Roma - “È certamente importante vivere il Natale in famiglia, celebrarlo, ma anche avere quella capacità di una coscienza rinnovata che la venuta di Gesù sulla terra avviene ogni giorno nella nostra storia. È qualche cosa che costituisce una perenne novità, perché l’incontro con il Cristo quando è autentico, quando è vero rinnova la nostra esistenza, ci rende uomini nuovi capaci di vivere il proprio tempo con la possibilità di essere espressione di questo incontro con Cristo che ogni giorno si rigenera”. Lo ha affermato questa mattina il Segretario generale della CEI, Mons. Stefano Russo, intervenendo alla trasmissione “Radio anch’io” su Radio Uno Rai. Commentando quanto recentemente ha detto Papa Francesco sul Natale, Mons. Russo ha osservato che “come sempre il nostro Pontefice ci da degli elementi di grande riflessione e di grande speranza, perché tutti noi, indipendentemente dall’appartenenza ad una fede particolare, in questo periodo viviamo come una sorta di attesa speranzosa”. “E anche il Natale, il tempo di festa che arriva, è atteso fortemente da tante persone con un cuore speranzoso”, ha proseguito, sottolineando che “per noi cristiani si rinnova la coscienza che questa attesa in Cristo si compie”.
Primo Piano
IV Domenica di Avvento: attendere è l’infinito del verbo “amare”
(Letture: Michea 5,1-4; Salmo 79; Ebrei 10, 5-10; Luca 1, 39-45)
Roma - Attendere: infinito del verbo amare. Solo le madri sanno come si attende. E infatti il vangelo ci offre, mentre il Natale è qui, la guida di due donne in attesa. Maria si mise in viaggio in fretta. Ecco il genio femminile: l’alleanza con un’altra donna, Elisabetta. Da sola non sa se ce la farebbe a portare il peso del mistero, del miracolo. Invece insieme faranno rinascere la casa di Dio.
Maria va leggera, portata dal futuro che è in lei, e insieme pesante di vita nuova, di quel peso dolce che mette le ali e fa nascere il canto: una giovane donna che emana libertà e apertura. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. L’anziana, anche lei catturata dal miracolo, benedice la giovane: benedetta tu fra le donne, che sono tutte benedette. Dove Dio giunge, scende una benedizione, che è una forza di vita che dilaga dall’alto, che produce crescita d’umano e di futuro, come nella prima di tutte le benedizioni: Dio li benedisse dicendo «crescete e moltiplicatevi» ( Gen 1,28).
Due donne sono i primi profeti del nuovo testamento, e le immagino avvicinarsi «a braccia aperte,/ inizio di un cerchio / che un amore più vasto / compirà» (Margherita Guidacci). Il canto del magnificat non nasce nella solitudine, ma nell’abbraccio di due donne, nello spazio degli affetti. Le relazioni umane sono il sacramento di Dio quaggiù.
Magnifica l’anima mia il Signore. Maria canta il «più grande canto rivoluzionario d’avvento» (D. Bonhoeffer), coinvolge poveri e ricchi, potenti e umili, sazi e affamati di vita nel sogno di un mondo nuovo.
Mi riempie di gioia il fatto che in Maria, la prima dei credenti, la visita di Dio abbia l’effetto di una musica, di una lieta energia. Mentre noi sentiamo la prossimità di Dio come un dito puntato, come un esame da superare, Maria sente Dio venire come un tuffo al cuore, come un passo di danza a due, una stanchezza finita per sempre, un vento che fa fremere la vela del futuro. È così bello che la presenza di Dio produca l’effetto di una forza di giustizia dirompente, che scardina la storia, che investe il mondo dei poveri e dei ricchi e lo capovolge: quelli che si fidano della forza sono senza troni, i piccoli hanno il nido nella mani di Dio.
Il Vangelo, raccontando la visita di Maria ad Elisabetta, racconta anche che ogni nostro cammino verso l’altro, tutte le nostre visite, fatte o accolte, hanno il passo di Dio e il sapore di una benedizione.
Il Natale è la celebrazione della santità che c’è in ogni carne, la certezza che ogni corpo è una finestra di cielo, che l’uomo ha Dio nel sangue; che dentro il battito umile e testardo del suo cuore batte - come nelle madri in attesa un altro cuore, e non si spegnerà più. (Ermes Ronchi)
Maria va leggera, portata dal futuro che è in lei, e insieme pesante di vita nuova, di quel peso dolce che mette le ali e fa nascere il canto: una giovane donna che emana libertà e apertura. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. L’anziana, anche lei catturata dal miracolo, benedice la giovane: benedetta tu fra le donne, che sono tutte benedette. Dove Dio giunge, scende una benedizione, che è una forza di vita che dilaga dall’alto, che produce crescita d’umano e di futuro, come nella prima di tutte le benedizioni: Dio li benedisse dicendo «crescete e moltiplicatevi» ( Gen 1,28).
Due donne sono i primi profeti del nuovo testamento, e le immagino avvicinarsi «a braccia aperte,/ inizio di un cerchio / che un amore più vasto / compirà» (Margherita Guidacci). Il canto del magnificat non nasce nella solitudine, ma nell’abbraccio di due donne, nello spazio degli affetti. Le relazioni umane sono il sacramento di Dio quaggiù.
Magnifica l’anima mia il Signore. Maria canta il «più grande canto rivoluzionario d’avvento» (D. Bonhoeffer), coinvolge poveri e ricchi, potenti e umili, sazi e affamati di vita nel sogno di un mondo nuovo.
Mi riempie di gioia il fatto che in Maria, la prima dei credenti, la visita di Dio abbia l’effetto di una musica, di una lieta energia. Mentre noi sentiamo la prossimità di Dio come un dito puntato, come un esame da superare, Maria sente Dio venire come un tuffo al cuore, come un passo di danza a due, una stanchezza finita per sempre, un vento che fa fremere la vela del futuro. È così bello che la presenza di Dio produca l’effetto di una forza di giustizia dirompente, che scardina la storia, che investe il mondo dei poveri e dei ricchi e lo capovolge: quelli che si fidano della forza sono senza troni, i piccoli hanno il nido nella mani di Dio.
Il Vangelo, raccontando la visita di Maria ad Elisabetta, racconta anche che ogni nostro cammino verso l’altro, tutte le nostre visite, fatte o accolte, hanno il passo di Dio e il sapore di una benedizione.
Il Natale è la celebrazione della santità che c’è in ogni carne, la certezza che ogni corpo è una finestra di cielo, che l’uomo ha Dio nel sangue; che dentro il battito umile e testardo del suo cuore batte - come nelle madri in attesa un altro cuore, e non si spegnerà più. (Ermes Ronchi)
Migrantes Verona: il 6 gennaio la festa dei popoli, “Abbiamo visto sorgere la sua stella”
Verona - Epifania è la manifestazione di Gesù come Salvatore di tutte le genti. Questo accade attraverso la vicenda dei Magi che seguendo la stella arrivano a Betlemme dove offrono i loro doni e si prostrano al Bambino Gesù.
Questi Magi, persone non ben definite, sono senza dubbio dei “pagani” che non appartengono ai popoli d’Israele. E sta proprio qui, nel loro viaggio e nella loro adorazione del Bambino nella capanna che si rende manifesto chi è Gesù: il Salvatore di tutte le genti.
Il fatto è lì nel Vangelo di Matteo: degli stranieri adorano il Bambino nato dalla Vergine Maria. Successivamente Gesù adulto mostrerà con gesti e parole che la sua Salvezza è per tutti e la Pentecoste sarà l’apice di quanto accaduto nel piccolo villaggio di Betlemme.
Da quell’adorazione dei Magi sono passati tanti secoli, molta riflessione teologica e intensa opera missionaria e oggi contempliamo che il Vangelo è stato accolto da popoli diversi in tutto il mondo.
Quel gesto profetico dei Magi nel corso del tempo ha fruttato per l’umanità intera una abbondanza di benedizioni nell’incontro con il Vangelo.
Da molti anni, in occasione di questa solennità, si celebra in cattedrale a Verona l’Epifania dei popoli con il Vescovo che presiede l’Eucarestia animata dalle diverse comunità cattoliche di immigrati presenti in Diocesi.
Quello che il Vangelo racconta dei Magi si traduce nella condivisione dell’Eucarestia di persone appartenenti a popoli e culture diverse ma tutte con lo sguardo all’unico Salvatore.
I Magi non sono una bella favola e non possono essere ridotti a folklore con qualche comparsata nelle piazze o con delle belle statuine da mettere nel presepe.
L’Epifania dei popoli ci ricorda con forza che la Parola fatta carne è presente nella vita di persone con sensibilità culturali diverse e, in questo periodo in cui si parla degli immigrati con superficialità e si usano espressioni discutibili, se non addirittura offensive, diventa una manifestazione su cui riflettere con attenzione e profondità sul suo significato intrinseco.
L’Epifania ci impegna a una revisione del nostro parlare e del nostro agire di fronte a tante sorelle e a tanti fratelli che venendo da paesi diversi ora condividono la vita con noi. Senza dimenticare che secondo le statistiche la metà di queste persone condivide la fede nell’unico Signore, pur appartenendo a Chiese con diversa denominazione.
Tornando al racconto di Matteo un elemento importante è il viaggio: i Magi partono da una terra lontana seguendo una stella per adorare il Re che è nato.
Noi quale viaggio stiamo intraprendendo per adorare il Bambino o pensiamo siano solo gli altri che devono mettersi in viaggio?
Questa non è una domanda banale se la poniamo nel contesto delle migrazioni.
Chi è che deve mettersi in viaggio?
Solo gli immigrati che devono assumere il nostro modo di pensare e di agire, oppure riguarda tutti, italiani e immigrati?
Io credo riguardi ognuno di noi. Siamo tutti in cammino per diventare veri adoratori del Bambino Gesù attraverso un costante cammino di conversione al Vangelo dell’accoglienza, della misericordia, della fraternità.
C’è una stella che brilla e che segnala a tutti, ma proprio a tutti, che è necessario lasciare la propria sicurezza, le proprie certezze, per incontrare il Bambino Gesù.
Erode e gli altri abitanti di Gerusalemme, che pure erano vicini a Betlemme, non si sono mossi per andare incontro al Salvatore…
Che non accada a nessuno di noi di chiuderci in casa nella paura o nella indifferenza e privarci così dell’incontro autentico con il Bambino Gesù e sua Madre. (don Giuseppe Mirandola)
Questi Magi, persone non ben definite, sono senza dubbio dei “pagani” che non appartengono ai popoli d’Israele. E sta proprio qui, nel loro viaggio e nella loro adorazione del Bambino nella capanna che si rende manifesto chi è Gesù: il Salvatore di tutte le genti.
Il fatto è lì nel Vangelo di Matteo: degli stranieri adorano il Bambino nato dalla Vergine Maria. Successivamente Gesù adulto mostrerà con gesti e parole che la sua Salvezza è per tutti e la Pentecoste sarà l’apice di quanto accaduto nel piccolo villaggio di Betlemme.
Da quell’adorazione dei Magi sono passati tanti secoli, molta riflessione teologica e intensa opera missionaria e oggi contempliamo che il Vangelo è stato accolto da popoli diversi in tutto il mondo.
Quel gesto profetico dei Magi nel corso del tempo ha fruttato per l’umanità intera una abbondanza di benedizioni nell’incontro con il Vangelo.
Da molti anni, in occasione di questa solennità, si celebra in cattedrale a Verona l’Epifania dei popoli con il Vescovo che presiede l’Eucarestia animata dalle diverse comunità cattoliche di immigrati presenti in Diocesi.
Quello che il Vangelo racconta dei Magi si traduce nella condivisione dell’Eucarestia di persone appartenenti a popoli e culture diverse ma tutte con lo sguardo all’unico Salvatore.
I Magi non sono una bella favola e non possono essere ridotti a folklore con qualche comparsata nelle piazze o con delle belle statuine da mettere nel presepe.
L’Epifania dei popoli ci ricorda con forza che la Parola fatta carne è presente nella vita di persone con sensibilità culturali diverse e, in questo periodo in cui si parla degli immigrati con superficialità e si usano espressioni discutibili, se non addirittura offensive, diventa una manifestazione su cui riflettere con attenzione e profondità sul suo significato intrinseco.
L’Epifania ci impegna a una revisione del nostro parlare e del nostro agire di fronte a tante sorelle e a tanti fratelli che venendo da paesi diversi ora condividono la vita con noi. Senza dimenticare che secondo le statistiche la metà di queste persone condivide la fede nell’unico Signore, pur appartenendo a Chiese con diversa denominazione.
Tornando al racconto di Matteo un elemento importante è il viaggio: i Magi partono da una terra lontana seguendo una stella per adorare il Re che è nato.
Noi quale viaggio stiamo intraprendendo per adorare il Bambino o pensiamo siano solo gli altri che devono mettersi in viaggio?
Questa non è una domanda banale se la poniamo nel contesto delle migrazioni.
Chi è che deve mettersi in viaggio?
Solo gli immigrati che devono assumere il nostro modo di pensare e di agire, oppure riguarda tutti, italiani e immigrati?
Io credo riguardi ognuno di noi. Siamo tutti in cammino per diventare veri adoratori del Bambino Gesù attraverso un costante cammino di conversione al Vangelo dell’accoglienza, della misericordia, della fraternità.
C’è una stella che brilla e che segnala a tutti, ma proprio a tutti, che è necessario lasciare la propria sicurezza, le proprie certezze, per incontrare il Bambino Gesù.
Erode e gli altri abitanti di Gerusalemme, che pure erano vicini a Betlemme, non si sono mossi per andare incontro al Salvatore…
Che non accada a nessuno di noi di chiuderci in casa nella paura o nella indifferenza e privarci così dell’incontro autentico con il Bambino Gesù e sua Madre. (don Giuseppe Mirandola)
Uno sguardo riconoscente
Roma – “Se lo consideriamo da cristiani, se teniamo conto di Dio, se ci riconosciamo per quello che siamo, esseri spirituali dell’eternità… possiamo prendere congedo da quest’anno con un senso di gratitudine, perché – nonostante le nostre stanchezze e infedeltà – la grazia del Signore ci ha conservati, fino a fare anche del bene agli altri per mezzo nostro”.
Nella luce del Natale le parole del teologo Karl Rahner aiutano a maturare uno sguardo riconoscente: per il tempo che non è mai semplicemente passato, per il dono inestimabile degli incontri e degli affetti, per il lavoro e le responsabilità che la vita ci ha affidato.
A ciascuno l’augurio grato di un Santo Natale (Ivan Maffeis)
Nella luce del Natale le parole del teologo Karl Rahner aiutano a maturare uno sguardo riconoscente: per il tempo che non è mai semplicemente passato, per il dono inestimabile degli incontri e degli affetti, per il lavoro e le responsabilità che la vita ci ha affidato.
A ciascuno l’augurio grato di un Santo Natale (Ivan Maffeis)
Comunità accoglienti: liberi dalla paura
Roma - Dal primo pomeriggio di venerdì 15 febbraio a domenica 17, si svolgerà a Sacrofano (Roma) il meeting delle realtà di accoglienza ecclesiali (famiglie, parrocchie, istituti religiosi, altre realtà che in modi diversi stanno praticando l’ospitalità) dal titolo: “Comunità accoglienti: liberi dalla paura”.
Nella notte di Natale, ai pastori “presi da grande spavento”, l’angelo rivolge questa parola: Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10). Per ben 366 volte, una per ogni giorno, nella Sacra Scrittura torna l’espressione: “Non temete, non abbiate paura!”. E’ la paura che ci rende infelici e cattivi. E’ per la paura della morte, come è scritto nella lettera agli Ebrei, che “siamo soggetti a schiavitù per tutta la vita” (2,25), e Gesù è venuto a liberarci dalla paura.
Come ci ha ricordato il Santo Padre nella sua omelia per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018: “Non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. E così spesso rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci. Le comunità locali, a volte, hanno paura che i nuovi arrivati disturbino l’ordine costituito, “rubino” qualcosa di quanto si è faticosamente costruito. Anche i nuovi arrivati hanno delle paure: temono il confronto, il giudizio, la discriminazione, il fallimento. Queste paure sono legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano. Avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto. Il peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, all’incontro con il diverso, all’incontro con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata di incontro con il Signore”.
Il suo appello del settembre 2015 “alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi” era l’invito a superare dubbi e incertezze, e a incontrare da vicino questi nostri fratelli e sorelle, infatti è solo conoscendosi che si vince la paura, come ci ricorda questo racconto della tradizione ebraica: “Vidi nell’incerta luce dell’alba muoversi qualcosa nella boscaglia. Pensai fosse un animale ed ebbi paura. Guardai più da vicino e mi accorsi che era un uomo. Mi avvicinai ancora: era mio fratello!”.
Il meeting di Sacrofano vuole essere anzitutto un segno di gratitudine e di incoraggiamento a tutti coloro che nel nostro Paese hanno scelto di non vivere nella paura e di osare l’avventura dell’incontro; ma anche un messaggio di fiducia all’Italia: che accogliere non è quella esperienza drammatica e fallimentare, così come spesso viene descritta, ma è, nella stragrande maggioranza dei casi, una esperienza felice e arricchente, anche se faticosa.
Le realtà di accoglienza che desiderano partecipare possono contattare al più presto gli uffici della Fondazione Migrantes o della Caritas Italiana.
Auguri a tutti voi di Buon Natale e Buon Anno nuovo, un anno in cui essere liberi dalla paura, e osare l’avventura dell’incontro (don Giovanni De Robertis)
Nella notte di Natale, ai pastori “presi da grande spavento”, l’angelo rivolge questa parola: Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10). Per ben 366 volte, una per ogni giorno, nella Sacra Scrittura torna l’espressione: “Non temete, non abbiate paura!”. E’ la paura che ci rende infelici e cattivi. E’ per la paura della morte, come è scritto nella lettera agli Ebrei, che “siamo soggetti a schiavitù per tutta la vita” (2,25), e Gesù è venuto a liberarci dalla paura.
Come ci ha ricordato il Santo Padre nella sua omelia per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018: “Non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. E così spesso rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci. Le comunità locali, a volte, hanno paura che i nuovi arrivati disturbino l’ordine costituito, “rubino” qualcosa di quanto si è faticosamente costruito. Anche i nuovi arrivati hanno delle paure: temono il confronto, il giudizio, la discriminazione, il fallimento. Queste paure sono legittime, fondate su dubbi pienamente comprensibili da un punto di vista umano. Avere dubbi e timori non è un peccato. Il peccato è lasciare che queste paure determinino le nostre risposte, condizionino le nostre scelte, compromettano il rispetto e la generosità, alimentino l’odio e il rifiuto. Il peccato è rinunciare all’incontro con l’altro, all’incontro con il diverso, all’incontro con il prossimo, che di fatto è un’occasione privilegiata di incontro con il Signore”.
Il suo appello del settembre 2015 “alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi” era l’invito a superare dubbi e incertezze, e a incontrare da vicino questi nostri fratelli e sorelle, infatti è solo conoscendosi che si vince la paura, come ci ricorda questo racconto della tradizione ebraica: “Vidi nell’incerta luce dell’alba muoversi qualcosa nella boscaglia. Pensai fosse un animale ed ebbi paura. Guardai più da vicino e mi accorsi che era un uomo. Mi avvicinai ancora: era mio fratello!”.
Il meeting di Sacrofano vuole essere anzitutto un segno di gratitudine e di incoraggiamento a tutti coloro che nel nostro Paese hanno scelto di non vivere nella paura e di osare l’avventura dell’incontro; ma anche un messaggio di fiducia all’Italia: che accogliere non è quella esperienza drammatica e fallimentare, così come spesso viene descritta, ma è, nella stragrande maggioranza dei casi, una esperienza felice e arricchente, anche se faticosa.
Le realtà di accoglienza che desiderano partecipare possono contattare al più presto gli uffici della Fondazione Migrantes o della Caritas Italiana.
Auguri a tutti voi di Buon Natale e Buon Anno nuovo, un anno in cui essere liberi dalla paura, e osare l’avventura dell’incontro (don Giovanni De Robertis)
Migrantes Reggio Emilia-Guastalla: il 6 gennaio la festa dei Popoli
Reggio Emilia - Il prossimo 6 gennaio, festa dell’Epifania del Signore, alle ore 11.15 nella cattedrale di Reggio Emilia Messa della Solennità e Festa dei Popoli presieduta dal Vicario generale e Moderatire di Curia, Mons. Alberto Nicelli e concelebrata dai cappellani etnici e con i diaconi del servizio diocesano Migrantes: annuncio del Giorno di Pasqua, canti e letture nelle lingue delle diverse comunità cattoliche immigrate in diocesi, processione dei Magi animata dai giovani dello Sri Lanka, raccolta delle offerte per la Giornata dell’Infanzia missionaria.
Scalabriniane: Italia sostenga i Global compact
Roma - “Il Global compact sull’immigrazione testimonia che l’intero pianeta sente la necessità di trattare in maniera unitaria la questione dei migranti. Testimonia che si tratta di un tema da considerare senza i confini politici del mappamondo, ma con i reali confini fisici. Il planisfero va visto non dalla parte dei colori nazionali, ma con gli occhi di chi viaggia costretto a farlo per cercare migliori condizioni di vita”. E’ quanto dichiara in una nota suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle Scalabriniane, congregazione che sin dalla sua fondazione si occupa della cura dei migranti.
“E’ la storia dell’essere umano a dire che la migrazione porta effetti positivi nelle comunità che accolgono – ha aggiunto – la migrazione porta dialogo, scambio ed è alla base del vero animo cristiano. E’ opportuno che Paesi come l’Italia, dalla profonda storia migratoria, siano coscienti di questo e partecipino attivamente sostenendo il Global Compact. Ciò ha ancor più un maggior valore, alla luce della appena trascorsa Giornata internazionale dei migranti, dove il Pontefice ha detto come Gesù conosca bene il dolore non essere accolto e di come ‘il nostro cuore non sia chiuso come lo furono le case di Betlemme’”.
“E’ la storia dell’essere umano a dire che la migrazione porta effetti positivi nelle comunità che accolgono – ha aggiunto – la migrazione porta dialogo, scambio ed è alla base del vero animo cristiano. E’ opportuno che Paesi come l’Italia, dalla profonda storia migratoria, siano coscienti di questo e partecipino attivamente sostenendo il Global Compact. Ciò ha ancor più un maggior valore, alla luce della appena trascorsa Giornata internazionale dei migranti, dove il Pontefice ha detto come Gesù conosca bene il dolore non essere accolto e di come ‘il nostro cuore non sia chiuso come lo furono le case di Betlemme’”.
Circo e Dintorni ricorda Moira Orfei
Venezia - Dal 12 gennaio al 3 marzo a San Donà di Piave in provincia di Venezia si tiene l’Open Circus Festival, un cartellone di eventi in omaggio a Moira Orfei a tre anni dalla sua scomparsa curato da Circo e Dintorni con il sostegno della Città di San Donà di Piave e del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
“San Donà è la cittadina veneta che ha ospitato i quartieri invernali del circo di Moira, e la città in cui risiedeva quando non era in tournée – racconta Alessandro Serena, ideatore e direttore artistico dell’intera manifestazione oltre che nipote di Moira - Non è un caso dunque che sia San Donà ad ospitare questo tributo che evidenzia come il ricordo di Moira sia estremamente vivo e sentito. La mostra “Moira la Regina” in particolare ci restituisce l’immagine di una icona pop senza tempo, una Callas del Circo, che in quasi settant’anni di carriera si è conquistata un posto di rilievo nell’immaginario collettivo, nella cultura italiana e nella storia dello spettacolo in veste di artista circense, attrice cinematografica e personaggio televisivo a tutto tondo. Tutto questo – conclude Serena – ci ha guidato nella realizzazione di una serie di iniziative tra il ricordo e lo spettacolo, tenendo gli occhi sulla storia di questa straordinaria artista, ma al contempo guardando allo stesso tempo al futuro, all’eredità che la Regina del Circo ha lasciato”. In programma dunque una mostra, una serata tributo con musica dal vivo, filmati e performance e un Premio a lei dedicati per celebrare in maniera gioiosa una delle donne che più hanno dato allo spettacolo popolare del nostro Paese. E ancora spettacoli dal vivo con compagnie internazionali.
Moira Orfei, nata a Codroipo, in provincia di Udine, era di casa a San Donà di Piave. Non solo perché la gente del posto nutriva per lei un affetto sconfinato, ma anche perché questa cittadina veneta era stata da lei scelta d per fissare la propria dimora quando non era in tournée col suo tendone, acquistando la splendida Villa Ancillotto, la cui fama ha valicato i confini regionali anche grazie alla sua presenza. A San Donà sorgeva il quartier generale del Circo di Moira e lì nascevano gli spettacoli che avrebbero poi conquistato il cuore di milioni di spettatori nel mondo. Ancora oggi, a tre anni dalla scomparsa della diva, il suo ricordo è vivido nella memoria di quanti l’hanno incontrata ed hanno potuto apprezzarne il carattere mite, aperto a tutti, disponibile e impegnato fino alla fine a produrre meraviglia col circo.
“San Donà è la cittadina veneta che ha ospitato i quartieri invernali del circo di Moira, e la città in cui risiedeva quando non era in tournée – racconta Alessandro Serena, ideatore e direttore artistico dell’intera manifestazione oltre che nipote di Moira - Non è un caso dunque che sia San Donà ad ospitare questo tributo che evidenzia come il ricordo di Moira sia estremamente vivo e sentito. La mostra “Moira la Regina” in particolare ci restituisce l’immagine di una icona pop senza tempo, una Callas del Circo, che in quasi settant’anni di carriera si è conquistata un posto di rilievo nell’immaginario collettivo, nella cultura italiana e nella storia dello spettacolo in veste di artista circense, attrice cinematografica e personaggio televisivo a tutto tondo. Tutto questo – conclude Serena – ci ha guidato nella realizzazione di una serie di iniziative tra il ricordo e lo spettacolo, tenendo gli occhi sulla storia di questa straordinaria artista, ma al contempo guardando allo stesso tempo al futuro, all’eredità che la Regina del Circo ha lasciato”. In programma dunque una mostra, una serata tributo con musica dal vivo, filmati e performance e un Premio a lei dedicati per celebrare in maniera gioiosa una delle donne che più hanno dato allo spettacolo popolare del nostro Paese. E ancora spettacoli dal vivo con compagnie internazionali.
Moira Orfei, nata a Codroipo, in provincia di Udine, era di casa a San Donà di Piave. Non solo perché la gente del posto nutriva per lei un affetto sconfinato, ma anche perché questa cittadina veneta era stata da lei scelta d per fissare la propria dimora quando non era in tournée col suo tendone, acquistando la splendida Villa Ancillotto, la cui fama ha valicato i confini regionali anche grazie alla sua presenza. A San Donà sorgeva il quartier generale del Circo di Moira e lì nascevano gli spettacoli che avrebbero poi conquistato il cuore di milioni di spettatori nel mondo. Ancora oggi, a tre anni dalla scomparsa della diva, il suo ricordo è vivido nella memoria di quanti l’hanno incontrata ed hanno potuto apprezzarne il carattere mite, aperto a tutti, disponibile e impegnato fino alla fine a produrre meraviglia col circo.
Migrantes Reggio Emilia-Guastalla: torna “una Bibbia per i Migranti”
Reggio Emilia - Torna, nella diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, come gesto di Comunione e di Carità, l’iniziativa di raccogliere offerte per “Una Bibbia per i Migranti, per donare Bibbie in lingua madre ai migranti cristiani che arrivano nella diocesi emiliana. “E' una delle prime cose che questi nostri fratelli e sorelle in Cristo chiedono, per alimentare la loro fede”, spiegano i promotori.
Pluralismo nell’informazione: un valore costituzionale
Roma - Qualcosa sta cambiando nel Paese se il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nell’ultimo mese ha sentito la necessità di ribadire più volte che l’informazione è un bene pubblico di rilevanza costituzionale. E che la libertà di stampa e la tutela delle minoranze richiedono il sostegno dello Stato. In un tempo in cui pare che tutto debba essere ricondotto alla legge di mercato, il valore del pluralismo nell’informazione torna ad essere al centro del dibattito. Qui ci interessa in particolare quello che dà voce ai territori, alle periferie, alle realtà decentrate, alle collettività italiane nel mondo.
Sono i giornali di carta e sul web che raccontano una comunità, un’area ben definita del Paese, compreso quello all’estero. Molte delle notizie che diffondono non arrivano mai alla ribalta nazionale. Sono i giornali locali, quelli di categoria, che, come ha sottolineato papa Francesco per quelli diocesani, sono “voce, libera e responsabile, fondamentale per la crescita di qualunque società che voglia dirsi democratica, perché sia assicurato il continuo scambio delle idee e un proficuo dibattito basato su dati reali e correttamente riportati”. Hanno una tiratura legata al territorio e svolgono una funzione indispensabile e preziosa nella crescita democratica della Nazione, della società civile, e consentono di essere consapevoli del tempo che si sta vivendo. Ancor più nell’attuale contesto comunicativo che avvolge tutti con sempre nuovi strumenti, veloci e persuasivi.
Da quest’anno, dopo un lungo ed articolato lavoro a livello parlamentare e dei protagonisti dell’informazione, tra cui le organizzazioni di testate cui siamo federati (Fisc e Fusie), è in vigore la riforma del comparto editoria, la legge del 15 maggio 2017 n. 70, che con regole chiare, trasparenti ed eque, sostiene l’informazione locale (carta e web) legata al no-profit, alle cooperative dei giornalisti, al volontariato. È una buona legge. Ci sono voluti più di tre anni per scriverla. Fa chiarezza su chi prende i contributi pubblici, come gli enti senza fini di lucro, i periodici delle minoranze linguistiche, i giornali diffusi all’estero. Non ci sono più i giornali di partito. I maggiori e popolari quotidiani e periodici non ci sono mai stati.
Da lunedì 26 novembre è stata affidata alla Commissione Bilancio del Senato la discussione su un emendamento, presentato dal parlamentare palermitano Adriano Varrica, del Movimento 5 Stelle, che rimette in discussione tutto questo. Prevede infatti l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. Elimina quel fondo per il pluralismo che permette alle realtà editoriali minori di esistere. In pratica si va a tagliare completamente, da gennaio 2020, una legge (la 70), che oltre tutto deve ancora dare i primi benefici, essendo entrata in vigore dal 1° gennaio 2018.
È un emendamento che deve essere bocciato. Non è materia di Legge di Bilancio, non è nel contratto di Governo. Siamo sicuri che tutti i 18 parlamentari eletti all’estero, a prescindere dalla loro appartenenza politica, ed a cominciare dal sottosegretario agli Esteri on. Merlo, con delega per gli italiani nel mondo, sapranno fermare un emendamento che condannerebbe a morte sicura gran parte delle testate cartacee dell’estero. Compresa la nostra.
Durante il recente convegno del 15 novembre alla Farnesina sulla stampa all’estero, promosso dal Cgie e dalla Fusie, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Vito Crimi (M5S), ha confermato il mantenimento del fondo per il pluralismo, affermando che sarebbero cambiati solo i criteri di assegnazione dei contributi: non più agli editori come avviene ora, ma ai progetti innovativi. Quale è la verità? Nel caso che sia così, chi deciderà se un progetto è innovativo, in assenza di criteri oggettivi e di una Commissione di controllo, come è stato fino ad ora?
Tutto si può ridiscutere e migliorare, ma, per un comparto così significativo, delicato e complesso come la libertà di stampa e il pluralismo informativo, occorre un ascolto più ampio con coloro che sono coinvolti. Evitando dogmatismi pregiudiziali, e guardando alla realtà delle cose ed al contesto democratico.
Un cambio repentino della legge metterebbe a rischio anche i posti di lavoro di migliaia di giornalisti che sono radicati sul territorio. E non è immaginabile un Paese impoverito di queste voci, sarebbe privato di apporti fondamentali al dibattito sociale e civile. Verrebbe meno un’informazione credibile sempre sul campo al di là delle tante, troppe, fake news che proliferano.
Confidiamo, quindi che non si proceda al cambiamento attraverso la legge di Bilancio, ma che si apra un confronto costruttivo e aperto per continuare a sostenere il pluralismo. (Cdi)
Sono i giornali di carta e sul web che raccontano una comunità, un’area ben definita del Paese, compreso quello all’estero. Molte delle notizie che diffondono non arrivano mai alla ribalta nazionale. Sono i giornali locali, quelli di categoria, che, come ha sottolineato papa Francesco per quelli diocesani, sono “voce, libera e responsabile, fondamentale per la crescita di qualunque società che voglia dirsi democratica, perché sia assicurato il continuo scambio delle idee e un proficuo dibattito basato su dati reali e correttamente riportati”. Hanno una tiratura legata al territorio e svolgono una funzione indispensabile e preziosa nella crescita democratica della Nazione, della società civile, e consentono di essere consapevoli del tempo che si sta vivendo. Ancor più nell’attuale contesto comunicativo che avvolge tutti con sempre nuovi strumenti, veloci e persuasivi.
Da quest’anno, dopo un lungo ed articolato lavoro a livello parlamentare e dei protagonisti dell’informazione, tra cui le organizzazioni di testate cui siamo federati (Fisc e Fusie), è in vigore la riforma del comparto editoria, la legge del 15 maggio 2017 n. 70, che con regole chiare, trasparenti ed eque, sostiene l’informazione locale (carta e web) legata al no-profit, alle cooperative dei giornalisti, al volontariato. È una buona legge. Ci sono voluti più di tre anni per scriverla. Fa chiarezza su chi prende i contributi pubblici, come gli enti senza fini di lucro, i periodici delle minoranze linguistiche, i giornali diffusi all’estero. Non ci sono più i giornali di partito. I maggiori e popolari quotidiani e periodici non ci sono mai stati.
Da lunedì 26 novembre è stata affidata alla Commissione Bilancio del Senato la discussione su un emendamento, presentato dal parlamentare palermitano Adriano Varrica, del Movimento 5 Stelle, che rimette in discussione tutto questo. Prevede infatti l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. Elimina quel fondo per il pluralismo che permette alle realtà editoriali minori di esistere. In pratica si va a tagliare completamente, da gennaio 2020, una legge (la 70), che oltre tutto deve ancora dare i primi benefici, essendo entrata in vigore dal 1° gennaio 2018.
È un emendamento che deve essere bocciato. Non è materia di Legge di Bilancio, non è nel contratto di Governo. Siamo sicuri che tutti i 18 parlamentari eletti all’estero, a prescindere dalla loro appartenenza politica, ed a cominciare dal sottosegretario agli Esteri on. Merlo, con delega per gli italiani nel mondo, sapranno fermare un emendamento che condannerebbe a morte sicura gran parte delle testate cartacee dell’estero. Compresa la nostra.
Durante il recente convegno del 15 novembre alla Farnesina sulla stampa all’estero, promosso dal Cgie e dalla Fusie, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Vito Crimi (M5S), ha confermato il mantenimento del fondo per il pluralismo, affermando che sarebbero cambiati solo i criteri di assegnazione dei contributi: non più agli editori come avviene ora, ma ai progetti innovativi. Quale è la verità? Nel caso che sia così, chi deciderà se un progetto è innovativo, in assenza di criteri oggettivi e di una Commissione di controllo, come è stato fino ad ora?
Tutto si può ridiscutere e migliorare, ma, per un comparto così significativo, delicato e complesso come la libertà di stampa e il pluralismo informativo, occorre un ascolto più ampio con coloro che sono coinvolti. Evitando dogmatismi pregiudiziali, e guardando alla realtà delle cose ed al contesto democratico.
Un cambio repentino della legge metterebbe a rischio anche i posti di lavoro di migliaia di giornalisti che sono radicati sul territorio. E non è immaginabile un Paese impoverito di queste voci, sarebbe privato di apporti fondamentali al dibattito sociale e civile. Verrebbe meno un’informazione credibile sempre sul campo al di là delle tante, troppe, fake news che proliferano.
Confidiamo, quindi che non si proceda al cambiamento attraverso la legge di Bilancio, ma che si apra un confronto costruttivo e aperto per continuare a sostenere il pluralismo. (Cdi)
Modena: in parrocchia un incontro sull’accoglienza di Msna
Modena – Si svolgerà sabato 22 dicembre a Mode, presso la Parrocchia Beata Vergine Addolorata, un incontro con i bambini sul tema dell'accoglienza: le famiglie che ospitano un Minore Straniero non accompagnato incontreranno un centinaio di bambini della parrocchia per parlare dell'esperienza di accoglienza. L’iniziativa nasce a poche settimane dell’accoglienza, da parte della parrocchia stessa, di un minore do origine marocchina. Il tutto dentro il progetto di accoglienza di Minori Stranieri Non Accompagnati e minori richiedenti asilo “WelcHome” sul territorio modenese, promosso dal Comune di Modena - Assessorato alla Coesione Sociale, Sanità, Welfare, Integrazione e Cittadinanze - e dall’associazionismo locale con WelcHome consente a questi giovani, in una fase della loro vita, “di recuperare una dimensione di affettività familiare che favorisca l’apprendimento della lingua italiana, il completamento degli studi e l’acquisizione di competenze professionali”. WelcHome, spiegano i promotori è aperto a ogni famiglia che desideri “realizzare un’esperienza coinvolgente e utile a sé e al ragazzo accolto, per un periodo minimo di sei mesi”.
Italia dalle porte socchiuse
Roma - Le attuali scelte della politica vanno verso l’ascolto della paura. Lungo questa direttrice si sta posizionando anche il rinvio della firma del Global Compact for migration.
Appare una contraddizione tra quello che emerge dal dibattito pubblico e dalle opinioni delle persone sui fenomeni migratori e quello che invece accade quando gli italiani parlano degli immigrati. Così le decisioni politiche finiscono per diventare parziali, perché si preferisce esaltare una parte invece di proporre una sintesi.
Una ricerca condotta da Ipsos nel 2018 evidenzia che la maggioranza dei cittadini non assume una posizione estremista: il 72% sostiene che il diritto d’asilo vada attuato e che le persone che hanno bisogno di rifugio vadano tutelate. Inoltre il 61% afferma di essere preoccupato di un crescente sentimento razzista e discriminatorio verso i cittadini stranieri. Infine il 42% dichiara che l’Italia in quanto Paese di tradizione cattolica non dovrebbe tirarsi indietro nell’assistenza ai migranti. Allo stesso tempo si legge nel Rapporto Ismu sulle migrazioni 2018 che il 41% degli italiani vede l’immigrazione come un problema, si sovrastima il numero di migranti presenti sul territorio con un rapporto di 1 a 3,6, infine il 44% sostiene che gli immigrati non si sforzano di integrarsi nella cultura del nostro Paese. Insomma si rivela una posizione articolata che rivela la complessità della situazione, dove accoglienza e paura di non essere rispettati convivono. Le attuali scelte della politica vanno verso l’ascolto della paura. Lungo questa direttrice si sta posizionando anche il rinvio della firma del Global Compact for migration. Un trattato internazionale promosso dall’Onu per adottare un approccio globale al fenomeno dei flussi migratori. Ci si è resi conto, infatti, che per affrontare la questione non possono essere lasciati soli i singoli Paesi. Il trattato vorrebbe offrire un quadro normativo per ordinare i flussi di mobilità umana in modo sicuro e regolare. Dato che però il Global Compact delega ai diversi sistemi nazionali il modo di realizzare le politiche di accoglienza si lascia ampia libertà di manovra ai singoli Stati. Tuttavia le difficoltà per il governo italiano nascono soprattutto dalla tentazione di schierarsi per la chiusura delle frontiere. D’altronde alcuni dei suggerimenti contenuti nel testo non sono in linea con l’attuale posizione del governo: come osserva il sociologo Maurizio Ambrosini l’accordo «prevede la disponibilità e la flessibilità di percorsi di immigrazione regolare, l’impegno a salvare vite dei migranti in pericolo, l’impiego della detenzione dei migranti solo misura di ultima istanza… la riduzione dei costi dell’invio delle rimesse». Insomma l’Italia per ora sceglie di lasciare le porte socchiuse con la speranza che un giorno torni ad aprirle per riprendersi il suo ruolo costruttivo nello scenario internazionale. (Andrea Casavecchia – Sir)
Appare una contraddizione tra quello che emerge dal dibattito pubblico e dalle opinioni delle persone sui fenomeni migratori e quello che invece accade quando gli italiani parlano degli immigrati. Così le decisioni politiche finiscono per diventare parziali, perché si preferisce esaltare una parte invece di proporre una sintesi.
Una ricerca condotta da Ipsos nel 2018 evidenzia che la maggioranza dei cittadini non assume una posizione estremista: il 72% sostiene che il diritto d’asilo vada attuato e che le persone che hanno bisogno di rifugio vadano tutelate. Inoltre il 61% afferma di essere preoccupato di un crescente sentimento razzista e discriminatorio verso i cittadini stranieri. Infine il 42% dichiara che l’Italia in quanto Paese di tradizione cattolica non dovrebbe tirarsi indietro nell’assistenza ai migranti. Allo stesso tempo si legge nel Rapporto Ismu sulle migrazioni 2018 che il 41% degli italiani vede l’immigrazione come un problema, si sovrastima il numero di migranti presenti sul territorio con un rapporto di 1 a 3,6, infine il 44% sostiene che gli immigrati non si sforzano di integrarsi nella cultura del nostro Paese. Insomma si rivela una posizione articolata che rivela la complessità della situazione, dove accoglienza e paura di non essere rispettati convivono. Le attuali scelte della politica vanno verso l’ascolto della paura. Lungo questa direttrice si sta posizionando anche il rinvio della firma del Global Compact for migration. Un trattato internazionale promosso dall’Onu per adottare un approccio globale al fenomeno dei flussi migratori. Ci si è resi conto, infatti, che per affrontare la questione non possono essere lasciati soli i singoli Paesi. Il trattato vorrebbe offrire un quadro normativo per ordinare i flussi di mobilità umana in modo sicuro e regolare. Dato che però il Global Compact delega ai diversi sistemi nazionali il modo di realizzare le politiche di accoglienza si lascia ampia libertà di manovra ai singoli Stati. Tuttavia le difficoltà per il governo italiano nascono soprattutto dalla tentazione di schierarsi per la chiusura delle frontiere. D’altronde alcuni dei suggerimenti contenuti nel testo non sono in linea con l’attuale posizione del governo: come osserva il sociologo Maurizio Ambrosini l’accordo «prevede la disponibilità e la flessibilità di percorsi di immigrazione regolare, l’impegno a salvare vite dei migranti in pericolo, l’impiego della detenzione dei migranti solo misura di ultima istanza… la riduzione dei costi dell’invio delle rimesse». Insomma l’Italia per ora sceglie di lasciare le porte socchiuse con la speranza che un giorno torni ad aprirle per riprendersi il suo ruolo costruttivo nello scenario internazionale. (Andrea Casavecchia – Sir)
Una preghiera lunga 55 giorni
L’Aja - L’interno della chiesa protestante Bethel è semplice. Dietro l’altare c’è una grande parete a mosaico dai colori dorati e tanti lumini sempre accesi. Oltre ad un’icona e alla riproduzione di un quadro del pittore Hans Versteeg, la “Madonna del Mare Nostrum” ricevuto in dono da un’altra comunità dell’Aja. Rappresenta Maria con Gesù in braccio, entrambi con la pelle scura, avvolti da una coperta isotermica (meglio conosciuta come coperta metallina) formata dai due strati, uno argentato ed uno dorato. Lo stesso telo con cui sono involti gli immigrati infreddoliti salvati dai barconi. La gente prega, si accendono candele, si canta, il pastore legge brani della Bibbia, ognuno testimonia la sua fede e carità. Continua da 55 giorni la maratona di preghiera nella chiesa protestante Bethel, all’Aja, iniziata il 26 ottobre scorso per proteggere la famiglia armena Tamrazyan, ospitata nel suo interno. I fedeli chiedono al governo di concederle il permesso di soggiorno illimitato nei Paesi Bassi. I genitori e tre figli rispettivamente di 21,19 e 14 anni, erano giunti in Olanda nove anni fa in quanto il padre, oppositore dell’allora governo in carica, aveva chiesto asilo politico. In tale arco di tempo, i Tamrazyan si erano perfettamente integrati, i ragazzi studiavano e non volevano più tornare nella loro terra d’origine. Ma il governo ha deciso di rimandarli indietro poiché non considera l’Armenia un Paese a rischio. “Soprattutto ora che la situazione politica è cambiata e migliorata, dopo le dimissioni del premier Serzj Sarkisian (del partito repubblicano Hhk) lo scorso maggio 2018”, ha spiegato Inge Drost, segretaria dell’associazione Abovian/ Faon. Ricordiamo che l’anno passato sono arrivati pochi migranti armeni in Olanda (57), rispetto ai richiedenti asilo politico di altri Paesi (un totale di 14.545): fra cui 1.080 eritrei, 1.188 iraniani, 2.232 dalla Siria. Nel 2015 erano stati il triplo, 43.093, di cui 18.677 siriani. «Ma perché respingere dei ragazzi già inseriti in Olanda, che studiano, parlano la lingua, sono felici dove si trovano ora?», ha dichiarato il pastore Theo Hettema. È stato proprio lui a dare il via alla più lunga preghiera della storia, ben sapendo che la polizia non può entrare per “arrestare” i ragazzi ospitati, in quanto, secondo un’antica legge, le forze dell’ordine non possono fare irruzione in un luogo di culto interrompendo una funzione religiosa. La sua iniziativa è stata accolta da ben seicento cristiani, fra cui anche alcuni preti, che si sono offerti di darsi il turno per continuare il rito, 24 ore su 24, sino a che il governo non accetterà la loro richiesta. Nel frattempo 250mila cittadini olandesi hanno già firmato una petizione. Liesbeth Kromhoud, una delle partecipanti a questa orazione non stop, attiva nell’opera di sensibilizzazione dei sindaci di varie città sul dovere dell’accoglienza, dice di trovare assurdo che qualcuno debba attendere tanti anni per essere accettato in Olanda, aggiungendo: «Noi olandesi siamo così ricchi e viviamo così bene! Non capisco perchè non lasciamo che altri fratelli godano dei nostri privilegi! Ci sono ancora 400 bambini in attesa di essere naturalizzati. Si parla tanto di umanità, ma umanità è sinonimo di fratellanza, solidarietà, pietà». Lo stesso concetto messo in risalto nella parabola del Buon samaritano narrata nel Vangelo di Luca. (Maria Cristina Giongo – Avvenire)
Migrantes Reggio Emilia-Guastalla: celebrazioni e attività alle Reggiane a natale e non solo
Reggio Emilia - Ogni sabato pomeriggio, alle ex Officine Reggiane di Reggio Emilia, un gruppo di persone si incontra per leggere e commentare le letture della domenica successiva. Incontri semplici, basati sulla condivisione della Parola, che – spiega il settimanale diocesano “La Libertà” - si concludono con il Padre Nostro. Si svolgono su esplicita richiesta di chi vive in questi ambienti.
“Chi non ha nulla”, commenta il diacono Francesco Braghiroli, direttore dell’Ufficio pastorale Migrantes della diocesi di Reggio Emila-Guastalla, “prende molto sul serio il Vangelo e propone commenti profondi”. Per venire incontro alle necessità della maggioranza anglofona del gruppo i testi biblici vengono proclamati in inglese mentre Braghiroli favorisce la comprensione traducendo gli interventi dall’inglese all’italiano e viceversa. Domenica 22 dicembre alle 15 messa alla quale parteciperanno don Prince Ampong, cappellano della comunità ghanese, e padre Anthony, sacerdote nigeriano residente a San Pellegrino da alcuni mesi e disponibile per l’assistenza spirituale ai nigeriani. La celebrazione del 22 si aggiunge alle celebrazioni stabili promosse dall’Ufficio Migrantes, in particolare la messa domenicale nella chiesa di San Lorenzo (presieduta da don Prince alle 11.30 per la comunità dei ghanesi) e quella nella chiesa di San Maurizio (ogni domenica alle 10.30 con padre Celestine Ezemadubom, cappellano della comunità nigeriana di Modena).
Padre Anthony è a Reggio dalla seconda metà di ottobre, e compatibilmente con lo studio e gli impegni nelle parrocchie – spiega il settimanale - di San Pellegrino e Buon Pastore, è a disposizione
per accompagnare i nigeriani della città e della diocesi. “Negli scorsi mesi una giovane della parrocchia di Regina Pacis si è appoggiata a padre Anthony per preparare il battesimo del figlio - aggiunge il direttore Migrantes - e padre Anthony può essere una risorsa importante se la lingua è un ostacolo”. Senza nascondere la preoccupazione per l’aumento della criminalità e della malavita tra chi vive nei capannoni dismessi, gli operatori della Migrantes continuano a porsi in ascolto delle persone e pregare insieme a loro. Brigaroli, insieme a don Simonazzi e ad un gruppo di giovani incontra chi vive alle Reggiane almeno una volta alla settimana. La piccola équipe segnala i casi più bisognosi alla Caritas diocesana e all’Unità di prossimità della Comunità Papa Giovanni XXIII che segue in particolare le donne, le più fragili. “Non è possibile tollerare che qualcuno viva in queste condizioni; ci proponiamo di vivere insieme a loro, per fare insieme un cammino di liberazione a partire dalla conversione del cuore per arrivare al sollievo dei bisogni delle persone. Ci incontriamo
per pregare, ma poi ci prendiamo a cuore anche gli altri aspetti della loro vita”, sottolinea
Braghiroli. Per elaborare percorsi di uscita dalle Reggiane, Migrantes, Caritas diocesana, cooperativa onlus “Centro sociale Papa Giovanni XXIII” e cooperativa di solidarietà sociale “L’Ovile” hanno mappato i bisogni delle persone. In alcuni casi si tratta di andare incontro a persone uscite da Centri di Accoglienza Straordinaria e ora rimaste ai margini della società; altri sono immigrati che vivono a Reggio Emila da anni, senza un’occupazione fissa e che fanno fatica a reinserirsi anche per l’estrema povertà. Infine ci sono persone tossicodipendenti accompagnati in particolare dall’Unità di prossimità della cooperativa “Centro sociale Papa Giovanni XXIII”.
“Chi non ha nulla”, commenta il diacono Francesco Braghiroli, direttore dell’Ufficio pastorale Migrantes della diocesi di Reggio Emila-Guastalla, “prende molto sul serio il Vangelo e propone commenti profondi”. Per venire incontro alle necessità della maggioranza anglofona del gruppo i testi biblici vengono proclamati in inglese mentre Braghiroli favorisce la comprensione traducendo gli interventi dall’inglese all’italiano e viceversa. Domenica 22 dicembre alle 15 messa alla quale parteciperanno don Prince Ampong, cappellano della comunità ghanese, e padre Anthony, sacerdote nigeriano residente a San Pellegrino da alcuni mesi e disponibile per l’assistenza spirituale ai nigeriani. La celebrazione del 22 si aggiunge alle celebrazioni stabili promosse dall’Ufficio Migrantes, in particolare la messa domenicale nella chiesa di San Lorenzo (presieduta da don Prince alle 11.30 per la comunità dei ghanesi) e quella nella chiesa di San Maurizio (ogni domenica alle 10.30 con padre Celestine Ezemadubom, cappellano della comunità nigeriana di Modena).
Padre Anthony è a Reggio dalla seconda metà di ottobre, e compatibilmente con lo studio e gli impegni nelle parrocchie – spiega il settimanale - di San Pellegrino e Buon Pastore, è a disposizione
per accompagnare i nigeriani della città e della diocesi. “Negli scorsi mesi una giovane della parrocchia di Regina Pacis si è appoggiata a padre Anthony per preparare il battesimo del figlio - aggiunge il direttore Migrantes - e padre Anthony può essere una risorsa importante se la lingua è un ostacolo”. Senza nascondere la preoccupazione per l’aumento della criminalità e della malavita tra chi vive nei capannoni dismessi, gli operatori della Migrantes continuano a porsi in ascolto delle persone e pregare insieme a loro. Brigaroli, insieme a don Simonazzi e ad un gruppo di giovani incontra chi vive alle Reggiane almeno una volta alla settimana. La piccola équipe segnala i casi più bisognosi alla Caritas diocesana e all’Unità di prossimità della Comunità Papa Giovanni XXIII che segue in particolare le donne, le più fragili. “Non è possibile tollerare che qualcuno viva in queste condizioni; ci proponiamo di vivere insieme a loro, per fare insieme un cammino di liberazione a partire dalla conversione del cuore per arrivare al sollievo dei bisogni delle persone. Ci incontriamo
per pregare, ma poi ci prendiamo a cuore anche gli altri aspetti della loro vita”, sottolinea
Braghiroli. Per elaborare percorsi di uscita dalle Reggiane, Migrantes, Caritas diocesana, cooperativa onlus “Centro sociale Papa Giovanni XXIII” e cooperativa di solidarietà sociale “L’Ovile” hanno mappato i bisogni delle persone. In alcuni casi si tratta di andare incontro a persone uscite da Centri di Accoglienza Straordinaria e ora rimaste ai margini della società; altri sono immigrati che vivono a Reggio Emila da anni, senza un’occupazione fissa e che fanno fatica a reinserirsi anche per l’estrema povertà. Infine ci sono persone tossicodipendenti accompagnati in particolare dall’Unità di prossimità della cooperativa “Centro sociale Papa Giovanni XXIII”.
Papa Francesco: Natale non è riempirsi di regali, ma accogliere le sorprese di Gesù
Città del Vaticano – “Sarà Natale se troveremo la luce nella povera grotta di Betlemme. Non sarà Natale se cercheremo i bagliori luccicanti del mondo, se ci riempiremo di regali, pranzi e cene ma non aiuteremo almeno un povero, che assomiglia a Dio, perché a Natale Dio è venuto povero”.
Sono le parole di papa Francesco, all'udienza generale, l'ultima dell'anno e dedicata al Natale. “Cari fratelli e sorelle - è stato l'augurio del Papa - buon Natale, ricco delle sorprese di Gesù! Potranno sembrare sorprese scomode, ma sono i gusti di Dio. Se li sposeremo, faremo a noi stessi una splendida sorpresa”. “Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull'arroganza, della semplicità sull'abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul ‘mio tempo’, di Dio sul mio io”.
Così il Papa ha descritto il senso autentico del Natale. “Fare Natale è accogliere in terra le sorprese del Cielo”, ha spiegato Francesco, secondo il quale “non si può vivere ‘terra terra’, quando il Cielo ha portato le sue novità nel mondo”. “Natale inaugura un’epoca nuova, dove la vita non si programma, ma si dona”, ha proseguito Francesco: “Dove non si vive più per sé, in base ai propri gusti, ma per Dio; e con Dio, perché da Natale Dio è il Dio-con-noi, che vive con noi, che cammina con noi. Vivere il Natale è lasciarsi scuotere dalla sua sorprendente novità”. “Fare Natale – ha raccomandato il Papa – è fare come Gesù, venuto per noi bisognosi, e scendere verso chi ha bisogno di noi. È fare come Maria: fidarsi, docili a Dio, anche senza capire cosa Egli farà. Fare Natale è fare come Giuseppe: alzarsi per realizzare ciò che Dio vuole, anche se non è secondo i nostri piani”. “San Giuseppe è sorprendente”, il commento di Francesco: “Nel Vangelo non parla mai, non c’è una parola di Giovanni nel Vangelo, e il Signore gli parla proprio nel silenzio, gli parla proprio nel sonno”.
“Se noi vogliamo vivere il Natale, dobbiamo aprire il cuore, essere disposti alle sorprese, cioè a un cambio di vita inaspettato” ha detto, a braccio, il Papa, che ha dedicato la catechesi dell’udienza di oggi alla festività ormai imminente. “Tra sei giorni sarà Natale”, ha esordito Francesco: “Gli alberi, gli addobbi e le luci ovunque ricordano che anche quest’anno sarà festa. La macchina pubblicitaria invita a scambiarsi regali sempre nuovi per farsi sorprese. Ma è questa la festa che piace a Dio? Quale Natale vorrebbe Lui, quali regali e sorprese?”. “Guardiamo al primo Natale della storia per scoprire i gusti di Dio”, l’invito: “Quel Natale fu pieno di sorprese. Si comincia con Maria, che era promessa sposa di Giuseppe: arriva l’angelo e le cambia la vita. Da vergine sarà madre. Si prosegue con Giuseppe, chiamato a essere padre di un figlio senza generarlo. Un figlio che – colpo di scena – arriva nel momento meno indicato, cioè quando Maria e Giuseppe erano sposi promessi e secondo la Legge non potevano coabitare. Di fronte allo scandalo, il buon senso del tempo invitava Giuseppe a ripudiare Maria e salvare il suo buon nome, ma lui, che pur ne aveva diritto, sorprende: per non danneggiare Maria pensa di congedarla in segreto, a costo di perdere la propria reputazione”. “Poi un’altra sorpresa”, ha raccontato Francesco: “Dio in sogno gli cambia i piani e gli chiede di prendere con sé Maria. Nato Gesù, quando aveva i suoi progetti per la famiglia, ancora in sogno gli vien detto di alzarsi e andare in Egitto. Insomma, il Natale porta cambi di vita inaspettati”.
“Ma è nella notte di Natale che arriva la sorpresa più grande”, ha fatto notare il Papa: “l’Altissimo è un piccolo bimbo. La Parola divina è un infante, che letteralmente significa ‘incapace di parlare’. La Parola divina divenne incapace di parlare. Ad accogliere il Salvatore non ci sono le autorità del tempo, o del posto, o gli ambasciatori, no: sono dei semplici pastori che, sorpresi dagli angeli mentre lavoravano di notte, accorrono senza indugio. Chi se lo sarebbe aspettato?”.
“Natale è celebrare l’inedito di Dio, o meglio, è celebrare un Dio inedito, che ribalta le nostre logiche e le nostre attese”, ha sintetizzato Francesco. “Natale è preferire la voce silenziosa di Dio ai frastuoni del consumismo”, ha assicurato: “Se sapremo stare in silenzio davanti al presepe, Natale sarà anche per noi una sorpresa, non una cosa già vista”. “Stare in silenzio davanti al presepe: questo è l’invito per Natale”, ha proseguito a braccio: “Prenditi un po’ di tempo, va’ davanti al presepe, stai in silenzio, e sentirai, vedrai, la sorpresa”.
“Purtroppo, però, si può sbagliare festa, e preferire alle novità del Cielo le solite cose della terra”, ha denunciato papa Francesco: “Se Natale rimane solo una bella festa tradizionale, dove al centro ci siamo noi e non Lui, sarà un’occasione persa”. “Per favore, non mondanizziamo il Natale!”, ha esclamato il Papa: “Non mettiamo da parte il Festeggiato, come allora, quando venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. Fin dal primo Vangelo dell’Avvento il Signore ci ha messo in guardia, chiedendo di non appesantirci in dissipazioni e affanni della vita. In questi giorni si corre, forse come mai durante l’anno. Ma così si fa l’opposto di quel che Gesù vuole. Diamo la colpa alle tante cose che riempiono le giornate, al mondo che va veloce. Eppure Gesù non ha incolpato il mondo, ha chiesto a noi di non farci trascinare, di vegliare in ogni momento pregando”.
“Sarà Natale se, come Giuseppe, daremo spazio al silenzio”, ha concluso Francesco: “Se, come Maria, diremo ‘eccomi’ a Dio; se, come Gesù, saremo vicini a chi è solo; se, come i pastori, usciremo dai nostri recinti per stare con Gesù. Sarà Natale, se troveremo la luce nella povera grotta di Betlemme. Non sarà Natale se cercheremo i bagliori luccicanti del mondo, se ci riempiremo di regali, pranzi e cene ma non aiuteremo almeno un povero, che assomiglia a Dio, perché a Natale Dio è venuto povero”. “Vi auguro buon Natale: un Natale ricco delle sorprese, ma delle sorprese di Gesù!”, il saluto natalizio del Papa: “Potranno sembrare sorprese scomode, ma sono i gusti di Dio. Se li sposeremo, faremo a noi stessi una splendida sorpresa. Ognuno di noi ha nascosta nel cuore la capacità di sorprendersi: lasciamoci sorprendere da Gesù, in questo Natale!”.
Sono le parole di papa Francesco, all'udienza generale, l'ultima dell'anno e dedicata al Natale. “Cari fratelli e sorelle - è stato l'augurio del Papa - buon Natale, ricco delle sorprese di Gesù! Potranno sembrare sorprese scomode, ma sono i gusti di Dio. Se li sposeremo, faremo a noi stessi una splendida sorpresa”. “Il Natale di Gesù non offre rassicuranti tepori da caminetto, ma il brivido divino che scuote la storia. Natale è la rivincita dell’umiltà sull'arroganza, della semplicità sull'abbondanza, del silenzio sul baccano, della preghiera sul ‘mio tempo’, di Dio sul mio io”.
Così il Papa ha descritto il senso autentico del Natale. “Fare Natale è accogliere in terra le sorprese del Cielo”, ha spiegato Francesco, secondo il quale “non si può vivere ‘terra terra’, quando il Cielo ha portato le sue novità nel mondo”. “Natale inaugura un’epoca nuova, dove la vita non si programma, ma si dona”, ha proseguito Francesco: “Dove non si vive più per sé, in base ai propri gusti, ma per Dio; e con Dio, perché da Natale Dio è il Dio-con-noi, che vive con noi, che cammina con noi. Vivere il Natale è lasciarsi scuotere dalla sua sorprendente novità”. “Fare Natale – ha raccomandato il Papa – è fare come Gesù, venuto per noi bisognosi, e scendere verso chi ha bisogno di noi. È fare come Maria: fidarsi, docili a Dio, anche senza capire cosa Egli farà. Fare Natale è fare come Giuseppe: alzarsi per realizzare ciò che Dio vuole, anche se non è secondo i nostri piani”. “San Giuseppe è sorprendente”, il commento di Francesco: “Nel Vangelo non parla mai, non c’è una parola di Giovanni nel Vangelo, e il Signore gli parla proprio nel silenzio, gli parla proprio nel sonno”.
“Se noi vogliamo vivere il Natale, dobbiamo aprire il cuore, essere disposti alle sorprese, cioè a un cambio di vita inaspettato” ha detto, a braccio, il Papa, che ha dedicato la catechesi dell’udienza di oggi alla festività ormai imminente. “Tra sei giorni sarà Natale”, ha esordito Francesco: “Gli alberi, gli addobbi e le luci ovunque ricordano che anche quest’anno sarà festa. La macchina pubblicitaria invita a scambiarsi regali sempre nuovi per farsi sorprese. Ma è questa la festa che piace a Dio? Quale Natale vorrebbe Lui, quali regali e sorprese?”. “Guardiamo al primo Natale della storia per scoprire i gusti di Dio”, l’invito: “Quel Natale fu pieno di sorprese. Si comincia con Maria, che era promessa sposa di Giuseppe: arriva l’angelo e le cambia la vita. Da vergine sarà madre. Si prosegue con Giuseppe, chiamato a essere padre di un figlio senza generarlo. Un figlio che – colpo di scena – arriva nel momento meno indicato, cioè quando Maria e Giuseppe erano sposi promessi e secondo la Legge non potevano coabitare. Di fronte allo scandalo, il buon senso del tempo invitava Giuseppe a ripudiare Maria e salvare il suo buon nome, ma lui, che pur ne aveva diritto, sorprende: per non danneggiare Maria pensa di congedarla in segreto, a costo di perdere la propria reputazione”. “Poi un’altra sorpresa”, ha raccontato Francesco: “Dio in sogno gli cambia i piani e gli chiede di prendere con sé Maria. Nato Gesù, quando aveva i suoi progetti per la famiglia, ancora in sogno gli vien detto di alzarsi e andare in Egitto. Insomma, il Natale porta cambi di vita inaspettati”.
“Ma è nella notte di Natale che arriva la sorpresa più grande”, ha fatto notare il Papa: “l’Altissimo è un piccolo bimbo. La Parola divina è un infante, che letteralmente significa ‘incapace di parlare’. La Parola divina divenne incapace di parlare. Ad accogliere il Salvatore non ci sono le autorità del tempo, o del posto, o gli ambasciatori, no: sono dei semplici pastori che, sorpresi dagli angeli mentre lavoravano di notte, accorrono senza indugio. Chi se lo sarebbe aspettato?”.
“Natale è celebrare l’inedito di Dio, o meglio, è celebrare un Dio inedito, che ribalta le nostre logiche e le nostre attese”, ha sintetizzato Francesco. “Natale è preferire la voce silenziosa di Dio ai frastuoni del consumismo”, ha assicurato: “Se sapremo stare in silenzio davanti al presepe, Natale sarà anche per noi una sorpresa, non una cosa già vista”. “Stare in silenzio davanti al presepe: questo è l’invito per Natale”, ha proseguito a braccio: “Prenditi un po’ di tempo, va’ davanti al presepe, stai in silenzio, e sentirai, vedrai, la sorpresa”.
“Purtroppo, però, si può sbagliare festa, e preferire alle novità del Cielo le solite cose della terra”, ha denunciato papa Francesco: “Se Natale rimane solo una bella festa tradizionale, dove al centro ci siamo noi e non Lui, sarà un’occasione persa”. “Per favore, non mondanizziamo il Natale!”, ha esclamato il Papa: “Non mettiamo da parte il Festeggiato, come allora, quando venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. Fin dal primo Vangelo dell’Avvento il Signore ci ha messo in guardia, chiedendo di non appesantirci in dissipazioni e affanni della vita. In questi giorni si corre, forse come mai durante l’anno. Ma così si fa l’opposto di quel che Gesù vuole. Diamo la colpa alle tante cose che riempiono le giornate, al mondo che va veloce. Eppure Gesù non ha incolpato il mondo, ha chiesto a noi di non farci trascinare, di vegliare in ogni momento pregando”.
“Sarà Natale se, come Giuseppe, daremo spazio al silenzio”, ha concluso Francesco: “Se, come Maria, diremo ‘eccomi’ a Dio; se, come Gesù, saremo vicini a chi è solo; se, come i pastori, usciremo dai nostri recinti per stare con Gesù. Sarà Natale, se troveremo la luce nella povera grotta di Betlemme. Non sarà Natale se cercheremo i bagliori luccicanti del mondo, se ci riempiremo di regali, pranzi e cene ma non aiuteremo almeno un povero, che assomiglia a Dio, perché a Natale Dio è venuto povero”. “Vi auguro buon Natale: un Natale ricco delle sorprese, ma delle sorprese di Gesù!”, il saluto natalizio del Papa: “Potranno sembrare sorprese scomode, ma sono i gusti di Dio. Se li sposeremo, faremo a noi stessi una splendida sorpresa. Ognuno di noi ha nascosta nel cuore la capacità di sorprendersi: lasciamoci sorprendere da Gesù, in questo Natale!”.
Fui e Sono Eddie Redmount: uno spettacolo sull’emigrazione italianai in Usa
Roma - Esistono mille modi di raccontare il concetto di viaggio, di desiderio di cambiamento, di emigrazione nella visione più ampia e complessiva. Mario Monterosso decide di trasmettere tutto questo al pubblico in una forma a un tempo leggera ma intensa, divertente ma significativa. La musica è la sua alleata numero uno nel percorso di questo racconto, che riporta indietro nel tempo agli anni quaranta, per raccontare la storia di un personaggio che può incarnare ognuno di noi nel suo percorso di ricerca di una vita diversa. Un racconto che unisce l’Italia, ed in particolare la Sicilia, terra complessa e generosa, dai mille colori e volti, con la città simbolo del sogno possibile, méta di speranza e di libertà, New York City.
“Fui e Sono Eddie Redmount” porta in palcoscenico proprio questo messaggio dando prova di poter trasmettere contenuti di grande valore utilizzando un linguaggio caldo, trascinante e anche molto divertente.
Un viaggio dalla Sicilia a Little Italy nella cornice temporale di fine anni 40, primi 50. Un viaggio senza tempo nelle vicissitudini del protagonista. Dalla partenza col ferryboat al suo arrivo ad Ellis Island, dall’incontro con Sinatra all’amore per Carmelina, da una lettera ricevuta dalla Sicilia all’epilogo. Un percorso musicale e di vita raccontato in dodici canzoni attraverso cui emerge una Sicilia diversa, non necessariamente e forzatamente nostalgica. La nostalgia è velata da quella geniale ironia di cui il Siciliano, il Catanese in particolare, trae vantaggio anche di fronte agli episodi più tristi e imbarazzanti. Ciò avviene attraverso il veicolo musicale dello Swing di cui la Sicilia è stata una grande esportatrice specie agli inizi del secolo scorso. Il dialetto siciliano si fonde con l’americano e l’italiano facendosi specchio di un passato diventato presente nell’anima di Eddie Redmount. Fui e Sono Eddie Redmount è anche un disco. Le dodici canzoni dello spettacolo fanno parte infatti del disco omonimo.
“Fui e Sono Eddie Redmount” porta in palcoscenico proprio questo messaggio dando prova di poter trasmettere contenuti di grande valore utilizzando un linguaggio caldo, trascinante e anche molto divertente.
Un viaggio dalla Sicilia a Little Italy nella cornice temporale di fine anni 40, primi 50. Un viaggio senza tempo nelle vicissitudini del protagonista. Dalla partenza col ferryboat al suo arrivo ad Ellis Island, dall’incontro con Sinatra all’amore per Carmelina, da una lettera ricevuta dalla Sicilia all’epilogo. Un percorso musicale e di vita raccontato in dodici canzoni attraverso cui emerge una Sicilia diversa, non necessariamente e forzatamente nostalgica. La nostalgia è velata da quella geniale ironia di cui il Siciliano, il Catanese in particolare, trae vantaggio anche di fronte agli episodi più tristi e imbarazzanti. Ciò avviene attraverso il veicolo musicale dello Swing di cui la Sicilia è stata una grande esportatrice specie agli inizi del secolo scorso. Il dialetto siciliano si fonde con l’americano e l’italiano facendosi specchio di un passato diventato presente nell’anima di Eddie Redmount. Fui e Sono Eddie Redmount è anche un disco. Le dodici canzoni dello spettacolo fanno parte infatti del disco omonimo.
Corridoi Umanitari: arrivate 103 persone dalla Libia
Roma - Sono 103 i profughi arrivati oggi dalla Libia all'aeroporto militare di Pratica di Mare. Tra questi 51 saranno accolti nelle case dell’Associazione “Papa Giovanni XXIII”, la Comunità fondata da don Oreste Benzi, il sacerdote che per primo aprì una casa famiglia in Italia nel 1973. Il volo è partito da Tripoli ed è atterrato alle ore 16.15 allo scalo militare presso Roma. Il corridoio umanitario è stato gestito dal Governo Italiano con la mediazione e collaborazione della Comunità di don Benzi.
“Con questo corridoio umanitario abbiamo salvato interi nuclei familiari: donne, uomini e bambini provenienti da Sudan, Etiopia, Eritrea e Yemen strappate dalle prigioni libiche. Adesso saranno accolti nelle nostre case dove potranno ricevere il sostegno necessario per superare i traumi subiti ed iniziare una nuova vita”, ha detto Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII.
I rifugiati saranno ospitati in Romagna (12 a Rimini, 5 in provincia di Ravenna) ed in Toscana (34 in provincia di Massa-Carrara) presso alcune delle 201 case famiglia dell'associazione, che già accolgono 1.283 persone di tutte le età e provenienze. “Lavoreremo per l'integrazione di queste famiglie, inserendo i bimbi a scuola e cercando un lavoro per loro. - continua Ramonda - Non è semplice, ma non si può parlare di vera accoglienza senza una reale integrazione”.
“Con questo corridoio umanitario abbiamo salvato interi nuclei familiari: donne, uomini e bambini provenienti da Sudan, Etiopia, Eritrea e Yemen strappate dalle prigioni libiche. Adesso saranno accolti nelle nostre case dove potranno ricevere il sostegno necessario per superare i traumi subiti ed iniziare una nuova vita”, ha detto Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII.
I rifugiati saranno ospitati in Romagna (12 a Rimini, 5 in provincia di Ravenna) ed in Toscana (34 in provincia di Massa-Carrara) presso alcune delle 201 case famiglia dell'associazione, che già accolgono 1.283 persone di tutte le età e provenienze. “Lavoreremo per l'integrazione di queste famiglie, inserendo i bimbi a scuola e cercando un lavoro per loro. - continua Ramonda - Non è semplice, ma non si può parlare di vera accoglienza senza una reale integrazione”.
Noi senza confini: storie di immigrati
Roma - Tante storie di vita di rifugiati e immigrati di seconda generazione. Uomini e donne, arrivati tanti anni fa o addirittura nati nel nostro Paese che in Italia hanno messo a frutto i propri talenti, diventando uomini e donne di successo. Nasce così, da un’idea del rettore Maria Amata Garito, la collana video dal titolo “Noi #Senzaconfini insieme per un mondo migliore”, realizzata dall’università telematica internazionale Uninettuno, che andrà in onda sul canale tv satellitare dell’università.
Hicham Ben Mbarek, Takoua Ben Mohamed,Vode Devon Ebah, Amin Nour, Kassim Yassin Saleh, Zakaria Mohamed Ali, Mohamed Keita e Fasasi. Sono diventati stilisti e imprenditori, vignettisti, musicisti, attori, registi, reporter, fotografi e scultori che raccontano le loro storie. Storie diverse, come i Paesi da cui provengono (Marocco, Tunisia, Nigeria, Somalia, Mali e Gibuti), e dalle quali emerge il loro coraggio, la loro forza e il loro impegno per inserirsi con successo nella nostra società. Come Takoua che attraverso le sue vignette racconta la cultura araba e smonta tanti luoghi comuni sull’Islam.
Oppure Zakaria che attraverso i suoi documentari è diventato «la voce di quelli che non possono raccontare».
L’attenzione a rifugiati ed immigrati dell’ateneo è iniziata nel 2016 quando è nata l’Università per i rifugiati, un portale multilingue (inglese, francese, italiano, arabo e greco) che dà loro la possibilità di frequentare l’università e studiare la lingua del Paese che li ospita, senza limiti di spazio, di tempo e di luogo.
Hicham Ben Mbarek, Takoua Ben Mohamed,Vode Devon Ebah, Amin Nour, Kassim Yassin Saleh, Zakaria Mohamed Ali, Mohamed Keita e Fasasi. Sono diventati stilisti e imprenditori, vignettisti, musicisti, attori, registi, reporter, fotografi e scultori che raccontano le loro storie. Storie diverse, come i Paesi da cui provengono (Marocco, Tunisia, Nigeria, Somalia, Mali e Gibuti), e dalle quali emerge il loro coraggio, la loro forza e il loro impegno per inserirsi con successo nella nostra società. Come Takoua che attraverso le sue vignette racconta la cultura araba e smonta tanti luoghi comuni sull’Islam.
Oppure Zakaria che attraverso i suoi documentari è diventato «la voce di quelli che non possono raccontare».
L’attenzione a rifugiati ed immigrati dell’ateneo è iniziata nel 2016 quando è nata l’Università per i rifugiati, un portale multilingue (inglese, francese, italiano, arabo e greco) che dà loro la possibilità di frequentare l’università e studiare la lingua del Paese che li ospita, senza limiti di spazio, di tempo e di luogo.
Ecco le famiglie a braccia aperte: una vita insieme per 120 rifugiati
Roma - Ci sono Laura e suo figlio Riccardo di Roma, che è riuscito a spiegare a Sahal cos’è la spensieratezza a forza di sfide alla playstation. Beppe, Michela e i loro bambini - Giosué e Leonardo - a Cuneo hanno imparato tanto da Mamadou che, nonostante il Ramadan, ha partecipato alla festa della prima comunione. Andrea e Bruna a Padova hanno aperto la camera di loro figlio, ormai grande e fuori casa, a Gumbadin e Hajikha. Francesco e Lucia a Macerata hanno accolto Blessing col pancione di otto mesi, e ora sono in quattro. E nonna Cettina che a Catania ospita Alpha: «Finché campu, pe’ mia po’ stari».
Sono solo alcune delle 120 famiglie che hanno aperto la loro casa per accogliere un rifugiato. Un’Italia ospitale, generosa e solidale, messa in rete e valorizzata da Refugees Welcome. Un progetto, nato nel 2015, che i fondatori e responsabili Matteo Bassoli e Fabiana Musicco si augurano venga copiato. E con i numeri del primo bilancio sociale triennale, Refugees Welcome lancia anche le linee guida, alla presenza di Felipe Camargo, responsabile Acnur per il Sud Europa, nella speranza che servano per iniziative analoghe. Molte di più - 1.196 – sono già le famiglie che hanno espresso la volontà di ospitare un rifugiato, e ben 3.448 i rifugiati in cerca di ospitalità.
Delle 120 convivenze attivate, 31 sono attualmente in corso, durata media circa 7 mesi, ma 8 famiglie hanno deciso di prolungare l’iniziativa a tempo indeterminato. In altri 7 casi, dopo la prima convivenza, il rifugiato è stato accolto in una seconda famiglia. A livello territoriale, le regioni che hanno accolto di più sono Lazio e
Lombardia. La città più ospitale è stata Roma con ben 30 convivenze. Per quanto riguarda gli accolti: nel 58% dei casi sono titolari di protezione umanitaria, seguono i rifugiati col 20% e le persone con protezione sussidiaria, 16%.
Chi sono invece le famiglie accoglienti? Principalmente coppie con figli (30%), poi le persone singole (28%), coppie senza figli (23%) e coppie con figli adulti fuori casa (11%). L’associazione spiega che il 2018 è stato l’anno con il boom di iscrizioni proprio in risposta alla politica dei porti chiusi: 150 famiglie hanno dato la disponibilità a ospitare un rifugiato nei mesi di giugno e luglio, proprio dopo i primi provvedimenti del nuovo governo e del ministro Salvini. Nel 2019, inoltre, partiranno nuovi gruppi locali in Puglia, Campania, Umbria e Calabria. «Il nostro obiettivo era realizzare un cambiamento culturale rispetto al racconto del fenomeno migratorio», spiega Fabiana Musicco, vicepresidente di Refugees Welcome.
All’inizio ad accogliere di più era il Centro Nord «perché i fondatori erano al Nord – aggiunge Musicco – poi le richieste sono cominciate ad arrivare anche dalle regioni del Sud e ora copriamo 15 regioni». Per replicare l’iniziativa, l’associazione ha preparato un volume di "Linee guida" con tutti i passaggi: dalla prima intervista con la famiglia, fino all’incontro con la persona ospitante e le cose da fare durante l’accoglienza. Per Felipe Camargo dell’Acnur, «questa è l’esperienza delle sponsorship private, che esiste anche in Canada e Spagna ed è fondamentale per l’integrazione».(Luca Liverani)
Sono solo alcune delle 120 famiglie che hanno aperto la loro casa per accogliere un rifugiato. Un’Italia ospitale, generosa e solidale, messa in rete e valorizzata da Refugees Welcome. Un progetto, nato nel 2015, che i fondatori e responsabili Matteo Bassoli e Fabiana Musicco si augurano venga copiato. E con i numeri del primo bilancio sociale triennale, Refugees Welcome lancia anche le linee guida, alla presenza di Felipe Camargo, responsabile Acnur per il Sud Europa, nella speranza che servano per iniziative analoghe. Molte di più - 1.196 – sono già le famiglie che hanno espresso la volontà di ospitare un rifugiato, e ben 3.448 i rifugiati in cerca di ospitalità.
Delle 120 convivenze attivate, 31 sono attualmente in corso, durata media circa 7 mesi, ma 8 famiglie hanno deciso di prolungare l’iniziativa a tempo indeterminato. In altri 7 casi, dopo la prima convivenza, il rifugiato è stato accolto in una seconda famiglia. A livello territoriale, le regioni che hanno accolto di più sono Lazio e
Lombardia. La città più ospitale è stata Roma con ben 30 convivenze. Per quanto riguarda gli accolti: nel 58% dei casi sono titolari di protezione umanitaria, seguono i rifugiati col 20% e le persone con protezione sussidiaria, 16%.
Chi sono invece le famiglie accoglienti? Principalmente coppie con figli (30%), poi le persone singole (28%), coppie senza figli (23%) e coppie con figli adulti fuori casa (11%). L’associazione spiega che il 2018 è stato l’anno con il boom di iscrizioni proprio in risposta alla politica dei porti chiusi: 150 famiglie hanno dato la disponibilità a ospitare un rifugiato nei mesi di giugno e luglio, proprio dopo i primi provvedimenti del nuovo governo e del ministro Salvini. Nel 2019, inoltre, partiranno nuovi gruppi locali in Puglia, Campania, Umbria e Calabria. «Il nostro obiettivo era realizzare un cambiamento culturale rispetto al racconto del fenomeno migratorio», spiega Fabiana Musicco, vicepresidente di Refugees Welcome.
All’inizio ad accogliere di più era il Centro Nord «perché i fondatori erano al Nord – aggiunge Musicco – poi le richieste sono cominciate ad arrivare anche dalle regioni del Sud e ora copriamo 15 regioni». Per replicare l’iniziativa, l’associazione ha preparato un volume di "Linee guida" con tutti i passaggi: dalla prima intervista con la famiglia, fino all’incontro con la persona ospitante e le cose da fare durante l’accoglienza. Per Felipe Camargo dell’Acnur, «questa è l’esperienza delle sponsorship private, che esiste anche in Canada e Spagna ed è fondamentale per l’integrazione».(Luca Liverani)
Torino: il design delle migrazioni
Torino - Da circa un anno in centro a Torino sorge Wild Mazzini, una galleria d’arte che si occupa di dati e information design. Dall’incontro tra percorsi diversi - qualche volta - nascono infatti narrazioni capaci di creare una frattura nel linguaggio artistico, a partire dalla quale si producono nuovi punti di vista, per riflettere diversamente sui fenomeni sociali e culturali contemporanei.
Così, dopo Prospettiva Italia, prima stagione della galleria, inserita nel programma Off del Salone del Libro e conclusa in estate, la seconda stagione espositiva di Wild Mazzini si è aperta a settembre con "Cambi di Stato", e da novembre con la collettiva di artisti internazionali dedicata al tema delle migrazioni, dal titolo "Where, When, How many?". L’obiettivo? Provare a p arlare del fenomeno migratorio con un approccio differente: non dal punto di vista politico, della paura o dell’emergenza, ma la ricerca di uno sguardo altro, tramite la forma artistica.
Nell’ultimo anno Torino non è stata nuova a questo cambio di prospettiva: ne sono un esempio i due spettacoli sul tema delle migrazioni, Birdie ed Empire, della 23ª edizione del "Festival delle Colline Torinesi", così come il progetto "Reverse Angle", realizzato dal regista Davide Ferrario, con la videoinstallazione alle Ogr in cui trenta migranti si sono trasformati in autori video, ribaltando lo sguardo in un controcampo simbolico sulla città, i suoi abitanti, usi e costumi.
"Where, When, How many?" (in esposizione fino al 6 gennaio) risponde a cinque domande: Quante
persone servono per fare un esodo? Come si misura l’identità di un individuo? Dopo quante generazioni una famiglia può dirsi integrata? Quanti chilometri da casa rendono qualcuno un migrante? Dove iniziano e dove finiscono i confini? Sette opere, tra cui lavori di data journalism, infografiche e anche una mappa, quella di Delphine Papin, cartografa di "Le Monde", contenuta nel volume Atlante delle frontiere (Add Editore, pagine 140, euro 25). A queste sette opere se n’è aggiunta una in corso alla fine della scorsa settimana: A passo d’uomo, di Carlo D’Oria, scultura in metallo ispirata al progetto di personal data "The Stories Behind a Line", realizzato nel 2016 dalla designer Federica Fragapane, con l’intento di presentare in chiave visiva e digitale il viaggio verso l’Italia di sei richiedenti asilo, accolti nel centro Cas Migrantes di Vercelli.
Un’opera di impatto quella di D’Oria, che a prima vista ricorda un muro, ma che delinea invece uno
di quei viaggi, da Abidjan, in Costa d’Avorio, fino a Vercelli. Un percorso non lineare, rappresentato in scala, sia in lunghezza che in altezza, a partire dal livello del mare. E infine due miniature di uomini, senza volto ma con un carattere, una posa, uno sguardo su quel viaggio così lungo, complesso e frastagliato. Un approccio, quello della galleria Wild Mazzini, che abbraccia un aspetto più artigianale dell’arte, manuale e tecnico, proprio del fare e del saper fare, per provare ad andare incontro all’esigenza di dover dare una forma ai tanti dati di cui oggi disponiamo. (E.Giannetta - Avvenire)
Così, dopo Prospettiva Italia, prima stagione della galleria, inserita nel programma Off del Salone del Libro e conclusa in estate, la seconda stagione espositiva di Wild Mazzini si è aperta a settembre con "Cambi di Stato", e da novembre con la collettiva di artisti internazionali dedicata al tema delle migrazioni, dal titolo "Where, When, How many?". L’obiettivo? Provare a p arlare del fenomeno migratorio con un approccio differente: non dal punto di vista politico, della paura o dell’emergenza, ma la ricerca di uno sguardo altro, tramite la forma artistica.
Nell’ultimo anno Torino non è stata nuova a questo cambio di prospettiva: ne sono un esempio i due spettacoli sul tema delle migrazioni, Birdie ed Empire, della 23ª edizione del "Festival delle Colline Torinesi", così come il progetto "Reverse Angle", realizzato dal regista Davide Ferrario, con la videoinstallazione alle Ogr in cui trenta migranti si sono trasformati in autori video, ribaltando lo sguardo in un controcampo simbolico sulla città, i suoi abitanti, usi e costumi.
"Where, When, How many?" (in esposizione fino al 6 gennaio) risponde a cinque domande: Quante
persone servono per fare un esodo? Come si misura l’identità di un individuo? Dopo quante generazioni una famiglia può dirsi integrata? Quanti chilometri da casa rendono qualcuno un migrante? Dove iniziano e dove finiscono i confini? Sette opere, tra cui lavori di data journalism, infografiche e anche una mappa, quella di Delphine Papin, cartografa di "Le Monde", contenuta nel volume Atlante delle frontiere (Add Editore, pagine 140, euro 25). A queste sette opere se n’è aggiunta una in corso alla fine della scorsa settimana: A passo d’uomo, di Carlo D’Oria, scultura in metallo ispirata al progetto di personal data "The Stories Behind a Line", realizzato nel 2016 dalla designer Federica Fragapane, con l’intento di presentare in chiave visiva e digitale il viaggio verso l’Italia di sei richiedenti asilo, accolti nel centro Cas Migrantes di Vercelli.
Un’opera di impatto quella di D’Oria, che a prima vista ricorda un muro, ma che delinea invece uno
di quei viaggi, da Abidjan, in Costa d’Avorio, fino a Vercelli. Un percorso non lineare, rappresentato in scala, sia in lunghezza che in altezza, a partire dal livello del mare. E infine due miniature di uomini, senza volto ma con un carattere, una posa, uno sguardo su quel viaggio così lungo, complesso e frastagliato. Un approccio, quello della galleria Wild Mazzini, che abbraccia un aspetto più artigianale dell’arte, manuale e tecnico, proprio del fare e del saper fare, per provare ad andare incontro all’esigenza di dover dare una forma ai tanti dati di cui oggi disponiamo. (E.Giannetta - Avvenire)