Tag: Immigrati e rifugiati
Mons. Gintaras Linas Grušas: nostra responsabilità è aiutare coloro che arrivano alle nostre porte e provvedere ai loro bisogni umani fondamentali.
Mediterraneo 15 i corpi recuperati dal naufragio
Milano - Nuova tragedia dell’immigrazione al largo della Libia. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha dato notizia di 15 morti tra i quasi 200 migranti che si trovavano a bordo di due imbarcazioni salpate da Zuara e Al-Khoms. I corpi sono stati trasferiti alla Base navale di Tripoli, dove sono stati assistiti i 177 sopravvissuti, si legge in un tweet. «Avevamo più volte segnalato la barca in difficoltà con 105 persone. Però le autorità libiche ci hanno messo dieci ore per raggiungerla vicino alla costa.
Almeno 15 persone sono morte. Siamo tristi e arrabbiati», afferma Alarm Phone.
Ma da Tripoli la Marina reagisce sostenendo di essere intervenuta tempestivamente.
Nella capitale la tensione resta alta. L’uso della forza «non necessario e sproporzionato» da parte della sicurezza libica contro i migranti africani, alcuni dei quali sono stati uccisi mentre cercavano di fuggire dai centri di detenzione, è stato denunciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha chiesto un’indagine sulle violenze. Durante le operazioni, ha spiegato la portavoce delle Nazioni Unite, Marta Hurtado, durante una conferenza stampa a Ginevra, ci sono stati «omicidi e lesioni gravi», sottolineando inoltre «un aumento delle detenzioni in condizioni spaventose, nonché l’espulsione di individui verso Paesi dell’Africa subsahariana senza un giusto processo». L’1 ottobre, uomini del ministero dell’Interno libico hanno fatto irruzione in un insediamenti di migranti e richiedenti asilo, arrestando, sparando e picchiando coloro che opponevano resistenza.
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Ampliamento rete Sai: pubblicato in GU il decreto legge
Roma - “La risposta concreta che attendevamo e che consentirà ai territori di attivare i corretti percorsi di integrazione, con risorse e strumenti adeguati". Così Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato Anci alle politiche migratorie, commenta la pubblicazione in GU del Decreto di ampliamento della rete Sai. 3000 posti per nuclei familiari, che consentiranno di accogliere adeguatamente le famiglie afghane giunte in Italia a seguito degli avvenimenti di quest'estate. "Un ringraziamento alla ministra Lamorgese, che ha dato seguito agli accordi assunti in sede politica" aggiunge Biffoni.
“Si rimette opportunamente al centro del sistema la rete dei Comuni, spostando risorse dal sistema emergenziale a quello ordinario, come prevede la legge - prosegue il delegato Anci. - È un primo passo significativo verso un ampliamento ulteriore che potrà essere portato avanti nei prossimi mesi, nell'ambito della legge di bilancio, per andare verso una graduale sostituzione dei centri di emergenza con centri stabili, di piccole dimensioni, integrati nelle politiche di welfare territoriale".
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Lampedusa: non c’è futuro senza memoria

Sull’isola le autorità civili e, religiose e militari del territorio, d’Italia e d’Europa. Come gli altri anni non è mancato il lancio in mare di una corona di fiori, alla presenza delle istituzioni, dei pescatori, dei superstiti e dei familiari dei migranti morti. “La differenza – come scrive Francesca Sabatinelli di Vatican News – la fa una tomba perché, seppur in una terra lontana dalla propria, permette sempre di mantenere un legame con il proprio congiunto e di poterlo piangere”, come hanno fatto diversi parenti che si sono ritrovate a Lampedusa, per andare sulla tomba dei propri congiunti, figli, genitori, amici i cui corpi furono ritrovati, tra i 368 in fondo al mare. Ci sono anche coloro che una tomba dove deporre un fiore non ce l’hanno, come le decine di dispersi inghiottiti dal mare quel giorno, così come tutte le migliaia di persone annegate durante i loro viaggi verso l’Europa e dispersi in mare. Per tutti viene lanciata una corona di fiori, come fece Papa Francesco due mesi prima della sciagura, l’otto luglio di quello stesso anno, quando ne gettò una tra le onde in ricordo di chi muore durante le traversate, chi chi ha trovato porti e porte chiuse.

La commemorazione ecumenica
Nel tardo pomeriggio, al calare del sole, nella parrocchia San Gerlando si è tenuta la Commemorazione ecumenica “non c’è futuro senza memoria” promossa dalla FCEI (Federazione delle chiese evangeliche in Italia), dalla parrocchia San Gerlando e dall’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso dell’Arcidiocesi di Agrigento alla quale hanno preso parte Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Mons. Alessandro Damiano, e Marta Bernardini, coordinatrice di Mediterranean Hope. Il momento di preghiera ha avuto al centro la Parola, in particolare il passo biblico, di Deuteronomio 4, 9-14. Ad accogliere i partecipanti al momento, don Carmelo Rizzo dal 1 ottobre nuovo parroco di Lampedusa. “Questa sera siamo qui – ha detto la Bernardini introducendo alla veglia scandita dall’ascolto della Parola, preghiere, canti, letture, ritagli di pagine di cronaca… – per affermare che la memoria non è un esercizio mentale ma piuttosto un impegno etico e morale. Ricordiamo per cambiare, ricordiamo la tragedia del 3 ottobre e tutte le altre stragi dell’immigrazione perché non vogliamo che ce ne siano altre. Lo facciamo con semplicità, a volte con un senso di inadeguatezza, ma sempre pensando alle vittime, ai loro familiari, ai soccorritori – alcuni dei quali sono qui con noi – e agli abitanti di Lampedusa, una piccola isola che la storia impegna a essere testimone di questa memoria. Noi qui presenti oggi, intendiamo mantenere fede a questo impegno. E non solo nella giornata del 3 ottobre, ma tutto l’anno. Noi siamo qui tutto l’anno e ogni giorno ci sentiamo impegnati e impegnate a fare memoria di quello che è successo e che, tragicamente, continua a succedere. Questo pomeriggio siamo in questo luogo e da qui vogliamo partire, dalla dimensione spirituale della memoria”.
La memoria, custodita di generazione in generazione, è l’antidoto – ha affermato – più potente contro la morte, rappresentando una ferma determinazione, una volontà di non abbandonare nel nulla le tracce di ciò che è già trascorso e passato ed è ormai sparito dalla storia. Nell’ebraismo, infatti, il passato non è qualcosa di sorpassato, privo di utilità, ma al contrario costituisce un valido aiuto per affrontare la vita. Per questo nella Toràh ci viene detto – ha proseguito – anche che ricordare gli avvenimenti non può bastare. Bisogna riflettere su di essi, ponderarli, capirne a fondo il significato. L’insegnamento della Toràh – ha detto – è ben differente rispetto alla saggezza di alcuni autori classici, Plutarco tra questi, secondo cui “la storia si ripete”. Per la cultura ebraica – ha proseguito – la storia non si ripete. È semmai l’uomo che può perpetuare i suoi fallimenti e i suoi successi. Nel nostro caso – ha evidenziato l’arcivescovo- anche la storia si ripete, non secondo quell’approccio di Plutarco, ma è una storia di sofferenza e di dolore che non vorremmo si ripetesse più, invece continua sempre a ripetersi. Anche a fine giugno, su queste coste, quante morti? Il compito di trasformare il ricordo in memoria viva e trasmetterlo alle generazioni future è assegnato dall’ebraismo alla “Tradizione orale” che, anziché essere isolata e decontestualizzata in un monumento, è inserita nella continuità di un sistema culturale. Un famoso missionario domenicano amava dire “Del più piccolo e del più dimenticato Dio ha una memoria molto fresca e viva”. Penso sia il caso – ha concluso mons. Damiano – di questi nostri fratelli e sorelle, quasi prodotti di una “cultura dello scarto”. Mi sembra chiaro questo contrasto: il più dimenticato della nostra storia e della nostra società è quello che è presente in modo speciale nella memoria di Dio. Se la storia è «maestra di vita», come affermava Cicerone, perdere la memoria storica da parte del singolo o della comunità significa rischiare di smarrire la propria identità e la capacità di costruire relazioni interpersonali autentiche, ma dunque da tutte queste stragi – si è chiesto – la storia cosa ci ha insegnato? Noi cosa abbiamo imparato? Ognuno di noi, ciascuno nella propria condizione, può fare qualcosa e insieme possiamo fare molto. Se i nostri pescatori lampedusani non si fossero gettati in mare quella notte del tre ottobre non avrebbero salvato delle altre vite umane oltre a quelle che i soccorritori istituzionali stavano salvando.