Primo Piano
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Rosario per l’Italia: oggi con mons. Palletti
Unhcr Italia: un kit didattico sul tema dei rifugiati
Cuore e Cervello per cambiare la percezione dell’immigrazione: nuova edizione di Educare senza Confini
Diocesi Treviso: “ascoltiamo il silenzio” per ricordare i migranti morti in mare
La lampada
In Famiglia: Rut
Viminale: da inizio anno sbarcate 47.750 persone migranti
MCI Germania-Scandinavia: compie 60 anni la Missione Cattolica Italiana di Karlsruhe
Lampedusa: non c’è futuro senza memoria

Sull’isola le autorità civili e, religiose e militari del territorio, d’Italia e d’Europa. Come gli altri anni non è mancato il lancio in mare di una corona di fiori, alla presenza delle istituzioni, dei pescatori, dei superstiti e dei familiari dei migranti morti. “La differenza – come scrive Francesca Sabatinelli di Vatican News – la fa una tomba perché, seppur in una terra lontana dalla propria, permette sempre di mantenere un legame con il proprio congiunto e di poterlo piangere”, come hanno fatto diversi parenti che si sono ritrovate a Lampedusa, per andare sulla tomba dei propri congiunti, figli, genitori, amici i cui corpi furono ritrovati, tra i 368 in fondo al mare. Ci sono anche coloro che una tomba dove deporre un fiore non ce l’hanno, come le decine di dispersi inghiottiti dal mare quel giorno, così come tutte le migliaia di persone annegate durante i loro viaggi verso l’Europa e dispersi in mare. Per tutti viene lanciata una corona di fiori, come fece Papa Francesco due mesi prima della sciagura, l’otto luglio di quello stesso anno, quando ne gettò una tra le onde in ricordo di chi muore durante le traversate, chi chi ha trovato porti e porte chiuse.

La commemorazione ecumenica
Nel tardo pomeriggio, al calare del sole, nella parrocchia San Gerlando si è tenuta la Commemorazione ecumenica “non c’è futuro senza memoria” promossa dalla FCEI (Federazione delle chiese evangeliche in Italia), dalla parrocchia San Gerlando e dall’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso dell’Arcidiocesi di Agrigento alla quale hanno preso parte Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Mons. Alessandro Damiano, e Marta Bernardini, coordinatrice di Mediterranean Hope. Il momento di preghiera ha avuto al centro la Parola, in particolare il passo biblico, di Deuteronomio 4, 9-14. Ad accogliere i partecipanti al momento, don Carmelo Rizzo dal 1 ottobre nuovo parroco di Lampedusa. “Questa sera siamo qui – ha detto la Bernardini introducendo alla veglia scandita dall’ascolto della Parola, preghiere, canti, letture, ritagli di pagine di cronaca… – per affermare che la memoria non è un esercizio mentale ma piuttosto un impegno etico e morale. Ricordiamo per cambiare, ricordiamo la tragedia del 3 ottobre e tutte le altre stragi dell’immigrazione perché non vogliamo che ce ne siano altre. Lo facciamo con semplicità, a volte con un senso di inadeguatezza, ma sempre pensando alle vittime, ai loro familiari, ai soccorritori – alcuni dei quali sono qui con noi – e agli abitanti di Lampedusa, una piccola isola che la storia impegna a essere testimone di questa memoria. Noi qui presenti oggi, intendiamo mantenere fede a questo impegno. E non solo nella giornata del 3 ottobre, ma tutto l’anno. Noi siamo qui tutto l’anno e ogni giorno ci sentiamo impegnati e impegnate a fare memoria di quello che è successo e che, tragicamente, continua a succedere. Questo pomeriggio siamo in questo luogo e da qui vogliamo partire, dalla dimensione spirituale della memoria”.
La memoria, custodita di generazione in generazione, è l’antidoto – ha affermato – più potente contro la morte, rappresentando una ferma determinazione, una volontà di non abbandonare nel nulla le tracce di ciò che è già trascorso e passato ed è ormai sparito dalla storia. Nell’ebraismo, infatti, il passato non è qualcosa di sorpassato, privo di utilità, ma al contrario costituisce un valido aiuto per affrontare la vita. Per questo nella Toràh ci viene detto – ha proseguito – anche che ricordare gli avvenimenti non può bastare. Bisogna riflettere su di essi, ponderarli, capirne a fondo il significato. L’insegnamento della Toràh – ha detto – è ben differente rispetto alla saggezza di alcuni autori classici, Plutarco tra questi, secondo cui “la storia si ripete”. Per la cultura ebraica – ha proseguito – la storia non si ripete. È semmai l’uomo che può perpetuare i suoi fallimenti e i suoi successi. Nel nostro caso – ha evidenziato l’arcivescovo- anche la storia si ripete, non secondo quell’approccio di Plutarco, ma è una storia di sofferenza e di dolore che non vorremmo si ripetesse più, invece continua sempre a ripetersi. Anche a fine giugno, su queste coste, quante morti? Il compito di trasformare il ricordo in memoria viva e trasmetterlo alle generazioni future è assegnato dall’ebraismo alla “Tradizione orale” che, anziché essere isolata e decontestualizzata in un monumento, è inserita nella continuità di un sistema culturale. Un famoso missionario domenicano amava dire “Del più piccolo e del più dimenticato Dio ha una memoria molto fresca e viva”. Penso sia il caso – ha concluso mons. Damiano – di questi nostri fratelli e sorelle, quasi prodotti di una “cultura dello scarto”. Mi sembra chiaro questo contrasto: il più dimenticato della nostra storia e della nostra società è quello che è presente in modo speciale nella memoria di Dio. Se la storia è «maestra di vita», come affermava Cicerone, perdere la memoria storica da parte del singolo o della comunità significa rischiare di smarrire la propria identità e la capacità di costruire relazioni interpersonali autentiche, ma dunque da tutte queste stragi – si è chiesto – la storia cosa ci ha insegnato? Noi cosa abbiamo imparato? Ognuno di noi, ciascuno nella propria condizione, può fare qualcosa e insieme possiamo fare molto. Se i nostri pescatori lampedusani non si fossero gettati in mare quella notte del tre ottobre non avrebbero salvato delle altre vite umane oltre a quelle che i soccorritori istituzionali stavano salvando.Sr. Etra nuova Segretaria generale dell’Università Urbaniana
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Migrantes Modena: veglia di preghiera con mons. Castellucci per le vittime dell’immigrazione
Modena - In occasione della «Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione», istituita il 3 ottobre dalla Repubblica italiana per ricordare la strage di Lampedusa che nel 2013 vide morire nel Mediterraneo 368 migranti, le Chiese di Modena-Nonantola e Carpi organizzeranno una Veglia di preghiera presieduta dal vescovo, mons. Erio Castellucci, lunedì 4 ottobre, alle 21, presso la chiesa di Sant’Antonio in Cittadella.
L’iniziativa è promossa da Migrantes di Modena e Carpi e da diversi uffici diocesani, insieme ad associazioni come «Mediterranea saving humans», Porta Aperta Modena, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Acli.
Tutte le comunità sono inoltre invitate a fare memoria delle vittime delle migrazioni durante le Messe del mattino di domenica 3 ottobre. «La Chiesa – ricorda la Segreteria di Migrantes interdiocesana nel volantino diffuso alle parrocchie – rimane attenta principalmente alle persone ed in particolare alle più vulnerabili come i migranti. Ma c’è molto di più. Per la dottrina cristiana, lo straniero è “luogo teologico”, in quanto è un modo in cui si manifesta Nostro Signore Gesù Cristo: “…ero straniero e mi avete accolto”. È quindi dall’ottica della fede e del Vangelo che possiamo pensare di animare le comunità parrocchiali e le comunità immigrate cattoliche per sensibilizzare e fare memoria delle vittime delle migrazioni».
Sono dunque state indicate alcune proposte per animare le parrocchie e le comunità immigrate: la testimonianza è sempre il metodo migliore, perché permette alle persone di incontrarsi e di conoscersi. Può essere una serata interamente dedicata alle vittime delle migrazioni con la partecipazione di richiedenti asilo o immigrati che vivono insieme a noi nelle nostre città. Oppure può essere un intervento di un operatore o di un volontario che portano l’esperienza dell’accoglienza qui a Modena o dei progetti di solidarietà lungo le rotte dei migranti. La veglia di preghiera e le intenzioni alla preghiera dei fedeli, il senso di impotenza, l’abbandonarsi al «tanto a cosa serve?» è forte.
Fare memoria di un dramma come quello delle vittime delle migrazioni aiuta, come cristiani, a riscoprire o a scoprire la forza della preghiera, attingendo al patrimonio della fede e della Parola di Dio. Il magistero della Chiesa ha un patrimonio sulle migrazioni veramente unico e mondiale. Sono oltre 100 anni che viene celebrata la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato e già i messaggi del Papa costituiscono un insostituibile insegnamento. Ma, nel corso del tempo, sia la Santa Sede che le Chiese locali e le Conferenze episcopali nazionali hanno elaborato una approfondita riflessione che merita tutta la nostra attenzione.
«…Fino a quando?» è nato il 30 aprile scorso a Nonantola, quando il vescovo Castellucci, a seguito dell’ennesima strage di migranti nel Mediterraneo centrale, volle dedicare la celebrazione eucaristica in occasione della ricorrenza di Sant’Anselmo, fondatore dell’Abbazia, in memoria delle vittime delle migrazioni. «…Fino a quando?» è promossa dagli uffici pastorali delle diocesi di Modena-Nonantola e di Carpi, insieme alle associazioni che fanno accoglienza dei richiedenti asilo ed è aperta a tutte le persone di buona volontà che non si rassegnano. Per informazioni si può contattare la segreteria Migrantes interdiocesana al numero 338/257530.
La preghiera dei fedeli di domenica 3 ottobre
- O Signore, donaci un cuore aperto e accogliente per valorizzare i doni di ciascuno nel compiere azioni di bene, come testimonianza della nuova vita evangelica, preghiamo.
- O Signore, donaci di riconoscere la tua presenza e la tua guida attraverso i pastori e ministri delle nostre comunità cristiane. Rendici uniti nella fede, speranza, carità, amore, per tutti i nostri fratelli e sorelle, preghiamo.
- O Signore, sostieni l’amore e la fedeltà dei coniugi, troppo spesso infranta anche a causa di una società effimera, con pochi valori umani e cristiani da offrire, preghiamo.
- O Signore, la tua alleanza con ogni uomo e donna è messa a dura prova dalla nostra incapacità ad accogliere e amare fratelli e sorelle poveri, soli, vittime di guerre ingiuste e di leggi inique, che chiedono aiuto per poter continuare a vivere. Apri i nostri cuori induriti o Signore, ti preghiamo.