Primo Piano

Il Cgie ricorda Mirko Tremaglia

Roma - A cinque anni di distanza il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) ricorda la figura di Mirko Tremaglia, già Ministro per gli italiani all’estero. Nel 2001, in questa veste, fu il proponente della legge 459 per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani all’estero. Oggi, in questo periodo di accesa discussione referendaria sulla riforma della Costituzione italiana il Cgie ricorda “l’estenuante lavoro fatto per l’approvazione di questa legge, che determinò la modifica della stessa sia negli articoli 48, nel quale venne inserita l’estensione del diritto di voto agli italiani all’estero, sia negli articoli 56 e 57 che riconoscevano la rappresentanza nei due rami del Parlamento italiano di 12 deputati e di 6 senatori”.
Questa legge - si legge in una nota - fu applicata la prima volta dieci anni fa, nel 2006, e per renderla funzionale alle procedure democratiche e agli standard internazionali dei paesi moderni più avanzati, fu istituita la circoscrizione estero assieme al voto per corrispondenza”.
Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero in questa ricorrenza ricorda la figura di questo “strenuo difensore degli Italiani all’estero, che ne ha caratterizzato le vicende sociali e politiche. Sua è la legge istitutiva dell’anagrafe e del censimento degli italiani all’Estero (AIRE) e grande è stato il suo impegno per le nostre Comunità sia nel CGIE, dove l’abbiamo avuto al fianco nelle battaglie più difficili, sia nel Parlamento italiano nel quale era riuscito a rendere presente il ruolo ineludibile dei cittadini italiani all’estero”.
Nel ricordo di Mirko Tremaglia il Cgie ricorda “a tutti noi l’impegno per tenere alta l’attenzione sui diritti dei nostri connazionali all’estero per rinnovarli e renderli fruibili ovunque essi risiedano”.
 

Rivolta nel Cpa di Cona: per mons. Perego “i grandi centri sono ingestibili ed esplosivi. Si passi a una accoglienza diffusa”

Roma - La rivolta che è scoppiata nella notte al centro di prima accoglienza di Cona, in provincia di Venezia, dimostra come le realtà che accolgono grandi numeri di migranti rischiano di diventare “luoghi ingestibili e quindi esplosivi” e sono pertanto un campanello di allarme per un cambiamento di rotta verso “una accoglienza diffusa su tutto il territorio, con numeri ridotti, accompagnata e affidata a realtà qualificate e con il controllo delle comunità locali, cioè i comuni”. Ripete un discorso più volte fatto monsignor Giancarlo Perego,  direttore generale della Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei, a poche ore dallo scoppio questa notte di una rivolta in un centro di accoglienza straordinaria nel veneziano, in seguito alla morte all’interno della struttura di un’ivoriana di 25 anni.
“È evidente - dice Perego all’agenzia SIR - l’esasperazione da parte degli ospiti del centro che, come si sa, vivono in una condizione di abbandono molto grave che ha portato a un gesto sicuramente da condannare - la rivolta e la distruzione - , ma che certamente ha dei fondamenti non di poco conto a cui si è aggiunto, come elemento scatenante, il fatto che solo dopo 5 ore è arrivata l’ambulanza per una donna, che si trovava in una situazione di pericolo di vita . Si tratta quindi di una inadempienza grave”.
“Occorre ripetere come diciamo da diverso tempo che i Cas, i centri di accoglienza straordinaria - prosegue -, non vengano affidati a realtà senza esperienza e che ci sia un controllo sulla gestione. Ma soprattutto diciamo che questo ultimo fatto indica in maniera molto chiara l’urgenza che si passi dai grandi centri che possono diventare ingestibili ed esplosivi, come è avvenuto in queste ore nel centro veneziano, ad una accoglienza diffusa, con pochi numeri”. È quanto Migrantes chiede da tempo e cioè un impegno a “essere responsabili nella accoglienza”, che significa mettere in atto “una accoglienza diffusa che abbia al centro la tutela della dignità della persona. “Una esperienza - aggiunge il direttore della Fondazione Migrantes - che premia anche dal punto di vista della sicurezza del territorio e di un accompagnamento che non crei disagi gravi che sempre sono avvenuti nei grandi centri”.
 

La nuova Consulta Regionale degli Emiliano-Romagnoli nel mondo al lavoro

Bologna - Sono ormai archiviati i dubbi, le discussioni e le contestazioni di tanti mesi sulla  opportunità di mantenere la Consulta degli Emiliano-Romagnoli nel mondo. La Legge Regionale n.5 del 27 maggio 2015 ha  definitivamente rimesso in marcia questo organismo che mantiene  il contatto operativo della  Regione  con i suoi emigrati sparsi nel mondo. Del resto una obiettiva e serena valutazione de lavoro svolto in tanti anni con le oltre 100 Associazioni costituitesi un po’ in tutti i Paesi doveva tranquillizzare  sulla  opportunità ed utilità della Consulta. Gli attuali  34 membri, provenienti dalle Associazioni all’estero ( 15), dalle istituzioni amministrative e cultuali ( (5), dalle rappresentanze sindacali  ed associative regionali in Italia ( (6) e dai giovani in emigrazione ( 8) si sono riuniti per la prima volta nella sede della Regione nei giorni scorsi. La presidenza composta dal consigliere regionale Molinari Gian Luigi e dai suoi due vicepresidenti, il consigliere Alessandro Cardinali  e la nominata  consultora  di Argentina Poggiali Nicelli Anna Lisa, hanno guidato i lavori avviati dalla relazione del presidente e dalla illustrazione del vice presidente   sui compiti della Consulta e  sulla progettata impostazione del programma triennale  2016-2018.
I criteri orientativi di fondo  sono apparsi chiari: stretto collegamento con la Regione, riduzione dei costi e trasparenza nella gestione, priorità agli interessi della Regione nella sua crescente espansione nel mondo. E’ stato sottolineato il settore delle innovazioni tecnologiche, la tipicità del “ cibo emiliano-romagnolo” ed i rapporti culturali e turistici. Sono previsti due incontri di area continentale, Sud America ( giugno 2017)  ed America settentrionale ( 2018) dopo il già avvenuto incontro europeo ( Parigi 2016). Lo stretto rapporto con la Regione è stato evidenziato anche  dalla presenza ed interesse di diversi assessori regionali: Roberta Mori, presidente della Commissione per la Parità e per i Diritti delle Persone, Andrea  Corsini assessore al Turismo e l’assessore alla Scuola, Bianchi. L’intervento più autorevole è stato  comprensibilmente  quello del Presidente della Regione Stefano Bonaccini che ha confermato di credere  nella utilità di questa Consulta, cui raccomanda la massima sobrietà e trasparenza.  Il  rapporto  con gli emigrati dalla Emilia-Romagna è importante - ha affermato -  per la promozione  della Regione stessa nelle sue peculiarità come la “Motor Valley” e la “ Food Valley” e nelle sue potenzialità culturali ed innovative (le molte ed interessanti nuove idee, le così dette “start up”). Non a caso la disoccupazione in Emilia-Romagna  con il 7,1% è inferiore al livello nazionale ed il  volume di attività copre  l’8,5 % del PIL nazionale  (56 miliardi solo di esportazione). Il sen. Giacobbo , eletto nella  circoscrizione Australia, ha confermato che  sarebbe stato scellerato perdere  il contatto con gli italiani all’estero, il cui ruolo  indiscusso è , tra l’altro,  di apripista alla esportazione italiana . Ha messo anche in guardia sul pericoloso limite  degli interessi particolari, invitando ad allargare lo sguardo.
Ai lavori della Consulta è stato invitato anche il già consultore Mons. Silvano Ridolfi in rappresentanza della Migrantes. Il quale ha ricordato che l’azione è frutto della conoscenza ed è guidata dalla valutazione del fenomeno migratorio nelle sue cause e potenzialità. In questo quadro ha fatto una breve illustrazione del “Rapporto Italiani nel Mondo” 2016, rapporto che è stato apprezzato come valido sussidio per un motivato ed efficace impegno nel campo delle migrazioni  (sr)
 

Bellunesi nel Mondo: Radio Abm è in onda in tutto il mondo

Belluno - Radio ABM. Voce delle Dolomiti. È questo il regalo di Natale che l'Associazione Bellunesi nel Mondo ha fatto a tutti i suoi soci. Una web radio, che può essere ascoltata collegandosi al sito dell'associazione (www.bellunesinelmondo.it) o scaricando l'apposita applicazione su tablet e smartphone, e che va ad affiancarsi al giornale, primo e storico strumento di comunicazione. L'obiettivo è sempre lo stesso, ed è quello che da sempre l'Associazione si pone: tenere in contatto vecchie e nuove generazioni di emigranti con la provincia  di Belluno.
Le trasmissioni hanno preso il via dal 25 dicembre, con il saluto del presidente Oscar De Bona, del vescovo Renato Marangoni e dello storico direttore Patrizio De Martin, che ha ricordato i primi passi mossi dall'allora AEB (Associazione Emigranti Bellunesi) cinquant'anni fa. Ricca la programmazione di Radio ABM, con notiziari e aggiornamenti dalla provincia di Belluno, novità utili agli italiani all'estero, previsioni meteo, rubriche culturali di storia locale bellunese, mondo delle migrazioni (attuali e storiche), poesie, interviste a rappresentanti istituzionali, ex e giovani emigranti e immigrati. Grande spazio viene dato anche alla musica, sia quella italiana che quella internazionale. E trattandosi di una radio bellunese, non può certo mancare la musica di marchio bellunese. Una rubrica specifica è infatti dedicata a band e artisti bellunesi e oriundi bellunesi.
L'ideatore di Radio ABM, che è stata realizzata in un'apposita stanza all'interno della sede di Belluno, è il direttore Marco Crepaz, che vuole pensare questo nuovo strumento come qualcosa di orientato sia in senso globale, che in senso locale. “La programmazione si rivolge a tutto il mondo, ma lo sguardo è fissato anche al nostro contesto, con programmi dedicati alle nostre tradizioni, alcuni dei quali in dialetto. Pensando alle comunità all'estero, poi, riproponiamo le rubriche in diversi momenti della giornata, così con il fuso orario anche chi è dall'altra parte del mondo ha la possibilità di ascoltarci». La web radio, inoltre, permetterà di effettuare anche delle dirette esterne, oltre ai programmi realizzati in sede.  Conferenze, convegni, concerti ed eventi speciali verranno infatti registrati e caricati per l'ascolto in streaming.
 

Palermo: il 6 gennaio Festa dei Popoli

Palermo -  Il 6 gennaio alle ore 11,00 nella nostra Cattedrale di Palermo convergeranno uomini e donne che provengono dai 5 continenti: immigrati e nativi “formiamo una sola famiglia umana, una sola famiglia di figli Dio”. Accolti dall’Arcivescovo mons. Corrado Lorefice vivranno un momento di fede. Ci saranno anche credenti in altre fedi religiose, accomunati dal desiderio della pace. Molti di loro, dopo aver sperimentato sulla propria pelle cosa significhi emigrare, oggi si pongono in un atteggiamento di accoglienza. La Scrittura ce lo ricorda: «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto» (Dt 10,19). “Tale fenomeno costituisce un segno dei tempi, un segno che parla dell’opera provvidenziale di Dio nella storia e nella comunità umana in vista della comunione universale. Pur senza misconoscere le problematiche e, spesso, i drammi e le tragedie delle migrazioni, come pure le difficoltà connesse all’accoglienza dignitosa di queste persone, la Chiesa incoraggia a riconoscere il disegno di Dio anche in questo fenomeno, con la certezza che nessuno è straniero nella comunità cristiana, che abbraccia «ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9)”, scrive papa Francesco nel Messaggio per la Giornata del Migrante e del Rifugiato. 
Anche la “silenziosa presenza di molte religiose, provenienti da altre parti del mondo, al servizio dei più deboli, arricchisce ed abbellisce questa assemblea”, afferma in una nota la Migrantes diocesana: i bambini, infine, saranno il simbolo della pace rappresentata dalla bianca colomba che sarà deposta ai piedi del “Principe della Pace”.
 

Migrantes: i Cie modelli fallimentari

Milano - Vennero chiusi perché non funzionavano, costavano troppo, attiravano le denunce delle organizzazioni umanitarie e le sentenze della Corte dei diritti dell’uomo. Soprattutto i Cie vennero chiusi perché la politica dei rimpatri ha sempre fatto flop.
Cosa è cambiato da allora? «Niente - risponde don Giancarlo Perego, direttore della fondazione Migrantes - . Salvo quelli con Tunisia, Marocco, Egitto e Nigeria, non ci sono accordi per rimpatri forzati né assistiti, dunque una volta identificati i cosiddetti irregolari, e appurato che non c’è modo di riportarli nei Paesi d’origine, il governo come intende procedere? ».
Il punto debole dei Centri di identificazione ed espulsione è sempre lo stesso, perciò sono stati chiusi. Le norme, che non sono cambiate, contenevano molte falle. Una per tutti. Quando uno straniero viene arrestato a causa di un reato comune (furto, rapina, spaccio di droga, etc.) subito dopo la condanna viene condotto in carcere, ma durante il periodo di detenzione non vi è alcun obbligo all’effettiva identificazione. Ne conseguiva che, una volta scontata la pena, il pregiudicato veniva accompagnato nei Cie per espletare le pratiche di reale riconoscimento per periodi che non di rado superavano i 180 giorni. Questo non solo esacerbava gli animi – facendo condividere la permanenza in promiscuità tra delinquenti matricolati e magari padri di famiglia, pizzicati a lavorare in nero e senza permesso di soggiorno – ma gonfiava a dismisura la popolazione dei Cie. Per non dire delle numerose inchieste sugli appalti per la gestione delle strutture, alcune delle quali chiuse d’imperio dai prefetti dopo che le inchieste giornalistiche avevano permesso di scoprire che agli ospiti non erano garantiti i diritti minimi e che i dipendenti non ricevevano il salario.
Istituiti nel ’98 come Centri di permanenza temporanea per gli stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno e non aventi titolo per chiedere asilo o protezione internazionale, sono stati a lungo al centro di violente polemiche perché paragonati a delle carceri: non a caso il tempo di "detenzione" (amministrativa) è più volte oscillato da un minimo di 30 giorni a un massimo di 18 mesi.
«La proposta di affidare ancora una volta le politiche sull’immigrazione a un investimento sui Cie, è vecchia e stantia ancor prima di essere
 avviata. Ci hanno già provato – sapendo che si tratta solo di un’uscita propagandistica, che alimenta odio e razzismo e favorisce i predicatori d’odio – ministri e governi precedenti, senza ottenere alcun risultato concreto». È quanto scrive la presidente nazionale
dell’Arci, Francesca Chiavacci, in una lettera aperta indirizzata al ministro dell’Interno Marco Minniti.
«Si era sempre parlato di hub regionali per accoglienza persone da identificare. Strutture per accogliere persone per pochi giorni. Perciò è una brutta sorpresa, lo scoprire una circolare nella quale si riportano in vita strutture che hanno segnato il fallimento delle politiche migratorie», insiste don Perego ricordando come i Cie «fossero diventati luoghi di radicalizzazione, nei quali avvenivano scontri, proteste, incendi».
Nell’anno del boom degli sbarchi, era il 2014, si contavano quattro tipologie di strutture: i Centri di identificazione ed espulsione (Cie); i Centri governativi per richiedenti asilo (Cara, Centri di primo soccorso ed accoglienza, Centri di accoglienza); le strutture temporanee e i posti Sprar (Sistema d’accoglienza per richiedenti asilo).
L’eredità dei vecchi Cie è lungi dal venire dimenticata. Appena dieci giorni fa la Corte di Cassazione ha confermato la condanna contro le autorità nel caso di un cittadino straniero, rinchiuso nel Cie di Bari, destinatario di un’espulsione senza che gli fosse stata fornita adeguata assistenza, a cominciare dalla possibilità di ottenere asilo politico o una qualche forma di protezione.
Al momento, i Cie effettivamente operativi sono cinque, per una capienza totale di circa 350 posti: Roma, Torino, Brindisi, Caltanissetta e Bari (quest’ultimo però inagibile per lavori). Trapani di recente è stato trasformato in "hotspot", uno dei centri per l’identificazione dei migranti richiesti dalle normative europee, mentre in diverse delle vecchie strutture si è optato per la chiusura oppure sono in corso lavori di ripristino e ricostruzione imposti quasi sempre da roghi dolosi e danneggiamenti volontari. (Nello Scavo - Avvenire)

28 gli operatori pastorali uccisi nel 2016

Città del Vaticano - Nell’anno 2016 sono stati uccisi nel mondo 28 operatori pastorali cattolici. Per l’ottavo anno consecutivo il numero più elevato si registra in America, mentre è drammaticamente cresciuto il numero delle religiose uccise, che quest’anno sono 9, più del doppio rispetto al 2015.
Secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia Fides, nel 2016 sono morti in modo violento 14 sacerdoti, 9 religiose, 1 seminarista, 4 laici. Per quanto riguarda la ripartizione continentale, in America sono stati uccisi 12 operatori pastorali (9 sacerdoti e 3 suore); in Africa sono stati uccisi 8 operatori pastorali (3 sacerdoti, 2 suore, 1 seminarista, 2 laici); in Asia sono stati uccisi 7 operatori pastorali (1 sacerdote, 4 suore, 2 laici); in Europa è stato ucciso 1 sacerdote. Come sta avvenendo negli ultimi anni, la maggior parte degli operatori pastorali – spiega Fides - è stata uccisa in seguito a tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, in contesti che denunciano il degrado morale, la povertà economica e culturale, la violenza come regola di comportamento, la mancanza di rispetto per i diritti umani e per la vita stessa.
In queste situazioni, simili a tutte le latitudini, i sacerdoti, le religiose e i laici uccisi, erano tra coloro che denunciavano a voce alta le ingiustizie, le discriminazioni, la corruzione, la povertà, nel nome del Vangelo. Per questo hanno pagato, come il sacerdote José Luis Sánchez Ruiz, della diocesi di San Andres Tuxtla (Veracruz, Messico), rapito e poi rilasciato con "evidenti segni di tortura", secondo il comunicato della diocesi. Nei giorni precedenti al rapimento aveva ricevuto delle minacce, sicuramente per le sue dure critiche contro la corruzione e il crimine dilagante. Come ha ricordato Papa Francesco nella festa del protomartire Santo Stefano, “il mondo odia i cristiani per la stessa ragione per cui ha odiato Gesù, perché Lui ha portato la luce di Dio e il mondo preferisce le tenebre per nascondere le sue opere malvage” (Angelus del 26/12/2016).
Tutti vivevano la loro testimonianza di fede nella normalità della vita quotidiana: amministrando i sacramenti, aiutando i poveri e gli ultimi, curandosi degli orfani, dei tossicodipendenti, degli ex carcerati, seguendo progetti di promozione umana e di sviluppo o semplicemente rendendosi disponibili a chiunque potesse avere bisogno. Qualcuno è stato ucciso proprio dalle stesse persone che aiutava. Difficilmente le indagini svolte dalle autorità locali portano ad individuare gli esecutori e i mandanti di questi omicidi o i motivi.
Desta poi preoccupazione la sorte di altri operatori pastorali sequestrati o scomparsi, di cui non si hanno più notizie certe da tempo. L’elenco annuale di Fides, senza dubbio incompleto, non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma registra gli operatori pastorali morti in modo violento. Non viene usato di proposito il termine “martiri”, se non nel suo significato etimologico di “testimoni”, per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro, e anche per la scarsità di notizie che si riescono a raccogliere sulla loro vita e sulle circostanze della morte.
Agli elenchi provvisori stilati annualmente dall’Agenzia Fides, deve sempre essere aggiunta la lunga lista dei tanti, di cui forse non si avrà mai notizia o di cui non si conoscerà neppure il nome, che in ogni angolo del pianeta soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo. Papa Francesco ci ricorda spesso che “Oggi ci sono cristiani assassinati, torturati, carcerati, sgozzati perché non rinnegano Gesù Cristo”… “i martiri di oggi sono in numero maggiore rispetto a quelli dei primi secoli”.
 

Sir: Corrado nuovo Direttore

Roma - A partire da ogg l’Agenzia SIR (Servizio Informazione Religiosa) ha un nuovo direttore: Vincenzo Corrado subentra a Domenico Delle Foglie, che guidava l’Agenzia dal gennaio 2013...

Card. Bagnasco: no a muri o trincee

Genova - “I flussi migratori non si fermano poiché le situazioni di violenza continuano a dilagare e a spopolare intere zone del pianeta: creano esodi di disperati”. Così il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Cei, nel discorso pronunciato il 31 dicembre in occasione del Te Deum. Per il cardinale, “la risposta non è quella di innalzare muri o scavare trincee, ma quella di un’accoglienza intelligente e vigile, capace di dare una prima cura per poi passare a percorsi di vera integrazione con quanti desiderano restare e diventare popolo con noi, mostrando – come accade anche a Genova – buona volontà, serietà, apprezzamento e rispetto della cultura ospitante, partecipando attivamente alla sicurezza sociale”. Anche “in questa emergenza, rispondendo agli appelli delle Autorità competenti la comunità cristiana cerca di esserci”. A Genova, “sono 280 i richiedenti la protezione internazionale, che l’ufficio Migrantes della Diocesi segue puntualmente; e altri 175 sono accolti dalle strutture dell’Auxilium”.
 

Rimini: in una mostra la Natività nel mondo

Rimini - La Porta dei Migranti riproduce la Porta di Lampedusa: simboleggia l’apertura verso tutti coloro che cercano pace, dignità, speranza. Inizia così, in maniera fortemente simbolica, il percorso «Presepi dal Mondo», la mostra organizzata per il 14° anno dalla Caritas e dalla Migrantes della diocesi di Rimini al Palazzo del Podestà (fino al 6 gennaio).
Un "viaggio" attraverso le Natività di ogni continente: oltre 350 quelle esposte, alle quali si aggiungono altre opere contemporanee, tutte legate al tema tratto dall’enciclica di papa Francesco, Laudato si’.
Ci sono presepi che raccontano i laboratori nei quali viene data un’opportunità di lavoro e di vita ai ragazzi di strada in Zambia o alle ragazze di una missione in Etiopia, in Romania, in Cambogia. In quello Colombiano sono assenti le pecore: i contadini, infatti, non vendono più lana a causa della scelta delle multinazionali di utilizzare altri materiali. Altri presepi raccontano le storie del Perù, dell’Ucraina, delle Filippine, del Camerun, della Cina e dell’Ecuador, del popolo Sinti e dell’Albania. Una trentina di essi sono state realizzate sul posto da altrettanti gruppi di immigrati del riminese. (P.Gui. - Avvenire)
 

Migrantes Bologna: il 6 gennaio la festa dei Popoli

Bologna - E’ entrata ormai tra le consuetudini più significative della nostra vita diocesana la celebrazione della Messa dei Popoli, presieduta dall’Arcivescovo nella solennità dell’Epifania del Signore. Con il pellegrinaggio dei Magi alla casa del Signore, iniziò il cammino di tutti i popoli della terra verso la grazia della fede. Molte delle lingue che vengono oggi parlate sotto le due torri, saranno utilizzate per la celebrazione liturgica.
Non è più certo una novità, ma è esperienza comune di ogni antico bolognese l’incontro con fratelli immigrati, in maggioranza cristiani – secondo le statistiche – e che spesso lavorano in case e ospedali o occupano spesso le mansioni più umili nei luoghi di lavoro. Le comunità cattoliche che si sono costituite in diocesi in questi ultimi anni, accanto a numerose comunità ortodosse, sono caratterizzate da un forte senso di fraternità e dalla presenza di numerosi bambini. Come l’anno scorso saranno 13 le lingue utilizzate nella liturgia e il coro sarà costituito dall’insieme dei cori delle comunità, nella pluralità delle lingue, dei ritmi e delle culture. Le intenzioni di preghiera andranno a toccare i tanti problemi che affliggono l’umanità perché come ricorda il Papa «non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza». Verrà distribuito a tutti il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale del Migrante e del rifugiato (15 gennaio). Sarebbe auspicabile che in tutte le parrocchie si desse voce alla preghiera dei nostri fratelli di fede e ci si impegnasse a creare un clima di vera accoglienza a queste persone che spesso hanno nella Chiesa il loro unico riferimento di speranza.
Il Papa richiama l’attenzione in particolare sul problema dei minori che vivono la migrazione, e in particolare sul dramma dei profughi minori non accompagnati, sono decine di migliaia solo in Italia, particolarmente esposti e vulnerabili.
«Come rispondere a tale realtà?», si domanda Francesco: «prima di tutto rendendosi consapevoli che il fenomeno migratorio non è avulso dalla storia della salvezza, anzi, ne fa parte». Ad esso è connesso un comandamento di Dio: «Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto». (mons. Andrea Caniato, incaricato diocesano e regionale Migrantes Emilia Romagna)
 

Mattarella: un augurio anche ai tanti italiani che vivono all’estero

Roma -  “Nell'attesa del nuovo anno desidero rivolgere gli auguri migliori a tutte le italiane e a tutti gli italiani. A quelli che risiedono nel nostro Paese e a quelli che ne sono lontani, per studio o per lavoro, e sentono intensamente il vincolo di appartenenza alla Patria”. E’ iniziato con queste parole il messaggio di Sergio Mattarella agli italiani in occasione del nuovo anno. Il Presidente della Repubblica ha ricordato anche i tanti giovani che per ragioni di studio o lavoro vivono fuori dai confini italiani. “Molti di voi studiano o lavorano in altri Paesi d’Europa. Questa, spesso - ha detto - è una grande opportunità. Ma deve essere una scelta libera. Se si è costretti a lasciare l’Italia per mancanza di occasioni, si è di fronte a una patologia, cui bisogna porre rimedio”. Per Mattarella i  giovani che decidono di farlo “meritano, sempre, rispetto e sostegno. E quando non si può riportare nel nostro Paese l’esperienza maturata all’estero viene impoverita l’intera società”.
Il Presidente della Repubblica ha ricordato che l’incontro, lo scorso febbraio, in una Università di New York,  con studenti di ogni continente. “Una ragazza ha aperto il suo intervento dicendo di sentirsi cittadina europea, oltre che italiana”, ha detto Mattarella: “tante esperienze di giovani che condividono, con altri giovani europei, valori, idee, cultura - ha aggiunto -  rendono evidente come l'Europa non sia semplicemente il prodotto di alcuni Trattati. Un Continente che, dopo essere stato, per secoli, diviso da inimicizie e guerre, ha scelto un cammino di pace e di sviluppo comune. Quei giovani capiscono che le scelte del nostro tempo si affrontano meglio insieme. Comprendono, ancor di più, il valore della pacifica integrazione europea di fronte alla tragedia dei bambini di Aleppo, alle migliaia di persone annegate nel Mediterraneo e alle tante guerre in atto nel mondo. E non accettano che l'Europa, contraddicendosi, si mostri divisa e inerte, come avviene per l'immigrazione”. (Raffaele Iaria)
 
 

Mons. Perego: circolare Ps frutto di una politica che non aiuta

Roma - Una circolare "coerente con una politica delle migrazioni che fino ad oggi è stata incentrata solo sulla sicurezza. Una politica che ha portato ad esasperare l'attenzione solo sui casi di delinquenza e di irregolarità tra i migranti, finendo per far dimenticare l'azione di un popolo che sta contribuendo a cambiare l'Italia: più di 500mila imprenditori, 2 milioni e mezzo di lavoratori, 800mila studenti": Monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, commenta così all'AdnKronos la direttiva inviata alle questure dal capo della Polizia Franco Gabrielli, che ha disposto l'intensificazione dei controlli e delle attività volte all'allontanamento degli stranieri irregolari.
"Certo, il momento storico non aiuta, con i timori diffusi per il terrorismo. Ma non aiuta neanche una politica della sicurezza che dimentica che bisogna costruire il futuro dell'Italia sull'incontro e sulla capacità di integrazione, su percorsi di accompagnamento, sulla cittadinanza, sul diritto al voto amministrativo, su una rappresentanza reale. Anche le politiche di molti altri Stati europei -aggiunge Perego - vanno in una direzione che non favorisce un'Europa dei popoli".
 

Mattarella: equazione immigrato-terrorista è ingiusta

Roma - "L’equazione immigrato uguale terrorista è ingiusta e inaccettabile, ma devono essere posti in essere tutti gli sforzi e le misure di sicurezza per impedire che, nel nostro Paese, si radichino presenze minacciose o predicatori di morte". A dirlo è stato il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, nel consueto discorso di fine anno. Per Mattarella dopo l’esplosione del terrorismo internazionale di matrice islamista, la presenza di numerosi migranti “sul nostro territorio ha accresciuto un senso di insicurezza. E’ uno stato d’animo - ha detto - che non va alimentato, diffondendo allarmi ingiustificati. Ma non va neppure sottovalutato. Non rendersi conto dei disagi e dei problemi causati alla popolazione significa non fare un buon servizio alla causa dell’accoglienza". Il Capo dello Stato si attende dall’Unione Europea “gesti di concreta solidarietà  sul problema della ripartizione dei profughi e della gestione, dignitosa, dei rimpatri di coloro che non hanno diritto all’asilo". (R.I.)
 

L’anno nero del mare: morti 5mila migranti

Milano - Il 2016 sarà ricordato come l’anno record di morti nel Mediterraneo. Sono infatti almeno 5.000 i migranti che hanno perso la vita durante la traversata in mare, secondo i dati resi noti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’agenzia Onu per i rifugiati (Acnur). «Questo è il peggior bilancio di fine anno di sempre», commenta il portavoce di Acnur, William Spindler. Oltre 1.300 in più rispetto a un anno fa. Nel 2015 sono morti in mare circa 3.777 migranti.
Ma potrebbero essere anche molti di più dei 5mila registrati, perché in questi viaggi non si staccano biglietti, non c’è carta d’imbarco e manca qualsiasi traccia di pagamento. I trafficanti di esseri umani caricano le carrette del mare all’inverosimile: ogni gommone che parte dalla Libia trasporta almeno 100-150 migranti. E sui pescherecci i numeri raddoppiano o addirittura triplicano: 500-700 persone stipate sopra e sotto coperta. Di solito i viaggiatori nella stiva (quelli che rischiano di più, perché appena il natante imbarca acqua sono i primi a non farcela), sono anche quelli che hanno pagato il biglietto a prezzo stracciato. Meno di mille dinari tutto compreso – anche il conto di rischiare la vita – per tentare di raggiungere l’Europa, lasciandosi alle spalle guerre, fame, violenze e discriminazioni.
Perché così tanti morti? Perché l’unica rotta aperta, dopo l’accordo siglato tra l’Ue e la Turchia nel mese di marzo (che di fatto respinge al proprio paese i migranti arrivati sulle piccole isole greche) è quella del Mediterraneo centrale, dalla Libia alla Sicilia. La più lunga e anche la più pericolosa. Spesso affrontata con natanti ormai derelitti: pescherecci abbandonati e resuscitati per un viaggio di sola andata o gommoni comprati in Cina sprovvisti di chiglia rigida che, col mare mosso, affondano in poche ore. Per risparmiare, inoltre, i trafficanti utilizzano solo pochi litri di carburante, giusto il tempo di raggiungere le acque internazionali per poi lasciare le carrette, con tutto il loro carico umano, in balia del mare. E basta un nulla per finire in acqua. «L’aumento dei decessi è allarmante» aggiunge Spindler.
La strage di donne. Muoiono schiacciate dalla ressa, su gommoni e barchini stracarichi. Oppure arrivano nei porti italiani, stremate, incinte o a fine gravidanza. Il segno della violenza subita lungo il lungo viaggio della speranza verso l’Europa, attraverso il deserto e la Libia. Sono spesso le donne e i bambini a pagare il prezzo più alto delle traversate. Sono una ventina le donne morte e recuperate dai soccorritori, solo nell’ultimo mese. Sei cadaveri sono giunti a Cagliari, lo scorso 13 dicembre, insieme allo sbarco di oltre 850 migranti. Dall’imbarcazione della Guardia costiera sono sbarcate anche tre donne incinte. Una di loro con evidenti segni di percosse e violenza. Un’altra ragazza è finita all’ospedale per ferite e assistenza psicologica. Lo scorso 7 dicembre la Procura di Siracusa ha aperto un’inchiesta sulla "strage delle donne" migranti al largo della Libia. Quattordici le salme recuperate tra barconi e gommoni semiaffondati. Altre due donne sono invece morte per ipotermia subito dopo l’operazione di soccorso in mare.
La morte arriva anche via terra. Ma i pericoli per i migranti non finiscono con la traversata in mare. Una volta sbarcati sulle coste italiane (o greche) infatti, le porte chiuse dell’Unione europea li costringono a cercare alternative molto pericolose ai normali e più sicuri viaggi in treno. Dal Brennero a Ventimiglia, da Como a Trieste, sono ormai decine i migranti che hanno perso la vita, dopo molti pericoli e insidie, nel tentativo di passare in Francia, in Svizzera o in Germania. A Ventimiglia si percorre l’autostrada a piedi, di notte, per sfuggire ai controlli. Al Brennero i migranti si nascondono sotto i tir trasportati sui treni che oltrepassano il confine o si incamminano lungo i binari della ferrovia cercando di passare il confine in zone meno sorvegliate. Al porto di Trieste spesso vengono scoperti migranti chiusi da giorni all’interno di container trasportati su navi cargo partite dalla Grecia o da Ancona.
Resta il nodo dell’accoglienza. «Il futuro ci impone una condivisione più giusta e un impatto meno forte sui territori: finalmente abbiamo risorse adeguate allo sforzo che il paese sta facendo per l’accoglienza e lavoreremo in questa direzione», ha detto Mario Morcone, prefetto Capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno, annunciando per il 2017 «100 milioni di euro per i Comuni che accoglieranno i profughi». (Daniela Fassini)
 

Colletta per l’Ucraina: stanziati i primi 6 milioni di euro

Roma - Nei 12 milioni di euro raccolti con la colletta voluta dal Papa nelle chiese europee per l’Ucraina, quasi sei milioni sono in corso di stanziamento per venire incontro alla crisi umanitaria di quel Paese. È quanto ha riferito ai microfoni della Radio Vaticana il segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, monsignor Giovanni Dal Toso.
«Prima di tutto, – ha spiegato – il criterio doveva essere quello degli aiuti umanitari: per esempio garantire la sopravvivenza, poter offrire programmi di riscaldamento, garantire medicinali, il funzionamento quindi di ospedali, con la cura medica di tante persone che sono abbandonate a se stesse». Dal Toso ha indicato tra le priorità di questi stanziamenti una «particolare attenzione per i bambini» e ha rilevato che i progetti concreti di aiuto sono 20 e «di larga scala».
 

Viminale: da gennaio oltre 180mila arrivi

Roma - Dal primo gennaio ad oggi sulle coste italiane sono sbarcati 180.392 migranti, il 18,21% in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso e il 6,55% in più rispetto allo stesso periodo di due anni fa...