Primo Piano

Unhcr: potrebbero essere 100 i dispersi di un naufragio davanti alle coste libiche

25 Luglio 2019 - Roma – Potrebbero essere oltre 100 i dispersi nel naufragio di un barcone davanti alle coste della Libia mentre altrettante persone sono state soccorse. “Se i dati stimati sono corretti, questa è la più grande perdita di vite nel Mediterraneo centrale nel 2019”, afferma Charlie Yaxley, portavoce dell’Unhcr per Africa e Mediterrane/Libia secondo la quale “deve esserci un cambiamento nell’approccio alla situazione mediterranea” e una “urgente necessità di salvare vite in mare”. “È appena avvenuta la peggiore tragedia mediterranea di quest’anno”, afferma Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Per questo occorre “ripristinare il salvataggio in mare, porre fine alla detenzione di rifugiati e migranti in Libia, aumentare i percorsi sicuri fuori dalla Libia deve avvenire ora, prima che sia troppo tardi per molte delle persone più disperate”.

Diocesi di Vicenza su migrazioni, accoglienze e prospettive future

25 Luglio 2019 - Vicenza - A fronte delle mutate condizioni del fenomeno migratorio e delle nuove disposizioni legislative promulgate a riguardo dal governo italiano, la Diocesi di Vicenza propone una riflessione e rilancia il proprio impegno in favore dei migranti presenti sul territorio. “Non è più il tempo della prima accoglienza, ma di attivarsi in favore dell’integrazione e dell’inserimento lavorativo dei titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari che rischiano a breve di trovarsi in condizioni di irregolarità e di povertà assoluta”, si legge in una nota sottolineando che corridoi umanitari, seconde accoglienze e inclusione lavorativa sono alcune delle iniziative che la diocesi porterà avanti “senza il sostegno di fondi pubblici, ma contando esclusivamente sul volontariato e sulla generosità espressa dalle comunità cristiane. È evidente che la scelta non è dettata da ragioni di tipo economico, ma di pensiero, di obiettivi e stili con cui si intende guardare ed accompagnare queste persone, uomini donne e bambini, giunti in Italia dopo esperienze traumatiche e desiderosi, come tutti, di un futuro migliore per sé e per i propri familiari”. La Diocesi vicentina ritiene "non più prioritario” impegnarsi nella prima accoglienza dei migranti, “certa che lo Stato saprà farsi carico delle necessità dei richiedenti protezione internazionale secondo gli standard previsti dal diritto internazionale”, e si concentrerà su "nuove progettualità di accompagnamento per le persone straniere presenti in Italia, in possesso di regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, al fine di migliorare l’inclusione sociale e l’inserimento nel mondo del lavoro", come si legge nella nota a firma degli uffici Migrantes, Caritas, Pastorale sociale e Pastorale missionaria. La diocesi, attraverso le proprie strutture, non ha quindi partecipato ai bandi prefettizi per l’affidamento del servizio di accoglienza e assistenza e intende “volgere attenzione ed impegno per sviluppare nuove progettualità di accompagnamento per le persone straniere presenti in Italia, in possesso di regolare permesso di soggiorno per motivi umanitari, al fine di migliorare l’inclusione sociale e l’inserimento nel mondo del lavoro”. Nela nota “si incoraggiano le comunità cristiane ad intraprendere o continuare le esperienze parrocchiali o vicariali di accoglienza diffusa, che prevedano esperienze socio-relazionali accoglienti, casa, formazione professionalizzante, tirocini-lavoro, scuola di italiano”. Da qui l’invito a tutte le persone di buona volontà che “desiderano costruire una società più accogliente e solidale a coinvolgersi nelle iniziative territoriali a loro vicine” e a sostenere tutte le attività promosse “considerando che saranno progetti non sostenuti da fondi pubblici”.

Papa Francesco: Cristiane Murray vice direttore della Sala Stampa della Santa Sede

25 Luglio 2019 - Città del Vaticano - Cristiane Murray è la nuova vice direttrice della Sala Stampa della Santa Sede. La nomina questa mattina da parte di Papa Francesco. Nata il 10 marzo 1962 a Rio de Janeiro in Brasile, Murray è laureata in Amministrazione aziendale e Marketing alla Pontificia Università Cattolica di Rio de Janeiro. Lavora dal novembre 1995 presso la Radio Vaticana, in seguito incorporata nel Dicastero per la Comunicazione, dove tra l’altro ha curato la redazione dei notiziari circa l’attività della Chiesa missionaria nel mondo, e si è occupata di telecronache e radiocronache in diretta di cerimonie pontificie, Angelus e Udienze, prendendo parte a diversi viaggi internazionali del Papa. Dal 2018 collabora con la Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi nella preparazione dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica. A Cristiane Murray gli auguri di un proficuo lavoro. (R.Iaria)

Mons. Staglianò: l’amore più forte delle manette

25 Luglio 2019 - Milano - Le suore, preti e laici che la polizia americana ha arrestato nei giorni scorsi per essersi riuniti a Washington, per opporsi, pregando il Rosario, al trattamento “inumano” inflitto dall’amministrazione di Donald Trump ai bambini immigrati al confine tra gli Usa e Messico “sapevano di correre questo rischio ma a volte, come in questo caso, si arriva al momento in cui l’indignazione nei confronti del degrado umano che attraverso le leggi dello Stato viene perpetrato su esseri umani innocenti deve indurre i cattolici a dare testimonianza della propria fede anche rischiando il carcere”. A scriverlo è il vescovo di Noto e delegato della Conferenza Episcopale della Sicilia per le Migrazioni, Mons. Antonio Staglianò -  in un commento apparso oggi sulle pagine di Famiglia Cristiana ricordando che è quello che è accaduto agli inizi del cristianesimo quando per predicare Gesù Cristo gli apostoli “venivano incarcerati e trascinati davanti ai tribunali affermando che il loro compito era obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Quando il bambino non è rispettato e viene trattato da criminale per la sola ragione di essere migrante – scrive Mons. Staglianò - o viene ucciso nel grembo, vuol dire che il degrado umano è arrivato al massimo della sua espressione”. Per il presule siciliano queste persone hanno “compiuto un gesto spirituale e mistico, qual è la preghiera, che è valso il carcere. In questo modo hanno dimostrato concretamente che la fede cristiana non è qualcosa di intimistico ma ha una grande rilevanza pubblica. Bisogna creare coordinate culturali perché certi gesti possano essere compresi e giustificati e questi religiosi e uomini di buona volontà con la loro protesta mite lo hanno fatto. Non hanno annacquato il cristianesimo e hanno resistito all’inumanità che le politiche migratorie sovraniste della chiusura dei confini e dell’innalzamento dei muri stanno creando in tutto il mondo”. La testimonianza di Gesù – prosegue Mons. Staglianò dalle pagine del settimanale dei Paolini -  è stata quella di un amore sconfinato che ha corso scientemente il rischio di consegnarsi alla legge per essere condannato a morte, così mostrando l’amore vero, l’unico capace di custodire l’umanità tra gli uomini”.

Card. Montenegro: in Sicilia accogliere è una “cosa normale”

25 Luglio 2019 - Città del Vaticano - In una terra come la Sicilia, accogliere i forestieri “è una cosa normale” ma negli ultimi tempi la “politica è cambiata”: “si cavalca la sindrome della paura”, si chiude la porta, “soprattutto quella del cuore”. A dirlo, in una intervista a VaticanNews è l’arcivescovo di Agrigento, il card. Francesco Montenegro nel cui territorio cade l’isola di Lampedusa.  “Lampedusa è più vicina all’Africa che alla Sicilia e i lampedusani sono stati sempre abituati a sentir bussare alle porte. Erano marinai della Tunisia e loro li accoglievano in casa. È stata interessante l’accoglienza data agli immigrati, soprattutto a Lampedusa: su cinquemila abitanti, c’erano 10 mila immigrati”, dice il porporato: “chi non poteva fare qualcosa per loro metteva a disposizione il termos con il caffè o il thè in modo che chi aveva sete poteva bere. Faceva entrare il migrante in casa per prendere qualcosa da mangiare, per lavarsi. Qualcosa è cambiato, perché ultimamente la politica è cambiata: si cavalca la sindrome della paura. E in questa situazione qualcuno - proprio perché parlano tutti di paura, di terroristi - chiude la porta. Soprattutto chiude la porta del cuore. La disinformazione sta portando all’aumento della paura: la gente non è capace di giudicare la verità di quello che viene detto, per cui resta schiacciata e impressionata da quello che si dice. Noi come cristiani abbiamo il dovere di leggere questa realtà con il Vangelo: io non posso leggerlo con i canoni della politica”.  Il cardinale ricorda di essere stato ospite del presidente del Consiglio europeo. “Sono stato a Strasburgo, a Bruxelles. Sono stato anche a Ginevra a parlare perché ero presidente di Caritas e di Migrantes. Lì mi fu detto con estrema chiarezza: se tutti i Paesi non la pensano nella stessa maniera, è impossibile trovare soluzioni. Però la cosa più pesante è il fatto che l’Europa abbia messo al centro l’economia, la finanza: non c’è l’uomo”. Il problema non è la migrazione: è “l’ingiustizia sociale. C’è un’Europa – spiega il cardinale - che è responsabile di come va l’Africa: se l’Africa non va bene la gente la scappa è perché l’Europa ha giocato con le risorse e con le persone africane. Io, quando sento parlare i politici, sento parlare soltanto di bianchi e neri: il fatto che ci siano 245 milioni di migranti nel mondo, che qualcuno definisce come il sesto continente, è un problema legato all’essere bianco o nero oppure è il sintomo di qualcosa che non funziona? quale futuro ci sarà in queste nazioni dove stanno andando via tutti i giovani?”

Tv2000 prende il largo con gli “Angeli del mare”

25 Luglio 2019 - Roma – “Angeli del mare”. Questo il titolo di una trasmissione televisiva che andrà in onda dal 31 luglio ogni mercoledì (ore 20,45) su Tv 2000. La trasmissione, di Simone Gandolfo, racconterà la quotidiana assistenza ai barconi provenienti dall'Africa. La serie è stata realizzata in collaborazione con la Guardia Costiera, la Croce Rossa, Medici senza frontiere e con il patrocinio del Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale – sezione migranti e rifugiati -, di UNHCR e Save the children. Gli “Angeli del mare” sono donne e uomini della Guardia Costiera addestrati a intervenire in situazioni limite, in cui anche una piccola distrazione può essere fatale. Salvare la vita dei naufraghi non è infatti solo questione di tecnica, ma di cuore e di coraggio. La serie, realizzata nella base della Guardia Costiera di Lampedusa, racconta le vicende umane e professionali di tutti gli eroi di frontiera che attraverso il loro lavoro ed il loro servizio salvano bambini, donne e uomini spinti in mare dall'emergenza migratoria che dal Nord-Africa si sposta verso l’Europa.  

Veneti nel Mondo: a Belluno la Consulta e il Meeting dei giovani

25 Luglio 2019 - Belluno – Sarà la città di Belluno ad ospitare, da oggi al 28 luglio, la Consulta e il Meeting dei veneti nel mondo. Si tratta dell’appuntamento più importante dell’anno per gli emigrati veneti, in cui verranno affrontate le problematiche e le opportunità dell’emigrazione veneta. Un’emigrazione che ha una storia secolare e che continua ad essere presente. Quattro giornate intense, che si svolgeranno nella sede della Provincia di Belluno, e che si concluderanno domenica 28 luglio, in Cansiglio, con la “Giornata dei Veneti nel mondo”. Nella giornata di oggi,  25 luglio, i lavori in mattinata, a Palazzo Piloni, prevedono  il saluto dell’assessore regionale al sociale e alla sanità, con delega ai flussi migratori, Manuela Lanzarin. Lo stesso assessore è presidente della Consulta e sarà supportata dal vice presidente Luciano Alban, presidente della Caves. Il lavori continueranno per l’intera giornata di venerdì 26 luglio, per concludersi sabato 27 a Cibiana di Cadore, con una visita al paese dei murales. “La Consulta e il Meeting sono l’espressione dei nostri Veneti nel Mondo - spiega il presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo, Oscar De Bona - e mi auguro che da questi incontri possano nascere delle critiche costruttive affinché il nostro associazionismo possa essere sempre più supportato dalla Regione Veneto”.    

Friulani nel mondo: a Tolmezzo l’incontro annuale

25 Luglio 2019 - Udine – Sarà Tolmezzo a ospitare, sabato e domenica prossima, la XVI Convention dei friulani nel mondo promossa dall’associazione Friuli nel Mondo, con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia e del Comune di Tolmezzo. Al centro della convention il tema  “L'ingegno dei carnici, patrimonio del Friuli e del mondo”. A dare il benvenuto il sindaco di Tolmezzo Francesco Brollo. Dopo l’introduzione di Adriano Luci, presidente dell’Ente Friuli nel Mondo, alcuni dati sui friulani nel mondo e gli interventi, fra gli altri, di: Angelo Floramo su “Carnia, terra femmina e controcorrente. Il ruolo fondamentale delle donne nella definizione dell’oikos”; Gian Paolo Gortani su “L’ingegno carnico nell’industria”; Catherine Tamussin  “La bulzuto bielo pal mont…l’ingegno delle lingue”; Iginio Piutti “I Carnici Callido et sagaci ingenio’ di Q. Ermacora”. A moderare Giacomina Pellizzari del Messaggero Veneto . Domenica, 28 luglio, l’annuale incontro dei friulani nel mondo che partirà in mattinata con il raduno in piazza XX Settembre e l’intitolazione del parcheggio di via Divisione Garibaldi all' “Emigrante Carnico”. Alle 11 la messa nel Duomo di Tolmezzo presieduta da Mons. Andrea Bruno Mazzoccato, arcivescovo Udine.  Alle ore 12 i saluti delle Autorità in piazza XX Settembre.

Mons. Delpini: serve “gente di pace”

24 Luglio 2019 -

Milano - Celebrazione molto speciale quest’anno per la festa di san Charbel, grazie alla presenza dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini alla Messa celebrata domenica scorsa nella chiesa di Santa Maria della Sanità, affidata, dal novembre 2014, dalla diocesi ambrosiana alla comunità maronita. All’Eucarestia, celebrata in arabo, italiano e aramaico (la lingua parlata da Gesù), partecipano centinaia di fedeli, in stragrande maggioranza milanesi, preceduti dal consolo generale del Libano, Walid Haidar. Segno, questo, della grande devozione in Italia nei confronti di san Charbel Makhluf (1828-1898), monaco del Monte Libano che Paolo VI ha voluto beatificare alla vigilia della chiusura del Concilio Vaticano II, il 5 dicembre 1965 e, poi, canonizzare, il 9 ottobre 1977.

«Alcuni testimoni riferirono di aver visto una luce abbagliante uscire dalla tomba di san Charbel», ha esordito l’arcivescovo, riferendosi al primo dei tantissimi miracoli (oltre 1300 guarigioni ricevute grazie alla sua intercessione) operati dal santo che ha trascorso la sua intera vita eremitica «nell’umiltà e nel nascondimento», ma che tuttavia «ha rivelato tutta la sua potenza al popolo maronita e a tutti coloro che nel mondo ricorrono a lui». «Celebriamo – ha aggiunto Delpini – la festa di san Charbel, uomo trasfigurato in luce e preghiamo che interceda per noi, perché anche noi siamo avvolti dalla luce. Invochiamo la luce che ci aiuti ad essere gente di pace, anche nei momenti in cui sembra inevitabile dare sfogo all’esasperazione, anche nelle terre dove sembra che la zizzania abbia invaso tutto il campo». «La santità di san Charbel – ha concluso l’arcivescovo di Milano – è dono di riconciliazione per il suo popolo; la sua intercessione ha ottenuto al suo popolo di essere un popolo che ama la pace, anche là dove si vive tra le guerre, laddove ci sono ingiuste prepotenze e dove la minaccia è sempre incombente». La celebrazione secondo la liturgia antiocheno-maronita ha visto anche il rito di benedizione dell’acqua – molti i fedeli arrivati con ampolle e bottiglie –, la processione all’interno della chiesa con la statua lignea del santo, e la benedizione con la sua reliquia arrivata dal Libano. «Un’immagine concreta della Chiesa dalle genti», ha sottolineata don Assaad Saad, guida della comunità libanese, richiamando il Sinodo minore diocesano. La chiesa di Santa Maria della Sanità è, infatti, diventata «un’oasi che raccoglie diversi fedeli di lingua araba del Medio Oriente che vivono a Milano e in Lombardia: libanesi, siriani, giordani, iracheni; e quindi non solo maroniti, ma anche caldei, melchiti, latini e grecoortodossi. Sentiamo la bellezza dell’unità nella diversità e di essere un piccolo laboratorio del Sinodo». Don Assaad ha ricordato ancora la prima reazione dei milanesi alla concessione della chiesa alla sua comunità. «Chi sono i maroniti? Sono cattolici? La loro Messa è valida anche per noi ambrosiani? Qualcuno, vedendo delle scritte in arabo sul portone della chiesa, si domandava se fosse stata data in gestione ai musulmani».

Mons. Lorefice a Biagio Conte: il tuo messaggio di speranza e accoglienza possa raggiungere le nazioni e gli organismi europei, così bisognosi di una rinnovata conversione

24 Luglio 2019 - Palermo - “Condivido pienamente ciò che hai scritto e unisco il mio dolore al Tuo per i tanti, troppi, fratelli scartati da questa società che sembra sempre più assumere l’istanza della chiusura come suo peculiare ‘statuto’”. E’ quanto scrive in un messaggio l’arcivescovo di Palermo, Mons. Corrado Lorefice a Biagio Conte sostenendo il suo pellegrinaggio a piedi verso le istituzioni europee. Mons. Lorefice dice di aver “letto con particolare commozione” le parole che Conte gli ha scritto nei giorni scorsi “in questo pellegrinaggio ‘profetico’ che stai percorrendo sulle strade della nostra Europa”: “accompagnerò ogni tuo passo con la mia paterna preghiera e la mia costante attenzione”. “Lo spirito di arroganza e discriminazione non può essere accolto da chi ha scelto di vivere la propria esistenza secondo l’insegnamento del Signore Gesù che per noi si è spogliato di ogni cosa divenendo Lui stesso uno straniero, un pellegrino. Noi cristiani – scrive Mons. Lorefice - siamo discepoli di un Maestro che non ha nido né tana, come i tanti fratelli e sorelle lasciati oltre i muri e i confini imposti dall’uomo e in cui siamo chiamati a riconoscere, come sottolinea il Vangelo di Matteo, i Suoi stessi lineamenti, ‘l’avete fatto a me’”. Infine, da Mons. Lorefice una benedizione su Biagio Conte, perché “sia il Signore stesso a guidarti lungo questo cammino e il tuo messaggio di speranza e accoglienza, impregnato di profumo evangelico, possa raggiungere le nazioni che visiterai e gli organismi europei, così bisognosi di una rinnovata conversione”.

Da oggi a Roma la conferenza degli Ambasciatori italiani nel mondo

24 Luglio 2019 - Roma – Ha preso il via questa mattina a Roma la XIII Conferenza degli ambasciatori e delle ambasciatrici d’Italia nel mondo sul tema “La politica estera italiana verso l’orizzonte 2030 tra continuità e cambiamento”. Questa mattina l’avvio con “Diplomazia per l’Italia - Sicurezza e crescita in Europa e nel mondo”, una serie di panel che hanno spaziato dagli scenari geopolitici in cui l’Italia è protagonista alle sfide per lo sviluppo sostenibile e a quelle della globalizzazione, con l’intervento di vari ambasciatori. Nel pomeriggio di oggi interventi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e del segretario generale della Farnesina, Belloni. Venerdì mattina per la sessione conclusiva l’intervento del presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte.

Questione di sguardi

24 Luglio 2019 - Roma - Tre adolescenti su dieci dichiarano di avere l’ansia prima di pubblicare una foto sui social, per paura che possa non piacere o venga criticata. Il 66% di loro controlla minuziosamente chi mette like ai post pubblicati e anche chi guarda le loro storie. I dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza. raccontano di ragazzi insicuri, appesantiti dal timore del giudizio degli altri e vincolati alla popolarità di quanto pubblicano in rete. Significativamente – anche se sa pure di resa – Instagram sta iniziando a nascondere i like sotto le immagini e i video pubblicati. La Chiesa, scriveva Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest'anno, è “una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui “like”, ma sulla verità, sull’amen, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri”. Alla nostra responsabilità di educatori far sì che i nostri ragazzi si sentano guardati, amati e stimati per quello che sono, non per come si presentano o vengono considerati sui social. (Ivan Maffeis)  

Gli italiani che hanno costruito il Brasile

24 Luglio 2019 - Milano - Il Brasile l’hanno costruito gli immigrati. Prima i portoghesi, poi gli schiavi africani e quindi, dopo il distacco dal Portogallo, nel 1822, gli europei. Soprattutto gli italiani. Quando il governo decise di riconoscere l’enorme debito di riconoscenza che ci era dovuto, scelse la città di Caxias do Sul. Qui il presidente Getulio Vargas inaugurò nel 1954 il grandioso Monumento nazionale all’immigrato sul quale campeggia la scritta «A nação brasileira ao imigrante». Perché proprio Caxias? Perché in questa città che ora supera il mezzo milione di abitanti, nella quale tutto, a partire dai cognomi, tradisce l’origine peninsulare, incuneata nella zona di montagna del Rio Grande do Sul, nel lembo meridionale del Brasile, a 800 metri di altitudine, è avvenuto uno dei più riusciti e straordinari trapianti di popolazione dell’intera storia migratoria. Una vicenda epica, che merita di essere meglio conosciuta. Oggi Caxias è uno dei centri più ricchi e industrializzati di tutta l’America latina, con colossi produttivi come la fabbrica di autobus Marcopolo, quella di camion e vagoni ferroviari Randon, aziende vinicole e agroalimentari poderose. Ma ancora a fine ’800 non era che un remoto villaggio di contadini che lavoravano come matti per disboscare la foresta e mettere insieme due pasti al giorno. Attorno c’era il vuoto. Tutto il Brasile non aveva che dieci milioni di abitanti (1872) e il Rio Grande do Sul (esteso poco meno dell’Italia) meno di mezzo milione, dislocati sulla costa atlantica. La zona di montagna, la Serra Geral coperta da incontaminate foreste di araucaria dove ora sorge Caxias, era terra di nessuno, abitata solo da animali e da residue tribù indigene. Il governo decise così di iniziare una massiccia politica immigratoria dall’Europa per riempire lo spazio e metterlo a coltura, ristabilire l’equilibrio fra la componente bianca e quella nera, che rischiava di diventare maggioritaria, affiancare la piccola proprietà contadina di lavoratori liberi alle immense proprietà terriere di origine portoghese, fondate sul lavoro schiavo. Il territorio più delicato era proprio il Rio Grande, il più fertile, percorso da fremiti separatisti mai sopiti anche dopo la fine della Guerra dei Farrapos (1835-1845), quella in cui si era infilato Garibaldi dopo la fuga dal Piemonte. Qui, nella serra, fu delimitata una zona coloniale vasta più o meno come la Val Padana, e vi fu indirizzata, negli ultimi decenni dell’800, una parte della folla di emigranti italiani che dopo l’Unità fuggivano dalla miseria delle campagne per cercare terra e lavoro nel nuovo mondo. Dopo un viaggio sfibrante – via oceano fino a Santos e da Santos a Porto Alegre, quindi via fiume e poi a piedi fino alla zona coloniale – approdarono in queste montagne circa settantamila famiglie, per la maggior parte provenienti dal Veneto. Ricevettero lotti di terreno mal delimitati nei boschi, gli attrezzi indispensabili per disboscare e seminare e fu detto loro di arrangiarsi. I primi anni furono drammatici. «È doloroso, è orribile il seguire gl’infelici emigranti nel loro Calvario», scrivono gli ispettori italiani che dal consolato di Porto Alegre cercavano di seguirli e inviavano relazioni al nostro ministero degli Esteri proponendo misure a loro favore, sempre disattese. Qui, invocano i consoli, occorrono maestri elementari, medici, una linea diretta di navigazione fra Genova e Porto Alegre. Qui sta nascendo una nuova Italia che contribuisce con le rimesse alla ricchezza nazionale (incredibilmente, questa gente risparmiava e mandava denaro in Italia) e chiede soccorso. Invece non fu fatto nulla. I coloni fecero tutto da sé. Molti «vivono in uno stato semiselvaggio, non osano mostrarsi quando passa un viaggiatore». A salvarli fu il clima sano di montagna, ventilato, con stagioni ben differenziate. E poi la coesione famigliare, la solidarietà reciproca, il senso religioso forte che avevano portato dall’Italia. L’isolamento mantenne viva la lingua, la parlata dialettale veneta (nessuno parlava italiano), che è sopravvissuta e oggi è riconosciuta per legge come patrimonio culturale del Rio Grande, il talian. Più forte della disperazione fu tuttavia la libertà da ogni servitù che offriva loro il Brasile, la prospettiva della proprietà della terra che era stata negata loro in Italia. Già alla vigilia della Grande Guerra, una quarantina d’anni dopo i primi arrivi, la zona era irriconoscibile. Dove c’era prima la foresta, ora c’erano paesi, strade, coltivazioni, un’attiva rete di scambio. La vite, prima sconosciuta in Brasile, era entrata definitivamente nel ciclo produttivo locale e Caxias svettava fra le colonie come il centro più prospero e vivace. «Predominano le case di legno – scrive il console italiano Giovanni Battista Beverini nel 1912 – tutto, in esse, vi dà l’idea del lavoro febbrile, materiale; nulla, neppure il letto, offre l’idea del riposo». I lotti di terreno erano stati riscattati e avevano fatto nascere una nuova classe di piccoli proprietari. A prezzo di inenarrabili sacrifici era avvenuto esattamente quello su cui aveva puntato il governo creando la colonia italiana: era nato un inedito modello sociale di lavoratori autonomi, di piccoli imprenditori, sconosciuto nel vecchio Brasile portoghese a economia servile. Una cesura si ebbe quando divenne presidente Getulio Vargas. Per unificare i tanti Brasili che convivano nel suo immenso Paese progettò l’“Estado novo” con una forte impronta autoritaria e misure che limitavano le manifestazioni di autonomia. Quando poi scese in guerra contro l’Asse, nel 1942, l’uso in pubblico dell’italiano (e del tedesco) divenne un reato. Per molti vecchi immigrati, che non avevano mai imparato il portoghese e parlavano solo il dialetto veneto, queste misure apparvero quasi un tradimento. È per riparare quel torto che lo stesso Vargas, tornato al potere dopo la guerra, volle andare a Caxias a inaugurare il monumento all’immigrato. Delle sofferenze d’un tempo rimane ormai solo il ricordo, anche se l’espressione “colonia” continua ad essere usata per indicare il vecchio territorio italiano. A tenere viva la memoria delle origini oggi c’è la “Festa da uva”, un evento di rilievo nazionale che richiama centinaia di migliaia di persone a Caxias, una delle città più prospere e produttive di tutto il Sudamerica. I discendenti di quei contadini analfabeti sono diventati la classe dirigente del Rio Grande do Sul, al quale hanno dato, nel dopoguerra, sette governatori e una nuova generazione di storici, sempre più attivi nelle università, a partire proprio da quella di Caxias, fondata nel 1967. I loro studi, dopo quelli pionieristici di Rovilio Costa (1937-2009), tendono a dimostrare come l’emigrazione europea (italiana in primis) e la colonizzazione non rappresentino una storia minore, una sorta di versione americana di quella che noi chiamiamo storia locale, ma siano, al contrario, parte integrante e decisiva del processo di costruzione della nazione e dello Stato. La tesi che se ne può ricavare è tanto suggestiva quanto innovativa per la cultura nazionale: il Brasile moderno non è un paese monocentrico (Rio de Janeiro, San Paolo, la Bahia) ma policentrico, tuttora in divenire, alla cui costruzione hanno contribuito e contribuiscono tanto le componenti tradizionali, di origine coloniale, quanto quelle derivate dall’emigrazione. Come dire: la Festa dell’uva è costitutiva dell’identità del Brasile non meno del Samba di Rio o della Capoeira o della letteratura del Sertão. E così gli italiani, dopo aver rifuso la società e trasformato l’economia del Paese che li ha accolti, ne stanno ora modificando la percezione culturale. (Gianpaolo Romanato - Avvenire)  

Tv2000: dal 29 luglio un viaggio nel vocabolario di Papa Bergoglio

24 Luglio 2019 - Roma - Periferie, clericalismo, scarto, ponti. Sono alcune delle parole più ricorrenti di Papa Francesco su cui Tv2000 ha costruito 21 puntate speciali della trasmissione “Il Diario di Papa Francesco”, condotta da Gennaro Ferrara, in onda dal 29 luglio al 30 agosto dal lunedì al venerdì alle ore 17.30. Un viaggio nel vocabolario di Papa Francesco, alla ricerca del significato specifico che alcuni termini ricorrenti assumono nel suo magistero. In ogni puntata si analizzano tre parole. Il mercoledì è, invece, come sempre, dedicato alle udienze generali e alla catechesi del Papa. Tra le parole anche il termine “migranti”: se ne parlerà il 16 agosto. E poi accoglienza il 29 agosto.

Liguria: il Consiglio regionale approva il Programma Emigrazione 2019

24 Luglio 2019 - Genova – Il Consiglio regionale della Liguria ha approvato all'unanimità il “Programma degli interventi regionali in materia di emigrazione 2019”che  prevede l’istituzione di un bando aperto per le manifestazioni organizzate da Enti pubblici e Associazioni private inerenti all’emigrazione. Il Bando verrà pubblicato sul sito della Regione Liguria nell’apposita sezione dedicata ai bandi ed agli avvisi regionali al fine di acquisire le “domande” di candidatura dei soggetti, le progettazioni corredate di piano finanziario e tutti gli elementi necessari. Il consiglio ha anche approvato un ordine del giorno che impegna la giunta a prevedere una priorità per l’accoglimento delle domande “contributo di rientro” presentate dai cittadini di origine ligure che dovessero rientrare dal Venezuela.

Scalabriniane: immorali motivazioni attorno ad arresto religiosi e laici negli Usa

24 Luglio 2019 - Roma - “Quanto accaduto a Washington ha motivazioni immorali. E non ci stancheremo mai di dire il termine ‘immorale’, lo stesso che ha usato la 90enne suor Pat Murphy, che insieme a frati, sacerdoti e laici ha protestato all’interno del Senato americano ed è stata arrestata. Noi ci stringiamo con affetto attorno a suor Pat e a tutti coloro i quali piangono per scelte immorali contro gli immigrati”. A parlare è suor Neusa de Fatima Mariano, superiora generale delle suore scalabriniane aggiungendo che è “immorale il trattamento che l’amministrazione Usa sta infliggendo ai bimbi migranti che si trovano al confine con il Messico. E’ immorale che una suora, in preghiera, venga schedata dalle forze dell’ordine – aggiunge - E’ immorale che in un luogo che dovrebbe essere il simbolo della democrazia nel mondo si pensi che un segnale di protesta democratica debba essere sedato con fermi e arresti. E’ immorale il trattamento che subiscono i migranti nei centri di detenzione. E’ immorale che ci siano ‘frontiere calde’ nel mondo, dove invece di accogliere si costruiscono muri. Tutto ciò è immorale e disumano. E noi siamo con sr. Pat e  le consorelle della Misericordia, impegnate in quei luoghi per portare un messaggio di carità cristiana”.

Vescovi El Salvador: i migranti non vanno criminalizzati, occorre affrontare le cause alla base

24 Luglio 2019 - San Salvador – “Siamo preoccupati per la gravissima situazione in cui centinaia di migliaia di connazionali vivono attualmente negli Stati Uniti. Pensiamo, prima di tutto, a coloro che sono in pericolo di essere espulsi e a coloro che si trovano al confine di quel Paese, in condizioni deplorevoli”: lo afferma una dichiarazione della Conferenza episcopale di El Salvador che domenica 21 luglio è stata resa nota dall'arcivescovo di San Salvador, Mons. José Luis Escobar Alas, durante il suo consueto incontro domenicale con i giornalisti. Mons. Escobar Alas, riferisce l’agenzia Fides, ha evidenziato che lo Stato deve progettare politiche incentrate sulla soluzione della crisi migratoria, nonché per la protezione e la difesa dei diritti di coloro che migrano, perché non è giusto che siano criminalizzati. Per la Chiesa cattolica, il fenomeno dell'immigrazione deve essere affrontato alla base, concentrandosi sulle cause che lo generano, in particolare la violenza e la povertà. Il pronunciamento della Conferenza Episcopale è stato reso noto mentre era in visita in El Salvador il Segretario di Stato americano Mike Pompeo. Visita che dovrebbe portare benefici alla popolazione, ha auspicato l’arcivescovo. I Vescovi, e la comunità salvadoregna sono rimasti particolarmente, scrive Fides, toccati dal caso di Oscar Alberto Martínez e della sua piccola figlia Valeria, morti annegati mentre cercavano di attraversare il Rio Grande, una tragedia catturata in una fotografia che ha provocato indignazione in tutto il mondo. “Siamo profondamente preoccupati per la situazione dei bambini che soffrono nei centri di detenzione tutti i tipi di abusi e, soprattutto, la separazione dei loro genitori. Questa situazione può causare danni psicologici irreparabili” aggiungono i Vescovi nella loro dichiarazione. El Salvador è apparso sulle prime pagine dei giornali per il fenomeno dell’emigrazione verso gli Stati Uniti, purtroppo a causa degli ultimi migranti morti alla frontiera sud di questo paese. Inoltre la stampa americana ha appena annunciato che l'amministrazione Trump amplierà il programma di espulsione accelerata (expedited removal) a livello nazionale che attualmente si applica solo entro 100 miglia dal confine. Un memorandum del Dipartimento per la sicurezza nazionale (DHS), pubblicato ieri lunedì 22 luglio nel registro federale, rivela che verrà accelerata in modo drammatico l’espulsione degli immigrati dichiarati inammissibili negli Stati Uniti. Il presidente di El Salvador, Nayib Bukele, ha recentemente affermato che, secondo le statistiche fornite dal governo degli Stati Uniti, le carovane di migranti sono costituite per il 40% da honduregni, un altro 40% da guatemaltechi, l'8 o il 9% da migranti da altri paesi e solo dall'11% di salvadoregni. Si stima che oltre 2,5 milioni di salvadoregni vivano negli Stati Uniti, di cui 179.000 hanno uno status di protezione temporanea (TPS). L'ultima proroga del TPS scadrà a settembre 2019.

Ismu: cristiani la maggioranza degli stranieri in Italia

23 Luglio 2019 -

Milano - Secondo le più recenti elaborazioni della Fondazione Ismu su dati Istat e Osservatorio Regionale per l'integrazione e la multietnicità (Orim), gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2019 che professano la religione cristiana rimangono i più numerosi (due milioni e 815mila fedeli – pari al 53,6% del totale dei residenti stranieri – tra cattolici, ortodossi evangelici e altri cristiani), seguiti dai musulmani (un milione e 580mila fedeli). Passando all’analisi delle singole appartenenze religiose rispetto alla stessa data del 2018 cambiano invece le posizioni in classifica: quest’anno al primo posto, anziché i cristiani ortodossi, troviamo i musulmani che rappresentano il 30,1% degli stranieri residenti in Italia (nel 2018 erano il 28,2%), i cristiani ortodossi quindi slittano al secondo posto (29,7%, pari a un milione e 560mila), in terza posizione poi troviamo i cattolici (18,6%, pari a 977mila). Passando alle religioni di minor importanza quantitativa tra i residenti stranieri si stimano 183mila (pari al 3,5% sul totale degli stranieri residenti) cristiani evangelici, 136mila (2,6%) buddisti, 114mila induisti (2,2%), 80mila (1,5%) persone di altre fedi cristiane, 49mila sikh (0,9%), 16mila (0,3%) copti.

Per l’Ismu è rilevante la crescita degli stranieri atei o agnostici, stimati in più di mezzo milione di unità (al 1° gennaio 2018 erano 331mila).

Dall’analisi delle stime emerge quindi che, mentre gli stranieri musulmani residenti risultano in aumento 127mila unità rispetto al 2018 (anno in cui erano stimati in 1 milione e 453mila), i cristiani nel loro complesso invece diminuiti di 145mila unità (nel 2018 erano stimati in due milioni e 960mila), pur mantenendo ancora nettamente il ruolo di principale religione professata dagli stranieri (se nel 2018 rappresentavano il 57,5% del totale degli stranieri, nel 2019 rappresentano il 53,6%).

È importante segnalare che non tutte le fedi cristiane sono in diminuzione: fanno eccezione infatti gli evangelici che, a differenza di ortodossi, cattolici e copti e altri, sono aumentati di 52mila unità rispetto al 2018, anno in cui se ne stimavano 131mila.

Il nuovo assetto delle appartenenze religiose – si legge in una nota dell’Ismu - si spiega in primo luogo perché dal conteggio dei residenti stranieri al 1° gennaio 2019, sono stati esclusi i 112.523 stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana durante il 2018 e in secondo luogo perché i diversi flussi migratori nazionali presentano un saldo netto tra arrivi in Italia e ripartenze probabilmente maggiore nell’ultimo anno per musulmani e cristiani evangelici, che non per gli altri cristiani.

Per quanto riguarda le provenienze si stima che la maggior parte dei musulmani stranieri residenti in Italia abbia cittadinanza marocchina (440mila), seguiti da quella albanese (226mila), bangladesha (141mila), pachistana (106mila), egiziana (111mila). Passando ai cattolici stranieri, si stima che la maggior parte abbia cittadinanza rumena (162mila), seguita da quella filippina (159mila). Tra i cristiani ortodossi stranieri al primo posto ritroviamo i cittadini rumeni (965mila), seguiti dagli ucraini (200mila).

Comece: “la protezione internazionale strumento concreto di solidarietà nei confronti di chi subisce persecuzioni o violenze nel proprio Paese”

23 Luglio 2019 - Bruxelles -  Ci sono “obblighi legali che vanno rispettati” quando una persona cerca protezione internazionale all’interno di uno Stato. Lo ricorda oggi, in una nota, la Commissione degli episcopati dell’Ue (Comece), in relazione alla recente pubblicazione del Rapporto 2019 sull’asilo a cura dell’Ufficio Ue per il sostegno all’asilo (Easo). Dal Rapporto emerge che nel 2018 ci sono state 664.480 domande nei 28 Paesi Ue, il che rappresenta un calo del 10% rispetto al 2017. Un terzo delle domande riguardava minori. In Germania, Francia, Grecia, Italia e Spagna sono state presentate i tre quarti delle domande, ma i Paesi che hanno ricevuto più domande rispetto al numero di abitanti sono state Cipro, la Grecia, Malta, il Liechtenstein e il Lussemburgo. Di tutte le domande presentate, il 39% è stata accolta (il 7% in meno rispetto al 2017). “La protezione internazionale è uno strumento concreto di solidarietà nei confronti di coloro che subiscono persecuzioni o violenze nel proprio Paese”, ricorda oggi la Comece, che “incoraggia gli Stati membri dell’Ue a porre la dignità umana al centro delle loro politiche di asilo e delle decisioni giudiziarie e amministrative”.    

Non dimentichiamo gli sfollati ambientali

23 Luglio 2019 - Roma – La questione climatica – e i problemi ambientali a essa connessi – è ormai una realtà evidente non solo nel mondo accademico e scientifico ma anche a livello politico e sociale. Se l’interesse nei confronti del cambiamento climatico sta aumentando, rimane, tuttavia, limitata l’attenzione verso le sue principali vittime: i poveri. Sono soprattutto loro, infatti, a subire maggiormente gli effetti negativi del cambiamento climatico avendo minori capacità di resilienza al problema. Con possibilità molto ridotte di fronteggiare disastri repentini e violenti – alluvioni, tsunami ecc. – e/o cambiamenti ambientali lenti ma costanti – l’innalzamento del livello delle acque degli oceani, la desertificazione ecc. – gli abitanti dei paesi economicamente svantaggiati sono costretti a emigrare: è a rischio la stessa sopravvivenza. L’Internal Displacement Monitoring Centre e il Norwegian Refugee Council parlano di 17,2 milioni di persone scappate nel 2018 a seguito di disastri ambientali: una cifra superiore ai 10,8 milioni di spostamenti dovuti a conflitti. Si tratta, dunque, di numeri importanti. Non solo, si parla soprattutto di esseri umani che ad oggi sono senza riconoscimento giuridico né tutela perché non hanno né i requisiti – soprattutto la persecuzione – previsti della Convenzione di Ginevra per ottenere l’asilo politico né leggi internazionali ad hoc che li proteggano. Il problema, ad ogni modo, c’è ed è destinato ad aumentare. Di fronte ad esso la comunità politica internazionale – e purtroppo anche quella scientifica – è divisa e molti paesi fanno appello alla sovranità nazionale per evitare la definizione di leggi vincolanti in favore dei migranti ambientali. Un’estensione della tutela prevista dalla Convenzione di Ginevra nei confronti di chi fugge a causa del cambiamento climatico e di problemi ambientali non è considerata possibile: il rischio di favorire una maggiore chiusura da parte degli Stati verso i rifugiati in generale è troppo elevato. Il pensiero degli Stati si muove, infatti, tra logiche ambigue connesse agli umori e alle incertezze dei vari elettorati: se i cittadini sono ostili all’arrivo di immigrati o richiedenti asilo – perché in loro vedono solo nemici e potenziali concorrenti – la classe dirigente si adopererà quasi esclusivamente nella promozione di leggi volte alla chiusura delle frontiere, preferendo non intraprendere provvedimenti legislativi ritenuti politicamente “scomodi”. Una voce in favore dell’accoglienza e della tutela dei migranti o rifugiati ambientali viene dalla Chiesa cattolica. Di fronte ai dibattiti e agli scontri scientifici e istituzionali sulla questione la Chiesa ribadisce il dovere dell’accoglienza e la necessità di riconoscere nel migrante un frater e non un nemico e nel creato un dono che Dio ha fatto a tutta l’umanità, affinché lo custodisse e non dominasse. L’invito di papa Francesco, come del resto anche quello dei sui predecessori, è quello di non dimenticare chi fugge a causa del cambiamento climatico e di disastri ambientali. (Carlotta Venturi)