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Eurostat: cala del 20% numero di minori non accompagnati richiedenti asilo nell’Ue

28 Aprile 2020 - Roma - Pur restando molto elevato, è calato del 20% il numero di minori non accompagnati richiedenti asilo nell’Ue: secondo i dati di Eurostat, l’ufficio di statistica dell’Unione europea, diffusi oggi, nel 2019 sono stati 13.800 gli under 18 soli a chiedere protezione in un Paese Ue, il 7% di tutti i richiedenti asilo. Nel 2018 erano stati 16.800, mentre l’apice di domande si era registrato nel 2015 con 92mila richieste. L’85% dei minori non accompagnati erano maschi; 9.200 i giovani tra 16 e 17 anni, 3.100 tra i 14 e i 15 anni, 1.500 con meno di 14 anni (l’11%). Per quanto riguarda le provenienze, i principali Paesi da cui sono arrivati minorenni soli sono l’Afghanistan (30%), Siria e Pakistan (entrambi 10%), Somalia, Guinea e Iraq (5% ciascuno). Il numero più elevato di minori non accompagnati a chiedere asilo ha presentato la domanda in Grecia (3.300 minori non accompagnati, il 24% di tutti quelli registrati negli Stati Ue), in Germania (2.700, il 19%), Belgio (1.200, il 9%) e Paesi Bassi (1.000, l’8%). In Italia è calato dell’83% il numero di richieste di asilo da parte di minori non accompagnati.  

Hassan: buon esempio di carità

28 Aprile 2020 - Bologna - In periodi come quello attuale raccontare belle storie diventa alquanto difficile. Perché difficili diventano le nostre vite, quelle dei nostri figli, amici, dei nostri cari e genitori. Ma le belle storie ci sono anche in questo momento difficile. Basta solo cercarle. Cercando, ad esempio, noi abbiamo trovato Hassan, 24 anni, occhi castani e sorriso contagioso. Arrivato in Italia nel 2012, è vissuto in comunità per minori per un paio d’anni poi si è mantenuto con lavoretti saltuari fino a quando questi sono venuti a mancare e quindi si è trovato in strada. Hassan Abdul è un ragazzo di origini bengalesi, facente parte da poco più di due anni della Comunità Zoen Tencarari dell’associazione Albero di Cirene odv, che vive presso la casa–canonica di S. Antonio di Savena assieme al parroco don Mario Zacchini, che ogni giorno si preoccupa di fornire un piatto caldo ai senza dimora che vengono a bussare alla porta del n. 59 di via Massarenti. A fronte delle misure prese per contenere la diffusione del coronavirus, infatti, le mense parrocchiali, tra cui quella di S. Antonio di Savena, sono state costrette a chiudere e i volontari, per lo stesso motivo, costretti a rimanere a casa. Da allora Hassan ha deciso di continuare a mandare avanti questo aiuto solidale da solo. “Mi sono detto che in qualche modo dovevamo fare e io, che dovevo rimanere in casa – canonica qui, ero l’unico dei volontari che potesse farlo”. Da più di un mese, quindi, Hassan, alzatosi la mattina, inizia subito a cucinare per quando sarà l’una; l’ora in cui distribuisce il pasto ai bisognosi. Per evitare l’assembramento il giovane prepara sacchetti contenenti un primo abbondante, un dolce, della frutta e una bottiglietta d’acqua, che vengono consegnati alle persone presso il “cancellone” del campo da basket e consumati in spazi aperti e lontani gli uni dagli altri. Lo stesso Hassan, prima di uscire per la consegna dei pasti, indossa guanti, mascherina e occhiali da sole per ricordarsi di non toccarsi gli occhi. “All’inizio preparavo per una quindicina o una ventina di persone… poi sono diventate 30, 35, 40… E per due settimane sono state costantemente sulle 50 unità, per poi riprendere a crescere e toccare tetti di 60, 65 persone”. Questo aumento considerevole è scaturito, come ci spiega Hassan, dalla chiusura delle altre mense che non hanno avuto gli strumenti per continuare ad aiutare queste persone. I numeri hanno iniziato a scendere recentemente da quando la Caritas ha iniziato a distribuire i pasti del pranzo presso i dormitori della città. Ma il contributo di Hassan in parrocchia, per la Comunità, non si ferma al servizio della mensa, poiché infatti le sere del venerdì, del sabato e della domenica, egli si occupa di preparare un piatto caldo da portare ai circa cento senzatetto ospitati in due dei dormitori presenti in città. Al termine della nostra chiacchierata il giovane tiene a sottolineare l’importanza di don Mario Zacchini, il primo a dargli fiducia oltre che la possibilità di poter offrire servizio a chi soffre. “Mi fa piacere poter fare qualcosa per gli altri, soprattutto in questo momento in cui chi ha bisogno ha ancora più bisogno. E mi sento bene a farlo forse perché ci sono passato anch’io: sono stato in strada per due anni, prima di essere accolto in casa–canonica, e so cosa si prova a non avere niente”, e cita, rivelandoci il suo desiderio di essere battezzato, un verso della prima lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi che dovremmo riportare alla mente: “fate coraggio a chi è scoraggiato, sostenete chi è debole, siate magnanimi con tutti”. (Parrocchia S. Antonio di Savena – BolognaSette)

Migranti e profughi: i morti che nessuno piange

27 Aprile 2020 - Torino - Tutto sembra essersi fermato. Da settimane le notizie principali riguardano l’emergenza sanitaria che sta affrontando l’Italia con la conta giornaliera dei nuovi contagiati, dei decessi, dei guariti. Ma l’emergenza, nel momento in cui la pressione si allenta sugli ospedali, la si avverte per la strada, tra le persone più vulnerabili. La vita è continuata e per alcuni è diventata ancora più faticosa. In tanti si sono ritrovati più poveri. Certamente la popolazione straniera, con lavori precari già prima di questa crisi, oggi accusa duri colpi. Nelle ultime ore l’esigenza forte, richiamata da più parti, della regolarizzazione delle centinaia di migliaia di persone straniere che vivono in Italia senza permesso di soggiorno si fa pressante. Servono braccia per l’agricoltura: i raccolti sono a rischio e allora si pensa a regolarizzazioni per comparti produttivi. Ma, perché possa essere garantita la tutela della salute collettiva e riconosciuta la dignità alle persone straniere che vivono con noi nel rischio di sfruttamento ed emarginazione sociale, è importante che non solo “qualcuno” possa accedere a provvedimenti di regolarizzazione. Altri paesi hanno intrapreso tali percorsi, in primis per la sicurezza sanitaria dei loro cittadini. Nel frattempo anche in questi mesi decine di morti e dispersi nel Mediterraneo, ma quasi non se ne parla. Eppure sono tragedie umane al pari delle nostre, accomunate dal dolore, dalla solitudine di corpi a cui l’impossibilità di essere restituiti agli affetti toglie la dignità che meritano, rendendo ancor più affilata la sofferenza. Le immagini dei mezzi militari che trasportano i feretri da Bergamo rimarranno nelle nostre menti. A Bergamo come a Lampedusa: il dolore della perdita di un caro e il dolore di non poter celebrare i propri morti è lo stesso ovunque, seppur le storie siano diverse. Oggi la nostra attenzione è tutta rivolta alla ‘fase 2’. La gente ha voglia di uscire, di incontrarsi, di normalità. Dopo un’iniziale euforia per le possibilità che la tecnologia ci offre, da più parti si avverte una certa stanchezza per riunioni in remoto, aperitivi a distanza, lunghe conversazioni mentre si svolgono le faccende domestiche. È indubbio che lo smart working sia una benedizione per quanto riguarda la sfera lavorativa, ma la vita ha bisogno di incontri reali. Siamo in astinenza dell’Altro. Anche quando si ha una casa, da mangiare e si sta bene di salute, figuriamoci come si sente chi invece non può contare neppure su queste sicurezze materiali. Mentre nel mondo si stava diffondendo in modo virale una certa retorica sulla chiusura dei confini, del “bastiamo a noi stessi”, l’invisibile Covid-19 si è insinuato e ha viaggiato ovunque, ci ha costretti a vivere isolati, ci ha impedito di abbracciare i nostri cari, ha rivoluzionato le nostre vite. Abbiamo reagito con una resilienza creativa, ma non possiamo negare le ferite. Le persone morte nella solitudine – la tragedia nella tragedia – la perdita dei nostri anziani, i bambini costretti a vivere in pochi metri quadrati, gli ingenti danni economici subìti… In questo periodo le parole di Papa Francesco ci hanno accompagnato e ci hanno aiutato a rileggere quanto stava accadendo. Le sue parole hanno certo aiutato a non chiudere le nostre coscienze e con l’omelia della Divina Misericordia a metterci in guardia contro un virus ancora peggiore: quello dell’egoismo indifferente. Chissà se da questo virus, che certo lascerà segni nelle nostre vite, impareremo qualcosa? Padre Cantalamessa nell’omelia del Venerdì Santo ci ha ricordato che questa pandemia “ci ha bruscamente risvegliati dal pericolo maggiore che hanno sempre corso gli individui e l’umanità, quello dell’illusione di onnipotenza. Abbiamo l’occasione – ha scritto un noto Rabbino ebreo – di celebrare quest’anno uno speciale esodo pasquale, quello ‘dall’esilio della coscienza’. È bastato il più piccolo e informe elemento della natura, un virus, a ricordarci che siamo mortali, che la potenza militare e la tecnologia non bastano a salvarci”. Nello stesso tempo, proprio in questo periodo, abbiamo colto tanta umanità e generosità: medici, infermieri, volontari, credenti impegnati, presbiteri, religiose e religiosi, genitori fantasiosi nel cercare ogni giorno di rendere meno pesante la vita dei loro bambini. E ancora: forme di solidarietà nuove tra vicini, aiuti economici per rispondere alle carenze delle strutture sanitarie, cassette comparse nella nostra città con messaggi che recitano “chi non può prenda, chi può metta”, sostegni alimentari, raccolte di farmaci. Abbiamo visto medici venire in soccorso alla crisi sanitaria italiana con una grande manifestazione di solidarietà tra popoli. Sono arrivati aiuti dalla Russia, dalla Cina, da Cuba, dall’Albania, ma anche dall’Egitto, dal Kuwait. Ad accoglierli a Caselle il governatore regionale del Piemonte Cirio e la sindaca di Torino Appendino. Il loro arrivo ha significato “ossigeno” per le strutture sanitarie. Eppure in Italia sono presenti migliaia di medici di origine straniera, i quali senza cittadinanza non possono lavorare negli ospedali pubblici. Si veda quanto accaduto a Roma: l’Ospedale Spallanzani, nel pieno della fase di emergenza, ha messo a concorso posti di lavoro a tempo determinato per medici. Requisito necessario la “cittadinanza italiana o di un Paese Ue”. E allora non resta che sperare che, in questo senso, l’emergenza ci contagi, facendoci riscoprire la bellezza della solidarietà e del dialogo fra i popoli, fra Paesi ricchi e poveri. Che ci dia il coraggio di reindirizzare le risorse previste per il settore delle armi a beneficio della sanità, della scuola e del sociale. Che non vengano indeboliti ulteriormente i diritti dei lavoratori. Ci auguriamo che in nessun Paese, per rafforzare ulteriormente la sorveglianza della polizia sulle popolazioni, si restringano permanentemente le libertà personali. Sulla scia dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, vogliamo sperare in un’opportunità per indirizzare le nostre vite e le nostre istituzioni verso una nuova sobrietà e verso il rispetto per il Creato. Non ci resta che sperare, dunque, che la generosità e la solidarietà non si arrestino con la fine dell’emergenza, segno di azioni spinte dalla morsa della paura. Che ci si ricordi che le frontiere aperte hanno permesso a personale e materiali sanitari, di cui necessitavamo con urgenza, di entrare nel nostro Paese. Che i medici di origine straniera già presenti sul nostro territorio ma sprovvisti della cittadinanza italiana vengano valorizzati e considerati alla pari dei nostri concittadini.  Che la stessa angoscia che abbiamo provato ogni giorno nell’ascoltare il numero dei decessi ci colga ancora quando tra una notizia e l’altra ci verrà detto che in altri paesi nel mondo sono morti a causa di guerre migliaia di persone o che nell’attraversare il Mediterraneo per la ricerca di una vita migliore sono annegate decine di persone. Che la stessa tristezza che ci ha pervasi nel vedere immagini di mezzi militari carichi di salme la proviamo nel sentire che un anziano è stato trovato solo e senza vita nella propria abitazione, o che un padre di famiglia si è trovato in condizioni disperate per aver perso il lavoro o che genitori e figli devono vivere anni separati in paesi diversi a causa di leggi o procedure amministrative che impediscono o rendono difficoltoso il loro ricongiungimento.  Che impariamo a capire che non ci sono differenze e confini tra chi soffre. Non ci resta che sperare che le parole di Papa Francesco abbiano scosso le nostre coscienze: “Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità! Impariamo dalla comunità cristiana delle origini, descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. Aveva ricevuto misericordia e viveva con misericordia: ‘Tutti i credenti avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno’ (At 2,44-45). Non è ideologia, è cristianesimo”. Ci auguriamo, dunque, di avere occhi per vedere che gli effetti delle disuguaglianze formali e sostanziali diventano ancor più evidenti in questi momenti, così come gli strascichi che lasceranno. Di poter tornare a una vita ‘normale’, nella speranza però che qualcosa nel frattempo sia cambiato. Sicuramente se lo augurano i poveri, gli anziani soli, i lavoratori sfruttati dall’egoismo organizzato, le persone senza fissa dimora, gli stranieri e, in particolare, i richiedenti asilo. Ecco perché un documento firmato qualche settimana fa da tante realtà ecclesiali e sociali, tra cui Fondazione Migrantes, chiedeva al legislatore soluzioni concrete e immediate per garantire a tutte le persone le medesime tutele previste dai provvedimenti per contenere il contagio. Il Documento ci ricorda le riforme che da tempo sono urgenti per le persone straniere e per la democrazia tutta, dal diritto alla cittadinanza, all’abrogazione dei cosiddetti «decreti sicurezza», alla sempre più urgente regolarizzazione dei migranti presenti sul nostro territorio. Il documento non si dimentica neppure della situazione in cui versano le persone migranti che anche in questo periodo raggiungono le coste italiane per cercare di sottrarsi a morte e torture nei campi in Libia o in fuga da situazioni di grave pericolo. Il Covid-19 ha dato modo all’Italia, ancora una volta, di tentare di frenare i flussi migratori che bussano alla nostra porta. Abbiamo dichiarato i porti italiani «non sicuri», negando a centinaia di persone in fuga dalla morte di rifugiarsi nel nostro territorio. «Non pensiamo solo ai nostri interessi, agli interessi di parte. Cogliamo questa prova come un’opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno: di tutti. Perché senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno», ha ricordato Papa Francesco. Facciamo tesoro delle sue parole. L’egoismo non paga. (Sergio Durando – Direttore Migrantes Torino)  

Konate: la mia fuga per la vittoria e “salvato dal pallone e dal Perugia”

27 Aprile 2020 - Perugia - Dall’inferno al sogno, tutto in una volta. Amara Konate, centrocampista del Perugia, ha solo 21 anni ma la sua vita è già un concentrato di emozioni. Serse Cosmi, tornato sulla panchina della squadra della sua città, l’ha visto in allenamento e gli ha dato fiducia sin da subito: prima in coppa Italia a Napoli, poi in campionato, dove prima dello stop per l’emergenza Coronavirus, gli aveva affidato le chiavi della mediana. Niente male per un ragazzo che sino a tre anni fa non aveva mai giocato a calcio, nemmeno da dilettante. Del resto al suo paese, la Guinea, c’era poco da far rotolare il pallone: Alpha Condè ha ben presto trasformato la sua presidenza, conquistata con le prime elezioni libere dopo 50 anni, in un altro regime ed il paese, ancor più impoverito e svuotato è di nuovo scivolato in quella guerra civile che pensava di essersi lasciato alle spalle: “Non c’era altro modo che andarsene – racconta ai cronisti Konate, in questi giorni in isolamento a Perugia – sono fuggito dagli scontri etnici del mio paese e sono salito su un barcone. Dalla Libia sono sbarcato a Catania e poi sono stato trasferito in un centro d’accoglienza a Cassino. Il mio pensiero va spesso ai compagni che hanno affrontato con me quel viaggio bruttissimo. Loro non hanno avuto la mia fortuna, Dio mi ha aiutato ed io lo ringrazio ogni giorno, è stato un miracolo”. La sua fortuna si chiama Antonio Altrui, il suo attuale agente: è lui ad averlo scoperto. “In Guinea giocavo soltanto per strada, non avevo mai pensato di fare il calciatore, io volevo diventare un commerciante, come mio padre. Antonio mi ha visto giocare durante una partita con i ragazzi ospiti del centro. Mi ha avvicinato e mi ha detto se avevo voglia di provare a fare il calciatore. Mi sono allenato col Cassino per un po’ di tempo, poi ho fatto il provino col Perugia. Ho convinto il dg Goretti e il ds Pizzimenti e li ringrazierò sempre”. Konate si allena sei mesi con la Primavera, in attesa di regolarizzare la posizione e nell’estate 2018 Nesta se lo porta in ritiro, quindi gioca il Viareggio: “Poi ho chiesto alla società di mandarmi in prestito per maturare”. Va al Rieti, in Lega Pro, dove gioca 16 partite, poi torna, stavolta per restare, aiutato ad integrarsi anche dall’amicizia nata col connazionale Kouan. Fa la spola con la Primavera, dove si mette in luce e il predecessore di Cosmi, Massimo Oddo, gli concede due scampoli di partita: “Ricordo ancora l’esordio al Curi (lo ha lanciato Oddo, facendolo entrare nel finale contro il Pescara), è stato bellissimo – racconta – con tutta quella gente sugli spalti a seguirmi. La cosa che mi colpisce di più? I bambini che mi riconoscono e mi chiedono l’autografo o una foto”. Quando sulla panchina biancorossa arriva Cosmi, se ne innamora e oggi è un punto fermo del suo centrocampo (4 gare con lui, più quella in Coppa Italia a Napoli). Quando gli chiedi i modelli dice: “Mi piacciono Pjanic, Pirlo e Casemiro, ma ho visto tanti video del Perugia e sono rimasto colpito da Grosso e Allegri. Cosmi? Un grande allenatore, penso che con lui potrò crescere tanto, quando sbaglio mi dice di stare tranquillo e mi spiega gli errori che poi cerco di correggere”. Come tutti i calciatori, il lockdown lo costringe ad allenarsi in casa, col programma personalizzato fornito ai giocatori dal preparatore atletico. Per tutto il resto, c’è ovviamente il telefono: “Sento ogni giorno la mia famiglia in Guinea, mi manca molto – spiega – sono preoccupato per loro perché lì il Coronavirus non è ancora arrivato del tutto e con la povertà che c’è nel paese può essere molto più pericoloso. Dico loro di prendere precauzioni ed indossare sempre le mascherine”. Il suo futuro, invece, è in biancorosso fino al 2022, col primo obiettivo che è già davanti alla finestra di casa: “Se dovessimo ripartire, vorrei dare una mano alla squadra per portarla ai playoff”. (Emanuele Lombardini – Avvenire)  

Amrita: la mediatrice culturale di Careggi che pensa all’India e ama l’Italia

24 Aprile 2020 - Firenze - La storia di Amrita è una storia fatta di sogni e speranze che hanno preso forma nel tempo, cambiando anche il suo progetto di vita originario. Amrita Chaudhuri, originaria di Calcutta, è una mediatrice culturale dell’ospedale di Careggi. Ogni giorno incontra pazienti indiani, pachistani e bengalesi, li aiuta a comunicare con i medici e il personale sanitario traducendo in italiano ciò che da soli non riescono a esprimere e, viceversa, traducendo in indi, urdu e bengalese ciò che delle parole italiane dei medici da loro non viene compreso. Questo è solo uno dei tanti servizi che Amrita porta avanti come mediatrice culturale. Prima dell’emergenza sanitaria lavorava anche nelle scuole, in tribunale e allo Sportello immigrazione del Comune di Firenze. Ma il suo è un lavoro che fa parte di un progetto e di un sogno più ampio: “ho sentito di dover costruire un ponte tra l’India e l’Italia” ci dice Amrita raccontando di quando, già laureata in botanica a Calcutta, rifiutò la possibilità di un dottorato in India. Dopo aver vinto una borsa di studio, nel 2010 viene in Italia per studiare a Perugia la lingua e la cultura italiana e lì si innamora dell’Italia: “Ho visto la bellezza e la ricchezza della cultura italiana e ho potuto comunicare con persone provenienti da diverse parti del mondo. - racconta Amrita - Ho sentito che il mio compito era quello di costruire un ponte culturale facendo conoscere poeti, musicisti e drammaturghi italiani in India e indiani in Italia”. Tornata a Calcutta vince altre due borse di studio di tre e sei mesi e inizia a tradurre in bengalese gli autori della letteratura italiana. Nel 2017 l’ultima borsa di studio la porta per la prima volta a Firenze dove, ospite e studentessa del Centro internazionale studenti La Pira, approfondisce la letteratura italiana e ha l’ “opportunità speciale di approfondire la cultura cristiana, che ha permesso anche a me, ragazza induista, di capire meglio la Divina Commedia” racconta Amrita. Trascorso l’anno di studi torna a Calcutta, ma “ho sentito forte il richiamo della cultura italiana - ci dice - e ho provato a tornare in Italia cercando lavoro”. Inizia così l’avventura della mediazione culturale, che va di pari passo con la traduzione di opere letterarie italiane in bengalese e, viceversa, di opere bengalesi in italiano. “In India ci sono moltissime lingue diverse - spiega Amrita - spero che attraverso le mie traduzioni altri possano entrare in contatto con la cultura italiana e diffonderla mettendo in contatto i due paesi”. L’amore per l’Italia l’ha portata anche a non tirarsi indietro in questo momento di difficoltà. Il lavoro di mediazione culturale in ospedale va avanti e di per sé non cambia, ma si cerca di venire incontro a qualche nuova necessità e di impegnarsi per mantenere le norme di prevenzione del contagio: “purtroppo si percepisce l’ansia e lo stress che questa strana situazione ha prodotto sia tra i pazienti che tra i medici e gli infermieri. - racconta Amrita - Indossiamo le mascherine e i guanti, ci misuriamo la temperatura tutte le volte che entriamo in ospedale e cerchiamo di mantenere la distanza di un metro e mezzo dalle altre persone. Per ora non sono stata chiamata nei reparti Covid, ma adesso per i pazienti è importante che qualcuno spieghi loro nella loro lingua la nuova situazione del coronavirus e le norme di prevenzione del contagio; mi è capitato di fare anche traduzioni delle nuove disposizioni del Comune e del Governo”. Continua, così, con i suoi colleghi a portare il suo aiuto da un reparto all’altro e non manca di tenere vivo un messaggio di speranza per il mondo e l’Italia: “ora vedo soffrire l’Italia, il paese che ho amato, ma come la notte finisce e viene il giorno, così finirà anche questo dolore e verrà il giorno e la luce anche per l’Italia e per il mondo. - dice Amrita - Sento che quando tutto questo sarà finito qualcosa cambierà. Se impariamo a lavorare tutti insieme, saremo capaci di ricostruire un mondo più bello e più sereno”. (Irene Funghi – ToscanaOggi)    

Piccoli migranti protagonisti di un video sull’identità italiana

24 Aprile 2020 - Roma - I bambini e i ragazzi migranti che vivono a Mondo Migliore, centro accoglienza per migranti nei pressi di Rocca di Papa, assieme agli operatori della Cooperativa Auxilium, hanno realizzato un video per celebrare il 25 aprile e quel sentimento di libertà che è alla base dell’identità nazionale italiana. “Un 25 aprile che ci auguriamo sia l’inizio di una nuova ricostruzione sociale ed economica – si legge in una nota –. Anche questi ragazzi, che con le loro famiglie sono arrivati in Italia da tanti Paesi del Mondo, si sentono parte della nostra comunità civile, e anche per loro 25 aprile vuol dire libertà, partecipazione, solidarietà”. Con questo video Auxilium ha voluto aderire alla maratona social lanciata dall’associazione Articolo21. “La festa della Liberazione – spiega il fondatore della Cooperativa Auxilium, Angelo Chiorazzo – ci ricorda che la democrazia è per tutti la possibilità di essere protagonisti del nostro futuro. E in particolare, quest’anno, il 25 aprile ci ricorda che anche dalla notte più buia, insieme, possiamo uscire liberi”.  

Castelvolturno: “un dono inaspettato dal Papa”

24 Aprile 2020 - Roma - Papa Francesco è intervenuto direttamente in favore della popolazione sofferente di Castel Volturno, comune campano che conta oltre 15mila immigrati di origine africana, donando 20 mila euro al Comitato di volontari che si è costituito per l’emergenza Covid-19. “Mi ha chiamato al telefono padre Konrad, l’elemosiniere del Papa – ci racconta padre Daniele Moschetti, missionario comboniano –  e mi ha chiesto ‘cosa possiamo fare per voi?’. Ha detto che il papa era contento per tutte le attività che portiamo avanti sia nell’emergenza che nella quotidianità, prima che scoppiasse la pandemia.  Io non sapevo cosa rispondere, e allora lui mi ha annunciato che avrebbe donato 20mila euro per le necessità più impellenti e che quel dono sarebbe stato il segno della vicinanza del Papa”. La somma è stata devoluta alla Caritas diocesana di Capua, che segue da vicino tutte le attività del Comitato Castel Volturno Solidale, e sarà impiegata per acquistare cibo, medicine, pannolini, bombole a gas e tutto ciò che serve. “Io avevo fatto circolare un messaggio con la richiesta di aiuto il lunedì di pasquetta, e il martedì mattina mi è arrivata questa telefonata inaspettata, mentre stavamo facendo le consegne dei pacchi, assieme  ai molti volontari”, spiega. Padre Daniele ha invitato l’elemosiniere ad andare a Castel Volturno, quando le condizioni lo permetteranno. Mentre parla con noi al telefono, il comboniano è sul campo: sta distribuendo pacchi alimentari, un’attività che prosegue ininterrottamente da quando  è iniziata l’emergenza. Fin da subito si è costituito il Comitato Castel Volturno solidale, composto da tutto l’associazionismo di stampo cattolico e non, presente nella cittadina. Ne fanno parte oltre alla Caritas, al centro Fernandes per immigrati, Emergency, le parrocchie, i comboniani ed altri gruppi. Ma il Comitato non agisce da solo, fa parte del Centro Operativo Comunale, cui afferiscono polizia municipale e servizi sociali. Si tratta insomma di una vera e propria task force tesa ad alleviare il disagio di centinaia di famiglie, sia italiane che straniere, che per via della quarantena, non lavorano e non hanno di che vivere. “Non è sempre facile lavorare tutti assieme, ma ci stiamo provando – dice ancora padre Daniele – E’ un esperimento e la finalità è quella di non lasciare sole le persone che altrimenti sarebbero emarginate. Non serve l’esercito in questo territorio, serve una visione. Ma cercheremo di collaborare fino a quando è possibile con il Comune”. (Ilaria De Bonis – Popoli e Missione)    

Alfieri della Repubblica: modelli positivi di cittadinanza

23 Aprile 2020 - Roma - Modelli positivi di cittadinanza. Sono i giovani al quale il Presidente della Repubblica Italiana, ha conferito 25 Attestati d’onore di “Alfiere della Repubblica”. Giovani che si sono distinti come costruttori di comunità, attraverso la loro testimonianza, il loro impegno, le loro azioni coraggiose e solidali. Tra questi Virginia Barchiesi , 17 anni, residente ad Ancona “per l’impegno profuso in difesa dei diritti dei bambini migranti e dei giovani rifugiati. Per la ricerca e la promozione di un linguaggio che cancelli i pregiudizi e aiuti l’inclusione”, come recita la motivazione. E ancora Yuliya Amosava, anche lei diciassettenne 17 anni,  residente a Roma “per la capacità dimostrata nel trasformare dolorose esperienze personali in un percorso di crescita individuale, di solidarietà e di piena integrazione”.  Yuliya è bielorussa ed è scappata dalla povertà del suo Paese. Accolta in Italia oggi è volontaria della Croce Rossa. Great Nnachi, 15 anni, residente a Torino “per le sue qualità di atleta, affinate pur tra difficoltà, e per la disponibilità che mostra nell’aiutare i compagni e nel collaborare alla formazione e all’allenamento dei più piccoli”. Great nasce in Italia, a Torino, da genitori nigeriani: qui vive e studia. Perde il papà a 5 anni. Oggi è una promessa dell’atletica italiana: ha vinto due campionati italiani giovanili ed è riuscita a saltare 3,80, che sarebbe il record italiano cadetti.  

Parroco Lampedusa: “occuparsi di tutti, anche dei migranti”

23 Aprile 2020 - Lampedusa - “Forse non abbiamo ancora capito la lezione che dovremmo apprendere dal Coronavirus: se continuiamo a pensare solo a noi, a vedere le cose solo secondo la nostra prospettiva e a prendere provvedimenti esclusivamente per la nostra sicurezza – ad esempio chiudere i porti ai migranti – non ne usciremo mai. La soluzione non è proteggere solo noi ma occuparci di tutti”: sono le parole di don Carmelo la Magra, parroco di Lampedusa, che descrive oggi al Sir la situazione nell’isola, anche rispetto ai recenti sbarchi in autonomia. L’ultimo di pochi giorni fa, con 32 migranti avvistati dalla guardia costiera in acque italiane e fatti sbarcare al Molo Favaloro. Siccome a Lampedusa non ci sono strutture per la quarantena e l’hotspot è già al completo con 116 persone, le persone “hanno dovuto trascorrere mezza giornata e poi una notte all’addiaccio e al freddo sul molo in attesa della nave ma non è certo la scelta migliore”, afferma il parroco. Le autorità locali hanno annunciato che una seconda nave-quarantena sarà ancorata tra Lampedusa e Porto Empedocle, probabilmente dalla prossima settimana. L’unico caso di migrante trovato positivo al primo tampone a Pozzallo è risultato negativo. E tutti i 150 migranti a bordo del traghetto Rubattino, in rada davanti a Palermo per la quarantena dopo aver accolto le persone salvate dalle navi Ong Alan Kurdi e Aita Mari, sono risultati negativi. Intanto nella comunità di Lampedusa l’unico caso di contagio – una donna che tornava  da un’altra zona d’Italia – è stato guarito con successo e si è riusciti a bloccare la diffusione nell’isola. “Siamo in isolamento nell’isolamento – racconta don Carmelo -. I lampedusani amano vivere in una dimensione di socialità che ora è impedita ma finora siamo stati bravi a rispettare le regole”. La grande preoccupazione, spiega, “è l’aumento delle persone in difficoltà a causa del blocco del turismo, che da noi in genere partiva a Pasqua. Sempre più lampedusani vengono a chiederci aiuto in parrocchia, molti li vediamo per la prima volta”. Se le attività turistiche non riprenderanno, avverte, “rischiamo di avere grossi problemi nei prossimi mesi, perché qui si vive in inverno di ciò che si guadagna in estate”.  

I tre migranti: vogliamo aiutarvi

23 Aprile 2020 -

Trapani - Il campetto dell’oratorio è avvolto nel silenzio: una scena inconsueta in giorni normali, perché siamo sulla via principale della città e qui è sempre un via vai di ragazzi. Le stanze, liberate dagli arredamenti, sono state riadattate in magazzini, dove vengono stipati i viveri; pure nei corridoi, trovano spazio cassette impilate con ortaggi freschi. All’entrata, dove è stata messa su una rudimentale segreteria, ci sono due pile di cartoni alte due metri. Anche la stanza del direttore non esiste più: da qualche giorno, con l’aiuto di Ceesay, che ha studiato da sarto, è diventata un laboratorio per la produzione di mascherine. Il direttore è un laico, Peppe Virzì, padre di due figli. Con gli animatori, già dopo la prima chiusura, nei primi di marzo, aveva organizzato un servizio telefonico per gli anziani che non potevano andare a fare la spesa o ritirare i farmaci. Con l’aggravarsi dell’emergenza, l’oratorio è diventato, quasi naturalmente, il cuore solidale della città e ha dovuto far fronte a sempre maggiori richieste, a necessità nuove e urgenti. "Quando un amico mi ha chiamato dicendo che alcuni suoi amici immigrati volevano dare una mano – spiega Virzì – non ci ho pensato due volte". I primi a bussare alla porta dell’oratorio sono stati Embalo, Ceesay e Omar. Oggi gli immigrati africani 'in servizio', a turno, sono 18, tutti residenti in città da anni. La spiegazione di Ceesay è nitida e lineare, quasi commovente. "Siamo rimasti senza lavoro e passavamo le giornate sul divano, a non far nulla. Quando si è tutti sulla stessa barca bisogna remare insieme per superare la bufera e noi non volevamo restare a guardare", spiega il giovane africano, esibendo un sorriso gentile e profondo con cui trasforma uno slogan in una metafora drammaticamente evidente della sua storia di immigrato appartenente al 'mondo dei salvati', arrivato in Italia su un barcone.

Al mattino, all’oratorio, la giornata inizia alle 9: Tomas, della Costa d’Avorio, puntualmente, varca la soglia. Prima della pandemia, effettuava servizi transfert. Ha messo a disposizione il suo pulmino ed è lui a fare la consegna dei pacchi spesa, mentre gli altri si preparano per le commissioni agli anziani. "Possiamo fare la fila al supermercato fino a stasera. Non abbiamo soldi, ma abbiamo tempo e quello mettiamo a disposizione" è la riflessione a tutto tondo di Ceesay. Il loro pensiero corre ai genitori, ai fratelli lasciati in Africa; suscitano ricordi, forse nostalgia. "Abbiamo paura per le nostre famiglie lontane – aggiunge Omar – ma possiamo dare una mano qui". Lamin, del Gambia, l’ultimo arrivato del gruppo, aiuto cuoco, a Trapani da soli 3 anni, continua: "Qui siamo stati accolti e qui viviamo, anche noi ragazzi africani vogliamo dare il nostro contributo Ora è questa la nostra casa, qui è la nostra famiglia". Nel corridoio sono già pronte, per essere distribuite, le buste con cibo della rete solidale di 'Mangiamone tutti', un comitato spontaneo per assistere liberi professionisti e i lavoratori autonomi rimasti senza reddito. Il direttore del teatro lirico della città, Giovanni De Santis, pianifica gli aiuti, utilizzando il modello organizzativo tipico delle produzioni d’opera, potendo contare su imprenditori, comunicatori e perfino un’intera squadra di pallamano. Centro operativo sempre l’oratorio. "Ci vuole tatto e discrezione – spiega Virzì –. Qualche giorno fa abbiamo aiutato un dentista. Lui per ricambiare ci ha regalato tutte le mascherine del suo studio. A voi servono di più", ha spiegato. (Lilli Genco - Avvenire)

Mascherine per la cittadinanza: l’iniziativa del giovane ivoriano Bakary

22 Aprile 2020 -

Massa Carrara - "In un momento tanto critico, in cui il virus ci ha inchiodato tutti sulla stessa barca, la solidarietà non conosce confini di etnia e di fede". Con queste parole si può riassumere l’iniziativa che Bakary Oularè, giovane sarto Ivoriano, ha lanciato sui social network: produrre mascherine per le persone che ne hanno bisogno!

Ospite dell’Associazione Casa di Betania O.n.l.u.s di Carrara, Bakary non si è piegato sotto il peso della pandemia, ma ha preso in mano ago e filo ed ha deciso di mettere a disposizione degli altri i propri talenti: "l’Italia mi ha ospitato quando avevo bisogno. Per questo, in un momento tanto tribolato, voglio fare anch’io la mia parte!". Venuti a conoscenza del progetto di Oularè, gli operatori di Casa Betania si sono attivati per fargli avere tutto l’occorrente: "Grazie al nostro tecnico della sicurezza abbiamo reperito le informazioni necessarie per confezionare mascherine idonee, da produrre in poco tempo. Bakary le ha realizzate per noi, aggiungendovi il suo tocco d’artista!". Un sentito ringraziamento per il gesto di generosità giunge da Ivonne Tonarelli, direttrice dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, che si è detta orgogliosa dal grande cuore del giovane ivoriano: " È bello constatare che, anche in un momento tanto travagliato, Bakary non abbia perso l’altruismo e la generosità che lo hanno sempre contraddistinto. Gli auguro di continuare su questa strada, perché sta andando nella direzione giusta!". (E.G.)

 

Diocesi Agrigento: tutelare la salute dei cittadini e dare adeguata accoglienza

21 Aprile 2020 - Agrigento - In merito alle proteste suscitate dal trasferimento di un consistente gruppo di migranti nell’ex hotel Villa Sikania di Siculiana,  oggi gli uffici Migrantes e di pastorale sociale dela diocesi di Agrigento, Mariella Guidotti e don Mario Sorce, in una nota “richiamano l’attenzione su vicende che, soprattutto in piena emergenza sanitaria Covid-19 impongono misure adeguate a tutela della salute pubblica senza far venir meno il dovere dell’accoglienza e della solidarietà. È doveroso – scrivono in una note congiunta - che le amministrazioni comunali, continuino a fare tutto ciò che è necessario per garantire l’incolumità di tutti i cittadini; è altresì doveroso che le forze dell’ordine, continuino a vigilare perché nessuno, anche chi viene da lontano e non si sa se abbia potuto contrarre il virus, possa violare le disposizioni, i decreti governativi o le varie ordinanze; è inoltre dovere del Governo fare di tutto per assicurare misure idonee alla gestione delle emergenze”. Circa le proteste avvenute a Siculiana contro la presenza degli immigrati, “pur comprendendo – continuano e paure legate al momento che tutti stiamo attraversando, non possiamo – sostengono i due uffici diocesani - da cristiani accettare tali comportamenti. Questi gesti si sono rivolti contro nostri fratelli immigrati che hanno l’unica colpa di essersi messi in salvo venendo da altri paesi la cui situazione sociale è invivibile e per questo si trovano in condizioni disperate”. “Se esiste una ragionevole preoccupazione per la salute pubblica – sottolineano nella nota i responsabili dei due uffici diocesani - essa va fatta presente nelle opportune sedi e non imputate a persone che nulla possono se non sentirsi ferite nella loro dignità, che è uguale alla nostra. Gli atti di rifiuto che si sono verificati non hanno nulla di cristiano, anzi contraddicono la stessa fede”. Da qui l’auspicio “che,  chi ne ha il dovere,  garantisca che la struttura sia adeguata e che tutte le misure idonee siano rispettate; siamo altrettanto  certi che il popolo di Siculiana, che si è sempre distinto per una fede che si concretizza nelle opere soprattutto di generosità e di accoglienza, darà prova di vera fede cristiana e di civiltà.  

Migrantes Asti: le iniziative al tempo del Covid19

21 Aprile 2020 - Asti - Anche la diocesi di Asti è stata notevolmente colpita dall’emergenza COVID-19 alla quale l’Ufficio diocesano per la pastorale Migrantes sta cercando di far fronte mantenendo viva la sensibilità e l’attenzione sulle criticità che colpiscono migranti, circensi, rom e giostrai interfacciandosi con il Comune e le altre realtà associative impegnate a sostegno delle fasce più deboli. In collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Sociali, abbiamo realizzato un video nelle diverse lingue delle comunità etniche del nostro territorio sulle misure di prevenzione da attuare per proteggersi dal virus ( https://www.youtube.com/ watch?v=ZvddenrNSSA&t=8s) e, a seguito della delibera di Giunta che stabiliva requisiti molto restrittivi per accedere ai buoni spesa, ci siamo attivati per ottenere dalle istituzioni locali una revisione degli stessi in senso più inclusivo. Inizialmente infatti, l’accesso ai buoni era subordinato al possesso della residenza e, se stranieri, di un permesso di soggiorno di lungo periodo, limitazione che avrebbe escluso gli stranieri titolari di permessi umanitari o in attesa dei documenti. A seguito del nostro intervento la Giunta ha approvato un’integrazione del testo della delibera nel quale non si fa più riferimento al tipo di documento, ma solo alla residenza. Con l’associazione PIAM onlus abbiamo poi creato uno sportello virtuale per aiutare le persone a compilare il modulo di richiesta online dei buoni spese, previa traduzione dello stesso in diverse lingue. Ad Asti il servizio di distribuzione degli aiuti alimentari è svolto dalla Caritas con la quale l’Ufficio Migrantes collabora per segnalare gli stranieri in difficoltà che non possono accedere agli aiuti stanziati dal Governo. Continuiamo ad essere vicini alla comunità rom che, in questo periodo, si trova in particolare difficoltà. Essi, così come gli stranieri che vivono ad Asti da lungo periodo e si trovano senza lavoro causa covid, vengono orientati a presentare domanda al Comune per i buoni spesa oppure ai centri di ascolto Caritas. Tra gli stranieri più in difficoltà vi sono coloro che sono appena usciti dal sistema di accoglienza o che non hanno più un titolo di soggiorno valido. Sono sicuramente i più poveri tra i poveri anche perché spesso confinati in una situazione di marginalità sociale che spesso sfiora l’invisibilità. Riceviamo costantemente segnalazioni di persone bisognose di aiuto – grazie anche a una bella collaborazione con uno dei centri islamici della città e con le associazioni dei gambiani e dei senegalesi – di cui raccogliamo nominativi ed esigenze che trasmettiamo alla Caritas per la presa in carico. Le misure anti covid, sospendendo le attività di spettacolo in presenza di pubblico, hanno inoltre avuto ripercussioni molto serie per la nutrita comunità di giostrai presente in città al momento dell’entrata in vigore delle restrizioni così come per le due famiglie del piccolo “Circo delle Stelle” rimasto bloccato in un paese della provincia di Asti. Anche per loro non è mancata l’attenzione da parte di Migrantes e della Caritas, nonché di privati cittadini che hanno voluto manifestare la loro vicinanza ponendo gesti di concreta solidarietà. (Ufficio Migrantes – Asti)

Comunità armena Roma: iniziative in rete per ricordare il 105° anniversario del genocidio

21 Aprile 2020 - Roma - “Il tempo passa, la memoria resta”: è sotto questo slogan che il “Consiglio per la comunità armena di Roma” ha lanciato un evento in rete per ricordare il 105° anniversario del genocidio armeno, 24 aprile 1915 – 24 aprile 2020. Il prossimo 24 aprile ricorre, infatti, l’anniversario dell’inizio delle uccisioni e deportazioni di massa a danno della minoranza armena nell’impero ottomano. L’emergenza coronavirus impedisce qualsiasi manifestazione pubblica a ricordo del primo genocidio del XX secolo così il “Consiglio per la Comunità armena di Roma” ha di conseguenza promosso una serie di iniziative ad hoc: nei giorni scorsi è stato pubblicato sulla pagina facebook della comunità (www.facebook.com/comunitaarmena) un logo creato ad hoc per il 105° anniversario del MedzYeghern con invito a condividerlo, come segno di vicinanza e partecipazione. Due giorni prima dell’evento previsto per il 24 aprile sarà lanciata, sempre sulla piattaforma facebook, una breve clip video. A partire dalle ore 10.30 di giovedì 23 aprile saranno trasmessi in Video Party sempre sulla pagina facebook della comunità, documentari, filmati e contenuti multimediali sul mondo armeno. Nella giornata del 24 aprile la pagina fb “Comunità armena” trasmetterà in diretta, a partire dalle ore 15.00 testimonianze, interviste, contributi e riflessioni sul tema. “Lo scorso anno il parlamento italiano ha approvato una storica risoluzione di riconoscimento del genocidio armeno”. Sulla scia di tale pronunciamento, il Consiglio per la comunità armena di Roma si augura che “l’opinione pubblica italiana sia sempre più partecipe nel ricordo della tragedia del 1915. L’antidoto al negazionismo è la memoria. Contro il virus del negazionismo gli anticorpi della memoria”.    

Ecco i greco-cattolici ucraini in Italia

21 Aprile 2020 - Roma – A circa venticinque anni dall’arrivo massiccio in Italia e sette mesi dopo il riconoscimento pontificio come Esarcato apostolico, la Chiesa greco-cattolica ucraina si presenta con una sua aggiornatissima fotografia a colori: volti, luoghi e iniziative di un centinaio di comunità diffuse da Bolzano a Cosenza fino a Cagliari, con sessantadue sacerdoti che celebrano in quasi centocinquanta chiese. È quasi un selfie collettivo il volume pubblicato come primo “Enchiridio” della Chiesa ucraina in Italia “per farci conoscere nel modo migliore ai nostri amici italiani - spiega il delegato dell’Esarcato, monsignor Dionisio Lachovicz, citando Giovanni Paolo II - e come opportunità di arricchirsi di esperienza spirituale, nello scambio di doni e nella scoperta dei doni di un’altra Chiesa nella identica Chiesa”. Il curatore don Augustyn Babiak ha ricostruito attraverso agili schede le molteplici attività pastorali fiorite attorno ai sacerdoti greco-cattolici, alcuni dei quali sono bi-ritualisti (e anche sposati), cioè fanno un duplice servizio presso le comunità italiane di rito latino e ucraine di rito bizantino. Nelle pagine iniziali Babiak riprende la storia italiana di questa diaspora in cui fin dagli anni Novanta gli emigrati ucraini (erano allora circa sessantamila) hanno cercato di mantenere la propria spiritualità e identità nazionale. Il numero è cresciuto esponenzialmente - si parla ora di settecentomila unità, al quinto posto fra le comunità straniere in Italia - e anche le comunità ecclesiali greco-cattoliche si sono via via radicate attorno ai loro sacerdoti. Hanno trovato collaborazione nella CEI, sia per l’assistenza alle lavoratrici e ai lavoratori attraverso la Fondazione Migrantes, sia per la disponibilità delle chiese. Dal 2001 è stato avviato un coordinamento pastorale degli ucraini in Italia (ora affidato a don Volodymir Voloshyn, che nella prefazione definisce questo primo libro “un forte segno di speranza cristiana per le nostre comunità») che tiene collegate anche le varie comunità religiose, maschili e femminili, operanti nel nostro Paese: i padri Basiliani, il Collegio Pontificio di San Josafat, le suore Basiliane, le suore Serve di Maria Immacolata, le suore Catechisti di Sant’Anna. Ogni domenica sono circa sedicimila i fedeli a ritrovarsi in chiesa, sono attivi vari gruppi come le “Madri in preghiera” e un’attenzione è riservata ai bambini che nelle scuole domenicali studiano il catechismo, la cultura e la storia ucraina: incontrano due colonne della loro Chiesa come il venerabile metropolita Andrea Szeptyckyj (1865-1944), incrollabile leader spirituale, e il cardinale Yossyf Slipyj (1892-1984), suo fedele collaboratore e successore, condannato a diciotto anni di prigionia nei Gulag siberiani, nominato cardinale da Paolo VI nel 1965. Ma la testimonianza delle Chiesa greco- cattolica ucraina è anche in tanti uomini e donne arrivati in Italia per lavorare portando anche la propria forte anima religiosa e costruendo una presenza ecclesiale laicale che - come dice l’autore Babiak – “rappresenta una madre, perché ogni ucraino che arriverà qui non si perda nel suo mondostraniero”. (Diego Andreatta – Avvenire)  

Produrre mascherine per le persone che ne hanno bisogno: l’impegno del sarto ivoriano Bakary Oularè

20 Aprile 2020 - Massa - “In un momento tanto critico, in cui il virus ci ha inchiodato tutti sulla stessa barca, la solidarietà non conosce confini di etnia e di fede”. Con queste parole si può riassumere l’idea che Bakary Oularè, giovane sarto ivoriano, ha lanciato sui social network: produrre mascherine per le persone che ne hanno bisogno! Ospite dell’Associazione Casa di Betania O.n.l.u.s di Carrara, Bakary non si è piegato sotto il peso della pandemia, ma ha preso in mano ago e filo ed ha deciso di mettere a disposizione degli altri i propri talenti. Un sentito ringraziamento per questo gesto di generosità giunge da Ivonne Tonarelli, direttrice dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, che si è detta orgogliosa dal grande cuore del giovane ivoriano: “È bello constatare che, anche in un momento tanto travagliato, Bakary non abbia perso l’altruismo e la generosità che lo hanno sempre contraddistinto. Gli auguro di continuare su questa strada, perché sta andando nella direzione giusta!”. Nel numero di maggio della rivista Migranti-Press troverete tutti i dettagli della bellissima iniziativa di Oularè.

E.Guenzi

Dal ghetto alla prima linea

20 Aprile 2020 -

Foggia - Dai ghetti degli immigrati nel Foggiano alla prima linea del Covid-19, le Rsa del Nord, dove l’epidemia sta facendo strage. È la scelta del dottor Antonio Palieri, 64 anni, gastroenterologo e dirigente medico della Asl di Foggia. Lunedì 6 aprile è stato per l’ultima volta nel ghetto di “ Tre Titoli” a Cerignola a visitare i braccianti africani che vivono in casolari e baracche. Emarginati e sfruttati. Volontario tra gli immigrati, così come lo fa nei pellegrinaggi a Lourdes dell’Unitalsi. Mercoledì 8 è partito per la Liguria, medico volontario, in risposta al bando della Protezione civile. Fino all’ultimo non lo ha fatto sapere a nessuno. Discreto come sempre. «Faccio il medico, lo facevo giù e ora lo faccio qua. Lavorare qui è molto bello», è la sua semplice spiegazione, rispondendoci al telefono dal suo nuovo “fronte”. «Non faccio niente di speciale. È nella mia scelta di vita – aggiunge –. Il lavoro di medico l’ho sempre preso come una missione. Sarei voluto andare in Africa ma poi l’Africa è arrivata nella mia terra». Così da anni, con la Caritas diocesana di Cerignola-Ascoli Satriano, segue i braccianti dei ghetti assieme ad altri medici volontari. Tre volte a settimana, prima visitando in un container, dall’anno scorso a “Casa Bakhita”, la grande struttura realizzata dalla Diocesi a “ Tre Titoli”, della quale è il direttore. Si occupa di patologie legate alle condizioni di vita e lavorative. «Non arrivano malati in Italia, si ammalano qui – ci aveva spiegato in uno dei nostri incontri a “ Tre Titoli” –. D’inverno malattie respiratorie, d’estate muscolari e articolari. Per il lavoro piegati in due a raccogliere per dieci ore pomodori o asparagi, o a raccogliere in alto l’uva». Ma quando è stato fatto il bando per medici volontari non ci ha pensato due volte. «Mi è sembrato doveroso farlo. Ne ho parlato con la mia famiglia e ho avuto la loro autorizzazione. E ne ho parlato anche col vescovo, monsignor Luigi Renna. Ho fatto il tampone prima di partire, ed era negativo. Spero che lo sia anche al ritorno... ». Anche perchè è finito proprio nel cuore dell’epidemia. Ora è a Genova, assegnato alla Asl 3 e si deve occupare delle Rsa che ospitano anziani. «La situazioni negli ospedali è buona, nelle Rsa no. Sono le situazioni più preoccupanti. Le persone anziane dovevano essere cautelate prima, le strutture andavano chiuse. Perchè una volta che il virus entra fa una strage. Ora faremo i tamponi a tutti, ospiti e operatori». Drammi e inaspettati “miracoli”. Come un signore di 107 anni che «fortunatamente sta bene». E i ragazzi africani dei ghetti? Non sono rimasti soli. «Ho lasciato tutto sotto controllo. Le visite continuano come prima. Stiamo assicurando gli stessi servizi, che oggi sono ancor più necessari ». Fino ad ora non ci sono casi di contagio. «Sarebbe stato drammatico, ma per ora sta andando bene. Non credo sia una questione genetica. Forse perchè vivono molto isolati e tra di loro, con pochi contatti con l’esterno. In questo periodo ancora di più. L’agricoltura è ferma. Infatti lavorano meno, non li chiamano ». Una situazione che aggrava la condizione di emarginazione. Per questo, aggiunge non dimenticando il suo ruolo di “direttore”, «la Caritas è presente nei ghetti di Borgo Tre Titoli, Contrada Ragucci, Pozzo Terraneo, Contrada Ripalta e Borgo Tressanti. Sono circa settecento ragazzi immigrati che non sono stati abbandonati ». I volontari sono sempre in campo. Nei ghetti e “in prestito” anche su altri campi. Da dove il dottore ci lascia con una sola richiesta, la stessa che ha fatto prima di partire. «Pregate per me». (Antonio Maria Mira - Avvenire)

Tarquinio: saggio regolarizzare chi vive e lavora qui

19 Aprile 2020 -

Milano - Ci siamo ripetuti sino alla nausea che “tutto cambierà” a causa della pandemia. E che la sfida, d’ora in poi, è quella di cambiare le cose in meglio: più salute, più giustizia, più rispetto. Sì, più rispetto: per tutti e tra tutti i popoli, tra di noi e nel nostro rapporto con la natura che ci ha drammaticamente ricordato di essere, alla fine e per principio, più forte di qualunque tecnologia, umana e disumana. Non tutto è fermo, ma basta dare una rapida occhiata allo stato delle nazioni e del mondo per capire che purtroppo non ci stiamo muovendo nella giusta direzione.

C’è ancora modo e tempo (non molto, però) per correggerci. E c’è qualcosa, qui in Italia, che si può mettere in cantiere subito e non richiede investimenti miliardari, ma solo onesta volontà di sgombrare un bel po’ di ombre dalla vita e dalle attività del Paese.

Si tratta di riconoscere che persone e lavoratori di origine straniera ora, appunto, ridotti legalmente a ombre hanno invece volto e corpo, chiari diritti e chiari doveri. Si tratta, insomma, di dare regole e status, controlli e garanzie a chi vive e lavora nell’irregolarità. Parliamo di circa 600mila donne e uomini (metto le donne per prime non solo e non tanto per cortesia, ma perché sono la maggioranza delle persone di cui stiamo parlando).

Qualcuno già parla di “sanatoria”, magari storcendo naso e bocca come se si stesse confezionando un regalo per personaggi che non lo meritano. E c’è chi si è premurato di far partire il solito ritornello contro il “clandestino” che ruberebbe il lavoro agli italiani e va sbattuto fuori dal Bel Paese. Ma vale la pena di ragionare appena un po’ e di aprire gli occhi sulla realtà italiana degli “irregolari” di origine straniera, esercizio virtuoso e soprattutto utile, al quale più d’uno – con particolare efficacia Andrea Riccardi – ha invitato nella settimana che ci sta alle spalle. Se a ragionare si prova per davvero, se si mettono da parte slogan e invettive d’occasione, si arriva presto alla conclusione che siamo davanti a un passaggio necessario.

Stiamo parlando, infatti, di braccianti agricoli necessari ai nostri campi, di autotrasportatori che portano le mostre merci, di muratori e manovali impegnati nei nostri cantieri. Stiamo parlando di un vero esercito di badanti e collaboratrici familiari, donne che abitano e servono l’intimità delle nostre famiglie. Sul serio qualcuno pensa che per ripartire col piede giusto dopo il blocco da coronavirus si possano lasciare tutte queste persone e la loro opera nel “nero”, ai margini e fuori dalle regole e dalle tutele – anche sanitarie, ovvio – poste a generale presidio? Per davvero qualcuno ritiene che di loro si possa fare a meno?

C’è solo da riconoscere una realtà. C’è da curare una ferita aperta. E, sì, c’è da far più sano il domani di tutti. (Marco Tarquinio - Avvenire)

Lettera-appello della società civile: “tutelare la salute dei migranti costretti in insediamenti rurali informali”

18 Aprile 2020 - Roma - “Agire subito per tutelare la salute dei migranti costretti negli insediamenti rurali informali e nei ghetti”. È quanto chiesto in una lettera aperta – indirizzata al presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio dei ministri, e ai ministri dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Interno, della Salute e del Sud – alcune associazioni, capeggiate da Flai Cgil, da enti e da privati cittadini. Tra i firmatari, vi sono Caritas, Fondazione Migrantes, Acli Terra nazionale, Fabio Ciconte, direttore di “Terra! – campagna #FilieraSporca”, don Luigi Ciotti, presidente nazionale di “Libera” e “Gruppo Abele”. “Esprimiamo profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese”, si legge nella lettera. “Molti di loro sono impiegati nel settore agricolo, più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva”. “Come è noto – evidenziano i firmatari – le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili” e “il rischio è che il Covid-19 arrivi in quegli aggregati, tramutandoli in focolai della pandemia, e motivo di fondata apprensione”. Secondo i firmatari, “i ragguardevoli provvedimenti assunti dal Governo per l’emergenza coronavirus non prendono in considerazione queste realtà”, e “non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio”. Tale situazione viene definita “una allarmante discrasia che richiede correttivi istituzionali immediati in una cornice di monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19”. Secondo i firmatari, “i Prefetti, alla luce degli ulteriori poteri loro conferiti dal Dpcm del 9 marzo u.s., possono assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni volte alla messa in sicurezza dei migranti e richiedenti asilo presenti sul territorio, mediante l’allestimento e/o la requisizione di immobili a fini di sistemazione alloggiativa”. “Le risorse necessarie per gli eventuali interventi di rifacimento e adeguamento degli immobili requisiti – si suggerisce nella lettera – potrebbero essere attinte dalla dotazione del Piano triennale contro lo sfruttamento e il caporalato”. Nella lettera si pone all’attenzione che “molti stranieri si trovano oggi in condizioni di irregolarità acuite dai decreti sicurezza e non vanno in cerca di lavoro per timore di essere fermate ai posti di blocco”, e per questo “diventa fondamentale una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare in condizioni di irregolarità”. “È necessario – concludono – rafforzare le misure di contrasto al lavoro nero e favorire l’assunzione di chi sta lavorando in maniera irregolare, applicando i contratti collettivi agricoli” attraverso “soluzioni strutturali che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere”.

Commissione Ue: riviste procedure per asilo, rimpatrio e reinsediamento migranti

17 Aprile 2020 - Bruxelles - Anche le norme dell’Ue in materia di asilo, le procedure di rimpatrio e il reinsediamento sono state ricalibrate dalla Commissione che oggi ha adottato degli “orientamenti” alla luce delle mutate condizioni legate alla pandemia di coronavirus. Il vicepresidente per la promozione del nostro stile di vita europeo, Margaritis Schinas, ha affermato che le indicazioni sono un supporto agli Stati membri per “utilizzare la flessibilità delle norme dell’Ue, al fine di garantire il più possibile la continuità delle procedure e nel contempo la protezione della salute e dei diritti delle persone”. Se è cambiato “drasticamente il nostro modo di vivere nelle ultime settimane, non lo devono fare i nostri valori e principi”. Gli orientamenti sono stati preparati con il sostegno dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo (Easo) e dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (Frontex) e in collaborazione con le autorità nazionali. Nella video-conferenza settimanale dei ministri degli Affari interni che si è svolta oggi, si è discusso anche degli ultimi aggiornamenti in materia di migrazione e gestione delle frontiere nel contesto dell’epidemia di coronavirus.