Roma - “L'appello accorato della Cei sul dovere universale di proteggere e custodire la vita umana non può essere ignorato da quanti hanno responsabilità istituzionali sul tema doloroso e spinoso dei migranti". Lo sottolinea la Segreteria Generale della Cisl, Annamaria Furlan. “Stiamo assistendo in queste giornate ad una gestione confusa del problema migratorio come se non fossero in gioco le vite di donne, bambini, uomini che scappano dalla morte, dalle persecuzioni, dalla fame. L'immigrazione non si può arginare vietando gli sbarchi nei porti o con atteggiamenti di sfida nei confronti degli altri paesi. Si può e si deve gestire con umanità, solidarietà e soprattutto senso di responsabilità. Gli immigrati servono al nostro paese ed alla nostra economia, perchè integrazione significa crescita e conoscenza. Come ha affermato oggi giustamente la Cei - evidenzia Furlan - la strada per salvare la nostra stessa umanità dall'imbarbarimento passa dall'impegno a custodire sempre il dono della vita, tutte le vite, partendo proprio dai più deboli e bisognosi di assistenza come i profughi in balia dei trafficanti di morte”.
Primo Piano
Mattarella: “accoglienza e confronto” valori “irrinunciabili”
Baku - Il Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, è a Baku, in visita di Stato nella Repubblica dell’Azerbaigian, accompagnato dal Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi.
A Zagulba, Residenza ufficiale del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Mattarella è stato ricevuto dal Presidente Ilham Aliyev: al termine dell’incontro hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa. Alla presenza dei due Presidenti sono state firmate intese bilaterali.
Al Parco Chimico Industriale di Sumgayt i due Capi di Stato hanno inaugurato l’impianto di produzione di polipropilene costruito da Maire Tecnimont. La visita è proseguita nel pomeriggio all’Università ADA (Azerbaijian Diplomatic Academy) dove il Presidente Mattarella ha tenuto una prolusione dal titolo: “Azerbaigian e Italia: le radici profonde di un’amicizia in evoluzione e il futuro della nostra collaborazione”. Nel suo discorso ha sottolinewato che “l’accoglienza, la generosità e il confronto tra donne e uomini di culture, etnie e confessioni diverse costituiscono valori irrinunciabili, poiché solo coltivando il dialogo con l’‘altro’ siamo in grado di ampliare i nostri orizzonti, comprendere le sensibilità dei diversi popoli, riconoscere e affrontare le sfide, costruire il bene comune nelle nostre società. Soltanto in questo modo siamo in grado di garantire, a ciascuno, il pieno rispetto di quei diritti fondamentali che sono alla base dello sviluppo di ogni comunità ordinata”. Mattarella ha evidenziato che l’Azerbaigian è uno dei 15 Paesi al mondo ai quali è destinato il programma ‘Investi il tuo talento in Italia’, che “sta riscuotendo un grande successo”. “La nutrita schiera di studenti azerbaigiani in Italia, da un lato, e la presenza qui di una qualificata e operosa comunità italiana costituiscono il miglior investimento dei nostri Paesi per la crescita delle relazioni bilaterali”, ha detto prima di consegnare borse di studio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del programma "Invest Your Talent in Italy" ad una rappresentanza di studenti azerbaigiani.
A Zagulba, Residenza ufficiale del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Mattarella è stato ricevuto dal Presidente Ilham Aliyev: al termine dell’incontro hanno rilasciato dichiarazioni alla stampa. Alla presenza dei due Presidenti sono state firmate intese bilaterali.
Al Parco Chimico Industriale di Sumgayt i due Capi di Stato hanno inaugurato l’impianto di produzione di polipropilene costruito da Maire Tecnimont. La visita è proseguita nel pomeriggio all’Università ADA (Azerbaijian Diplomatic Academy) dove il Presidente Mattarella ha tenuto una prolusione dal titolo: “Azerbaigian e Italia: le radici profonde di un’amicizia in evoluzione e il futuro della nostra collaborazione”. Nel suo discorso ha sottolinewato che “l’accoglienza, la generosità e il confronto tra donne e uomini di culture, etnie e confessioni diverse costituiscono valori irrinunciabili, poiché solo coltivando il dialogo con l’‘altro’ siamo in grado di ampliare i nostri orizzonti, comprendere le sensibilità dei diversi popoli, riconoscere e affrontare le sfide, costruire il bene comune nelle nostre società. Soltanto in questo modo siamo in grado di garantire, a ciascuno, il pieno rispetto di quei diritti fondamentali che sono alla base dello sviluppo di ogni comunità ordinata”. Mattarella ha evidenziato che l’Azerbaigian è uno dei 15 Paesi al mondo ai quali è destinato il programma ‘Investi il tuo talento in Italia’, che “sta riscuotendo un grande successo”. “La nutrita schiera di studenti azerbaigiani in Italia, da un lato, e la presenza qui di una qualificata e operosa comunità italiana costituiscono il miglior investimento dei nostri Paesi per la crescita delle relazioni bilaterali”, ha detto prima di consegnare borse di studio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e del programma "Invest Your Talent in Italy" ad una rappresentanza di studenti azerbaigiani.
Mons. Nosiglia: nel Mediterraneo strage di innocenti
Torino - “Nel Mediterraneo si rinnova la strage degli innocenti”. A dirlo ieri sera l’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, nel corso di una veglia di preghiera “Morire di Speranza” nella chiesa dei Ss. Martiri in memoria di quanti hanno perso la vita nei viaggi verso l’Europa e il Nord del mondo. Queste “tragiche morti - ha detto il presule - fanno da corollario a tante altre violenze e soprusi, di cui sono oggetto molti immigrati, tante donne in particolare, e anche molti minori”.
Per mons. Nosiglia, , purtroppo, l’immigrazione verso il nostro Paese “ha suscitato in tanti, anche credenti, serie difficoltà nell’accettare quella accoglienza serena e positiva che dovrebbe essere propria di un popolo, come il nostro, che di emigranti ha riempito il mondo”.
Torino e “il nostro territorio si sono mostrati sempre accoglienti e in questo la Chiesa è stata ed è in prima linea. L’accoglienza, che comprende ovviamente anche il salvataggio in mare degli immigrati, in barconi spesso fatiscenti, rappresenta – ha aggiunto - un necessario passo, che dovrebbe essere posto alla base del nostro rapporto con ogni persona che chiede aiuto, sia italiano che straniero. Appellarsi alla responsabilità degli altri Stati Europei per affrontare insieme il problema dell’immigrazione in atto, in forte crescita, è giusto e doveroso, ma non può diventare un alibi per chiuderci a riccio e rifiutare e abbandonare al loro destino quanti giungono nei nostri mari, dopo lunghe e dolorose esperienze di guerra o di povertà estrema, molti dei quali anche minori e donne indifese, che hanno dovuto subire violenze di ogni genere. Il rifiuto ingenera una cultura e comportamenti carichi di preconcetti verso questi fratelli e sorelle, che possono sfociare in atteggiamenti e comportamenti razzisti e discriminatori, di cui abbiamo avuto triste esperienza nel passato”. Per i cristiani questo “dovrebbe essere doppiamente significativo, anche come dovere religioso di grande importanza, avendo Gesù deciso di identificarsi con ognuno dei ‘fratelli più piccoli’”. Il Vangelo, infatti, ricorda “che saremo giudicati su come avremo accolto e riconosciuto il Signore in chi ha fame, sete, è nudo o è in carcere o ammalato e in chi è forestiero: tutto ciò che avremo fatto a uno di questi fratelli, lo avremo fatto a Lui e, se non lo abbiamo fatto, abbiamo rifiutato Lui”.
Mons. Nosiglia ha quindi evidenziato che l’accoglienza dei senza dimora, di coloro che hanno perso la casa e il lavoro e degli immigrati e rifugiati “non basta a garantire loro una vita serena e dignitosa. Occorre procedere poi con l’accompagnamento, l’integrazione, la formazione, lo sbocco occupazionale, la condivisione dei propri valori culturali, religiosi e sociali. Sono i passi necessari per garantire a ognuno quella autonomia che permette non solo di impostare per il futuro la propria vita, ma di contribuire con il proprio apporto alla crescita del bene comune dell’intera società. Così, tanti fratelli e sorelle poveri o immigrati possono rappresentare anche una risorsa per la comunità civile”. Quello che preoccupa l’arcivescovo di Torino è che, mentre “c’è una larga schiera di volontari e realtà laiche e religiose che si coinvolgono con i problemi della povertà e delle necessità sia di italiani che stranieri, il popolo di Dio e la comunità civile restano spesso apatici e sembrano subire la situazione senza reagire, mostrando insofferenza, pregiudizi e ostilità”. Da qui l’urgenza di operare anche sul campo educativo e formativo, culturale e sociale, oltre che religioso, per “sostenere le ragioni dell’accoglienza nella mentalità, nello stile e scelte di vita di ogni membro della comunità. È dunque importante che le Chiese cristiane, i fedeli dell’Islam e di altre realtà religiose presenti sul nostro territorio facciano un patto di alleanza per raggiungere questi obiettivi comuni”. La preghiera di ieri sera, oltre al ricordo dei martiri defunti, è voluta essere anche la richiesta al Signore di “sostenere l’impegno di tutti noi, perché si avvii una politica e un’azione congiunta, sia sul piano religioso che culturale e sociale, capace di affrontare questo problema con giustizia e solidarietà. Noi riteniamo – ha quindi concluso mons. Nosiglia - che la preghiera possa favorire tutto ciò, perché, solo se Dio ci aiuta e ci guida, possiamo sperare di rinnovare il cuore di ciascuno e aprirlo alla conversione di cui ha bisogno, per impegnarsi a edificare una società più ricca di umanità e di amore verso tutti, nessuno escluso.
Per mons. Nosiglia, , purtroppo, l’immigrazione verso il nostro Paese “ha suscitato in tanti, anche credenti, serie difficoltà nell’accettare quella accoglienza serena e positiva che dovrebbe essere propria di un popolo, come il nostro, che di emigranti ha riempito il mondo”.
Torino e “il nostro territorio si sono mostrati sempre accoglienti e in questo la Chiesa è stata ed è in prima linea. L’accoglienza, che comprende ovviamente anche il salvataggio in mare degli immigrati, in barconi spesso fatiscenti, rappresenta – ha aggiunto - un necessario passo, che dovrebbe essere posto alla base del nostro rapporto con ogni persona che chiede aiuto, sia italiano che straniero. Appellarsi alla responsabilità degli altri Stati Europei per affrontare insieme il problema dell’immigrazione in atto, in forte crescita, è giusto e doveroso, ma non può diventare un alibi per chiuderci a riccio e rifiutare e abbandonare al loro destino quanti giungono nei nostri mari, dopo lunghe e dolorose esperienze di guerra o di povertà estrema, molti dei quali anche minori e donne indifese, che hanno dovuto subire violenze di ogni genere. Il rifiuto ingenera una cultura e comportamenti carichi di preconcetti verso questi fratelli e sorelle, che possono sfociare in atteggiamenti e comportamenti razzisti e discriminatori, di cui abbiamo avuto triste esperienza nel passato”. Per i cristiani questo “dovrebbe essere doppiamente significativo, anche come dovere religioso di grande importanza, avendo Gesù deciso di identificarsi con ognuno dei ‘fratelli più piccoli’”. Il Vangelo, infatti, ricorda “che saremo giudicati su come avremo accolto e riconosciuto il Signore in chi ha fame, sete, è nudo o è in carcere o ammalato e in chi è forestiero: tutto ciò che avremo fatto a uno di questi fratelli, lo avremo fatto a Lui e, se non lo abbiamo fatto, abbiamo rifiutato Lui”.
Mons. Nosiglia ha quindi evidenziato che l’accoglienza dei senza dimora, di coloro che hanno perso la casa e il lavoro e degli immigrati e rifugiati “non basta a garantire loro una vita serena e dignitosa. Occorre procedere poi con l’accompagnamento, l’integrazione, la formazione, lo sbocco occupazionale, la condivisione dei propri valori culturali, religiosi e sociali. Sono i passi necessari per garantire a ognuno quella autonomia che permette non solo di impostare per il futuro la propria vita, ma di contribuire con il proprio apporto alla crescita del bene comune dell’intera società. Così, tanti fratelli e sorelle poveri o immigrati possono rappresentare anche una risorsa per la comunità civile”. Quello che preoccupa l’arcivescovo di Torino è che, mentre “c’è una larga schiera di volontari e realtà laiche e religiose che si coinvolgono con i problemi della povertà e delle necessità sia di italiani che stranieri, il popolo di Dio e la comunità civile restano spesso apatici e sembrano subire la situazione senza reagire, mostrando insofferenza, pregiudizi e ostilità”. Da qui l’urgenza di operare anche sul campo educativo e formativo, culturale e sociale, oltre che religioso, per “sostenere le ragioni dell’accoglienza nella mentalità, nello stile e scelte di vita di ogni membro della comunità. È dunque importante che le Chiese cristiane, i fedeli dell’Islam e di altre realtà religiose presenti sul nostro territorio facciano un patto di alleanza per raggiungere questi obiettivi comuni”. La preghiera di ieri sera, oltre al ricordo dei martiri defunti, è voluta essere anche la richiesta al Signore di “sostenere l’impegno di tutti noi, perché si avvii una politica e un’azione congiunta, sia sul piano religioso che culturale e sociale, capace di affrontare questo problema con giustizia e solidarietà. Noi riteniamo – ha quindi concluso mons. Nosiglia - che la preghiera possa favorire tutto ciò, perché, solo se Dio ci aiuta e ci guida, possiamo sperare di rinnovare il cuore di ciascuno e aprirlo alla conversione di cui ha bisogno, per impegnarsi a edificare una società più ricca di umanità e di amore verso tutti, nessuno escluso.
Dalla paura all’accoglienza: una nota della Presidenza della CEI
Roma – “Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”. E’ quanto scrive la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana in una nota, diffusa oggi, dal titolo “Dalla paura all’accoglienza”. “Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci. Ci sentiamo responsabili- scrivono i presuli - di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che – mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere – ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace”.
“Animati dal Vangelo di Gesù Cristo – continua la nota - continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare”.
I presuli, in conclusione, avvertono “in maniera inequivocabile” che “la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”. (Raffaele Iaria)
“Animati dal Vangelo di Gesù Cristo – continua la nota - continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare”.
I presuli, in conclusione, avvertono “in maniera inequivocabile” che “la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”. (Raffaele Iaria)
Naufragio a Cipro: decine di dispersi
Milano - Ancora naufragi e navi che salvano persone in mare ma restano in attesa che venga loro assegnato un porto. Nel Mediterraneo la situazione continua a essere difficile: nell'Egeo un'imbarcazione che trasportava migranti è affondata al largo del nord di Cipro. Quel che si sa - stando alla CNN turca - è che sono stati recuperati 19 corpi, dopo il naufragio di un barcone che trasportava circa 150 migranti.
Le ricerche dei dispersi in mare stanno proseguendo per altri 25 probabili dispersi da parte della guardia costiera turca e delle imbarcazioni commerciali che si trovano nella zona. Le 103 persone già tratte in salvo sono state trasportate a Mersin, nel sud della Turchia. Secondo i media locali, a bordo del natante c'erano siriani che cercavano di raggiungere le coste europee di Cipro.
Le ricerche dei dispersi in mare stanno proseguendo per altri 25 probabili dispersi da parte della guardia costiera turca e delle imbarcazioni commerciali che si trovano nella zona. Le 103 persone già tratte in salvo sono state trasportate a Mersin, nel sud della Turchia. Secondo i media locali, a bordo del natante c'erano siriani che cercavano di raggiungere le coste europee di Cipro.
Gli occhi di Josephine: un tatuaggio dell’animo
di Cristiana Dobner
Roma - Estate, tempo di vacanza, di relax, di centri benessere…di giusto e meritato riposo per chi lavora e ha bisogno di uno stacco per ritemprare le forze e ritrovare se stesso.
Come ritrovare se stesso quando il se stesso è stato deturpato? Smarrito, si spera e non perduto. Si chiami egoità, ipseità, la realtà tangibile rimane la stessa e identica: preme soltanto il proprio io e tutto vi deve essere centrato, convogliato per essere incorporato, fagocitando tutto quanto si trova sul proprio cammino.
Gli occhi sbarrati, immersi nel terrore dell’impotenza e dell’abbandono di Josephine dovrebbero rimanere in noi tanto da essere un tatuaggio dell’animo. Indelebile, impossibile da cancellarsi anche con il laser più potente ed affidabile.
Passiamo in rassegna il nostro dire: dalla filosofia ai social, passando, purtroppo anche per la teologia, per la ricerca di Dio o di un dio, cioè per la risposta al nostro vivere e al nostro dirci persone umane.
Regge ancora la costruzione pseudo intellettuale o addirittura spirituale?
Troppo facile è accusare la politica. Politica di chi, di quale Stato?
L’accusa è sterile e diventa solo polemica.
L’interrogativo deve dimostrarsi tagliente, saper penetrare nel grasso che offusca la nostra mente e la nostra psiche. Non intendo limitarmi alla concezione cristiana che accoglie il Misericordioso che si rivela e offre il suo amore, apro a chiunque guardando dentro di sé scopra una Presenza.
Se mi ritengo persona umana dinanzi allo sguardo di Josephine, posso ancora dormire nel mio letto, sfamarmi, godermi relazioni di amicizia e pensare alle vacanze?
Non scardina ogni carapace di autodifesa?
Non mette a nudo chi siamo?
Persone che persone osano dirsi tali? Ancora osiamo?
Dovremmo lasciarci invadere da quanto rimuoviamo: la vergogna che vorrebbe emergere, se solo glielo consentissimo.
Mi pare di ritrovare in me il nazista che, belva, operava nel campo di concentramento e alla sera suonava Bach, giocava con i propri figli al margine della recinzione e si dilettava a cena con amici scelti. Servito a tavola dai deportati. Una schizofrenia pericolosa che avvelena l’esistenza e che, per essere risanata, deve venire allo scoperto.
Io, proprio io, dove mi trovavo quando Josephine restava in balia del mare per quarant’otto ore? Come ho potuto lasciarla affidata ad un pezzo di legno? Dove si trova la mia mano?
Lo sconcerto è doloroso e lo voglio evitare. La mia responsabilità, quella affidata a ciascuno di noi, umani, perché tali possiamo dirci, non si è sgretolata? Non deve essere ricostruita? Non nella protesta che indice marce che poi si concludono con vane parole e distruzioni di quanto la circondano.
Ben altrove.
Nel mutamento dello sguardo.
Potrebbe innestarsi solo se ci lasciamo penetrare da quegli occhi e rimaniamo senza parole. Allora la Parola in noi potrebbe agire, ci ritroveremmo.
Il grande dolore, la grande perdita – Josephine potrà ancora credere in noi? – potranno diventare balsamo che cura.
Tatuaggio indelebile, che vivente diventa forza per agire, per cambiare, per ricostruire quanto perduto e che potrebbe diventare ancora un anello di autentica umanità da consegnare ai nostri figli, ai nostri giovani, non in termini di carriera, di denaro, ma di uno sguardo che sa affrontare l’abbandono che straripa e lo accoglie facendolo proprio.
Lasciar cadere nell’oblio, nella consuetudine della nostra società dell’immagine che passa e poi lascia il posto ad un’altra immagine, possibilmente più accattivante e tranquillizzante, è una tentazione sempre presente. La psicologia insegna che il rimosso, in altra veste, ricompare e diventa ben difficile da individuare nella sua causa.
Accettiamo la sconfitta per la nostra umanità, lasciamoci giocare non dall’emotività ma dalla forza che ci insegna a vivere.
Il tatuaggio di quello sguardo attiri su di noi lo sguardo del Creatore e muti, in profondità, il nostro essere.
Come ritrovare se stesso quando il se stesso è stato deturpato? Smarrito, si spera e non perduto. Si chiami egoità, ipseità, la realtà tangibile rimane la stessa e identica: preme soltanto il proprio io e tutto vi deve essere centrato, convogliato per essere incorporato, fagocitando tutto quanto si trova sul proprio cammino.
Gli occhi sbarrati, immersi nel terrore dell’impotenza e dell’abbandono di Josephine dovrebbero rimanere in noi tanto da essere un tatuaggio dell’animo. Indelebile, impossibile da cancellarsi anche con il laser più potente ed affidabile.
Passiamo in rassegna il nostro dire: dalla filosofia ai social, passando, purtroppo anche per la teologia, per la ricerca di Dio o di un dio, cioè per la risposta al nostro vivere e al nostro dirci persone umane.
Regge ancora la costruzione pseudo intellettuale o addirittura spirituale?
Troppo facile è accusare la politica. Politica di chi, di quale Stato?
L’accusa è sterile e diventa solo polemica.
L’interrogativo deve dimostrarsi tagliente, saper penetrare nel grasso che offusca la nostra mente e la nostra psiche. Non intendo limitarmi alla concezione cristiana che accoglie il Misericordioso che si rivela e offre il suo amore, apro a chiunque guardando dentro di sé scopra una Presenza.
Se mi ritengo persona umana dinanzi allo sguardo di Josephine, posso ancora dormire nel mio letto, sfamarmi, godermi relazioni di amicizia e pensare alle vacanze?
Non scardina ogni carapace di autodifesa?
Non mette a nudo chi siamo?
Persone che persone osano dirsi tali? Ancora osiamo?
Dovremmo lasciarci invadere da quanto rimuoviamo: la vergogna che vorrebbe emergere, se solo glielo consentissimo.
Mi pare di ritrovare in me il nazista che, belva, operava nel campo di concentramento e alla sera suonava Bach, giocava con i propri figli al margine della recinzione e si dilettava a cena con amici scelti. Servito a tavola dai deportati. Una schizofrenia pericolosa che avvelena l’esistenza e che, per essere risanata, deve venire allo scoperto.
Io, proprio io, dove mi trovavo quando Josephine restava in balia del mare per quarant’otto ore? Come ho potuto lasciarla affidata ad un pezzo di legno? Dove si trova la mia mano?
Lo sconcerto è doloroso e lo voglio evitare. La mia responsabilità, quella affidata a ciascuno di noi, umani, perché tali possiamo dirci, non si è sgretolata? Non deve essere ricostruita? Non nella protesta che indice marce che poi si concludono con vane parole e distruzioni di quanto la circondano.
Ben altrove.
Nel mutamento dello sguardo.
Potrebbe innestarsi solo se ci lasciamo penetrare da quegli occhi e rimaniamo senza parole. Allora la Parola in noi potrebbe agire, ci ritroveremmo.
Il grande dolore, la grande perdita – Josephine potrà ancora credere in noi? – potranno diventare balsamo che cura.
Tatuaggio indelebile, che vivente diventa forza per agire, per cambiare, per ricostruire quanto perduto e che potrebbe diventare ancora un anello di autentica umanità da consegnare ai nostri figli, ai nostri giovani, non in termini di carriera, di denaro, ma di uno sguardo che sa affrontare l’abbandono che straripa e lo accoglie facendolo proprio.
Lasciar cadere nell’oblio, nella consuetudine della nostra società dell’immagine che passa e poi lascia il posto ad un’altra immagine, possibilmente più accattivante e tranquillizzante, è una tentazione sempre presente. La psicologia insegna che il rimosso, in altra veste, ricompare e diventa ben difficile da individuare nella sua causa.
Accettiamo la sconfitta per la nostra umanità, lasciamoci giocare non dall’emotività ma dalla forza che ci insegna a vivere.
Il tatuaggio di quello sguardo attiri su di noi lo sguardo del Creatore e muti, in profondità, il nostro essere.
Per mille strade, verso Roma, da Papa Francesco
Roma - Decine di migliaia di giovani, da quasi 200 diocesi in tutta Italia, nella prima settimana di agosto si metteranno in cammino a piedi, riscoprendo le vie dei pellegrini delle loro terre d’origine e convergendo infine a Roma, sabato 11 e domenica 12 agosto.
Al Circo Massimo (sabato 11 pomeriggio) e in piazza San Pietro (domenica 12 mattina) sono attesi almeno in cinquantamila, accompagnati da più di 100 vescovi.
Sabato 11 agosto l’appuntamento è al Circo Massimo dove, tra le 18.30 e le 20.30, Papa Francesco incontrerà i giovani. Il giorno successivo, domenica 12 agosto alle 9.30, in Piazza San Pietro, il card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, presiederà la celebrazione della S. Messa. Alle 11.00 Papa Francesco raggiungerà nuovamente i pellegrini, conferendo loro il suo mandato missionario e benedicendo i doni che i ragazzi italiani porteranno alla GMG di Panama (gennaio 2019): il Crocifisso di S. Damiano e la Madonna di Loreto. Dopo l’Angelus e la Benedizione del Papa i gruppi di pellegrini faranno ritorno nelle proprie diocesi.
I dettagli del programma saranno presentati in una conferenza stampa, martedì 7 agosto, alle ore 12.00, a Roma, presso la Sala Marconi di Palazzo Pio (Piazza Pia, 3).
Al Circo Massimo (sabato 11 pomeriggio) e in piazza San Pietro (domenica 12 mattina) sono attesi almeno in cinquantamila, accompagnati da più di 100 vescovi.
Sabato 11 agosto l’appuntamento è al Circo Massimo dove, tra le 18.30 e le 20.30, Papa Francesco incontrerà i giovani. Il giorno successivo, domenica 12 agosto alle 9.30, in Piazza San Pietro, il card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI, presiederà la celebrazione della S. Messa. Alle 11.00 Papa Francesco raggiungerà nuovamente i pellegrini, conferendo loro il suo mandato missionario e benedicendo i doni che i ragazzi italiani porteranno alla GMG di Panama (gennaio 2019): il Crocifisso di S. Damiano e la Madonna di Loreto. Dopo l’Angelus e la Benedizione del Papa i gruppi di pellegrini faranno ritorno nelle proprie diocesi.
I dettagli del programma saranno presentati in una conferenza stampa, martedì 7 agosto, alle ore 12.00, a Roma, presso la Sala Marconi di Palazzo Pio (Piazza Pia, 3).
Oristano: domenica messa in suffragio delle vittime del mare
Oristano - Domenica 22 luglio, alle 19.30, nella chiesa di San Giovanni di Sinis, l’arcivescovo di Oristano, mons. Ignazio Sanna, presiederà una celebrazione eucaristica in suffragio delle vittime del mare. Al termine della celebrazione ci si recherà processionalmente alla spiaggia di San Giovanni e mons. Sanna deporrà in mare una corona di fiori.
L’evento – spiega una nota della diocesi - costituisce “una preziosa occasione per esprimere viva gratitudine nei confronti degli operatori che ogni giorno lavorano per la salvaguardia della vita umana in mare, per la sicurezza della navigazione e dei trasporti marittimi, per la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e l’attività di vigilanza”.
L’evento – spiega una nota della diocesi - costituisce “una preziosa occasione per esprimere viva gratitudine nei confronti degli operatori che ogni giorno lavorano per la salvaguardia della vita umana in mare, per la sicurezza della navigazione e dei trasporti marittimi, per la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e l’attività di vigilanza”.
Come raccontare le migrazioni: domani un incontro a Roma
Roma - Come raccontare le migrazioni coinvolgendo i protagonisti del fenomeno, in particolare coloro che provengono da alcuni contesti, oggi, particolarmente coinvolti nei flussi? Quali i modi più efficaci, per i giornalisti, per raccontare il viaggio e gli abusi subiti dai migranti nei paesi di transito? Quali gli strumenti intorno ai quali diffondere la consapevolezza del viaggio e dei rischi ad esso connessi? Come creare un ponte di dialogo e di scambio di informazioni tra Media italiani ed europei e Media dei paesi di origine dei migranti? Quale ruolo possono avere le Diaspore nel promuovere una narrazione corretta del fenomeno migratorio, sia in Italia sia nei paesi di origine?
Intorno a queste questioni si svolgerà domani un incontro, a Roma, presso la sede del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti con i rappresentanti dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), di Associazione Carta di Roma, di esperti e di rappresentanti della diaspora.
L’organizzazione del workshop prevede, dopo una presentazione del progetto, un confronto e un intervento dei partecipanti al seminario.
Meeting di Rimini: “Dalle nuove generazioni una speranza per l’Italia”
Rimini - Un viaggio affascinante dentro il mondo di coloro che sono “figli” dell’esperienza migratoria dei genitori: i nuovi italiani, protagonisti di una società che sta cambiando pelle e costruttori di una identità arricchita. È quello che propone la mostra “Nuove generazioni. I volti giovani dell’Italia multietnica”, inaugurata al Meeting per l’amicizia tra i popoli nell’agosto 2017 e che nella versione itinerante è stata successivamente allestita in molte città italiane, contribuendo a “cambiare la narrazione” su un tema di scottante attualità e che troppo spesso diventa vittima di contrapposizioni ideologiche e politiche. (Info: www.meetingmostre.com). Migliaia di giovani hanno potuto conoscere le storie raccontate nei pannelli e nei video proposti dalla mostra, confrontarsi e maturare un giudizio sulle fatiche e sui successi di tanti coetanei che si misurano con l’eredità trasmessa dai padri e dalle terre di cui sono figli e nel contempo con i valori della società italiana in cui sono cresciuti e che sentono come la loro casa. Molte testimonianze degli incontri ospitati in scuole, centri culturali e parrocchie sono documentate nella pagina Facebook Nuove Generazioni, che propone video, immagini e resoconti.
E tra pochi giorni, in occasione dell’edizione 2018 del Meeting di Rimini, questo grande patrimonio umano e culturale fatto di incontri, giudizi, amicizie e iniziative nati sula scia della mostra, verrà raccontato da coloro che lo hanno costruito o incontrato. L’appuntamento si intitola “Un anno di incontri. Dalle nuove generazioni una speranza per l’Italia” ed è in programma giovedì 23 agosto alle 17 nei padiglioni della Fiera a Viserba, in Sala Neri. Sarà un modo per declinare il titolo del Meeting di quest’anno: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”. Quest’anno la kermesse riminese mette a tema vicende umane che, a volte in sordina e apparentemente con poco rilievo, pongono semi di novità destinati a fiorire, a creare nuovi orizzonti di conoscenza. Il tutto dialogando con esperienze e culture diverse, intercettando le domande dell’uomo di oggi a partire soprattutto da quelle dei giovani, seguendo l’ipotesi affascinante che forse sono proprio le forze che possono renderci felici quelle stesse che possono muovere la storia, con tutto il tempo e la pazienza che saranno necessari. (Giorgio Paolucci)
E tra pochi giorni, in occasione dell’edizione 2018 del Meeting di Rimini, questo grande patrimonio umano e culturale fatto di incontri, giudizi, amicizie e iniziative nati sula scia della mostra, verrà raccontato da coloro che lo hanno costruito o incontrato. L’appuntamento si intitola “Un anno di incontri. Dalle nuove generazioni una speranza per l’Italia” ed è in programma giovedì 23 agosto alle 17 nei padiglioni della Fiera a Viserba, in Sala Neri. Sarà un modo per declinare il titolo del Meeting di quest’anno: “Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”. Quest’anno la kermesse riminese mette a tema vicende umane che, a volte in sordina e apparentemente con poco rilievo, pongono semi di novità destinati a fiorire, a creare nuovi orizzonti di conoscenza. Il tutto dialogando con esperienze e culture diverse, intercettando le domande dell’uomo di oggi a partire soprattutto da quelle dei giovani, seguendo l’ipotesi affascinante che forse sono proprio le forze che possono renderci felici quelle stesse che possono muovere la storia, con tutto il tempo e la pazienza che saranno necessari. (Giorgio Paolucci)
Spettacolo viaggiante: esami per 110 studenti
Roma - Anche quest'anno è suonata la campanella per 110 studenti dello spettacolo viaggiante che si sono presentati all'esame di ammissione alla classe seconda e terza liceo Artistico, Meccanica, Alberghiero. Non per tutti gli alunni l'esito è stato positivo, ma nel corso degli anni i respinti sono in diminuzione.
Venti alunni si presenteranno il 5 settembre per l'ammissione alle classi Quarta e Quinta. Con grande soddisfazione una ragazza, Sofia Gerardi, ha raggiunto la maturità Artistica in “Arti Figurative”.
Altra gratificazione per Wensch Enrico studente circense all'estero con la famiglia che ha superato l'esame di Licenza media nella scuola italiana “Leonardo da Vinci” a Parigi dopo aver frequentato con sistema parentale per tutto il primo ciclo di istruzione sostenuto dalla scuola di Jesolo e da Francesca Bardini, collaboratrice del progetto scolastico per alunni stranieri patrocinato dalla Fondazione Migrantes. Anche Gallingani Nathalie ha superato l'ammissione alla Terza media con l'aiuto di Harriet Siestes dell'Olanda mantenendo i contatti con la scuola di Milano.
La rete fra scuole italiane ed estere attraverso i mediatori può dare risultati positivi ed aiutare ragazzi in difficoltà che a causa della loro itineranza non riuscirebbero a concludere il ciclo scolastico, sottolineano gli operatori Migrantes.
Venti alunni si presenteranno il 5 settembre per l'ammissione alle classi Quarta e Quinta. Con grande soddisfazione una ragazza, Sofia Gerardi, ha raggiunto la maturità Artistica in “Arti Figurative”.
Altra gratificazione per Wensch Enrico studente circense all'estero con la famiglia che ha superato l'esame di Licenza media nella scuola italiana “Leonardo da Vinci” a Parigi dopo aver frequentato con sistema parentale per tutto il primo ciclo di istruzione sostenuto dalla scuola di Jesolo e da Francesca Bardini, collaboratrice del progetto scolastico per alunni stranieri patrocinato dalla Fondazione Migrantes. Anche Gallingani Nathalie ha superato l'ammissione alla Terza media con l'aiuto di Harriet Siestes dell'Olanda mantenendo i contatti con la scuola di Milano.
La rete fra scuole italiane ed estere attraverso i mediatori può dare risultati positivi ed aiutare ragazzi in difficoltà che a causa della loro itineranza non riuscirebbero a concludere il ciclo scolastico, sottolineano gli operatori Migrantes.
Migrantes Andria: domani preghiera e digiuno di giustizia
Andria - Le notizie di naufragi e di continue perdite di vita nel Mediterraneo sono ormai all' ordine del giorno. L'Onu parla di oltre mille morti, solo negli ultimi mesi. Al naufragio di migranti “si aggiunge anche quello dell'Europa”, si legge in un nota dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Andria, mentre il Presidente della CEI, il card. Gualtiero Bassetti, sostiene che “la logica del cristianesimo è prendersi cura. Accogliere, accompagnare, integrare come dice il Papa. Se c'è una nave che sta nel mare non si può chiudere i porti” e il problema “riguarda il mondo intero". Di fronte alla chiusura culturale e sociale, sottolinea la Migrantes di Andria, “si alza forte anche il grido di protesta di altri religiosi e laici cristiani come padre Alex Zanotelli”. Dallo scorso 10 luglio è stato così indetto per dieci giorni un “digiuno di giustizia” al quale la Comunità “Migrantesliberi”, in collaborazione con l'Ufficio Migrantes di Andria e la comunità parrocchiale Madonna della Grazia, aderirà domani, giovedì 19 luglio. Alle 19, 00, presso la chiesa Santa Madonna della Grazia è prevista una celebrazione eucaristica per condividere un momento di preghiera e di speranza. “Il diverso oggi è riconosciuto come un pericolo”, sottolinea il Direttore Migrantes don Geremia Acri, e “questo aumenta quando si crea il nemico per scopi di consenso elettorale, incitando all'aggressività, insinuando sospetti, fomentando paura, adulterando e avariando la verità, e mistificando la realtà”.
Frontex: a giugno -87% di arrivi migranti in Italia
Roma - Il numero di migranti arrivati in Italia a giugno attraverso la rotta centro-mediterranea è crollato a 3.000, l’87% in meno dello scorso anno. Il dato è stato fornito oggi da Frontex. 13100 sono stati, invece gli attraversamenti irregolari rilevati sulle principali rotte migratorie verso l’Ue, il 56% in meno rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. Cala quindi la pressione migratoria sull’Ue attraverso il Mediterraneo, dove sono stati registrati, dall’inizio dell’anno 60.430 attraversamenti. In controtendenza la rotta del Mediterraneo occidentale, dove il numero di migranti, provenienti soprattutto da Marocco, Guinea e Mali, in arrivo in Spagna è cresciuto del 166% (circa 6.400 persone arrivate a giugno, 14.700 attraversamenti dall’inizio dell’anno, il doppio del 2017).
Mons. Bertolone: l’accoglienza deve “sempre trovare cuore accoglienti”
Catanzaro – “Ringrazio tutti gli immigrati che abbiamo a Catanzaro per il bene che fanno e per l’amore che ci dimostrano”. Lo ha detto il Presidente della Conferenza Episcopale Calabra, mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, nell’omelia pronunciata in occasione delle celebrazioni di San Vitaliano, patrono del capoluogo calabrese. “Come soccorrere correttamente gli oppressi, come, in questo momento, sono i nostri fratelli che cercano di sbarcare in un paese europeo? Al di là di tutte le considerazioni pro o contro – ha proseguito mons. Bertolone – certamente siamo davanti a una situazione complessa e di difficile gestione, ma l’accoglienza per gli esseri umani e per lo straniero deve trovare sempre cuori accoglienti”
Il presule calabrese ha poi fatto riferimento alla “Festa dei Popoli”, tradizionale evento nell’ambito delle celebrazioni di San Vitaliano, definendola “un segno meraviglioso di integrazione e accoglienza, e dico grazie a tutti gli immigrati che abbiamo a Catanzaro per il bene che fanno e per l’amore che ci dimostrano, da loro – ha concluso l’arcivescovo – lezioni di stile, di fede e di grande gioia”.
Il presule calabrese ha poi fatto riferimento alla “Festa dei Popoli”, tradizionale evento nell’ambito delle celebrazioni di San Vitaliano, definendola “un segno meraviglioso di integrazione e accoglienza, e dico grazie a tutti gli immigrati che abbiamo a Catanzaro per il bene che fanno e per l’amore che ci dimostrano, da loro – ha concluso l’arcivescovo – lezioni di stile, di fede e di grande gioia”.
Torino: domani veglia di preghiera per gli immigrati defunti
Torino - Domani, mercoledì 18 luglio 2018 alle 18.30, nella chiesa dei Ss. Martiri in Torino mons. Cesare Nosiglia presiede la veglia di preghiera «Morire di speranza», in memoria di quanti hanno perso la vita nei viaggi verso l’Europa e il Nord del mondo, organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio e ala quale aderiscono l’ufficio diocesano Migrantes e la Federazione delle Chiese Evangeliche.
Durante la preghiera saranno ricordati i nomi di quanti hanno intrapreso i viaggi della speranza e sono morti in questi ultimi mesi nel tentativo di giungere il nostro continente. Dal 1990, ricorda i promotori – “sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 36.000 persone. Nel 2017 le vittime sono state 3.139, quasi 10 morti al giorno, mentre da gennaio 2018 ad oggi, nonostante la diminuzione degli sbarchi, sono state inghiottite dal mare Mediterraneo oltre 1000 persone, senza contare chi ha perso la vita nella traversata del deserto o alle frontiere. Restituire il nome perduto negli abissi non è solo un gesto di pietà umana e cristiana, ma un interrogativo personale, in qualche modo, un incontro diretto con sofferenze disumane che noi non immaginiamo nemmeno».
Durante la preghiera saranno ricordati i nomi di quanti hanno intrapreso i viaggi della speranza e sono morti in questi ultimi mesi nel tentativo di giungere il nostro continente. Dal 1990, ricorda i promotori – “sono morte lungo le frontiere dell’Europa almeno 36.000 persone. Nel 2017 le vittime sono state 3.139, quasi 10 morti al giorno, mentre da gennaio 2018 ad oggi, nonostante la diminuzione degli sbarchi, sono state inghiottite dal mare Mediterraneo oltre 1000 persone, senza contare chi ha perso la vita nella traversata del deserto o alle frontiere. Restituire il nome perduto negli abissi non è solo un gesto di pietà umana e cristiana, ma un interrogativo personale, in qualche modo, un incontro diretto con sofferenze disumane che noi non immaginiamo nemmeno».
Migrantes Modena-Nonantola: i deboli e le minoranze sono immagine di Gesù sulla croce
Modena - Non possiamo nascondercelo. Il dibattito infuocato e i fatti delle ultime settimane sui profughi e richiedenti protezione internazionale, ha mostrato una parte di Italia che non avremmo voluto vedere, fatta di rancore e risentimento. Su questi sentimenti si è costruito, non solo da parte di alcune forze politiche, il capro espiatorio e l’immagine del nemico che, come sempre in questi casi, sono i più deboli, quelli che non si possono difendere, le minoranze.
E’ altrettanto evidente la preoccupazione che attraversa tutta la Chiesa Cattolica, dai vertici, fino ai parroci, dai movimenti e le associazioni che hanno nella loro ragione fondativa la solidarietà evangelica, fino ai volontari dei centri di ascolto parrocchiali che combattono ogni giorno per ridurre o per lo meno attenuare la povertà e l’esclusione sociale.
Preoccupazione perché, per noi cristiani, quei deboli, quelli che non si possono difendere, le minoranze, sono immagine di Gesù Cristo sulla croce.
L’astio, la violenza verbale, sui social ma non solo, che si sta già traducendo anche in numerosi micro–episodi di chiara intolleranza e prepotenza verso il diverso, la diffamazione conclamata, la disinformazione scientifica, sono tutti ingredienti che ci fanno accendere il campanello d’allarme: c’è ancora posto nel cuore degli Italiani per l’annuncio evangelico?
Nei paesi dove i cristiani sono oggetto di discriminazione, dove le chiese vengono attaccate e bruciate, non si è forse cominciato allo stesso modo? Ce lo insegnano, ad esempio, i fratelli e le sorelle cristiane che fuggono da certe zone della Nigeria: prima l’insulto, poi la diffamazione, poi le false accuse ed infine la violenza diretta.
Mentre riconosciamo il pericolo, non sottovalutiamo le tantissime realtà, cattoliche e non, che ‘resistono’, spesso nel silenzio, che continuano a servire il povero, ad accogliere lo straniero, a lenire le ferite della vita. Questi sentimenti e queste preoccupazioni, sono richiamate, fra gli altri, da un ben più autorevole intervento ossia la lettera che don Giovanni De Robertis, attuale Direttore della Fondazione Migrantes della CEI ha inviato alcuni giorni fa a margine della vicenda della nave Aquarius. (Giorgio Bonini - Migrantes Modena-Nonantola)
E’ altrettanto evidente la preoccupazione che attraversa tutta la Chiesa Cattolica, dai vertici, fino ai parroci, dai movimenti e le associazioni che hanno nella loro ragione fondativa la solidarietà evangelica, fino ai volontari dei centri di ascolto parrocchiali che combattono ogni giorno per ridurre o per lo meno attenuare la povertà e l’esclusione sociale.
Preoccupazione perché, per noi cristiani, quei deboli, quelli che non si possono difendere, le minoranze, sono immagine di Gesù Cristo sulla croce.
L’astio, la violenza verbale, sui social ma non solo, che si sta già traducendo anche in numerosi micro–episodi di chiara intolleranza e prepotenza verso il diverso, la diffamazione conclamata, la disinformazione scientifica, sono tutti ingredienti che ci fanno accendere il campanello d’allarme: c’è ancora posto nel cuore degli Italiani per l’annuncio evangelico?
Nei paesi dove i cristiani sono oggetto di discriminazione, dove le chiese vengono attaccate e bruciate, non si è forse cominciato allo stesso modo? Ce lo insegnano, ad esempio, i fratelli e le sorelle cristiane che fuggono da certe zone della Nigeria: prima l’insulto, poi la diffamazione, poi le false accuse ed infine la violenza diretta.
Mentre riconosciamo il pericolo, non sottovalutiamo le tantissime realtà, cattoliche e non, che ‘resistono’, spesso nel silenzio, che continuano a servire il povero, ad accogliere lo straniero, a lenire le ferite della vita. Questi sentimenti e queste preoccupazioni, sono richiamate, fra gli altri, da un ben più autorevole intervento ossia la lettera che don Giovanni De Robertis, attuale Direttore della Fondazione Migrantes della CEI ha inviato alcuni giorni fa a margine della vicenda della nave Aquarius. (Giorgio Bonini - Migrantes Modena-Nonantola)
Tv2000: nuovo doc Tv2000 sui figli di prima generazione
Roma - In occasione del Nelson Mandela Day, Tv2000 trasmette domani, mercoledì 18 luglio alle 20.45 “Italiani - volti e storie di un paese che cambia”, un documentario sul tema dell’immigrazione.
Nel documentario protagonisti i figli della prima generazione di profughi e migranti. Sono nati in Italia o arrivati nel nostro Paese quando erano ancora bambini. Qui hanno studiato e alcuni di loro si sono anche laureati, molti qui lavorano e hanno formato una famiglia. Non sono stranieri di “seconda generazione”, sono una “nuova generazione” di italiani. Nel documentario, realizzato in collaborazione con il Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, si incontrano e si raccontano le storie alcuni di loro. Le loro voci e i loro sguardi sgretolano i muri degli stereotipi. Hanno origini e tradizioni diverse e molto lontane, ma è con loro che gli italiani sono chiamati a costruire la nuova identità di un Paese sempre più multietnico. A seguire il film ‘Il colore della libertà’ di Bille August sulla storia di Nelson Mandela e il rapporto con la sua guardia carceraria.
Nel documentario protagonisti i figli della prima generazione di profughi e migranti. Sono nati in Italia o arrivati nel nostro Paese quando erano ancora bambini. Qui hanno studiato e alcuni di loro si sono anche laureati, molti qui lavorano e hanno formato una famiglia. Non sono stranieri di “seconda generazione”, sono una “nuova generazione” di italiani. Nel documentario, realizzato in collaborazione con il Meeting per l’Amicizia tra i Popoli, si incontrano e si raccontano le storie alcuni di loro. Le loro voci e i loro sguardi sgretolano i muri degli stereotipi. Hanno origini e tradizioni diverse e molto lontane, ma è con loro che gli italiani sono chiamati a costruire la nuova identità di un Paese sempre più multietnico. A seguire il film ‘Il colore della libertà’ di Bille August sulla storia di Nelson Mandela e il rapporto con la sua guardia carceraria.
Oltre le bugie per accogliere
di Silvia Canuti, Aristide Pelagatti e Marco Pirovano *
Mantova - La scelta politica di chiudere i porti italiani per impedire altri arrivi di migranti fa discutere.
Tante le prese di posizione contrarie, soprattutto di voci autorevoli della Chiesa. Sarà accaduto però anche di ascoltare commenti favorevoli alla chiusura, perfino nelle nostre parrocchie. E così possiamo ritenere che sia rivolta anche a noi la domanda dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini:
«Possono coloro che partecipano alla Messa della domenica essere muti e sordi di fronte al dramma di tanti poveri, che sono fratelli e sorelle?».
Di fronte alla convinzione che «siamo invasi, gli immigrati sono troppi» vale la pena di documentarci.
Secondo una ricerca condotta nell’Unione Europea, in Italia si registra la più grande differenza tra la percezione della presenza di stranieri e la realtà.
Si ritiene siano il 26% della popolazione quando risultano essere solo il 9%. Rispetto al numero di rifugiati, i dati del ministero dell’Interno indicano che a metà 2017 erano 131mila su una popolazione di circa 60 milioni, ovvero il 2 per mille. In Svezia, dove la popolazione è un sesto di quella italiana (10 milioni), i rifugiati sono 186mila. In Germania (82 milioni di abitanti) i rifugiati sono 478mila. Se rapportiamo il dato nazionale a Mantova (meno di 50mila abitanti), la proporzione
corrisponde a cento persone. E come possiamo ritenerla un’invasione?
Una seconda affermazione, priva di verità, dice che vengono «tutti in Italia… e in Europa?». In realtà nel mondo su oltre 17 milioni di rifugiati, solo 2,3 milioni si trovano in Europa. La maggior parte è in Africa (più di 5 milioni), Asia (3,5 milioni) e Medio Oriente– Nord Africa (2,7 milioni).
C’è chi afferma che «gli immigrati ci rubano il lavoro», ma i dati Istat dimostrano che fanno i lavori che noi italiani non facciamo più: il 74% dei collaboratori domestici è infatti straniero, così come il 56% delle badanti.
Il 39,8% di pescatori, pastori e boscaioli è di origine straniera, così come il 30% dei manovali edili e braccianti agricoli. Gli stranieri sono esclusi dalle professioni più qualificate, l’importante livello di scolarizzazione della popolazione italiana e la maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro ci hanno spinti verso professioni a più alta specializzazione.
Un ulteriore luogo comune indica che «gli immigrati non pagano le tasse», lasciando intendere che, quindi, vivono sulle nostre spalle. I dati elaborati dalla Fondazione “Leone Moressa” sulle dichiarazioni dei redditi 2017 dimostrano il contrario. Per non parlare che i contributi versati all’Inps da lavoratori stranieri costituiscono il 5% dei contributi totali; senza un ulteriore flusso di immigrati da oggi al 2040 non si sosterrebbe il sistema previdenziale e si creerebbe un buco da 37 miliardi.
Si potrebbe proseguire, dimostrando l’infondatezza di tante altre affermazioni che alimentano la paura. Non dimentichiamoci che se qualcuno chiude un porto o alza un muro, lo fa se la folla applaude chi ferma le navi delle organizzazioni non governative.
Ricordiamoci che nel Vangelo si narra che la gente gridava a Pilato di crocifiggere Gesù e liberare Barabba.
Da che cosa si vede il nostro essere cristiani? Non sono di certo una marcia o una maglietta indossata che ci faranno ritrovare la forza del nostro credo, pur riconoscendo a queste manifestazioni un grande valore umano e un prezioso monito contro l’indifferenza; dobbiamo andare più in là, dentro ognuno di noi. Questo articolo è una “provocazione al pensiero” per ciascuno che vorrà fermarsi un momento per rispondere da cristiani a ciò che ci viene chiesto: accogliere. Ci è stato detto «ero straniero e mi avete accolto» e «qualunque cosa farete a uno di questi l’avete fatta a me». Nel frattempo la preghiera rimane quella risposta personale e comunitaria capace di sostenere, accogliere, includere, aprire, sovvertire e, speriamo, orientare i prossimi passi. Ciò che preme a noi è gridare convintamente che bisogna continuare a soccorrere chi rischia la morte in mare, perché non esiste nessuna ragione umana che possa giustificare il non intervenire per
salvare delle vite.
Dal settembre 2017 papa Francesco non manca di ricordarci di aprire le braccia all’accoglienza verso i migranti, perché «Dio ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti».
Nell’anniversario della sua prima visita, fatta a Lampedusa – 8 luglio 2013, ndr - cinque anni fa, ricordando le vittime dei naufragi, il Papa ha lanciato un accorato appello all’accoglienza e alla solidarietà dei cristiani verso chi scappa dalla miseria e dalle guerre. Con l’aiuto della Parola e della preghiera, impegniamoci anche noi a trovare quelle risposte, personali e comunitarie, alla perenne domanda rivolta all’umana responsabilità: «Dov’è il tuo fratello?». Solo se prenderemo sul serio questa domanda, rilanciata da papa Francesco, «potremo continuare a essere testimoni di speranza in un mondo sempre più preoccupato per il suo presente, con pochissima visione del futuro e riluttanza a condividere». Come cristiani non possiamo tacere di fronte a un mondo che vuole arricchirsi di sicurezza, impoverendosi di umanità. (* direttrice Caritas diocesana Mantova, direttore Ufficio Migrantes Mantova, direttore Centro pastorale sociale e del lavoro Mantova – Fonte La Cittadella – Avvenire)
Tante le prese di posizione contrarie, soprattutto di voci autorevoli della Chiesa. Sarà accaduto però anche di ascoltare commenti favorevoli alla chiusura, perfino nelle nostre parrocchie. E così possiamo ritenere che sia rivolta anche a noi la domanda dell’arcivescovo di Milano, Mario Delpini:
«Possono coloro che partecipano alla Messa della domenica essere muti e sordi di fronte al dramma di tanti poveri, che sono fratelli e sorelle?».
Di fronte alla convinzione che «siamo invasi, gli immigrati sono troppi» vale la pena di documentarci.
Secondo una ricerca condotta nell’Unione Europea, in Italia si registra la più grande differenza tra la percezione della presenza di stranieri e la realtà.
Si ritiene siano il 26% della popolazione quando risultano essere solo il 9%. Rispetto al numero di rifugiati, i dati del ministero dell’Interno indicano che a metà 2017 erano 131mila su una popolazione di circa 60 milioni, ovvero il 2 per mille. In Svezia, dove la popolazione è un sesto di quella italiana (10 milioni), i rifugiati sono 186mila. In Germania (82 milioni di abitanti) i rifugiati sono 478mila. Se rapportiamo il dato nazionale a Mantova (meno di 50mila abitanti), la proporzione
corrisponde a cento persone. E come possiamo ritenerla un’invasione?
Una seconda affermazione, priva di verità, dice che vengono «tutti in Italia… e in Europa?». In realtà nel mondo su oltre 17 milioni di rifugiati, solo 2,3 milioni si trovano in Europa. La maggior parte è in Africa (più di 5 milioni), Asia (3,5 milioni) e Medio Oriente– Nord Africa (2,7 milioni).
C’è chi afferma che «gli immigrati ci rubano il lavoro», ma i dati Istat dimostrano che fanno i lavori che noi italiani non facciamo più: il 74% dei collaboratori domestici è infatti straniero, così come il 56% delle badanti.
Il 39,8% di pescatori, pastori e boscaioli è di origine straniera, così come il 30% dei manovali edili e braccianti agricoli. Gli stranieri sono esclusi dalle professioni più qualificate, l’importante livello di scolarizzazione della popolazione italiana e la maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro ci hanno spinti verso professioni a più alta specializzazione.
Un ulteriore luogo comune indica che «gli immigrati non pagano le tasse», lasciando intendere che, quindi, vivono sulle nostre spalle. I dati elaborati dalla Fondazione “Leone Moressa” sulle dichiarazioni dei redditi 2017 dimostrano il contrario. Per non parlare che i contributi versati all’Inps da lavoratori stranieri costituiscono il 5% dei contributi totali; senza un ulteriore flusso di immigrati da oggi al 2040 non si sosterrebbe il sistema previdenziale e si creerebbe un buco da 37 miliardi.
Si potrebbe proseguire, dimostrando l’infondatezza di tante altre affermazioni che alimentano la paura. Non dimentichiamoci che se qualcuno chiude un porto o alza un muro, lo fa se la folla applaude chi ferma le navi delle organizzazioni non governative.
Ricordiamoci che nel Vangelo si narra che la gente gridava a Pilato di crocifiggere Gesù e liberare Barabba.
Da che cosa si vede il nostro essere cristiani? Non sono di certo una marcia o una maglietta indossata che ci faranno ritrovare la forza del nostro credo, pur riconoscendo a queste manifestazioni un grande valore umano e un prezioso monito contro l’indifferenza; dobbiamo andare più in là, dentro ognuno di noi. Questo articolo è una “provocazione al pensiero” per ciascuno che vorrà fermarsi un momento per rispondere da cristiani a ciò che ci viene chiesto: accogliere. Ci è stato detto «ero straniero e mi avete accolto» e «qualunque cosa farete a uno di questi l’avete fatta a me». Nel frattempo la preghiera rimane quella risposta personale e comunitaria capace di sostenere, accogliere, includere, aprire, sovvertire e, speriamo, orientare i prossimi passi. Ciò che preme a noi è gridare convintamente che bisogna continuare a soccorrere chi rischia la morte in mare, perché non esiste nessuna ragione umana che possa giustificare il non intervenire per
salvare delle vite.
Dal settembre 2017 papa Francesco non manca di ricordarci di aprire le braccia all’accoglienza verso i migranti, perché «Dio ha bisogno delle nostre mani per soccorrere. Ha bisogno della nostra voce per denunciare le ingiustizie commesse nel silenzio, talvolta complice, di molti».
Nell’anniversario della sua prima visita, fatta a Lampedusa – 8 luglio 2013, ndr - cinque anni fa, ricordando le vittime dei naufragi, il Papa ha lanciato un accorato appello all’accoglienza e alla solidarietà dei cristiani verso chi scappa dalla miseria e dalle guerre. Con l’aiuto della Parola e della preghiera, impegniamoci anche noi a trovare quelle risposte, personali e comunitarie, alla perenne domanda rivolta all’umana responsabilità: «Dov’è il tuo fratello?». Solo se prenderemo sul serio questa domanda, rilanciata da papa Francesco, «potremo continuare a essere testimoni di speranza in un mondo sempre più preoccupato per il suo presente, con pochissima visione del futuro e riluttanza a condividere». Come cristiani non possiamo tacere di fronte a un mondo che vuole arricchirsi di sicurezza, impoverendosi di umanità. (* direttrice Caritas diocesana Mantova, direttore Ufficio Migrantes Mantova, direttore Centro pastorale sociale e del lavoro Mantova – Fonte La Cittadella – Avvenire)
Un appello per dire “no” alla xenofobia e le prese di posizione dei vescovi italiani
Roma - La lettera è indirizzata al Presidente della CEI, il cardinale Gualtiero Bassetti, e a tutti i vescovi italiani. E ha come filo conduttore la denuncia di «una cultura con marcati elementi di rifiuto, paura degli stranieri, razzismo, xenofobia» che «cresce sempre più» nella Penisola, si legge. A firmare il testo sono cento fra sacerdoti, religiosi, consacrate e laici, spesso teologi, docenti o responsabili di uffici pastorali. Come Cristina Simonelli, presidente del Coordinamento teologhe italiane, Serena Noceti, docente di teologia sistematica a Firenze, don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, i teologi don Severino Dianich o Marco Vergottini, il gesuita padre Bartolomeo Sorge, già direttore de La Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali, l’eremita camaldolese Franco Mosconi o l’ex docente di etica cristiana a Urbino Giannino Piana. In quattro paragrafi chiedono ai pastori un «intervento chiaro e in sintonia con il magistero di papa Francesco» sull’«inconciliabilità profonda tra razzismo e cristianesimo» in modo da «dissipare i dubbi e chiarire da che parte il cristiano deve essere, sempre e comunque, come il Vangelo ricorda». Tutto ciò di fronte a un clima di intolleranza verso il migrante «avallato e diffuso persino da rappresentanti di istituzioni», si sottolinea.
In realtà le prese di posizioni ecclesiali sul tema ci sono state. A cominciare proprio da Bassetti e dal segretario generale della CEI, il vescovo Nunzio Galantino. Era lo scorso 22 gennaio quando il porporato nella prolusione al Consiglio permanente invitava a «reagire a una cultura della paura che non può mai tramutarsi in xenofobia». E mercoledì scorso da Firenze – nel suo ultimo monito – sollecitava ad avere «cura dell’altro», compresi «i profughi che vengono dalle piaghe dell’Africa», contro «chi considera l’altro qualcuno che mi fa paura».
Numerosi anche gli interventi dei vescovi sulla questione accoglienza: significative – tanto per citare qualche esempio – le parole dei cardinali Bagnasco (Genova) e Betori (Firenze) o degli arcivescovi Nosiglia (Torino), Zuppi (Bologna), Lorefice (Palermo). O ancora l’omelia di domenica del patriarca di Venezia, Moraglia, e il recente richiamo del vescovo di Noto, Staglianò. A loro si aggiungono le dichiarazioni del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.
I firmatari accennano agli appelli «in primis di Bassetti e Parolin» definendoli un «punto di partenza». Ma, proseguono, «restano ancora poche le voci di pastori» che si fanno sentire in «questo contesto» dove «sono diversi a pensare che è possibile essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati, denigrare chi ha meno o chi viene da lontano, sfruttare il loro lavoro ed emarginarli» e dove non mancano «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l’uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario». Da qui l’invito a far sì che gli «interventi concreti» di carità
nei confronti dei profughi si uniscano all’«annunciare, con i mezzi di cui disponiamo, che la dignità
degli immigrati, dei poveri e degli ultimi per noi è sacrosanta». (G.Gamb.- Avvenire)
In realtà le prese di posizioni ecclesiali sul tema ci sono state. A cominciare proprio da Bassetti e dal segretario generale della CEI, il vescovo Nunzio Galantino. Era lo scorso 22 gennaio quando il porporato nella prolusione al Consiglio permanente invitava a «reagire a una cultura della paura che non può mai tramutarsi in xenofobia». E mercoledì scorso da Firenze – nel suo ultimo monito – sollecitava ad avere «cura dell’altro», compresi «i profughi che vengono dalle piaghe dell’Africa», contro «chi considera l’altro qualcuno che mi fa paura».
Numerosi anche gli interventi dei vescovi sulla questione accoglienza: significative – tanto per citare qualche esempio – le parole dei cardinali Bagnasco (Genova) e Betori (Firenze) o degli arcivescovi Nosiglia (Torino), Zuppi (Bologna), Lorefice (Palermo). O ancora l’omelia di domenica del patriarca di Venezia, Moraglia, e il recente richiamo del vescovo di Noto, Staglianò. A loro si aggiungono le dichiarazioni del segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin.
I firmatari accennano agli appelli «in primis di Bassetti e Parolin» definendoli un «punto di partenza». Ma, proseguono, «restano ancora poche le voci di pastori» che si fanno sentire in «questo contesto» dove «sono diversi a pensare che è possibile essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati, denigrare chi ha meno o chi viene da lontano, sfruttare il loro lavoro ed emarginarli» e dove non mancano «le strumentalizzazioni della fede cristiana con l’uso di simboli religiosi come il crocifisso o il rosario». Da qui l’invito a far sì che gli «interventi concreti» di carità
nei confronti dei profughi si uniscano all’«annunciare, con i mezzi di cui disponiamo, che la dignità
degli immigrati, dei poveri e degli ultimi per noi è sacrosanta». (G.Gamb.- Avvenire)
Mons. Grech: “non possiamo rimanere in silenzio e indifferenti” davanti ai migranti
Gozo (Malta) - “Si può comprendere che non ci siano soluzioni facili per quest’enorme emergenza che si sta verificando intorno a noi. Ma mosso dalla Parola di Dio e dall’esempio di nostro Signore Gesù Cristo, credo che come comunità credente non possiamo rimanere in silenzio e indifferenti di fronte a questa tragedia che sta coinvolgendo il nostro Paese e l’Unione europea”. È ancora il vescovo di Gozo (Malta), mons. Mario Grech, a prendere la parola in difesa dei “poveri del nostro tempo”: i “migranti che per un motivo o un altro lasciano il loro Paese in cerca di un futuro migliore”. Lo aveva già fatto la scorsa domenica e lo ha ripetuto con una lettera scritta ai fedeli di Gozo, letta nelle messe di sabato 14 e domenica 15 luglio e che mons. Grech stesso ha inviato al Sir. Nella lettera il vescovo prende le mosse da san Paolo, per dire che “la celebrazione dell’Eucarestia perde tutto il suo significato e la sua efficacia se i poveri sono ignorati e umiliati”, e che quindi “non possiamo partecipare all’Eucaristia per aprire il nostro cuore a Cristo e, allo stesso tempo, chiuderlo a coloro che soffrono”. In particolare il vescovo ha invitato i fedeli a sostenere il Servizio dei gesuiti per i rifugiati di Malta: “Anche se i nostri gesti fossero solo una goccia nell’oceano, parteciperemmo al lavoro di quest’organizzazione caritativa dei gesuiti a favore di questi poveri dei nostri tempi”. Questi gesti di generosità danno “un senso più profondo alle nostre celebrazioni eucaristiche”.