Primo Piano
Rapporto Immigrazione: la presenza straniera in Italia
Scalabriniane: Italia ha oggi storie positive di integrazione
Giornata Mondiale del Rifugiato: eventi in tutta Italia per #porteapertesprar
Mattarella: servono scelte strategiche mirate a combattere le cause dei conflitti e le ragioni profonde dell’esodo
Mons. Nosiglia “l’accoglienza è l’investimento più prezioso che possiamo fare”
Torino - “L’accoglienza dei poveri, e in questo caso dei rifugiati e immigrati, è l’investimento più prezioso che possiamo fare per noi stessi e per le nostre comunità”. Lo ha affermato ieri sera l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, nel corso della veglia di preghiera “Morire di speranza”, promossa dalla Comunità Sant’Egidio, dalla Fondazione Migrantes e dalla Federazione delle Chiese evangeliche. Per il presule è necessario offrire “il massimo sostegno a questi nostri fratelli e sorelle perché possano affrontare e risolvere i loro problemi mediante la sicurezza della nostra accoglienza fraterna e del nostro impegno di sostegno concreto che li aiuti a superare le loro difficoltà e a trovare nel nostro Paese, nelle nostre case e comunità, una sistemazione dignitosa e serena come abbiamo noi”.
“Le difficoltà che incontriamo non devono turbarci e spaventarci”, ha aggiunto mons. Nosiglia, secondo cui “tocca a tutte le nostre comunità religiose e civili insieme, farsi carico della situazione dei minori migranti e rifugiati favorendo la loro inclusione sociale e risolvendo con giustizia ed equità i loro problemi, accompagnandoli nel loro inserimento scolastico e sociale nel nostro Paese”. Per Nosiglia, il riconoscimento dello ‘ius soli’ “è un segno di quella civiltà di cui il nostro Paese è sempre stato antesignano e promotore nel mondo”. “Polemiche e contrapposizioni – ha ammonito – non fanno certo onore a un Paese di emigranti che hanno trovato in molte nazioni del mondo accoglienza per sé stessi e i propri figli nati in quel Paese che li ha accolti”.
Giornata Mondiale del Rifugiato: domani colloquio sulle migrazioni con il card. Parolin
Rapporto Immigrazione: la formazione delle nuove famiglia
Migrantes Tivoli: l’incontro del vescovo con i migranti
Giornata Mondiale del Rifugiato: le rotte della disperazione
Roma - Un fenomeno globale, segno di un’epoca. Nel mondo, oggi, una persona su 122 è un rifugiato. L’immigrazione assume contorni diversi da continente a continente, anche se alla sua base resta sempre una sola ragione: la fuga da guerre, violenze, sfruttamento, povertà e fame, e la ricerca di una vita migliore. Forse mai come oggi nella storia moderna il mondo deve fare i conti con milioni di disperati che chiedono pace, giustizia e uno sviluppo più equo. Per non dimenticare che dietro ognuno di loro c’è una storia da raccontare e un’esigenza che non può essere ignorata oggi, martedì 20 giugno, si celebra la giornata mondiale del rifugiato promossa dalle Nazioni Unite e che vedrà eventi e manifestazioni in tutto il mondo.
Nonostante dati e ricerche oggi a disposizione, è ancora molto complesso tracciare i confini precisi dell’immigrazione. Tuttavia, si possono individuare almeno quattro grandi aree che oggi sono particolarmente segnate da questo fenomeno. C’è in primis l’Europa, soprattutto il Mediterraneo. Nella sola giornata di domenica sono state soccorse 1700 persone al largo della Sicilia, fra Catania e Palermo. Secondo le Nazioni Unite, nel 2017 oltre 1770 persone sono già morte o risultate disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo dalle coste africane. Dall’inizio dell’anno a giugno un totale di 71.418 migranti e rifugiati sono giunti in Europa via mare. Dopo l’accordo tra Unione europea e Turchia, la situazione sulla rotta balcanica sembra essersi normalizzata e il numero degli arrivi è drasticamente calato. Ma il grosso problema, in questo caso, è politico: Bruxelles e gli stati dell’Unione non riescono a trovare un accordo su un funzionale sistema di ricollocamenti. La questione ha provocato di recente uno scontro durissimo, con la commissione che ha varato sanzioni contro Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia.
La seconda grande area è l’Africa. Qui la situazione è ancor più tragica ed è spesso ignorata dalla stampa internazionale. Il caso più recente, che ha riacceso i riflettori su questa drammatica realtà, è quello di sette africani ritrovati morti soffocati in un camion: erano stati abbandonati dai trafficanti di esseri umani in pieno deserto, a una cinquantina di chilometri a est di Tripoli. Un episodio analogo era avvenuto a febbraio a Khoms, con la morte di 13 migranti per abbandono e soffocamento. La loro storia, purtroppo, è quella di molti altri in fuga dal terrorismo che affligge la Nigeria e il Camerun, dove imperversano i jihadisti di Boko Haram. Decidono quindi di attraversare il deserto del Niger e del Mali con mezzi di fortuna, pagando trafficanti senza scrupoli. Il copione è sempre lo stesso: il mezzo si rompe, i trafficanti si fanno venire a prendere e scappano con una scusa, e i migranti proseguono a piedi. Ma la loro sorte, a quel punto, è già segnata.
A oriente, al confine tra Sudan e Sud Sudan c’è un altro tragico caso. Dallo scorso febbraio oltre trentamila persone hanno abbandonato le loro case a causa degli scontri tra esercito e gruppi di ribelli. Ora c’è il rischio di una catastrofe umanitaria con casi di colera e malnutrizione in aumento.
La terza grande area è l’America centrale. Il confine fra Messico e Stati Uniti, di cui si parla di nuovo molto dopo che il presidente statunitense, Donald Trump, ha avviato la pianificazione di un muro per limitare l’immigrazione clandestina, non è un tema nuovo: da decenni è un argomento sensibile e che riguarda centinaia di migliaia di persone che ci vivono intorno, e altrettante centinaia di migliaia di persone che ogni anno cercano di attraversarlo illegalmente. Quello fra Messico e Stati Uniti è il confine più trafficato al mondo, con circa 350 milioni di attraversamenti legali ogni anno, e uno di quelli più sorvegliati. Dal 2005 a oggi gli Stati Uniti hanno speso 132 miliardi di dollari per rafforzarne la sicurezza, aumentandola progressivamente ogni anno. E la cifra è destinata a salire.
Molto più poliedrica e contraddittoria è invece l’ultima, quarta area: il sudest asiatico. Qui, accanto ai classici flussi migratori interni, ci sono casi di aperta violazione dei diritti umani. I migranti e rifugiati asiatici, appartenenti il più delle volte a minoranze etniche e religiose, provengono principalmente da Afghanistan e Myanmar. Nella grande sub-regione del Mekong il confine che divide Myanmar dalla Thailandia (a nord-ovest) e la frontiera tra quest’ultimo paese e la Cambogia (a sud-est) sono i più varcati della regione. Nel biennio 2014-2015, l’Unhcr ha registrato circa 95.000 sbarchi di navi-peschereccio alla deriva nel mare delle Andamane e nel golfo del Bengala, avendo Thailandia e Malesia come principali siti di approdo. La Thailandia rimpatria deliberatamente ogni anno centinaia di rifugiati e richiedenti asilo appartenenti a diversi gruppi etnici: rohingya, lao hmong, khmer krom e chin. La Malesia, invece, offre ospitalità a quasi 140.000 rifugiati provenienti dal Myanmar (di cui 75.000 rohingya), su un totale di 154.000 stranieri registrati nel paese, privi loro malgrado dei documenti anagrafici e del diritto di cittadinanza. Come riportato da varie organizzazioni non governative, i membri della minoranza kaichin sono vittime di angherie e intimidazioni da parte delle forze di sicurezza locali, sistematicamente minacciati con l’arresto nel tentativo di estorcere loro del denaro. Stesso discorso vale per i rohingya, minoranza presa di mira sia in patria che in Malesia, dove l’accesso alle cure di primo soccorso sono possibili solo grazie all’ottenimento di un documento di identità da parte dell’agenzia Onu per i rifugiati di Kuala Lumpur. (Osservatore Romano)
Mons. Becciu: riconoscere la dignità di ogni persona
Città del Vaticano – “Il Vaticano non si è ancora espresso, rispettiamo la decisione del Parlamento italiano, ma è chiaro che vorremmo che si riconoscesse la dignità delle persone che arrivano in Italia”. A dirlo l’arcivescovo Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato della Santa Sede, rispondendo ad alcune domande sullo ius soli temperato, al centro del dibattito politico di questi giorni. Il presule auspica che “a chi nasce qui in Italia venga riconosciuta la cittadinanza”. E cita le parole del segretario della Cei: “Come dice anche monsignor Nunzio Galantino, come Chiesa noi siamo vicino a chi è nella necessità, nella debolezza e a chi ha bisogno di essere protetto”.
Papa Francesco: a gennaio in Cile e Perù
Don De Robertis: mettere al centro l’incontro
Ceis su Giornata Mondiale del Rifugiato: facciamo comunità non assistenzialismo
Mons. Di Tora: Ius Soli “diritto fondamentale”
Dalla parte dei rifugiati
Papa Francesco: oggi incontra 30 rifugiati accolti dalla diocesi di Roma
Mons. Perego: Ius soli “strumento indispensabile”
Mons. Galantino: il tema della cittadinanza è molto serio e va trattato in mondo serio
Papa Francesco: l’incontro con i rifugiati dissipa paure e ideologie distorte
Città del Vaticano - “Oggi più che mai dobbiamo stare dalla parte dei rifugiati”. E’ l’appello lanciato ieri mattina da Papa Francesco al termine dell’Angelus in Piazza San Pietro, davanti a 20mila fedeli. Nella Solennità del Corpus Domini, il pontefice, dopo aver messo l’accento sulla forza che ogni cristiano può trovare nell’Eucaristia , ha ricordato che il 20 giugno si celebra la Giornata mondiale del rifugiato, promossa dall’Onu. Lo sguardo del pontefice è andato a donne, uomini, bambini in fuga da conflitti, violenze e persecuzioni: “Ricordiamo anche nella preghiera quanti di loro hanno perso la vita in mare o in estenuanti viaggi via terra”, ha etto sottolineando che le loro storie di “dolore” e di “speranza possono diventare opportunità di incontro fraterno e di vera conoscenza reciproca. Infatti, l’incontro personale con i rifugiati dissipa paure e ideologie distorte, e diventa fattore di crescita in umanità, capace di fare spazio a sentimenti di apertura e alla costruzione di ponti”. (R.Iaria)