Primo Piano

Parlamento Europeo: la Commissione Ue crei visti umanitari

Strasburgo - Il Parlamento Europeo ha chiesto che la Commissione europea presenti, entro il 31 marzo 2019, una proposta legislativa che istituisca un visto umanitario europeo. Tale visto darebbe al richiedente l’accesso al territorio europeo esclusivamente nello Stato membro che lo rilascia e al solo scopo di presentare una domanda di protezione internazionale.
L’iniziativa legislativa è stata approvata con 429 voti in favore, 194 voti contrari e 41 astensioni.
I deputati sottolineano che, nonostante i numerosi annunci e richieste di percorsi sicuri e legali per i richiedenti asilo in Europa, l'UE non dispone di un quadro armonizzato di procedure di ingresso protetto. Inoltre, a causa di opzioni giuridiche insufficienti, si stima che il 90% delle persone cui è stata concessa protezione internazionale abbia raggiunto l'Unione europea con mezzi irregolari.
I parlamentari europei ritengono che i visti umanitari contribuirebbero a ridurre “l'intollerabile numero di vittime nel Mediterraneo e sulle rotte migratorie verso l'UE (almeno 30.000 persone sono morte alle frontiere dell'UE dal 2000). Permetterebbero, inoltre, di combattere il traffico di esseri umani e gestire meglio gli arrivi, l'accoglienza e il trattamento delle domande di asilo. Tale strumento dovrebbe, poi – si legge in una nota -  contribuire a ottimizzare il bilancio degli Stati membri e dell'UE in materia di asilo, procedure di applicazione della legge, controllo delle frontiere, sorveglianza e attività di ricerca e salvataggio. I deputati sottolineano che la decisione di rilasciare visti umanitari europei rimarrebbe di esclusiva competenza degli Stati membri. La risoluzione chiarisce che i beneficiari del visto dovranno “dimostrare una chiara esposizione o un rischio di essere perseguitati e di non far parte di un processo di reinsediamento. La valutazione della domanda non dovrebbe comportare un processo completo di determinazione dello status, ma prima del rilascio del visto, ogni richiedente dovrà essere sottoposto a un'indagine di sicurezza, attraverso le pertinenti banche dati nazionali ed europee, “per garantire che non costituisca un rischio per la sicurezza”.
 
 

Chiese in Asia e migrazioni: un seminario di studi

Città del Vaticano - Esplorare i contesti e i volti della missione della Chiesa in Asia in relazione alla migrazione contemporanea: con questo obiettivo dal ieri  un gruppo di studiosi, teologi e professionisti cristiani sono riuniti al CIAM (Centro Internazionale di Animazione Missionaria) per un seminari di studi. I membri del gruppo provengono da India, Libano, Vietnam, Filippine, Malesia, Corea del Sud e Giappone.
In particolare, il Seminario, riferisce l’agenzia Fides, considererà il panorama della migrazione contemporanea così come i volti e le sfide dell'evangelizzazione nei quattro principali flussi di migrazione da e verso l'Asia (Asia orientale, Asia meridionale, Asia sud-orientale e Medio Oriente). Gli studiosi intendono esplorare quattro aree-chiave implicate considerando l'opera di evangelizzazione, come essa si caratterizza in relazione al fenomeno della migrazione, ovvero: la conversione religiosa ad un altra fede; le relazioni interculturali e interreligiose; l'istruzione e la formazione dei laici (compresi i migranti) e dei missionari che lavorano tra i migranti; e il fenomeno dei migranti come missionari ed evangelizzatori.
 
 

Carta di Roma: “calano sbarchi e notizie ma toni sempre ansiogeni e realtà distorta”

Roma -  “La parola che ha aperto la strada al rifiuto senza precedenti delle autorità italiane di accogliere i naufraghi nei porti italiani”, è la parola “pacchia”. “Uno slogan, pura propaganda. In una sola frase c’è il corredo completo della mistificazione e della distorsione della realtà che la politica produce costantemente quando parla di migranti. Questa distorsione è la cifra del 2018”. Lo rileva il sesto rapporto su media e immigrazione “Notizie in chiusura” realizzato dall’associazione “Carta di Roma” insieme all’Osservatorio di Pavia. Il rapporto, presentato oggi a Roma, prende in esame la carta stampata, i 7 telegiornali nazionali prime-time ma anche le pagine Facebook dei quotidiani.
“Invasione è la parola che serve a rafforzare la decisione di fermare l’immigrazione chiudendo i porti, ma questa parola con la realtà ha poco a che fare. E sono i numeri a dirlo: dall’inizio dell’anno gli arrivi sono diminuiti dell’80% rispetto all’anno scorso (23.011 nei primi undici mesi)”: ricorda Valerio Cataldi, presidente dell’Associazione Carta di Roma, citando titoli surreali come: “Gli sbarchi non danno tregua ma quest’anno sono l’80% in meno”.
Cataldi chiama questa categoria “spaventatori” anziché giornalisti, perché “fanno un mestiere che viola costantemente le regole base dell’informazione, le regole deontologiche e, soprattutto, la ricerca della verità sostanziale dei fatti”. Il Washington Post, ad esempio, per arginare il presidente Trump che non vuole giornalisti che fanno domande ma giornalisti che rilanciano i suoi tweet e i suoi messaggi aggressivi, ha proposto di “evitare di ripetere le bugie della politica. Evitare di metterle nei titoli, nei lead o nei tweet. Perché è proprio questa amplificazione che dà loro potere”. Carta di Roma rilancia quindi l’appello ai direttori di giornali e telegiornali perché “le parole possono trasformare la realtà e la responsabilità è anche, e forse soprattutto, di chi scrive e riproduce quelle parole”.
Sui quotidiani emerge, nel 2018, una riduzione delle notizie dedicate all’immigrazione sulle prime pagine dei giornali (-17% rispetto al 2017 e del 38% rispetto al 2015) e dei toni allarmistici della stampa: circa un quarto delle notizie (24%) ha toni allarmistici nel 2018, una riduzione di 22 punti rispetto all’anno precedente, che aveva registrato il 46% di titoli dai toni allarmistici.
I due quotidiani che hanno dedicato più notizie al tema immigrazione nel 2018 sono Avvenire (251) e Il Giornale (190), due testate che confermano, con tagli divergenti, un interesse spiccato per il tema.
Avvenire è il quotidiano che accoglie il maggior numero di notizie rassicuranti (21%). Il Giornale è la testata con più toni allarmistici (52% di notizie) e con il numero minore di notizie rassicuranti (5%). Calano drasticamente invece gli editoriali sul tema immigrazione: nel 2017 erano il 3% delle notizie, nel 2018 sono solamente lo 0,2%. Un filo conduttore nei sei anni analizzati è quello dell’emergenza permanente, con un lessico di “crisi infinita”, endemica, che muta nel tempo e dilaga dalla cronaca al dibattito politico, interno all’Italia e tra istituzioni europee. “Nel 2018, la parola simbolo è Salvini, protagonista di 865 titoli, la cornice muta in crisi valoriale, per l’inasprirsi del confronto politico europeo e lo sfaldamento del tessuto condiviso di valori comunitari”. Fra le principali mutazioni lessicali, negli anni ci si sposta dal termine immigrato a migrante, che connota l’azione del migrare di soggetti in perenne movimento, per lo status di attesa (di permessi umanitari) e di transito (verso altre mete). L’appellativo denigrante “clandestino” permane nel lessico dei titoli, 1.257 volte nel periodo esaminato. Dal 2013 al 2016, l’uso del termine è calato, dal 2017 si registra invece un’inversione di tendenza con un incremento che prosegue nel 2018.
L’uso di altri termini inappropriati, come nomadi, zingari, vucumprà e negri, si è invece ampiamente ridotta nel corso degli anni.
Migrazioni e immigrati hanno avuto ampio spazio nelle edizioni del prime-time dei telegiornali delle sette reti generaliste italiane (Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Studio Aperto e TgLa7). Nel 2018 la visibilità del fenomeno rimane molto elevata, 4.068 notizie in 10 mesi, 300 in più rispetto allo stesso periodo del 2017; guardando all’agenda complessiva dei notiziari, è presente nel 10% dei servizi (fino al 2016 il valore si attestava intorno al 5%).
Il 43% delle notizie ha un riferimento esplicito a una dichiarazione o a un’azione politica. Nel 2018, a differenza degli anni precedenti, la dimensione securitaria prevale su quella della criminalità. In 6 servizi su 10 si parla di controlli alle frontiere, verifiche della regolarità dei permessi di soggiorno e dei documenti, proposte per l’applicazione di misure più restrittive in merito alla concessione del diritto di asilo per motivi umanitari, operazioni “spiagge sicure” e “strade sicure”. Immigrati, rifugiati e richiedenti asilo hanno voce, nei notiziari del 2018, nel 16% dei servizi relativi all’immigrazione. Un dato in controtendenza rispetto alle rilevazioni degli anni precedenti (7% nel 2017). Il guaio è che sono protagonisti soprattutto in due contesti: le aggressioni e gli attacchi di matrice razzista, il caporalato e lo sfruttamento lavorativo.
Secondo il rapporto qui “le sfide per i giornali sono molteplici, sia dal punto di vista organizzativo, con le difficoltà e i costi per le redazioni di una moderazione puntuale dei commenti postati” sia “di tipo etico, con la tensione tra la tutela della libertà di espressione da un lato e il contrasto alle manifestazioni d’odio dall’altro”. (P.Caiffa – Sir)
 
 

Un Tavolo Migrazioni anche nelle diocesi

Roma -  “In un contesto culturale quanto mai complesso e disorientato”, il messaggio della Campagna “Liberi di partire, liberi di restare” – che si propone di “far crescere la consapevolezza del fenomeno migratorio, sperimentando percorsi di accoglienza, tutela e integrazione dei migranti che arrivano tra di noi, senza trascurare il diritto di ogni persona di vivere nella propria terra” – è particolarmente “rilevante dal punto di vista pastorale”. A sottolinearlo è Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della CEI, che in una lettera indirizzata a tutti i vescovi invita a costituire anche a livello locale “un tavolo di lavoro unitario che, sullo stile di quello nazionale, possa vedere la presenza della Caritas, Migrantes, Centro Missionario, Apostolato del mare e di tutti gli altri uffici e realtà diocesane potenzialmente attivabili”.
Un Tavolo Migrazioni diocesano cioè che possa lavorare sia sul piano della riflessione, con “un percorso sui temi della migrazione collegati a catechesi, liturgia, carità, missione, apostolato del mare, dialogo interreligioso, ecumenismo”, e dell’azione con l’avvio “di nuove progettualità o rafforzando (ampliandole) quelle già esistenti, prioritariamente a favore di minori migranti e delle loro famiglie, vittime di tratta, fasce più deboli”. Per queste richieste, ricorda Mons. Russo, “la CEI mette a disposizione una parte del fondo ad hoc dai fondi 8Xmille che sarà destinato a tali azioni concrete in Italia a livello diocesano, alle quali si darà visibilità, nello stile della trasparenza di una comunicazione, oggi quanto mai necessaria”.
 
 
 

Papa Francesco: come per i martiri, lo stato abituale del cristiano sia la consolazione

Città del Vaticano - Il Signore ci consola con la tenerezza, come fanno le mamme che accarezzano il loro bimbo quando piange. Lo sottolinea, come riferisce Vatican News, Papa Francesco oggi alla Messa a Casa Santa Marta, esortando a lasciarci consolare da Dio e a non opporre resistenza. 
La Prima Lettura tratta dal Libro del profeta Isaia (Is 40,1-11), infatti, è proprio un invito alla consolazione: “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio”, perché “la sua colpa è scontata”. Si tratta, quindi, della “consolazione della salvezza” evidenzia il Papa, della buona notizia che “siamo stati salvati”. Cristo Risorto, in quei quaranta giorni, con i suoi discepoli fa proprio questo: consolare. Ma “noi non vogliamo rischiare” e “opponiamo resistenza alla consolazione” come se “fossimo più sicuri nelle acque turbolente dei problemi”: “facciamo la scommessa sulla desolazione, sui problemi, sulla sconfitta” mentre il Signore lavora con tanta forza ma trova resistenza. Lo si vede anche con i discepoli la mattina di Pasqua: “ma io voglio toccare e assicurarmi bene”. Questo perché si ha paura di un’altra sconfitta.
 “Noi siamo attaccati a questo pessimismo spirituale”, dice il Papa. Il pontefice va, poi, col pensiero a quando nelle udienze pubbliche alcuni genitori gli fanno avvicinare i bambini perché li benedica e “alcuni bambini - dice - mi vedono e strillano, cominciano a piangere, perché, vedendolo vestito di bianco, pensano al dottore e all’infermiere, che gli ha fatto le punture per i vaccini e pensano: “No, un’altra no!”. Anche noi siamo un po’ così ma il Signore dice: “Consolate, consolate il mio popolo”: “E come consola, il Signore? Con la tenerezza. E’ un linguaggio che non conoscono i profeti di sventura: la tenerezza. E’ una parola cancellata da tutti i vizi che ci allontanano dal Signore: vizi clericali, vizi dei cristiani un po’ che non vogliono muoversi, tiepidi … La tenerezza fa paura. ‘Ecco, Egli, il Signore ha con sé il premio, la sua ricompensa lo precede’: così finisce il brano di Isaia. ‘Come un pastore Egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna. Porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri’. Questo è il modo di consolare del Signore: con la tenerezza. La tenerezza consola. Le mamme, quando il bambino piange, lo accarezzano e lo tranquillizzano con la tenerezza: una parola che il mondo d’oggi, di fatto, cancella dal dizionario. Tenerezza”.
Il Signore invita a lasciarsi consolare da Lui e questo aiuta anche nella preparazione al Natale. E oggi, nell’orazione colletta – ricorda il Papa – abbiamo chiesto la grazia di una sincera esultanza, di questa gioia semplice ma sincera: “E, anzi, io direi che lo stato abituale del cristiano dev’essere la consolazione. Anche nei momenti brutti: i martiri entravano nel Colosseo cantando; i martiri di oggi – penso ai bravi lavoratori copti sulla spiaggia della Libia, sgozzati – morivano dicendo ‘Gesù, Gesù!’: c’è una consolazione, dentro; una gioia anche nel momento del martirio. Lo stato abituale del cristiano dev’essere la consolazione, che non è lo stesso dell’ottimismo, no: l’ottimismo è un’altra cosa. Ma la consolazione, quella base positiva … Si parla di persone luminose, positive: la positività, la luminosità del cristiano è la consolazione”.
Nei momenti in cui si soffre, non si sente la consolazione ma un cristiano non può perdere la pace “perché è un dono del Signore” che la offre a tutti, anche nei momenti più brutti. L’invito del Papa è, quindi, quello di chiedere al Signore in questa settimana di preparazione al Natale di non aver paura e lasciarci consolare da Lui, facendo riferimento anche al Vangelo di oggi (Mt 18,12-14): “Che anche io mi prepari al Natale almeno con la pace: la pace del cuore, la pace della Tua presenza, la pace che danno le Tue carezze. ‘Ma sono tanto peccatore …’ – sì, ma cosa ci dice il Vangelo di oggi? Che il Signore che consola come il pastore, se perde uno dei suoi va a cercarlo, come quell’uomo che ha cento pecore e una di loro si è smarrita: va a cercarla. Così fa il Signore con ognuno di noi. Io non voglio la pace, io resisto alla pace, io resisto alla consolazione … ma Lui è alla porta. Lui bussa perché noi apriamo il cuore per lasciarci consolare e per lasciarci mettere in pace. E lo fa con soavità: bussa con le carezze”.
 
 
 

Il “mondo” in 100 presepi

Roma - La Natività vista con gli occhi di tutto il mondo. È questo il nobile intento dell’esposizione internazionale “100 Presepi” per la prima volta in Vaticano.
Giunta alla sua 43a edizione, la mostra da quest’anno si trasferisce da Piazza del Popolo in Via della Conciliazione in Vaticano. Il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione dall’agosto scorso ha rilevato questa importante rassegna artistica e culturale.  
L’esposizione, a pochi passi da Piazza San Pietro, vede la partecipazione di presepisti da tutto il mondo. Numerose ambasciate hanno aderito all’iniziativa offrendo presepi delle diverse tradizioni locali. In totale sono esposti 126 presepi sia di stile classico sia fantasioso. I materiali utilizzati per le opere sono tra i più disparati: cartapesta, corallo, pasta. Di grande rilievo i presepi del 700 napoletano.
Le opere sono realizzate secondo tradizioni artistiche e culturali del luogo di appartenenza ed offrono al pubblico una vetrina di artigianato mondiale e una testimonianza della cultura del territorio di provenienza.
Tra i tanti presepi ce n’è anche uno proveniente da Panama. Un dono speciale per Papa Francesco che si prepara a partire per la prossima Giornata Mondiale della Gioventù a Panama a fine gennaio. A presentarlo è stata l’Ambasciatrice di Panama presso la Santa Sede, Miroslava Rosas Vargas, durante l’inaugurazione avvenuta nei giorni scorsi. (Veronica Giacometti)
 

Migrantes: oggi la presentazione Rapporto Immigrazione a Foligno

Foligno – Sarà presentato oggi martedì 11 dicembre a Foligno il XXVII Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes dal titolo “Un nuovo linguaggio per le migrazioni”. 
Il rapporto è incentrato sul valore e l’importanza di comunicare l’immigrazione con un linguaggio nuovo e aderente alla realtà. Esso si presenta con una sezione internazionale che si focalizza sulle dinamiche a livello globale ed europeo, ed una parte nazionale che si concentra sulla presenza nel nostro Paese di oltre 5 milioni di cittadini stranieri. Il lavoro, la scuola, la cittadinanza, la salute, la devianza sono i principali temi oggetto dell’analisi. 
Gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado che partecipano ai percorsi del Progetto Cittadini del Mondo promosso dalla Diocesi di Foligno saranno presenti alla tavola rotonda, moderata da Federica Menghinella, giornalista della Gazzetta di Foligno, per ascoltare i contributi di Luigi Filippucci Direttore diocesano Migrantes, Lamin Sarjo Conteh, Osservatore nave “Mediterranea”, Fausto Gentili, Direttore “Officina della memoria e Giulia Giurisatti operatrice della Caritas diocesana. 
All’inizio dell’incontro l'intervento del Vicesindaco Rita Barbetti che porterà i saluti dell’amministrazione del Comune di Foligno.
L'incontro è organizzato dagli uffici pastorali della Caritas, della Migrantes della Diocesi di Foligno e del Progetto Cittadini del Mondo in vista della Giornata mondiale per i diritti dei migranti il prossimo 18 dicembre.
 
 

Ccit: in Croazia il prossimo incontro

Roma - Sarà dedicato a una riflessione sul tema “La missione di ritorno: sorgente di cambiamento” il prossimo incontro del Comité Catholique International pour les Tsiganes che si svolgerà a Trogir, in Croazia, dal 5 al 7 aprile 2019. “L’incontro vero cambia lo sguardo, la teologia, la pastorale, la cultura di colui che incontra e di colui che è incontrato”, spiegano i promotori.
L’incontro si aprirà con i saluti dei rappresentanti della chiesa locale. Seguirà la lettura del messaggio del Dicastero per lo Sviluppo Umano e integrale e una introduzione del presidente del CCIT, p. Claude Dumas. Durante la tre giorni riflessioni e confronto tra gli operatori pastorali di diversi paesi.
 

Commissione Migrazioni Germania: Global Compact “pietra miliare”

Amburgo - “È necessaria con urgenza una maggiore cooperazione internazionale per una politica responsabile in materia di migrazione e rifugiati. Sono perciò lieto che la comunità internazionale adotti due importanti patti internazionali: il Patto globale per le migrazioni oggi a Marrakesh e il patto globale per i rifugiati a New York”, tra poco tempo. Lo ha dichiarato l’arcivescovo di Amburgo Stefan Hesse, che è presidente della commissione Migrazioni della Conferenza Episcopale Tedesca, e ha definito il Patto una “pietra miliare”: esso considera infatti le sfide legate alla migrazione come “compito comune dei Paesi di origine, di transito e di destinazione”, e apre “la strada a una migliore condivisione delle responsabilità”. Sebbene non sia legalmente vincolante, il suo impatto “non va sottovalutato” poiché gli Stati che lo sottoscrivono “in futuro saranno valutati in base agli standard che il Patto prevede”; esso inoltre “crea nuove importanti modalità di raccolta di informazioni, scambi e cooperazione”. “Le forze politiche contrarie alla cooperazione multilaterale nell’ambito delle migrazioni agiscono contro gli interessi del proprio Paese” sostiene l’arcivescovo, poiché “una migliore organizzazione della migrazione globale è nell’interesse di noi tutti”. Mons. Hesse ricorda anche che “l’adozione ufficiale” dei due Patti segna “un inizio: allo Stato, alla Chiesa e alla società civile viene ora chiesto collettivamente di riempire di vita i due patti”.
 
 

Papa Francesco: rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona, specialmente di quelle ‘invisibili’

Città del Vaticano – “Ciascuno è chiamato a contribuire con coraggio e determinazione, nella specificità del proprio ruolo, al rispetto dei diritti fondamentali di ogni persona, specialmente di quelle ‘invisibili’: di tanti che hanno fame e sete, che sono nudi, malati, stranieri o detenuti che vivono ai margini della società o ne sono scartati”. E’ quanto scrive oggi papa Francesco in un messaggio in occasione del 70mo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e del 25mo anniversario della Dichiarazione e del Programma d'Azione di Vienna per la tutela dei diritti umani nel mondo. Per l’occasione oggi presso la Pontificia Università Gregoriana si terrà la Conferenza Internazionale sul tema “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, promosso dalla Pontificia Università Gregoriana e dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Nel Messaggio ai partecipanti alla Conferenza Internazionale, il cui testo è stato letto questa mattina dal  card. Peter K.A. Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il pontefice evidenzia che questa esigenza di giustizia e di solidarietà riveste “un significato speciale per noi cristiani, perché il Vangelo stesso ci invita a rivolgere lo sguardo verso i più piccoli dei nostri fratelli e sorelle, a muoverci a compassione e ad impegnarci concretamente per alleviare le loro sofferenze”. Da qui un “accorato appello a quanti hanno responsabilità istituzionali, chiedendo loro di porre i diritti umani al centro di tutte le politiche, incluse quelle di cooperazione allo sviluppo, anche quando ciò significa andare controcorrente” Quando i diritti fondamentali sono violati, o quando “se ne privilegiano alcuni a scapito degli altri – scrive ancora papa Francesco -  o quando essi vengono garantiti solamente a determinati gruppi, allora si verificano gravi ingiustizie, che a loro volta alimentano conflitti con pesanti conseguenze sia all’interno delle singole Nazioni sia nei rapporti fra di esse”. (R. Iaria)
 
 

Mattarella: la comunità internazionale intensifichi gli sforzi in tutte le direzioni per promuovere un’efficace protezione delle libertà fondamentali

Roma – “Il riconoscimento a livello globale che tutti gli esseri umani nascono liberi e godono di inalienabili e uguali diritti rappresenta oggi un principio che precede gli stessi ordinamenti statali”. Lo afferma oggi il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, in occasione dei 70 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: “una scelta irrevocabile di civiltà per il genere umano, punto di riferimento per l’intera comunità internazionale”. Per il Capo dello Stato il “rispetto della dignità della persona non è dovere esclusivo degli Stati, bensì un obbligo che interpella la coscienza di ciascuno. Tutti sono chiamati a darne quotidiana e concreta testimonianza”. “Purtroppo – aggiunge -  sono ancora diffusi in tutto il mondo gli abusi, le violenze e le discriminazioni che affliggono individui e intere comunità, spesso colpendo i più vulnerabili. E’ quindi necessario che la comunità internazionale intensifichi gli sforzi in tutte le direzioni per promuovere un’efficace protezione delle libertà fondamentali, nel rispetto dei principi di universalità, indivisibilità e interdipendenza dei diritti umani”. L’Italia “continuerà a impegnarsi a tale riguardo, soprattutto nelle sue funzioni di membro, a partire da gennaio 2019, del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Con questo mandato assumiamo una grande responsabilità: la promozione dei diritti umani nel mondo costituisce non solo un imperativo etico e morale, ma è uno strumento necessario per prevenire i conflitti, costruire società stabili e inclusive e, quindi, promuovere in modo sostenibile la pace, la sicurezza e lo sviluppo”. (R.I.)
 
 

Papa Francesco: prepararsi al Natale con il coraggio della fede

Città del Vaticano - Celebrare con vera fede il Natale. E’ l’invito di Papa Francesco nell’omelia della Messa a Santa Marta nella quale – riferisce Vatican News -  commenta l’episodio del Vangelo odierno di Luca che narra la guarigione di un paralitico. E’ lo spunto per ribadire che la fede infonde coraggio ed è la via per toccare il cuore di Gesù. “Abbiamo chiesto la fede nel mistero di Dio fatto uomo. La fede anche oggi, nel Vangelo – ha detto il papa - fa vedere come tocca il cuore del Signore. Il Signore tante volte torna sulla catechesi sulla fede, insiste. ‘Vedendo la loro fede’, dice il Vangelo. Gesù vide quella fede – perché ci vuole coraggio, per fare un buco sul tetto e far calare un lettuccio con l’ammalato lì … ci vuole coraggio. Quel coraggio, questa gente aveva fede! Loro sapevano che se l’ammalato arrivava davanti a Gesù, sarebbe stato guarito”.
Il Papa ricorda che “Gesù ammira la fede nella gente” come nel caso del centurione che chiede la guarigione del suo servo; della donna siro-fenicia che intercede per la figlia impossessata dal demonio o anche della signora che, solo toccando l’orlo del mantello di Gesù, guarisce dalle perdite di sangue che la affliggevano. Ma “Gesù – aggiunge il Papa – rimprovera la gente di poca fede” come Pietro che dubita. “Con la fede – continua -  tutto è possibile”: “oggi abbiamo chiesto questa grazia: in questa seconda settimana dell’Avvento, prepararci con la fede a celebrare il Natale. E’ vero che il Natale – lo sappiamo tutti – tante volte si celebra non con tanta fede, si celebra anche mondanamente o paganamente; ma il Signore ci chiede di farlo con fede e noi, in questa settimana, dobbiamo chiedere questa grazia: di poter celebrarlo con fede. Non è facile custodire la fede, non è facile difendere la fede: non è facile”.
Emblematico per il Papa è l’episodio della guarigione del cieco nel capitolo IX di Giovanni, il suo atto di fede davanti a Gesù che riconosce come il Messia. Da qui l’esortazione di papa Francesco di affidare a Dio la nostra fede, difendendola dalle tentazioni del mondo: “Ci farà bene oggi, e anche domani, durante la settimana, prendere questo capitolo IX di Giovanni e leggere questa storia tanto bella, del ragazzo cieco dalla nascita. E finire dal nostro cuore con l’atto di fede: ‘Credo, Signore. Aiuta la mia poca fede. Difendi la mia fede dalla mondanità, dalle superstizioni, dalle cose che non sono fede. Difendila dal ridurla a teorie, siano esse teologizzanti o moraleggianti … no. Fede in Te, Signore”.
 

Card. Bassetti: la Chiesa italiana “si muove con cura e compassione verso coloro che scappano dalla povertà, da guerre, carestie, fame, persecuzioni”

Roma - “Non mi stancherò mai di ripeterlo: la Chiesa cattolica, da sempre, si prende cura dei poveri, degli ‘scarti’ e degli ultimi. I poveri, anche quelli forestieri di cui non sappiamo nulla, appartengono alla Chiesa ‘per diritto evangelico’ come disse Paolo VI. Ed è in virtù di questo ‘diritto evangelico’ che la Chiesa italiana si muove con cura e compassione verso coloro che scappano dalla povertà, da guerre, carestie, fame, persecuzioni”.
E’ quanto dice il Presidente della CEI, il Card. Gualtiero Bassetti in una intervista pubblicata sule pagine di Avvenire. Per il porporato accogliere un profugo significa “salvare una vita”. Pertanto “in nome del Vangelo chiediamo di non porre ostacoli, anche di natura legislativa, all’accoglienza e al primo aiuto dei migranti che bussano alle nostre porte o che giungono nelle nostre coste, magari salvati in mezzo al mare”. E aggiunge che l’accoglienza va fatta “con carità, grande responsabilità e, come ha sottolineato il Papa, secondo le possibilità effettive che possono essere garantite. Mi dicevano alcuni vescovi africani durante il Sinodo sui giovani – ha detto ancora il card. Bassetti - che le continue partenze svuotano i loro Paesi di molte potenzialità. Per questo motivo vanno incentivate, e non ridotte, le forme di cooperazione internazionale. Un orizzonte che la CEI ha ben chiaro da molto tempo, come testimonia il progetto ‘Liberi di partire, liberi di restare’”.
Nella lunga intervista al quotidiano cattolica il Presidente dei vescovi italiani ricorda l’Incontro di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo che si terrà nel novembre 2019 a Bari.  Un progetto “che coltivo fin da quando sono stato nominato presidente della CEI e che è stato fatto proprio dai confratelli vescovi. Il Papa – ha spiegato il card. Bassetti - ha accolto il nostro progetto di radunare in Italia i vescovi dei Paesi che si affacciano sul grande mare per pregare insieme e per confrontarci su angosce e speranze delle nostre genti. Da prete fiorentino mi sono ispirato alla visione profetica di Giorgio La Pira che proprio 60 anni fa aveva voluto i Colloqui mediterranei e che era solito definire il Mediterraneo un ‘grande lago di Tiberiade’ che accomunava la ‘triplice famiglia di Abramo’. Si tratta di un incontro unico nel suo genere perché non sarà certo un summit politico e neanche un convegno di intellettuali. Ma sarà un incontro di vescovi che provengono da tre continenti diversi: Europa, Asia e Africa”. Il Mediterraneo – ha spiegato ancora -  è “teatro di conflitti e tragedie, di scelte disperate e di minacce. Fra le emergenze c’è anche quella migratoria. Osserviamo con viva apprensione un fenomeno che vede migliaia di persone fuggire dalle regioni povere dell’Africa, affrontare in condizioni indicibili la traversata del deserto, per finire profughi in mare e spesso morirci. Di fronte a uno scenario così preoccupante, il mondo politico e le organizzazioni internazionali sembrano incapaci di ricercare soluzioni adeguate. Allora mi sono posto il problema di che cosa possa fare la Chiesa per difendere il bene prezioso e fragile della pace e per proteggere ovunque la dignità umana, sempre più calpestata. Incontrando uomini di cultura, vescovi, politici attenti e studiosi, ho maturato – ha concluso - la convinzione di un segno forte che la Chiesa debba lanciare per tentare di fermare la violenza e riportare tutti al bene della riflessione e della pacifica soluzione delle controversie”. (R. Iaria)
 

Papa Francesco: “non possiamo arrenderci di fronte alle situazioni negative di chiusura e rifiuto”

Città del Vaticano - “Bonificare gli avvallamenti prodotti dalla freddezza e dall’indifferenza, aprendoci agli altri con gli stessi sentimenti di Gesù, cioè con quella cordialità e attenzione fraterna che si fa carico delle necessità del prossimo”. E’ quanto ha chiesto Papa Francesco prima della preghiera dell’Angelus in piazza San Pietro nella seconda domenica di Avvento. “Bonificare gli avvallamenti prodotti dalla freddezza”, ha ripetuto a braccio “non si può avere un rapporto di amore, di carità, di fraternità con il prossimo se ci sono dei ‘buchi’, come non si può andare su una strada con tante buche. Questo richiede di cambiare l’atteggiamento. E tutto ciò, farlo anche con una premura speciale per i più bisognosi”. “Poi occorre abbassare tante asprezze causate dall’orgoglio e dalla superbia”, ha aggiunto: “quanta gente, forse senza accorgersene, è superba, è aspra, non ha quel rapporto di cordialità. Occorre superare questo compiendo gesti concreti di riconciliazione con i nostri fratelli, di richiesta di perdono delle nostre colpe”. “Non è facile riconciliarsi”, ha ammesso il Papa: “Si pensa sempre: ‘Chi fa il primo passo?’. Il Signore ci aiuta in questo, se abbiamo buona volontà”. “La conversione – ha spiegato il pontefice –  è completa se conduce a riconoscere umilmente i nostri sbagli, le nostre infedeltà, inadempienze. Il credente è colui che, attraverso il suo farsi vicino al fratello, come Giovanni il Battista apre strade nel deserto, cioè indica prospettive di speranza anche in quei contesti esistenziali impervi, segnati dal fallimento e dalla sconfitta”. “Non possiamo arrenderci di fronte alle situazioni negative di chiusura e di rifiuto”. “Non dobbiamo – è ancora il Papa a parlare - lasciarci assoggettare dalla mentalità del mondo, perché il centro della nostra vita è Gesù e la sua parola di luce, di amore, di consolazione”. L’esempio scelto dal Papa è quello di Giovanni il Battista, che “invitava alla conversione la gente del suo tempo con forza, con vigore, con severità”, ma “sapeva ascoltare, sapeva compiere gesti di tenerezza, gesti di perdono verso la moltitudine di uomini e donne che si recavano da lui per confessare i propri peccati e farsi battezzare con il battesimo di penitenza”. “Pensiamo, ognuno di noi: come posso io cambiare qualche cosa del mio atteggiamento, per preparare la via al Signore?”, l’invito finale, unito a quello a “spargere intorno a noi, con tenace pazienza, semi di pace, di giustizia e di fraternità”.
 

Occhi aperti e cuore sveglio

Roma -  “Maria e Giuseppe in viaggio ci ricordano le attese di un’umanità che chiede ospitalità ma che insieme sa essere ospitale”. Lo sottolinea don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI, per il quale “purtroppo guardiamo al tema migratorio sotto un falso piano: noi sul piedistallo a decidere se accogliere o meno”. “Le relazioni, invece, sono sempre occasione di reciprocità: siamo ospitali e insieme anche ospitati”, afferma don Bignami in una intervista pubblicata su http://liberidipartireliberidirestare.it/occhi-aperti-e-cuore-sveglio/, ribadendo che “l’altro è presenza e un messaggio divino e non un intruso da cui guardarsi”.
Maria è l’icona dell’Avvento. Cosa ha da dire la figura di questa ragazza ai giovani di oggi?
La figura di Maria ispira molte riflessioni, a partire dalla sua capacità di rendersi totalmente disponibile ad un progetto non suo. Forse potrebbe iniziare da qui un cammino di avvicinamento dei giovani alla fede: aprirsi alla novità che sorprende. L’Avvento ci ricorda l’attesa, ma oggi tendiamo ad addomesticarla, quasi che sono le nostre aspettative a definire l’utilità di Dio. Così si nasce già vecchi, senza il gusto dell’attesa e dell’apertura al dono che supera e affascina. I giovani non hanno forse bisogno di fare questa esperienza?
Molti, giovani e meno giovani, attendono un lavoro, il momento per costruire una famiglia, l’occasione per fare la scelta giusta. Quale è l’atteggiamento dell’attesa, quello che suggerisce l’Avvento?
L’Avvento è un invito a lasciare una sedia vuota alla mensa di casa, nei cerchi di gruppo, nelle liturgie e nei luoghi in cui viviamo. L’Avvento è in primo luogo attesa di una presenza: solo a quel punto è possibile il lavoro, la famiglia o altro. Un Avvento che si rispetti gusta il sapore della condivisione e della comunità. Non è tanto un carpe diem, attimo fuggente, ma una persona. Se è così, l’atteggiamento da coltivare è quello di vedere l’altro come dono. L’altro è presenza e un messaggio divino e non un intruso da cui guardarsi. Occhi aperti e cuore sveglio: la vigilanza si nutre così!
“Questo Natale è come tutti gli altri Natali, i Natali che sono passati, i Natali che verranno: un gran dono fatto a povera gente”, diceva don Primo Mazzolari. Chi sono i poveri oggi?
La tentazione di definire i poveri a tavolino è sempre pericolosa: serve ad addormentare il cuore e a giustificare mani rattrappite. Don Primo Mazzolari ogni volta che scrive sui poveri lo fa a partire dalla propria condizione di povertà. Guardo ai poveri, mi chino su di loro e presto loro la voce solo se mi considero povero. Viene alla mente il quadro evangelico del dottore della legge che ha chiesto a Gesù chi era il suo prossimo, ottenendo il racconto della parabola del buon samaritano. Alla fine Gesù ribalta la prospettiva e invita a farsi prossimo. Solo una Chiesa povera si mette al servizio dei poveri. Solo persone che si fanno povere sanno condividere e accogliere. Natale è Cristo che si fa povero per arricchirci della sua povertà, come ci ricorda san Paolo (2 Cor 8,9).
Nei passi di Giuseppe e Maria si nascondono “le orme di intere famiglie che oggi si vedono obbligate a partire, di milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra. In molti casi questa partenza è carica di speranza, carica di futuro; in molti altri, questa partenza ha un nome solo: sopravvivenza”. Le parole di papa Francesco, nella messa della notte di Natale dello scorso anno, continuano a riecheggiare, ma sembrano trovare orecchie e cuori sempre più chiusi…
Ogni partenza è un vivere «tra», «in mezzo»: tra un luogo di provenienza e una promessa carica di speranza. Abitare questa condizione non è facile per nessuno. Vuol dire dipendere dagli altri e quindi mostrarsi vulnerabili. Maria e Giuseppe in viaggio ci ricordano le attese di un’umanità che chiede ospitalità ma che insieme sa essere ospitale. Purtroppo guardiamo al tema migratorio sotto un falso piano: noi sul piedistallo a decidere se accogliere o meno. Le relazioni, invece, sono sempre occasione di reciprocità: siamo ospitali e insieme anche ospitati. Questo è il nostro rapporto con la terra e il senso dell’abitare il mondo. I cuori chiusi si fermano alla prima parte, a quello che costa l’ospitalità in termini di occupazione di suolo. Non camminano verso l’altra sponda del fiume, dove è possibile sentirsi ospitato. Da qui nascono molte incomprensioni, a causa delle terribili ideologie che chiudono l’animo alla presenza del fratello.
“Voi sapete che questa Parola ha cancellato le frontiere, anche se qualcuno le rafforza. Voi sapete che questa Parola ha cancellato le differenze di razza e di religione, anche se qualcuno oggi stesso le ricorda e le fa diventare un limite di questa capacità di amare che Gesù ha voluto ravvivare nel cuore come un fuoco, nel cuore di ognuno di noi”. Nonostante i tempi difficili che stiamo vivendo, questo messaggio (di più di 60 anni fa) di don Primo Mazzolari viene a ricordarci che c’è ancora spazio per la speranza?
Sicuramente sì. C’è spazio per la speranza perché quando si fa esperienza di un Dio che condivide e si avvicina nella forma disarmante del bambino, non c’è che da lasciarsi conquistare da un amore che rigenera. Mazzolari coglie nel segno quando afferma che una Parola che non ha frontiere cancella le differenze di razza e di religione… Già la parola umana è un ponte tra persone, figuriamoci quella divina. Eppure innalziamo muri e barriere, forse perché alla parola abbiamo sostituito la chiacchiera. Un insieme di suoni a difesa e non significati che legano. Gesù Cristo, il Verbo di Dio, tiene insieme umano e divino, piccolo e grande, povertà e ricchezza. È Parola che risana le ferite e rende ridicoli i deliri di onnipotenza. E pensare che siamo riusciti persino a usare il presepe come clava per tenere a distanza… La natività ci insegni la bellezza di presenze disarmanti.
 
 
 

Serravalle d’Asti: “non cacciate i nostri amici del Cas, sono stati un grande regalo per noi”

Milano - Certe leggi dovrebbero superare non soltanto il vaglio di costituzionalità, ma anche l’esame dei bambini. Perché quando qualcosa non funziona loro se ne accorgono subito e si attivano per risolvere il problema. Magari proponendo soluzioni estreme e anche un po’ stravaganti, ma sempre dettate dal desiderio di bene, per sé e per chi sta loro vicino.
Così hanno fatto gli scolari di prima e seconda elementare della scuola di Serravalle, frazione di Asti. Che non hanno letto il Decreto sicurezza, ma hanno ugualmente capito che potrebbe fare molto male ai loro amici Paul e Lamin. E si sono dati da fare per scongiurare il peggio, rivolgendosi direttamente a chi ha il potere (grande, ma proprio per questo da maneggiare con cura) di decidere della sorte di chi sta loro a cuore.
Succede che in questo paesone dominato dal Castello Belvedere, gli alunni della elementare, partecipanti al progetto “Bimbisvegli”, stringano amicizia con gli ospiti del vicino Centro di accoglienza straordinario (Cas), gestito dalla società Agathon. Accompagnati dagli operatori del Cen- tro, alcuni migranti, provenienti dalla Nigeria, cominciano a frequentare la scuola, partecipando alle lezioni di inglese, come “tutor” dei piccoli. Meglio, come i fratelli maggiori che non tutti hanno. Insieme mettono in scena anche uno spettacolo teatrale, dove sono i piccoli italiani ad emigrare in Africa e a dover fare i conti con le paure e la diffidenza degli africani che li devono accogliere, ribaltando, per una volta, i ruoli per provare a superare barriere e stereotipi. In estate, scolari e immigrati ridipingono la scuola, un lavoro che ha rafforzato l’amicizia e reso più bello uno spazio che, prima della “scoperta” dei migranti rischiava di sparire. Per mancanza di fondi, la scuola non era più in condizione di garantire il tempo pieno, ma, grazie all’intervento di Agathon, che copre in parte la spesa eccedente, il servizio è riuscito a sopravvivere, con grande sollievo delle famiglie di Serravalle. E anche la piccola scuola ne ha avuto beneficio, passando dai 3-4 alunni iscritti all’anno a 10-15.
L’equilibrio che la comunità è riuscita a trovare, anche grazie al sostegno e alla collaborazione del Comune di Asti, rischia di essere gravemente compromesso, se non del tutto distrutto, dal giro di vite sull’immigrazione deciso dal governo. A due degli ospiti del Cas, Paul e Lamin, è stato negato, per la seconda volta, lo status di rifugiato e quindi dovranno tornare in Nigeria. Da dove sono scappati per sfuggire alle milizie che hanno ammazzato parte della loro famiglia.
«Cosa?», ha esclamato il piccolo Luca, quando la notizia è arrivata a scuola. «Ma lo sanno, i signori della commissione, che sono scappati dalla povertà e dalla guerra?». Se non lo sanno, hanno pensato i bambini, glielo diciamo noi. Così, prima qualcuno ha proposto di nasconderli nel bosco o nella soffitta di casa. Poi, tutti insieme, con l’aiuto delle maestre Maria Molino, Mariagrazia Audenino e del maestro Giampiero Monaca, hanno scritto una lettera alla Commissione rifugiati del Ministero degli Interni e all’Ufficio migranti della Prefettura di Asti.
«La nostra è una scuola bellissima, perché è una scuola di amicizia in mezzo alla natura – scrivono i Bimbisvegli –. Paul, Baba, Lamin, Moussa, Balde, Ismail, Coulibaly, Hagie e Alì Bright sono qui perché scappano dalla povertà e dalla guerra. Abbiamo saputo che non avete dato il permesso a Paul e Lamin di restare qui al sicuro con noi. Così loro rischiano di andare in prigione o in guerra nei loro Paesi.Vi chiediamo, per favore, di farli restare qui insieme a noi, perché gli vogliamo moltissimo bene. Loro – concludono i bambini – sono stati un regalo per noi. Non vogliamo perderli». (Paolo Ferrario)
 
 

Liturgia di Avvento: la II Domenica

Le letture Bar 5,1-9; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6 È in gioco la storia, la storia passata, quella dei nostri antenati, di coloro che non abbiamo conosciuto, per quanto sia illustre il nostro albero genealogico, ma che sono diventati anelli viventi di trasmissione non solo di tradizioni ma indicazioni di percorso, di modalità di un’esistenza che possa dirsi propriamente umana.
Il narratore del Vangelo si colloca in un contesto che non consente dubbi: i potenti della terra sono esistiti, hanno operato. Gli storici possono delineare i tratti del loro volto politico, delle azioni intraprese, dirci quali influssi hanno subito. Hanno però lasciato traccia.
In questo spaccato di storia politica, la voce del Creatore si fa sentire e coglie un uomo che viveva separato, in un angolo oscuro, lontano dalle decisioni di coloro che contavano. Il deserto non è quello dei nostri giorni in cui possiamo (posto che lo si voglia) perfino sciare su neve fresca. Il deserto del Vangelo è luogo orrido, spoglio, con la vita ridotta ai minimi termini.
Tutto quanto sembra carenza e assenza si rivela un trampolino di lancio per aprirsi a cogliere la voce e anche per decidersi a trasmetterla nell’annuncio.
Giovanni investito dalla forza e dall’autorità dell’Altissimo lascia il suo luogo desertico ed inizia a percorre la vallata del Giordano, si avvicina ai luoghi abitati, incontra le persone.
Anch’egli è un anello vivente, pulsante, che raccoglie l’eredità del profeta di Israele dei tempi passati e la lancia su tutti come avvertimento, come scossa, quasi volesse disarcionare da una comoda cavalcatura per far camminare a piedi nudi sul sentiero impervio della vita. Impossibile affermare di non sentirlo, se Giovanni proclama, si può decidere di non dargli retta, di considerarlo un invasato ma non si può sostenere che non abbia parlato.
Isaia lo aveva annunciato ma il popolo ascoltava, procedeva ma si smarriva, deviava dall’alleanza per ripiegarsi sulle proprie scelte.
La via del Signore va preparata. Egli, il Creatore, avrebbe ben potuto fare a meno della presenza e dell’azione umana. Ha voluto invece che si impegnasse, che giocasse se stesso in un’impresa che conduce alla salvezza non solo personale ma che si dilata su tutti.
Una singola tessera disegna e coinvolge l’intero mosaico. Suona incredibile ma l’apporto di un singolo contagia tutti, tutti scuote, conduce e guida. Gli occhi constateranno la salvezza, fattasi storia, fattasi Uomo. (Cristiana Dobner)
 

Santa Sede: adozione del Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare

Città del Vaticano - La conferenza intergovernativa per l’adozione del Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare (GCM) si terrà a Marrakech, Marocco, il 10 e 11 dicembre 2018. La Santa Sede si unirà a molti altri governi del mondo per celebrare l’adozione di questo patto, il primo accordo internazionale sulla migrazione a livello complessivo. Il mese scorso, a New York, la terza commissione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato il Patto globale sui rifugiati (GCR).
“Fin dall’inizio la Santa Sede – scrivono oggi P. Michael Czerny e P. Fabio Baggio, Sotto-Segretari della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per lo Sviluppo Umano ed Integrale - si è impegnata a mettere in pratica i dettami dell’approccio di Papa Francesco, espresso in modo semplice ed efficace con quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. La Sezione ha sviluppato questi quattro verbi in 20 Punti d’azione che vogliono “contribuire alla programmazione e valutazione delle azioni pastorali. Tali punti sono stati il nocciolo del contributo ufficiale della Santa Sede alle consultazioni del 2017 e ai negoziati del 2018. Oggi siamo felici di constatare che molti dei princìpi e delle misure elencati nei 20 Punti sono stati inclusi nel testo finale dei Patti, e in particolare in 15 dei 23 Obiettivi del GCM”.
“Il GCM – si legge ancora nel testo  - è un accordo non vincolante. Non è una convenzione o un trattato. Esso si propone di suggerire azioni tese ad assicurare alcuni  valori universali: salvare vite umane, prevenire il traffico e la tratta, fornire informazioni accurate, facilitare politiche di selezione giuste, ridurre le vulnerabilità nella migrazione, gestire in modo efficace i confini, investire nello sviluppo di competenze. Una lista di buone pratiche e proposte accompagna ogni obiettivo. Tra questi, si trovano iniziative come offrire educazione, aprire corridoi umanitari, accompagnare i migranti nei paesi di transito e promuovere l’incontro interculturale per favorire l’integrazione nei paesi d’arrivo”.
Il GCM è il prodotto di due anni di consultazioni e negoziati. È stato “un importante esempio di multilateralismo – l’unico approccio che, a parere di molti, potrà far fronte ai grandi problemi che affliggono l’umanità”, scrivono i due rappresentanti della Santa Sede.
Il GCM si struttura come una lista di proposte che gli Stati (e le altre parti coinvolte) possono scegliere di attuare internamente, bilateralmente e anche regionalmente, a seconda delle loro circostanze particolari e dei loro bisogni. Quindi, le politiche efficaci e le buone pratiche degli Stati, di gruppi regionali e religiosi, e di altre organizzazioni, sono raccolte in un singolo documento che fornisce una piattaforma comune e un punto di riferimento per l’intera comunità internazionale. Una maggiore cooperazione e la condivisione di responsabilità sono temi importanti che accomunano entrambi i Patti globali. La Santa Sede, “pur manifestando la propria soddisfazione per il Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare, esprime delle riserve e commenti riguardo ad alcuni riferimenti che contengono terminologia, princìpi e linee guida che non sono né parte del linguaggio concordato a livello internazionale, né in linea con la dottrina cattolica, come i riferimenti a documenti che suggeriscono il cosiddetto Pacchetto di servizi minimi iniziali (MISP), servizi sanitari legati alla salute sessuale e riproduttiva (incluso l’aborto) e l’agenda LGBT.  Nonostante questo, accogliamo l’adozione del GCM a Marrakech, e del GCR a New York, con speranza. La Chiesa può fare molto nell’area vasta e complessa della mobilità umana, e si propone di farlo con un approccio integrale (spirituale e materiale) nell’accoglienza, protezione, promozione e integrazione dei migranti più vulnerabili”.  Anche nei paesi che hanno scelto di non aderire al GCM, la Chiesa continuerà ad attuare i quattro verbi, suggerendo opzioni e prassi che possano aiutare a soddisfare i bisogni di quelli che sono appena arrivati, e di quanti, pur risiedendo da diverso tempo in un altro paese, sono in una condizione di vulnerabilità. L’obiettivo ultimo è lo “sviluppo umano integrale di tutti: migranti, rifugiati, la loro comunità di origine e la comunità che li accoglie, conclude il documento della Santa Sede.
Il video della sezione M&R che spiega e illustra i quattro verbi, https://youtu.be/2Si8s2G_An4, ora ha un nuovo finale, che esprime le speranze di Papa Francesco per il GCM: “speriamo che questo aggiornamento mediatico vi possa essere utile per informare i fedeli e altre persone di buona volontà riguardo a questo avvenimento storico, incoraggiandole ad impegnarsi”.
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Papa Francesco a febbraio visiterà gli Emirati Arabi Uniti

Città del Vaticano - Accogliendo l'invito dello sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi, papa Francesco visiterà Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) dal 3 al 5 febbraio 2019, per partecipare all'incontro interreligioso nella ambito del World Interfaith Harmony Week, la settimana mondiale dell'armonia fra le fedi, voluta dalle Nazioni Unite nel 2010. Lo ha annunciato il direttore della Sala stampa vaticana Greg Burke.
“La visita - ha precisato - avviene anche in risposta all'invito della Chiesa cattolica negli Emirati Arabi Uniti”. Francesco aveva ricevuto in udienza lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan nel settembre 2016.
I cattolici negli Emirati Arabi Uniti sono circa 700mila, per la quasi totalità lavoratori provenienti da Paesi come India e Filippine. Sette sono le parrocchie attorno alle quali si organizza la vita della piccola Chiesa locale.
 

Migrantes: l’11 dicembre presentazione Rapporto Immigrazione a Foligno

Foligno - Sarà presentato martedì 11 dicembre a Foligno il XXVII Rapporto Immigrazione redatto da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes dal titolo “Un nuovo linguaggio per le migrazioni”. 
Il rapporto è incentrato sul valore e l’importanza di comunicare l’immigrazione con un linguaggio nuovo e aderente alla realtà. Esso si presenta con una sezione internazionale che si focalizza sulle dinamiche a livello globale ed europeo, ed una parte nazionale che si concentra sulla presenza nel nostro Paese di oltre 5 milioni di cittadini stranieri. Il lavoro, la scuola, la cittadinanza, la salute, la devianza sono i principali temi oggetto dell’analisi. 
Gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado che partecipano ai percorsi del Progetto Cittadini del Mondo promosso dalla Diocesi di Foligno saranno presenti alla tavola rotonda, moderata da Federica Menghinella, giornalista della Gazzetta di Foligno, per ascoltare i contributi di Luigi Filippucci Direttore diocesanao Migrantes, Lamin Sarjo Conteh, Osservatore nave “Mediterranea”, Fausto Gentili, Direttore “Officina della memoria e Giulia Giurisatti operatrice della Caritas diocesana. 
All’inizio dell’incontro l'intervento del Vicesindaco Rita Barbetti che porterà i saluti dell’amministrazione del Comune di Foligno.
L'incontro è organizzato dagli uffici pastorali della Caritas, della Migrantes della Diocesi di Foligno e del Progetto Cittadini del Mondo in vista della Giornata mondiale per i diritti dei migranti il prossimo 18 dicembre.