Tag: Immigrati e rifugiati

Unhcr: in 10 anni permessi a 1,5 milioni di persone in 36 Paesi

6 Maggio 2021 - Roma - Nel decennio precedente alla pandemia, grazie al rilascio di permessi per motivi familiari, di studio o attività lavorativa almeno 1,5 milioni di persone sono state accolte come rifugiati da 35 Paesi Oecd/Ocse e dal Brasile. È quanto rivela un nuovo rapporto intitolato “Safe pathways for refugees II”, realizzato dall’Unhcr, Agenzia Onu per i rifugiati, insieme all’Oecd/Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, prendendo in esame le ammissioni di persone in fuga da 7 Paesi: Afghanistan, Eritrea, Iran, Iraq, Somalia, Siria e Venezuela, avvenute dal 2010 al 2019. Degli 1,5 milioni di permessi per motivi non umanitari rilasciati nell’arco del decennio in esame, 156.000 sono stati concessi nel solo 2019. “Siamo incoraggiati dagli enormi sforzi profusi da numerosi Stati per l’ammissione di rifugiati mediante questi canali complementari e sicuri. Canali che hanno consentito di riunire famiglie costrette a fuggire e hanno dato ai rifugiati l’opportunità di mettere a frutto il proprio talento, le proprie capacità e competenze”, ha dichiarato Gillian Triggs, assistente Alto Commissario Unhcr per la protezione. I dati relativi al 2020 non sono ancora stati elaborati, tuttavia le due organizzazioni prevedono un calo significativo del numero di ammissioni per effetto della chiusura delle frontiere e delle restrizioni ai movimenti di persone imposte in relazione alla pandemia di Covid-19. “Dobbiamo impedire che il Covid-19 vanifichi gli eccezionali progressi compiuti in relazione all’ampliamento dei canali di ingesso sicuri – ha affermato Triggs -. Sebbene non sostituiscano i reinsediamenti e le ammissioni per motivi umanitari, che offrono forme di protezione legale più solide e a lungo termine, essi rappresentano comunque meccanismi di ammissione sicuri, capaci di salvare vite umane e di cui molti rifugiati possono beneficiare”. L’Unhcr lancia perciò un appello “affinché un maggior numero di Paesi si impegni a reinsediare i rifugiati, incrementare la disponibilità di canali sicuri e ridurre gli ostacoli posti alle ammissioni”. Numerosi rifugiati, impossibilitati a ricongiungersi ai propri famigliari tramite canali sicuri e regolari, spesso ricorrono a viaggi pericolosi, via terra o via mare, per varcare le frontiere internazionali. Da ricordare che i Paesi in via di sviluppo accolgono l’85% dei 26 milioni di rifugiati presenti nel mondo.    

Fratellanza e migrazione nelle parole di Papa Francesco

6 Maggio 2021 - Torino - “Verso un ‘noi’ sempre più grande” è il titolo scelto da Papa Francesco per il suo messaggio che annuncia la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, la 107esima, che si terrà domenica 26 settembre 2021. Il richiamo evidente è all’enciclica “Fratelli tutti”, perché alla fine non ci siano più ‘gli altri’, ma solo un ‘noi’ universale, tutti temi emersi anche nel recente viaggio iracheno. La migrazione è un tema ricorrente nelle parole del pontefice. Solo qualche settimana fa, di ritorno dal viaggio in Iraq, il papa aveva dichiarato ai giornalisti presenti sul suo aereo: “La migrazione è un diritto doppio: diritto a non migrare, diritto a migrare. Questa gente non ha nessuno dei due, perché non possono non migrare, ma non sanno come farlo. E non possono migrare perché il mondo ancora non ha preso coscienza che la migrazione è un diritto umano.” Il Papa sa benissimo anche che “la migrazione” viene vissuta “come un’invasione.” Per questo aveva voluto ricevere il papà di Alan Kurdi, “bambino, che è un simbolo, un simbolo che va oltre un bambino morto nella migrazione, un simbolo di civiltà che muoiono, che non possono sopravvivere, un simbolo di umanità”. E poi aveva aggiunto: “servono urgenti misure perché la gente abbia lavoro nei propri Paesi e non debba migrare, e poi misure per custodire il diritto di migrazione. È vero che ogni Paese deve studiare bene la capacità di ricevere perché non è soltanto la capacità di ricevere e lasciarli sulla spiaggia. È riceverli, accompagnarli, farli progredire e integrarli. L’integrazione dei migranti è la chiave”. Non essere più “altri”, essere tutti “noi”. Anche gli atti del papa sono simboli, sono atti che mirano a rendere concreto il messaggio della fratellanza universale. Prendiamo ad esempio il recente viaggio in Iraq, il primo compiuto da un pontefice in una regione del mondo dove i cristiani, che un tempo erano una cospicua minoranza, sono stati in gran numero costretti alla fuga e alla migrazione. Non per caso, il romanziere e poeta iracheno Younis Tawfik, originario di Mosul ma da tanti anni in Italia, ha dichiarato all’Avvenire, lo scorso 9 marzo: “Il tempo cancella inesorabilmente ciò che passa, ma gli uomini giusti non possono venire cancellati. Francesco rimarrà per sempre nella memoria degli iracheni come un uomo giusto”. A circa due mesi dallo storico viaggio in Iraq di papa Francesco riecheggiano nel cuore di molti iracheni, di giovani, adulti, famiglie musulmane, cristiane, yazide, mandee, caldee le parole di un “uomo giusto” che ha scelto di lasciare la propria terra e di andare a far visita a un popolo martoriato da anni di violenza, di minacce, di torture, di morte. “Finalmente qualcuno s’interessa a noi” e papa Francesco ha scelto di raggiungere questi fratelli come pellegrino penitente, portatore di pace, assolutamente disarmato, inerme, uomo giusto che con gesti semplici ma profetici ed eloquenti e con parole umane e profonde, è stato un balsamo di vita per questa gente, ma balsamo anche per tutti coloro che hanno colto la profondità del messaggio. Il viaggio in Iraq è stato per Francesco una scelta, quasi una vocazione, ad andare proprio in quella terra, meta già ambita e desiderata dal defunto Papa S. Giovanni Paolo II che al tempo di Saddam Hussein avrebbe voluto recarsi in pellegrinaggio nella terra di Abramo: un ulteriore passo all’insegna della fratellanza. Due anni prima, infatti, ci fu l’incontro storico di Papa Francesco con il Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyeb in cui si firmò il documento sulla Fratellanza umana “una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli” (Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019). In questo documento entrambe le autorità religiose, insieme alle rispettive comunità, dichiaravano di “adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”. Si è trattato quindi di un secondo passo per dare seguito a “un’inquietudine della fratellanza”, come ha espresso Papa Francesco durante la conferenza stampa ai giornalisti nel suo viaggio di ritorno. E uno dei momenti più significativi, ma non unico di questo viaggio,  è stato l’incontro con l’ayatollah Sayyid Ali al-Husayni al-Sistani, persona influente e molto rispettata nel mondo sciita, avvenuto proprio a Najaf, la città santa degli sciiti, luogo sacro dove vi è la tomba di ‘Ali, il loro primo Imam e di molti loro fedeli. Un incontro a porte chiuse ma di grande intensità dove due uomini di fede si sono ritrovati l’uno accanto all’altro riconoscendosi credenti, si sono ascoltati nel pieno rispetto della vita e nell’accoglienza della fede dell’altro, eloquente infatti è stato il gesto dell’ayatollah di accogliere nella sua casa, in piedi, l’ospite di grande riguardo. Papa Francesco, secondo il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, ha ringraziato l’ayatollah al-Sistani per l’impegno assunto “in difesa dei più deboli e perseguitati affermando la sacralità della vita e l’importanza dell’unità del popolo iracheno”. Ha assicurato vicinanza e preghiera e chiesto “al Dio Creatore di tutti, pace e fraternità non solo per gli iracheni ma per il Medio Oriente e il mondo intero”. Nel successivo incontro interreligioso avvenuto nella piana di Ur, luogo benedetto, che riporta alle origini delle tre fedi monoteiste, dove visse Abramo, figura significativa per ebrei, cristiani e musulmani, Papa Francesco ha esortato questi uomini di fede ma anche l’intera umanità, ad avere sempre due sguardi: uno rivolto al cielo e uno alla terra ricordando   che la vera “fratellanza” nasce nella misura in cui facciamo spazio in noi alla dimensione trascendente, ci fidiamo dell’Altro, ci abbandoniamo all’Oltre di Dio che ci fa riscoprire la ricchezza del fratello che ci vive accanto. Perché quanto più alziamo lo sguardo al Cielo tanto più siamo in grado di elevarci dalle “bassezze della terra”, riusciamo ad uscire dalla “schiavitù dell’io” che ci costringe ad occuparci soltanto del nostro piccolo mondo, aprendo gli occhi su un mondo ben più ampio e umano. Questa “linfa vitale” chiamata “fratellanza” è per tutti, e ha spinto “delle stelle nel cielo” a brillare nel buio della notte più oscura della storia irachena: giovani volontari musulmani di Mosul che hanno saputo costruire amicizie fraterne sulle macerie dell’odio risistemando e restaurando insieme a giovani cristiani, le moschee e le chiese distrutte. E’ necessario quindi educarci a quella vera fraternità, educarci a “guardare le stelle” facendo insieme qualcosa di buono e di concreto. Forte e coinvolgente è stata la parola del pontefice rivolta non solo agli uomini di fede, ma anche a tutti coloro che pensano di poter essere costruttori di pace in questo tempo così problematico com’è quello che stiamo vivendo: “sta a noi, umanità di oggi, convertire gli strumenti di odio, in strumenti di pace…; sta a noi mettere a tacere le accuse reciproche per dare voce al grido degli oppressi e degli scartati sul pianeta: troppi sono privi di pane, di medicine, istruzione, diritti e dignità…sta a noi ricordare al mondo che la vita umana vale per quello che è e non per quello che ha, e che le vite di nascituri, anziani, migranti, uomini e donne di ogni colore e nazionalità sono sacre sempre e contano come quelle di tutti”! Attraverso queste parole forti Papa Francesco ci richiama a una verità non così scontata per noi oggi: la migrazione di tanti fratelli e sorelle che lasciano la “loro terra” in cerca il più delle volte di un “benessere” reale, non solo economico, può aiutarci a scoprire il valore profondo del “migrare” dal nostro piccolo mondo a quello del “fratello” che ci è prossimo. Infatti il cammino della “fratellanza”, come ha ricordato Papa Francesco, è sempre un “cammino in uscita” che comporta un “lasciare” la propria “terra”, le proprie sicurezze, legami e attaccamenti, il proprio gruppo, per “peregrinare alla scoperta del volto dell’altro”. Infine, un ultimo messaggio che può scuotere anche le nostre coscienze è quello del Papa che di fronte alle rovine di una città distrutta come quella di Mosul, ha colto l’occasione per richiamare una verità che tocca l’umanità: per ricostruire un paese ferito, distrutto da anni di guerre, violenze, morte non basta fare memoria o ricostruire semplicemente gli edifici, ma è necessario un vero e proprio “disarmo interiore” che solo può portare intere famiglie, gruppi appartenenti a confessioni religiose diverse a riconciliarsi, a riscoprire la propria gente non più come “nemica”, rivale da combattere, ma come amica, fraterna. Questo cammino potrebbe diventare anche il cammino di ogni uomo e donna di buona volontà che scelga di intraprendere il lento e doloroso processo di liberazione da egoismi, da stereotipi, da sensi di onnipotenza e superiorità, passando dalla logica dell’ “io” alla logica del “noi”, da quella della competizione e della rivalità a quella della riconoscenza dell’altro, della comunione e compassione. Questo sarà possibile nella misura in cui saremo in grado di avviare nei vari ambiti della vita, piccoli processi capaci di coinvolgere ogni persona con i suoi valori, le sue ricchezze, e potenzialità  costruendo una società più degna di essere vissuta, più umana. (Migrantes Torino - www.migrantitorino.it)

Carlo e l’integrazione che crea Valore: integrare persone, non migranti

5 Maggio 2021 - Roma - Ci sono persone che amano il loro lavoro e si svegliano contente, felici di poter iniziare un’altra giornata. Ci sono tanti che invece sentono il lavoro come una gabbia che li tiene prigionieri, giorno dopo giorno. Carlo apparteneva a questa seconda folta schiera. Ogni mattina si svegliava alle 5:20, faceva colazione di corsa e si dirigeva a Ciampino dove era impiegato come magazziniere. Tutti i giorni uguali. Ma del resto c'è chi sta peggio, no? Perché lamentarsi? Come per tanti, anche per Carlo cambiare vita era impensabile: eppure ogni chiacchierata con il suo amico Marco Ruopoli, presidente di Sophia Impresa Sociale, gli apriva nuove prospettive. "Ci sono molti modi in cui in una persona si accende la scintilla, la fiamma che permette di cominciare una nuova vita. Per me è stata la fiducia di Marco". Carlo incomincia a collaborare con i soci di Sophia, suoi coetanei, con grande semplicità: può dare una mano, e la da volentieri. E' portato per il lavori manuali, lo sa già, ma si scopre anche un abile oratore e un fermo "mediatore": sa mettere le persone d'accordo. Marco gli propone quindi di gestire il team artigianale creato con i giovani migranti che partecipano al progetto Creare Valore Attraverso l’Integrazione: il team ha lo scopo di far lavorare i ragazzi che stanno imparando i mestieri di idraulico, elettricista e muratore dato che la loro condizione di vulnerabilità non gli permette ancora di trovare un lavoro all'esterno. “Mi hanno detto: se non ci stavi ci scannavamo”, scherza emozionato Carlo: "la parte più bella è proprio nel rapporto con i membri della squadra". Il dialogo del resto è il marchio di fabbrica di Sophia che mette in pratica in ogni progetto. Per gestire una squadra è però necessaria anche la mano ferma, anche se “con gente che ne ha passate tante diventa difficile”. In questa ottica, il progetto Creare Valore Attraverso l'Integrazione, realizzato con il sostegno della campagna Liberi di Partire, Liberi di Restare della CEI, promuove un percorso di integrazione che, mettendo la persona al centro, rimuove gli ostacoli concreti e supera le criticità interiori di ognuno. (A.S.)  

In un naufragio a largo della Libia cinquanta migranti morti

3 Maggio 2021 - Roma - Non si arresta la triste conta delle vittime del Mediterraneo. Cinquanta migranti, fra cui alcuni egiziani, hanno perso la vita ieri in un altro naufragio al largo della Libia, a pochi giorni dalla tragedia consumata nelle stesse acque che ha causato oltre 100 morti. Lo riferisce la Mezzaluna Rossa libica, citata da Al Arabya e da altri media internazionali. L’imbarcazione è affondata al largo della città di Zawiya. La dinamica dei fatti resta ancora poco chiara. Questa mattina il portavoce della Guardia costiera libica, l’ammiraglio Masoud Ibrahim, raggiunto telefonicamente dall’Ansa, ha sottolineato di non avere alcuna informazione a riguardo. «Potrebbe trattarsi di un’informazione errata» ha detto. Intanto, circa 95 migranti — da ieri mattina alla deriva al largo della Libia — sono stati soccorsi e riportati a Tripoli questa notte dalla Guardia costiera libica. E sempre nella notte sono sbarcati sulle coste italiane del Gargano 35 persone — 9 donne e 12 bambini — tutti afghani. Negli ultimi giorni, invece, oltre 700 migranti sono stati riportati in Libia, «solo per finire in detenzione arbitraria», ha detto la portavoce dell’UNHCR in Libia. (OR)  

Centro Astalli: “contrastiamo l’indifferenza facendo da “scorta mediatica alle vittime”

3 Maggio 2021 - Roma - È di poche ora fa la notizia che 50 migranti sono morti nel naufragio della loro imbarcazione davanti alla costa della città libica di al Zawiya. Precedentemente, l’Oim aveva riferito che almeno 11 persone erano morte dopo che il gommone su cui viaggiavano era affondato. A bordo di quest’ultimo vi erano in tutto 24 migranti. La Guardia Costiera libica ne ha riportati indietro 12. Il Centro Astalli esprime “cordoglio per le vittime e profondo dolore per le famiglie cui viene negato persino di piangere e dare degna sepoltura ai loro cari” si legge in una nota. Per p. Camillo Ripamonti, presidente Centro Astalli: è “uno dei mali del nostro tempo che sempre più spesso passa sotto silenzio e nel disinteresse generale, una vergona come ci ha ricordato recentemente Papa Francesco e per questo Il Centro Astalli ritiene doveroso non smettere di dare notizia di ogni naufragio che avviene. Vogliamo essere una sorta di scorta mediatica che accenda una luce su ogni vittima di ogni naufragio nel Mediterraneo. È il nostro modo – aggiunge - di farci voce dei tanti migranti che non hanno diritto di parola in Europa. Vogliamo ricordare e chiedere per ciascuna delle vittime, un cambio radicale di politiche e visione che rimetta l’Europa dei diritti e della libertà al centro di un mare che oggi stiamo lasciando a trafficanti che vendono a esseri umani disperati una speranza travestita da morte”.  

Trento: il vescovo visita cinque strutture diocesane di accoglienza di migranti

30 Aprile 2021 -

Trento – A pochi giorni dall’ennesima strage di migranti nel Mediterraneo, l’arcivescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, insieme a una delegazione diocesana e del Centro Astalli ha visitato cinque strutture religiose del capoluogo che da ormai cinque anni (d’intesa con la Diocesi e con la regia di Astalli) accolgono richiedenti protezione internazionale, un centinaio complessivamente nel tempo. L’itinerario sulle tracce della solidarietà ecclesiale in risposta all’emergenza migranti ha preso le mosse a Casa San Francesco di Spini di Gardolo, di proprietà dei Cappuccini (rappresentati da padre Luca Trivellato e padre Mario Putin), dove è attivo anche un dormitorio per 10 richiedenti asilo coordinato da Astalli. Seconda tappa nella casa dei Comboniani in via Missioni Africane dove grazie alla disponibilità dei missionari, sei universitari veneti e trentini residenti hanno scelto, grazie al progetto “muri che uniscono”, di condividere gli spazi di accoglienza assieme ad una decina di ragazze e ragazzi richiedenti asilo. A facilitare questa convivenza pensano i missionari presenti: Tullio Donati, Mario Benedetti e Claudio Zendron. La visita è quindi proseguita nella sede delle suore Canossiane in centro a Trento (con l’annessa scuola materna e il Centro di Formazione Professionale) dove l’accoglienza di due mamme africane con le relative figlie, già ben inserite nella scuola, è garantita da suor Daniela Rizzardi con altre tre consorelle. Si è saliti quindi a Villazzano nella sede dei Dehoniani, comunità di sei religiosi che guidano anche le parrocchie di Villazzano e Povo dove sono riusciti a dare all’accoglienza di giovani migranti un carattere davvero comunitario nella “normalità” (ad esempio attraverso le “cene del povero” o la realizzazione di un bel murale collettivo), come sottolineano il responsabile della comunità padre Silvano Volpato insieme al parroco padre Giorgio Favero. A Villa S. Ignazio, sede dei Gesuiti e cuore organizzativo dell’accoglienza, l’ultima tappa di un “pellegrinaggio nei luoghi della sofferenza ma anche del riscatto delle persone”, come lo ha definito il responsabile della comunità padre Alberto Remondini.

L’Arcivescovo, accompagnato dal direttore Migrantes diocesano, don Cristiano Bettega e dal referente Caritas Alessandro Martinelli, parla di “un’esperienza meravigliosa di Vangelo dove scopriamo che, se ascolti Dio e guardi i poveri come lui li guarda, ti ritrovi arricchito. Così l’accoglienza non è un dovere ma semplicemente il bello dell’umano. Abbiamo sperimentato in questi anni che dai volti dei poveri abbiamo ricevuto anche la capacità di fare rete e diventare più collaborativi tra noi”.

“Gli incontri mensili fra le nostre realtà, i religiosi, gli operatori, i responsabili diocesani ci hanno aiutato a crescere, a cambiare anche.  Siamo contenti di proseguire perché questo diventi un segno di vangelo della nostra Chiesa locale”, aggiunge padre Remondini.

“Qui si vede – interviene il presidente del Centro Astalli, Stefano Graiff – come il coinvolgimento della comunità e il rapporto diretto con i rifugiati diventa il primo modo per creare una sensibilità accogliente, abbattendo pregiudizi di partenza”.

Nei volti più che nelle parole dei migranti incontrati, il sollievo dopo fughe dolorose (via Mediterraneo o rotta balcanica) e la fiducia ora in progetti lavorativi, come sottolinea il settimanale Vita Trentina di questa settimana che da ampio spazio alla visita.

Ucraini in Italia: una preghiera nel 35mo anniversario di Chernobyl

30 Aprile 2021 - Roma - Una preghiera in ricordo delle vittime del disastro di Chernobyl s è tenuta, nei giorni scorsi, nella Basilica Minore di Santa Sofia a Roma retta da p. Marco Semen che è anche membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Migrantes e già coordinatore nazionale per la pastorale degli ucraini in Italia. “Spesso ci chiediamo perché così tante persone in Ucraina sono ammalate. A Roma visitiamo i bambini ucraini malati di cancro che vengono curati qui. Pertanto, stiamo ancora assistendo alle conseguenze della catastrofe di Chernobyl”, ha detto il sacerdote davanti all'icona della Madre di Dio di Chernobyl. Un disastro, quello della centrale nuclerare avvenuto 35 anni fa. Oltre al momento di preghiera anche una mostra di disegni degli allievi della Scuola Catechetica domenicale “Santa Sofia”. “Sono grato agli allievi della scuola catechetica per aver conservato tale ricordo, perché ai tempi odierni del rovesciamento dell'informazione tali tragedie sono già dimenticate. È un ricordo per noi che ciò che Dio ci istruisce nella vita, dobbiamo eseguire onestamente e responsabilmente ", ha detto ancra don Semen, come riferisce l’addetta Stampa della Basilica, Ruslana Tkachenko. (Raffaele Iaria)

Meic: “omissione inaccettabile” nel soccorso ai migranti

30 Aprile 2021 - Roma - Il Consiglio nazionale del Meic ritiene “inaccettabile l’attuale organizzazione del soccorso nel Mar Mediterraneo, fonte di gravissime omissioni con conseguenze mortali e di violazioni del diritto di asilo e della libertà personale, già ripetutamente sanzionate dagli organismi internazionali”. Il Movimento ecclesiale di impegno culturale chiede quindi al Parlamento e al Governo italiano “di intraprendere tutte le iniziative necessarie, in sede nazionale e internazionale, per concordare e istituzionalizzare comportamenti in mare compatibili con il rispetto di tutti i diritti fondamentali”. Chiede “al Parlamento e a tutte le istituzioni europee di attivarsi nell’ambito delle specifiche competenze perché, in ordine alla sicurezza in mare, si giunga ad accordi fra gli Stati membri dell’Unione per il più rigoroso rispetto dei diritti della persona attraverso una distribuzione di oneri e compiti fra i vari stati ispirata alla solidarietà che sta alla base dell’Unione”, secondo quanto previsto dall’articolo 2 del Trattato istitutivo dell’Unione europea.    

Lamorgese: “da autorità italiane massima e responsabile collaborazione nei soccorsi”

29 Aprile 2021 - Roma - “Il comportamento delle nostre autorità è costantemente improntato alla massima e responsabile collaborazione ai sensi della Convenzione di Amburgo. Sono molteplici in questo senso gli interventi di soccorso dispiegati in alcuni casi anche immediatamente fuori dalle nostre acque Sar allorché viene segnalata la condizione di estremo pericolo in cui versano le imbarcazioni dei migranti”. Lo ha affermato il Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, rispondendo alle domande durante il Question time nell’aula di Montecitorio ad una interrogazione sulla recente tragica vicenda del naufragio di un’imbarcazione di migranti nel Mediterraneo. Il ministro ha anche auspicato un “rafforzamento di Frontex con l’implementazione delle sue capacità operative, obiettivo che il Governo persegue costantemente in sede europea”. Lamorgese ha anche ribadito l’importanza di “iniziative di cooperazione con i Paesi di origine e transito dei flussi migratori” e l’esigenza di un maggior coordinamento dei diversi attori anche internazionali volto ad evitare il verificarsi di tragici episodi di naufragio con perdite di vite umane, come quello che purtroppo è avvenuto”. Nel corso dell’incontro a Tripoli di qualche giorno fa con le autorità libiche, la titolare del Viminale ha sottolineato come “punto di fondamentale importanza” sia “il rispetto dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati”.  

Scalabriniane: la vergogna umanitaria nel Mediterraneo impone una risposta dagli Stati

28 Aprile 2021 - Roma - “La vergogna umanitaria dei nuovi migranti morti nel Mediterraneo pone gli Stati nazionali davanti alla loro stessa responsabilità di dover rispondere al loro grido d’aiuto. Non possiamo voltarci pensando che l’unica emergenza di oggi sia la pandemia Covid. La crisi sociale, economica, le violenze, continuano a esserci quotidianamente in ogni angolo del pianeta. Assistere, quasi indifferenti, ad un ulteriore naufragio nel Mediterraneo, in un mondo che dovrebbe essere più solidale perché impegnato nella stessa battaglia della pandemia, vuol dire aver perso sul fronte della globalizzazione dei valori dell’identità dell’Europa, continente dove molti hanno sempre trovato spazio per realizzarsi come persone”. A dirlo è suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo/Scalabriniane, alla luce dell’intervento di Papa Francesco durante il Regina Coeli dello scorso 25 aprile. “La strategia per una politica che possa prevenire altra ecatombe, Papa Francesco la ha lanciata da anni ed è fin troppo chiara: accogliere, proteggere, promuovere, integrare - aggiunge suor Neusa – Ci uniamo alla voce accorata del Papa: potenziare i corridoi umanitari, valorizzare le reti di cooperazione internazionale, spingere a rafforzare le intese con chi per vocazione e carisma, sostiene in modo aperto e gratuito le politiche migratorie. E un pensiero va a Nadia De Munari, la missionaria laica uccisa brutalmente a colpi di machete in Perù. Offriamo la nostra preghiera perché si fermi questo clima d’odio che si somma alle tragedie del Mediterraneo. Non lasciamo affondare con gli ultimi 130 morti ogni appello”.

 

La Chiesa africana in soccorso dei migranti: un’opera di integrazione, sviluppo e formazione

28 Aprile 2021 - Roma - È pari a 27.788 il numero di sfollati interni, richiedenti asilo, rifugiati, migranti interni e internazionali e vittime della tratta di esseri umani che nel 2019, su territorio africano, sono stati assistiti da missioni cattoliche o realtà collegate alla Chiesa. Le attività - scrive oggi l'agenzia Fides - hanno coinvolto 525 tra lavoratori e volontari, impegnati in progetti di formazione, assistenza sanitaria e legale. Sono i numeri presentati nel report “Migrant Ministry in Africa” realizzato dalla sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero vaticano per la Promozione dello sviluppo umano Integrale in collaborazione con l'Istituto Scalabrini per la Mobilità Umana in Africa (SIHMA). Il lavoro di ricerca scatta una fotografia puntuale del fenomeno delle migrazioni nel continente africano, dove, nel 2018, il numero stimato di migranti internazionali si è attestato a circa 245 milioni, la maggior parte dei quali concentrati in Africa orientale. Nel documento, si identificano lo sfollamento coatto e la tratta per lavoro forzato come le principali minacce alla sicurezza umana: “Si stima che l'Africa ospiti oltre il 30% della popolazione mondiale di rifugiati. Si stima inoltre che 6,25 milioni di individui siano ridotti in schiavitù nell'Africa subsahariana, un numero che comprende il 13,6% della popolazione mondiale ridotta in schiavitù”, si sottolinea nel report. Il documento, inoltre, individua la Libia come principale paese di destinazione per le vittime della tratta gestita da organizzazioni criminali, che trafficano soprattutto migranti dell'Africa subsahariana in transito verso l'Europa. A queste emergenze, la Chiesa nei diversi stati africani cerca di rispondere con azioni concrete che mirano all’integrazione e allo sviluppo di competenze. Nello specifico, sono stati realizzati: 31 corsi di formazione linguistica rivolti a 1.409 migranti, rifugiati e vittime di tratta; 32 corsi di formazione professionale rivolti a 1.579 migranti e 771 richiedenti asilo e rifugiati; 5 iniziative di sostegno scolastico per 304 minori; 70 borse di studio per 48 minori e 266 stranieri. Più di 3000 migranti hanno potuto beneficiare di iniziative sanitarie nell’ambito della chirurgia, della medicina generale e di quella specialistica, mentre circa 1.800 migranti hanno beneficiato di iniziative di assistenza legale.

Una lettera aperta sulla Tratta al premier Draghi

28 Aprile 2021 - Milano - "Le scrivo a nome di Loweth, Glory, Esoge, Sophie, Mary che, come Joy – la protagonista del libro Io sono Joy. Un grido di libertà dalla schiavitù della tratta che le abbiamo inviato – e come migliaia di altre ragazze e donne nigeriane sono vissute nei campi di detenzione libici. Portano nella loro carne e nella loro anima le ferite indelebili delle sevizie subite, degli stupri e delle torture".  Si apre con queste parole la lettera che Mariapia Bonanate, storica editorialista di Famiglia Cristiana, rivolge al premier Draghi. "Le scrivo anche a nome delle tante che, intercettate dalla Guardia costiera libica, sui barconi della speranza, in quei 'respingimenti per procura' del nostro Paese, sono state riportate, spesso con i loro bambini, nei campi di prigionia". Queste donne, continua la giornalista, hanno ascoltato le parole del Primo ministro quando, in riferimento ai salvataggi operati dalla Libia, ha dichiarato: "Siamo preoccupati per i diritti umanitari e siamo orientati al superamento dei centri di detenzione". Con questa parole Draghi, commenta la Bonanate, "ha aperto uno spiraglio di speranza per tutte queste ragazze e donne, la maggior parte delle quali, sopravvissute alla Libia, hanno trovato una seconda Libia, peggiore, sulle strade italiane dove, ridotte a schiave dalla criminalità organizzata e dalle mafie, continuano il loro calvario". L’appello si conclude con un auspicio: che il Memorandum d’intesa con la Libia siglato quattro anni fa venga modificato in direzione del rispetto dei diritti umani, di cui l'Onu denuncia la violazione. "Abbiamo fiducia in Lei e siamo con Lei nella speranza che, finalmente, questa catastrofe umanitaria trovi una concreta via di salvezza".  

Migrantes Andria: solo la rivoluzione del cuore può salvarci

28 Aprile 2021 - Andria - Sebbene da qualche tempo si siano spenti i riflettori mediatici sui migranti, nel Mediterraneo si continua a morire. L’ennesima tragedia che poteva e doveva essere evitata. Un gommone con 130 persone, fra cui donne e bambini, è affondato tentando la traversata. La notizia dell’ennesima strage nel Mediterraneo dovrebbe toglierci non solo il respiro, ma anche il silenzio che regna nelle nostre strade in questo interminabile tempo di emergenza. Un sentimento di pietà che necessita di essere riaffermato di fronte ad una notizia che rischia di scivolare in secondo piano in questo amaro tempo di pandemia. Quanti ancora dovranno ancora morire? Persone che potevano essere salvate, per salvarle sarebbe bastato permettere loro di giungere in salvo nei nostri Paesi, nel nostro continente, in modo legale e sicuro, fuggendo alla fame, alle guerre, ai trafficanti di esseri umani, agli orrori che insanguinano tanta parte del mondo. Uomini, donne, bambine, bambini costretti ad abbandonare le loro case, i loro affetti più intimi e i loro Paesi d’origine con la speranza di poter sopravvivere, di vivere una vita degna, di salvarsi e di trovare in altro luogo pace e sicurezza. Sembra che prevalga quasi una sentenza di condanna a morte, si preferisce farli morire di stenti nella traversata di montagne e deserti, farli morire di torture e di sofferenze in Libia, in Turchia e nei Balcani, farli morire affogati nel Mediterraneo. Perché non si insorge dinanzi a un simile crimine contro l’umanità? A fatica scendono le lacrime, si borbottano poche parole di circostanza, si fa retorica di dolore e d’indignazione quando l’orrore e la vergogna trabocca, ma nulla si fa per far cessare le innumerevoli stragi. Siamo ostinati a definire politiche migratorie, quelli che sono accordi stipulati con governi non democratici, scialacquando capitali che potrebbero essere impiegati per gestire le migrazioni in modo sicuro e legale. Non è possibile tollerare che vite perse in mare non provochino reazioni e risposte umanitarie. Le vere istituzioni democratiche hanno come compito principale di assicurare una vita degna e libera a ogni essere umano. Delle tante stragi degli innocenti l’umanità non potrà assolverci. Dalle generazioni future, futura umanità, saremo considerati alla stregua di tanti criminali dell’umanità perché complici delle tante atrocità che avvengono nei lager libici. La disumanità si diffonde a macchia d’olio. Davanti a quest’orrore come non insorgere? Come non decidere di contrastare tanta e tale mostruosa brutalità, non con la forza della violenza, ma con la forza della rivoluzione del cuore per riconosce il diritto alla vita, alla dignità? Siamo tutti in cammino e alla ricerca di Vita. Il male si sconfigge facendo il bene. La violenza si annienta con la forza del cuore. L’indifferenza si distrugge con l’essere sempre uomini e donne di salvezza e di resurrezione Siamo una sola umanità viviamo nella casa comune, che è di tutti, e difendere gli esseri umani vuol dire difendere e curare il mondo intero e salvarlo dalla devastazione. Chi salva una vita salva il mondo. (don Geremia Acri - Migrantes Andria)  

Associazioni: lettera per chiedere regole che favoriscono l’emersione

28 Aprile 2021 - Roma – “Nonostante il forte ritardo con cui procede l’esame delle domande di emersione e la gravità della situazione che si è determinata, il Viminale, con una circolare diffusa il 21 aprile 2021, anziché favorire l’emersione delle oltre 200 mila persone che hanno avviato la procedura, crea nuovi e ulteriori ostacoli, penalizzando ancora una volta chi vuole emergere dall’invisibilità”. Lo denunciano, questa mattina, in una lettera inviata al Presidente del Consiglio, ai Ministeri dell’Interno, della Salute, del Lavoro e dell’Agricoltura da venticinque organismi e associazioni che chiedono di revocare la circolare.  Secondo il Ministero dell’Interno, in ipotesi di conclusione del rapporto di lavoro a tempo determinato nelle more della procedura di regolarizzazione, “non sarebbe possibile ottenere il permesso di soggiorno per attesa occupazione”. La circolare specifica, infatti – spiegano i firmatari -  che la procedura possa proseguire solo “nell’eventualità in cui il datore di lavoro manifesti la volontà di prorogare il precedente rapporto, o anche di volere nuovamente assumere il lavoratore” e che  “Nel caso invece in cui il datore di lavoro non abbia l’intenzione di volere prorogare il rapporto, né di volere nuovamente assumere il lavoratore, il predetto Dipartimento non ritiene possibile rilasciare un permesso di soggiorno per attesa occupazione”. Tali disposizioni – si legge nella missiva – “sono illegittime perché la legge in vigore prevede che, in caso di perdita del posto di lavoro, anche nel caso di contratto a carattere stagionale, vada rilasciato un permesso per attesa occupazione, grazie al quale l’interessato può cercare regolarmente un altro impiego. Soprattutto tali indicazioni risultano illogiche alla luce della duplice finalità dichiarata dal legislatore, per cui è stata voluta la regolarizzazione dei cittadini stranieri, in quanto producono lo svuotamento della procedura di emersione stessa”. “La regolarizzazione costituisce – per stessa indicazione della norma che l’ha prevista – lo strumento per garantire la regolarità del soggiorno e un adeguato standard sanitario a migliaia di persone che vivono e lavorano in Italia da ormai lungo tempo, e non deve diventare materia di disputa politica, a discapito delle loro esistenze” ricordano le associazioni che auspicano la conclusione dei procedimenti amministrativi pendenti ormai da quasi un anno, “senza ulteriori stravolgimenti per mano di circolari o interpretazioni ministeriali”. Se non immediatamente ritirate – avvertono le associazioni nella lettera ai Ministeri ed al Governo – queste indicazioni “rischiano di compromettere ulteriormente la già fragile applicazione della legge di natura speciale, di regolarizzazione/emersione della condizione giuridica dei lavoratori stranieri e degli stessi rapporti di lavoro interessati”.  I firmatari sono ASGI, Amnesty International Italia, ARCI, ACLI, Oxfam Italia, ActionAid, Centro Astalli, Senza Confine, CNCA, Europasilo, Intersos, Casa Dei Diritti Sociali, Medici del Mondo Italia, SIMM, MEDU, Medici contro la tortura, Forum per Cambiare l’Ordine delle Cose, Sanità di Frontiera, ActionAid, Fondazione Migrantes, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, A Buon Diritto Onlus, Comunità di Sant’Egidio e la Campagna Ero Straniero.          

Mons. Nosiglia: “la nostra indifferenza è diventata freddezza”

28 Aprile 2021 - Torino - “Diffondiamo la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità che è la cultura di cui oggi questo mondo ha bisogno e di cui manca tanto, per accogliere l’onore della visita che il Signore ci fa attraverso la storia, la vita di tanti migranti, di tanti rifugiati e dei loro figli”. Lo ha affermato ieri sera l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, nel corso della veglia di preghiera in suffragio degli immigrati morti nel mar Mediterraneo. “Vogliamo fare nostra, per quello che possiamo, l’angoscia delle decine di persone che hanno perso la vita nel Mare Mediterraneo vicino alla costa libica”, ha spiegato l’arcivescovo ricordando le “persone a cui è mancato qualsiasi tipo di soccorso e che sono state indotte da trafficanti senza scrupoli ad attraversare un mare agitato”. “Sentiamo su di noi il peso di questa angoscia, di questa sofferenza, di questo dramma, di questa tragedia accaduta vicino a noi, tanto vicino a noi, vicino al nostro Paese, vicino alla nostra Europa, al confine dell’Europa”, ha proseguito mons. Nosiglia, secondo cui “siamo ancora turbati per ciò che è accaduto e vorremmo che (…) tutti potessero almeno per un momento identificarsi con l’angoscia di chi è travolto dalle onde di un mare agitato, senza nessun riferimento, senza nessun appoggio, senza nessun salvataggio”. “Queste notizie passano tanto velocemente ed è anche questo che ci stupisce”, ha ammonito l’arcivescovo: “La nostra indifferenza è diventata freddezza: si passa da una cosa all’altra senza mai fermarsi se non attorno a noi stessi e alle nostre sofferenze”. Anche per questo motivo, mons. Nosiglia ha chiesto di fare dell’ospitalità ogni giorno "un evento di grazia del Signore": "mostriamo che l’ospitalità è possibile; che non solo è possibile ma che è un evento di grazia del Signore e che le porte chiuse e che i muri rappresentano solo una crudeltà”. “Diffondiamo - ha aggiunto - la cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità che è la cultura di cui oggi questo mondo ha bisogno e di cui manca tanto, per accogliere l’onore della visita che il Signore ci fa attraverso la storia, la vita di tanti migranti, di tanti rifugiati e dei loro figli.  Vogliamo fare nostra, per quello che possiamo, l’angoscia delle decine di persone che hanno perso la vita nel Mare Mediterraneo vicino alla costa libica”, ha detto ricordando le “persone a cui è mancato qualsiasi tipo di soccorso e che sono state indotte da trafficanti senza scrupoli ad attraversare un mare agitato”. “Sentiamo su di noi il peso di questa angoscia, di questa sofferenza, di questo dramma, di questa tragedia accaduta vicino a noi, tanto vicino a noi, vicino al nostro Paese, vicino alla nostra Europa, al confine dell’Europa”, ha concluso: “la nostra indifferenza è diventata freddezza: si passa da una cosa all’altra senza mai fermarsi se non attorno a noi stessi e alle nostre sofferenze”.  

Mons. Savino: “Caino, ti sei accanito ancora una volta contro tuo fratello”

28 Aprile 2021 - Cassano allo Ionio - "Il mio cuore trova il coraggio di liberare i pensieri ora e solo ora, dopo aver esperito momenti di grande dolore nel vedere, nei giorni scorsi, le immagini di corpi morti galleggiare al largo del Mediterraneo, dove 130 tra uomini e donne e bambini hanno trovato la morte nel viaggio speranzoso verso una nuova Itaca". Così il vescovo di Cassano allo Ionio, mons. Francesco Savino, commenta i gravi e recenti fatti accaduti nelle acque del mediterraneo, paragonando al viaggio di Ulisse questo ultimo e speranzoso viaggio.  "Voglio chiamarvi Ulisse – scrive il presule -, come l’eroe omerico del nostos, colui che brama il ritorno nella sua patria e che sfida la sorte e la morte per riposare gli occhi su ciò che ha sempre amato. Ulisse, come colui che ha in sé la vocazione al ritorno ma anche alla nostalgia che è Nòstos (appunto ritorno) e Álgos, cioè sofferenza e che quindi si veste di quella tristezza dettata dall’impossibilità di tornare a casa. Ulisse è il più grande nostalgico della storia e a tutti voi che oggi conoscete la crudeltà della finitezza della vita e che avete preferito l’estasi dell’ignoto all’incomprensione della miseria, mi sento di chiedere perdono perché oggi, la vostra vita, valore supremo agli occhi di Gesù Cristo, è diventata l’inganno di Ulisse che si fa Nessuno agli occhi di Polifemo". Per sfuggire alla morte ed alla violenza del Ciclope l’eroe figlio della mitologia classica, fingerà di chiamarsi Nessuno, nel dolore di una negazione della vita che assume i contorni del nichilismo sprezzante di questa umanità che tace, anche di fronte alla vostra ingiusta sorte. Oggi - scrive mons. Savino -” anneghiamo tutti, con voi, nel Mediterraneo. Siamo annegati tutti, ognuno di noi, in ogni parte del mondo. Siamo annegati nel comodo divano delle nostre case, nei cori di preghiera delle nostre Chiese, siamo annegati sul posto di lavoro e al pranzo tra i parenti. Siamo annegati con altre 130 persone e di noi non resta che un corpo morto a galleggiare sulla vergogna dei nostri inascoltabili silenzi. Siamo i corresponsabili di questa ennesima tragedia dis-umanitaria perché non si accosti a quanto accaduto nelle ultime ore al largo della Libia, neanche la radice della parola umanità. L’umanità che non si può ridurre ad essere l’insieme di uomini e donne ma che è un sentire, un atteggiamento, una dote, un dono, sembra essere affogata nella richiesta inascoltata di aiuto di chi oggi giace sul fondo del mare, quello stesso mare che tratteggia l’orizzonte, che alimenta il desiderio della terra e che oggi è il dolore dei flutti e dalla miseria del nostro disinteresse. Madri, padri, figli, uomini e donne mossi dal coraggio della disperazione hanno sfidato quelle acque non più chiare, né fresche né dolci ma torbide e lerce, sognando un futuro di riscatto che non vedranno mai più. Abbiamo ingannato il più grande insegnamento di Gesù: la fraternità e lo abbiamo fatto proprio mentre il Covid-19 ci stava dimostrando quanto siamo uguali nel dolore, nella sofferenza e nella morte. Ci siamo mentiti". Una lunga riflessione, quella del vescovo calabrese che evidenzia come anche nella morte si può essere "diseguali e non perché a qualcuno tocchi morire di più ma perché, col nostro tacere, la morte di alcuni è più ingiusta ed intollerabile" e come "la mano che smette di essere fraterna e si fa fratricida" lo fa anche "con l’arma più potente: il silenzio". "Come si fa ad osservare 130 vite umane in pericolo di vita e a pensare di avere il tempo di rimbalzarsi la responsabilità dell’accoglienza? Come si fa a discutere nei tribunali la colpa della loro morte e a non interrogarsi allo specchio della nostra coscienza che è il primo vero giudizio perché quella peserà Dio, nell’ora della nostra morte? Quante altre vite galleggeranno davanti ai nostri occhi prima che i poteri forti si impegnino seriamente per stabilire una governance delle migrazioni che ci restituisca il senso vero dell’essere fratelli?", si chiede mons. Savino che riprende, poi, i quattro verbi di azione di papa Francesco: “accogliere, proteggere, promuovere ed integrare”. Verbi non accolti: "li abbiamo, ancora una volta, annegati in mare, nel mare Nostrum che ora forse può vantare sì di essere patria: la patria della vergogna. Non conoscerò mai il colore dei vostri occhi, né il suono delle vostre voci, né la tenerezza delle vostre strette di mano ma - sottolinea il presule - per me, non sarete mai un numero, mai la superficialità di appellarvi per centinaia, mai solo il memento mori di una tragedia ma sarete sempre il desiderio di una patria nuova, di una terra abitabile e condivisibile, di un’Itaca sognata che non potrà essere dimenticata. Sono annegato anche io in questa crocifissione di massa nel mare dell’indifferenza e mi resta solo la consolazione della preghiera che possa arrivare sul fondale di quel mare che lambisce la sofferenza senza fine di sogni infranti". (R. Iaria)  

ASGI: nuovo aggiornamento del Manuale sull’accesso degli stranieri alle prestazioni sociali

27 Aprile 2021 - L’ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) ha aggiornato il Manuale sull’accesso alle prestazioni sociali e ai servizi alla luce delle ultime novità: approvazione da parte del Parlamento della legge delega sull’Assegno Unico Universale e discussione della legge Europea che modificherà l’art. 41 del TUI. La questione dell’accesso dei cittadini stranieri alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi è tra le più delicate della disciplina dell’immigrazione. La difficoltà di creare un largo consenso sui criteri di ripartizione del welfare è già fonte di gravi tensioni allorché si debbano comparare i bisogni di gruppi sociali portatori di interessi potenzialmente confliggenti (giovani, anziani, minori, disabili, ecc.). Il Manuale in pdf può essere scaricato cliccando qui.  

 

Associazione Malatesta e Centro “La Pira”: come può l’Europa “disprezzare il più elementare dei diritti umani: quello alla vita?”

27 Aprile 2021 - Firenze - L’ennesima tragedia nel Mar Mediterraneo con il naufragio di un gommone al largo della Libia e la morte dei suoi 130 occupanti “ci ha sconvolto, non solo per la gravità dell’accaduto ma ancor più perché quel naufragio e quelle morti sono il risultato della mancata risposta alla richiesta di aiuto partita dalla imbarcazione in difficoltà”. Lo scrivono l’Associazione “Sante Malatesta” di Pisa e il Centro Internazionale Studenti “Giorgio La Pira” di Firenze in una lettera inviata questa mattina a Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo e a David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo e evidenziato che sono passate ore prima che una nave (di una ONG) giungesse sul luogo. “Frontex sostiene di aver allertato tre paesi (Italia, Malta e Libia) senza che nessuno di essi si attivasse. Dunque siamo arrivati alla negazione del soccorso in mare, atto che è contrario non solo ai più elementari principi di umanità ma anche alle leggi e alle convenzioni internazionali”, scrivono le due associazioni chiedendosi “come può, la nostra Europa, fiera della sua civiltà e della sua democrazia, disprezzare il più elementare dei diritti umani: quello alla vita?”. Questa tragedia è – aggiungono - “solo l’ultima di una serie di eventi e di fatti che ci debbono convincere che non si può più far finta di niente e che è l’ora di agire. Come cittadini europei ci attendiamo” che l’Unione Europea dia al tema migrazioni “la stessa importanza e la stessa urgenza che, giustamente, sono attribuite alla lotta alla pandemia, alla crisi economica ad essa collegata e al tema del cambiamento climatico”. In particolare le due associazioni chiedono “di impegnare le Istituzioni da voi presiedute affinché si proceda a “Organizzare immediatamente un sistema efficace di soccorso in mare con il contributo (nelle forme opportune) di tutti i paesi europei”, “porre subito rimedio alla situazioni drammatiche dei campi profughi collocati in prossimità delle frontiere europee (in particolare quelli di Lesbo e di Lipa) con progetti di risanamento e di assistenza alle persone che li abitano in condizioni disumane e con un sistema di incentivi/disincentivi rivolti agli Stati coinvolti”, “definire finalmente una razionale e umana politica migratoria europea e attivare Corridoi per l’arrivo legale e in sicurezza dei migranti sul territorio europeo”. “Vogliamo – concludono - continuare ad essere orgogliosi dell’Europa, la nostra grande casa comune. Le parole di esecrazione e di cordoglio non servono a nulla se non si trasformano in azioni. Dobbiamo agire ora”. (R. Iaria)    

Mons. Oliva: compiacimento e gratitudine per il salvataggio dei migranti nel mare Jonio

27 Aprile 2021 - Locri – È stato “n modo esemplare e nobile di celebrare la festa nazionale della Liberazione. Nel mare dell’indifferenza generale, questa delicata opera di salvataggio, unitamente ai tanti altri interventi di soccorso, è una feritoia di luce che dà vita e speranza e afferma quel senso di umanità di cui il nostro mondo in questo tempo ha tanto bisogno. Aver salvato tante vite umane è aver avviato un processo di restituzione della dignità a tanta gente che potrà guardare con più fiducia al proprio futuro”. Lo ha scritto il vescovo di Locri-Gerace, mons. Francesco Oliva, in un messaggio al Comandante della Guardia Costiera di Roccella Ionica (RC) per esprimere, anche a nome di tutta la Comunità diocesana, “felicitazione e compiacimento” per il riuscito intervento di salvataggio nelle acque del mar Jonio di più di 100 migranti di varie nazionalità. Il presule ha manifestato gratitudine a tutti i militari impegnati in questa e in ogni altra operazione di soccorso, nella “tutela della legalità e sicurezza della vita umana”. Sono 119 i migranti tratti in salvo domenica nel porto di Roccella Jonica a bordo di un peschereccio. Sono stati intercettati e scortati da tre motovedette della Guardia costiera e poi trainato quando il motore si è bloccato e l’imbarcazione rischiava di capovolgersi per le onde molto alte. Senza soccorso sarebbero morti tutti. Senza questo intervento sarebbero morti tutti. Gli immigrati provengono da Egitto, Iran, Iraq, Afghanistan, Sudan, Palestina, Siria e Algeria e dopo lo sbarco sono stati tutti sottoposti a tampone e poi ospitati nello stesso centro costiero calabrese, in attesa delle destinazioni. Si tratta di 83 uomini, 21 donne e 15 minori di cui alcuni in tenera età. (Raffaele Iaria)  

Valle di Susa: le traversie dei migranti ai confini con la Francia

27 Aprile 2021 - Torino - Nell’ultimo anno l’epidemia di Covid ha stravolto la mobilità in tutto il mondo, ma non per tutti. Ci sono migliaia e migliaia di persone che, anche in questi mesi di chiusure, lockdown e confinamento, hanno continuato senza sosta a spostarsi, spinti dalle guerre, dal bisogno, dalla ricerca di un posto migliore. Chi migra non può fare a meno di viaggiare, nonostante gli ostacoli, le fatiche, i pericoli che trova lungo la strada e, almeno per quel che riguarda i passaggi in valle di Susa, nessuno si è ammalato di Covid. Abbiamo visto le peripezie che la rotta balcanica comporta, ma, una volta giunti in Italia, le fatiche non sono finite. Per quasi tutti coloro che arrivano dalle frontiere orientali, l’Italia è solo un luogo di passaggio, per andare più a ovest e più a nord. Uno dei punti di transito più frequentati è l’alta valle di Susa, con i valichi del Monginevro e del Frejus. Passare di lì però è tutt’altro che scontato. La PAF, la polizia di frontiera francese, spesso blocca le persone intenzionate a passare, le ferma ai confini, impedisce le richieste d’asilo, le respinge verso l’Italia. Qui un mezzo della Croce Rossa, allertato dalla polizia italiana, li prende in consegna e porta gli sfortunati nel rifugio di Oulx, qualche chilometro più a valle. Da dove nei giorni successivi ritenteranno la sorte. Invece che sulla via principale, provano ad attraversare la frontiera passando per i sentieri o per le piste da sci, affondando nella neve, faticando a ogni passo e allungando di molto la strada e il tempo di percorrenza. Il freddo è ancora intenso e nel corso dell’inverno in qualche occasione è intervenuto il soccorso alpino ad aiutare gruppi in difficoltà. Chi alla fine riesce ad arrivare in Francia, ha come prima tappa Briançon, dove un rifugio analogo a quello di Oulx fornisce un primo aiuto. Ma restiamo in Italia. Dalla scorsa estate e fino al 21 marzo scorso a Oulx i migranti potevano contare anche sulla casa cantoniera occupata da gruppi dei cosiddetti antagonisti. Dopo lo sgombero ordinato dalla prefettura, il flusso si è addensato tutto intorno al rifugio della comunità Massi, vicino alla stazione ferroviaria. Le presenze ammontano ad alcune decine al giorno, fino a mille in un mese. Si parla di presenze e non di persone, perché ci sono i ritorni di coloro che sono stati respinti alla frontiera, come la bambina afgana di cui hanno parlato i giornali prima di Pasqua, che è stata ricoverata al Regina Margherita, colpita da una grave crisi da stress post-traumatico. Il comportamento dalla polizia francese che ha tirato fuori le armi l’ha fatta ripiombare nel terrore che aveva vissuto con la polizia croata e prima ancora nel suo paese. Numerosi episodi riguardanti adulti e minori sono ben raccontati nel sito Vie di fuga. (www.viedifuga.org). Oggi i migranti che transitano per la valle sono soprattutto famiglie, che arrivano dall’Afghanistan dall’Iran o dalla Siria, che hanno percorso la rotta balcanica, sono in cammino da mesi se non da anni; ci sono bambini, vecchi, donne incinte o che hanno partorito da poco, persone che anno subito violenze, e torture. Sono anche, per la maggior parte, persone istruite, che conoscono bene almeno un’altra lingua, in genere l’inglese, che a casa loro avevano una professione o un’attività e che hanno dovuto abbandonare tutto per salvarsi la vita. In questo viaggio senza fine hanno riversato tutte le risorse della famiglia, si sono indebitati. È del tutto incomprensibile che non gli venga concesso il diritto d’asilo, che è uno dei diritti umani fondamentali, e nemmeno il diritto a un viaggio “normale”, come quello che può fare chiunque sia in possesso di un passaporto “forte”. I cosiddetti canali umanitari aperti tra i paesi in guerra e quelli che dovrebbero accogliere i profughi sono drammaticamente sottili e inadeguati al numero di persone nel bisogno. Succede poi che anche chi pensava di fare un “viaggio normale”, ad esempio con un Flixbus o con il treno, spesso viene fermato al traforo del Frejus o alla stazione di Bardonecchia, perché ha un documento scaduto o inadeguato, o perché gli manca il tampone anti-Covid molecolare. Si tratta in genere di persone singole, per lo più giovani provenienti dal nord Africa o dai paesi dell’Africa occidentale, che sono in Italia da tempo, sono passati attraverso i sistemi di accoglienza, hanno frequentato corsi di lingua e di formazione, hanno lavorato, spesso in nero, per datori di lavoro italiani, magari hanno perso il lavoro causa Covid e non riescono a ottenere ristori o cassa integrazione, oppure gli è scaduto il permesso di soggiorno o qualche altro documento e hanno deciso di tentare la fortuna in un altro paese. Franca De Ferrari è una volontaria che dà il suo aiuto al Rifugio di Oulx. “Con lo sgombero della casa cantoniera, una delle prime cose che abbiamo cercato di organizzare è stato di tenere aperto il rifugio della Comunità Massi per tutto il giorno e non solo dalle 4 del pomeriggio alle 10 del mattino. Vedere vecchi e bambini tremare di freddo senza nemmeno a disposizione un servizio igienico, dato che i bar sono chiusi per la zona rossa, non era sopportabile. Fortunatamente, il numero di chi si offre volontario per aiutare nella gestione del rifugio è cresciuto”. C’è anche chi, come Piero Gorza di Medu (Medici per i diritti umani), ha ospitato in casa un’intera famiglia, per toglierli dalla strada e dal freddo. “I migranti in arrivo dalla rotta balcanica”, dice Piero Gorza, “sono sempre più fragili, con problematiche mediche non indifferenti, bisognosi di cure, ci sono donne che hanno partorito nei boschi, bambini piccoli, anziani con principi di congelamento; alcuni presentano fratture o ferite mal guarite. I bisogni sono cambiati e occorre farvi fronte. Soprattutto se pensiamo che il tappo della rotta balcanica prima o poi salterà e il numero di chi passerà da queste parti sarà molto più elevato”. Il rifugio Massi nasce nel 2017, quando in valle di Susa il passaggio dei migranti inizia a costituire un’emergenza: sono soprattutto ragazzi dell’Africa occidentale, che cercano di arrivare in Francia. I respingimenti della polizia francese li obbliga a tentare altre vie, più in alto, ben sopra i duemila metri, con tutte le difficoltà che l’alta montagna comporta, specie per chi non la conosce. Il rifugio raccoglie i “respinti”, li rifocilla e dà loro un posto per dormire, sapendo che il giorno dopo cercheranno nuovamente di attraversare la frontiera. A volerlo fortemente, trovare i finanziamenti da una fondazione privata, è don Luigi Chiampo, parroco molto attivo nella valle. “Oggi i bisogni sono un po’ cambiati”, conferma Luca Guadagnetto, della Comunità e braccio destro di don Chiampo, “abbiamo a che fare con famiglie, con persone più fragili e con numeri più alti, soprattutto da quando la casa cantoniera non è più agibile. Così abbiamo aumentato i posti disponibili nel rifugio, a 55, fino a sessanta in caso di necessità, abbiamo assunto un altro operatore grazie a dei fondi messi a disposizione dalla Prefettura, per restare aperti tutto il giorno. Non vogliamo lasciare nessuno per la strada. Certo senza l’aiuto dei volontari questo non sarebbe possibile, ma un operatore in più è una garanzia di continuità. Stiamo cercando altre strutture di appoggio nella valle, come il convento delle suore missionarie francescane a Susa, soprattutto per chi ha bisogno di maggiori cure. Adesso ci abbiamo mandato due famiglie numerose provenienti dall’Afghanistan. E stiamo pensando a usare una struttura della Protezione civile della media valle, in caso di necessità”. È il risultato di un incontro tenutosi nella diocesi di Susa, alla presenza dell’arcivescovo, mons. Cesare Nosiglia, del responsabile della Migrantes per il Piemonte e la Val di Susa Sergio Durando, del direttore della Caritas di Susa Alessandro Brunatti, del vicario della Diocesi di Susa Mons. Daniele Giglioli, di don Luigi Chiampo in veste di rappresentante della Fondazione Talità Kum Budrola onlus e della Migrantes diocesana, dei sindaci dei comuni interessati, di un rappresentante della Prefettura e di realtà del volontariato della valle. In progetto anche un punto d’accoglienza al Traforo del Frejus per coloro che vengono fatti scendere dai bus; e uno analogo a Clavière. Perché è chiaro che, con l’avvicinarsi della bella stagione, il numero di persone di passaggio sulla rotta alpina è destinato a salire. Rimane una domanda, forse ingenua: se prima o poi i migranti in Francia riescono a passare, anche a costo di lunghe e faticose camminate, a che pro i continui respingimenti, che richiedono pattuglie, personale, mezzi? Non varrebbe la pena e sarebbe meno costoso per tutti, migranti e poliziotti di frontiera, organizzare flussi regolari, ammettendo le richieste di asilo e favorendo la mobilità? Domande che non valgono soltanto per la frontiera italo-francese, dove a respingere è la polizia francese, ma anche per quella italo-slovena dove a respingere è la polizia italiana… (Migrantes Torino - ww.migrantitorino.it).