuro è importante quanto il mio» (From the Kingdom of Memory, Reminiscences, New York, 1990, 10). In questa domenica, prego Dio di ridestarci dalla dimenticanza per chi soffre, di scuoterci dall’individualismo che esclude, di svegliare i cuori sordi ai bisogni del prossimo. E prego anche l’uomo, ogni uomo: superiamo la paralisi della paura, l’indifferenza che uccide, il cinico disinteresse che con guanti di velluto condanna a morte chi sta ai margini! Contrastiamo alla radice il pensiero dominante, quello che ruota attorno al proprio io, ai propri egoismi personali e nazionali, che diventano misura e criterio di ogni cosa. Cinque anni sono passati dalla visita compiuta qui con i cari Fratelli Bartolomeo e Ieronymos. Dopo tutto questo tempo constatiamo che sulla questione migratoria poco è cambiato. Certo, molti si sono impegnati nell’accoglienza e nell’integrazione, e vorrei ringraziare i tanti volontari e quanti a ogni livello – istituzionale, sociale, caritativo, politico – si sono sobbarcati grandi fatiche, prendendosi cura delle persone e della questione migratoria. Riconosco l’impegno nel finanziare e costruire degne strutture di accoglienza e ringrazio di cuore la popolazione locale per il tanto bene fatto e i molti sacrifici provati. E vorrei ringraziare anche le autorità locali, che sono impegnate nel ricevere, nel custodire e portare avanti questa gente che viene da noi. Grazie! Grazie di quello che fate! Ma dobbiamo amaramente ammettere che questo Paese, come altri, è ancora alle strette e che in Europa c’è chi persiste nel trattare il problema come un affare che non lo riguarda. Questo è tragico. Ricordo le Sue [rivolto alla Presidente] ultime parole: “Che l’Europa faccia lo stesso”. E quante condizioni indegne dell’uomo! Quanti hotspot dove migranti e rifugiati vivono in condizioni che sono al limite, senza intravedere soluzioni all’orizzonte! Eppure il rispetto delle persone e dei diritti umani, specialmente nel continente che non manca di promuoverli nel mondo, dovrebbe essere sempre salvaguardato, e la dignità di ciascuno dovrebbe essere anteposta a tutto! È triste sentir proporre, come soluzioni, l’impiego di fondi comuni per costruire muri, per costruire fili spinati. Siamo nell’epoca dei muri e dei fili spinati. Certo, si comprendono timori e insicurezze, difficoltà e pericoli. Si avvertono stanchezza e frustrazione, acuite dalle crisi economica e pandemica, ma non è alzando barriere che si risolvono i problemi e si migliora la convivenza. È invece unendo le forze per prendersi cura degli altri secondo le reali possibilità di ciascuno e nel rispetto della legalità, sempre mettendo al primo posto il valore insopprimibile della vita di ogni uomo, di ogni donna, di ogni persona. Disse ancora Elie Wiesel: «Quando le vite umane sono in pericolo, quando la dignità umana è in pericolo, i confini nazionali diventano irrilevanti» (Discorso di accettazione del Premio Nobel per la pace, 10 dicembre 1986). In diverse società si stanno opponendo in modo ideologico sicurezza e solidarietà, locale e universale, tradizione e apertura. Piuttosto che parteggiare sulle idee, può essere d’aiuto partire dalla realtà: fermarsi, dilatare lo sguardo, immergerlo nei problemi della maggioranza dell’umanità, di tante popolazioni vittime di emergenze umanitarie che non hanno creato ma soltanto subito, spesso dopo lunghe storie di sfruttamento ancora in corso. È facile trascinare l’opinione pubblica istillando la paura dell’altro; perché invece, con lo stesso piglio, non si parla dello sfruttamento dei poveri, delle guerre dimenticate e spesso lautamente finanziate, degli accordi economici fatti sulla pelle della gente, delle manovre occulte per trafficare armi e farne proliferare il commercio? Perché non si parla di questo? Vanno affrontate le cause remote, non le povere persone che ne pagano le conseguenze, venendo pure usate per propaganda politica! Per rimuovere le cause profonde, non si possono solo tamponare le emergenze. Occorrono azioni concertate. Occorre approcciare i cambiamenti epocali con grandezza di visione. Perché non ci sono risposte facili a problemi complessi; c’è invece la necessità di accompagnare i processi dal di dentro, per superare le ghettizzazioni e favorire una lenta e indispensabile integrazione, per accogliere in modo fraterno e responsabile le culture e le tradizioni altrui. Soprattutto, se vogliamo ripartire, guardiamo i volti dei bambini. Troviamo il coraggio di vergognarci davanti a loro, che sono innocenti e sono il futuro. Interpellano le nostre coscienze e ci chiedono: “Quale mondo volete darci?” Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei loro piccoli corpi stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi. Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Non lasciamo che il mare nostrum si tramuti in un desolante mare mortuum, che questo luogo di incontro diventi teatro di scontro! Non permettiamo che questo “mare dei ricordi” si trasformi nel “mare della dimenticanza”. Fratelli e sorelle, vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà! Sulle rive di questo mare Dio si è fatto uomo. La sua Parola è echeggiata, portando l’annuncio di Dio, che è «Padre e guida di tutti gli uomini» (S. Gregorio di Nazianzo, Discorso 7 per il fratello Cesario, 24). Egli ci ama come figli e ci vuole fratelli. E invece si offende Dio, disprezzando l’uomo creato a sua immagine, lasciandolo in balia delle onde, nello sciabordio dell’indifferenza, talvolta giustificata persino in nome di presunti valori cristiani. La fede chiede invece compassione e misericordia – non dimentichiamo che questo è lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza –. La fede esorta all’ospitalità, a quella filoxenia che ha permeato la cultura classica, trovando poi in Gesù la propria manifestazione definitiva, specialmente nella parabola del Buon Samaritano (cfr Lc 10,29-37) e nelle parole del capitolo 25 del Vangelo di Matteo (cfr vv. 31-46). Non è ideologia religiosa, sono radici cristiane concrete. Gesù afferma solennemente di essere lì, nel forestiero, nel rifugiato, in chi è nudo e affamato. E il programma cristiano è trovarsi dove sta Gesù. Sì, perché il programma cristiano, ha scritto Papa Benedetto, «è un cuore che vede» (Lett. enc. Deus caritas est, 31). E non vorrei finire questo messaggio senza ringraziare il popolo greco per l’accoglienza. Tante volte questa accoglienza diventa un problema, perché non si trovano vie di uscita per la gente, per andare altrove. Grazie, fratelli e sorelle greci, per questa generosità. Ora preghiamo la Madonna, perché ci apra gli occhi alle sofferenze dei fratelli. Ella si mise in fretta in viaggio verso la cugina Elisabetta che era incinta. Quante madri incinte hanno trovato in fretta e in viaggio la morte mentre portavano in grembo la vita! La Madre di Dio ci aiuti ad avere uno sguardo materno, che vede negli uomini dei figli di Dio, delle sorelle e dei fratelli da accogliere, proteggere, promuovere e integrare. E amare teneramente. La Tuttasanta ci insegni a mettere la realtà dell’uomo prima delle idee e delle ideologie, e a muovere passi svelti incontro a chi soffre. Adesso preghiamo la Madonna tutti insieme.  

Preghiera per i fedeli: II domenica di Avvento

4 Dicembre 2021 -

Proposte per là preghiera dei fedeli della II Domenica di Avvento

Fratelli carissimi, invochiamo Dio, datore di ogni bene, perché ci aiuti ad accogliere nella fede la venuta del Salvatore. Venga il tuo regno, Signore. Per la Chiesa diffusa nel mondo, perché in atteggiamento costante di povertà e di servizio, testimoni a tutti che Gesù è il Signore, preghiamo. R. Per i popoli che non conoscono il Vangelo, perché la solidarietà delle comunità cristiane li prepari ad accogliere il Salvatore, preghiamo. R. Per la giustizia e la pace nel mondo, perché gli egoismi, le chiusure e gli interessi di parte cedano il posto alla vera fraternità, preghiamo. R. Per i poveri, gli oppressi, gli sfruttati, perché la loro causa trovi un giusto riconoscimento in una società più aperta e sensibile, preghiamo. R. Per noi qui presenti, Perché nell'attesa del Signore ci convertiamo a una scelta di vita in cui l'uomo valga soprattutto per quello che è e non per quanto possiede, preghiamo. R. Venga in nostro aiuto il tuo Santo Spirito, o Dio fonte della vita, e il nostro impegno evangelico diventi germe dei nuovi cieli e della nuova terra che il Cristo verrà a instaurare nell'ultimo giorno. Egli vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

Papa Francesco: no a fili spinati e all’indifferenza verso i migranti

3 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - «Voi siete arrivati qui, ma quanti delle vostre sorelle e fratelli sono rimasti in strada, quanti disperati iniziano il cammino in condizioni molto difficili, precarie e non hanno potuto arrivare, possiamo parlare di questo mare che è diventato un grande cimitero». A parlare, a braccio, è Papa Francesco nell'incontro di preghiera ecumenica con i migranti a Cipro, nel corso del suo 35mo viaggio apostolico. Utima tappa a Cipro prima di spostarsi in Grecia. Dopo aver  ascoltato alcune testimonianze il pontefice ha detto che “Dio ci parla attraverso i vostri sogni. Il pericolo è che tante volte, non lasciamo entrare i sogni in noi e preferiamo dormire e non sognare. È tanto facile guardare dall’altra parte. In questo mondo ci siamo abituati a quella cultura dell’indifferenza, quella cultura di guardare dall’altra parte e addormentarci tranquilli. Ma per quella strada mai si può sognare. È duro. Dio parla attraverso i vostri sogni, non parla attraverso le persone che non possono sognare niente perché hanno tutto o perché il loro cuore si è indurito”. Nella chiesa di Santa Croce di Nicosia il  Papa ha ripercorso le storie raccontate dai quattro migranti. A Mariamie, che viene dalla Repubblica democratica del Congo e si è definita “piena di sogni”, ha detto: “Come te, Dio sogna un mondo di pace, in cui i suoi figli vivono come fratelli e sorelle”. A Thamara, che viene dallo Sri Lanka, ha ricordato di nuovo che i migranti non sono “numeri” né “individui da catalogare” ma “fratelli”, “amici”, “credenti”, “prossimi” gli uni degli altri”. “Ma quando gli interessi di gruppo o gli interessi politici, anche delle Nazioni” – ha aggiunto lasciando il testo e andando a braccio – prendono il sopravvento, si rimane “senza volerlo, schiavi, perché l’interessa sempre schiavizza sempre, crea schiavi. L’amore che è contrario dell’odio, ci fa liberi”. Maccolins, del Camerun, ha raccontato di essere stato nella vita “ferito dall’odio”. A lui, il Papa ha confidato: “Ci ricordi che l’odio ha inquinato anche le nostre relazioni tra cristiani. E questo, come hai detto tu, lascia il segno, un segno profondo, che dura a lungo. È un veleno da cui è difficile disintossicarsi. È una mentalità distorta, che invece di farci riconoscere fratelli, ci fa vedere come avversari, come rivali”. E infine Rozh, iracheno che si è presentato al Papa come “una persona in viaggio”: “Ci ricordi che anche noi siamo comunità in viaggio, siamo in cammino dal conflitto alla comunione”, gli ha detto Francesco. “Su questa strada, che è lunga ed è fatta di salite e discese, non devono farci paura le differenze tra noi, ma piuttosto le nostre chiusure e i nostri pregiudizi, che ci impediscono di incontrarci veramente e di camminare insieme”. Francesco ha concluso il suo discorso chiedendo a tutti i presenti di vincere “chiusure e pregiudizi” e abbattere “tra noi quel muro di separazione” che è “l’inimicizia”. Concluso l’ultimo appuntamento prima di ripartire per Atene, seconda tappa del viaggio apostolico, il Papa lascia Cipro con un augurio: “Possa quest’isola, segnata da una dolorosa divisione, diventare con la grazia di Dio laboratorio di fraternità”. “Ascoltando voi, guardano voi in faccia, la memoria va oltre, va alle sofferenze, ha detto ancora papa Francesco: "voi siete arrivati qui, ma quanti dei vostri fratelli e delle vostre sorelle sono rimasti in strada. Quanti disperati iniziano il cammino in condizioni molto difficili e precarie e non sono potuto arrivare. Possiamo parlare di questo Mare che è diventato un grande cimitero. Guardando voi, guardo le sofferenze del cammino, tanti che sono stati rapiti, venduti, sfruttati, ancora in cammino e non sappiamo dove. E la storia di una schiavitù universale. Noi guardiamo cosa succede e il peggio è che ci stiamo abituando”. Il Papa ha poi fatto riferimento ai barconi affondati al lago delle nostre coste: “Questo abituarsi è una malattia grave, una malattia molto grave e non c’è antibiotico contro questa malattia. Dobbiamo andare contro questo vizio dell’abituarsi a leggere queste tragedie nei giornali o sentirle nei media. Guardando voi, penso a tanti che sono dovuti tornare indietro perché li hanno respinti e sono finiti nei lager, veri lager, dove le donne sono vendute, gli uomini torturati e schiavizzati”. Non sono storie del secolo scorso: “Sta succedendo oggi”, ha detto con forza il papa che domenica visiterà nuovamente il capo dell'Isola di lesbo, prima di rientrare in Vaticano. (R.I.)

Papa Francesco a “Rome Med Dialogues”: “urgente problema migratorio”

3 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - “Tra i diversi problemi che si concentrano sul Mediterraneo – e che esigono una lungimirante visione politica – è estremamente urgente quello migratorio, che mi è sempre stato a cuore e che ha motivato il mio primo viaggio apostolico, nell’isola di Lampedusa, nel 2013”. Lo scrive il Papa, nel messaggio inviato ai partecipanti alla VII Conferenza Rome MED Dialogues, in corso a Roma fino a domani. Secondo Francesco, “gli avvenimenti di questi anni confermano sempre più che un intervento efficace può provenire solo da uno sforzo congiunto non limitato ai Paesi frontalieri, ma condiviso anche dai rispettivi continenti di appartenenza”. “Nessuno dev’essere lasciato solo nella gestione di questo enorme problema”, l’appello di Francesco: “Tutti devono sentirsi responsabili, perché tutti sono, in realtà responsabili, come ci ricorda, all’inizio della Bibbia, la domanda rivolta da Dio a Caino: ‘Dov’è tuo fratello?'”. “Il fenomeno migratorio ci dimostra una volta ancora che tutto è connesso e ci avverte che una soluzione stabile richiede un approccio capace di tenere conto dei tanti aspetti ad esso collegati, e che i dialoghi di questa conferenza possono mettere in luce”, l’auspicio del Papa, che assicura come il Mediterraneo è “al centro anche dell’attenzione costante della Chiesa”, come dimostra anche il viaggio apostolico di questi giorni a Cipro e in Grecia e “il fruttuoso incontro dell’anno scorso a Bari, ‘Mediterraneo frontiera di pace’, promosso dalla Conferenza Episcopali Italiana, che ha visto la partecipazione dei vescovi di ben venti Paesi affacciati sul mare nostrum e a cui seguirà l’anno prossimo un altro incontro a Firenze, in corso di organizzazione”. “Mi piace pensare -l’augurio finale – che non solo questi incontri ecclesiali, ma anche i vostri dialoghi sul Mediterraneo possano trarre ispirazione dai colloqui mediterranei inaugurati da Giorgio La Pira, tra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, che tanto avevano avvicinato le opposte sponde del mare inaugurando la politica del dialogo intorno a quello che La Pira considerava, in una visione di fede, come un grande lago di Tiberiade”.

Viaggio papa Francesco: oggi preghiera con i migranti a Cipro e domenica visita a Lesbo

3 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - Continua oggi il viaggio di Papa Francesco - il 35mo viaggio internazionale dall'inizio del suo pontificato - a Cipro e Grecia. Oggi giornata intensa: nel pomeriggio presiederà una preghiera ecumenica con i migranti a Cipro. Domenica, in Grecia, visiterà nuovamente l’isola di Lesbo con sua beatitudine Ieronymos II arcivescovo di Atene e nella quale era stato già nel 2016 anche con il patriarca ecumenico Bartolomeo I, per dare un chiaro segno che l’aiuto per i migranti e per i rifugiati è una grande sfida ecumenica, che necessita di una comune collaborazione. Una tappa, preceduta ieri da due incontri con migranti e rifugiati, prima della partenza, che ha un grande significato in questo particolare momento storico. (Raffaele Iaria)

IAL CISL Germania: corsi di lingua e cultura italiana per bambini e adulti

3 Dicembre 2021 -  Roma - Ripartite da settembre le attività formative di IAL CISL Germania, ente attivo da oltre 50 anni e che organizza nel Baden-Württemberg, in Baviera, in Renania-Palatinato e Assia, corsi di lingua e cultura italiana per bambini e ragazzi di famiglie di origine italiana e di altre nazionalità, offrendo anche la possibilità di ottenere certificazioni linguistiche. In passato IAL CISL Germania ha attivato anche corsi di formazione professionale, alfabetizzazione e recupero della licenza di terza media per adulti e attività formative nelle carceri per sostenere i detenuti di origine italiana. Sono quasi 4000 i ragazzi frequentanti ogni anno i corsi di IAL CISL Germania, che opera con contributi del Ministero degli Affari Esteri italiano e che, anche nella fase più virulenta della pandemia, è riuscito nello scorso anno scolastico a mantenere tutte le sue attività. L’attivazione della piattaforma IALearning e robusti interventi formativi sulla didattica a distanza per gli oltre 80 insegnanti di IAL CISL Germania hanno consentito di continuare ad offrire un servizio di qualità alle famiglie e ai loro ragazzi. La delicata fase di recrudescenza della pandemia in Germania rischia di sospingere ancora i corsi verso la modalità digitale; lo staff tecnico-didattico dell’ente è pronto a supportare gli insegnanti e le famiglie, mantenendo la consueta positiva collaborazione con le autorità consolari italiane e le dirigenze scolastiche italiane e tedesche.

Centro La Pira: appello per il sostegno di due giovani studenti rifugiati

3 Dicembre 2021 - Firenze - Il Centro Studenti Internazionale "Giorgio La Pira" di Firenze lancia un appello per il sostegno di due giovani studenti rifugiati giunti a Firenze grazie all'intervento dell'Università di Firenze, la quale è riuscita a farli allontanare dal proprio paese per salvarli dalla persecuzione di un regime violento e dittatoriale. I due studenti hanno così potuto riprendere i propri studi, grazie anche al Centro La Pira che li ha accolti, ma si trovano adesso - si legge in appello - in una situazione di estrema difficoltà. Hanno bisogno di aiuto per la propria sussistenza e per gli studi. "Il loro sogno intimo - scrive il Centro Studenti Internazionale "Giorgio La Pira"-  è quello di poter essere utili per le famiglie e per lo sviluppo del proprio Paese. Passo dopo passo ci poniamo al loro fianco, affinchè possano trovare un po' di serenità e concludere i propri percorsi di studio con successo. Per questo c'è bisogno dell'aiuto di tutti!". Info www.centrointernazionalelapira.org.    

Vangelo Migrante: II domenica di Avvento (Vangelo Lc 3, 1-6)

2 Dicembre 2021 - Un’introduzione solenne dà inizio al racconto dell’attività pubblica di Gesù. Un lungo elenco di re e sacerdoti traccia la mappa del potere politico e religioso dell’epoca; ma poi, improvvisamente, c’è una svolta. La Parola di Dio vola via dal tempio e dalle stanze del potere e raggiunge un giovane: Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Non è lui che porta l’annuncio ma è la Parola di Dio che lo raggiunge, lo incalza e lo sospinge: “egli percorse tutta la regione del Giordano”. La Parola di Dio è sempre in volo in cerca di uomini e donne, semplici e veri, per creare inizi e processi nuovi. Parla di raddrizzare, appianare, colmare paesaggi aspri e difficili che sono senz’altro i tratti duri e violenti della storia: ogni violenza, ogni esclusione e ingiustizia sono un burrone da colmare; ma sono anche la nostra geografia interiore: una mappa di ferite mai guarite, di abbandoni patiti o inflitti, paure, solitudini, forme di anaffettività dilaganti... Anche se i potenti del mondo alzano barriere, cortine di bugie, muri ai confini, Dio trova la strada per raggiungere ognuno e posare la Sua mano sulla spalla ciascuno. Niente lo ferma. E allora: chi conta davvero nella storia? Erode, noto solo perché ha tentato di uccidere quel bambino? Pilato, passato alla storia perché l’ha condannato? No. Conta solo chi si lascia abitare dal sogno di Dio e dalla Sua Parola. L’ultimo appello della predicazione odierna di Giovanni è il vertice dell’Annuncio: “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio”. Ogni uomo? Sì, proprio così. Dio vuole che tutti siano salvi, e non si fermerà davanti a burroni o montagne, neppure davanti alle tortuosità del nostro passato, ai cocci della nostra vita, tantomeno dinanzi alle diversità culturali e di provenienza degli uomini. Una delle frasi più impressionanti del Concilio Vaticano II, afferma: “ogni uomo che fa esperienza dell’amore, viene in contatto con il mistero di Cristo in un modo che noi non conosciamo” (Gaudium et spes 22). Cristo raggiunge tutti gli uomini, e l’amore è la sua strada. E nulla esiste di veramente umano che non raggiunga, a sua volta, il cuore di Dio. Buona cammino di Avvento, ancora! (p. Gaetano Saracino)

Oslo: un incontro per conoscere la comunità italiana

2 Dicembre 2021 -

Oslo - È ripreso dopo due anni il tradizionale incontro con gli studenti italiani Erasmus a Oslo, per conoscere la giovane comunità italiana, presentare l’Ambasciata e le sue attività e favorire la creazione di un network tra gli stessi studenti. Circa 60 giovani hanno partecipato ad una serata, occasione anche di contatti e scambi di esperienze. Perché gli studenti italiani scelgono di studiare in Norvegia? Quali differenze e quali opportunità rispetto al sistema accademico italiano emergono durante un periodo di studio in un’università norvegese? Come si può valorizzare questa esperienza nel proprio percorso professionale? Questi i temi principali dell’evento. Ospite d’onore il finanziere Erling Astrup, ex studente della Bocconi, che ha raccontato la sua esperienza di studi e professionale in Italia.

Papa a Cipro e in Grecia: visita anche a Lesbo dove vivono circa 1.700 persone

2 Dicembre 2021 - Roma - "Ci piacerebbe che Papa Francesco facesse un gesto inaspettato come la volta scorsa, facendo salire sul suo aereo qualche profugo di Lesbo. Ma non sappiamo se questo succederà. Però ogni visita del Papa è sempre simbolica. Speriamo possa dare impulso alle relocation (i trasferimenti) dei richiedenti asilo in altri Paesi europei. Non si possono trascorrere tre anni di sofferenza nel campo, l'isola deve essere solo di passaggio". A parlare al Sir è Monica Attias, responsabile dei corridoi umanitari da Grecia e Afghanistan della Comunità di Sant'Egidio. Il Papa si recherà nell'isola di Lesbo domenica 5 dicembre - nell'ambito della visita apostolica a Cipro e in Grecia dal 2 al 6 dicembre - per incontrare 45/50 richiedenti asilo, in maggioranza africani e afghani cattolici, accolti nel campo profughi di Mavrovouni (meglio conosciuto come Kara Tepe), nato dopo gli incendi e lo smantellamento del famigerato campo di Mòria, definito "l'inferno dei profughi". Sarà un incontro breve, di circa un'ora, con le testimonianze dei migranti e la presenza dei rappresentanti della parrocchia di Mitilene (la cittadina vicina al campo), impegnati nelle attività di sostegno e solidarietà. In questi ultimi anni la maggior parte dei migranti sono stati trasferiti dalle autorità greche - con i finanziamenti dell'Unione europea - in campi sulla terraferma. "Lesbo non è più una emergenza ma è ancora terra di primo approdo e annegamenti - spiega Attias -. Il problema è che i profughi rimangono qui mesi e anni in attesa delle pratiche burocratiche per la richiesta di asilo". Ora nel nuovo campo di Mavrovouni (o Kara Tepe) ci sono circa 1.200 persone, ci sono container e tende esposte alle intemperie. L'elettricità è razionata, in questo periodo non viene distribuito il pocket money. Il cibo è poco e di scarso gradimento. La violenza nel campo e le tensioni causate dai gruppi di estrema destra sono diminuite perché il campo è recintato e controllato dall'esercito greco. Però il sabato e la domenica non si può uscire. E ogni tanto ci sono incendi e continui rischi per donne, bambini e persone vulnerabili, a causa della promiscuità e della precarietà. Un fatto grave è che "tante persone in carrozzina dormono ancora in tenda in una zona del campo" e "solo 40 bambini possono andare a scuola regolarmente". Inoltre ci sono intere famiglie che vivono fuori dal campo, in case abbandonate o appartamenti presi in affitto da Ong o Chiese. In totale circa 500 persone sparse tra Mitilene e altri villaggi.    

Migrantes Calabria: domani presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo

2 Dicembre 2021 - Cosenza – “Emigrazione, giovani e lavoro in Calabria”. Questo il tema del seminario di presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes che si svolgerà domani, 3 dicembre, alle ore 16,00. All’incontro, trasmesso su Youtube e Facebook della Migrantes di Cosenza-Bisignano, interverranno mons. Giuseppe Schillaci, vescovo di Lamezia Terme e incaricato della Conferenza Episcopale Calabra per la Migrantes; Delfina Licata, curatrice del Rapporto Italiani nel Mondo, Carlo De Rose, docente dell’Università della Calabria e Stefano Caria, direttore della pastorale sociale e del lavoro della Calabria. L’incontro sarà introdotto e moderato da Pino Fabiano, Direttore dell’Ufficio Migrantes Calabria.

Migrantes Cagliari: una tre giorni su rom e sinti

2 Dicembre 2021 -

Cagliari: “Prendi questa mano Zingara. Dalle politiche di emergenza ai percorsi di inclusione sociale”: questo il tema di un convegno che organizzato dalla Caritas diocesana, con la collaborazione dell’Ufficio diocesano Migrantes, della Consulta diocesana degli organismi socio assistenziali e delle associazioni di volontariato, e della Fondazione Anna Ruggiu.

Si tratterà di un’occasione di conoscenza, riflessione e informazione sulla presenza e sulla condizione delle comunità rom nella Diocesi di Cagliari e nel territorio regionale. L’iniziativa prevede diverse sessioni, ognuna dedicata a un tema specifico: la comunicazione oltre i pregiudizi, i diritti e l’identità giuridica di queste comunità, il loro accompagnamento pastorale, il ruolo della politica e delle amministrazioni locali nella promozione di percorsi di inclusione, la salute, la storia e la cultura delle stesse comunità.

Papa Francesco: prima della partenza per Cipro e Grecia incontro con alcuni profughi

2 Dicembre 2021 - Città del Vaticano - Questa mattina, prima di lasciare Casa Santa Marta per il suo 35mo viaggio internazionale, Papa Francesco ha salutato circa 12 rifugiati accompagnati dall’Elemosiniere di Sua Santità, il Cardinale Konrad Krajewski. Lo riferisce la Sala Stampa della Santa Sede.  I migranti, ora residenti in Italia, provengono dalla Siria, dal Congo, dalla Somalia e dall’Afghanistan. Sono transitati per il campo di Lesbo negli scorsi anni e sono stati accolti al loro arrivo dalla Comunità di Sant'Egidio. Tra di loro, alcuni erano venuti con il Papa sull’aereo papale nel 2016. Il pontefice visiterà nuovamente il campo di Lesbo domenica prossima. A Fiumicino, prima della partenza si è fermato alla Parrocchia di Santa Maria degli Angeli, nei pressi dell’Aeroporto di Fiumicino, dove ha pregato davanti all’immagine della Madonna di Loreto e incontrato circa 15 profughi ospitati dalla Parrocchia. (Raffaele Iaria)  

Vativision: fino al 23 dicembre audio racconti di quattordici statuine del presepe

2 Dicembre 2021 - Fino al 23 dicembre, su vativision.com - piattaforma on demand internazionale dedicata alla divulgazione di contenuti di carattere culturale, artistico e religioso ispirati al messaggio cristiano - e sulle principali piattaforme podcast, verranno pubblicati gli audio racconti di quattordici statuine del presepe, realizzati da don Giulio Dellavite, autore di saggi romanzati e Segretario Generale della Curia di Bergamo. Il vecchio con il bambino, il pescatore, la sentinella, Giuseppe, gli angeli, il maniscalco, il quarto Re Magio e il pastore dormiente, insieme all’albero di Natale e Pinocchio, sono alcuni dei protagonisti della Natività che prendono vita in una lettera immaginaria che ognuno di loro scrive a Gesù Bambino. “Le statuine del presepe sono conosciute da tutti, eppure non si sa niente di loro - dice don Giulio Dellavite -. Entrano da sempre in tutte le case, ma restano mute. Con un po’ di fantasia abbiamo immaginato che alcune delle più popolari raccontassero a Gesù Bambino la loro storia e il loro punto di vista. Scrivono a lui, ma parlano a noi - conclude don Giulio -. Una scommessa e una provocazione per un augurio alternativo di buon Natale che ciascuno, ascoltando, può fare a se stesso”.  

In Famiglia: Proverbi, 31

2 Dicembre 2021 - Come vi ricorderete la volta scorsa abbiamo affrontato il libro dei Proverbi in uno dei suoi primi capitoli, in cui un padre raccomandava al figlio il valore della fedeltà coniugale. È significativo che nell’ultimo libro di questo “manuale di vita”, l’autore torni ancora sulla figura di quella che alcuni esegeti chiamano la “donna forte”. In Proverbi 31, 10-31 è descritta, attraverso la tecnica dell’acrostico, cioè con ogni frase che inizia con una delle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico, una donna che potremmo dire pressoché perfetta agli occhi di chi scrive. Una parte delle virtù di lei descritte sono quelle manuali (31,13-20), una parte quelle della cura per la casa e la famiglia (31, 21-27), alla fine torna la relazione con i figli e il marito (31, 28-31). Chi può trovare una donna così, si chiede il testo? Vale più di ogni tesoro, sa fare di tutto, non ti trascura in nulla, amministra la casa con saggezza… Presto fa capolino una critica di derivazione femminista, al di là della consueta contestualizzazione che sempre dobbiamo applicare, non sarà che questa donna “ideale” è il prototipo della moglie tuttofare che tanto fa comodo ai mariti anche di oggi e che, però valorizza assai poco il suo potenziale e poliedrico talento, in un contesto in cui ormai si è raggiunta (o così si dovrebbe) la sacrosanta parità di genere? Ebbene, riguardo a ciò è forse necessaria una lettura che vada più in profondità e che sappia trarre dalla Scrittura – come sempre avviene . uno dono anche per l’oggi. La donna descritta dai Proverbi rasenta sì una sorta di perfezione (tanto che una lettura rabbinica la associa alla sapienza stessa e una cristiana alla Chiesa), ma è il suo un insieme di virtù che trova il fondamento in una saggia capacità di accogliere e custodire tutto quello che riguarda la sua famiglia. Niente di più lontano, quindi, da un ruolo subalterno rispetto al marito, ma anzi, una sorta di ispiratrice, rara a trovarsi, ma che quando si incontra illumina la casa, come la lanterna che indica i passi da compiere. Non ci sarà più allora da sbuffare dentro di noi sentendo a Messa “stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso”: non sono immagini come questa che ci devono ispirare, quanto piuttosto quella di una donna che non va a dormire finché gli altri non sono a letto o che si alza per prima, che non ha timore del passare del tempo sul suo viso perché si fida dell’amore di suo marito e confida che le sue doti vengano valorizzate sempre, dentro e fuori casa, nel suo lavoro, come ai fornelli o aiutando i ragazzi a fare i compiti. È una donna che insieme al suo coniuge sa istruire i propri figli riuscendo a dialogare con essi senza entrare in conflitto con il padre, senza scambi di ruoli, ma rispettando le caratteristiche e le responsabilità di ciascuno. Inutile dire che una donna così avrebbe bisogno di avere al fianco un marito che sia alla sua altezza e – sono forse di parte – ma la sensazione diffusa è che mariti e padri siano un po’ più latitanti in questa nostra generazione… Se da un lato hanno imparato a cambiare pannolini e a dare biberon (ed era tempo che avvenisse!), ancora vi sono passi da compiere perché la loro presenza in famiglia assuma il ruolo che le compete, ovvero quello di guida sicura, di protezione, di ascolto. Gli uomini del ventunesimo secolo hanno da imparare dalle loro mogli quello che con una parola inglese chiamiamo multitasking: riuscire a fare più cose, a passare da un ruolo ad un altro con maggiore scioltezza. Lavorare e poi arrivati a casa saper fare il marito e il padre lasciando il pensiero del lavoro in ufficio; oppure vivere il volontariato o uno sport o un hobby e però non dimenticare che il centro della propria vocazione resta sempre la propria famiglia. Proprio quella dove, spesso, al centro ardono, come una lanterna che mai si spegne, il cuore e l’intelligenza della “donna forte”. (Giovanni M. Capetta)    

La Diocesi Cefalù accoglie una famiglia iraniana

1 Dicembre 2021 -