Primo Piano

Migrantes Andria: parte il progetto “Liberi di Parlare”

Andria - Dopo l’avvio del primo corso d’Italiano L2 per donne migranti, lo scorso novembre 2018, parte, lunedì 28 gennaio 2019, il corso d’Italiano L2, per detenuti stranieri, “Liberi di parlare”. Questo nuovo servizio voluto dall’Ufficio Migrantes della Diocesi di Andria è nato grazie alla collaborazione fra l'Ufficio Migrantes, l'Associazione di Volontariato Salah, che opera nel territorio della BAT ed ha come finalità servizi di prossimità e cura rivolti alle persone, attività di promozione e sensibilizzazione dei diritti umani, sociali e civili e la Casa Circondariale di Trani.
Un progetto che ha visto una lunga gestazione e grazie al quale ora i detenuti stranieri del carcere di Trani, potranno usufruire di un corso di lingua italiana L2, tenuto da docenti specializzati, in modo da favorire l'inclusione socio-linguistica sia durante il periodo detentivo, che una volta scontata la pena. Durata del servizio/progetto: 60 ore in totale. Lezioni da 2 ore per 2 volte a settimana, per 15 settimane.
I detenuti stranieri vivono quello che gli studiosi chiamano "surplus di sofferenza", ossia un'ulteriore debolezza rispetto agli autoctoni, dovuta alle difficoltà linguistiche che incontrano. Per difficoltà linguistiche intendiamo la faticosa comunicazione con gli agenti, con gli operatori penitenziari, con gli psicologi, con i medici, con detenuti italofoni o di altra lingua, a cui si aggiunge la mancata comprensione dei sistemi normativi, l’ignoranza circa i propri diritti e così via. Per questo motivo, ci siamo sentiti in dovere d'intervenire.
Obiettivo generale del progetto è insegnare ai detenuti stranieri l’italiano di base scritto e parlato e con questo, avvicinarli ai nostri costumi e alle nostre regole, spingerli a provare a comprendere una diversa realtà sociale, a instaurare rapporti con detenuti di altra nazionalità, ad assumere un atteggiamento più aperto e collaborativo.
Un corso che terrà un occhio puntato sull’aspetto riabilitativo della pena, e che sarà dunque anche orientamento e percorso di conoscenza dell’Italia, sia dal punto di vista linguistico che di educazione alla cittadinanza. La burocrazia dei servizi, del mercato del lavoro e della formazione è il passaggio più difficile per chi, come i migranti, vede nell’Italia una nuova possibilità.
Come è noto da tempo, ormai, il nostro l’Ufficio Migrantes, nello spirito di servizio evangelico e umano alle persone, si occupa di accoglienza degli stranieri, presenti sul territorio.
Nostro proposito esplicito è affrontare tutte le sfide che presenta il difficile processo d’integrazione dei nuovi arrivati, senza lasciar fuori alcuna categoria. In quest’ottica, attraverso la collaborazione con l’associazione “Salah”, abbiamo voluto farci carico di una tipologia particolare come quella degli stranieri detenuti.
Come ci ha spiegato Papa Francesco, durante il suo incontro con i carcerati del Regina Coeli qualche mese fa, "la pena senza speranza non è cristiana". L'obiettivo del nostro impegno in questo caso è solo quello di dare una speranza in più di redenzione a persone. Uno strumento utile a chi, per vari motivi, ha smarrito la retta via. (d. Geremia Acri, direttore ufficio Migrantes Andria)
 

Farnesina: il pensiero del Ministro Milanesi va ai cittadini venezuelani, tanti dei quali hanno un’origine italiana

Roma – “Stiamo prestando la massima attenzione all’evoluzione della situazione nel Paese”. Così il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi, in riferimento alla situazione in Venezuela. Il primo pensiero – ha aggiunto il titolare della Farnesina -  “va ai cittadini venezuelani, tanti dei quali hanno un’origine italiana, ai quali siamo vicini con grande, sincera solidarietà. Stiamo lavorando in stretto collegamento con gli altri Governi dell’Unione Europea, al fine di assicurare una posizione comune. Al riguardo – spiega nella nota -  già all’ultimo Consiglio UE dei Ministri degli Affari Esteri, avevamo esortato a iniziative concrete ed efficaci, attraverso un’apposita dichiarazione fatta insieme ai Ministri di Francia, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Come Italia, il nostro impegno resta fermo a tutela della sicurezza dei cittadini del Venezuela, affinché nel Paese sia garantito il pieno rispetto dei fondamentali precetti e valori della democrazia e dello stato di diritto”. (R.I.)
 

Mons. Felicolo: dietro i numeri ci sono storie di vite

Roma – Continuano a Castelnuovo di Porto i trasferimenti dei richiedenti asilo in altre regioni d’Italia. “Sono molto preoccupato”, dice il Direttore Migrantes della diocesi di Roma e Lazio, Mons. Pierpaolo Felicolo: “sono stato alcune volte a Castelnuovo di Porto e ho avuto modo di vedere che c’era un servizio di accoglienza e di integrazione ben avviato. Da un giorno all’altro tutto questo viene meno. Questo crea un senso di vuoto e di impotenza”. Un trasferimento fatto così all’improvviso – aggiunge il sacerdote intervistato da Formiche.net -  manda per aria un paziente cammino di integrazione che stava avvenendo per tante persone da diverso tempo. Bambini che andavano a scuola, persone che si erano integrate nel luogo dove vivevano, percorsi di inserimento al lavoro, tutto all’improvviso viene a cadere. A mio avviso questo crea un grosso disagio umano che non riguarda numeri, ma persone. Desidero sottolineare questo: dietro i numeri ci sono storie di vite precise che cercano nel nostro Paese di ricostruirsi un percorso di dignità. In questa maniera tutto all’improvviso si interrompe”.
Mons. Felicolo si chiede quale futuro per queste persone: “credo che si debba continuare a vivere uno spirito di umanità e di solidarietà nei confronti dei migranti. A mio avviso non stiamo dando una buona immagine, ma in situazioni come queste, come è stato già detto, abbiamo il dovere di ‘restare umani’”.
 

Sea Watch: appello di 20 Organizzazioni per lo sbarco della nave

Roma - La nave “Sea Watch 3”, con a bordo 47 migranti, “a causa delle condizioni meteo avverse, è entrata nelle acque territoriali italiane e alla stessa è stato assegnato un punto di fonda a largo delle coste di Siracusa, per garantire la sicurezza dell’unità e delle persone a bordo”, comunica questa mattina il Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto sottolineando che sul posto sono presenti motovedette della guardia costiera e della guardia di finanza.
Intanto ieri pomeriggio diverse organizzazioni hanno rivolto un appello all’Italia  e all’Europa che “devono  assumersi le proprie responsabilità nell'affrontare e prevenire ulteriori tragedie in mare”. Per questo è necessario realizzare – scrivono le associazioni - vie di accesso sicure dalle aree di crisi o di transito, per evitare che decine di migliaia di persone continuino ad essere costrette a ricorrere ai trafficanti, mettendo in serio pericolo la propria vita, per attraversare il Mar Mediterraneo. E’ la mancanza di vie legali, infatti, che fa prosperare il traffico di esseri umani”.
“Da sei giorni sulla nave Sea Watch, vi sono 47 persone, tra cui otto minorenni. Sono 47 esseri umani – sostengono le promotrici dell’appello -  portati in salvo dal Mar Mediterraneo dove nei giorni scorsi hanno perso la vita centinaia di bambini, donne e uomini, e che ora sono ostaggio dell’ennesima disputa politica tra Stati: nessun Paese ha infatti risposto alla richiesta di un porto sicuro fatta dalla Sea Watch, in spregio di quanto previsto dalle norme internazionali e delle più elementari considerazioni di carattere umanitario”. Le associazioni chiedono all’Italia e all’Europa che “la legge sia rispettata e che queste persone vengano immediatamente fatte sbarcare in un porto sicuro, senza essere lasciate ulteriormente senza una destinazione. Secondo il diritto internazionale del mare, infatti, gli Stati – spiegano - hanno l’obbligo inderogabile di garantire l’approdo di persone in difficoltà in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile. La salvezza e la tutela delle vite umane devono avere la precedenza assoluta: queste persone, soprattutto le più vulnerabili come donne e bambini, non devono subire ulteriori sofferenze e deve essere loro garantita l’assistenza umanitaria di cui hanno diritto e le cure di cui hanno bisogno”. (R.I.)
 

Venezuela: la vicinanza e le preoccupazioni del Cgie

Roma - Il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero segue con “preoccupazione” l’evoluzione delle vicissitudini nelle quali è venuto a trovarsi, in particolare nelle ultime ore, il Venezuela. “Seguiamo da sempre la nostra Comunità presente in quel Paese, che per anni è stato un qualificato partner commerciale dell’Italia ed ha ospitato diverse,  numerose famiglie e imprese italiane, le quali hanno contribuito al suo sviluppo e progresso”, afferma in una nota il Segretario Generale del Cgie, Miche Schiavone evidenziando che “la grave crisi economica, sociale e istituzionale che vive il Paese, si è accentuata e rischia di deflagrare in un indistinto uso della forza. Tuttavia, l’accelerazione della crisi e la mancanza all’orizzonte di una soluzione concordata ci rende apprensivi per il futuro del popolo venezuelano”.
Di fronte a questo “triste” scenario il Cgie si augura che “si arrivi al più presto ad una soluzione pacifica della crisi e che nella repubblica federale venezuelana possano essere ripristinate le forme democratiche, che la hanno caratterizzata a partire dal 1958”.
In questo Paese vivono migliaia di italiani e oriundi: “i nostri governi, che si sono succeduti, si sono spesi con interventi umanitari mirati in particolare a sostegno della nostra Comunità. E’ degli ultimi giorni la notizia dell’arrivo di una nave della Marina italiana che ha trasportato medicine destinate ai nostri connazionali, che si trovano nella necessità di disporre delle medesime e di reperirle nel paese”, scrive ancora Schiavone sottolineando come il Cgie riconosce al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale “la perseveranza e l’impegno profusi” per la realizzazione del “programma di donazione di medicinali a favore dei cittadini italiani in Venezuela”, che grazie ai servizi offerti dall’Ambasciata italiana a Caracas, dai Consolati di Caracas e di Maracaibo, dai Comites, dalle associazioni e dai volontari, “metterà i nostri connazionali in condizione di ricevere gli aiuti essenziali per superare questo difficile momento”.
In Venezuela, secondo i dati riportati dal “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes, vivono circa 120mila italiani con passaporto. (R.Iaria)
 

Arriva la nuova APP CEI

Roma - Nasce oggi, Festa di San Francesco di Sales, la nuova app della Cei per offrire a tutti coloro che desiderano rimanere aggiornati, le ultime notizie sulla vita della Chiesa Italiana. Tutte le news ufficiali sulla CEI e le diocesi italiane da chiesacattolica.it costantemente aggiornate e consultabili in base ai temi di proprio interesse.
Oltre alle principali notizie, presentate con una semplice e rapida interfaccia, troviamo tra i contenuti aggiuntivi l’agenda condivisa delle attività e iniziative degli uffici e Segreteria generale della CEI per tutti gli ambiti pastorali; la sezione delle Nomine dei nuovi vescovi delle diocesi italiane. Si aggiunge ai contenuti dell’app, la sezione CEInews, che propone le ultime notizie presenti sul sito di CEInews.it a cura dell’Ufficio Comunicazioni Sociali.
Completano le funzionalità dell’app la sezione “Catalogo App”, che propone un elenco con tutte le App pubblicate dalla CEI, e la sezione “My CEI” che offre la possibilità di scegliere e seguire le categorie di proprio interesse.
L’app è promossa dall’Ufficio Informatico CEI e dall’Ufficio Nazionale per le comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana.
 

Messaggio Comunicazioni sociali: don Maffeis (Cei), “di fronte allo sfilacciamento del tessuto sociale rilancia il bisogno di comunità che ognuno ha”

Roma -  “Il messaggio del Papa rilancia quel bisogno di comunità, di relazione che c’è nel cuore di ciascuno”. Così don Ivan Maffeis, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, commenta in un video per il Sir il Messaggio di Papa Francesco per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali dedicato al tema “Dalle community alle comunità”. “Se ci guardiamo attorno, e forse anche se ci guardiamo dentro, non facciamo fatica a riconoscere i segni di sfilacciamento del tessuto sociale, della comunità”, osserva don Maffeis. Segni – aggiunge – che “parlano tante volte nel linguaggio incattivito e rancoroso, parlano del fatto che un po’ tutti percepiamo un peggioramento delle condizioni di vita, non solo di carattere economico, ma anche esistenziale”. “Un po’ tutti – rileva il direttore dell’Ucs della Cei – viviamo la tentazione o il pericolo di abbassare le nostre attese, la nostra speranza, il nostro respiro sul futuro diventa affannoso quasi potessimo accontentarci del presente. Ma il presente non basta a nessuno”. Inoltre, “ci accorgiamo che il rinchiuderci in piccole cerchie di amici – dove l’amico è tante volte è colui che condivide un interesse, è colui che ti dà ragione, che non ti ostacola – è una scelta limitata, alla fine perdente”. Rispetto a “quel bisogno di comunità, di relazione” avvertito da ciascuno, secondo don Maffeis “ci accorgiamo che è legato a questo il vero sapore della vita, alla capacità di creare ponti, di riconoscerci in un’appartenenza, di prenderci cura dell’altro. Passa da qui la strada per superare i nostri narcisismi, le nostre chiusure. Passa da qui il ritrovare davvero noi stessi”.
 

Comunicazioni Sociali: diffuso oggi il messaggio di papa Francesco

Città del Vaticano - Era noto da qualche tempo il tema del messaggio per la prossima giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che si celebrerà il 2 giugno prossimo. Oggi, festa di San Francesco di Sales, protettore dei giornalisti, la pubblicazione del messaggio di Papa Francesco dal titolo “’Siamo membra gli uni degli altri’ (Ef 4,25). Dalle social network communities alla comunità umana”.  “Se la rete è usata come prolungamento o come attesa di tale incontro - scrive il pontefice - , allora non tradisce sé stessa e rimane una risorsa per la comunione. Se una famiglia usa la rete per essere più collegata, per poi incontrarsi a tavola e guardarsi negli occhi, allora è una risorsa. Se una comunità ecclesiale coordina la propria attività attraverso la rete, per poi celebrare l’Eucaristia insieme, allora è una risorsa”.
Un invito ed un monito, quindi, chiaro: “se la rete è occasione per avvicinarmi a storie ed esperienze di bellezza o di sofferenza fisicamente lontane da me, per pregare insieme e insieme cercare il bene nella riscoperta di ciò che ci unisce, allora è una risorsa”. D’altra parte “la rete che vogliamo” è “una rete non fatta per intrappolare, ma per liberare, per custodire una comunione di persone libere”. “La Chiesa stessa è una rete - scrive papa Francesco - tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui ‘like’, ma sulla verità, sull’’amen’, con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo, accogliendo gli altri”. Per il papa riconoscersi tutti come membra sotto l’unico capo che è Cristo “ci aiuta a non vedere le persone come potenziali concorrenti, ma a considerare anche i nemici come persone”, lasciando da parte il bisogno di un avversario che con la sua presenza definisce una identità.
“Dio non è solitudine, ma comunione; è Amore, perciò comunicazione, perché l’amore sempre comunica, anzi comunica sé stesso per incontrare l’altro”, scrive Papa Francesco. E poi ribadisce che “il contesto attuale chiama tutti noi a investire sulle relazioni, ad affermare anche nella rete e attraverso la rete il carattere interpersonale della nostra umanità”. E questo riguarda anche l’evangelizzazione, perché in questo contesto, “a maggior ragione noi cristiani siamo chiamati a manifestare quella comunione che segna la nostra identità di credenti”, delineata anche dall’immagine della Trinità che “distingue la persona dall’individuo, perché dalla fede in un Dio che è Trinità consegue che per essere me stesso ho bisogno dell’altro”.
 

Ass. 21 Luglio: un abbraccio unisce la Memoria della Shoah e del Porrajmos

Roma - Il 27 gennaio si celebra la Giornata della Memoria, una commemorazione per ricordare lo sterminio del popolo ebraico, la persecuzione dei cittadini ebrei, la deportazione, la prigionia e la morte di cittadini italiani. Il legislatore “dimentica di commemorare la morte di 500mila rom e sinti vittime del genocidio nazi-fascista: un periodo consegnato alla storia con il nome di Porrajoms in Italia che si può dividere in quattro fasi”, sottolinea oggi l’Associazione  21 Luglio: “già nel 1926 una Circolare del Ministero degli Interni dispose il respingimento delle carovane entrate nel territorio anche se munite di regolare passaporto’ e l’espulsione dei soggiornanti di origine straniera. Tra il 1938 e il 1942 avvenne la ‘pulizia etnica’ con famiglie rom e ‘zingari’ deportati al confino per arrivare alla costruzione del primo campo di concentramento di Tossicia, nel teramano. Il rastrellamento vero e proprio si ebbe a partire dal 1940 per i rom di nazionalità italiana. Si giunse poi alla ‘soluzione finale’, momento in cui 500mila rom e sinti europei morirono nei campi di sterminio”.
L’Associazione 21 luglio, con il patrocinio di “Progetto Memoria”, organizza per domenica 3 febbraio a Roma un momento di riflessione, di commemorazione per abbracciare le due Memorie dal titolo “Shoah-Porrajmos”. La passeggiata avrà inizio alle ore 11.00 presso Largo 16 ottobre 1943 con la testimonianza del sopravvissuto Lello Dell’Ariccia. I partecipanti si sposteranno poi in una passeggiata libera verso Piazza degli Zingari dove lo storico Luca Bravi, accompagnato da alcune testimonianze, racconterà la vicenda del Porrajmos in Italia. L'evento sarà accompagnato dalla musica di Santino Spinelli, dalle canzoni di Maurizio Di Veroli e dalle riflessioni della giornalista Annalisi Camilli e dell’antropologo Piero Vereni. Si concluderà in Piazza degli Zingari alle ore 12.30 con un omaggio presso la targa che ricorda lo sterminio del popolo rom: “ogni singolo partecipante è invitato a portare un fiore da deporre in piazza degli Zingari”. “In vista di questa Giornata della Memoria, resta la grave amnesia relativa allo sterminio di queste comunità, una ferita aperta che pesa sulla coscienza dei nostri legislatori”, sottolinea il presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla: “nelle passate legislature erano stati presentati senza successo in Parlamento disegni di legge che prevedevano di includere il riferimento allo sterminio di rom e sinti nella legge istitutiva della Giornata della Memoria”. Da qui l’auspicio che deputati e senatori “sensibili al tema possano al più presto promuovere iniziative affinché, il simbolico abbraccio delle Memorie, organizzato a Roma il 3 febbraio, possa divenire una realtà che aiuti a guardare al passato con meno ipocrisia e maggiore senso di responsabilità”.​
 

GMG Panama: Papa Francesco arrivato

Panama - Papa Francesco è arrivato ieri sera alle 22.16 italiane all’aeroporto Tocumen di Panama, dopo circa 13 ore di volo sull’Alitalia A330.
È iniziato così il 26º viaggio internazionale del Pontefice per la 34ª Giornata Mondiale della Gioventù.
 

Card. Bassetti: “Castelnuovo? Sono molto preoccupato”

Roma - “Sono molto preoccupato. Certi problemi devono essere risolti tenendo conto della condizione delle persone e delle loro fragilità. Ci sono persone che hanno sofferto terribilmente e che sono state sfruttate. Questa gente arriva da noi esausta”. Lo ha detto il Presidente della CEI, il Card. Gualtiero Bassetti, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, commentando da Panama il trasferimento dei migranti dal Centro di accoglienza di Castelnuovo di Porto.
“Noi di tutte queste cose, con la limitatezza dei mezzi, - ha sottolineato il card. Bassetti - ci siamo preoccupati perché questo significa rispetto della persona umana. Ogni persona umana è un altro te stesso. Bisogna stare attenti ai metodi spicciativi. È importante fare le leggi ma vanno applicate alle situazioni concrete, alle fragilità delle persone e fatte a misura d’uomo. Vorrei invitare a tenere conto di tutti questi criteri che noi come Chiesa ci siamo proposti nell’accoglienza”. 
“I nostri Centri d’accoglienza – ha aggiunto il card. Bassetti - non hanno il solo scopo di accogliere. L’accoglienza è il primo aspetto. Oggi l’accoglienza, soprattutto dopo le parole del Papa va anche integrata, non basta un pezzo di pane. A queste persone si deve dare istruzione, insegnare la lingua, aiutarle all’integrazione, addestrarle al lavoro perché se non si impara un lavoro dopo due anni che si è stati in un Centro d’accoglienza si esce più disgraziati di prima”.
 
 

Lo stile di Francesco di Sales

Roma - Un uomo conosciuto per la sua capacità di armonizzare la passione per la verità con la bontà d’animo, anche nelle discussioni spesso tese con i protestanti del suo tempo. Un Vescovo mosso dalla volontà di andare incontro a ciascuno con la proposta del messaggio evangelico. Uno scrittore, chiaro nello stile ed essenziale nei contenuti, attento a capire e a farsi capire. Per questo la Chiesa ha fatto di San Francesco di Sales – di cui il oggi, 24 gennaio, ricorre la memoria – il patrono dei giornalisti.
Molti di loro oggi si riuniranno nelle diocesi per un momento di incontro con i rispettivi Pastori. A nostra volta, come Ufficio CEI per le Comunicazioni Sociali, abbiamo dato appuntamento ai sedici referenti regionali per approfondire insieme il Messaggio del Papa per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2 giugno).
Lo accompagniamo con un manifesto, disponibile sia dal sito dell’Ufficio che dal portale CEInews, dove abbiamo predisposto un Focus in cui condividere notizie e materiale utile all'animazione.
Tra le altre iniziative da segnare in agenda: l’incontro dei direttori diocesani ad Assisi, dal 9 all'11 maggio; una settimana formativa promossa a Roma dall'11 al 15 marzo, in sinergia con i nostri media e riservata ad un gruppo di giovani animatori di alcune diocesi pilota; una settimana per seminaristi, in calendario a Salerno nella prima parte del mese di luglio. (d. Ivan Maffeis)
 

Card. Bassetti: l’altro che sta ai margini della strada è un altro me stesso

Panama - “Se non si riscopre il concetto di umanità e la logica del Samaritano, per cui l’altro che sta ai margini della strada per un motivo o per un altro è un altro me stesso e ha le stesse necessità umane che ho io, non si risolveranno mai i problemi: né con leggi più strette né con leggi più larghe”, ha detto il card. Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI al Sir commentando la notizia dello sgombero del Cara di Castelnuovo di Porto. Da Panama, dove si trova per partecipare alla XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù, il porporato chiede alla politica italiana “che tenga conto dell’animo del popolo italiano”. “La nostra gente in gran parte ora è anche arrabbiata, anche per una crisi pregressa. È in sofferenza. Ma noi non possiamo stuzzicare soltanto gli umori più negativi e più di sofferenza della nostra gente. Noi dobbiamo aiutare a riprendere fiducia, a riprendere speranza. Soprattutto fiducia nell’altro”.
“Il problema dell’immigrazione – osserva il presidente della CEI – è un fatto non contingenziale, cioè di un momento o di un’epoca. È un fatto strutturale”: “O noi sapremo accogliere, sapremo integrare, sapremo accompagnare o, altrimenti, sarà un conflitto perenne. Non c’è altra alternativa: o ponti – e il Papa e la Chiesa in questo momento stanno lanciando ponti nei confronti di chiunque – e dialogo – come aveva detto Giovanni XXIII – oppure muri e scontro. O l’umanità va verso una pace per tutti gli uomini o sarà il conflitto, la distruzione”.
 
 

Cara di Castelnuovo: proseguono le proteste

Castelnuovo di Porto  - Prosegue tra le proteste lo sgombero del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, vicino Roma iniziato ieri sera. Questa mattina una parlamentare italiana ha bloccato un pullman con migranti a bordo, davanti al Cara. Ieri pomeriggio anche “una passeggiata pacifica di solidarietà” con partenza dalla chiesa di Santa Lucia per “essere vicini agli ospiti del Cara in via di trasferimento e ai lavoratori che rischiano di perdere il lavoro” alla quale ha partecipato anche il vescovo di Porto Santa Rufina, Mons. Gino Reali (Mons. Reali).
Di momento di “sorpresa” ha parlato ieri sera alla radio vaticana Mons. Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes. A  Castelnuovo era attivo un servizio di accoglienza e di integrazione che all’improvviso – ha detto il presule – “tutto viene a cadere. Un disagio umano profondo che riguarda non numeri ma persone. Il rischio è che queste persona non trovano nessun riparo e finiscono in strada. Al dramma si aggiunge dramma”. 
“È un dramma vero. Il nostro grande disagio è non avere soluzioni” ha detto il parroco della Chiesa di Santa Lucia di Castelnuovo, Josè Manuel Torres: “come gestire questi fratelli allo sbaraglio, senza lavoro  fratelli che hanno cominciato un percorso di integrazione che ora viene interrotto. Chi pagherà per tutto questo?”. “È tutto tremendo e drammatico anche per i lavoratori della cooperativa che hanno perso il lavoro”, continua padre Torres che ha riferito che alcuni parroci si sono detti disponibili ad accogliere alcuni migranti”.
Dal Centro di accoglienza di Castelnuovo negli ultimi cinque anni vi sono passate 8mila persone in fuga dagli orrori, un migliaio delle quali da zero a sedici anni. "I ragazzi stanno vivendo malissimo
questa situazione – ha detto all’Agenzia Italia Boubou Gadio, mediatore culturale del Senegal - e hanno molta paura. Non sanno nulla del loro futuro, di dove saranno trasferiti. Molti di loro frequentavano le scuole e avevano un ottimo rapporto con la popolazione di Castelnuovo. Ora hanno paura di aver perso una opportunità e di aver perso la speranza di una vita stabile”. (R. Iaria)
 

GMG Panama: una giornalista regala al Papa un disegno sul giovane migrante morto in mare che portava cucita sui vestiti la sua pagella

Città del Vaticano -  Il Papa è in viaggio verso Panama per partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù. Durante il volo ha risposto ad alcune domande i giornalisti che lo accompagnano. Una giornalista,  ha regalato al Papa Francesco un disegno sul giovane migrante morto in mare che portava cucita sui vestiti la sua pagella. Il Papa si è commosso dicendo di volerne parlare nel viaggio di ritorno. Rispondendo poi ad una domanda sui muri eretti per fermare i migranti a Tijuana, al confine tra Messico e Stati Uniti, ha affermato, riferisce  Vatican News,  che la paura ci rende pazzi.  (R.I.)
 

Card. Parolin: i migranti “ci aiutano a rimodellare le nostre scale di priorità”

Gorizia - “Per rapportarsi in modo adeguato alla questione delle migrazioni occorre rispettarne la complessità, rifiutarsi di credere che si possa comprendere questo fenomeno con analisi superficiali o immaginare che si possano trovare soluzioni appropriate applicando ricette fatte di pochi ingredienti e subito interamente disponibili”. Lo ha detto il Segretario di Stato Vaticano, il card. Pietro Parolin in una intervista esclusiva al settimanale della diocesi di Gorizia, “La Voce Isontina” rispondendo alle domande del direttore Mauro Ungaro. “Le migrazioni – ha aggiunto -  sono l’esito di squilibri presenti sia nelle società da cui partono i migranti, sia in quelle che sono chiamate ad
accoglierli. Laddove c’è uno stato di guerra o di guerriglia endemico, laddove si patiscono situazioni di povertà estrema o dove vengono negati i più elementari diritti, è impensabile che non si concretizzino fenomeni migratori”.
Per il porporato i migranti “ci aiutano a rimodellare le nostre scale di priorità. Ci fanno incontrare
stili di vita e culture differenti dalla nostra che ci interrogano e ci fanno percepire che si può essere ben più carenti di mezzi di quanto siamo noi e, tuttavia, mantenere la speranza nel futuro. Tante volte invece - benché costi ammetterlo - nelle società più ricche di mezzi si tende a pensare, parlare e agire come se non ci fosse più spazio per la speranza. I migranti perciò ci mettono dinanzi allo specchio”. La politica – ha quindi aggiunto il Segretario di Stato Vaticano - ha “il non facile compito di individuare e porre in atto soluzioni equilibrate a questioni che sono complesse. La dimensione quantitativa del fenomeno delle migrazioni è tale che nessun Stato può immaginare di fare da solo. C’è bisogno di intelligente collaborazione per la sicurezza di tutti, dei migranti che vengono accolti e degli Stati che accolgono. Non serve innescare la spirale della paura o sottovalutare l’entità dei problemi. Occorre invece puntare sulla responsabilità di tutti, sulla necessità che tutti comprendano che isolarsi innalzando barriere invalicabili o accogliere senza avviare concertate ed efficaci politiche d’integrazione sono modi profondamente sbagliati di agire. La politica – conclude il card. Parolin -  ha l’onere e l’onore di governare i problemi senza agitare paure che diventano sorgente di odi e violenze e senza rinunciare a confrontarsi con tutte le implicanze del fenomeno migratorio”.
 

Papa Francesco: prima della partenza per Panama ha salutato un gruppo di rifugiati

Roma – Papa Francesco è partito questa mattina per il suo ventiseiesimo viaggio internazionale dall’inizio del suo pontificato. L’occasione è la Giornata Mondiale della Gioventù dove sono attesi migliaia di giovani provenienti da ogni parte del mondo. Tra questi anche alcuni immigrati in Italia e alcuni giovani italiani residenti all’estero.
Prima di lasciare la sua residenza a casa Santa Marta il pontefice ha voluto incontrare  un gruppo di giovani rifugiati accolti nel Centro Arrupe, dove il Centro Astalli dà ospitalità a famiglie e minori stranieri non accompagnati. Giovani  tra i 13 e i 17 anni provenienti da Tagikistan, Egitto, Salvador, Venezuela, che hanno aspettato il Pontefice, per stringergli la mano, parlagli di loro e delle loro famiglie lontane.  Molti di questi ragazzi frequentano le scuole medie e superiori di Roma, altri stanno facendo le loro prima esperienze lavorative  e formative nella ristorazione e nell’industria meccanica. Un “momento coinvolgente” riferiscono dal Centro Astalli, in cui Papa Francesco si è messo “generosamente” all’ascolto dei ragazzi. Non sono mancate le foto da mandare nei Paesi di origine per i loro genitori che condivideranno la gioia dei loro figli lasciati part0ire prima di quanto avessero mai immaginato. I ragazzi hanno invitato Papa Francesco a visitare la loro casa, il Centro Pedro Arrupe, gestita dal Centro Astalli e che porta il nome del fondatore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.
Il Centro Astalli esprime “profonda gratitudine al Santo Padre, per la sua attenzione costante ai rifugiati, e in particolare oggi per aver donato un ricordo indelebile ai minori stranieri non accompagnati che privati troppo presto della loro infanzia, cercano di trovare la loro strada in Italia, tra non poche difficoltà”. (Raffaele Iaria)
 

Brexit: ecco cosa fare per non diventare irregolari nel Regno Unito

Londra - In attesa che governo e Parlamento inglese trovino la quadra sull'accordo per la Brexit da siglare con Bruxelles, entra in vigore dal 21 gennaio l'"EU Settlement Scheme", la procedura per chiedere la residenza permanente nel Regno Unito per i cittadini dell'Ue: 3 milioni e mezzo di cittadini di cui  700mila italiani stimati  mentre gli iscritti all’Aire sono 301.439 al 1 gennaio 2018.  E' una procedura in fase di test, aperta a tutti coloro che hanno un passaporto di un paese membro UE. La data di apertura ufficiale è il prossimo 30 marzo 2019.  La richiesta si può presentare entro il 30 giugno 2021 ma, se il Regno Unito dovesse uscire dall'Unione Europea senza accordo, il termine ultimo è il 31 dicembre 2020. I richiedenti dovranno provare la propria identità utilizzando il proprio passaporto e un'app sul cellulare.
Chi è già residente da almeno cinque anni in modo continuativo, potrà ottenere il "settled status"; chi da meno di 5 anni otterrà il "pre-settled status", potrà cioè restare nel Regno Unito fino a quando avrà maturato i cinque anni necessari a ottenere il "settled status" facendone richiesta.
Come ottenere la residenza nel Regno Unito?  La procedura sembra essere più snella rispetto a quella chiesta prima per ottenere la Permanent Residence Card (PR), la carta di residenza, che è un documento fisico ottenibile compilando un modulo da ben 80 pagine e che continua ad essere necessario in caso si voglia fare richiesta della nazionalità britannica. 
Per ottenere il "settled status" che sarà soltanto  una condizione digitale, bisognerà avere tre requisiti: possedere un documento di identità, presentare la prova che si è residenti in Gran Bretagna e dichiarare eventuali condanne giudiziarie. Come prova che si vive davvero nel paese si dovrà indicare il proprio NIN (National Insurance Number) cioè un codice collegato alle tasse, agli eventuali aiuti statali ed al sistema pensionistico simile al codice fiscale italiano. Se il NIN non dovesse fornire tutte le informazioni richieste, sarà possibile aggiungere altre prove di residenza come contratti d'affitto o di lavoro, tasse municipali, bollette del telefono, iscrizioni a scuola, visite mediche e qualsiasi altro documento analogo. Per provare la propria identità, si dovrà fornire la scansione digitale del proprio  passaporto valido o della propria carta d'identità valida, e una foto digitale del proprio volto.
La richiesta andrà fatta  online e vi si potrà accedere attraverso smartphone, tablet o computer. Per aiutare anziani e stranieri con poca dimestichezza con l'inglese o l’app, sarà disponibile una assistenza tecnologica e linguistica. Se la richiesta non dovesse andare a buon fine, si potrà fare ricorso. 
Il pericolo irregolarità.   Decine di migliaia di cittadini dell'Ue residenti in Gran Bretagna potrebbero divenire dopo la Brexit clandestini senza documenti. Come riporta il quotidiano britannico "The Independent", il timore espresso da alcune organizzazioni antiBrexit è che il sistema messo a punto dallo Home Office di richiedere a tutti i residenti cittadini dell'Ue di fare domanda prima dell'uscita della Gran Bretagna dall'Ue potrebbe lasciare un gran numero di persone vulnerabili nella condizione di non poter documentare il proprio diritto a rimanere nel Paese. Se anche solo il 5% dei residenti (su circa 3,5 milioni di persone) dovesse avere problemi nel presentare la domanda, vorrebbe dire che 175mila persone potrebbero trovarsi privi di un status legale nel Paese. 
In un test condotto alla fine dell'anno scorso erano state presentate 29.987 domande, di cui 27.211 hanno già ricevuto risposta positiva e senza che si sia registrato alcun respingimento.
Tra le associazioni che si occupano di tutelare i diritti degli Europei nel Regno Unito, segnaliamo "The 3 Million" (https://www.the3million.org.uk/). Tra i think tank che producono studi ed approfondimenti su questo argomento, segnaliamo "British Future”. (http://www.britishfuture.org/articles/eu-settlement-scheme/). 
 

Immigrati grandi risparmiatori

Torino - Con gli stessi sogni degli italiani. È il tratto che fissa l’atteggiamento verso il risparmio e l’educazione finanziaria dei migranti che sono arrivati nel nostro Paese e che si sono stabilizzati. Gente pressoché da tutto il mondo che, come gli italiani, deve anche risolvere le questioni legate al denaro da mettere da parte (se ci riesce). Con la complicazione magari della quota da inviare al Paese d’origine.
A scattare la fotografia – la prima di questo genere in Italia –, è stato il Museo del Risparmio di Torino insieme a Intesa Sanpaolo e ad Ipsos. La ricerca viene presentata domani, ma Avvenire è in grado di anticiparne i contenuti. A partire dalla conferma di alcuni stereotipi. Fra questi, l’immagine dei “Cinesi formiche”: il 65% riesce a risparmiare. In buona posizione sono anche i migranti dell’Est Europa (48,6%) e del Sud America (42,9%). Più in generale, circa il 49% riesce comunque a mettere qualcosa da parte (il 21% risparmia oltre il 20% del reddito). Conta molto la cultura di provenienza: “In alcune culture africane – dice Giovanna Paladino, direttore e curatore del Museo del Risparmio –, non esiste il concetto di risparmio, ma per il semplice fatto che in quegli ambienti è difficilissimo conservare quasi ogni cosa”.
Fra “vecchi” italiani e “nuovi” italiani, tuttavia, l’atteggiamento di fronte ai soldi e alla loro conservazione non è poi così diverso. Ad iniziare dagli obiettivi. C’è la casa al primo posto. Per il 40% l’acquisto di un’abitazione in Italia è il traguardo principale e lo è ancora di più nei luoghi di origine. Segue l’apertura di un’attività in proprio (26% in Italia e 34% nel proprio Paese). Far studiare i propri figli per garantire loro un futuro migliore, è invece l’obiettivo principale solo per il 12% del campione rappresentativo. Al di là dei traguardi da raggiungere, vale anche per i migranti il livello scarso di conoscenze finanziarie e la diffidenza nei confronti delle banche come «punto d’informazione». «Si tratta di una constatazione che non è ovvia», spiega ancora Paladino che aggiunge: «L’indagine ci riporta comunque una situazione difficile: il 60-70% circa della popolazione in Italia non ha un’educazione finanziaria adeguata». Solo il 31% del campione ha dimostrato un grado di conoscenza finanziaria alto: una percentuale molto simile a quella dei 'vecchi' italiani. Si tratta di persone che hanno un’istruzione più elevata, oppure che sono in Italia da più tempo. «Il rischio di finire nella mani sbagliate – sottolinea Paladino –, esiste e per i migranti si fa più forte».
Certo, alcune differenze ci sono. La ricerca dice che buona parte del denaro risparmiato è custodito in casa. Nelle comunità di migranti, inoltre, è maggiore la percentuale di donne più preparate e attente ai temi finanziari; così come forte è l’attenzione dei giovani. C’è poi il grande capitolo delle rimesse verso i Paesi d’origine. Il 61% dei migranti invia soldi a casa propria almeno una volta ogni sei mesi: si aiutano i figli lontani, ma anche i genitori, in alcuni casi la comunità dalla quale si arriva, scarse sono le rimesse per investimenti. Atteggiamenti e strategie che, fra l’altro, accomunano questi migranti con gli italiani che nel secolo scorso hanno preso la strada dell’estero per sopravvivere. L’Italia di oggi non è però l’America di una volta. Molti 'nuovi' italiani si dicono delusi da quanto offerto dal nostro Paese: hanno trovato condizioni precarie e redditi spesso sufficienti solo a sopravvivere. Come per i 'vecchi' italiani infine, anche per i 'nuovi', la necessità è avere più informazioni e un’attenzione diversa da parte del sistema del credito e della formazione. Una condizione che deve fare i conti con il tempo a disposizione. Anche per i migranti che devono prima di tutto sopravvivere, ma per i quali possono giocare un ruolo importante le associazioni di accoglienza. Da qui l’indicazione dell’indagine: iniziare dalla scuola e costruire un sistema attento anche agli aspetti finanziari oltre che linguistici e sociali. (Andrea Zaghi – Avvenire)