Primo Piano

Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes: le dinamiche occupazionali dei lavoratori stranieri

17 Ottobre 2023 - Roma - Le ultime tendenze del mercato occupazionale in Italia (primo trimestre 2023) evidenziano una fase di ripresa che è in atto ormai da 8 trimestri. Fra il 2021 e il 2022 gli occupati sono cresciuti del 2,4% e complessivamente si sono ridotti sia il tasso di disoccupazione (-14,3%) che di inattività (-3,6%). Per quanto riguarda i lavoratori stranieri, per quelli non-Ue il tasso di occupazione si è attestato su valori leggermente inferiori alla media (59,2% contro il 60,1%), quello di attività ha subito un leggero aumento (+0,6%) e il tasso di disoccupazione si allinea, nella flessione, alla media complessiva.  E’ quanto si legge nel Rapporto Immigrazione redatto da Fondazione Migrantes e Caritas Italiana e presentato oggi a Roma. L’aumento occupazionale più marcato si è avuto nel settore del Turismo e ristorazione (+16,8% e +35,7% per la compagine di lavoratori non Ue) e nelle Costruzioni (+8,4%, che sale al +13,8% per i lavoratori non-Ue); tuttavia la maggiore incidenza di lavoratori stranieri nel 2022 si registra nel settore dell’Agricoltura (39,2% del totale), seguita dalle Costruzioni (30,1%) e dall’Industria in senso stretto (22,1%). Quanto alle tipologie contrattuali, l’87% degli occupati stranieri è un lavoratore dipendente e il restante 12,9% ha un contratto di lavoro autonomo. Le nazionalità che hanno conosciuto un aumento occupazionale più sostenuto fra il 2021 e il 2022 sono state l’albanese, la marocchina e la cinese (fra il +17,7% e il +7,1%). Vi sono tuttavia nazionalità che mantengono, al di là dell’aumento annuale, un tasso occupazionale più elevato della media non-Ue (59,2%): la filippina, la peruviana, la cinese, l’ucraina (tutte con valori intorno al 65%); mentre più basso è quello dei cittadini del Marocco, della Nigeria e del Pakistan. Il 75,2% degli occupati non-Ue svolge la professione di operaio (contro il 31,6% degli italiani); mentre solo 1 su 10 è un impiegato e appena lo 0,1% è dirigente. Quanto al livello d’istruzione, la forza lavoro straniera risulta mediamente meno istruita rispetto all’autoctona, prevalendo quelli con un livello “al più secondario inferiore”; mentre i laureati sono appena il 10,6% del relativo totale (è il 25,8% per gli italiani). Su questo dato pesa, però, anche il fenomeno della sovra-qualificazione, ovvero lo scarto esistente fra il titolo posseduto e le mansioni ricoperte. Fra le difficoltà principali che i lavoratori stranieri riportano nel trovare un lavoro in Italia vengono indicate “la scarsa conoscenza della lingua italiana”, “discriminazioni dovute all’origine straniera”, “mancanza del permesso di soggiorno o della cittadinanza”, ovvero il “mancato riconoscimento del titolo di studio conseguito all’estero”. Considerando l’anno 2022, il numero di imprese individuali che hanno come titolare un cittadino non comunitario – complessivamente 390.511, pari al 12,8% del totale – è in contrazione di circa 3 mila unità, -0,8% rispetto al 2021. Per quanto riguarda la situazione occupazionale dei cittadini ucraini, in totale le attivazioni collegate alla titolarità di un permesso legato a una forma di protezione sono state poco più di 22 mila, mentre quelle che complessivamente hanno riguardato cittadini ucraini sono state 113.169, segnando un +38,7% dal 2021.

Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes: 5.050.257 i cittadini stranieri residenti in Italia

17 Ottobre 2023 - Roma - Al 1° gennaio 2023 le stime dell’Istat indicano la presenza di 5.050.257 cittadini stranieri residenti in Italia, in lieve aumento rispetto ai dati definitivi riferiti all’anno precedente (5.030.716). Quanto alla distribuzione territoriale, continua a prevalere l’inserimento nel Nord Italia (59,1% dei residenti totali): nelle regioni occidentali risiede il 34,3% e in quelle orientali il 24,8%; seguono Centro (24,5%), Sud (11,7%) e Isole (4,6%). La Lombardia si conferma la regione più attrattiva: da sola conta il 23,1% della popolazione straniera residente in Italia; in seconda posizione si trova il Lazio (12,2%) e, di seguito, l’Emilia-Romagna (10,9%), il Veneto (9,8%) e il Piemonte (8,2%). Sono alcuni dati presenti nel Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes presentato questa mattina a Roma. Quanto alle principali nazionalità, oltre alla consolidata prima posizione dei cittadini rumeni, che rappresentano 1 straniero su 5 fra i residenti in Italia, e alle successive seconda e terza posizione dei cittadini marocchini e albanesi (che si attestano all’8,4% e all’8,3% del totale), si nota sempre più un avvicendamento delle provenienze asiatiche (del Sud Est, in particolare) rispetto a quelle africane -  come la tunisina, la senegalese, la nigeriana, non più presenti nella graduatoria dei primi dieci Paesi. Inoltre, anche fra le provenienze asiatiche, quelle di più storica presenza (come Cina e Filippine), sono in decremento, mentre quelle di più recente arrivo (come Bangladesh e Pakistan) stanno consolidando sempre più il loro percorso migratorio in Italia. I nuovi nati stranieri dal 2012 al 2021 sono diminuiti del 28,7%, passando da quasi 80 mila a meno di 57 mila. Dopo i picchi di crescita registrati nel primo decennio del 2000 (+45,2% fra il 2003 e il 2004, +22,3% fra il 1999 e il 2000) è ormai da un decennio che il numero di nuovi nati stranieri diminuisce costantemente e sempre più (-5% negli ultimi due anni). Il maggior numero di nuovi nati è rumeno (19,4%), seguito da marocchini (13,3%) e albanesi (11,8%). Le acquisizioni di cittadinanza, pur avendo raggiunto la soglia del milione negli ultimi 6 anni, sono in progressiva diminuzione, e solo fra il 2020 e il 2021 sono scese del 7,5%. Un’acquisizione su cinque è appannaggio dell’Albania, seguita dal Marocco. Significativa è la terza posizione occupata dal Bangladesh, che assomma il 4,7% delle acquisizioni totali, o la quarta e la quinta, in cui troviamo rispettivamente l’India e il Pakistan: segno di nuove tendenze, spesso sottovalutate.

Mci Mosca: domani preghiera per la Terra Santa

16 Ottobre 2023 - Mosca - La Comunità cattolica italiana presente a Mosca, "in questo momento di dolore e di grande sofferenza a causa dei recenti e violenti eventi che hanno interessato la Terra Santa, esprime vicinanza alle popolazioni coinvolte". Lo si legge in una nota nella quale si fa proprio l’invito della Conferenza Episcopale Italiana alla preghiera e al digiuno per la giornata di domani, 17 ottobre in comunione con i cristiani di Terra Santa secondo le indicazioni del Card.  Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, che a nome di tutti gli Ordinari ha chiesto alle comunità locali di incontrarsi “nella preghiera corale, per consegnare a Dio Padre la nostra sete di pace, di giustizia e di riconciliazione”. Il Cappellano della Missione Cattolica Italiana don Giampiero Caruso ha trasmesso a tutti   il testo del messaggio scritto dall’arcivescovo di Mosca,  Mons. Paolo Pezzi nel quale invita tutti i fedeli, le parrocchie e le comunità a aderire alla Giornata di preghiera e digiuno per la pace e la riconciliazione. Don Giampiero ha anche comunicato che domani alle ore 19:00 sarà presente nella cappellina dell’edificio della Curia (accanto alla cattedrale dell’Immacolata Concezione) per la recita del Santo Rosario a cui seguirà la messa con celebrazione eucaristica.

Migrantes Como: ieri la Gmmr con il card. Cantoni

16 Ottobre 2023 - Como - La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato si  celenrata lo scorso 24 settembre sul tema "Liberi di scegliere se migrare o restare". Nel solco della Giornata ieri l'appuntamento per la Giornata a Como con il card. Oscar Cantoni che ha presieduto a Lora, nella chiesa parrocchiale dei Santi Simone, Giuda, Andrea e Taddeo. La liturgia è stata animata dalle comunità migranti di Como. A promuovere l'iniziativa l'ufficio Migrantes della diocesi. “Non è inutile sottolineare che anche il migrante e il rifugiato fanno parte della famiglia di Dio, un fratello e una sorella per i quali Cristo è morto. Come cristiani siamo invitati, ancora di più, a riconoscere nel migrante non solo un fratello o una sorella in difficoltà, ma Cristo stesso che bussa alla nostra porta”, ha detto il vescovo di Como, il card. Cantoni. Rifacendosi al tema del messaggio del Papa, il porporato ha sottolineato che “il diritto fondamentale è innanzitutto quello di non emigrare, se messi in condizione di rimanere nella propria terra. Questo può avvenire a condizione che il Paese, attraverso i suoi governanti, sia in grado di assicurare ai propri abitanti, soprattutto ai più vulnerabili, oltre alla libertà di espressione e di movimento, anche la possibilità di soddisfare necessità fondamentali quali il cibo, la salute, il lavoro, l’alloggio, l’educazione”. “È questo – ha ammonito – un impegno di cui tutta la Comunità internazionale deve farsi carico, nel quadro di una responsabilità globale, finalizzata al bene comune, che non può limitarsi ai soli interessi nazionali, dentro i propri confini. Lo sviluppo dei Paesi economicamente più poveri dipende dalla capacità di condivisione di tutti i Paesi, ci ricorda Papa Francesco”. “La responsabilità e l’onere di trovare soluzioni non può essere di un solo Paese, ma va condivisa a livello globale”, ha proseguito il card. Cantoni, rilevando che “dobbiamo tristemente ammettere che tra noi sono molti coloro che faticano a guardare le persone migranti come fratelli e sorelle. Non dimentichiamo che, come tanta bellezza e tanto lavoro, hanno portato gli Italiani nel mondo, così anche l’Italia e il suo territorio oggi riceve da altri popoli un grande arricchimento. Renderci disponibili all’accoglienza, alla condivisione, consente di diventare anche noi più ricchi umanamente e culturalmente”, ha aggiunto il vescovo che, dopo aver ricordato i quattro verbi – accogliere, tutelare, promuovere e integrare – citati più volte dal Papa, ha concluso con la convinzione che “come frutto della convivenza e delle differenti culture può nascere una società fondata sull’incontro, la conoscenza, l’amicizia e la fraternità”. In precedenza il card. Cantoni aveva visitato il Centro accoglienza migranti gestito dalla Croce Rossa a Lipomo (Co): “Sono molto colpito dal servizio assicurato in questo centro – ha affermato il porporato –. Si tratta di un vero lavoro di squadra, dove sono impegnate tante professionalità, che si mettono a servizio con competenza e umanità. La mia presenza, oggi, esprime la vicinanza della comunità cristiana, che sostiene il vostro lavoro”. “A voi che siete giunti qui in Italia – ha detto rivolgendosi ad alcuni dei migranti presenti – auguro di trovare la speranza che cercate, in uno scambio reciproco e fraterno”.  

Card. Parolin: “Disponibili a qualsiasi mediazione in medio Oriente”

16 Ottobre 2023 - Roma -  “Noi siamo sempre disponibili a qualsiasi mediazione. Cerchiamo di fare tutto il possibile per trovare una soluzione a questa situazione”. Lo ha detto il Segretario di Stato vaticano, il card. Pietro Parolin, in un’intervista del Tg2000, il telegiornale di Tv2000, in merito agli sforzi per la pace in Medio Oriente. “Oggi ci troviamo in una situazione in cui il mondo – ha aggiunto il card. Parolin a margine delle celebrazioni per Papa San Pio X a Riese - è lacerato da conflitti crudelissimi come quello che sta avvenendo in Palestina e Israele”. “Bisogna credere nella pace, – ha sottolineato il card. Parolin a Tv2000 - leggevo un articolo scritto nel 2003 dal cardinal Martini che veniva da quelle terre. Lui diceva: bisogna sradicare tutti gli idoli che sono dentro il nostro cuore e soprattutto, questo mi è molto piaciuto, sentire in carne propria la sofferenza degli altri. Finché non riusciremo a fare questo, non riusciremo neanche a costruire la pace”. “Quando ci faremo carico delle sofferenze e del dolore degli altri – ha concluso il card. Parolin - allora apriremo strade efficaci per la pace”.

Migrantes Salerno: il racconto dopo uno sbarco

16 Ottobre 2023 - Salerno - «Una vicenda di sciatteria e di scarsa umanità». Così Antonio Bonifacio, direttore dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Salerno, definisce quanto accaduto martedì agli immigrati sbarcati dalla Geo Barents, la nave di Medici senza frontiere giunta nel porto della città campana con 258 persone. Applicando il cosiddetto "decreto Cutro" che accelera le procedure per le persone provenienti dai Paesi cosiddetti "sicuri", 60 di loro provenienti da Egitto e Bangladesh hanno ricevuto in poche ore il decreto di espulsione, così come alcuni siriani che, come in altre occasioni, non hanno fatto domanda d'asilo perché intendono raggiungere altri Paesi europei e temono di non poterlo fare in base al trattato di Dublino che prevede la permanenza nel Paese in cui si fa domanda. Tutti, col provvedimento di espulsione, sono finiti per strada. «I Cas (i Centri di accoglienza straordinaria, ndr) sono stracolmi e non sanno più dove mettere gli immigrati che arrivano - denuncia Bonifacio -. Così le autorità pensano che meno riconoscimenti d'asilo fanno e meno problemi hanno. Fanno rapidamente i decreti di espulsione. E li sbattono fuori dal cancello. Si ricollochino da soli, dicono. E loro lo fanno, ma prima finiscono in strada». Così è accaduto la sera di martedì. «Ci è arrivata la segnalazione che un gruppo di immigrati era per strada nella zona industriale, vicino alla sede della Croce rossa, dove avviene la registrazione e fotosegnalazione». Il direttore dell'Ufficio Migrantes della diocesi di Salerno con un gruppo di volontari li ha così raggiunti. «Tutti giovani uomini, tra i 18 e 30 anni, ma anche qualcuno più anziano. Nessuno parlava italiano ma per fortuna con noi c'era un ragazzo egiziano che ha tradotto le loro richieste. Ci chiedevano dove erano, se potevano chiamare parenti e amici. Abbiamo dato loro da mangiare e da bere, perché non avevano ricevuto nulla». Poi li hanno accompagnati in parte a piedi e in parte in auto fino alla stazione. «Sette chilometri, un'altra fatica. Erano distrutti. Arrivati alle 7 di mattina dopo tre giorni di viaggio». Nella stazione hanno passato la notte, almeno al riparo. La mattina alle 7 sono tornati i volontari di Migrantes. Sono stati accompagnati alla Casa del volontariato del Csv dove chi ha voluto ha potuto fare ricorso contro il decreto di espulsione, ma solo egiziani e bengalesi, mentre i siriani hanno insistito nel non fare domanda. Poi tutti sono partiti, chi in treno, chi in bus, chi con parenti o amici. Tutti irregolari, in base alle nuove procedure del cosiddetto "decreto Cutro", quello già tre volte "bocciato" dai giudici di Catania e Firenze. Irregolari e in strada, ad ingrossare le fila dei "fantasmi" della non accoglienza. Mentre si potrebbe fare altro e molto meglio. «Abbiamo chiesto un incontro urgente alle istituzioni - ci dice il direttore di Migrantes - perché quei 60 sono stati abbandonati. Sappiamo che era già accaduto altre volte. Dobbiamo collaborare tutti perché nessuno finisca più per strada». (Antonio Maria Mira - Avvenire)

L’invito di Dio

16 Ottobre 2023 -

Città del Vaticano - Nuovo appello del Papa per la liberazione degli ostaggi, mentre chiede “con forza che i bambini, i malati, gli anziani, le donne e tutti i civili non siano vittime del conflitto”. Anche in questa domenica Francesco guarda, “con tanto dolore”, a quanto accade in Israele e in Palestina e chiede che venga rispettato il “diritto umanitario soprattutto a Gaza dove è urgente e necessario garantire corridoi umanitari e soccorrere tutta la popolazione”. Basta versare sangue innocente in Terra Santa, in Ucraina, nel Nagorno-Karabakh, “o in qualsiasi altro luogo. Le guerre sono sempre una sconfitta”. Dal Papa un invito a unirsi, martedì 17, alla chiesa di Terra Santa nella giornata di digiuno e preghiera “forza mite e santa da opporre alla forza diabolica dell’odio, del terrorismo e della guerra”. Parole che il vescovo di Roma pronuncia dopo la preghiera mariana dell’Angelus. Domenica nella quale, per la quinta volta consecutiva il Vangelo ci propone Gesù che parla in parabole. Sono gli ultimi giorni della sua vita terrena, e Gesù si trova nel tempio di Gerusalemme e davanti a sé ha i capi dei sacerdoti e dei farisei. Nella parabola propone una immagine del Regno di Dio: il banchetto nuziale, il re che prepara la festa per il figlio che si è sposato, dunque gioia, abbondanza di doni. Così manda più volte i suoi servi a chiamare gli invitati, ma molti rifiutano di partecipare alla festa, anzi “mostrano di disprezzare l’invito” del re. Proviamo a leggere questa prima parte della parabola dove troviamo un re che non si ferma davanti al primo rifiuto e che continua ad invitare le persone al banchetto. E alla fine manda i suoi servi a invitare le persone che incontreranno “ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete”, cioè là dove l’uomo vive e lavora quotidianamente. Quel re, che è padre e Dio, spiega Francesco, “non si arrende, continua a invitare, anzi allarga l’invito, finché trova chi lo accetta, tra i poveri. Fra loro, che sanno di non avere molto altro, tanti vengono, fino a riempire la sala”. Come dire, il re, il Signore non si ferma a invitare solo l’élite culturale e religiosa, ma apre le porte a tutti. Se i primi rifiutano perché preoccupati di non stravolgere la propria esistenza, ecco che la ricerca continua lungo le strade del mondo, senza lasciare da parte nessuno – “cattivi e buoni” leggiamo in Matteo – nemmeno quell’umanità formata da diseredati e poveri. È la chiesa in uscita di Papa Francesco, una chiesa che accoglie e non esclude, dove nessuno deve sentirsi privilegiato, nessuno deve mettersi al centro. Poi l’immagine dell’uomo che non ha l’abito nuziale; non ha la veste giusta e per questo viene cacciato fuori, nelle tenebre dove “sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi gli eletti”. L’immagine del banchetto nuziale ci dice che tutti siamo invitati “con una predilezione speciale per i poveri e i diseredati”, diceva Benedetto XVI, spiegando che alla generosità di Dio “deve però rispondere la libera adesione dell’uomo”. Ecco la relazione che Dio ci offre, afferma Papa Francesco: “ci chiama a stare con lui, lasciandoci la possibilità di accettare o non accettare. Non ci propone un rapporto di sudditanza, ma di paternità e di figliolanza, che necessariamente è condizionato dal nostro libero assenso. Dio è molto rispettoso della libertà”. Quante volte, afferma il vescovo di Roma “non ci curiamo dell’invito di Dio perché intenti a pensare alle nostre cose. Spesso si lotta per avere il proprio tempo libero, ma oggi Gesù ci invita a trovare il tempo che ci libera: quello da dedicare a Dio, che ci alleggerisce e risana il cuore, che accresce in noi la pace, la fiducia e la gioia, che ci salva dal male, dalla solitudine e dalla perdita di senso”. Ecco allora che Francesco ci chiede di fare spazio al Signore, “nella messa, nell’ascolto della Parola, nella preghiera e anche nella carità, perché aiutando chi è debole o povero, facendo compagnia a chi è solo, ascoltando chi chiede attenzione, consolando chi soffre, si sta con il Signore, che è presente in chi si trova nel bisogno”. c’è chi pensa che queste siano “perdite di tempo”, e “si chiudono nel loro mondo privato; ed è triste”. (Fabio Zavattaro - Sir)

Dal fondo del pozzo

16 Ottobre 2023 -
Roma - “Che cos’è la vita di un giornalista? Sono i frammenti delle vite che ha incrociato, amato, accompagnato per un lembo del cammino e poi raccontato trasformandoli e facendoli rivivere in parole”.  Con una differenza rispetto a uno scrittore per i quali “quelle creature sono invenzioni, sono personaggi” mentre nel racconto di un giornalista “parole, gesti, volti sodi, loquaci, tristi o lieti, sono veri come quando li aveva davanti a sé”. È Domenico Quirico a comporre questo ritratto per ricordare Ettore Mo, “inviato speciale” del Corriere della Sera. Ettore Mo è morto a 91 anni lo scorso 10 ottobre e il ricordo di Quirico si collega al pozzo oscuro delle guerre, delle offese, delle ingiustizie. Un’oscurità circondata spesso da indifferenza, assuefazione, emotività. “I sentimenti che ti accompagnano quando ti inoltri in queste periferie sono quasi sempre di angoscia, sgomento, talvolta di raccapriccio…” scriveva Ettore Mo in “I dimenticati” il libro che raccoglie diciannove suoi reportage. Immancabilmente si apre una galleria di volti di giornaliste e giornalisti consapevoli che il racconto delle tragedie professionalmente vissute in prima persona va oltre sé stesso e diventa un insistente bussare alla porta della coscienza dei potenti e dell’opinione pubblica. E questo perché il racconto giornalistico nasce dall’incrociarsi degli sguardi degli innocenti con quelli dei testimoni, nasce dall’incrociarsi del pianto disperato con le parole e le immagini di un servizio. Ma è lo stesso sguardo che dal fondo del pozzo cerca di alzarsi verso l’alto. Ecco allora Ryszard Kapuscinski reporter di origine polacca (1932 – 2007) impegnato su molti fronti di guerra e di sfruttamento a scrivere nel libro “L’altro” che “L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri in paesi lontani mi insegna che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare le corde dell’umanità”.  Per uscire dal pozzo occorre, nonostante il male incontrato, credere nel dialogo e riprendere la via dell’incontro. Un percorso impossibile senza il risveglio della coscienza ed è Francesca Mannocchi, giornalista oggi su diversi terreni di sofferenza ad affermare che: “mostrare la violenza e la guerra oggi ha senso solo se indaghiamo e facciamo domande scomode e sconvolgenti sul perché accadono questi eventi: non fermarsi alla reazione emotiva, ma usare la mente per riflettere, per porci degli interrogativi sulle cause e sulle responsabilità dei conflitti”. Il giornalismo, “il buon giornalismo” auspicato da Quirico, non è quello del sentito dire, chiuso in redazione, ma è quello che si tuffa nel pozzo per incontrare le vittime innocenti e raccontarle. E in questo racconto c’è la denuncia degli autori del male e degli indifferenti. (Paolo Bustaffa)

Corridoi universitari: arrivato questa mattina in Italia il primo gruppo di studenti rifugiati vincitori di borse di studio

13 Ottobre 2023 -
Roma - Questa mattina all’aeroporto di Fiumicino è stato accolto il primo gruppo di 51 rifugiati destinatari di borse di studio grazie alla quinta edizione del progetto Unicore – University Corridors for Refugees. Lo fa sapere con un comunicato l’Unhcr ricordando che giunto alla sua quinta edizione, il progetto Unicore University Corridors for Refugees ha assicurato 51 borse di studio a rifugiati residenti in Kenya, Nigeria, Sudafrica, Uganda, Zambia e Zimbabwe. Attraverso il progetto, gli studenti, 11 donne e 40 uomini, hanno avuto l’opportunità di arrivare in Italia in maniera regolare e sicura per frequentare programmi di laurea magistrale della durata di 2 anni presso 32 atenei italiani. Le borse di studio sono state assegnate con un processo di selezione degli atenei stessi sulla base del merito accademico e della motivazione in seguito ad un bando pubblicato ad aprile 2023. Il programma University Corridors for Refugees è coordinato da Unhcr, Agenzia Onu per i Rifugiati, e coinvolge 41 atenei che hanno offerto oltre 200 borse di studio a studenti rifugiati negli ultimi cinque anni. Il progetto è reso possibile grazie alla collaborazione con partner quali il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Caritas Italiana, Diaconia Valdese, il Centro Astalli, Fondazione Finanza Etica, Gandhi Charity, ed un’ampia rete di partner locali che forniranno agli studenti il supporto necessario per completare gli studi e favorire la loro integrazione nella vita universitaria. “L’arrivo oggi di questi studenti rifugiati che hanno avuto la possibilità di viaggiare in sicurezza e dignità è l’espressione concreta di un’alternativa ai pericolosi viaggi nelle mani dei trafficanti”, ha dichiarato Chiara Cardoletti, Rappresentante Unhcr per l’Italia, la Santa Sede e San Marino. “La crescita del progetto UNICORE, grazie al sostegno convinto delle università italiane, dimostra che l’ampliamento dei canali sicuri e regolari è possibile e deve essere prioritario”. Il 76% dei rifugiati nel mondo vive in paesi in via di sviluppo dove troppo spesso le opportunità per ricostruire il proprio futuro in dignità sono assenti. Per quanto riguarda l’accesso all’istruzione, infatti, i dati globali rimangono drammatici: solo il 6% dei rifugiati ha accesso all’istruzione terziaria contro il 38% della popolazione non rifugiata.

Giovani del Mediterraneo: appello per una pace immediata nel mondo, “nessuna guerra può mettere fine alla guerra”

13 Ottobre 2023 - Firenze - Pubblichiamo il comunicato del Consiglio dei giovani del Mediterraneo insediatosi a Firenze il 13 luglio 2023 e composto da 37 giovani di 18 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Il Progetto è promosso dalla CEI e affidato alla Fondazione Giorgio La Pira, all'Opera per la Gioventù G. La Pira, al Centro Internazionale Studenti G. La Pira e alla Fondazione Giovanni Paolo II. È il frutto dell’Incontro dei vescovi del Mediterraneo tenuto nel capoluogo toscano dal 23 al 27 febbraio 2022. Il Consiglio ha come punto di riferimento la Carta di Firenze, documento sottoscritto il 26 febbraio 2022, dai Vescovi e dai Sindaci delle città del Mediterraneo. Questi ultimi convocati per un loro summit dal primo cittadino di Firenze "Il nostro cuore si spezza ogni volta che sentiamo parlare di guerra, in qualsiasi parte del mondo, ma soprattutto nel Mediterraneo. Chiediamo e invochiamo la pace per tutti i conflitti in corso, appellandoci alla buona volontà dei popoli e dei governi. Lo facciamo soprattutto in questi giorni, mentre è in corso un nuovo sanguinoso conflitto. Crediamo nella pace e nel dialogo e, come Consiglio, desideriamo la loro promozione permanentemente, costruendo ponti tra le persone, i popoli, le nazioni; condanniamo fermamente qualsiasi uso della violenza, inadatta a risolvere i conflitti e generatrice solo di odio. Mai nessuna guerra ha posto fine alle guerre. La guerra e le uccisioni da entrambe le parti, che gravano peraltro maggiormente sui civili, sui più deboli, sui bambini, sugli indifesi, non risolveranno mai il problema storico, fratricida, della terra di Abramo. Chiediamo ai leader politici di scegliere coraggiosamente la via del dialogo, di favorire la giustizia che porta la pace. Chiediamo alla Comunità internazionale di intervenire per fermare la spirale di odio e porre le basi per una convivenza pacifica tra palestinesi e israeliani, attraverso gli strumenti della diplomazia. Preghiamo per la pace e siamo pronti ad ospitare iniziative di riconciliazione che possano favorire il dialogo, l’ascolto, la reciproca conoscenza delle proprie ragioni, l’amicizia tra i giovani dei due popoli" (Il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo)  

Caritas e Migrantes: il 17 ottobre il Rapporto Immigrazione

13 Ottobre 2023 -
Roma – Sarà presentato il prossimo 17  ottobre 2023, dalle ore 10.00 alle ore 12.00, presso  NH Hotel – The Church  Palace (Via Aurelia, 481) il XXXII “Rapporto Immigrazione” realizzato da  Caritas  Italiana  e Fondazione Migrantes,  sul tema “Liberi  di scegliere se  migrare o restare”. A fare da sfondo alla nuova edizione del Rapporto Immigrazione è la scelta di lasciare il proprio Paese di origine: le  ragioni della partenza, le insidie del viaggio, le sfide dell’inclusione,   le ricchezze di una società plasmata da molteplici apporti sociali, culturali, spirituali ed economici. L’evento si svolgerà  esclusivamente in presenza. Qui il programma

Primo Festival Nazionale dei Cori Interculturali: nel fine settimana a Napoli

13 Ottobre 2023 - Napoli - La musica e il canto come strumenti di unione tra i popoli in uno straordinario e spettacolare incrocio di culture. Promosso e finanziato dal Comune di Napoli nell’ambito del progetto Napoli Città della Musica e organizzato dalla Rete dei Cori Interculturali d’Italia, con il supporto territoriale dell’associazione di volontariato Millecolori, dell’VIII Municipalità e dell’EAV in collaborazione con Ravello Creative LAB, arriva a Napoli  sabato 14 e domenica 15 ottobre, BabelebaB - Primo Festival Nazionale dei Cori Interculturali. Un evento inedito con undici cori, nati con l’obiettivo di creare inclusione interculturale, provenienti da sette città italiane e composti da italiani e stranieri di ogni età e abilità, nuovi cittadini e richiedenti asilo, che si danno appuntamento nella città di Partenope. Un grande progetto che è stato presentato a Palazzo San Giacomo in Sala Giunta dal Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, insieme a Ferdinando Tozzi, delegato del Sindaco di Napoli per l’industria della musica e dell’audiovisivo; Padre Eraldo Cacchione SJ, coordinatore Coro Millecolori di Scampia; Suor Marisa Pitrella, direttrice della Caritas Diocesana di Napoli; Alessandro Portelli, tra i fondatori della storia orale, anglista, presidente del Circolo Gianni Bosio. BabelebaB parte da Babele, metafora dell’incomprensione tra lingue diverse che viene capovolta e diventa il simbolo di una felice comprensione attraverso il linguaggio e lo strumento della musica e del canto corale, che hanno dato vita a un’unione di voci, alla creazione di nuove musiche, a canti reinterpretati, a nuove conoscenze di antiche culture, seguendo l’insegnamento del musicista, compositore, direttore d’orchestra e musicologo spagnolo Jordi Savall che ha definito i nuovi cittadini “biblioteche viventi di culture”. Ad aprire il festival sarà il convegno “Musica e intercultura nella coralità”, in programma sabato 14 ottobre dalle 9.00 alle 13.00 negli spazi dell’Università degli Studi di Napoli Federico II a Scampia. Dalle 16.00 alle 18.00, spazio alle “Improvvisazioni urbane”, prove libere e flash mob in città. La giornata si concluderà con i 400 coristi dei dodici cori in concerto sul palcoscenico allestito in Piazza Mercato, in programma dalle 21.00 alle 23.30. Domenica 15 ottobre, dalle 10.30 alle 12.30, nella stazione della Metropolitana Piscinola Scampia ci saranno i Laboratori di canto spontaneo. Il convegno “Musica e intercultura nella coralità” sarà strutturato in tre tavole rotonde. Ad aprire la mattina di riflessione e dibattito sarà la tavola rotonda moderata da Fulvia Caruso, con la partecipazione di Luciana Manca su “Storia dei cori mondo-italiani: genesi di una rete”; Salvatore Colazzo su “Multicultura e intercultura nell’era dei media”; Alessandro Portelli che dialogherà con Laura Scomparcini (Canto Sconfinato - Pordenone) su “Roma Forestiera e un caso di inclusione ed empowerment attraverso l’esperienza dei cori interculturali”; Alessandro Cosentino dialogherà con Paula Gallardo e Alina Varzaru (CoroIncanto Voci femminili senza confini - Roma) su “Un metodo integrato per la pedagogia musicale interculturale”. La seconda tavola rotonda “Intercultura in partitura: ibridazioni fra antico e contemporaneo” sarà moderata da Fulvia Caruso e Luciana Manca, con la partecipazione di Maurizio Mancini (Coro Consonanze - Bologna) e Meike Clarelli (Le Chemin des femmes - Modena). Chiuderà la mattinata, la tavola rotonda “Protagonismo femminile e pratica di comunità musicale”, moderata da Serena Facci e Simona Frasca, con gli interventi di Giuseppina Casarin, Maria Finica e Concepion Garcia Sanchez (Coro Voci dal Mondo - Venezia), Eka Kacharava (Vie dei Canti - Roma) e Roxana Ene (Coro Romolo Balzani - Roma). BabelebaB, insieme alle presenze istituzionali di Comune di Napoli, Napoli Città della Musica e Università degli Studi di Napoli Federico II, ha riunito attorno a sé una grande rete di solidarietà. Il Primo Festival Nazionale dei Cori Interculturali è, infatti, realizzato con il contributo di Caritas Diocesana di Napoli, che coordina l’ospitalità gratuita attraverso la propria rete di famiglie; Consulta delle Associazioni dell’VIII Municipalità di Napoli; Fondazione Migrantes; “Chikù” (ristorante italo-romanì); Rete Pangea; Fondazione Progetto Arca; Angeli di Strada Villanova; Caritas Nord est- Delegazione Caritas Triveneto, le parrocchie e le congregazioni religiose operanti sul territorio di Scampia; e con il patrocinio morale di Mediterranea Onlus; Aerco Associazione Emiliano Romagnola Cori e Centro Interculturale di Reggio Emilia.

Cei: il 17 ottobre Giornata nazionale di digiuno, preghiera e astinenza per la pace e la riconciliazione

13 Ottobre 2023 - Roma - La Presidenza della CEI ha deciso di promuovere una Giornata nazionale di digiuno, preghiera e astinenza per la pace e la riconciliazione. La data scelta è martedì 17 ottobre, in comunione con i cristiani di Terra Santa secondo le indicazioni del card. Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, che a nome di tutti gli Ordinari, ha chiesto alle comunità locali di incontrarsi “nella preghiera corale, per consegnare a Dio Padre la nostra sete di pace, di giustizia e di riconciliazione”. In un momento di grande dolore e forte preoccupazione per l’escalation di violenza in Medio Oriente, l’invito della Presidenza della CEI è rivolto alle comunità diocesane perché aderiscano all’iniziativa. Per l’occasione è stato predisposto uno schema di preghiera. Nel frattempo, domenica 15 ottobre, in tutte le celebrazioni eucaristiche, può essere adottata questa intenzione: “Padre misericordioso e forte: ‘tu non sei un Dio di disordine, ma di pace’. Spegni nella Terra Santa l’odio, la violenza e la guerra, perché rifioriscano l’amore, la concordia e la pace. Preghiamo”.

8X1000: un gesto semplice per tendere la mano a chi ne ha bisogno

13 Ottobre 2023 - Roma - Quando fai un gesto d’amore, quando aiuti qualcuno, quando tendi la mano al prossimo, provi una sensazione di felicità difficile da spiegare: non fai sentire bene solo chi riceve il gesto, ma ti senti bene anche tu. Con una firma per l’8xmille alla Chiesa cattolica, puoi moltiplicare quella sensazione per migliaia di volte e aiutare la Chiesa a realizzare migliaia di progetti ogni anno, in tutta Italia e nel mondo, per raggiungere e sostenere chi ne ha più bisogno. Puoi accogliere, donare un pasto caldo, offrire un riparo, dare una seconda possibilità. Puoi anche ridare vita a un luogo, sostenere chi è in difficoltà, confortare, proteggere, dare futuro alla vita. Per realizzare questi e tanti altri gesti d’amore basta una firma: la tua. Scopri come firmare su 8xmille.it  

Calcio migrante e legione straniera

13 Ottobre 2023 - Milano - In un mondo globalizzato come quello odierno, fa quasi sorridere la parola "straniero", a meno che non imbocchiamo la via della letteratura che porta al capolavoro di Albert Camus. Gli stranieri nel calcio italiano rappresentano una storia secolare, piena di luci sfavillanti sotto i riflettori di uno stadio e ombre che ciclicamente si sono addensate nelle stanze dei club e in quelle del Palazzo della politica. Oggi la soglia degli stranieri che giocano in Serie A ha varcato da un pezzo il muro della metà dei tesserati. Siamo ad oltre il 60% con 16 squadre su 20 della massima serie che hanno una rosa a maggioranza straniera. L'Udinese guida la classifica della rosa a "maggioranza straniera" con 30 calciatori provenienti dall'estero, e a fargli da contraltare c'è il Monza, la squadra più italiana con "appena" 10 tesserati non italiani. Ma "I migranti del pallone. I calciatori stranieri in Italia. Un secolo di storia" (Le Monnier. Pagine 295. Euro 24,00), il bel saggio documentato dei due storici Alberto Molinari e Gioacchino Toni - saggio che aggiorna e completa il mirabile Storia sociale del calcio italiano di Panico e Papa - ci ricorda che il «giuoco» del calcio, come indica la "g" della Figc, l'hanno importato proprio gli stranieri. Alla fine dell'800 i padri fondatori della Serie A sono stati gli inglesi, i pionieri del football, ma soprattutto gli svizzeri. Edward Johan Peter Bosio (alias Edoardo Bosio), rampollo di una famiglia di imprenditori di religione valdese originaria della Svizzera che si era stabilita a Torino, migrò a Nottingham per impiegarsi nell'azienda tessile Thomas & Adams e dall'Inghilterra importò il primo pallone di cuoio e dei colleghi (tecnici e collaboratori) già avvezzi al football, con i quali nel 1891 diede vita all'International Torino FC. Due anni dopo, nel 1893, a Genova nacque la più antica società calcistica italiana ancora in attività: il Genoa Cricket and Football Club. Il suo fondatore, il medico Richardson Spensley arrivava da Stoke Newington. Nel primo incontro interreggionale contro l'International Torino, il dottor Spensley era portiere e capitano della formazione genoana che schierava due italiani, ben sette suoi connazionali britannici e lo svizzero Edoardo Pasteur che fu poi presidente del Genoa e anche un pioniere del giornalismo sportivo. Nel 1903 scrisse per la Gazzetta dello Sport la cronaca del primo match disputato da un club italiano in terra straniera: Football Vélo Club de Nice-Genoa con vittoria dei liguri per 3-0, con Pasteur protagonista sia in campo e in sala stampa. Era il tempo del calcio degli imprenditori amateur. Dilettanti, per decenni, che si muovevano sull'asse Torino-Milano, come il figlio del macellaio di Nottingham Herbert Kilpin, difensore arcigno che seguì Bosio sotto la Mole per poi spostarsi a Milano e diventare il "padre" e primo mister del Milan. La Vecchia Signora del calcio italiano, la Juventus, nel 1904 ebbe come presidente lo svizzero Alfredo Dick, a capo dell'omonima ditta di famiglia di Pellami e Calzature, mise mano al portafogli per finanziare il club e attinse anche al sussidio economico erogato dal Comune di Torino per affittare il primo campo, il Velodromo Umberto I. Ma la goliardia degli studenti del Liceo D'Azeglio che rappresentavano la costola principale della società bianconera «si scontrarono - scrivono Molinari e Toni - con il rigore elvetico di Dick che nel dicembre del 1906 lasciò la Juventus per promuovere la nascita del Torino Fc». Da una frattura interna nacque anche il Football Club Internazionale Milano, fondato dai «44 dissidenti del Milan» di Kilpin che si diedero appuntamento al ristorante l'Orologio in Piazza del Duomo, al numero civico 22. Numero che dà l'11 contro 11 in campo, e in quell'anno, il 1908, il nostro calcio registrò uno strano fenomeno di «apartheid - come scrive in prefazione a I migranti del pallone lo storico dello sport Sergio Giuntini - . In quella remota stagione infatti si disputarono due campionati: uno "indigeno" riservato ai soli veri calciatori italiani e l'altro "federale" solo per stranieri, purché residenti in Italia. Un clima scissionista che condizionerà il futuro del pallone italico che nei decenni successivi fu costretto ad imparare dai maestri danubiani, ma anche dalla piccola Austria felix. Dal Piave al Fascismo il monito rimase «non passa lo straniero», anche su un campo di calcio. Ma il ventennio nero si nutriva di follie e anche dell' «ipocrita» invenzione degli "oriundi". Per lo più figli dei nostri migranti fuggiti dalla fame dell'Italietta, i quali essendo considerati stranieri non avrebbero potuto dribblare la marcatura a uomo dell'autarchia imposta da Benito Mussolini. E il Duce, un gladiatore più che uno sportivo che al pallone preferiva le lezioni di tennis impartitegli a Villa Torlonia dall'azzurro del calcio Eraldo Monzeglio, era informato della bontà dei serbatoi sudamericani pieni di talenti figli di paisà e «predicava - sottolinea Giuntini - il suo indissolubile legame con l'emigrazione transoceanica». Gli oriundi della Nazionale del tenente degli Alpini Vittorio Pozzo contribuirono alle due vittorie Mondiali del 1934 (schierando Demaría, Orsi, Monti, Guaita e Guarisi) e del '38 (con Michele Andreolo). Così come dalla panchina il calcio italiano beneficiò delle alchimie tattiche degli allenatori della grande scuola danubiana, Erno Egri Erbstein e Arpad Weisz. Due ungheresi ebrei che alla promulgazione delle leggi razziali del '38 subirono la vergognosa "bonifica" che non esentò lo sport, anche perché illustri firme come Lando Ferretti sostenevano che il bis mondiale della nostra Nazionale «costituiva la prova del riuscito programma eugenetico». Erbstein scampò al totalitarismo nazifascista e fatalmente morì nel '49 da allenatore del Grande Torino nello schianto di Superga, mentre Weisz e tutta la sua famiglia (la moglie e due bambini) finirono i loro giorni ad Auschwitz nel 1944. Il 14 ottobre del 1945 il fischio d'inizio del primo campionato del dopoguerra. Lo scenario era quello delle macerie da cui ricostruire un movimento che presentava una Serie A a 20 squadre e una B a 60 formazioni ripartite in tre gironi. Il professionismo era garantito dal "mancato guadagno" con tetto salariale fissato a 160mila lire, contro le 31.500 lire che era lo stipendio medio dell'impiegato italiano. Stop all'embargo degli stranieri con una norma ad hoc del 1947 che stabiliva: 5 calciatori provenienti da federazioni estere, due dei quali dovevano essere di origine italiana. Ma il flusso migratorio iniziò a dare fastidio alla politica che denunciava due fenomeni insostenibili: il «mercantilismo» e il «divismo». Mentre il principe Lanza di Trabia dalla sua suite dell'Hotel Gallia creava e animava il calcio mercato, a Roma scattava il "veto Andreotti". Il "divo" Giulio Andreotti per bieche ragioni elettorali promosse un nuovo nazionalismo chiudendo le frontiere agli stranieri, anche per la gioia di quei Paesi come la Svezia che erano stati letteralmente depredati dai club di proprietà di «ricchi scemi che fanno ridere il mondo». Così nel '58 il presidente del Coni Giulio Onesti si scagliò contro i patron delle tre "grandi sorelle", le dinastie juventine, milaniste e interiste degli Agnelli, Rizzoli e Moratti. «E come se non bastasse è venuta fuori la trovata dell'oriundo che ha ormai una sua letteratura», tuonava Onesti. Un'epica che a differenza degli oriundi di Stato del '34 e del '38, adesso si basava sui magheggi e le furbizie da archivi comunali ed ecclesiastici, e non portò vantaggi alla Nazionale. Ma la Juventus portò in Italia l'antesignano di Maradona, il fantastico cabezon Omar Sivori, l'Inter si prese l'altro "angelo" argentino Antonio Angelillo e il Milan potè sfoggiare l'eroe Mundial del Maracanazo brasiliano del '50, l'uruguagio Pepe Schiaffino eternato per la sua eleganza anche nella struggente Sud America di Paolo Conte. Ma la mancata qualificazione al Mondiale del '58 e la magra del Mondiale del 1966, indusse la Federcalcio a sbarrare le frontiere e varare un altro ciclo autarchico con il preciso intento di valorizzare il "prodotto nazionale". Quando nel maggio del 1980 le frontiere vennero riaperte eravamo in pieno scandalo calcio scommesse e la presenza di un solo straniero per squadra nel biennio che portava al Mundial di Spagna '82, secondo molti fu uno dei motivi del trionfo degli azzurri di Enzo Bearzot. Va detto che con la rivoluzionaria "sentenza Bosman" del 1995, che ha liberalizzato la circolazione dei calciatori stranieri, siamo risaliti sul tetto del Mondo a Berlino, nel 2006, e la Nazionale è campione d'Europa in carica. Però, ad ogni risultato negativo del calcio azzurro o dei nostri club impegnati nelle Coppe Europee, il dibattito sullo "stranierificio" si riaccende, alimentano dibattiti ideologici che sono gli stessi che virano sul razzismo - da ultimo stadio - dai tempi in cui il brasiliano del Milan Germano de Sales, nel 1962, scatenò l'intolleranza per aver sposato la contessina Giovanna Augusta, lui che era nato povero e soprattutto "negro". Un libro fondamentale questo di Molinari e Toni, che fa comprendere l'evoluzione della specie calcistica legata alla fenomenologia delle migrazioni. Una storia secolare che consente anche di sorridere, a denti stretti, ora che lo sport nazionale è in mano a fantomatiche multinazionali, ricordando di quando il "Pelè bianco", Zico, l'estate del 1983 suscitò lo scandalo finanziario e l'indignazione dei sindacati, quando il presidente dei friulani Mazza, con 4.500 operai della Zanussi in cassa integrazione, creò una società parallela per pagare al Flamengo parte dei 6 miliardi di lire necessari per l'acquisto di uno più grandi campioni di sempre. E quella stessa storia insegna che una volta la Serie A, anche se dominata da ricchi scemi, e non sempre onesti, attraeva i migliori fuoriclasse del pianeta football, mentre oggi la legione straniera spesso riserva ancora discrete quantità di "bidoni", degni discendenti della meteora brasiliana della Pistoiese, Luis Silvio. (Massimiliano Castellani - Avvenire)    

Minori migranti: appello al Parlamento di 25 organizzazioni della società civile

12 Ottobre 2023 -
Roma - 25 organizzazioni della società civile sono allarmate per i rischi di violazioni dei diritti dei minori migranti e si appellano al Parlamento in occasione dell’avvio alla Camera dei Deputati dell’esame parlamentare del Decreto legge su Immigrazione e sicurezza. Le organizzazioni sottolineano la propria preoccupazione per la prevista accoglienza di minori ultrasedicenni in centri per adulti e per i rischi di respingimento, trattenimento ed espulsione dei minorenni che arrivano soli nel nostro Paese e che potrebbero essere erroneamente considerati adulti per insufficienti garanzie nella procedura di accertamento dell’età. Le organizzazioni chiedono al Parlamento di “stralciare tali norme dal testo”. “Contrariamente a quanto disposto dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza per l’accoglienza dei minorenni soli, che deve avvenire in affidamento in famiglia o in centri loro riservati – fanno notare -, il Decreto-legge in esame prevede che, in caso di indisponibilità di strutture dedicate, i prefetti possano collocare i minori migranti non accompagnati ultrasedicenni in centri per adulti. Stiamo parlando di strutture di grandi dimensioni e prive degli standard (in termini di personale, di servizi garantiti ecc.) stabiliti per i minorenni, dove gli stessi non avranno accesso all’assistenza legale e psicologica né a corsi di lingua italiana. Una scelta, questa, che si pone in drammatico contrasto con il principio del rispetto del superiore interesse del minore, oltre che rappresentare una grave discriminazione tra minorenni italiani e stranieri”. A proposito della determinazione dell’età in fase di identificazione (il testo prevede una deroga alla procedura disposta dalla L.47, in caso di arrivi consistenti, multipli e ravvicinati, a seguito di attività di ricerca e soccorso in mare, di rintraccio alla frontiera o nelle zone di transito e di rintraccio sul territorio nazionale a seguito di ingresso avvenuto eludendo i controlli di frontiera) le organizzazioni fanno presente che “nessun metodo disponibile, neanche medico, consente la determinazione esatta dell’età, è inoltre molto preoccupante che la norma eluda il principio dell’approccio multidisciplinare, e che preveda un’eccezione alla regola secondo la quale gli accertamenti sanitari, in particolare se caratterizzati da invasività, debbano essere utilizzati soltanto se strettamente necessari e in seguito a metodi meno invasivi, quali il colloquio psico-sociale con l’interessato”. Le organizzazioni ricordano che “la procedura di accertamento dovrebbe essere disposta solo in caso di ‘fondato dubbio’ sulle dichiarazioni dell’interessato e non a libera discrezione delle forze di pubblica sicurezza, sulle quali tale ampia discrezionalità farebbe ricadere una responsabilità eccessiva, oltre che gravosa, nell’ambito dell’identificazione”. Inoltre questa procedura, “può facilmente portare al respingimento, alla detenzione e alla successiva espulsione di minori dichiarati maggiorenni per errore”, nonostante “l’Italia sia stata condannata più volte dalla Corte Europea dei diritti umani per aver collocato minorenni non accompagnati in centri per adulti e aver condotto procedure di accertamento dell’età senza garanzie procedurali sufficienti”. Perciò queste modifiche normative “sono inaccettabili e si fa appello al Parlamento affinché vengano eliminate dal testo durante l’iter di conversione in Legge”.

È morto José Agudo: scoprì Dio tra gli zingari nelle baracche di Madrid

12 Ottobre 2023 -
Città del Vaticano - Una vita cambiata radicalmente dall’incontro con Gesù Cristo e spesa, poi, nell’annuncio del Vangelo. Nato il 29 febbraio del 1940, José Agudo, di origine quinqui, viveva in una casetta fra le baracche di Palomeras Altas, a Madrid, assieme alla moglie Rosario Cordero. Vendevano chincaglieria per le strade. Qui nel 1964 incontrano Kiko Argüello che era andato a vivere in una baracca, fra i poveri, e pregava con la chitarra e la Bibbia. Pian piano attorno a lui, si formò un gruppo di persone che pregavano insieme. L’esperienza dell’incontro con Gesù Cristo che ha potere sulla vita portò un cambiamento profondo in Josè. Gli insegnò quell’amore in grado di trasformare le relazioni. José e Rosario lasciarono poi le baracche e iniziarono una nuova vita. Furono sempre molto vicini a Kiko e Carmen e testimoni della nascita del Cammino Neocatecumenale, che poi frequentarono fin da quando iniziò in una parrocchia del quartiere di Argüelles. Nel 1987 José e Rosario furono inviati, assieme ad altre famiglie, da San Giovanni Paolo II, come famiglia missionaria del Cammino nei pueblos jovenes del Perù, una zona molto difficile e povera, alla periferia di Lima. Avevano già 13 figli e lì adottarono due bambini. In pochi anni sono sorte varie comunità formate da persone attratte dalla loro testimonianza. (Vatican News)

Ferrara: la mostra “Nzermu. Accesa è la notte. Una biografia per immagini”

12 Ottobre 2023 - Ferrara - Un piccolo crotonese, un operaio del Sud più povero che cerca fortuna nelle fabbriche del Nord e vi trova, invece, Cristo. Fra le nebbie e i fumi delle industrie chimiche, Anselmo “Nzermu” Perri cercava una via a lui consona per fondare una società socialista, e invece trovò molto di più, quella fiamma della fede che non si spegne. E la troverà, lui pittore, anche attraverso la forma artistica, una passione che mai lo abbandonerà. A questo gesuita speciale, tornato alla Casa del Padre nel dicembre 2021, l’Ufficio Comunicazioni Sociali (UCS) dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio insieme all’Associazione “Amici di Nzermu” (nata nel 1986 e presieduta da Giovanni Dalle Molle) dedica un progetto espositivo inaugurato lo scorso 30 settembre nella chiesa di S. Giacomo Apostolo a Ferrara. Per l’occasione, è intervenuto l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Presidente della Fondazione Migrantes mons. Gian Carlo Perego, mentre il Vicario Generale e Direttore dell’UCS mons. Massimo Manservigi ha presentato il suo nuovo documentario “Nzermu accesa è la notte”, con musiche di Roberto Manuzzi. La mostra “Nzermu. Accesa è la notte. Una biografia per immagini” – questo il titolo – è stata realizzata anche col contributo della Fondazione Migrantes, “AlimentiAmo Arte”, Caschi Blu della Cultura-Ferrara e Centro Astalli-Bologna. Nella chiesa di S. Giacomo sono esposti 6 dipinti di grandi dimensioni sul tema della Passione di Cristo, mentre nella sala polivalente è possibile visitare un percorso composto da 7 pannelli sulla vita e l’opera di p. Perri realizzati dall’Ufficio Comunicazioni Sociali diocesano (progetto grafico di Laura Magni con testi di Barbara Giordano e allestimento a cura di Giuliano Laurenti). La scelta delle opere esposte in chiesa porta invece la firma degli “Amici di Nzermu” con la consulenza dell’artista arch. Mirco Mariotto. In cantiere la realizzazione di un pieghevole e un catalogo ispirati a questo evento. Il percorso espositivo resterà aperto, negli orari della parrocchia (tutti i giorni dalle ore 9 alle 18) o concordati, almeno fino alla prossima primavera. Anselmo Perri nasce nel 1931 a Strongoli, nel crotonese, in una famiglia povera. Dopo aver lavorato come operaio a Crotone, nel ’49 si trasferisce a Ferrara, dove lavora alla Montecatini, e poi a Ravenna. Il suo lavoro è strettamente connesso con la militanza politica e sindacale comunista. Ma è a inizio degli anni '60 che matura in lui la conversione – grazie all’incontro in fabbrica con due gesuiti - che lo porterà nel ’63 a entrare nella Compagnia di Gesù. Dopo un periodo trascorso in Brasile come missionario dal ’65 al ‘67, va a Urbino, Napoli (dal ’68 al ’71, dove studia teologia e viene ordinato sacerdote), Ferrara e poi definitivamente a Bologna (dagli anni ’70), dove fonda la “Comunità Giovanile” nella "Casa Cavanna" dei gesuiti in via Guerrazzi (oggi sede del Centro Astalli e del Centro Poggeschi), dove dagli inizi degli anni ’90 pone anche una Vetrina Figurativa con le sue opere, senza intenti commerciali. In questa Comunità autogestita, Perri ospiterà prima gli operai meridionali emigrati al Nord, poi i giovani extracomunitari (soprattutto georgiani) venuti per studiare, ma anche ex tossicodipendenti. Una Comunità speciale dove ogni ospite si abitua a una vita sobria, fatta di condivisione, in pieno spirito evangelico (Andrea Musacci)  

Vangelo Migrante: XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Vangelo, Mt 22, 1-14)

12 Ottobre 2023 -
Ritroviamo in questa domenica ancora una parabola di avvertimento. Gesù è a Gerusalemme, nella settimana della sua passione e nel tempio si ritrova a rispondere alle domande dei capi dei sacerdoti e degli anziani. Racconta di un invito a nozze. Ovviamente la parabola non intende sottolineare l’assurda pretesa del re, ma piuttosto il pericolo di chi, “chiamato” alla festa, possa sentirsi automaticamente al sicuro solo perché è stato invitato. Gesù, ancora una volta, ci mette in discussione e ci spinge a riflettere su noi stessi, invitandoci a guardare onestamente il nostro modo di vivere. Nessuno può credersi garantito e arrivato. Nessuno può dirsi certificato per il regno. È sorprendente notare come la sala della festa resti deserta e malinconica, una rappresentazione spietata del fallimento del re: nessuno accoglie il suo invito, nessuno si unisce alla sua gioia. Sembra che nessuno mostri interesse, tutti sono affaccendati nei loro affari, immersi nella liturgia del lavoro e del profitto; non trovano tempo per le piccole cose, troppo occupati per vivere veramente; non sperimentano la felicità, hanno perso la gioia nel loro cuore inseguendo cose e affari. Le nozze rappresentano indubbiamente il segno dell’alleanza con Dio che, come un sovrano benevolo, desidera solamente condividere la sua gioia nella festa. Tuttavia, le preoccupazioni terrene e gli affari spengono negli invitati il desiderio di partecipare alla letizia del loro Signore. Questo rifiuto della grazia ci degrada, trasformandoci in creature fameliche convinte che la violenza sia la soluzione a tutti i problemi. C’è un particolare che colpisce nelle parole di Gesù: l’invito ad uscire, a recuperare la dimensione della strada per ritrovare la gioia della comunione. «Andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze»: la volontà è che nessuno venga escluso. Questo aspetto meraviglioso del nostro Dio si manifesta quando, anche dopo essere stato rifiutato da molti, Egli continua a invitare tutti, senza distinzioni, senza alcuna esitazione, senza bilanciare o stabilire quote da assegnare. La volontà di Dio è quella di raggiungere tutti, senza escludere nessuno. Siamo tutti in viaggio, anche se talvolta affannati e zoppicanti, ma in cammino. La strada diventa simbolo della nostra libertà di scelta: possiamo seguirla verso la festa o allontanarci verso affari e preoccupazioni. L’uomo senza veste nuziale non è peggiore degli altri, ma non ha creduto alla festa, non ha portato il suo contributo di bellezza alla liturgia delle nozze. L’abito nuziale rappresenta il nostro stato interiore trasformato dalla riflessione e dall’assimilazione della Parola di Dio. Non costituisce un semplice indumento da indossare in occasioni speciali, non indica le consuetudini e le tradizioni imposte da un mal celato senso del dovere, ma quel dinamismo spirituale che progressivamente plasma il nostro pensiero e il nostro comportamento in armonia con quello di Dio. La veste necessaria per affrontare la vita con successo è Gesù stesso. Siamo chiamati a trascorrere la nostra vita rivestendoci di Cristo, facendo nostre le sue parole, la sua visione del mondo, le sue azioni e i suoi sentimenti, dare priorità a coloro che erano importanti per Lui. Perché la chiamata alla salvezza ed essere realmente salvati è un’equazione da risolvere, non una semplice identità da accettare senza riflessione. Questa equazione si concretizza solo quando l’incognita rappresenta “il principio di responsabilità”. (Doriano Vincenzo De Luca)

Un disagio da intercettare. E da comunicare

11 Ottobre 2023 -
Roma - “Comunicare il disagio. Serve (anche) una nuova narrazione”. È una delle istanze che emergono dal recente rapporto “L’era del disagio”, curato da Inc Non Profit Lab, laboratorio permanente dedicato alla comunicazione del Terzo settore. Quello del disagio psichico non è un tema facile da affrontare mediaticamente; eppure, è necessario farlo prima che sia troppo tardi. I dati parlano chiaro: negli ultimi tre anni, il 60% degli italiani dichiara di aver sofferto di disturbi legati alla sfera psicologica con un impatto significativo e prolungato sulla qualità della vita. A soffrirne sono più le donne degli uomini (65% vs 56%), con un picco all’interno della Gen Z (75%, che sale fino a 81% tra le ragazze). All’indomani della Giornata mondiale della salute mentale, è necessario ribadire quanto comunicazione e informazione si confermino sempre più determinanti: c’è bisogno di maggiore consapevolezza e attenzione, di sensibilità nel trattare queste tematiche e di cura delle parole per aiutare a superare i pregiudizi. In questo senso, coniugare linguaggio e immagini con la capacità di ascolto può essere un punto di partenza. (Vincenzo Corrado)