Primo Piano

Papa Francesco prega per coloro che svolgono servizi funebri

25 Aprile 2020 - Città del Vaticano – Il papa prega per coloro che svolgono servizi funebri. “Preghiamo insieme oggi per le persone che svolgono servizi funebri. È tanto doloroso, tanto triste quello che fanno, e sentono il dolore di questa pandemia così vicino. Preghiamo per loro”, ha detto nell’introduzione della messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha parlato, poi, nell’omelia, della testimonianza cristiana partendo dal Vangelo odierno che racconta dell’apparizione di Gesù ai discepoli e ala sua esortazione ad andare in tutto il mondo per proclamare il Vangelo a ogni creatura. E’ la “missionarietà della fede. La fede, o è missionaria o non è fede”, ha detto papa Francesco sottolineando che “la fede non è una cosa soltanto per me, perché io cresca con la fede: questa è un’eresia gnostica. La fede sempre ti porta a uscire da te. Uscire. La trasmissione della fede; la fede va trasmessa, va offerta, soprattutto con la testimonianza”. La fede “necessariamente ti porta fuori, ti porta a darla, perché la fede va trasmessa essenzialmente. Non è quieta”, ha sottolineato ancora Papa Francesco: “la fede sociale, è per tutti” e questo “non vuol dire fare proselitismo, come se io fossi una squadra di calcio che fa proselitismo o fossi una società di beneficenza. No, la fede è ‘niente proselitismo’” ma “far vedere la rivelazione, perché lo Spirito Santo possa agire nella gente con la testimonianza, e come testimone con servizio”. Per il papa la fede “va trasmessa, ma non per convincere” ma per “offrire un tesoro”.

R.Iaria

   

Piccoli migranti protagonisti di un video sull’identità italiana

24 Aprile 2020 - Roma - I bambini e i ragazzi migranti che vivono a Mondo Migliore, centro accoglienza per migranti nei pressi di Rocca di Papa, assieme agli operatori della Cooperativa Auxilium, hanno realizzato un video per celebrare il 25 aprile e quel sentimento di libertà che è alla base dell’identità nazionale italiana. “Un 25 aprile che ci auguriamo sia l’inizio di una nuova ricostruzione sociale ed economica – si legge in una nota –. Anche questi ragazzi, che con le loro famiglie sono arrivati in Italia da tanti Paesi del Mondo, si sentono parte della nostra comunità civile, e anche per loro 25 aprile vuol dire libertà, partecipazione, solidarietà”. Con questo video Auxilium ha voluto aderire alla maratona social lanciata dall’associazione Articolo21. “La festa della Liberazione – spiega il fondatore della Cooperativa Auxilium, Angelo Chiorazzo – ci ricorda che la democrazia è per tutti la possibilità di essere protagonisti del nostro futuro. E in particolare, quest’anno, il 25 aprile ci ricorda che anche dalla notte più buia, insieme, possiamo uscire liberi”.  

Migrantes Cosenza-Bisignano: a servizio degli invisibili

24 Aprile 2020 -
Cosenza - C'è un piccolo grande mondo di invisibili che rischia di subire la beffa dopo il danno in questi giorni contrassegnati dall'emergenza Coronavirus, con persone costrette a casa, negozi, ristoranti e altre attività chiusi, trasporti ridotti al minimo. Quasi tutti sono rimasti senza lavoro, e, in difficoltà ad accedere alle procedure, rischiano di non avere acceso anche agli aiuti messi in campo dal governo nazionale. Drammi nel dramma su cui accende i riflettori l'ufficio Migrantes della diocesi di Cosenza-Bisignano, diretto da Pino Fabiano, che da giorni è impegnato assieme altri volontari per tendere una mano anche a questi ultimi tra gli ultimi, diffusi a macchia d'olio in città come a Rende, nel resto dell'area urbana e della diocesi. "Grazie a Dio s'è mossa tanta solidarietà, sia di matrice cattolica che laica, come Caritas, “Terra di Piero” e altri ancora. Tutti assieme stiamo mettendo in campo davvero una bella risposta, volto d'una comunità attenta e solidale", sottolinea  Fabiano che poi snocciola l'impegno della Migrantes nei confronti di chi rischia di essere penalizzato due volte: "Pensate alle badanti che erano impegnate nell'assistenza degli anziani. Se vivevano in casa con loro, hanno la fortuna di avere mantenuto un alloggio e il resto. Ma molte svolgevano servizio diurno e la sera tornavano nelle proprie abitazioni, magari anche in altri comuni. Hanno perso il lavoro e sono davvero in difficoltà. Sono in gran parte provenienti dall'Est europeo, quindi sono regolari ma non hanno nessuna garanzia. Né hanno attorno una famiglia che, stiamo vedendo per molti, garantisce ammortizzatori fondamentali. Inoltre gli stranieri spesso non parlano benissimo la nostra lingua, quindi non sanno districarsi tra richieste, domande e procedure di vario genere necessarie per ottenere gli aiuti stanziati", racconta il direttore Migrantes che non dimentica gli operai impegnati nei cantieri edili o i tanti che lavorano della ristorazione. Così come quanti vivevano di elemosina o piccole donazioni, anche loro in grandi difficoltà a causa delle difficoltà di movimento. Per fortuna il volontariato non fa differenza, mentre la legge sì. Non sono pochi gli interventi mirati anche al sostegno psicologico o più semplicemente umano nei confronti di quanto hanno bisogno anche solo d'una telefonata per spezzare la solitudine. (Domenico Marino - Gazzetta del Sud)

Castelvolturno: “un dono inaspettato dal Papa”

24 Aprile 2020 - Roma - Papa Francesco è intervenuto direttamente in favore della popolazione sofferente di Castel Volturno, comune campano che conta oltre 15mila immigrati di origine africana, donando 20 mila euro al Comitato di volontari che si è costituito per l’emergenza Covid-19. “Mi ha chiamato al telefono padre Konrad, l’elemosiniere del Papa – ci racconta padre Daniele Moschetti, missionario comboniano –  e mi ha chiesto ‘cosa possiamo fare per voi?’. Ha detto che il papa era contento per tutte le attività che portiamo avanti sia nell’emergenza che nella quotidianità, prima che scoppiasse la pandemia.  Io non sapevo cosa rispondere, e allora lui mi ha annunciato che avrebbe donato 20mila euro per le necessità più impellenti e che quel dono sarebbe stato il segno della vicinanza del Papa”. La somma è stata devoluta alla Caritas diocesana di Capua, che segue da vicino tutte le attività del Comitato Castel Volturno Solidale, e sarà impiegata per acquistare cibo, medicine, pannolini, bombole a gas e tutto ciò che serve. “Io avevo fatto circolare un messaggio con la richiesta di aiuto il lunedì di pasquetta, e il martedì mattina mi è arrivata questa telefonata inaspettata, mentre stavamo facendo le consegne dei pacchi, assieme  ai molti volontari”, spiega. Padre Daniele ha invitato l’elemosiniere ad andare a Castel Volturno, quando le condizioni lo permetteranno. Mentre parla con noi al telefono, il comboniano è sul campo: sta distribuendo pacchi alimentari, un’attività che prosegue ininterrottamente da quando  è iniziata l’emergenza. Fin da subito si è costituito il Comitato Castel Volturno solidale, composto da tutto l’associazionismo di stampo cattolico e non, presente nella cittadina. Ne fanno parte oltre alla Caritas, al centro Fernandes per immigrati, Emergency, le parrocchie, i comboniani ed altri gruppi. Ma il Comitato non agisce da solo, fa parte del Centro Operativo Comunale, cui afferiscono polizia municipale e servizi sociali. Si tratta insomma di una vera e propria task force tesa ad alleviare il disagio di centinaia di famiglie, sia italiane che straniere, che per via della quarantena, non lavorano e non hanno di che vivere. “Non è sempre facile lavorare tutti assieme, ma ci stiamo provando – dice ancora padre Daniele – E’ un esperimento e la finalità è quella di non lasciare sole le persone che altrimenti sarebbero emarginate. Non serve l’esercito in questo territorio, serve una visione. Ma cercheremo di collaborare fino a quando è possibile con il Comune”. (Ilaria De Bonis – Popoli e Missione)    

Mci Germania-Scandinavia: la comunità di Bad Homburg sostiene le richieste di aiuto di una parrocchia lombarda

24 Aprile 2020 - Bad Homburg – Il responsabile della Missione Cattolica italiana di Bad Homburg , in Germania, don Danilo Dorini ha raccolto la richiesta di aiuto da parte di un sacerdote lombardo, don Luca Piazzolla, parroco della parrocchia di San Giuseppe di Sesto San Giovanni, molto colpita dal coronavirus. Don Luca porta un aiuto alimentare a tutte quelle famiglie che in qualche modo sono state colpite dal Coronavirus, perché hanno perso un famigliare, perché sono rimaste senza lavoro o a causa di una separazione, dice don Dorini aggiungendo, a www.migrantesonline.it, che “per farci un quadro della gravità del momento don Luca ci ha descritto la situazione di almeno dieci casi: ad essere in difficoltà sono famiglie intere, coppie ma anche singole persone”. Questi dieci casi, che sono “solo una minima parte di chi ha bisogno, descrivono però quanto sia drammatica la situazione e quanto sia immenso il lavoro di aiuto richiesto alle varie istituzioni”. La Missione Cattolica Italiana di Bad Homburg ha quindi deciso di sostenere il grido della comunità la parrocchia di Sesto San Giovanni con una donazione direttamente alla parrocchia. Inoltre anche la chiesa locale tramite la diocesi di Limburg, ha dato un proprio contributo. La Mci di Bad Homburg assise pastoralmente oltre 4000 italiani residenti nel territorio. Per inviare direttamente il proprio contributo alla parrocchia S. Giuseppe utilizzare IBAN IT 72J0845320703000000120240 con causale: aiuto covid 19.

Raffaele Iaria

 

Don Maffeis: restituire serenità e dignità alla famiglia 

24 Aprile 2020 - Roma - In questi giorni, “sul tavolo della politica ci sono alcune misure per i figli”. Lo ricorda don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della CEI – in un video pubblicato sui media Cei - sottolineando che “se andranno in porto, al di là del loro valore monetario, saranno il segno che nella tempesta il Paese ha saputo fare un salto culturale atteso da tempo e inizia a mettere al centro la prima comunità naturale, alla cui tenuta è appeso il bene dell’intera società”. Dopo settimane “lunghe anni”, osserva don Maffeis, “il desiderio e la necessità di avviare la fase della riapertura attraversano ogni ambito”. Succede “come in montagna, quando la svolta del sentiero lascia finalmente intravvedere il rifugio”. In realtà, rileva il sottosegretario della Cei, “la meta rimane distante e la fatica di ogni passo, per tacere dei sassi nelle scarpe, non tarda a ricordartelo”. Così, spiega, “si parla di ripresa, ma si stenta a considerare che a portarne il carico maggiore sarà ancora una volta la famiglia: i nostri bambini, segnati da cicatrici invisibili ed esposti alla prospettiva di un’estate vuota; i nostri giovani, frenati nella possibilità di abbracciare progetti di vita; gli adulti, alle prese con preoccupazioni di lavoro e responsabilità da onorare”. È questa, evidenzia il sottosegretario della Cei, “la famiglia sul sentiero: famiglia reale, comunità affettiva ed educativa con le sue risorse e le sue fragilità, le sue ricchezze morali e le sue ferite relazionali”. “È troppo ricordare che questa realtà chiede opportunità e servizi, che contribuiscano a restituirle serenità e dignità?”, domanda don Maffeis per il quale “visto che le risorse messe in campo dal nuovo Decreto saranno pagate dalle generazioni di domani, corrispondere loro almeno un segno sarebbe soltanto un atto di giustizia”.    

Migrantes Porto Santa Rufina: 50 anni di servizio nel Matrimonio e 35 nel servizio della Chiesa per il direttore Crialesi

24 Aprile 2020 - Porto Santa Rufina - Cinquanta anni sono una vita intera e ci vorrebbe un libro intero per parlarne. Il nostro amore è nato nel lontano 1965 a Roma. Io avevo 22 anni e Luigia 16. Dopo quattro anni di fidanzamento ci siamo sposati il 15 aprile 1970, dopo aver partecipato al corso fidanzati nella Parrocchia “Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo ai Giardinetti, una borgata periferica di Roma sulla Via Casilina. Io lavoravo nelle Ferrovie dello Stato  prima come macchinista portavo a quel tempo i mezzi più veloci: l’Arlecchino e il Settebello erano meravigliosi andavamo a 180 km/ora sulla Roma – Napoli. Nel 1974 nacque Gian Maria e nel 1976 Stefano; nel 1979 ho vinto un concorso come geometra sempre nelle FS in Liguria dove siamo stati dal 1979 al 1982. Abitavamo a Lavagna in un grattacielo all’ottavo piano e si vedeva tutto il golfo del Tigullio, da Sestri Levante a Portofino. Un posto meraviglioso. Dopo esserci trasferiti a Roma, lavoravo al Ministero dei Trasporti come segretario tecnico di 1^ classe. Nel 1983 siamo venuti ad abitare a Ladispoli, dove avevamo acquistato un appartamento con i risparmi che avevamo fatto e con l’aiuto dei miei genitori e delle mie sorelle. A Ladispoli frequentavamo la Parrocchia Beata vergine del Rosario, il cui Parroco era don Adriano e le domeniche frequentavamo la santa messa domenicale. Qui i nostri due figli hanno ricevuto la Comunione nel 1985 e la Cresima nel 1987 dal Vescovo Mons. Diego Bona. Nel 1985 io e Luigia abbiamo partecipato a una catechesi per famiglie del Cammino Neocatecumenale, richiesta da don Adriano Furgoni che allora era il Parroco del Rosario. E' stata la svolta della nostra vita, abbiamo compreso con quella catechesi che il Signore Gesù ci chiamava a donare e servire con il nostro tempo libero non solo in famiglia ma anche nella Parrocchia del Rosario, come catechisti per i ragazzi che si preparavano per la Cresima. Con la formazione permanente ricevuta sia da don Adriano e i suoi collaboratori (don Italo Porro e don Paolo), che dal Cammino Neocatecumenale, abbiamo scoperto cosa significava aver ricevuto il Battesimo; un dono non da incorniciare, ma da mettere subito, con l’aiuto dello Spirito Santo, al servizio della Chiesa. Avevamo finalmente incontrato Gesù nella Chiesa, con la sua storia e quella dei suoi Santi. Ho frequentato la scuola Tisserant di Ladispoli dal 1985 al 1988, conseguendo il diploma che abilitava ai servizi nella Chiesa, nel 1988 mons. Diego Bona mi conferiva il ministero straordinario della Comunione e nel 1990 don Lino Fumagalli, allora direttore della scuola Tisserant, mi chiamava a partecipare e seguire il percorso formativo per il diaconato permanente che si apriva nella nostra Diocesi di Porto-Santa Rufina: Io non sapevo nemmeno cosa fosse il Diacono e cosa facesse nella Chiesa, ho accettato, condividendola con mia moglie Luigia anche nel servizio catechetico che facevamo in Parrocchia. Luigia è stata per me, non solo la moglie, ma anche il mio angelo custode a cui confidavo tutte le mi perplessità e i miei dubbi, lei mi rassicurava e mi rasserenava con i suoi continui consigli. Io operavo a tempo pieno e con lei servivamo la catechesi dei Battesimi. Quanta strada e quante celebrazioni, formazioni e responsabilità abbiamo condiviso insieme. Luigia, ha preso sulle spalle la responsabilità di seguire i nostri due figli, dato che io uscivo da casa per lavoro alle ore 7,30 e ritornavo alle 20,30. Uscivo dal lavoro e alle 15,30 frequentavo l’Istituto Superiore di Scienze Religiose all’Università Lateranense a San Giovanni fino alle 19,30, ritornando a casa alle 20,30. Sono stati 5 anni di sacrificio per entrambi, ma il Signore ci ha dato ogni giorno la grazia e la forza per portarli a termine insieme ai servizi che facevamo la sera in Parrocchia. Nel 1995, dopo 5 anni la matricola 3144 Enzo Crialesi ha conseguito il grado Accademico di “Magistero in Scienze Religiose”, presentando la Tesi “I Ministeri e Servizi Laicali nella Liturgia” con il Rettore Mons, Angelo Scola, il preside mons. Francesco Marinelli. Nel 1996, tramite don Adriano mons. Buocristiani, mi chiedeva se volevo servire la diocesi assumendo l’incarico di direttore Caritas Diocesano, avevo 52 anni era il mese di maggio, mi si chiedeva il tempo pieno e di andare in pensione, perché l’incarico era gravoso, a quel tempo andavamo in pensione a 62 anni. Ritornando a casa con tanti dubbi e perplessità, raccontai tutto a mia Luigia mostrandole le mie preoccupazioni, per una scelta così repentina di pensionamento, lei candidamente mi disse << come, ti stai preparando da 7 anni e ora che il Signore ti chiama, a un servizio nella chiesa, ti vengono tanti dubbi?>>. Penso che sia stata illuminata dallo Spirito Santo perché a me, subito, dopo le sue parole mi si è aperta la mente, ho avuto un senso di pace nel cuore e ho preso la decisione di andare in pensione per servire la mia Chiesa di Porto Santa Rufina. Feci due conti sugli anni che servivano per la pensione, con mio stupore rientravo nella legge di quel tempo, e non avrei avuto decurtazioni alla pensione, la legge prevedeva 52 anni compiuti e 36 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi, avevo tutti i requisiti, perché avevo ricongiunto i periodi lavorativi da ragazzo con quelli della Ferrovia. Il 30 giugno del 1996 davo le dimissioni dalle Ferrovie e il 1° luglio del 1996 iniziavo il servizio di direttore Caritas Diocesano fino al 2004. Il nuovo Vescovo mons. Gino Reali quell’anno mi assegnava la direzione dell’Ufficio Migrantes, che conduco ancora oggi.   Nel 1997 il 26 ottobre 1997 insieme a Pietro Saltarelli, Vincenzo di Stefano e Ivoneo Pietrobon siamo stati ordinati Diaconi da mons. Antonio Buocristiani. Io e Luigia in questo nuovo servizio ci siamo impegnati insieme, anche nella nuova parrocchia del Sacro Cuore di Gesù dove mons. Gino Reali mi aveva inviato. io ne servizio diocesano è con lei anche in quello parrocchiale con la catechesi ai fidanzati e ai Battesimi. È stata una lotta spirituale, sia per la nostra vita familiare che per quella Ecclesiale, con i sacramenti e la preghiera, non potevamo essere testimoni predicando il Vangelo, nella famiglia e nella Chiesa, senza questa lotta spirituale, contro la tristezza, contro l’amarezza, contro il pessimismo che ci venivano incontro, seminare l’amore non è facile è più facile raccogliere. Insieme abbiamo affrontato le prove dell’amore sponsale, familiare ed ecclesiale, con la grazia ricevuta dal Signore con il Battesimo, con la Confermazione e in particolare con l’Eucarestia. Nel nostro matrimonio ci siamo donati reciprocamente e completamente condividendo tutto, doni, rinunce e confidando nella provvidenza di Dio. La nostra famiglia è stata una piccola Chiesa, il luogo dove si impara, ad amare, a dialogare a condividere e dove le persone si sacrificano gli uni per gli altri, è questo il lavoro artigianale di Comunione che abbiamo fatto nel nostro matrimonio ogni giorno. Dare la vita, è aprire il cuore e prendersi cura della famiglia e del servizio agli altri nella Chiesa, è spendersi con tenerezza e amore, oggi con il nuovo servizio a tempo pieno a mia madre Anna che con i suoi 99 anni è venuta a vivere da noi, ha bisogno di tutto. Nella nostra vita coniugale ci sono state cose belle e cose meno belle, ma l’aiuto del Signore non è mai mancato e in questi 50 anni di matrimonio non ci siamo mai scoraggiati, ne è valsa la pena e nonostante l’impedimento ad uscire con Luigia il 15 aprile 2020 alle ore 12 siamo andati in Parrocchia del Sacro Cuore per ringraziare e rinnovare il nostro si davanti al Signore, nella Santa Messa presieduta da mons. Giovanni Righetti e concelebrata da don Benedetto e da don George eravamo in sei ma siamo stati felici del dono che ancora una volta il Signore ci ha dato.  

Giostrai in estrema difficoltà

24 Aprile 2020 - Vittorio Veneto - Le circostanze eccezionali di queste settimane, causate dall’epidemia di Covid- 19 e dalle severe misure prese dalle autorità civili per fronteggiarla, hanno causato problemi e difficoltà alla vita di noi tutti. Alcune categorie, però, si trovano in una situazione particolarmente difficile perché sono costrette all’inattività totale e non possono contare su nessuna forma di tutela e di protezione. Le difficoltà sono poi raddoppiate per coloro che, già precedentemente, erano oggetto di pregiudizi e non venivano considerati sempre da tutti come membri a pieno titolo della comunità nazionale e locale. Tra costoro, purtroppo, vi sono certamente anche gli addetti allo spettacolo viaggiante, cioè le persone che si esibiscono nei circhi e quelle che lavorano nei luna park allestiti, fra l’altro, in occasione di tante delle nostre sagre patronali. Circhi e giostre sono state fra le prime attività a dover chiudere al pubblico, già quando governo e regioni hanno vietato qualsiasi forma di attività ricreativa e culturale svolta in pubblico col concorso di un numero elevato di persone. Quindi oggi essi sono “fermi” da più di due mesi. Non sembra moltissimo, ma quante famiglie guarderebbero con serenità alla prospettiva di perdere totalmente i loro redditi per sessanta giorni, e per di più con la preoccupazione che questa situazione si prolunghi ulteriormente? Infatti, anche nella fase dell’auspicato “ritorno graduale alla normalità”, come si può pensare, per esempio, a un “tagadà” o a un “telecombattimento” su cui i bambini possono salire solo a condizione che restino fra di loro alla distanza minima di un metro? Una grave difficoltà per le famiglie del circo e del luna park è causata dal fatto che, anche in questo periodo in cui non possono in alcun modo lavorare, devono sostenere spese elevate per mantenere i loro impianti e, nel caso del circo, per nutrire e tenere in buona salute i loro animali. Solo in questo modo possono sperare di riprendere un giorno – che peraltro non sembra per nulla vicino – la loro attività. A tantissimi di loro il denaro che hanno da parte non è sufficiente, e molte famiglie, che spesso contano al loro interno numerosi bambini, hanno già esaurito ogni riserva accantonata; bisogna tenere ben presente, infatti, che il settore è ormai da anni in crisi: questi generi di spettacolo, tanto cari ai bambini e ai ragazzi di un tempo, sono oggi sottoposti alla concorrenza di nuove forme di intrattenimento, più moderne e accattivanti. Molte famiglie dello spettacolo viaggiante sono oggi ridotte alla fame, nel vero senso della parola. Lo posso dire con cognizione di causa, perché ricevo ogni giorno decine di telefonate da parte loro, sempre con la stessa richiesta: domandano generi di prima necessità, in particolare alimentari, per riuscire a tirare avanti ancora per una settimana o per dieci giorni. Si rivolgono a me perché sono un prete. Su chi altro possono contare in questo momento? In effetti, la Chiesa ha cercato di attivarsi quanto più possibile  a loro vantaggio a livello nazionale, grazie all’impegno della Fondazione Migrantes, diretta da don Gianni De Robertis, e della Caritas. Per quanto riguarda la nostra Chiesa locale, il vescovo Corrado (Pizziolo, ndr)  è stato molto chiaro nel dare indicazioni inequivocabili a questo proposito. Ho potuto toccare con mano la sua sollecitudine nei confronti di queste persone durante l’incontro che ho avuto con lui a tale proposito. In quell’occasione era presente anche don Roberto della Caritas che, assieme a Mara, sta lavorando da settimane per portare un po’ di sollievo a tante famiglie. È stata una bella esperienza anche la collaborazione con i colleghi della Caritas della diocesi di Treviso dove, in questi momenti così speciali, il vescovo Michele (Tomasi, ndr) ha nominato per la prima volta un referente pastorale per fieranti e circensi, nella persona del parroco di Castelcucco, don Marco Cagnin, con il quale già collaboravo da anni in maniera informale. Nell’estrema gravità della situazione, queste novità costituiscono comunque un segnale positivo e di speranza.  (don Mirko Dalla Torre -  incaricato diocesano per la pastorale dello spettacolo viaggiante - Vittorio Veneto)  

Papa Francesco prega per gli insegnanti

24 Aprile 2020 - Città del Vaticano – “Preghiamo oggi per gli insegnanti che devono lavorare tanto per fare lezioni via internet e altre vie mediatiche e preghiamo anche per gli studenti che devono fare gli esami in un modo nel quale non sono abituati. Accompagniamoli con la preghiera”. Ha pregato così Papa Francesco introducendo la liturgia eucaristica mattutina a Casa Santa Marta. Nell’omelia il papa, commentando il bravo evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ha evidenziato la vicinanza di Gesù alla gente e il suo costante insegnamento ai discepoli con l’invito a essere vicini al popolo di Dio. “Una delle cose che Gesù amava di più era essere con la folla perché anche questo è un simbolo dell’universalità della redenzione. E una delle cose che più non piaceva agli apostoli era la folla perché a loro piaceva stare vicino al Signore, sentire il Signore, sentire tutto quello che il Signore diceva”, ha detto il Papa aggiungendo che “il popolo di Dio stanca il pastore, stanca: quando c’è un buon pastore si moltiplicano le cose, perché la gente va sempre dal buon pastore per un motivo, per l’altro”. Gesù oggi dice agli apostoli “Dategli voi da mangiare”. Sono i pastori che devono rispondere ai bisogni del popolo di Dio. Il potere del pastore è “il servizio, non ha un altro potere e quando sbaglia su un altro potere si rovina la vocazione e diventano, non so, gestori di imprese pastorali ma non pastore”, ha detto Papa Francesco sottolineando che la “struttura non fa pastorale: il cuore del pastore è quello che fa la pastorale. E il cuore del pastore è quello che Gesù ci insegna adesso. Chiediamo oggi al Signore per i pastori della Chiesa perché il Signore gli parli sempre, perché li ama tanto: ci parli sempre, ci dica come sono le cose, ci spieghi e soprattutto ci insegni a non avere paura del popolo di Dio, a non avere paura di essere vicini”.

R.Iaria

Vangelo Migrante: III domenica di Pasqua (Vangelo Lc 24,13-35)

23 Aprile 2020 - Per il cristiano, quello pasquale non è un clima circoscritto soltanto ad un periodo. Il Tempo Pasquale è tutta la fede del cristiano: si perpetua per tutta la sua vita e si alimenta nella celebrazione domenicale (ogni domenica), Pasqua della settimana. Il fatto pasquale, come abbiamo avuto modo di meditare in questo tempo, ha il suo centro nella passione morte e resurrezione di Gesù e fino alla discesa dello Spirito Santo a Pentecoste. Come per un bambino sono vitali i primi mesi di vita, così per il cristiano lo sono i giorni della Resurrezione. Oggi il Vangelo ci mette sulle orme di due personaggi conosciuti come i discepoli di Emmaus. Una vicenda lunga nel racconto e profonda nel messaggio. La direzione di un cammino Nella pagina secondo Luca emerge un aspetto, ovvio e semplice ma fondamentale: come l’assenza\presenza di Tommaso nel cenacolo fa la differenza rispetto alla sua fede, così accade per la direzione del cammino intrapreso dai due protagonisti di questa pagina: sono due discepoli, della cerchia degli apostoli, che camminano in direzione opposta e contraria a Gerusalemme. Vanno via. Stanchi e delusi. Anche loro sono tornati  a sperimentare che la strada della vita è fatta più di normalità che di eccezionalità e le loro aspettative, con quel profeta ‘potente in opere e parole’, sono andate deluse. Spesso la fuga e la direzione intrapresa per staccarsi da un centro fatto di cose che non capiamo, o che facciamo fatica a cogliere, coincidono. Accadde ai discepoli allora. Accade anche a noi, oggi. Capire la vita con la Parola Camminano e parlano ma nei loro discorsi non risuona il nome di Gesù. Si parla di Lui ma senza parlare con Lui. E la differenza c’è e si nota. Parlano di fatti accaduti ma solo dal loro punto di vista: opinioni, impressioni, emozioni. È solo alla presenza di Gesù, che come un forestiero sopraggiunge e affianca il loro cammino, che le emozioni vengono accantonate e l’ascolto si fa attento. Non senza un uno strattone: ‘stolti!’ Gli dice, Gesù. Li rimprovera e ferma i loro discorsi a piano inclinato: pessimismo cosmico e senza uscita! C’è una interessante coincidenza con la nostra vita: le nostre impressioni ed emozioni senza il confronto con la Parola di Dio lasciano solo l’amaro e finiscono per motivare un cammino lontano dal senso della fede e in una direzione che abbandona il centro fino a non vederlo più. Nessuno è esente da questo pericolo. Una presenza viva La presenza di Gesù non è solo una bella spiegazione di qualcosa. Egli è presenza viva che accende i cuori: da spenti, li fa ardere e attiva una serie di capacità di comprensione che mettono il cuore in grado di conoscere e riconoscere in quel compagno di viaggio, la presenza di Dio con noi. Il cammino inverso: la nostra testimonianza Questo incontro genera una gioia personale, e non per sentito dire, diventa esperienza coinvolgente e chiede di essere raccontata anche agli altri. È contagiosa. Si rimettono in cammino senza aspettare l’alba, per non perdere tempo! Invertono la direzione e tornano a Gerusalemme per rendere testimonianza di quello che hanno veduto. È lo scopo del cammino di ogni cristiano: ripartire da dove abbiamo incontrato il Signore e tornare a Lui per annunciarlo da una centralità che è Lui e non noi né la nostra casa. La missione della Chiesa partirà da Gerusalemme e sarà ancorata al fatto Pasquale e non ad opinioni personali; e queste saranno valide solo se saranno piene di una presenza che le ha irradiate! Anche oggi, ascoltare, accogliere e servire un forestiero, mentre siamo in cammino non è opinione ma una forte luce Pasquale. Che può essere decisiva!

p. Gaetano Saracino

   

Alfieri della Repubblica: modelli positivi di cittadinanza

23 Aprile 2020 - Roma - Modelli positivi di cittadinanza. Sono i giovani al quale il Presidente della Repubblica Italiana, ha conferito 25 Attestati d’onore di “Alfiere della Repubblica”. Giovani che si sono distinti come costruttori di comunità, attraverso la loro testimonianza, il loro impegno, le loro azioni coraggiose e solidali. Tra questi Virginia Barchiesi , 17 anni, residente ad Ancona “per l’impegno profuso in difesa dei diritti dei bambini migranti e dei giovani rifugiati. Per la ricerca e la promozione di un linguaggio che cancelli i pregiudizi e aiuti l’inclusione”, come recita la motivazione. E ancora Yuliya Amosava, anche lei diciassettenne 17 anni,  residente a Roma “per la capacità dimostrata nel trasformare dolorose esperienze personali in un percorso di crescita individuale, di solidarietà e di piena integrazione”.  Yuliya è bielorussa ed è scappata dalla povertà del suo Paese. Accolta in Italia oggi è volontaria della Croce Rossa. Great Nnachi, 15 anni, residente a Torino “per le sue qualità di atleta, affinate pur tra difficoltà, e per la disponibilità che mostra nell’aiutare i compagni e nel collaborare alla formazione e all’allenamento dei più piccoli”. Great nasce in Italia, a Torino, da genitori nigeriani: qui vive e studia. Perde il papà a 5 anni. Oggi è una promessa dell’atletica italiana: ha vinto due campionati italiani giovanili ed è riuscita a saltare 3,80, che sarebbe il record italiano cadetti.  

Parroco Lampedusa: “occuparsi di tutti, anche dei migranti”

23 Aprile 2020 - Lampedusa - “Forse non abbiamo ancora capito la lezione che dovremmo apprendere dal Coronavirus: se continuiamo a pensare solo a noi, a vedere le cose solo secondo la nostra prospettiva e a prendere provvedimenti esclusivamente per la nostra sicurezza – ad esempio chiudere i porti ai migranti – non ne usciremo mai. La soluzione non è proteggere solo noi ma occuparci di tutti”: sono le parole di don Carmelo la Magra, parroco di Lampedusa, che descrive oggi al Sir la situazione nell’isola, anche rispetto ai recenti sbarchi in autonomia. L’ultimo di pochi giorni fa, con 32 migranti avvistati dalla guardia costiera in acque italiane e fatti sbarcare al Molo Favaloro. Siccome a Lampedusa non ci sono strutture per la quarantena e l’hotspot è già al completo con 116 persone, le persone “hanno dovuto trascorrere mezza giornata e poi una notte all’addiaccio e al freddo sul molo in attesa della nave ma non è certo la scelta migliore”, afferma il parroco. Le autorità locali hanno annunciato che una seconda nave-quarantena sarà ancorata tra Lampedusa e Porto Empedocle, probabilmente dalla prossima settimana. L’unico caso di migrante trovato positivo al primo tampone a Pozzallo è risultato negativo. E tutti i 150 migranti a bordo del traghetto Rubattino, in rada davanti a Palermo per la quarantena dopo aver accolto le persone salvate dalle navi Ong Alan Kurdi e Aita Mari, sono risultati negativi. Intanto nella comunità di Lampedusa l’unico caso di contagio – una donna che tornava  da un’altra zona d’Italia – è stato guarito con successo e si è riusciti a bloccare la diffusione nell’isola. “Siamo in isolamento nell’isolamento – racconta don Carmelo -. I lampedusani amano vivere in una dimensione di socialità che ora è impedita ma finora siamo stati bravi a rispettare le regole”. La grande preoccupazione, spiega, “è l’aumento delle persone in difficoltà a causa del blocco del turismo, che da noi in genere partiva a Pasqua. Sempre più lampedusani vengono a chiederci aiuto in parrocchia, molti li vediamo per la prima volta”. Se le attività turistiche non riprenderanno, avverte, “rischiamo di avere grossi problemi nei prossimi mesi, perché qui si vive in inverno di ciò che si guadagna in estate”.  

Don Ivan Maffeis: la Parola, la chiave per avere fiducia in Dio e nell’altro  

23 Aprile 2020 - Roma – “Riscoprire la centralità della Parola è la condizione per alimentare la nostra fiducia in Colui tiene in mano le sorti della nostra storia; per sentire che Lui non ci lascia soli, anche nelle situazioni più impensate e difficili, come quella che stiamo attraversando”. Lo evidenzia don Ivan Maffeis, sottosegretario e portavoce della Cei, ricordando, in un video sui media Cei, che nel suo commento quotidiano al Vangelo, Papa Francesco ha spiegato che “ogni volta che noi leggiamo il Vangelo, incontriamo più ricchezza, più spiegazioni, più cose che ci fanno capire il mistero di Dio”. “Non finiremo mai di comprendere il Vangelo, non riusciremo mai ad esaurirlo: sia a motivo della sua profondità sia a causa della nostra condizione, che muta continuamente, per cui l’incontro tra la Parola e ciò che viviamo risuona in noi con accenti e appelli diversi”, conferma don Maffeis, per il quale questa è “la ricchezza della vita cristiana”. Lo stesso, aggiunge, avviene nell’incontro con gli altri. “La relazione – rileva don Maffeis – muore quando la diamo per scontata, quando pensiamo di aver già capito tutto dell’altro”. L’altro, conclude, “rimane mistero, davanti al quale imparare l’umiltà del silenzio e dell’ascolto, proprio per arrivare a incontrarci davvero”.​

Mci Germania e Scandinavia: morto p. Angelo Negrini

23 Aprile 2020 - Francoforte – Un altro lutto nelle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia Il Rettore della Missione Cattolica Italiana di Monaco di Baviera, p. Gabriele Parolin, ha comunicato alla delegazione delle Mci di Germania e Scandinavia la morte, martedì 21 aprile, nell’ospedale di Arco (TN) di p. Angelo Negrini, all’età di   82 anni. P. Angelo ha lavorato per anni a Monaco di Baviera, poi a   Essen, a Francoforte nella Delegazione delle Mci, poi a Stoccarda e presso la  Fondazione Migrantes. “Porgiamo le nostre le più vive condoglianze alle due Comunità   Scalabriniane in Germania (Stoccarda e Monaco) ed alla Congregazione  dei Missionari di San Carlo – dice p. Tobia Bassanelli, delegato nazionale delle Mci in Germania e Scandinavia - il cui carisma è appunto l’impegno nel   mondo dell’emigrazione, mondo a cui anche p. Angelo ha dedicato tutta  la sua vita, con ben quasi 30 anni trascorsi tra gli italiani in  Germania”. Negrini era nato a Rezzato (Brescia) il primo aprile del 1938 ed era   stato ordinato sacerdote il 19 marzo 1963, a Piacenza. Il suo primo impegno pastorale nella Congregazione degli Scalabriniani è stato al Centro Studi di Roma. Sono   seguiti tre anni come vice-parroco in Svizzera, presso la Missione Cattolica Italiana di  Basilea. In Germania arriva nel 1968, alla Mci di Colonia,   passando poi per 5 anni (1971-1978) a quella di Monaco di Baviera, in   qualità di cappellano e responsabile del Cedom (Centro di   documentazione). Dopo altri tre anni a Basilea, come direttore del   Centro studi Cserpe (1978-1981), ritorna in Germania, per assumere la   direzione della Mci di Essen, che lascia nel 1985, perchè   nominato responsabile dell’UDEP, a Francoforte. Dirige l’Ufficio   Documentazione e Pastorale delle MCI in Germania e Scandinavia (UDEP)   fino al 1993, quando passa alla Mci di Stoccarda, dove assume la  responsabilità dell’ASTEA di Fellbach, l’Ufficio per la Formazione   degli adulti della diocesi di Rottenburg-Stuttgart. Lo dirigerà fino   al primo di settembre del 1999, l’anno del rientro in Italia perchè   chiamato presso il Pontificio Consiglio per i Migranti. Lo studio dei fenomeni migratori, la ricerca di una pastorale adeguata alle Comunità dei migranti, i numerosi sussidi prodotti per le   Missioni Cattoliche Italiane, le tante conferenze per giovani e per adulti, hanno segnato   e qualificato la sua vita di pastore nel mondo della mobilità umana, sottolinea ancora p. Bassanelli. Alla famiglia e alla Congregazione degli Scalabriniani la vicinanza nella preghiera della Fondazione Migrantes.

I tre migranti: vogliamo aiutarvi

23 Aprile 2020 -

Trapani - Il campetto dell’oratorio è avvolto nel silenzio: una scena inconsueta in giorni normali, perché siamo sulla via principale della città e qui è sempre un via vai di ragazzi. Le stanze, liberate dagli arredamenti, sono state riadattate in magazzini, dove vengono stipati i viveri; pure nei corridoi, trovano spazio cassette impilate con ortaggi freschi. All’entrata, dove è stata messa su una rudimentale segreteria, ci sono due pile di cartoni alte due metri. Anche la stanza del direttore non esiste più: da qualche giorno, con l’aiuto di Ceesay, che ha studiato da sarto, è diventata un laboratorio per la produzione di mascherine. Il direttore è un laico, Peppe Virzì, padre di due figli. Con gli animatori, già dopo la prima chiusura, nei primi di marzo, aveva organizzato un servizio telefonico per gli anziani che non potevano andare a fare la spesa o ritirare i farmaci. Con l’aggravarsi dell’emergenza, l’oratorio è diventato, quasi naturalmente, il cuore solidale della città e ha dovuto far fronte a sempre maggiori richieste, a necessità nuove e urgenti. "Quando un amico mi ha chiamato dicendo che alcuni suoi amici immigrati volevano dare una mano – spiega Virzì – non ci ho pensato due volte". I primi a bussare alla porta dell’oratorio sono stati Embalo, Ceesay e Omar. Oggi gli immigrati africani 'in servizio', a turno, sono 18, tutti residenti in città da anni. La spiegazione di Ceesay è nitida e lineare, quasi commovente. "Siamo rimasti senza lavoro e passavamo le giornate sul divano, a non far nulla. Quando si è tutti sulla stessa barca bisogna remare insieme per superare la bufera e noi non volevamo restare a guardare", spiega il giovane africano, esibendo un sorriso gentile e profondo con cui trasforma uno slogan in una metafora drammaticamente evidente della sua storia di immigrato appartenente al 'mondo dei salvati', arrivato in Italia su un barcone.

Al mattino, all’oratorio, la giornata inizia alle 9: Tomas, della Costa d’Avorio, puntualmente, varca la soglia. Prima della pandemia, effettuava servizi transfert. Ha messo a disposizione il suo pulmino ed è lui a fare la consegna dei pacchi spesa, mentre gli altri si preparano per le commissioni agli anziani. "Possiamo fare la fila al supermercato fino a stasera. Non abbiamo soldi, ma abbiamo tempo e quello mettiamo a disposizione" è la riflessione a tutto tondo di Ceesay. Il loro pensiero corre ai genitori, ai fratelli lasciati in Africa; suscitano ricordi, forse nostalgia. "Abbiamo paura per le nostre famiglie lontane – aggiunge Omar – ma possiamo dare una mano qui". Lamin, del Gambia, l’ultimo arrivato del gruppo, aiuto cuoco, a Trapani da soli 3 anni, continua: "Qui siamo stati accolti e qui viviamo, anche noi ragazzi africani vogliamo dare il nostro contributo Ora è questa la nostra casa, qui è la nostra famiglia". Nel corridoio sono già pronte, per essere distribuite, le buste con cibo della rete solidale di 'Mangiamone tutti', un comitato spontaneo per assistere liberi professionisti e i lavoratori autonomi rimasti senza reddito. Il direttore del teatro lirico della città, Giovanni De Santis, pianifica gli aiuti, utilizzando il modello organizzativo tipico delle produzioni d’opera, potendo contare su imprenditori, comunicatori e perfino un’intera squadra di pallamano. Centro operativo sempre l’oratorio. "Ci vuole tatto e discrezione – spiega Virzì –. Qualche giorno fa abbiamo aiutato un dentista. Lui per ricambiare ci ha regalato tutte le mascherine del suo studio. A voi servono di più", ha spiegato. (Lilli Genco - Avvenire)

Papa Francesco prega per le famiglie in difficoltà

23 Aprile 2020 - Città del Vaticano - Papa Francesco questa mattina ha pregato per le famiglie in difficoltà soprattutto in questo tempo di emergenza sanitaria. “In tante parti si sente uno degli effetti di questa pandemia: tante famiglie che hanno bisogno, fanno la fame e purtroppo li aiuta il gruppo degli usurai. Questa è un’altra pandemia. La pandemia sociale: famiglie di gente che ha un lavoro giornaliero o purtroppo un lavoro in nero che non possono lavorare e non hanno da mangiare … con figli. E poi gli usurai gli prendono il poco che hanno. Preghiamo. Preghiamo per queste famiglie, per quei tanti bambini di queste famiglie, per la dignità di queste famiglie e preghiamo anche per gli usurai: che il Signore tocchi il loro cuore e si convertano”, ha detto il pontefice introducendo la messa mattutina a Casa Santa Marta. Papa Francesco inizia la sua riflessione, nell’omelia, dal rimprovero che Pietro e i discepoli fanno ai capi dei sacerdoti che li intimavano e volevano proibire loro di insegnare al popolo. E la risposta di Pietro e degli altri apostoli è chiara: loro volevano obbedire a Dio piuttosto che agli uomini e accusando loro di aver ucciso Gesù. Il papa si chiede come Pietro è arrivato a questo coraggio e franchezza lui che lo aveva rinnegato. Pietro che “poteva arrivare a dei compromessi e dire ai sacerdoti: ‘Ma state tranquilli, noi andremo, parleremo un po’ con un tono più basso, non vi accuseremo mai in pubblico, ma voi lasciateci in pace … ‘, e arrivare a dei compromessi. Nella storia, la Chiesa ha dovuto fare questo tante volte per salvare il popolo di Dio. E tante volte, anche lo ha fatto per salvare se stessa - ma non la Santa Chiesa! - fino ai dirigenti. I compromessi possono essere buoni e possono essere cattivi. Ma loro potevano uscire dal compromesso? No, Pietro ha detto: ‘Niente compromesso. Voi siete i colpevoli’, e con questo coraggio”. Gesù ha pregato per Pietro. E Gesù prega per noi, “prega davanti al Padre. Noi siamo abituati a pregare Gesù perché ci dia questa grazia, quell’altra, ci aiuti, ma non siamo abituati a contemplare Gesù che fa vedere al Padre le piaghe, a Gesù, l’intercessore, a Gesù che prega per noi. E Pietro è stato capace di fare tutta questa strada da codardo a coraggioso con il dono dello Spirito Santo grazie alla preghiera di Gesù”. “Che il Signore – ha concluso il papa - ci insegni a chiedergli la grazia di pregare per ognuno di noi”.

R.Iaria

Mascherine per la cittadinanza: l’iniziativa del giovane ivoriano Bakary

22 Aprile 2020 -

Massa Carrara - "In un momento tanto critico, in cui il virus ci ha inchiodato tutti sulla stessa barca, la solidarietà non conosce confini di etnia e di fede". Con queste parole si può riassumere l’iniziativa che Bakary Oularè, giovane sarto Ivoriano, ha lanciato sui social network: produrre mascherine per le persone che ne hanno bisogno!

Ospite dell’Associazione Casa di Betania O.n.l.u.s di Carrara, Bakary non si è piegato sotto il peso della pandemia, ma ha preso in mano ago e filo ed ha deciso di mettere a disposizione degli altri i propri talenti: "l’Italia mi ha ospitato quando avevo bisogno. Per questo, in un momento tanto tribolato, voglio fare anch’io la mia parte!". Venuti a conoscenza del progetto di Oularè, gli operatori di Casa Betania si sono attivati per fargli avere tutto l’occorrente: "Grazie al nostro tecnico della sicurezza abbiamo reperito le informazioni necessarie per confezionare mascherine idonee, da produrre in poco tempo. Bakary le ha realizzate per noi, aggiungendovi il suo tocco d’artista!". Un sentito ringraziamento per il gesto di generosità giunge da Ivonne Tonarelli, direttrice dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Massa Carrara-Pontremoli, che si è detta orgogliosa dal grande cuore del giovane ivoriano: " È bello constatare che, anche in un momento tanto travagliato, Bakary non abbia perso l’altruismo e la generosità che lo hanno sempre contraddistinto. Gli auguro di continuare su questa strada, perché sta andando nella direzione giusta!". (E.G.)

 

Flagellati dal Coronavirus anche 21 mila gastronomi italiani

22 Aprile 2020 - Francoforte - Fra le attività economico-commerciali duramente colpite dalla pandemia Coranavirus vi è anche la gastronomia. Un settore questo che fattura ogni anno oltre 60 miliardi di euro e che in Germania dà lavoro ad oltre 2,5 milioni di persone, tutte a riposo coatto fino al 3 maggio. Proprio in questo settore si registra una consistente presenza italiana. Secondo la DEHOGA (l’associazione tedesca degli albergatori e gastronomi) i ristoratori di matrice italiana sono poco più di 21 mila cui si aggiungono altri 5 mila esercizi fra gelaterie, bar e pasticcerie. Il personale impiegato è stimato intorno alle 150mila unità. In questo periodo sono tutti senza lavoro tranne le pizzerie, specializzate nell’asporto. Questa pesante situazione si traduce quotidianamente in licenziamenti, richieste di cassa integrazione, disdette degli ordini ai grossisti. Molti gastronomi stanno facendo richiesta di fondi straordinari a fondo perduto con la speranza di salvare l’attività dall’insolvenza e/o dal fallimento. Se qualcuno avesse presagito questo tsunami all’Assemblea della Delegazione dei cuochi italiani in Germania, tenutasi all’inizio di marzo a Donzdorf, a 60 km a sud-est di Stoccarda, sarebbe stato preso per pazzo o per portatore di jella. E invece 15 giorni dopo, l’epidemia si è propagata anche qui in Germania. Come primo atto il governo federale, di concerto con i 16 Länder, ha decretato l’immediata sospensione dell’attività didattica ad ogni livello, dagli asili all’università. Ed era poi evidente che sull’esempio dell’Italia per contenere il propagarsi del contagio si sarebbe fatto ricorso anche alla sospensione di tutte le attività d’interesse collettivo/sociale: sport, teatro, concerti, ricorrenze religiose ecc. Per cui tutte le premure dei cuochi locali nostrani di consigliare ricette per il pranzo e il dolce pasquale sono finite nel nulla. E le paure di un crollo della propria esistenza, costruita a suon di sacrifici, aumentano giorno per giorno. Purtroppo per molti di loro le aspirazioni di crescita e di benessere si stanno traducendo in disperazione esistenziali. Date le incertezze della durata della pandemia nessuno osa fare un pronostico. Fortunatamente vi sono anche ottimisti che in cuore proprio credono in una ripresa, anche se lenta e diversa per le nuove norme sulla distanza sociale e sulla cautela. Nino Russo, in Germania dal 1993, rieletto presidente dei cuochi italiani in terra tedesca, è convinto che ci si rialzerà. Alla pandemia si troverà un rimedio farmacologico. Le popolazioni saranno più attente appena sarà possibile, ci si dovrà vaccinare. Ci vorrà del tempo, ma certamente si recupererà la voglia di vivere e di tornare alla socialità. Non è pensabile azzerare le nostre fatiche e i nostri progetti di vita – aggiunge Mario Mollo – neoeletto Vicepresidente della Delegazione cuochi, cugino dell’illustre Rino Gattuso, attuale allenatore del Napoli. A differenza del suo presidente Nino Russo già cuoco nella sua Bagheria (PA), Mollo ha imparato sulla propria pelle il mestiere di cuoco. Si può dire che di necessità ne ha fatto virtù. Quando nel 1978 giunse in Germania con la famiglia aveva appena 13 anni. E, mentre il papà e la mamma andavano a lavorare in fabbrica, a lui spettava il compito della gestione della casa e di provvedere a cucinare per la sorella e per i due fratelli minori. Terminata la formazione professionale Mario Mollo ha aperto il suo primo ristorante nel 1996. Fin da subito ha condiviso il progetto di riunire i gastronomi italiani in una associazione. Da una quindicina d’anni ha anche la rappresentanza per l’area di lingua tedesca dei vini di Al Bano, che, come noto, è viticoltore per passione. L’ufficio di presidenza è affiancata anche da un Cassiere. L’assemblea ha riconfermato all’unanimità Pino Leonardi, originario di Scordia (CT), giunto a Coblenza nel 1974 all’età di 8 anni dove ha completato la scuola dell’obbligo e l’apprendistato. Da 20 anni gestisce con orgoglio il suo ristorante “Pino Italia”. Ad Antonio Schilirò, originario di Giarre (CT) è andata invece la carica di Segretario di Delegazione. A differenza di molti suoi colleghi Schilirò, giunto a Neukirchen/Saar nel 1993, aveva sulle spalle già una buona esperienza professionale avendo lavorato in cucina in uno dei migliori alberghi della Riviera dei Ciclopi di Aci Trezza, Comune di 5mila abitanti della città metropolitana di Catania. Ben presto si è fatto un nome anche nella Saar. Le sue specialità, prevalentemente siciliane, sono ormai arcinote. E in questo periodo di forzato riposo suggerisce ai lettori del Corriere d’Italia di mettersi ai fornelli per provare a preparare un Primo di fettucce o tagliatelle alla Pirandello. Fettucce alla pirandello La ricetta per 4 persone propone:
  • 320 grammi di pasta,
  • 4 cucchiai d’olio d’oliva extravergine
  • 1 spicchio d’aglio
  • 450 grammi di pomodori
  • 200 grammi di melanzane
  • 3 filetti di acciughe
  • 20 grammi di capperi
  • 100 grammi di olive nere,
  • un peperoncino
Sbucciate i pomodori, svuotateli dei semi e tritate la polpa. Sbucciate le melanzane e tagliatele a dadini. Fate riscaldare 4 cucchiai d’olio con lo spicchio d’aglio intero leggermente schiacciato. Unite il trito di pomodoro e aggiungete una punta di peperoncino e infine le melanzane. Portate a cottura. Uniti i capperi, le acciughe e le olive tagliate a pezzetti. Fate cuocere per 1 minuto a fiamma forte, ritirate dal fuoco. Portate a quasi cottura la pasta in una casseruola con abbondante acqua salata a bollire. Quando mancano 7 minuti al termine della cottura, scolatela. Fatela saltare nella casseruola del sugo portandola a cottura e unite il basilico per servirla. Considerato che in questi giorni si mangia più del solito, è preferibile passare direttamente al Dolce, saltando il Secondo: Francesco Gelsomino, nato 30 anni fa a Niscemi (CL) è a Stoccarda da 23 anni. È il più giovane della nota omonima famiglia di pasticceri da 4 generazioni. Nel capoluogo svevo-badense ha conseguito il diploma di Konditor. Da un mese ha assunto l’incarico di responsabile della Delegazione di cuochi e pasticceri italiani del Baden-Württemberg che nel frattempo annovera oltre 100 iscritti. L’estroso giovane pasticcere vuol contribuire ad addolcire la vita alle famiglie recluse. Siccome sa che i dolci piacciono tanto ai bambini, lui propone di coinvolgerli nella preparazione dei cannoli siciliani, farciti con crema di ricotta di pecora e gocce di cioccolato, decorati con zucchero a velo e granelli di frutta secca. Esistono ovviamente svariate ricette con tante varianti. Ma Francesco Gelsomino ne propone una sua: Cannoli siciliani Cannoli Siciliani
  • Ingredienti
  • 1 kg di farina 00,
  • 100 gr di sugna (Schweineschmalz)
  • 80 gr di zucchero semolato,
  • 1 uovo
  • mezzo succo di limone,
  • vaniglia Baccello,
  • 200 ml di aceto bianco
Esecuzione Impasto di consistenza non molle, farlo riposare avvolto in un panno umido per un’oretta; stendere la pasta in forma sottile su farina con un tagliapasta di 12cm fare una forma ovalizzata e introdurre in posizione centrale una canna di bambù di 15×3 cm (alternativa un tubo di alluminio).Unire le due parti con una pennellata di uovo. Friggere in olio di arachidi a 180° finché la cialda non prenderà un colore dorato. Riporre il fritto su carta assorbente. Farcitura 1 kg di ricotta di pecora e 350 gr di saccarosio. Passare al setaccio vaniglia e cannella oppure farcire con gocce di cioccolato e canditi. Spolverare con zucchero a velo ed un filo di cannella nelle punte. Decorare con filetti di canditi (arancia e ciliegie) e arricchire le punte con pistacchio macinato Buon lavoro e buona degustazione (Tony Mazzaro – Corriere d’Italia)

Elogio dei piccoli gesti

22 Aprile 2020 - Roma - Un sorriso, un abbraccio, uno sguardo, un respiro… Chissà quanti sono i gesti che ogni giorno creano comunicazione a volte in maniera volontaria, a volte in maniera inconscia. In queste settimane di lockdown, i piccoli gesti quotidiani stanno acquistando un valore inestimabile. La solitudine interiore ed esteriore può diventare insopportabile. Ecco, allora, l’importanza e il valore della cura di un cuore che si apre e comunica anche senza parole. E questo diventa ancora più importante per chi, purtroppo, vive da solo. Una telefonata, un messaggio, una video-chiamata, oltre che creare un ponte che valica le distanze, condensano quell'apertura d’animo che sta a fondamento della famiglia umana. “La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione”, scriveva Papa Francesco nel messaggio per la 50ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali. In tempo di pandemia, puntellare i nostri ponti con un’attenzione ai piccoli gesti è una prospettiva di senso di non poco conto. La prossimità passa soprattutto da questa strada.​

Vincenzo Corrado

Storia di Chiara: studentessa Erasmus ai tempi del Corinavirus

22 Aprile 2020 - Parigi - Sono passati ormai alcuni mesi da quando la parola ‘Coronavirus’ è entrata prepotentemente nelle nostre vite. Inizialmente visto come un ‘problema asiatico’, abbiamo ormai imparato a conoscere e sperimentare sulla nostra pelle questo nemico invisibile e silenzioso, capace di provocare grandi sofferenze e di bloccare l’intero mondo. In pochi giorni le nostre vite sono state stravolte. Ci siamo ritrovati chiusi in casa a dover fare i conti con una realtà inedita, senza che nessuno ci abbia mai preparati a tutto questo. Abbiamo assistito (e continuiamo ad assistere) a immagini terribili, che resteranno impresse nelle nostre menti per molto tempo, mentre continuiamo a stringerci in un abbraccio virtuale con tutti gli operatori sanitari in prima linea. In un attimo, insomma, abbiamo perso inevitabilmente tutte le nostre certezze. Siamo rimasti soli. Alcuni però, più soli di altri. Come ad esempio i nostri studenti all’estero. Sono migliaia di giovani studenti che, sicuri di affrontare una delle esperienze più belle della loro vita, si sono ritrovati nel bel mezzo di una pandemia globale, lontani da casa e da tutti gli affetti. È il caso di Chiara, una ragazza di 25 anni, originaria di Isernia che si trova a Parigi per un Erasmus. “Quando mi sono resa conto della gravità della situazione, ho avuto un momento di confusione totale. Non sapevo cosa fare e l’ansia ha cominciato a salire. Alla fine però, mi sono fatta forza e ho deciso di restare qui”. Chiara, come ti senti? È davvero difficile da spiegare. Se dovessi scegliere un colore per descrivere il mio stato d’animo, sarebbe senza dubbio il grigio. La visione è sempre malinconica e, per quanto cerchi di restare positiva, la lontananza da casa e l’insicurezza sul futuro mi trasmettono ansia. È come se vedessi un filo sottile che divide la realtà e quella che vorrei fosse la realtà. Insomma, fino a pochi giorni fa la mia vita procedeva normalmente come quella di tutti. Avevo salutato la mia famiglia prima di partire, con la sicurezza di poterla rivedere dopo poche settimane. Invece, in pochi giorni, mi sono resa conto che sarebbe passato un po’ prima di poterli rivedere. Ho capito di essere rimasta bloccata in una città che, per quanto bellissima, non è casa mia. Qual è stato il momento peggiore? Indubbiamente quando ho appreso la notizia del blocco dei voli. Sai, per me la cosa più bella di quando vivi all’estero, è proprio il momento del ritorno a casa. Quindi non avere la possibilità di poterlo fare mi ha davvero messo in difficoltà. È un po’ come se mi avessero privato della libertà di poter avere la vicinanza fisica dei miei cari. Non è stato facile gestirla come situazione. Mi sono sentita soffocare e ho cercato in tutti i modi di tornare a respirare. Alla fine ce l’ho fatta. Eppure il modo per tornare a casa, anche attraverso la Farnesina, c’era. Come mai hai deciso di restare a Parigi? Perché mi è sembrata la cosa più giusta e meno rischiosa da fare. Non è stata una decisione semplice da prendere. Come dicevo la nostalgia di casa è ancora più amplificata e la voglia di ritornare per abbracciare tutti i miei cari è davvero tanta. Però sarebbe stato davvero troppo rischioso affrontare un viaggio in questa situazione. Avrei messo a rischio me stessa e soprattutto la mia famiglia. Era una eventualità per me inaccettabile. Preferisco restare sola ma in sicurezza. Come vivi queste giornate di restrizione e isolamento? Ho scoperto il valore del tempo dedicato alla riflessione. Lo sto apprezzando molto di più tante relazioni e sto imparando a capire quali sono quelle davvero importanti. In questi giorni tante persone mi stanno facendo sentire la loro vicinanza, nonostante l’enorme distanza e ne sono davvero felice. Questo mi fa capire che loro ci saranno sempre, indipendentemente dalle difficoltà. Mi ritengo molto fortunata. E poi credo che, una volta finito tutto questo, impareremo ad apprezzare molto di più la normalità. Il valore di un abbraccio, l’importanza della condivisione, la bellissima sensazione che si prova nel dire alla persona amata ‘non vedo l’ora di vederti ed abbracciarti’. Sono cose che adesso mi mancano davvero e ne sto capendo l’importanza. Che consigli ti senti di dare a chi è rimasto all’estero come te? Beh intanto di proteggersi al meglio. E poi la cosa più importante: restare positivi! Dobbiamo esserlo per noi stessi e per tutte le persone che ci vogliono bene. Certo, non è semplice. Bisogna trovare qualcosa da fare e occupare il tempo quanto più possibile. È necessario approfittare di questo momento di lockdown per fare tante cose, tanti progetti che abbiamo lasciato nel dimenticatoio in attesa di avere più tempo. Ecco, ora di tempo ne abbiamo in abbondanza. Io ho ricominciato a dipingere, a fare yoga e soprattutto ho iniziato a suonare il violoncello. Era una cosa che stavo rimandando da troppo tempo e ho finalmente avuto la possibilità di cominciare. Bisogna armarsi di pazienza, di positività e di voglia di tornare alla normalità. È questo l’unico modo che abbiamo per combattere quello che chiamo ‘caos imprevedibile nella sua prevedibilità’. (Manuel Epifani – Corriere degli Italiani)