Roma - Il Centro Astalli accoglie con favore la decisione di Malta di consentire lo sbarco dei 49 migranti soccorsi da navi umanitarie, la maggior parte delle quali da 18 giorni in mare...
Primo Piano
Comece: i vescovi invitano i governi “ad assumersi proprie responsabilità”
Bruxelles - La Commissione degli episcopati dell’Ue accoglie con favore la soluzione raggiunta oggi tra alcuni Stati membri, con l’intervento dell’Ue, che hanno accettato di ricevere alcuni migranti bloccati per giorni in mare, soccorsi e portati in un porto maltese. I vescovi...
Don De Robertis: Un sospiro di sollievo per i 49 migranti “in mezzo al mare”
Roma - “Tutti quanti noi abbiamo accolto con un sospiro di sollievo la conclusione di questa vicenda”. Don Giovanni de Robertis, Direttore generale della Fondazione Migrantes parla dell’accordo europeo sui migranti della Sea Watch e della Sea Eye, da due settimane in mare. Malta ha trasferito sulle proprie navi i 49 migranti della Sea Watch e Sea Eye per poi essere ridistribuiti in otto paesi dell’Unione Europea: Italia, Germania, Olanda, Francia, Portogallo, Irlanda, Romania e Lussemburgo. In una intervista a Vatican News don De Robertis sottolinea che “non si tratta di una vittoria degli scafisti, non si tratta di terroristi, di delinquenti”, ma “di esseri umani, in fuga dalla guerra, dalla fame”; e, in secondo luogo, che non è possibile che sia la povera gente a pagare “le divisioni fra le nazioni europee”, gli “egoismi nazionali” e i “calcoli elettorali”.
Il direttore della Migrantes ricorda anche l’incontro di dicembre a Marrakech, in Marocco, durante il quale è stato approvato il Global Compact, il patto delle Nazioni Unite che stabilisce le norme generali per definire un approccio comune alla migrazione internazionale in tutte le sue dimensioni. “La realtà delle migrazioni – dice il sacerdote si può affrontare solo insieme”: “le migrazioni devono essere sicure, legali e ordinate”. Non si può pensare, infatti, che il problema si risolva “semplicemente impedendo” gli sbarchi: “bisogna andare alla radice di queste realtà, vedere in che condizioni si trova una buona parte dell’umanità. E agire in questo ambito, dalla vendita delle armi, a una maggiore giustizia sociale”. Purtroppo “oggi si bada di più al calcolo elettorale”, “di bottega”, invece di “pensare alla crescita e al bene dell’Europa e dei suoi Paesi”, “oltre che di queste persone”. L’avvicinarsi delle elezioni europee, conclude, “non aiuta a guardare con obiettività la realtà”, e tanti sono tentati di “cancellare il volto umano di queste persone”.
Il direttore della Migrantes ricorda anche l’incontro di dicembre a Marrakech, in Marocco, durante il quale è stato approvato il Global Compact, il patto delle Nazioni Unite che stabilisce le norme generali per definire un approccio comune alla migrazione internazionale in tutte le sue dimensioni. “La realtà delle migrazioni – dice il sacerdote si può affrontare solo insieme”: “le migrazioni devono essere sicure, legali e ordinate”. Non si può pensare, infatti, che il problema si risolva “semplicemente impedendo” gli sbarchi: “bisogna andare alla radice di queste realtà, vedere in che condizioni si trova una buona parte dell’umanità. E agire in questo ambito, dalla vendita delle armi, a una maggiore giustizia sociale”. Purtroppo “oggi si bada di più al calcolo elettorale”, “di bottega”, invece di “pensare alla crescita e al bene dell’Europa e dei suoi Paesi”, “oltre che di queste persone”. L’avvicinarsi delle elezioni europee, conclude, “non aiuta a guardare con obiettività la realtà”, e tanti sono tentati di “cancellare il volto umano di queste persone”.
Usa: al via la settimana delle migrazioni
Washington D.C. - «In questo momento, è particolarmente importante per la Chiesa sottolineare e incarnare lo spirito di accoglienza soprattutto tra gli immigrati e i rifugiati che vivono dentro le nostre comunità». Monsignor Joe Steve Vásquez, vescovo di Austin e Presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza Episcopale Statunitense, spiega così il senso della tradizionale settimana che la Chiesa americana dedica al tema cruciale delle migrazioni. Dall’Epifania e fino al 12 gennaio la comunità cattolica promuove momenti di preghiera e riflessione, impegnandosi soprattutto in analisi e progetti rivolti a immigrati, rifugiati, vittime e sopravvissuti alla tratta di esseri umani. Il tema del 2019, «Costruire comunità di accoglienza», sottolinea appunto l’impegno della comunità cristiana nel dare il benvenuto ai nuovi arrivati e nell’accompagnamento per avviare una nuova vita. Nel sussidio che accompagna la settimana, spiega l’Osservatore Romano - si trovano suggerimenti per coinvolgere le comunità: dalle petizioni, alle omelie e preghiere, agli incontri con immigrati, ai modelli di lettere e mail per i direttori degli organi di informazione, sollecitati a raccontare le tante best practice e non solo episodi allarmistici e di fatto poco diffusi. Le proposte sono accompagnate da un dossier essenziale di informazioni sulla riforma della migrazione, sulla protezione umanitaria, sulla tratta degli esseri umani, sul sistema di accoglienza messo in atto nei confronti dei minori non accompagnati e delle famiglie provenienti dal centroamerica. Tutti i temi sono accompagnati da numeri e da ricerche condotte da organismi indipendenti e dalle agenzie Onu. La settimana viene celebrata mentre il confine con il Messico è sempre più una polveriera, le strutture di detenzione sono stracolme e molti dei migranti, privi di documenti, hanno superato il limite massimo di permanenza. Così la stazione dei bus nel centro di El Paso è diventata il rifugio a cielo aperto di centinaia di persone. Sono bambini e famiglie senza soldi, senza biglietti, senza cibo, senza accesso ai telefoni. Il 26 dicembre oltre 500 di questi disperati sono stati rilasciati senza previo accordo con le associazioni di volontariato e la casa dell’Annunciazione, uno dei maggiori centri di accoglienza gestito dalla diocesi. «Il 27 dicembre ne hanno liberati altri 300 — racconta all’agenzia Sir Ruben Garcia, direttore esecutivo della struttura — e così ogni giorno fino a toccare il picco di 1.500 abbandonati in strada: una crisi umanitaria voluta». Da tempo ormai la Chiesa cattolica statunitense chiede una riforma del sistema migratorio che non penalizzi i diritti umani e soprattutto non separi le famiglie. E una riforma efficace del sistema migratorio non può non tener conto anche dei rifugiati, soprattutto per la lunga storia di accoglienza che caratterizza il paese. Le statistiche confermano che sono Honduras, El Salvador e Guatemala i principali luoghi di fuga poiché le famiglie vivono sotto minaccia e non esiste prospettiva di futuro che non sia legata alla coltivazione e al commercio della droga. Solo nel 2017, da questa area della morte sono arrivati oltre 41.ooo minori non accompagnati, numeri irrisori se paragonati ai 110.000 giunti nel 2015.
Sea Watch: ok di Malta all’accordo Ue
Roma - Il premier maltese Joseph Muscat ha annunciato il via libera all'accordo europeo sui migranti delle navi delle ong Sea Watch e Sea Eye, da settimane in mare con 49 migranti. Malta, riferisce l’Ansa, trasferirà sulle proprie navi i migranti che saranno redistribuiti tra otto paesi Ue, tra cui l'Italia. "L'operazione per trasferire i migranti sulle navi delle nostre forze armate - ha detto Muscat - inizierà il prima possibile". Gli 8 paesi che contribuiranno al ricollocamento dei migranti a bordo della Sea Watch sono, secondo quanto riferito da Muscat, Germania, Francia, Portogallo, Irlanda Romania, Lussemburgo, Olanda e Italia.
Ong: lettera al Premier per incontro urgente su situazione Sea Watch e Sea Eye
Roma - “Dopo cinque giorni dal nostro appello allo sbarco immediato dei 49 migranti a bordo delle navi Sea Watch e Sea Eye, bambini, donne e uomini non hanno ancora toccato terra e restano ostaggio di una disputa tra Stati. Per questo motivo chiediamo con urgenza al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte un incontro per chiarire i passi intrapresi dall’Italia per sbloccare la situazione e la posizione del nostro Paese sulla vicenda”. Questo il messaggio inviato ieri in una lettera al Premier da parte delle Organizzazioni - A Buon Diritto Onlus, Acli, ActionAid, Amnesty International Italia, Arci, Asgi, Avvocato di Strada, Focus - Casa dei Diritti Sociali, Cnca, Centro Astalli, Cir ( Consiglio Italiano per i Rifugiati) Comunità di S. Egidio, Emergency Ong, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia - Fcei, Salesiani per il Sociale, Intersos, Medici Senza Frontiere, Médecins du Monde Missione Italia, Medici per i Diritti Umani, Oxfam Italia, Save the Children Italia, SenzaConfine, Terre des Hommes - che lo scorso 3 gennaio avevano lanciato un appello all’Italia e ai Paesi membri dell’Unione Europea per sollecitare lo sbarco immediato dei migranti a bordo delle due navi bloccate da oltre 17 giorni nel Mediterraneo.
“Le condizioni delle persone a bordo delle due navi stanno peggiorando di ora in ora e non è più possibile attendere oltre. Per questo motivo la priorità assoluta per tutti dovrebbe essere quella di lavorare affinché tutti i migranti possano toccare terra il prima possibile e non lasciarli altro tempo in mare, dando loro tutte le cure e l’assistenza umanitaria di cui hanno diritto”.
L’appello lanciato nei giorni scorsi dalle Organizzazioni è stato accolto e diffuso da diverse associazioni e realtà della società civile che hanno voluto unirsi e sostenere con forza la richiesta dello sbarco immediato dei 49 migranti sulla SeaWatch e SeaEye.
“Le condizioni delle persone a bordo delle due navi stanno peggiorando di ora in ora e non è più possibile attendere oltre. Per questo motivo la priorità assoluta per tutti dovrebbe essere quella di lavorare affinché tutti i migranti possano toccare terra il prima possibile e non lasciarli altro tempo in mare, dando loro tutte le cure e l’assistenza umanitaria di cui hanno diritto”.
L’appello lanciato nei giorni scorsi dalle Organizzazioni è stato accolto e diffuso da diverse associazioni e realtà della società civile che hanno voluto unirsi e sostenere con forza la richiesta dello sbarco immediato dei 49 migranti sulla SeaWatch e SeaEye.
Papa Francesco: la preghiera è la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione
Città del Vaticano – “Dio risponde sempre”, “nessuna preghiera resterà inascoltata perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono”. Lo ha detto il Papa nell'udienza generale di questa mattina nella quale ha proseguito le catechesi sulla preghiera del Padre Nostro.
“Certo - ha proseguito Papa Francesco -, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto? Ne abbiamo esperienza tutti. Quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà”. “Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega. Possiamo essere certi che Dio risponderà”, “farà giustizia, ci ascolterà”, ha sottolineato il Pontefice. La catechesi odierna di papa Francesco fa riferimento al Vangelo di Luca perché “ è soprattutto questo Vangelo, fin dai racconti dell’infanzia, a descrivere la figura del Cristo in un’atmosfera densa di preghiera”.
È sempre nel Vangelo di Luca che troviamo la richiesta, espressa da uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù stesso alla preghiera: “Signore, insegnaci a pregare” (11,1). Da questa richiesta nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio.
“Certo - ha proseguito Papa Francesco -, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto? Ne abbiamo esperienza tutti. Quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà”. “Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega. Possiamo essere certi che Dio risponderà”, “farà giustizia, ci ascolterà”, ha sottolineato il Pontefice. La catechesi odierna di papa Francesco fa riferimento al Vangelo di Luca perché “ è soprattutto questo Vangelo, fin dai racconti dell’infanzia, a descrivere la figura del Cristo in un’atmosfera densa di preghiera”.
È sempre nel Vangelo di Luca che troviamo la richiesta, espressa da uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù stesso alla preghiera: “Signore, insegnaci a pregare” (11,1). Da questa richiesta nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio.
MCI Germania: lascia p. Grassia
Mühlacker/Vaihingen - Avendo già superato i 75 anni, nello scorso luglio p. Antonino Grassia aveva chiesto di andare in pensione e di essere esonerato dalla guida delle Comunità italiana S. Cuore di Gesù a Mühlacker e S. Antonio di Padova a Vaihingen. Il vescovo di Rottenburg-Stuttgart, mons. Gerhard Fürst con decreto del 10 dicembre 2018 ha accolto la sua richiesta. P. Antonino dal primo di febbraio va in pensione. Come Administratore della Comunità italiana di Mühlacker è stato nominato il decano del posto don Claus Schmidt e Administratore della Comunità italiana di Vaihingen è stato nominato don Karl Böck, di Stoccarda. P. Grassia continuerà a fare, almeno per altri due anni, fino al 2021quello che ha sempre fatto, il missionario delle due Comunità, informa il delegato nazionale delle Missioni Cattoliche Italiane, p. Tobia Bassanelli. La sua prima missione in Germania era stata quella di Ludwigsburg, dal febbraio del 1979 fino al settembre 2004. Dopo una breve pausa nella sua diocesi di origine Nicosia (Sicilia) ed in seguito alla ristrutturazione delle Missioni in Diocesi, dal primo luglio 2005 gli sono state affidate le due attuali Comunità. Il vescovo mons. Fürst lo ringrazia per la sua preziosa presenza in Diocesi da oltre 40 anni e per la sua disponibilità a rimanere ancora e dare il proprio contributo.
Papa Francesco: no alla cultura dell’indifferenza
Città del Vaticano - Dio “fa il primo passo” e ama “l’umanità che non sa amare”, perché ha compassione e misericordia, mentre noi anche se siamo buoni, tante volte non capiamo i bisogni degli altri e restiamo indifferenti “forse perché l’amore di Dio” non è entrato nei nostri cuori. Così Papa Francesco, riferisce Vatican News, nell’omelia della Messa del mattino a Casa Santa Marta. Il Pontefice prende spunto dalla liturgia di oggi, dall’esortazione all’amore della Prima lettera di San Giovanni Apostolo al Vangelo di Marco sulla moltiplicazione dei pani.
“Amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore” viene da Dio, ricorda il Papa citando le parole di San Giovanni nella Prima lettura. E l’apostolo spiega “come si è manifestato l’amore di Dio in noi”: “Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi abbiamo la vita per mezzo di lui”. “Questo è il mistero dell’amore – chiarisce papa Francesco - Dio ci ha amati per primo. Lui ha fatto il primo passo”. Un passo “verso l’umanità che non sa amare”, che “ha bisogno delle carezze di Dio per amare”, della testimonianza di Dio. “E questo primo passo che ha fatto Dio è il suo Figlio: lo ha inviato per salvarci e dare un senso alla vita, per rinnovarci, per ricrearci”.
Quindi il Pontefice guarda al brano del Vangelo di Marco sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci. “Perché Dio ha fatto questo? – si domanda - Per ‘compassione’”. Compassione della grande folla che vede scendendo dalla barca, sulle rive del lago di Tiberiade, perché erano soli, sottolinea Papa Francesco: “erano come pecore che non hanno pastore”: “Il cuore di Dio, il cuore di Gesù si commosse, e vede, vede quella gente, e non può restare indifferente. L’amore è inquieto. L’amore non tollera l’indifferenza. L’amore ha compassione. Ma compassione significa mettere il cuore in gioco; significa misericordia. Giocare il proprio cuore verso gli altri: è questo l’amore. L’amore è mettere il cuore in gioco per gli altri.
Poi il Papa descrive la scena di Gesù che insegna “molte cose” alla gente e i discepoli, alla fine, si annoiano, “perché Gesù diceva sempre le stesse cose”. E mentre Gesù insegna “con amore e compassione”, forse cominciano “a parlare tra loro”. Alla fine guardano l’orologio: “Ma è tardi…”. E Francesco cita ancora l’evangelista Marco: “Ma Maestro, il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare”. Praticamente dicono “che si arrangino” e che comprino loro il pane. “Ma noi stiamo sicuri – commenta il Pontefice - loro sapevano di avere pane per loro, e volevano custodire quello. È l’indifferenza”: “Ai discepoli non interessava la gente: interessava Gesù, perché gli volevano bene. Non erano cattivi: erano indifferenti. Non sapevano cosa fosse amare. Non sapevano cosa fosse compassione. Non sapevano cosa fosse indifferenza. Hanno dovuto peccare, tradire il Maestro, abbandonare il Maestro, per capire il nocciolo della compassione e della misericordia. E Gesù, la risposta è tagliente: ‘Voi stessi date loro da mangiare’. Prenditi carico di loro. Questa è la lotta fra la compassione di Gesù e l’indifferenza, l’indifferenza che si ripete nella storia sempre, sempre… Tante gente che è buona, ma non capisce i bisogni altrui, non è capace di compassione. È gente buona, forse perché non è entrato l’amore di Dio nel loro cuore o non lo hanno lasciato entrare ”.
E qui Papa Francesco descrive una foto che è sulle pareti dell’Elemosineria Apostolica: “uno scatto spontaneo che ha fatto un bravo ragazzo romano e lo ha offerto all’Elemosineria”. L’ha scattata Daniele Garofani, fotografo de “L’Osservatore Romano”, di ritorno da un servizio di distribuzione pasti ai senzatetto con il cardinal Krajewski. E’ una notte di inverno “si vedeva per il modo di vestire della gente” spiega il Papa, che usciva “da un ristorante”. “Gente tutta ben coperta” e soddisfatta: “avevano mangiato, erano fra gli amici”. E lì, prosegue papa Francesco nella descrizione della foto, “c’era una senzatetto, sul pavimento, che fa così…” e mima il gesto della mano tesa a chiedere l’elemosina. Il fotografo, racconta ancora il Pontefice “è stato capace di scattare nel momento nel quale la gente guarda da un’altra parte, perché gli sguardi non si incrocino”. Questa, commenta Papa Francesco, “è la cultura dell’indifferenza. Questo è quello che hanno fatto gli Apostoli”. “Congedali, che vadano per le campagne, al buio, con la fame. Che si arrangino: è problema loro”. “Noi ne abbiamo: cinque pani e due pesci per noi”.
“L’amore di Dio sempre va per primo – spiega il Papa - è amore di compassione, di misericordia”. È vero che l’opposto dell’amore è l’odio, ma in tanta gente non c’è “un odio cosciente”: L’opposto più quotidiano all’amore di Dio, alla compassione di Dio, è l’indifferenza: l’indifferenza. ‘Io sono soddisfatto, non mi manca nulla. Ho tutto, ho assicurato questa vita, e anche l’eterna, perché vado a Messa tutte le domeniche, sono un buon cristiano’. ‘Ma, uscendo dal ristorante, guardo da un’altra parte’. Pensiamo: questo Dio che dà il primo passo, che ha la compassione, che ha misericordia e tante volte noi, il nostro atteggiamento è l’indifferenza. Preghiamo il Signore perché guarisca l’umanità, cominciando da noi: che il mio cuore guarisca da questa malattia che è la cultura dell’indifferenza”.
“Amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore” viene da Dio, ricorda il Papa citando le parole di San Giovanni nella Prima lettura. E l’apostolo spiega “come si è manifestato l’amore di Dio in noi”: “Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi abbiamo la vita per mezzo di lui”. “Questo è il mistero dell’amore – chiarisce papa Francesco - Dio ci ha amati per primo. Lui ha fatto il primo passo”. Un passo “verso l’umanità che non sa amare”, che “ha bisogno delle carezze di Dio per amare”, della testimonianza di Dio. “E questo primo passo che ha fatto Dio è il suo Figlio: lo ha inviato per salvarci e dare un senso alla vita, per rinnovarci, per ricrearci”.
Quindi il Pontefice guarda al brano del Vangelo di Marco sulla moltiplicazione dei pani e dei pesci. “Perché Dio ha fatto questo? – si domanda - Per ‘compassione’”. Compassione della grande folla che vede scendendo dalla barca, sulle rive del lago di Tiberiade, perché erano soli, sottolinea Papa Francesco: “erano come pecore che non hanno pastore”: “Il cuore di Dio, il cuore di Gesù si commosse, e vede, vede quella gente, e non può restare indifferente. L’amore è inquieto. L’amore non tollera l’indifferenza. L’amore ha compassione. Ma compassione significa mettere il cuore in gioco; significa misericordia. Giocare il proprio cuore verso gli altri: è questo l’amore. L’amore è mettere il cuore in gioco per gli altri.
Poi il Papa descrive la scena di Gesù che insegna “molte cose” alla gente e i discepoli, alla fine, si annoiano, “perché Gesù diceva sempre le stesse cose”. E mentre Gesù insegna “con amore e compassione”, forse cominciano “a parlare tra loro”. Alla fine guardano l’orologio: “Ma è tardi…”. E Francesco cita ancora l’evangelista Marco: “Ma Maestro, il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare”. Praticamente dicono “che si arrangino” e che comprino loro il pane. “Ma noi stiamo sicuri – commenta il Pontefice - loro sapevano di avere pane per loro, e volevano custodire quello. È l’indifferenza”: “Ai discepoli non interessava la gente: interessava Gesù, perché gli volevano bene. Non erano cattivi: erano indifferenti. Non sapevano cosa fosse amare. Non sapevano cosa fosse compassione. Non sapevano cosa fosse indifferenza. Hanno dovuto peccare, tradire il Maestro, abbandonare il Maestro, per capire il nocciolo della compassione e della misericordia. E Gesù, la risposta è tagliente: ‘Voi stessi date loro da mangiare’. Prenditi carico di loro. Questa è la lotta fra la compassione di Gesù e l’indifferenza, l’indifferenza che si ripete nella storia sempre, sempre… Tante gente che è buona, ma non capisce i bisogni altrui, non è capace di compassione. È gente buona, forse perché non è entrato l’amore di Dio nel loro cuore o non lo hanno lasciato entrare ”.
E qui Papa Francesco descrive una foto che è sulle pareti dell’Elemosineria Apostolica: “uno scatto spontaneo che ha fatto un bravo ragazzo romano e lo ha offerto all’Elemosineria”. L’ha scattata Daniele Garofani, fotografo de “L’Osservatore Romano”, di ritorno da un servizio di distribuzione pasti ai senzatetto con il cardinal Krajewski. E’ una notte di inverno “si vedeva per il modo di vestire della gente” spiega il Papa, che usciva “da un ristorante”. “Gente tutta ben coperta” e soddisfatta: “avevano mangiato, erano fra gli amici”. E lì, prosegue papa Francesco nella descrizione della foto, “c’era una senzatetto, sul pavimento, che fa così…” e mima il gesto della mano tesa a chiedere l’elemosina. Il fotografo, racconta ancora il Pontefice “è stato capace di scattare nel momento nel quale la gente guarda da un’altra parte, perché gli sguardi non si incrocino”. Questa, commenta Papa Francesco, “è la cultura dell’indifferenza. Questo è quello che hanno fatto gli Apostoli”. “Congedali, che vadano per le campagne, al buio, con la fame. Che si arrangino: è problema loro”. “Noi ne abbiamo: cinque pani e due pesci per noi”.
“L’amore di Dio sempre va per primo – spiega il Papa - è amore di compassione, di misericordia”. È vero che l’opposto dell’amore è l’odio, ma in tanta gente non c’è “un odio cosciente”: L’opposto più quotidiano all’amore di Dio, alla compassione di Dio, è l’indifferenza: l’indifferenza. ‘Io sono soddisfatto, non mi manca nulla. Ho tutto, ho assicurato questa vita, e anche l’eterna, perché vado a Messa tutte le domeniche, sono un buon cristiano’. ‘Ma, uscendo dal ristorante, guardo da un’altra parte’. Pensiamo: questo Dio che dà il primo passo, che ha la compassione, che ha misericordia e tante volte noi, il nostro atteggiamento è l’indifferenza. Preghiamo il Signore perché guarisca l’umanità, cominciando da noi: che il mio cuore guarisca da questa malattia che è la cultura dell’indifferenza”.
MCI Germania-Scandinavia: la prossima settimana Consiglio di Delegazione
Francoforte - Nei giorni 14-15 gennaio 2019, ad Aschaffenburg, presso la Fraternità Francescana di Betania, avrà luogo il primo incontro nel nuovo anno del Consiglio di Delegazione delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia. Dopo uno sguardo generale alle novità nelle nostre Comunità sulla base degli interventi dei Coordinatori di Zona – informa il delegato p. Tobia Bassanelli - verranno esaminati i bilanci consuntivi 2018 della Delegazione, del Corriere d’Italia e del Fondo di solidarietà. Inoltre verranno fissate anche le date e i l tema del convegno nazionale 2020 e di altri appuntamenti come Esercizi Spirituali.
Migranti Sea Watch: la Comunità Papa Giovanni XXIII “pronta ad accoglierli”
Rimini – “Siamo pronti ad accogliere nelle nostre case famiglia in Germania e Olanda alcune famiglie di migranti salvate dalle navi Sea Watch e Sea Eye”. E' quanto dichiara Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, in merito alla vicenda dei 49 migranti a bordo della Sea Watch e Sea Eye, le navi delle ONG che da giorni stazionano di fronte a Malta in attesa di sbarcare in qualche porto.
“Ci uniamo all'accorato appello di Papa Francesco affinché i leader europei dimostrino concreta solidarietà. - continua Ramonda - In particolare ci appelliamo ai Governi tedesco e olandese, i governi delle due ONG che hanno salvato i profughi, affinché possano dare accoglienza a queste persone da troppo tempo in mare. Persone che stanno pagando il prezzo dell'immobilità dell'Europa sulla questione migratoria”.
“Noi siamo disponibili all'accoglienza anche in Italia, come già fatto con i precedenti corridoi umanitari. - conclude Ramonda - Il nostro plauso va a quanti si rendono disponibili ad aprire le loro porte, come ha fatto il Vescovo di Torino, Mons. Nosiglia”.
“Ci uniamo all'accorato appello di Papa Francesco affinché i leader europei dimostrino concreta solidarietà. - continua Ramonda - In particolare ci appelliamo ai Governi tedesco e olandese, i governi delle due ONG che hanno salvato i profughi, affinché possano dare accoglienza a queste persone da troppo tempo in mare. Persone che stanno pagando il prezzo dell'immobilità dell'Europa sulla questione migratoria”.
“Noi siamo disponibili all'accoglienza anche in Italia, come già fatto con i precedenti corridoi umanitari. - conclude Ramonda - Il nostro plauso va a quanti si rendono disponibili ad aprire le loro porte, come ha fatto il Vescovo di Torino, Mons. Nosiglia”.
Diocesi Mazara del Vallo: “Non possiamo chiudere gli occhi e voltare le spalle” ai migranti
Mazara del Vallo - L’Assemblea diocesana di Mazara del Vallo, al termine del Convegno diocesano che si è svolto a Marsala insieme al Vescovo Mons. Domenico Mogavero, si è interrogata anche su quello che sta accadendo nel nostro Paese riguardo ai diritti umani.
“La violazione di questi viene favorita da recenti provvedimenti legislativi che, mentre proclamano di provvedere alla sicurezza degli italiani, la mettono a rischio, compromettendo al contempo il patrimonio di valori condivisi che costituiscono la vera ricchezza della nostra convivenza civile, della nostra cultura e della nostra storia» hanno ribadito nella mozione approvata per acclamazione. «Noi cristiani riconosciamo in ogni uomo il volto di Cristo, in modo particolare in coloro che vivono situazioni di povertà, di persecuzione, di guerra, di fame, di rischi da cui intendono fuggire” c’è scritto ancora nel documento: “non possiamo, pertanto, chiudere gli occhi e voltare le spalle a questi nostri fratelli mentre ci sentiamo ripetere dal Signore: ‘Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me’ (Mt25,45)”.
“La violazione di questi viene favorita da recenti provvedimenti legislativi che, mentre proclamano di provvedere alla sicurezza degli italiani, la mettono a rischio, compromettendo al contempo il patrimonio di valori condivisi che costituiscono la vera ricchezza della nostra convivenza civile, della nostra cultura e della nostra storia» hanno ribadito nella mozione approvata per acclamazione. «Noi cristiani riconosciamo in ogni uomo il volto di Cristo, in modo particolare in coloro che vivono situazioni di povertà, di persecuzione, di guerra, di fame, di rischi da cui intendono fuggire” c’è scritto ancora nel documento: “non possiamo, pertanto, chiudere gli occhi e voltare le spalle a questi nostri fratelli mentre ci sentiamo ripetere dal Signore: ‘Tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me’ (Mt25,45)”.
Alba: la Festa dei popoli un’edificante testimonianza di unità
Alba - Nel pomeriggio del 6 gennaio si è svolto il consueto incontro denominato Festa dei popoli, quest’anno ospitato nel tempio di san Paolo di Alba messo a disposizione dai religiosi della Casa madre dei Paolini.
Questo incontro, per la sua peculiarità ha trovato e trova opportunamente collocazione nella solennità dell’Epifania del Signore che celebra la memoria della manifestazione di Gesù a tutte le genti, inclusi coloro che non appartenevano a Israele. In questo stesso spirito, le diverse comunità che esprimono, nell’oggi della Città di Alba e del suo territorio, differenti culture e fedi religiose, segno della loro provenienza da altre parti del mondo, si sono trovati a dialogare e anche pregare insieme in quella che ha voluto essere una edificante testimonianza di unità.
Canti, testimonianze e preghiere dunque, coordinati da don Paolo Rocca e dai suoi collaboratori dell’ufficio diocesano Migrantes, hanno riempito della gioia e del colore della festa il pomeriggio trascorso insieme. Il vescovo di Alba, mons. Marco Brunetti, presente all’evento, ha rivolto, nel suo saluto, un accorato appello a ricordare costantemente che il messaggio centrale del Vangelo resta stabilmente collegato al tema dell’accoglienza e della solidarietà soprattutto con chi è più nel bisogno. Su questa stessa linea si sono svolti gli interventi dei responsabili degli organismi della pastorale diocesana presenti la Caritas, Migrantes e l’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. (Don Guido Colombo - Gazzetta d’Alba)
Questo incontro, per la sua peculiarità ha trovato e trova opportunamente collocazione nella solennità dell’Epifania del Signore che celebra la memoria della manifestazione di Gesù a tutte le genti, inclusi coloro che non appartenevano a Israele. In questo stesso spirito, le diverse comunità che esprimono, nell’oggi della Città di Alba e del suo territorio, differenti culture e fedi religiose, segno della loro provenienza da altre parti del mondo, si sono trovati a dialogare e anche pregare insieme in quella che ha voluto essere una edificante testimonianza di unità.
Canti, testimonianze e preghiere dunque, coordinati da don Paolo Rocca e dai suoi collaboratori dell’ufficio diocesano Migrantes, hanno riempito della gioia e del colore della festa il pomeriggio trascorso insieme. Il vescovo di Alba, mons. Marco Brunetti, presente all’evento, ha rivolto, nel suo saluto, un accorato appello a ricordare costantemente che il messaggio centrale del Vangelo resta stabilmente collegato al tema dell’accoglienza e della solidarietà soprattutto con chi è più nel bisogno. Su questa stessa linea si sono svolti gli interventi dei responsabili degli organismi della pastorale diocesana presenti la Caritas, Migrantes e l’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. (Don Guido Colombo - Gazzetta d’Alba)
Mons. Lambiasi: un “percorso praticabile per accoglienza e integrazione”
Rimini - Un “percorso praticabile” per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti sul territorio. Da strutturare in tre passaggi. Lo ha proposto il vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, nel corso della “Messa dei popoli”. Gli stranieri sono il 12,8% della popolazione del Comune: no a “risposte prefabbricate”, il monito del presule che invita ad avere “realismo e intelligenza”. Nel riconoscere che “esistono dei limiti nell’accoglienza” imposti da “una reale possibilità di offrire condizioni abitative, di lavoro e di vita dignitose”, Lambiasi invita a “progettare un percorso praticabile che permetta di non lasciarsi vincere dalle nostre paure e dai nostri pregiudizi, perché non sia la paura a condizionare le scelte, a compromettere il rispetto e la generosità, ad alimentare l’odio e il rifiuto”. Un percorso possibile si potrebbe strutturare in tre passaggi. Il primo quello dalla paura all’incontro. “Le paure – spiega – si possono vincere solo nell’incontro con l’altro e nell’intrecciare una relazione. Si tratta di riconoscere l’altro nella sua singolarità, dignità, valore umano inestimabile, di accettarne la libertà; significa riconoscere la sua peculiarità” e “fargli posto”. Il secondo passaggio va dall’incontro alla relazione. “Non basta la conoscenza dell’altro: occorre un dialogo per modificare i pregiudizi, per riflettere sui nostri condizionamenti culturali, storici, psicologici, sociologici”. Il terzo è quello “dalla relazione all’integrazione”, il più difficile, secondo il presule. L’integrazione “non omologa, ma riconosce e valorizza le differenze”, spiega; “ha come obiettivo la formazione di società plurali in cui vi è riconoscimento dei diritti, in cui è permessa la partecipazione attiva di tutti alla vita economica, produttiva, sociale, culturale e politica, avviando processi di cittadinanza e non soltanto di mera ospitalità”. (SIR)
Mons. Cipolla: riconosciamo la dignità a ogni uomo
Padova - Un richiamo alla pace e alla fraternità. E un invito ai cristiani a essere seme e fermento per una cultura nuova. È quanto sottolineato dal vescovo di Padova, Claudio Cipolla, in occasione della solennità dell’Epifania, che a Padova si sposa con la Festa delle genti, in una celebrazione a cui partecipano comunità cattoliche di varie lingue. Una festa che il presule ha vissuto nella comunità di Sant’Agostino di Albignasego, nella primissima periferia della città, dove in questi giorni si trova per la Visita pastorale. Una festa nella festa in una liturgia animata dal coro parrocchiale e dai cantori delle comunità filippina, africane anglofone e romena romano-cattolica; e le letture e le preghiere dei fedeli pronunciate in inglese, francese, ucraino, rumeno, malayalam, srilankese. «Il Signore – ha ricordato Cipolla – non si è stancato di invitare i suoi figli a costruire un mondo di fraternità, dove ci riconosciamo tutti fratelli e sorelle, dove tutti lavoriamo per creare giustizia, per riconoscere la dignità di ogni uomo che è sulla terra, per riconoscere che ogni uomo ha diritto a vivere, a lavorare, a coltivare i propri affetti, a essere considerato fratello, sorella da tutti gli altri, al punto che se qualcuno ha delle difficoltà in più, la nostra umanità, animata dal Vangelo, ci spinge non a escludere ma a farci carico di chi è maggiormente in difficoltà». Secondo il vescovo, «l’Eucaristia è una bella rivoluzione rispetto alle nostre paure, alle nostre logiche, ai nostri calcoli: è l’inizio di un mondo nuovo, basato sulla giustizia, sulla fraternità. Siamo invitati ad annunciare questo Vangelo». E a creare una cultura nuova, perché «siamo un piccolo seme che vuole costruire pace attorno a sé, in ogni occasione». Infine un augurio a «diventare costruttori di pace, di giustizia, di parole buone». (Sara Melchiorri)
Card. Sepe: rifiutare di accogliere l’altro è disumano
Napoli - Epifania nel Duomo di Napoli con dodici nazioni rappresentate. Una festa di colori e suoni, ma anche una preghiera per chi in questi giorni vive momenti drammatici in cerca di un porto sicuro. «Stiamo assistendo – ha detto l’arcivescovo il card. Crescenzio Sepe, durante l’omelia della Messa per la Festa dei popoli – ad uno spaventoso rifiuto dell’altro. L’Europa si sta dimostrando più insensibile di quello che pensavamo. Rifiutare di accogliere è quanto di più disumano ci possa essere», ha aggiunto. «Sembra che i valori della solidarietà e della fratellanza umana siano stati dimenticati dai nostri governanti: da Napoli parte l’invito all’accoglienza di tutti, indistintamente. Abbiamo il dovere di garantire un futuro migliore a questa gente che non sa dove andare ». In Cattedrale c’erano rappresentanze dei gruppi etnici che vivono e lavorano a Napoli, coordinate dal direttore dell’Ufficio Migrantes don Pasquale Langella: anglofoni, francofoni, cinesi, etiopi eritrei, filippini, nigeriani, cingalesi, polacchi, ucraini. Per tutti è stata festa, per ciascuno l’occasione di esprimersi con le danze ed i costumi tradizionali dei propri paesi di provenienza. «Dio è venuto e ha chiesto all’uomo di essere accolto: così dobbiamo accogliere tutti coloro che lo chiedono – ha evidenziato Sepe –. Chi non lo fa vive isolato e chiuso in se stesso e non ha mai la felicità. Saper accogliere e guardare agli altri è la dimensione fondamentale di ogni essere umano ». Al termine della celebrazione per oltre seicento bambini, figli di immigrati, sono arrivati i doni della befana regalati dall’Ordine di Malta e dal Movimento cristiano lavoratori presieduto da Michele Cutolo. (Rosanna Borzillo – Avvenire)
Mons. Lorefice: è figlio di Dio chi varca il Mediterraneo
Palermo - «Siamo tutti sulla stessa barca» si legge nello striscione che precede le barche di cartone, colorate con i fiori che incedono lungo la navata della Cattedrale di Palermo trasformata nella casa di tutti i popoli. «Il pericolo è la rabbia. Oggi sembra che la chiusura, lo stare serrati siano la soluzione. Se chiudiamo i porti, siamo dei disperati. La Chiesa non può restare in silenzio. La relazione è l’unica strada. Non è questione di accoglienza, di essere buoni, ma di essere giusti. Con questa visione contrasta il decreto Sicurezza, che mette in situazione di insicurezza, sulla strada, i più deboli». Una critica esplicita quella di Mario Affronti, che con padre Sergio Natoli guida l’Ufficio Migrantes di Palermo e organizza ogni anno per l’Epifania la Messa dei popoli. Canti in otto lingue, preghiere in 15 idiomi, abiti di ogni foggia e colore. L’arcivescovo mons. Corrado Lorefice sottolinea l’importanza di questi segni. «È Lui che ci raduna, il Figlio che è venuto a renderci tutti figli, facendosi uno di noi, fragile come noi, scegliendo una famiglia umana, assaporando sin dai primi giorni un senso di precarietà». Quindi il richiamo. «Ogni uomo che attraversa il Mediterraneo perché scappa dalla povertà e dalla guerra, generate anche da chi abita nella parte occidentale del pianeta, è figlio di Dio». E avverte: «Domani potrebbero rimproverarci di non aver annunciato il Vangelo di Gesù: cristiani, perché non avete detto che ogni uomo è figlio di Dio? Avremmo una grande responsabilità, la stessa che si è consumata durante l’Olocausto, forse peggio perché oggi è tutto sotto i nostri occhi». Eppure «oggi l’Europa sta avendo paura di quaranta persone». (Alessandro Turrisi)
Mons. Paglia: “l’inferno è lasciare 49 persone al freddo nel Mediterraneo”
Roma - “L’inferno è lasciare 49 persone al freddo nel Mediterraneo. È una follia”. Lo ha detto il presidente della Pontificia accademia per la vita, mons. Vincenzo Paglia, ospite di ‘Bel Tempo si spera’ su Tv2000, commentando la vicenda dei 49 migranti ancora a bordo delle navi Sea Watch e Sea Eye e il relativo appello di ieri del Papa all’Angelus.
“Mi sento male come uomo - ha aggiunto mons. Paglia - Papa Francesco all’Angelus ha parlato di Erode e degli abitanti di Gerusalemme che avevano paura che un bambino gli togliesse il potere. Tradotto: se per paura di perdere i voti si lasciano questi migranti in mezzo al mare si crea la stessa identica paura. E non si può neanche dire ‘tutti i cittadini sono come me’ perché anche gli abitanti di Gerusalemme stavano con Erode”.
“Il problema - ha proseguito mons. Paglia a Tv2000 - è che quella dimensione umana di accoglienza soprattutto dei più deboli è un principio fondante dell’umanità. Se manca questo è una tragedia per tutti. E non mi si venga a dire che i migranti creano problemi.
“Mi sento male come uomo - ha aggiunto mons. Paglia - Papa Francesco all’Angelus ha parlato di Erode e degli abitanti di Gerusalemme che avevano paura che un bambino gli togliesse il potere. Tradotto: se per paura di perdere i voti si lasciano questi migranti in mezzo al mare si crea la stessa identica paura. E non si può neanche dire ‘tutti i cittadini sono come me’ perché anche gli abitanti di Gerusalemme stavano con Erode”.
“Il problema - ha proseguito mons. Paglia a Tv2000 - è che quella dimensione umana di accoglienza soprattutto dei più deboli è un principio fondante dell’umanità. Se manca questo è una tragedia per tutti. E non mi si venga a dire che i migranti creano problemi.
Papa Francesco: tra i deboli anche i migranti
Città del Vaticano - “Tra i deboli del nostro tempo che la comunità internazionale è chiamata a difendere ci sono, insieme ai rifugiati, anche i migranti”. È il tema della parte centrale del sesto discorso del Papa oggi al Corpo diplomatico, che – come nei precedenti – ha richiamato ancora una volta “l’attenzione dei governi affinché si presti aiuto a quanti sono dovuti emigrare a causa del flagello della povertà, di ogni genere di violenza e di persecuzione, come pure delle catastrofi naturali e degli sconvolgimenti climatici, e affinché si facilitino le misure che permettono la loro integrazione sociale nei Paesi di accoglienza”.
“Occorre che ci si adoperi perché le persone non siano costrette ad abbandonare la propria famiglia e nazione, o possano farvi ritorno in sicurezza e nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti umani”, ha detto il pontefice secondo il quale “ogni essere umano anela a una vita migliore e più felice e non si può risolvere la sfida della migrazione con la logica della violenza e dello scarto, né con soluzioni parziali”. “Non posso – ha quindi aggiunto - dunque che essere grato per gli sforzi di tanti governi e istituzioni che, mossi da generoso spirito di solidarietà e di carità cristiana, collaborano fraternamente in favore dei migranti”. Il pontefice ha menzionato tra questi la Colombia, che, “insieme con altri Paesi del continente, negli ultimi mesi ha accolto un ingente numero di persone provenienti dal Venezuela”. “Sono consapevole che le ondate migratorie di questi anni hanno causato diffidenza e preoccupazione tra la popolazione di molti Paesi, specialmente in Europa e nel Nord America, e ciò ha spinto diversi governi a limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito”. Tuttavia “ritengo che a una questione così universale non si possano dare soluzioni parziali”, ha aggiunto sollecitando, di fronte alle “recenti emergenze”, ”una risposta comune, concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza, sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati”.
In tale prospettiva, la Santa Sede si è adoperata attivamente nei negoziati e per l’adozione dei due Global Compacts sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare, definiti dal Papa “un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo”.
“Nonostante la non-obbligatorietà giuridica di questi documenti e l’assenza di vari Governi alla recente Conferenza delle Nazioni Unite a Marrakech – ha puntualizzato papa Francesco – i due Compacts saranno importanti punti di riferimento per l’impegno politico e per l’azione concreta di organizzazioni internazionali, legislatori e politici, come pure per coloro che sono impegnati per una gestione più responsabile, coordinata e sicura delle situazioni che riguardano i rifugiati e i migranti a vario titolo”. Di entrambi i Patti, la Santa Sede apprezza “l’intento e il carattere che ne facilita la messa in pratica, pur avendo espresso riserve circa quei documenti, richiamati nel Patto riguardante le migrazioni, che contengono terminologie e linee guida non corrispondenti ai suoi principi circa la vita e i diritti delle persone”.
“Occorre che ci si adoperi perché le persone non siano costrette ad abbandonare la propria famiglia e nazione, o possano farvi ritorno in sicurezza e nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti umani”, ha detto il pontefice secondo il quale “ogni essere umano anela a una vita migliore e più felice e non si può risolvere la sfida della migrazione con la logica della violenza e dello scarto, né con soluzioni parziali”. “Non posso – ha quindi aggiunto - dunque che essere grato per gli sforzi di tanti governi e istituzioni che, mossi da generoso spirito di solidarietà e di carità cristiana, collaborano fraternamente in favore dei migranti”. Il pontefice ha menzionato tra questi la Colombia, che, “insieme con altri Paesi del continente, negli ultimi mesi ha accolto un ingente numero di persone provenienti dal Venezuela”. “Sono consapevole che le ondate migratorie di questi anni hanno causato diffidenza e preoccupazione tra la popolazione di molti Paesi, specialmente in Europa e nel Nord America, e ciò ha spinto diversi governi a limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito”. Tuttavia “ritengo che a una questione così universale non si possano dare soluzioni parziali”, ha aggiunto sollecitando, di fronte alle “recenti emergenze”, ”una risposta comune, concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza, sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati”.
In tale prospettiva, la Santa Sede si è adoperata attivamente nei negoziati e per l’adozione dei due Global Compacts sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare, definiti dal Papa “un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo”.
“Nonostante la non-obbligatorietà giuridica di questi documenti e l’assenza di vari Governi alla recente Conferenza delle Nazioni Unite a Marrakech – ha puntualizzato papa Francesco – i due Compacts saranno importanti punti di riferimento per l’impegno politico e per l’azione concreta di organizzazioni internazionali, legislatori e politici, come pure per coloro che sono impegnati per una gestione più responsabile, coordinata e sicura delle situazioni che riguardano i rifugiati e i migranti a vario titolo”. Di entrambi i Patti, la Santa Sede apprezza “l’intento e il carattere che ne facilita la messa in pratica, pur avendo espresso riserve circa quei documenti, richiamati nel Patto riguardante le migrazioni, che contengono terminologie e linee guida non corrispondenti ai suoi principi circa la vita e i diritti delle persone”.
Castelvetrano: con fondi 8X1000 corso cucito per donne immigrate
Castelvetrano - Un progetto per le giovani donne non italiane, dai 19 ai 26 anni, di nazionalità nigeriana, spesso con un passato e un presente molto difficile. È attivo presso la casa delle Suore di Carità a Castelvetrano, dove per alcune ore alla settimana vengono accolte, un corso di cucito per donne di nazionalità straniera. Il progetto, sostenuto anche con i fondi 8x1000 per interventi caritativi diocesani, nasce dall’ascolto delle storie delle ragazze incontrate dagli operatori dell’Unità di strada della Caritas diocesana sul territorio di Castelvetrano e Campobello di Mazara. Attività di sartoria, bigiotteria, cucina e altro sono l’occasione per imparare a conoscere usi e costumi del vivere italiano, pur nello scambio culturale con le specifiche usanze di chi proviene da altri Paesi. Il progetto è iniziato a settembre e durerà fino a febbraio, quando, in occasione della memoria di Santa Giuseppina Bakhita, verrà allestita l’esposizione dei lavori prodotti dalle ragazze, in collaborazione con alcune volontarie in lingua italiana, per un graduale percorso di integrazione culturale e sociale. Sono previsti in seguito altri cicli sempre della durata di dieci settimane. Incontro e reciprocità di sguardi, abilità e prospettive di inserimento sociale, sogni e dignità da ritrovare, fiducia e coraggio da liberare: sono queste le parole dei vissuti, spesso non verbali, di queste ore di serena attività, divertente manualità e impegnata creatività. Il progetto è fortemente sostenuto da un gruppo di volontarie.