Primo Piano

Campagna “Ero straniero”: raccolte 13 mila firme

Roma - Ha raccolto 13 mila firme in meno di due mesi la proposta di legge "Ero straniero. L’umanità che fa bene", citata  da Papa Francesco al termine dell’udienza generale del mercoledì' in piazza San Pietro. Lo ha annunciato il Presidente della Casa della Carità, don Virginio Colmegna, in un'intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche italiane. La campagna, come ha ricordato il pontefice, è sostenuta anche dalla Fondazione Migrantes e dalla Caritas Italiana con l'obiettivo il superamento della legge Bossi-Fini, evitare situazioni irregolari e puntare su accoglienza, lavoro e inclusione.
“La raccolta firme – ha aggiunto don Colmegna - è impegnativa, siamo partiti a maggio siamo ormai a 13 mila firme. Dobbiamo dare un incentivo forte nel mese di giugno e luglio. Rivolgo a tutti un forte appello. La novità è che questa campagna coinvolge ormai anche più di cento sindaci perché vuole coinvolgere i territori. Questa spinta di aiuto dal Papa ci ha scosso interiormente e ci ha dato maggiore forza. Nel mese di giugno puntiamo ad arrivare a 25 mila per poi arrivare entro la fine di ottobre dobbiamo presentare 50-60 mila firme autenticate per porre poi sull’agenda politica la questione della riforma legislativa all’interno di una cultura di accoglienza che non è un generico ‘accogliamoli tutti’, ma è un’accoglienza segnata profondamente dalla regolarità”. “Abbiamo accolto il sostegno del Papa – ha concluso don Colmegna - con grande gioia. Coglie un’esigenza che stiamo cercando di far crescere nel Paese insieme a tante realtà di estrazione culturale diverse sul fenomeno migratorio, come rilettura profonda dal punto di vista ideale e concreto”.
 

Morire di speranza: ieri sera veglia di preghiera a Roma

Roma - Basilica di Santa Maria in Trastevere affollata ieri sera per “Morire di Speranza”, la veglia - organizzata da Comunità di Sant’Egidio, Centro Astalli, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Acli, Casa Scalabrini 634, Associazione Papa Giovanni XXIII - per ricordare le troppe persone - uomini, donne, ma anche molti bambini - scomparse negli ultimi anni nel mare Mediterraneo o in altri terribili percorsi verso l’Europa. Solo dall’inizio di quest’anno sono quasi 2 mila. Morti di “speranza” in una vita migliore, lontano da guerre e difficoltà di ogni genere. Mentre nel 2016 la percentuale di mortalità era di 1 a 42, ormai è di 1 ogni 32 persone anche se il numero degli arrivi è calato di due terzi.
Hanno partecipato centinaia di immigrati, tra cui alcuni che hanno vissuto terribili viaggi per giungere in Europa, insieme a quelli che, invece, sono arrivati in sicurezza con i corridoi umanitari. Presenti anche familiari e amici di chi ha perso la vita in mare. Durante la veglia sono stati letti alcuni nomi di chi è scomparso insieme a ad alcune storie e sono state accese candele in ricordo delle vittime dei viaggi verso il nostro continente.
A presiedere la preghiera il parroco di Santa Maria in Trastevere, Mons. Marco Gnavi che nella sua omelia ha parlato di questa preghiera come "patria di tutti" e della necessità di "salvare, come obbligo morale", di accogliere ma anche di integrare, un impegno che chiede di "essere coraggiosi, intelligenti, tenaci".

"Noi abbiamo il dovere di perseverare nella speranza, di offrire motivi di speranza. Non si può infatti assistere agli eventi tragici che feriscono l’umanità e di cui Gesù stesso parla con franchezza, senza un sussulto di coscienza, senza ribellarsi alla morte, senza l’intelligenza dell’amore. Senza tessere una rete di resistenza alla morte. Difendere, soccorrere, salvare la vita è un obbligo, morale, umano, religioso, civile! A terra e in Mare, nel nostro Mediterraneo", ha detto Mons. Gnavi  che ha ricordato che proprio qualche giorno fa i media hanno trasmesso l’urlo di un soccorritore italiano della guardia costiera, che innanzi alle coste libiche, impotente di fronte al piccolo che annegava e che non era riuscito a afferrare: “Il bambino, il bambino…”. Questa preghiera - ha spiegato il sacerdote - "è un urlo che da nome a quel piccolo, a ogni uomo, a ogni donna che disperato sta per soccombere e chiede le nostre mani.  Oggi sembra realizzarsi dolorosamente la visione di cui parla Gesù: 'nazione, contro nazione, regno contro regno, e in diversi luoghi, terremoti, carestie, pestilenza, fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo'  Fratelli e sorelle in fuga dal Medio Oriente, dall’Africa, dall’Asia sono testimoni di questi dolori e di queste ferite. Non li hanno scelti, non li hanno provocati. ll Vangelo parla anche delle persecuzioni che colpiranno i suoi amici, a causa del suo nome". Per mons. Gnavi molti, innanzi ai "terremoti" della storia "invocano salvezza solo per se, invitano a chiudere le porte, iniziando a chiudere gli occhi davanti ai volti, agli sguardi, alle mani che si tendono. Ma sono quelle mani e quei volti che hanno risvegliato la parte migliore e il desiderio di bene, in tante città italiane e di Europa; che hanno resuscitato capacità di accoglienza in tante comunità cristiane, che hanno svegliato energie e risorse nuove, fra gente intorpidita e stordita dal flusso delle notizie. Che hanno posto nuovamente al centro della ricerca di unità dei cristiani l’incontro con Gesù, nei suoi fratelli più piccoli e poveri". 
Ecco allora la necessità della perseveranza, la "perseveranza del nostro essere assieme, del nostro lottare per aprire varchi di accoglienza, della nostra invocazione comune, perché nella famiglia dei popoli, la vita di chi viene da lontano è nostra! Cioè ci interpella, è parte delle nostre speranze e delle nostre preoccupazioni". La salvezza - ha quindi aggiunto "è un orizzonte che ci trova connessi, interdipendenti, nell’amore. La disconnessione, nella diffidenza e nella paura è una grande fragilità, ma anche una bugia irrealistica – siamo irrimediabilmente legati gli uni agli altri – che si nasconde dietro a apparente autosufficienza, di confini, lingua, etnia,cultura, economia, esercito, ricchezza…L’autosufficienza è sempre misera". Noi - ha continuato - " cerchiamo parola e sapienza, a partire dal Vangelo, dalla memoria delle vite perdute e delle speranza incompiute che dobbiamo raccogliere, per chi è sopravvissuto, per chi è oggi fra noi. Cerchiamo questa parola e questa sapienza, nella nostra sinergia, nella comune preghiera.  Vogliamo un futuro e un destino per tutti, nella speranza: per noi, per i profughi, per i nuovi italiani e per i nuovi europei. 
Papa Francesco, ci esorta a porre al cuore del nostro impegno l’integrazione; e in questo senso ci chiede di essere coraggiosi, intelligenti, tenaci". E proprio ieri ha citato favorevolmente la campagna “ero straniero” sostenuta fra gli altri dagli organismi della CEI Caritas Italiana e Fondazione Migrantes per rivisitare e correggere la legislazione vigente in Italia sul  tema dell’immigrazione, perché siano possibili veri percorsi di integrazione. Il Papa - ha sottolineato Mons. Gnavi - "più volte ha sottolineato il valore ecumenico e umano di ogni sforzo teso all’accoglienza e all’integrazione. Ha parlato recentemente del suicidio di quei paesi del nostro continente che non accolgono la vita giovane dei migranti, mentre loro stessi invecchiano sempre più. La Chiesa, le Chiese qui rappresentate, noi tutti, saggiamente, sosteniamo il diritto dei piccoli nati in Italia, a riconoscere loro questa identità, fatta di cultura, di nuovi legami, di patria acquisita, di opportunità, di futuro". E di fronte alla "sconfitta della morte tragica di migliaia di nostri fratelli e sorelle in umanità, cristiani, musulmani e di ogni credo, di ogni provenienza, sentiamo il paradosso: nell’amore di Dio, nemmeno un capello del loro capo va perduto. Lui raccoglie nella misericordia le loro vite spezzate. Lui combatte per noi la battaglia per la vita e per la resurrezione dell’umanità. A noi, la responsabilità - ha concluso - di credere, la gioia e la fatica di amare, l’obbedienza al suo comando di costruire un tempo e un mondo, dove la speranza abbia cittadinanza piena". (Raffaele Iaria)
 
 
 

Immigrazione: cinque proposte dalle associazioni

Roma - Conoscere la realtà, salvare vite umane, cooperazione con i paesi di partenza, vie legali di ingresso in Europa e politiche di integrazione. Queste le proposte avanzate ieri sera dalle associazioni che hanno promosso, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere (tra queste la Fondazione Migrantes, Caritas Italiana, Comunità di Sant'Egidio, Centro Astalli, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Acli, Scalabriniani) una veglia di preghiera per i migranti morti in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa. “Contrariamente a quanto si potrebbe pensare,  nel 2017 gli arrivi di migranti attraverso il Mediterraneo sono diminuiti. Sono invece in aumento i morti in mare, a motivo di viaggi sempre più pericolosi”, dicono le associazioni. Dal 1° gennaio 2017 ad oggi sono giunte in Europa 82.897 persone, mentre nei primi sei mesi del 2016 avevano raggiunto il nostro continente 231.133 migranti. Gli arrivi sono “più che dimezzati, indubbiamente per la chiusura della cosiddetta rotta balcanica, in seguito all’accordo UE-Turchia. Il dato più preoccupante è la crescita, in percentuale, del numero di vittime dei viaggi verso l’Europa: se nei primi sei mesi del 2016 erano morte circa 3.000 persone, da gennaio 2017 ad oggi hanno già perso la vita 1.990 migranti. Nel 2016 la percentuale di mortalità era di 1 su 42. Nel 2017 la proporzione, già di per sé drammatica, è ulteriormente salita: quest’anno su 35 migranti che sono arrivati in Europa, ce n’è uno che ha perso la vita”. Le organizzazioni evidenziano l’importanza del “salvataggio” in mare che fa parte di un codice umanitario condiviso a livello universale. “Quando riguarda migliaia di essere umani diventa una priorità per la nazioni interessate. Nel momento dell’emergenza l’unica risposta seria e civile non può che essere questo”. Inoltre è necessario “connettere in maniera strutturale il tema delle migrazioni con la cooperazione internazionale. L’offerta di aiuti ai paesi di provenienza dei flussi migratori deve contribuire in modo più consistente, pensando alla crescita e allo sviluppo del Sud del mondo, senza finalizzarla, in modo strumentale, solo al contenimento dell’emigrazione. Il controllo delle frontiere, per quanto più accurato e rigido, a lungo andare non porterà a una diminuzione del numero dei migranti, perché non incide sulle cause che ne sono all’origine”. Le organizzazioni chiedono ancora vie legali di ingresso in Europa, un continente che “sta vivendo una forte crisi demografica, con l’Italia che anche quest’anno ha registrato un saldo negativo tra morti e nascite, nonostante la presenza di nuovi immigrati”. Bisogna – sottolineano - in primo luogo, incrementare i canali di ingresso regolare per ricerca di lavoro (data anche la forte domanda esistente in alcuni settori, soprattutto quella dei servizi alle persone), anche reintroducendo il meccanismo della sponsorship, e agevolare i ricongiungimenti familiari. In secondo luogo, per affrontare le guerre e le crisi umanitarie, che causano un gran numero di profughi, “oltre ad aprire nuovi corridoi umanitari, è urgente un programma serio di resettlement e relocation, che superi la logica dell’accordo di Dublino”. E ancora serie politiche di integrazione: “oltre all’accoglienza di chi fugge dalla guerra, comunque doverosa, va garantita l’integrazione di chi è accolto, puntando sull’apprendimento della lingua italiana e sull’inserimento in efficaci percorsi di formazione lavorativa. Gli stati europei dovrebbero impegnarsi in investimenti appropriati per favorire questo processo”. (Raffaele Iaria)
 

Migrantes Piemonte a Lampedusa per “conoscere incontrando”

Torino - Dal 14 al 17 giugno una delegazione di Migrantes Piemonte e Valle d’Aosta si è recata a Lampedusa per conoscere da vicino l’isola ormai simbolo internazionale della frontiera d’Europa. Ad accogliere e accompagnare la quindicina di partecipanti è stato Germano Garatto, padovano d’origine e da quattro anni a Lampedusa per conto della Fondazione Migrantes. Sull’isola Germano Garatto  si occupa di progetti di inclusione e integrazione sociale rivolti alle scuole a partire dalla primaria sino alle scuole superiori. Garatto accompagna inoltre gruppi che vogliano approcciarsi alla realtà complessa di Lampedusa attraverso la contemplazione delle bellezze naturali del luogo, la conoscenza della storia dell’isola e della sua attitudine al passaggio e all’accoglienza di persone e culture provenienti dal bacino del Mediterraneo, sino al contatto con la variegata società civile lampedusana che, di fronte ai numerosi sbarchi di stranieri degli ultimi anni, ha saputo rimanere umana e ad affrontare le emergenze. “Lampedusa e la sua gente. Visita alla frontiera dell’Europa: un bagno di umanità”, questo è il titolo del percorso proposto alla Delegazione di Migrantes, che è iniziato con la visita a piedi alla Porta d’Europa ed è proseguito con l’incontro informativo su storia e cultura delle Pelagie con Nino Taranto, presidente dell’Associazione Archivio Storico di Lampedusa. Garatto e le diverse persone incontrate nelle giornate a Lampedusa hanno descritto l’impatto che l’Hot Spot ha oggi sull’isola, le dinamiche che si creano tra la popolazione e i migranti che teoricamente dovrebbero rimanere a Lampedusa 96 ore, ma che in realtà ci restano per mesi. Si tratta di un Hot Spot che dovrebbe ospitare circa 500 persone, ma che in realtà tocca punte di 1000, soprattutto nei mesi più caldi. La Delegazione ha incontrato esponenti della rete locale Forum Lampedusa Solidale, sul significato di “cittadinanza attiva” per chi vive sull’isola e diverse persone e famiglie che hanno soccorso o ospitato i migranti in arrivo. Interessante e particolarmente toccante la visita al Porto M, tra gli oggetti abbandonati e raccolti nei barconi da parte del Collettivo Askavusa, dove si sono affrontate le cause delle migrazioni che passano da Lampedusa.  Sull’isola si trovano un Santuario e un sito plurimillenario che dimostrano la sua vocazione all’incontro e alla condivisione. Si tratta del Santuario della Madonna di Porto Salvo, un luogo sacro condiviso tra cristiani e musulmani, poco distante dall’Isola dei Conigli, raggiungibile a piedi attraversando una splendida spiaggia bianca.(Migrantes Piemonte e Valle d’Aosta)
 
 
 

Rapporto Immigrazione: in Lombardia 1.149.011 immigrati

Milano - Sono 1.149.011 gli stranieri residenti in Lombardia, pari all’11,5% della popolazione lombarda. Per la prima volta, seppure di poco, diminuiscono. Il calo, pari allo 0,3%, è dovuto soprattutto, come sottolineato dall’Istat, al progressivo aumento di cittadini stranieri che diventano italiani: 54mila, il 27% delle nuove cittadinanze registrate in Italia. È quanto emerge dal XXVI Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes dal titolo “Nuove generazioni a confronto”, basato sui dati relativi al 2016. Il rapporto è stato presentato questa mattina a Milano, nel corso del convegno “Nuova generazione di italiani”. Come emerge dal Rapporto, la Lombardia rimane la regione più attrattiva dell’Italia: quasi un cittadino straniero su quattro, il 22,9% dei 5.026.153 che vivono regolarmente sul territorio italiano, risiede nel territorio lombardo. Una percentuale superiore di ben 10 punti a quella che si registra nella seconda regione italiana più multietnica, il Lazio, dove gli immigrati che scelgono di stabilirvisi sono il 12,8%. La Lombardia inoltre è la prima regione italiana anche per numero di matrimoni con almeno un coniuge straniero (17,4%), per occupati stranieri (22,8%), per presenza di imprese il cui titolare è un immigrato (18,9%). Secondo il rapporto, inoltre, le province di Milano, Brescia e Bergamo nel loro insieme ospitano il 64,0% della popolazione straniera regionale. Le comunità maggiormente presenti sono quella romena, quella marocchina e quella albanese, le quali nel loro insieme totalizzano quasi un terzo degli stranieri residenti in regione. Se gli stranieri occupati si concentrano maggiormente nei servizi (62,8%) e nell’industria (19,4%), sul territorio lombardo sono 66.766 i titolari di imprese nati in un paese extra-Ue.
 

Bologna: sabato la veglia “Morire di speranza” con Mons. Zuppi

Bologna - Le drammatiche crisi che affliggono paesi feriti come Siria, Libia, Eritrea, Mali, Afghanistan, costringono le popolazioni a enormi sofferenze, spingendo tanti a lasciare la loro terra, mentre i pericolosissimi viaggi continuano a provocare morti tragiche via mare e via terra. Per ricordare questi uomini, donne e bambini l’Ufficio Migrantes della diocesi di Bologna, la Caritas diocesana e la Comunità di Sant’Egidio, promuove la una veglia di preghiera “Morire di speranza” che sarà presieduta dall’arcivescovo Mons. Matteo Zuppi, sabato 24 giugno alle 19,30, presso la basilica di San Martino Maggiore.
Parteciperanno alla veglia, fra gli altri, numerosi rifugiati e profughi. Durante la preghiera saranno letti i nomi e le storie di quanti hanno intrapreso questo viaggio e sono morti nel tentativo di raggiungere il nostro continente. Un'invocazione perché “nasca una cultura di accoglienza, e cessino le morti nel Mediterraneo”.
 
 

Brescia: domenica la preghiera “Morire di Speranza”

Brescia - Anche quest’anno Brescia si ritroverà per far memoria di tanti uomini e donne che hanno perso la vita cercando di nutrire la speranza di costruire un futuro. La veglia “Morire si Speranza” si svolgerà nella Basilica dei Santi Faustino e Giovita, alle ore 12,00 -  e sarà presieduta da Mons. Gianfranco Mascher, Vicario Generale della Diocesi di Brescia. “Ci lasciamo guidare – spiega una nota della diocesi - da queste parole provocatorie di Papa Francesco, rivolte ai giovani a Genova: ‘E’ normale che il Mediterraneo sia diventato un cimitero? Se non è normale dobbiamo mobilitare le nostre coscienze per cambiare, se non è normale coinvolgiti! Se non hai il coraggio, chiedilo a Dio!”. Insieme preghiamo in suffragio per loro e preghiamo per avere noi stessi il coraggio di poter fare la nostra parte da cristiani”.
 

Papa Francesco: “I care”, come Don Milani curiamoci degli altri ma senza buonismi

Città del vaticano - Un pastore deve essere appassionato, deve saper discernere e deve anche saper denunciare il male. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta dove si è soffermato sulla figura dell’Apostolo Paolo per poi rivolgere il pensiero all’esempio offerto da Don Milani. Come il parroco di Barbiana, ha detto il Pontefice, bisogna prendersi cura del prossimo, ma senza buonismi ingenui. Papa Francesco ha preso spunto nella sua omelia dalla Prima Lettura – tratta dalla Seconda Lettera di San Paolo ai Corinzi – per soffermarsi sulle caratteristiche che dovrebbe avere un pastore. Il Pontefice ha trovato proprio in San Paolo la figura del “pastore vero”, che non abbandona le sue pecore come farebbe invece “un mercenario”. La prima qualità, ha dunque indicato, è di essere “appassionato”. Appassionato “fino al punto di dire alla sua gente, al suo popolo: ‘Io provo per voi una specie di gelosia divina’”. E’ “divinamente geloso”, ha commentato il Papa. Una passione dunque che diventa quasi “pazzia”, “stoltezza” per il suo popolo. “E questo – ha soggiunto – è quel tratto che noi chiamiamo lo zelo apostolico: non si può essere un vero pastore senza questo fuoco dentro”. Una seconda caratteristica, ha proseguito, il pastore deve essere “un uomo che sa discernere”: “Sa che c’è nella vita la seduzione. Il padre della menzogna è un seduttore. Il pastore, no. Il pastore ama. Ama. Invece il serpente, il padre della menzogna, l’invidioso è un seduttore. E’ un seduttore che cerca di allontanare dalla fedeltà, perché quella gelosia divina di Paolo era per portare il popolo a un unico sposo, per mantenere il popolo nella fedeltà al suo sposo. Nella storia della salvezza, nella Scrittura tante volte troviamo l’allontanamento da Dio, le infedeltà al Signore, l’idolatria come se fossero una infedeltà matrimoniale”. Prima caratteristica del pastore, dunque, “che sia appassionato, che abbia lo zelo, che sia zelante”. Seconda caratteristica, “che sappia discernere: discernere dove ci sono i pericoli, dove ci sono le grazie … dove è la vera strada”. Questo, ha sottolineato, “significa che accompagna le pecore sempre: nei momenti belli e anche nei momenti brutti, anche nei momenti della seduzione, con la pazienza li porta all’ovile”. E la terza caratteristica: “la capacità di denunciare”: “Un apostolo non può essere un ingenuo: ‘Ah, è tutto bello, andiamo avanti, eh?, è tutto bello … Facciamo una festa, tutti … tutto si può …’. Perché c’è la fedeltà all’unico sposo, a Gesù Cristo, da difendere. E lui sa condannare: quella concretezza, dire ‘questo no’, come i genitori dicono al bambino quando incomincia a gattonare e va alla presa elettrica a mettere le dita: ‘No, questo no! E’ pericoloso!’. Ma, mi viene in mente tante volte quel ‘tuca nen’ (non toccare nulla ndr), che i miei genitori e nonni mi dicevano in quel momenti dove c’era un pericolo”.
 “Il Buon Pastore – ha detto ancora – sa denunciare, con nome e cognome” come appunto faceva San Paolo. Francesco è dunque tornato alla sua visita a Bozzolo e Barbiana, nei posti, ha commentato, “di quei due bravi pastori italiani”. E parlando di Don Milani, si è riferito a quello che era il suo “motto” quando “insegnava ai suoi ragazzi”: “I care. Ma cosa significa? Mi hanno spiegato: con questo lui voleva dire ‘mi importa’. Insegnava che le cose si dovevano prendere sul serio, contro il motto di moda in quel tempo che era ‘non mi importa’, ma detto in altro linguaggio, che io non oso dirlo qui. E così insegnava ai ragazzi ad andare avanti. Prendi cura: prenditi cura della tua vita, e ‘questo no!’”
Saper dunque denunciare anche “quello che va contro la tua vita”. E tante volte, ha detto, “perdiamo questa capacità di condanna e vogliamo portare avanti le pecore un po’ con quel buonismo che non solo è ingenuo” ma “fa male”. Quel “buonismo dei compromessi”, per "attirarsi l’ammirazione o l’amore dei fedeli lasciando fare”.
“Paolo l’Apostolo, lo zelo apostolico di Paolo, appassionato, zelante: prima caratteristica. Uomo – ha ripreso Francesco – che sa discernere perché conosce la seduzione e sa che il diavolo seduce – seconda caratteristica. E un uomo con capacità di condanna delle cose che faranno male alle sue pecore: terza caratteristica”. Il Papa ha quindi concluso con una preghiera “per tutti i pastori della Chiesa, perché San Paolo interceda davanti al Signore, perché tutti noi pastori possiamo avere queste tre tracce per servire il Signore”. (A.Gisotti)
 

Praga: rinasce la Cappella degli Italiani

Praga  - Sarà presto restituita al pubblico, a Praga, la Cappella dell'Assunzione della Vergine Maria, luogo simbolo della presenza della comunità italiana in Boemia. La cappella è rimasta diversi anni chiusa in condizioni di degrado. A suggellare l’esito positivo dell’opera di restauro, l’arrivo, oggi, a Praga del ministro dei Beni e delle Attività Culturali Dario Franceschini, il quale interverrà alla cerimonia di presentazione insieme al suo omologo ceco Daniel Herman, al cardinale Dominik Duka, arcivescovo di Praga, al sindaco di Praga 1, Holdrich Lomecky, e ad altre autorità tra cui l’esarca della Chiesa uniate cattolica, Ladislav Hucko, e il direttore generale del Ministero degli Esteri, Edoardo Brunetti.
La Vlasska kaple, nota anche come “Cappella degli Italiani”, è un bene di proprietà dello Stato italiano la cui costruzione risale agli ultimi anni del XVI secolo per le esigenze della comunità italiana a Praga, che già al tempo era molto numerosa. Congiunta al complesso del Klementinum, l’antico collegio dei gesuiti, oggi sede della Biblioteca nazionale, la cappella si trova in via Karlova, nella Città vecchia, esattamente di fronte alla porta del ponte Carlo.
“Con il recupero dell’agibilità dopo decenni di abbandono, la Cappella degli Italiani riprende vita, recupera l’antico splendore e a breve tornerà ad ospitare nuove attività – ha dichiarato l’ambasciatore italiano Aldo Amati – Grazie a tutti coloro che hanno contribuito a ridare prestigio e vitalità a un gioiello del manierismo rinascimentale, espressione tangibile dei secolari rapporti di amicizia che legano il popolo italiano a quello ceco”, ha concluso il diplomatico. L’opera di restauro sarà infatti completata fra agosto e settembre prossimo dagli esperti della Ahrcos, azienda italiana specializzata in restauro di edifici storici diretta da Alessandro Battaglia.
Oltre al Ministero degli Esteri italiano, hanno partecipato al progetto il ministero della Cultura ceco, il Comune di Praga e la Chiesa greco-ortodossa della Repubblica Ceca. Decisivi anche i contributi degli sponsor privati Siad e Ahrcos costruzioni.
La presentazione dello stato di avanzamento dei lavori di restauro della Vlasska kaple si tiene in concomitanza con il 400° anniversario della consacrazione della chiesa barocca di San Carlo Borromeo, altro luogo simbolo della presenza italiana a Praga, situata sulla riva sinistra della Moldava, nel quartiere di Mala Strana, nel complesso architettonico dove oggi ha sede l’Istituto Italiano di Cultura. E sarà proprio l’Istituto, come annunciato ieri dal direttore Giovanni Sciola nel corso di un incontro con la stampa, ad ospitare la seconda tappa praghese del ministro Franceschini in occasione dell’apertura della mostra “La Congregazione Italiana di Praga. Una storia secolare”, dove saranno presentati preziosi documenti di archivio per la prima volta esposti al pubblico.
 
 
 

Aumentano i migranti ambientali

Ginevra - Sono almeno ventuno milioni e mezzo le persone che ogni anno sono costrette a lasciare le proprie case a causa di siccità, tempeste o alluvioni. Se si prende in considerazione solo il 2015, si tratta di un numero quasi raddoppiato rispetto alle persone costrette a fuggire da guerre e violenza. È quanto denunciano le organizzazioni umanitarie e ambientali nel rapporto «Climate Change, Migration and Displacement», pubblicato in occasione della giornata internazionale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite per commemorare l’approvazione, nel 1951, della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell’assemblea generale dell’Onu.
Gli esperti internazionali ricordano che è stata l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a sviluppare il concetto di "migrazione ambientale". Il cambiamento climatico porta al degrado ambientale, cui contribuiscono anche altri fattori, come per esempio lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Il degrado ambientale distrugge le basi materiali della sussistenza e sempre più espone le persone colpite al rischio di disastri naturali. «Eventi meteorologici estremi sempre più frequenti — dichiarano le organizzazioni — costringono milioni di persone nei paesi più poveri ad abbandonare le proprie case in cerca di sicurezza».
E i paesi più industrializzati e quelli in via di sviluppo devono lavorare insieme per trovare soluzioni concrete, sia per affrontare direttamente questi fenomeni che per sostenere e proteggere chi non ha altra scelta che lasciare le proprie abitazioni. Tra le cause che portano a conflitti e disastri ci sono l’accaparramento di terra e acqua (land grabbing e water grabbing) i processi di “villaggizzazione” forzata (che negli anni ottanta hanno provocato in Etiopia un milione di morti per carestia) e lo smaltimento intensivo di rifiuti tossici e scorie radioattive da bombardamenti. Il Norwegian Refugee Council spiega che nel corso degli ultimi 8 anni è stato registrato un totale di quasi 204 milioni di spostamenti collegati ai disastri ambientali. L’Asia meridionale e orientale è la zona più colpita.
 

Torino: i Rom vogliono più legalità

Torino – E’ una questione ben lontana dalla soluzione quella dei campi rom a Torino. Nel più esteso, in via Germagnano, ci sono più di 700 persone, distribuite in baracche di legno e cartone. Spesso, soprattutto di notte, vengono accesi roghi per bruciare rifiuti e plastica e un fumo acre rende irrespirabile l’atmosfera, alimentando l’ira dei residenti delle zone limitrofe, che lamentano degrado e insicurezza diffusa.
L’altro giorno, proprio mentre davanti al palazzo comunale c’era un’ennesima manifestazione di protesta, è arrivata la notizia dell’evasione della ventunenne rom che un mese fa aveva provocato l’incidente in cui era morto un motociclista. E la tensione è tornata a salire, anche a causa del silenzio delle istituzioni. «Si è iniziato un progetto speciale interassessorile – dicono dal Comune – dedicato al superamento dei campi e supportato dalla Polizia municipale per la legalità».
I tempi, però, non sono affatto chiari. A cercare risposte sono ora gli stessi rom, che si rivolgono direttamente a Chiara Appendino con una lettera aperta pubblicata da Aizo (Associazione italiana zingari oggi): «Chiediamo alla sindaca di concretizzare la presenza delle forze dell’ordine, adoperandosi affinché possano operare e intervenire, certamente per controllare, ma ancora più per ripristinare quel livello minimo di legalità fondamentale per costruire qualunque percorso e anche per dare risposte alle istanze dei cittadini non rom che vivono su quei territori».
Le visite dei politici, pur dimostrando attenzione, sono state «un’occasione mancata per iniziare a dialogare con le famiglie che vivono nei campi».
Nell’ultimo anno si è poi verificata «una forte diminuzione delle presenze degli operatori del Comune», ma ora «si deve davvero fare qualcosa di concreto». La lettera si conclude in modo interrogativo: «Quali sono le ipotesi di lavoro che sta pensando l’Amministrazione, quali sono le figure delle istituzioni che oggi seguono i rom e con quale metodo, se i piani per le periferie contengono qualche riferimento alla situazione e proposte politiche per la soluzione: queste sono alcune delle domande su cui vorremmo confrontarci con la Sindaca Appendino e i suoi uffici. Vorremmo costruire percorsi. Attendiamo fiduciosi». (Danilo Poggio)
 

Mons. Suetta: la Francia apra le frontiere

Ventimiglia - Ancora emergenza, disagio e frustrazione a Ventimiglia. Sono ormai un migliaio i migranti che, ancora oggi transitano nella città ligure di confine, in attesa di riuscire ad oltrepassare il confine francese senza essere respinto. Trecento sono ospitati al Parco Roja gestito dalla Croce Rossa italiana, altri 100 accolti dalla parrocchia Sant’Antonio e almeno 250 vivono lungo il fiume. «Il fatto che vi siano persone che dormono sul greto di un fiume, in condizioni di assoluta precarietà sembra ancor più assurdo nel mondo iper-tecnologico in cui viviamo». Il vescovo di Ventimiglia- Sanremo, Antonio Suetta, punta il dito contro le condizioni in cui centinaia di persone sono costrette a vivere. «Le loro condizioni di vita sono particolarmente critiche perché prive di ogni forma di servizi – aggiunge Suetta – non ci sono bagni, né acqua corrente, mentre cibo e assistenza medica vengono garantiti da associazioni, come Caritas e Ong». È ancora vivo il tragico ricordo del migrante, appena 17enne, morto lo scorso 13 giugno, annegato in mare mentre tentava di recuperare la scarpa persa. Si chiamava Alfatehe Ahmed Bachire ed era uno dei circa 250 migranti che vivono nel campo informale sorto lungo il letto del fiume. «Ventimiglia in questi anni – prosegue il vescovo – ha dato esempio non comune di accoglienza e ospitalità, ma di fronte al disagio di queste persone che non hanno nulla, mi chiedo se noi non possiamo sopportare qualcosa di più». Suetta invita però anche a guardare oltre Ventimiglia e lancia un appello alla Francia, «perché riveda la sua politica di gestione delle frontiere», e alle Istituzioni internazionali, «perché garantiscano a ciascuno il diritto di non dover lasciare la propria casa o di poter migrare in sicurezza». L’obiettivo, raggiunto con le istituzioni locali, è quello di ampliare il Parco Roja. «Ci siamo recentemente incontrati con il prefetto e il sindaco e dal confronto è emersa la prospettiva di arrivare, in tempi rapidi, a un’estensione dei posti al campo della Croce Rossa che possa permettere l’accoglienza di quanti oggi si trovano sul letto del fiume e nella chiesa di sant’Antonio».
 

Migrantes: domani la preghiera “Morire di Speranza

Roma – Fondazione Migrantes, Caritas Italiana, Centro Astalli, Comunità di Sant’Egidio, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Acli, Casa Scalabrini 634, Associazione Papa Giovanni XXIII danno appuntamento domani, giovedì 22 giugno, alle 17.30, a Roma, davanti alla basilica di Santa Maria in Trastevere per esporre le loro proposte, in 5 punti, sull’immigrazione: un briefing per raccontare la realtà, al di là di ogni strumentalizzazione politico-elettorale, e guardare al futuro con interventi concreti. Subito dopo, alle 18.30, nella basilica, avrà inizio “Morire di Speranza”, una grande veglia organizzata per ricordare le troppe persone - uomini, donne, ma anche molti bambini - scomparse negli ultimi anni nel mare Mediterraneo o in altri terribili percorsi verso l’Europa. Solo dall’inizio di quest’anno sono quasi 2 mila. Morti di “speranza” in una vita migliore, lontano da guerre e difficoltà di ogni genere.
Parteciperanno numerosi immigrati, tra cui alcuni che hanno vissuto terribili viaggi per giungere in Europa, insieme a quelli che, invece, sono arrivati in sicurezza con i corridoi umanitari. Saranno presenti anche familiari e amici di chi ha perso la vita in mare. Durante la veglia verranno letti alcuni nomi e accese candele in ricordo di quanti sono morti nel tentativo di raggiungere il nostro continente.
“Morire di speranza” si svolgerà nei prossimi giorni anche in altre città italiane ed europee  per offrire altrettanti momenti di memoria, ma anche per suscitare nuove iniziative di accoglienza e integrazione.

Papa Francesco: “sincero apprezzamento” per campagna nuova legge migratoria “Ero straniero”

Roma – In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, che la comunità internazionale ha celebrato ieri, lunedì scorso “ho voluto incontrare una rappresentanza di rifugiati che sono ospitati dalle parrocchie e dagli istituti religiosi romani. Vorrei cogliere questa occasione della Giornata di ieri per esprimere il mio sincero apprezzamento per la campagna per la nuova legge migratoria: ‘Ero straniero - L’umanità che fa bene’, la quale gode del sostegno ufficiale di Caritas italiana, Fondazione Migrantes ed altre organizzazioni cattoliche”. A dirlo questa mattina è stato Papa Francesco al termine dell' udienza di questa mattina salutando i fedeli di lingua italiana presenti in piazza San Pietro.

Rapporto Immigrazione: l’Italia un paese multiculturale

Roma - Al 1° gennaio 2016, con un aumento di sole 1.217 unità (+0,03%) rispetto alla stessa data del 2015, sono stati concessi 3.931.133 permessi di soggiorno, di cui il 48,7% riguarda le donne.

Rispetto alla durata, il totale dei permessi si ripartisce tra 1.681.169 “con scadenza” (40,5%) e 2.338.435 “di lungo periodo” (59,5%).

E’ quanto emerge dal Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentato oggi a Roma.

Distinguendo i permessi nella loro totalità per paesi di cittadinanza, si nota che si distinguono maggiormente il Marocco (13,0%), peraltro una delle comunità di più antica immigrazione in Italia e tra le più numerose, seguito dall’Albania (12,3%), dalla Cina (8,5%) e dall’Ucraina (6,1%). Queste nazionalità nell’insieme arrivano a quasi il 40% del totale dei permessi di soggiorno rilasciati. Va altresì rilevato che le nazionalità con maggiori incidenze di lungo soggiornanti sono quelle presenti da più tempo in Italia, come l’Albania (71,1%), la Tunisia (70,8%) e il Marocco (68,2%). Nella disaggregazione per classi di età il dato più evidente è determinato dalla maggiore incidenza dei minori fino ai 17 anni nei permessi di lungo periodo rispetto a quelli con scadenza (28,5% vs. 17,9%).

Per quanto riguarda i permessi di soggiorno a termine è possibile distinguerli per motivo della richiesta. In questo caso, si conferma la prevalenza dei motivi di lavoro (42,0%) e di famiglia (41,5%). Va sottolineato che il terzo motivo per importanza è quello legato alla richiesta di asilo (9,7%) che, rispetto agli anni precedenti, ha sopravanzato il motivo dello studio.

 

 

Rapporto Immigrazione: l’intervento di mons. Di Tora

Roma - Pubblichiamo la traccia dell'intervento di Mons. Guerino di Tora, Presidente della Commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes,  alla presentazione della XXVI edizione del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentato questa mattina a Roma:
 
Solo pochi giorni fa sono stato, insieme al card. Montenegro, a un convegno internazionale ad Agrigento dal titolo “La sfida migratoria. Politiche e modelli di accoglienza a confronto”.
Anche oggi in questo tempo insieme è emerso che ci troviamo davanti a un tempo straordinario, un tempo di sfida di fronte alla quale dobbiamo reagire e agire, come Chiesa certamente, ma prima come singole persone, cittadini, capaci di pensare e pensarsi parti di un progetto comune, di una casa comune, di una nazione in difficoltà da tempo.
 
Lo ha detto lo stesso Santo Padre al Presidente Mattarella qualche giorno fa: viviamo un tempo nel quale l’Italia e l’Europa sono chiamate a confrontarsi con problemi di varia natura, quali il terrorismo internazionale, la recessione economica, la crisi occupazionale e, non da ultimo, il fenomeno migratorio, accresciuto dalle guerre e dai gravi e persistenti squilibri sociali ed economici di molte aree del mondo.
Un momento storico complesso, che contribuisce ad aumentare la sfiducia nel futuro non favorendo la nascita di nuove famiglie e di figli.
 
Demograficamente, e lo abbiamo sentito, la situazione italiana è seriamente preoccupante: sempre più anziani, sempre più morti, sempre meno nascite, sempre meno giovani, sempre più partenze, sempre meno ritorni … un paese “destinato a morire”, lo leggiamo ormai quotidianamente sui giornali o lo ascoltiamo in televisione.
Eppure gli studi, e questo nostro Rapporto Immigrazione di oggi in particolare, ci restituiscono gli elementi dai quali ripartire.
 
Quali sono questi elementi?
In un momento storico in cui il fenomeno migratorio deve essere definito epocale, esso ha il volto del giovane.
I migranti sono giovani e se i giovani sono i più colpiti da questo tempo essi, loro malgrado, ne continuano ad essere i protagonisti indiscussi.
Gli immigrati che risiedono stabilmente sul nostro territorio hanno scelto di restare in Italia. Sono giovani prevalentemente che vogliono impegnarsi a ri-costruire la casa comune, a partecipare alla costruzione del bene comune.
Lo sentiamo e lo vediamo attraverso le richieste di modificare la legge sulla cittadinanza, da tanto troppo tempo ferma, e poi il sollecitare di essere sempre più presenti negli spazi di decisione pubblica, nazionale e locale.
E dai territori ricevono risposte più o meno positive, più o meno accoglienza, più o meno aperture alla partecipazione e alla piena e incondizionata condivisione.
Mi fermo un momento su quanto sta capitando a proposito dello Ius Soli. Qui non si tratta di aprire a realtà nuove, ma di riconoscere una situazione che già esiste.
Si tratta di riconoscere la cittadinanza a coloro che di fatto sono già italiani: figli di genitori da tempo in regola nel nostro Paese o giovani che studiano qui e, anche se non nati in Italia, sono integrati.
 
 
L’Italia sta rispondendo bene a livello nazionale e internazionale. Ne è prova l’accoglienza e il primo soccorso di chi sbarca o è vicino alle coste italiane. Ne è prova l’impegno della capillare rete diocesana, ma certamente si potrebbe e si deve fare di più senza dimenticare chi sul territorio italiano ha scelto di restare da tempo, chi ha fatto nascere i propri figli, chi produce ricchezza economica attraverso il suo lavoro, ma dobbiamo andare oltre e pensare alla ricchezza immateriale, quella linguistica e culturale che da sempre rendono l’Italia crogiuolo di diversità, riferimento di raffinatezza, humus intellettuale estremamente fertile.
 
Spesso questa produzione non direttamente visibile, ma per la quale occorre particolare riflessione, viene dimenticata sia negli studi sia nelle riflessioni che seguono gli studi.
Purtroppo oggi si parla di popoli, non più di persone; di numeri, non di individui. E così l’essere umano, creato ad immagine di Dio, passa in secondo piano.
Dobbiamo impegnarci, ciascuno di noi presenti qui oggi, nel proprio campo di lavoro e di impegno, a non mettere in secondo piano l’individuo, a dare un volto a colui di chi parliamo.
E se lo scorso anno attraverso il Rapporto Immigrazione la riflessione comune di Caritas se Migrantes sollecitava a riconoscere gli incontri che normalmente avvengono nel nostro presente per poi farli diventare la normalità del vivere quotidiano, la cultura caratterizzante dei nostri territori, lo stile dell’Italia, una sorta di italian style, quest’anno la nostra proposta è quella di mettere al centro del nostro pensiero e della nostra azione il giovane, in tutte le sue “esistenze” e “declinazioni”, di cittadinanza non italiana per lo specifico studio qui oggi presentato, ma non di certo escludendo i giovani italiani.
 
Le nuove generazioni appunto, che comprendono un mondo variegato. Li abbiamo visti a scuola, nelle università, nelle culle, sui posti di lavoro, nelle chiese, ma anche nelle moschee e nei templi più diversi; li leggiamo descritti nelle mansioni occupazionali più diverse, oppure completamente sfiduciati nel fare (la generazione dei NEET): li troviamo descritti come richiedenti asilo o rifugiati, bambini soli, non accompagnati, volontari del Servizio Civile, vicini di casa.
 
Un mondo così complesso e diverso che io stesso ne sono rimasto affascinato. Mi rallegra pensare a quanto lo stesso mondo del volontariato sia arricchito dalla presenza di giovani di nazionalità non italiana, quel volontariato che tanto dà gratuitamente, sostituendosi in molti aspetti a uno Stato che arranca faticosamente.
Ma sarebbe ingrato non sottolineare l’impegno delle istituzioni e di quanti – cittadini di nazionalità italiana o no, – si adoperano, mediante solerte generosità e facendo appello alle loro risorse spirituali, per trasformare le sfide incontrate in occasioni di crescita e in nuove opportunità.
 
Migrano i giovani, italiani e di ogni nazionalità, e continueranno a farlo, spinti dalla sete di futuro, dal desiderio di sentirsi vivi. Lo raccontano nelle nostre ricerche sulla immigrazione e sull’emigrazione. Lo raccontano nei nostri incontri. Lo testimoniano nei nostri progetti diocesani. Migrano con maggiori conoscenze e capacità, spinti dalla difficoltà di accedere a un lavoro stabile e dignitoso, in un tempo in cui tutto si muove con maggiore facilità, ma spetta a noi raccogliere anche la naturale nostalgia umana che il migrante avverte lontano da “casa” accompagnandolo nella scelta, ponderata ed entusiasta, non per forza di cose limitata al nostro paese, di un nuovo luogo in cui sentirsi non accolto, ma nuovamente “a casa”.
 
 
 
 
 

Rapporto Immigrazione: l’intervento di Delfina Licata

Roma - Pubblichiamo la traccia dell'intervento di Delfina Licata dell'Area Ricerca e Documentazione della Fondazione Migrantes alla presentazione della XXVI edizione del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentato questa mattina a Roma (

https://prezi.com/p/xhqavavf_qng/):

 

 La presentazione del XXVI Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes capita in un momento storico importante e particolarmente significativo caratterizzato da un lato dal dibattito forte e particolarmente sentito sulla modifica della legge sulla cittadinanza legata allo ius culturae e dall’altro dalla giornata mondiale dei rifugiati.
Detto in altri termini non è importante il quanto ma il chi perché la presenza ha cambiato le sue caratteristiche ma è anche vero che, a seguito di una serie di elementi sociali, culturali, economici, nazionali, europei e internazionali, è la stessa Italia ad essere cambiata anche grazie a chi ha scelto di fermarsi sul nostro territorio e anche a seguito delle nuove partenze degli italiani.
E allora lo scorso anno lo studio ci ha portato a dare voce a quei luoghi in cui l’incontro avviene, cosa non scontata, ma che ha stupito noi per primi. Abbiamo trovato e descritto tante e diverse occasioni in cui prende vita quella che abbiamo definito la “cultura dell’incontro” e portando avanti quel ragionamento ci siamo accorti che ogniqualvolta l’incontro avviene ci troviamo di fronte, nella stragrande maggioranza dei casi, un giovane. L’immigrazione ha il volto giovane.
Quest’anno, quindi, l’attenzione, in modo naturale, si è rivolta alle “nuove generazioni”, universo semantico ampio e complesso in quanto comprende giovani e giovani adulti, nati in Italia o no, con o senza cittadinanza italiana, occupati o non occupati, che studiano o meno, un “mondo nuovo” da cui deve essere prodotto il nuovo, la nuova Italia, un nuovo presente da cui ripartire e far ripartire il nostro Paese.
 
Nuove generazioni a confronto
L’Italia di oggi e di domani o riuscirà ad essere diversa, capace di nuovi incontri e relazioni, o rischierà di non avere futuro. L’incontro è la parola chiave che deve guidare le nostre comunità.
 
Un incontro da cui deve originarsi non la tolleranza, non l’ospitalità, ma un dialogo tra pari che permetta la convivenza tra pari, l’
 
 
 
E queste “nuove famiglie” di “ nuovi italiani” sono linfa vitale per un Paese che ha seri problemi, allarmanti fragilità dovute a sbilanci demografici che vanno corretti con urgenza, ma siamo ancora purtroppo fermi al riconoscimento di tali fragilità.
Lo diciamo nel volume: il divario negativo crescente tra nascite e decessi, la progressiva riduzione del numero delle potenziali madri, l’aumento della longevità e l’inesorabile invecchiamento della popolazione.
Anche all’interno della presenza immigrata stiamo assistendo a una progressiva riduzione della capacità compensativa degli squilibri tipicamente italiani: arrivi sempre più contenuti, crescita interna dovuta alle nascite e ai ricongiungimenti, ma le stesse nascite tra gli stranieri sono oggi molto più contenute (69 mila, erano 72 nel 2015, ma 80 mila nel 2012) per cui il calo demografico generale (-86 mila unità) non riesce più ad essere compensato dalla sola componente straniera.
 
Andare oltre il numero significa riconoscere un’altra Italia, quella che non traspare immediatamente … i volti
Una presenza che è sempre più femminile, delocalizzata sul territorio anche se alcune regioni sono strutturalmente più attrattive di altre.
Emerge da fonti non statistiche, ma più qualitative (ricordo che il volume deriva da esperienze e lavori sui territori diocesani) un’attrazione dovuta a cause diverse. Non è più soltanto il lavoro a trattenere, ma in alcune regioni del Sud emergono sempre più fattori altri, quali la maggiore capacità di sentirsi parte di un territorio, una ospitalità più sentita, una condivisione più effettiva.
E vi sono comunità etniche più numerose di altre per una serie di elementi (storici, economici, di prossimità geografica, linguistica e culturale) più volte richiamati.
 
Ma l’Italia di oggi è anche una presenza di normalità costante… abbiamo voluto porre in risalto 4 elementi.
La scuola, l’università e quindi la formazione all’adultità che poi porta a una partecipazione sentita e quindi la cittadinanza, tema caldo di questi giorni, e alla costituzione di nuovi nuclei familiari in questo Paese
 
Perché si viene in Italia. Non siamo ancora abituati a “parlare” di presenza di origine non italiana, parliamo ancora di immigrazione come fenomeno legato alla straordinarietà e la realtà ci sorprende perché dopo 40 anni di storia di immigrazione in Italia, oggi la questione ha cambiato pelle diventando richiesta di protezione e asilo. Su oltre 3,9 permessi di soggiorni rilasciati la motivazione del lavoro e i motivi familiari, al terzo posto troviamo la richiesta di asilo che ha superato lo studio.
 
In Italia manca un decreto flussi per lavoro da diversi anni. Gli occupati stranieri sono 2,4 milioni.
Il lavoro è un tema portante, lo è sempre stato sia per descrivere il contributo che viene dato all’Italia in termini di mera ricchezza prodotta, facilmente riconoscibile anche dagli stessi dati (oltre 350 mila imprese di cittadini non–UE, forte presenza degli stranieri nel settore industriale e in quello dei servizi alla persona, nelle imprese di pulizia, nell’edilizia, ecc.).
Più scarsa è l’attenzione e il risalto al tema lavoro quale luogo in cui avviene l’incontro felice o meno ritornando al tema di partenza. Noi le abbiamo chiamate “pietre di inciampo”. È dove la presenza straniera fa corto circuito, dove si presentano dei problemi.
Nel lavoro queste pietre sono: la segregazione occupazionale, la dequalificazione e la retribuzione differente tra italiani e stranieri.
Un’altra pietra di inciampo è l’accesso all’università provenendo da un liceo (il 34% dei non-UE, il 43% dei UE e il 73,8% degli italiani provenienti dai licei verso l’università).
Collegato a questo, l’abbandono scolastico
E poi la questione giustizia. Quelle stesse comunità che sono le più numerose e che sono presenti sul nostro territorio da più tempo sono quelle che delinquono di più e tale caratteristica la riscontriamo anche tra i minori che delinquono. È questo un luogo nel quale agire, un segnale sul quale porre attenzione e cercare di operare.
 
Ma ci sono elementi positivi di una Italia che non ti aspetti, di una Italia da riconoscere nelle sue positività. Abbiamo voluto individuare 3 di questi aspetti.
Dal 2014 (610) al 2016 (3.247) +532% delle domande presentate da stranieri aventi requisiti per partecipare al Servizio Civile (soprattutto nei settori ambiente e protezione civile; assistenza; educazione-istruzione) quindi legati fortemente e strettamente alle realtà territoriali.
 
Il tasso di overeducation ovvero l’impego in occupazioni di livello inferiore rispetto alla preparazione e formazione.
 
Il vicino di casa. Uso dell’innovazione per generare socialità di prossimità inclusiva e gratuita. Social Street del quartiere Sarpi a Milano come caso concreto di cittadinanza attiva, interetnica e interculturale (bookcrossing, social-pulizia)
 
Se siamo chiamati a un compito in quanto persone è quello di impegnarci sempre a essere migliori domani rispetto a ciò che siamo oggi.
Aderire a una campagna come L’Italia sono anche io non solo come gesto di civiltà, ma perché crediamo in un futuro diverso, dove nessuno deve essere escluso per il semplice motivo che ne è già parte integrante, protagonista di diritto, cittadino senza cittadinanza appunto.
Purtroppo questo non sta avvenendo per quanto riguarda la legge sulla cittadinanza, da troppo tempo attesa, messa in discussione, uno ius culturae di cui troppo pochi parlano correttamente sottolineando lo ius soli e sbagliando perché non c’è nessun automatismo.
È consuetudine terminare per carpire l’attenzione di chi ascolta con una frase ad effetto presa da grandi personaggi della storia o dell’attualità. Io voglio soffermarmi su un piccolo grande personaggio:
Basim 9 anni nato a Roma da genitori marocchini che, intervistato da Giulia Santerini, alla domanda “Lo sai che lo Stato italiano non vi riconosce come italiani?” risponde per me “io sono cittadino italiano. Non importa la cittadinanza. Io sono italiano, voglio solo che lo capite”.
In altri termini, la cittadinanza è una invenzione dell’uomo, ciò che conta è ciò che siamo, ciò che sentiamo di essere, ciò che riconosciamo di essere prima noi stessi e poi agli altri.
I bambini in questo sono degli insegnanti importanti per noi adulti perché riescono a vedere il mondo con occhi disincantati. Vi racconto un episodio personale. Ho una nipote di 8 anni che vive a oltre 600 chilometri da Roma la sento ogni giorno e mi racconta della sua vita, delle sue giornate a scuola e, da settembre scorso, ha iniziato a raccontarmi della sua nuova compagna di scuola, quella che è diventata la sua migliore amica, la compagna di giochi insostituibile, Sofia. Un weekend sono andata a prenderla da scuola all’uscita pomeridiana e l’accordo era di andare a mangiare un gelato in tre con la famosa Sofia così me la faceva conoscere. All’uscita mia nipote è corsa da me, ma io non sapevo chi fosse Sofia e gliel’ho chiesto e mia nipote mi ha risposto “Eccola!!! ha la maglia rosa!” Io ne vedevo almeno 5 di maglie rosa. Una insegnante avvisata da mia sorella che sarei andata io a prenderle mi si avvicina e mi dice: forse non le avevano detto che Sofia è una bimba di colore? Nel frattempo Sofia si era avvicinata e risponde alla maestra: Io non sono di colore! Miriam (cioè mia nipote) sì. Guardatela è tutta rossa!
Questa storia ci dice proprio quanto i bambini non abbiano costrutti mentali, preconcetti finchè noi adulti non li trasmettiamo anche a loro e quanta responsabilità abbiamo su questo! Per Miriam, Sofia ha la maglia rosa non la pelle scura. Per Sofia, Miriam ha la pelle bianca, talmente bianca che diventa subito rossa!
Se imparassimo dai bambini, saremmo probabilmente davvero persone migliori!

Rapporto Immigrazione: la scuola multietnica e l’università

Roma - Nell’anno scolastico 2015/2016, gli alunni con cittadinanza non italiana nelle scuole italiane sono 814.851, il 9,2% del totale degli alunni. Rispetto al 2013/2014, vi è stato un aumento di 664 unità (+0,1%). Gli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia sono il 58,7% del totale degli alunni stranieri (erano il 34,7% nell’anno scolastico 2007/2008). Il dato è contenuto nel Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentato oggi a Roma.
L’incidenza degli alunni stranieri sul totale della popolazione scolastica varia in modo molto significativo a seconda delle ripartizioni territoriali italiane. Le maggiori incidenze si riscontrano, nelle regioni del Nord con il valore massimo in Emilia Romagna (15,6%) significativamente più alto della media nazionale (9,2%), seguita da Lombardia (14,5%) e Umbria (13,8%). L’unica eccezione è costituita dalla Val d’Aosta che presenta un’incidenza inferiore alla media italiana (7,6%). Nelle regioni del Centro-Nord, invece, il valore non scende al di sotto del 10%, con la sola eccezione del Lazio (9,3%). Decisamente inferiori i dati relativi alle regioni del Sud.
Nell’anno scolastico 2015/2016, confermando il dato dell’anno scolastico precedente, la scuola primaria accoglie la maggiore quota di alunni stranieri: 297.285 che corrisponde al 36,5% del totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Secondo i dati forniti dall’Anagrafe nazionale degli studenti del MIUR, nell’anno accademico 2014/15, su un totale di immatricolazioni pari a 270.173 studenti, risultano iscritti, nelle università italiane, 257.100 studenti di nazionalità italiana (il 95,2%), 9.891 studenti non-UE (il 3,7%) e 3.165 studenti UE (l’1,2%). Si tratta quindi complessivamente di 13.156 studenti di cittadinanza non italiana. Fra gli studenti non-UE, 5.063 (il 51%) hanno conseguito la maturità in Italia, segnando quindi un sorpasso rispetto agli studenti stranieri in possesso di un titolo di studio ottenuto all’estero. Come per gli studenti italiani, anche per gli stranieri, la componente femminile nelle immatricolazioni all’università supera quella maschile: fra i 5.640 studenti stranieri UE e non-UE diplomati nel 2014, le femmine iscritte al primo anno sono il 62%. Gli stranieri diplomati in Italia, sia UE sia non UE, pro vengono soprattutto, come gli italiani, dai licei, tuttavia in percentuale minore (il 42,9% e il 34,2% rispetto al 73,8% degli italiani), proprio perché fra gli stranieri è alta anche la percentuale di provenienza dalla maturità tecnica (rispettivamente il 29,6% e il 32,7%) e professionale (rispettivamente il 6,4% e il 13,4%, dove invece gli italiani registrano solo un 4%). Nella scelta della facoltà, gli stranieri diplomati in Italia tendono a privilegiare soprattutto economia, ingegneria, le aree linguistica e politico-sociale. Nell’anno accademico 2015/16, su un totale di immatricolazioni pari a 271.000 studenti, gli immatricolati sono per il 5% di nazionalità non italiana e sono soprattutto rumeni (14,7%), albanesi (12,6%), cinesi (9,2%).
Negli ultimi anni, varie università in Italia hanno sviluppato misure di accoglienza e di sostegno per gli studenti stranieri, tuttavia sarebbe opportuna una maggiore attenzione a quella parte di studenti stranieri che hanno conseguito il diploma nel nostro Paese e sovente vi sono nati: per loro, diventa importante sia un’azione di supporto alla scelta universitaria, sia un monitoraggio degli sbocchi professionali.

Rapporto Immigrazione: i nuovi italiani

 
Roma - Al 31 dicembre 2015 su un totale di 178.035 acquisizioni di cittadinanza di stranieri residenti, 158.891 riguardano non comunitari residenti e 19.144 comunitari, con un aumento, rispetto alla stessa data del 2014, del 37,1%. E’quanto si legge nel rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, presentato questa mattina a Roma.
Coloro che acquisiscono la cittadinanza per trasmissione dai genitori e coloro che, nati nel nostro Paese al compimento del diciottesimo anno di età, scelgono la cittadinanza italiana sono passati da circa 10 mila nel 2011 a oltre 66 mila nel 2015, con una crescita costante e molto sostenuta. A questo proposito, si evidenzia un dato rilevante nel numero di acquisizioni di cittadinanza da parte di diciottenni: sono il 10% dei residenti della stessa età (la classe di età prevalente, 0-17 anni, fa registrare una propensione del 5%), mentre le classi di età centrali, mature ed anziane, si attestano su valori più modesti compresi tra il 3% e l’1% circa.
Con riferimento al genere, si osserva una prevalenza delle acquisizioni della cittadinanza italiana da parte di donne nella classe di età 25-39 (quasi 56%). In questo caso incide probabilmente un certo numero di acquisizioni per matrimonio. Prevalgono leggermente gli uomini in tutte le altre classi di età, fatta eccezione per le età più avanzate.
Tra coloro che acquisiscono la cittadinanza italiana i maschi sono uno su due (52%). Le modalità di accesso alla cittadinanza restano differenti tra uomini e donne, anche se nell’ultimo anno si registra una tendenza alla convergenza. Per gli uomini la modalità più frequente di accesso alla cittadinanza è la residenza (56% dei casi nel 2015), mentre il matrimonio è una modalità residuale (meno del 3%). Nel 2015, diversamente da quanto avveniva in passato, anche per le donne le acquisizioni di cittadinanza per residenza sono state le più numerose (42%), superando, seppur di poco, le acquisizioni per trasmissione/elezione (41%). Si riduce ulteriormente, anche per le donne, la quota di procedimenti avviati a seguito del matrimonio: nel 2015 si attesta intorno al 16% dal 25% nel 2014. Si tratta di un segnale importante: anche per le donne l’acquisizione di cittadinanza è sempre più il frutto di un lungo percorso di integrazione; ciò conferma la trasformazione del nostro Paese in terra di insediamento stabile anche per le donne migranti.