Primo Piano

Migrantes Benevento: al via le iscrizioni al corso base di lingua araba

Benevento – Dal prossimo lunedì 28 settembre sarà possibile iscriversi al quarto corso base di lingua araba. Lo rende noto oggi l’Ufficio Migrantes della diocesi di Benevento. Il corso avrà inizio il 19 ottobre alle ore 15 presso la sala Lazzati del Centro di Cultura “Raffale Calabrìa” e tratterà la grammatica base della lingua araba con due lezioni a settimana: dalle ore 15 alle ore 16, con un totale di 30 ore. Le iscrizioni termineranno al raggiungimento del numero massimo di 25 iscritti. La quota di iscrizione al corso è di 25 euro, comprensiva di materiale didattico e di attestato di frequenza al corso. Per iscrizioni telefonare al n. 0824/23148.
 

Migrantes: l’impegno della Chiesa per i richiedenti asilo e rifugiati.

Il testo integrale di mons. Giancarlo Perego alla presentazione del Rapporto sulla Protezione Internazionale in Italia 2015 Roma - 1.“Ogni parrocchia, casa religiosa, monastero, santuario d’Europa accolga una famiglia di richiedenti asilo e rifugiati”. A due settimane dall’appello di Papa Francesco alle Chiese d’Europa, raccolto con entusiasmo e disponibilità anche nelle diocesi e nelle parrocchie italiane, il Rapporto sulla protezione internazionale 2015 costituisce uno strumento prezioso per un cammino di informazione e di formazione: che accompagni le numerose esperienze di accoglienza in atto già in molte parrocchie e che si moltiplicheranno sul territorio italiano, favorendo anche un’accoglienza diffusa e personalizzata, quale valore aggiunto al programma di protezione internazionale e asilo in Italia e quale stimolo a un nuovo programma asilo in Europa, che coinvolga  tutti gli Stati dell’Unione.
 
2. Le persone migranti che giungono oggi alle diverse frontiere europee fuggono dalle disuguaglianze economiche, dalle disuguaglianze nell'accesso ai beni primari (come acqua e cibo) e anche a causa del fenomeno del land grabbing: cresce infatti il numero di paesi che sta comprando terre molto produttive in Africa per garantirsi il cibo in futuro (sono più di 560 milioni gli ettari di terra passati sotto il controllo di multinazionali e strappati ai paesi africani più poveri). Così come sempre più rilevante sta diventando la problematica di chi fugge per disastri ambientali causati da cambiamenti climatici (e non solo).Tra i volti di chi chiede protezione internazionale, il Rapporto 2015 ci invita a guardare è proprio quello di chi è costretto a lasciare la propria terra a causa di disastri ambientali, i cosiddetti profughi climatici o rifugiati ambientali. L’OIM (l'Organizzazione internazionale per le migrazioni) li definisce come: “persone o gruppi di persone che, a causa di improvvisi o graduali cambiamenti dell’ambiente che influenzano negativamente le loro condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le proprie case, o scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, e che si muovono all’interno del proprio paese o oltrepassando i confini nazionali”. Queste persone migranti sono sempre più numerose - -nel 2014 i profughi ambientali sono stati 22 milioni e 400 - come si scrive nel Rapporto - , 3 volte i profughi di guerra -, anche perché negli ultimi vent'anni il numero (ufficiale) registrato dei disastri naturali (come alluvioni, siccità, tzunami, terremoti, eruzioni) è raddoppiato passando da circa 200 a oltre 400. Sono migranti che rischiano di non vedere riconosciuta la propria storia e tutelata la propria vita. Anche a loro Papa Francesco a guardato scrivendo l’enciclica ‘Laudato sì’’, sulla cura del creato, laddove ricorda  come “i cambiamenti climatici siano destinati ad avere sempre più ripercussioni nel contesto delle migrazioni, costringendo singoli, nuclei ma anche intere popolazioni a lasciare i luoghi di origine, alla ricerca di spazi più idonei per vivere". "È tragico l'aumento dei migranti - ricorda Papa Francesco nell'enciclica - che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. Purtroppo c'è una generale indifferenza di fronte a queste tragedie, che accadono tuttora in diverse parti del mondo" (n. 25).
 
3. Il diritto dei rifugiati ambientali a una protezione internazionale rischia il più delle volte di non essere riconosciuto nei diversi Paesi, perché sembra difficile determinare il nesso di causalità esistente fra il cambiamento climatico e le migrazioni, dal momento che la mobilità geografica rappresenta solo una delle possibili strategie di adattamento ai cambiamenti del clima. È pur vero che alcuni Stati hanno riconosciuto una qualche forma di protezione, seppur temporanea, alle vittime di disastri ambientali, come dimostra il caso degli Stati Uniti che con il Temporary Protected Status, riconoscono e tutelano gli individui che “temporaneamente non possono ritornare nel proprio paese a causa di un conflitto armato in corso, di un disastro ambientale o di altre situazioni straordinarie temporanee”. Nel 2010 hanno beneficiato del di tale status Honduras, El Salvador e Nicaragua.
Anche qualche stato europeo sembra muoversi in questa direzione. Si tratta della Svezia e della Finlandia, che hanno inserito la categoria dei rifugiati ambientali nelle rispettive politiche migratorie nazionali. L'Italia, all’art. 20 del Testo Unico sull’immigrazione, ha previsto una disposizione intitolata: “Misure straordinarie di accoglienza per eventi eccezionali”, in cui si fa esplicito riferimento alla protezione temporanea da adottarsi, “per rilevanti esigenze umanitarie, in occasione di conflitti, disastri naturali o altri eventi di particolare gravità in Paesi non appartenenti all’Unione Europea”. Si cita dunque espressamente il disastro naturale come una delle cause che rende necessario tutelare i cittadini di Paesi non Ue che si trovino o siano in procinto di giungere sul territorio nazionale. Collegata a questa previsione è la misura contenuta nell’art. 5, comma 6, del Testo Unico sull’immigrazione, che riconosce l’attribuzione di un permesso di soggiorno al ricorrere di seri motivi, in particolare di carattere umanitario.
Per affrontare la questione dei migranti ambientali, bisognerebbe innanzitutto partire dalle esperienze giuridiche già esistenti ed applicarle al caso concreto, senza dimenticare che politiche efficaci volte alla salvaguardia della terra probabilmente rappresentano la migliore risposta al fenomeno. È quanto emerge anche dalla raccomandazione finale della Conferenza Nansen sul Climate Change and Displacement in the 21st Century, tenutasi a Oslo, in Norvegia, dal 5 al 7 giugno 2011, in cui si legge: “La comunità internazionale dovrebbe intervenire per frenare il cambiamento climatico, migliorare radicalmente la prevenzione dei disastri, la capacità nell’intervenire e dare risposte efficaci, supportare l’aiuto finanziario, che è più efficace su larga scala, e rafforzare la protezione per le persone sfollate, sia all’interno che all’esterno del proprio paese. Dovrebbe inoltre esserci una migliore attenzione verso i bisogni di protezione nelle situazioni di disastro ambientale”.
 
4. Accanto al tema dei profughi ambientali, un impegno particolare a cui spinge il Rapporto 2015 riguarda i minori non accompagnati: oltre 13.000 sbarcati sulle nostre coste nel 2014  e oltre 8500 già nel 2015 fino ad oggi, di almeno 3700 dei quali nel 2014 si sono perse le tracce, perché hanno continuato in solitudine il viaggio insieme ad altre 100.000 persone, mentre oltre 2500 nel 2014 e 2200 nel 2015 hanno chiesto asilo. Come ricordano i dati del Rapporto 2015, al mondo dei minori non accompagnati che sbarcano non siamo ancora riusciti a dare a tutti ugualmente una tutela e un accompagnamento personale, ma soltanto  1 minore non accompagnato su 5 è in una struttura dello SPRAR. La maggioranza è accolto in strutture di prima accoglienza inadeguate, contrariamente a quanto stabilito dal Patto Stato e Regioni del 2014 . Un volto da ricordare e un impegno di tutela da continuare come si ricorda in una delle raccomandazioni del rapporto 2015, che prevede: “la ricomposizione dell’accoglienza di tutti i minori stranieri non accompagnati nell’ambito dello SPRAR, favorendo adeguate qualifiche agli operatori e la promozione di forme diversificate di accoglienza, valorizzando anche la rete già esistente di comunità a favore di minori vittime di tratta, che prevedano anche percorsi di tutoraggio/accompagnamento e di affidamento familiare, sempre con programmi orientati al rispetto del superiore interesse del minore”. (Mons. Gian Carlo Perego - Direttore generale Fondazione Migrantes)
 
 
 
 
 
 
 

Immigrazione: presentato il 2° Rapporto sulla Protezione Internazionale in Italia

Roma -  Per il secondo anno consecutivo Anci, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes e Sprar, in collaborazione con UNHCR, hanno oggi presentato il Rapporto sulla Protezione Internazionale in Italia 2015  che sarà anche oggetto di una tavola rotonda il prossimo 24 settembre al Conference Centre di Expo-Milano 2015. Sono intervenuti Matteo Biffoni, sindaco di Prato e delegato immigrazione Anci,  Mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, Don Francesco Soddu, Direttore di Caritas italiana, Carlotta Sami, portavoce di UNHCR. Tutti gli intervenuti hanno sottolineato che non si tratta di una semplice raccolta di dati, ma di una ricerca approfondita che, per la sua completezza di visione e per la mole di dati certi e comparati, sgombra il campo da approssimazioni e luoghi comuni sul fenomeno dei migranti forzati e rifugiati, e permette una più completa e reale lettura dello scenario internazionale, europeo ed italiano. Sono circa 59.500.000 i migranti forzati nel mondo, di questi 8.000.000 nel solo 2014.
19.500.000 i rifugiati fuori dal loro paese di origine, di cui l’86% (12.400.000) sono accolti dai paesi in via di sviluppo: Turchia, Pakistan, Libano e Iran ospitano il 36% del totale dei rifugiati, ovvero 5.200.000 persone. Meno del 10% dei rifugiati arriva in Europa, e di questi meno del 3% arriva in Italia, ovvero meno del 3 per mille del totale. Fino al 31 agosto 2015, sono giunti in Italia circa 115.500 migranti, perlopiù eritrei, nigeriani, somali, sudanesi, siriani. “Il Rapporto – afferma Mons. Perego - costituisce uno strumento prezioso per accompagnare le numerose esperienze di accoglienza in atto già in molte parrocchie. Tra i volti di chi chiede protezione internazionale, il Rapporto ci invita a guardare a chi è costretto a lasciare la propria terra a causa di disastri ambientali, i cosiddetti profughi climatici o rifugiati ambientali, sempre più numerosi (oltre 22 milioni nel 2014). Anche a loro Papa Francesco ha guardato scrivendo l’enciclica ‘Laudato sì’’. Accanto al tema dei profughi ambientali un impegno particolare a cui spinge il Rapporto 2015 riguarda i minori non accompagnati: non siamo ancora riusciti a dare a tutti ugualmente una tutela e un accompagnamento personale. Soltanto un minore non accompagnato su cinque è in una struttura dello SPRAR, mentre la maggioranza è accolta in strutture di prima accoglienza inadeguate”.
Anche Biffoni si concentra sulla questione dei minori non accompagnati: “Dobbiamo riconoscere il lavoro svolto sinora dall’Italia. Con il piano nazionale di accoglienza e la decisione dell’allargamento dello Sprar a tutti i minori stranieri non accompagnati si riconosce lo Sprar come modello unico di accoglienza. L’emanazione del prossimo bando dello Sprar prevede la disponibilità di ulteriori 10 mila posti che si aggiungono agli attuali 20 mila, con l'obiettivo di allargare la rete dei Comuni che ne fanno parte. Non possiamo che lavorare per una prospettiva che veda un progetto Sprar sul territorio di ciascuno degli 8 mila Comuni italiani. Solo così si potrà davvero superare la gestione emergenziale del fenomeno. Allo stesso tempo è importante incidere sulla riduzione dei tempi di attesa per la presentazione della domanda di protezione internazionale e sulle relative decisioni. Inoltre è necessario affiancare strategie e programmi comuni per evitare le conflittualità sui territori e per accompagnare e favorire l’inserimento sociale ed economico per coloro che hanno avuto il riconoscimento dello status di  richiedenti asilo e rifugiati”.
 “Non ci sono soltanto mari – afferma don Soddu - ma muri sempre più alti contro cui, insieme alle vite dei profughi, sembra infrangersi il principio di solidarietà, base del progetto europeo, schiacciato da spinte nazionaliste e identitarie. Nella vana convinzione che questo possa arrestare l’esodo di milioni di persone in fuga da carestie, guerre e disperazione. Società civile, comunità locali, istituzioni e l’intera comunità internazionale devono allora ‘fare sistema’, non solo nell’accoglienza, ma  per rimettere in cima alle priorità la difesa e la protezione dei diritti e della vita, in ogni dove. Alziamo la voce anche per chi soffre nel silenzio, in luoghi lontani, e non ha megafoni mediatici per gridare il suo dolore”. “Quella europea – afferma Sami - è soprattutto una crisi di rifugiati. La grande maggioranza di coloro che arrivano in Europa provengono da zone di conflitto come la Siria, l'Iraq o l'Afghanistan e sono in fuga per salvarsi la vita. Solo attraverso una risposta unitaria e comune di tutta l’Europa si può affrontare questa situazione. L’UNHCR insiste sul bisogno di aumentare le opportunità per i rifugiati di poter accedere a vie legali verso l’Europa, che includono il reinsediamento, le ammissioni per motivi umanitari, il ricongiungimento familiare e il rilascio di visti per motivi di studio”.
 

“Quando i miei vennero in Germania”: una iniziativa del “Corriere d’Italia”

Francoforte – “Ricordare le proprie origini ci rende umili e soprattutto consapevoli di quanta strada abbiamo fatto, di quanta ne abbiamo ancora avanti ma soprattutto ci rende coscienti di quanto la situazione è cambiata e continuerà a cambiare”. Con queste parole il mensile delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania e Scandinavia “Il Corriere d’Italia”, in occasione del sessantesimo anniversario dei Patti bilaterali e a gennaio 2016, del 65° anniversario di fondazione del “Corriere d’Italia” chiede ai figli dei primi emigranti di narrare la propria storia. “La nostra iniziativa è di pubblicare un volume di storie vere, questa volta vista con gli occhi dei figli. Siamo affamati di conoscenza e vogliamo conoscere la vostra storia, per cui non esitate e non teneteci col fiato sospeso, raccontatecela!”. Nel 1951 nasceva, sotto la direzione di don Casadei, il “Corriere d’Italia”, il primo giornale italiano per gli emigranti in Germania. Sin da subito il giornale è stato specchio, strumento di sostegno, di difesa e formazione della realtà italiana su territorio tedesco. Nel dicembre 1955 fu firmato un accordo bilaterale tra i governi italiano e tedesco per il reclutamento di manodopera italiana da inviarsi in Germania. A tutt’oggi l’Anwerbevertrag viene considerato l’atto ufficiale di nascita del fenomeno migratorio verso la nazione tedesca, dove oggi risiedono circa 700.000 italiani.  In Germania a quei tempi – scrive il Correre - il lavoro c’era e c’erano anche molti problemi come la lingua, le baracche, l’assenza della famiglia, degli amici, il sentirsi straniero. Per i tedeschi locali eravamo gli Itaker oppure gli Spaghettifresser, ma ufficialmente si parlava di Gastarbeiter (lavoratori ospiti). All’epoca la Germania aveva bisogno di gente robusta, in buona salute e che non si tirava indietro nel lavorare per la ricostruzione ed il suo miracolo economico, ma trattava questi lavoratori come ospiti. Ospiti graditi sì, ma fatto il loro servizio avrebbero dovuto tornare al loro paese. In base a questo pensiero vennero istituite una serie di servizi orientati appunto al ritorno in Patria. Per es. la scuola italiana, organizzata e tollerata dalle istituzioni tedesche era appunto pensata per il ritorno dei migranti a casa loro e i migranti stessi erano più che d’accordo con questo concetto. Il Corriere d’Italia, prese da subito una posizione più coraggiosa, sin dall’inizio ha riconosciuto l’assurdità del ritorno, piuttosto era favorevole all’integrazione delle persone nella società di accoglienza. Don Gianfranco Zorzi, ex direttore del giornale scriveva che il traguardo da raggiungere era il consolidamento dell’emigrazione italiana da stagionale a stabile ed il suo inserimento doveva essere supportato a tutti i livelli. Inserimento significava il primo passo per una vera integrazione sul luogo e questo concetto faceva paura a molti. “In Italia gli articoli pubblicati sulla firma dell’accordo bilaterale assunsero un tono ben diverso da quello tedesco. L’Italia vedeva nell’emigrazione la via per rimettere in movimento la sua economia, una convinzione condivisa da tutti i partiti politici italiani. La Germania, invece, vedeva l’occupazione dei lavoratori italiani come un esperimento legato alla positiva congiuntura economica, ma non la presentava al popolo tedesco come l’inizio dell’immigrazione italiana nella Repubblica Federale. Con il passare degli anni le caratteristiche del flusso migratorio furono determinate dall’entrata in vigore dei regolamenti sulla libera circolazione dei lavoratori nella Comunità economica Europea (Cee)”. Il trattato di Roma – scrive ancora il giornale - che sanciva l’eliminazione fra gli Stati membri degli ostacoli alla libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali, fu firmato nel 1957 ed entrò in vigore nel 1968. Il primo regolamento (1961), sancì la libera circolazione per i lavoratori permanenti, il secondo (1964) allargò il diritto di libera circolazione ai lavoratori stagionali e il terzo regolamento (1968) stabilì la fine della priorità tedesca sul mercato della Germania e ai lavoratori tedeschi non fu più riservata la priorità di assunzione rispetto agli italiani”.  La Germania è “per noi ancora oggi terra di emigrazione, è il paese che attira ogni anno il più grande numero di italiani e nello stesso tempo quello che rimanda a casa numerosi delusi”, spiega la testata. Per inviare i racconti e i contributi scrivere a redazione@ corritalia.de - Oggetto: La mia storia - oppure via posta Corriere d’Italia, Mainzer Landstr. 164 - 60327 Frankfurt.
 

Giovani rom, sinti e non rom: “Vogliamo essere attori di un cambiamento”

Roma – “Siamo giovani rom, sinti e non rom, italiani e stranieri. Molti di noi vengono da una storia di disagio, soprusi ed esclusione, ma non ci siamo fermati e non ci fermeremo. Sogniamo per l’Italia un risveglio di umanità”. Ieri in Senato 25 giovani rom, sinti e non rom provenienti da tutta Italia hanno presentato un Manifesto in cui descrivono l’Italia nella quale vorrebbero vivere e attraverso cui chiedono alle istituzioni un deciso cambio di direzione relativamente alle questioni del disagio abitativo, a partire dal superamento dei “campi rom e dei ghetti, dell’istruzione, del lavoro e delle opportunità per i giovani. Questioni che non riguardano solo le comunità rom e sinte, ma tutte le categorie di persone che oggi nel nostro Paese sono svantaggiate e oggetto di discriminazione”. Il Manifesto è frutto di una tre giorni di studio e riflessioni, alla quale i giovani hanno partecipato dal 19 al 21 settembre a Roma: la Convention Primavera Romanì, una iniziativa promossa dall’Associazione 21 luglio nell’ambito del suo programma di promozione della cittadinanza attiva all’interno delle comunità rom e sinte in Italia. “Quello che accade oggi è un evento epocale per il nostro Paese e una opportunità preziosa che si pone davanti alle istituzioni nazionali e locali. Per la prima volta, giovani rom, sinti e non rom decidono di unire le forze e di scrivere insieme una nuova pagina per l’Italia – afferma l’Associazione 21 luglio -. Chiedono che in Italia non vi sia più spazio per l’odio, l’intolleranza e la ghettizzazione verso i più deboli e avanzano proposte concrete per affrontare questioni decisive per un futuro diverso per la nostra società”.
La Convention Primavera Romanì ha preso avvio con il messaggio di auguri del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “La presenza attiva di giovani rom e sinti rappresenta un elemento fondamentale nel cammino paziente verso forme sempre più efficaci di integrazione e inclusione – sono le parole del Capo dello Stato -. La consapevolezza piena dei propri diritti, unitamente alla conoscenza dei propri doveri nei confronti della società e dello Stato, è un passo indispensabile per far cadere diffidenze e pregiudizi reciproci e assicurare un futuro di dialogo e di convivenza”.
Nel corso della conferenza stampa, i giovani hanno presentato il loro Manifesto alla Commissione Diritti Umani del Senato, rappresentata dalla senatrice Manuela Serra, e al deputato del Partito Democratico Khalid Chaouki. È intervenuta anche la senatrice rom spagnola Silvia Heredia Martin, che ha raccontato la situazione dei rom in Spagna, dove vive quasi un milione di rom, contro i circa 180 mila presenti nel nostro Paese. “Non accettiamo più che i nostri figli vivano in un paese di ghetti, separazioni, disuguaglianze, povertà, odio e razzismo, né oggi, né domani – sono le parole pronunciate dai giovani rom, sinti e non rom -.Vogliamo essere un esempio di società unita e libera, come l’Italia dovrebbe essere. Vogliamo essere attori di un cambiamento di cui tutti possano giovare. Un paese orgoglioso dei suoi valori, aperto verso i deboli, che consenta a ciascuno di essere apprezzato, amato e riconosciuto per le proprie passioni e qualità. Un’Italia che abbracci le differenze e si consideri fortunata per la ricchezza di tutte le culture che la compongono”.
 

Rifugiati: domani la presentazione del Rapporto Protezione Internazionale

Roma - Si terrà domani, alle 11,00, nella Sala Conferenze dell’Anci di via dei Prefetti a Roma, la conferenza stampa di presentazione del Rapporto sulla Protezione Internazionale in Italia.
Il Rapporto è il frutto della collaborazione, per il secondo anno consecutivo, tra Fondazione Migrantes, Anci, Caritas Italiana, Cittalia e Sprar, in collaborazione con UNHCR.
Non si tratta di una semplice raccolta di dati, ma di una ricerca approfondita che, per la sua completezza di visione e per la mole di dati certi e comparati, sgombra il campo da approssimazioni e luoghi comuni sul fenomeno dei migranti forzati e rifugiati, e permette una più completa e reale lettura dello scenario internazionale, europeo ed italiano. “Emergono così piccole e grandi verità – si legge in una nota -  che possono contribuire ad una lettura più puntuale del fenomeno e a fornire elementi di analisi e proposte al vivace dibattito pubblico sul tema. Se è vero, ad esempio, che i rifugiati in gran parte provengono dai paesi in via di sviluppo, è anche vero che altri paesi in via di sviluppo accolgono l’86% del totale dei rifugiati. Meno del 10% arriva in Europa, e di questi meno del 3% arriva in Italia, ovvero meno del 3 per mille del totale. Il Rapporto integrale sarà anche oggetto di una Tavola rotonda che si terrà il prossimo 24 settembre al Conference Centre di Milano-Expo. Alla Conferenza Stampa del 22 settembre interverranno Piero Fassino, presidente dell’Anci; Matteo Biffoni, Delegato immigrazione Anci, mons. Gian Carlo Perego,            Direttore Generale della Fondazione Migrantes; Don Francesco Soddu, Direttore di Caritas Italiana e Carlotta Sami, Portavoce UNHCR.
                         
 

Vaticano: siriana la prima famiglia di profughi accolta dalla parrocchia di Sant’Anna

Città del Vaticano - “Credo che oggi il mondo sia assetato di pace. Ci sono le guerre, i migranti che fuggono, questa ondata migratoria che viene dalle guerre, per fuggire dalla morte, per cercare la vita…”. Lo ha detto Papa Francesco sabato ai giornalisti in volo verso Cuba. Il pontefice ha dato anche notizia dell’arrivo in Vaticano di una famiglia di profughi ospitata nella parrocchia di San’Anna.  “Oggi – ha detto il pontefice - mi sono emozionato tanto perché a salutarmi alla porta di Santa Marta c’era una delle due famiglie che sono nella parrocchia di Sant’Anna, in Vaticano, accolte lì, siriani, profughi… Si vedeva nel volto il dolore di questo! Quella parola: ‘pace’… Io vi ringrazio per tutto quello che voi farete nel vostro lavoro per fare ponti: piccoli ponti, piccoli, ma un piccolo ponte e un altro e un altro e un altro, fanno il grande ponte della pace”.
La famiglia accolta dalla parrocchia vaticana è di nazionalità siriana e arriva dalla città di Damasco da cui è fuggita a causa della guerra. E’ composta da padre, madre e due figli, tutti cristiani di Rito greco-melchita cattolico, del Patriarcato di Antiochia. In una nota l’Elemosineria Pontificia rivela che la famiglia è entrata in Italia proprio nella domenica quando Papa Francesco, al termine della preghiera dell’Angelus, ha rivolto l’accorato appello ad accogliere una famiglia in ogni Parrocchia, Comunità religiosa, Monastero e Santuario. Tutti e quattro i componenti della famiglia, si legge nel comunicato, sono stati ospitati in un appartamento del Vaticano, nelle vicinanze di San Pietro. È stata subito avviata la procedura per la richiesta di protezione internazionale. In base alla legge per i primi sei mesi dalla presentazione della domanda d’asilo i richiedenti protezione internazionale non possono lavorare. In questo periodo saranno assistiti e accompagnati dalla comunità parrocchiale di Sant’Anna. Per quanto riguarda l’accoglienza della seconda famiglia da parte dell’altra Parrocchia vaticana, quella di San Pietro, l’Elemosineria Pontificia ha comunicato che non fornirà alcuna notizia fino alla conclusione degli adempimenti necessari. (Raffaele Iaria)
 

Firenze: domenica un convegno interreligioso

Firenze – “L'incontro tra le religioni è un grande traguardo, che si caratterizza per il dialogo tra le persone. E sebbene si fondi sulla ricerca comune della verità, è un incontro che mantiene le diverse identità e le aiuta a distinguersi con maggiore consapevolezza e fiducia; è anche ricerca di livelli di consapevolezza di sé più alti. Tale incontro, così profondamente desiderato, specie di fronte allo scatenarsi di tante guerre in varie parti del mondo, pone alle religioni anche una grande sfida: saper parlare all’uomo di oggi, portare un concreto cambiamento nella storia umana, orientandola alla fraternità universale”. Maurizio Certini, direttore del Centro internazionale studenti “Giorgio La Pira” di Firenze, esprime così la storica visione prospettica alla base della quale Domenica 27 settembre, dalle ore 15,15, la Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio ospiterà il XXV anniversario della Comunità Islamica di Firenze e Toscana. Una manifestazione congiuntamente promossa dalla Comunità Islamica di Firenze e Toscana e dal Centro La Pira, al fine di fare memoria della nascita della prima Associazione culturale islamica di Firenze, che ebbe sede nei locali dello stesso Centro, per iniziativa di un gruppo di studenti universitari musulmani provenienti da Paesi diversi ma legati al Centro stesso e intorno alla quale si aggregò e trovò occasione di sviluppo la comunità attuale. Un rapporto virtuosamente continuato sino ad oggi, attraverso la promozione di iniziative comuni a carattere sociale culturale, che costituisce un modello encomiabile per tutto il Paese. Il convegno sarà peraltro occasione di evidenziare il percorso sociale svolto in questi anni dalla Comunità islamica, che muovendo dall’esperienza fiorentina si è nel tempo sviluppata e consolidata in tutta la Toscana, desiderando bene integrarsi in ascolto delle tante sensibilità e stabilendo relazioni con le diverse realtà religiose. Non si tratta di una cerimonia fine a se stessa, ma di un fondato riconoscimento al contributo civile e culturale che i musulmani fiorentini hanno dato e potranno dare ad una città, Firenze, capace di cogliere nel valore della pluralità di visioni la spinta per costruire il modello nuovo della cittadinanza, fondata sul dialogo e sulla interculturalità, elementi che oggi la congiuntura internazionale impone per restituire pace. Nel ’90 vene redatto lo statuto della prima associazione culturale islamica di Firenze con sede provvisoria ma ufficiale al centro La Pira: fu una tappa di un percorso cominciato già fin dalla fine degli anni 70, quando il Cardinale Benelli, sulla linea del Concilio Vaticano II, nella fattispecie rivolgendosi a Chiara Lubich, si affermò: “Noi vogliamo servirli questi giovani, conoscerli, fare che si sentano accolti, porci al loro fianco rispettandoli, aiutandoli in tutto, stabilire con loro un dialogo che coinvolga la nostra realtà di uomini che vivono oggi. Se sono musulmani, li aiuteremo a esserli meglio, se ebrei ad essere ebrei”. Si aprì così davanti ai primi volontari del centro La Pira la volontà di amare l’umanità con lo stesso cuore universale di Dio, con la sensibilità dell’uomo contemporaneo e la forza del cristianesimo. Così don Giorgio Martelli, Giuseppe Bandini, Vittorio Della Torre, Nicola Da Settimo, Donato Falmi, Annamaria Bazzini, Silvia Tarchi e  via aggiungendosi altri volontari, si mossero a costituire quel Centro La Pira che poi, nel ’90, avrebbe consentito a cinque studenti di costituirsi come la prima associazione islamica. Tra questi Mohamed Osman, primo presidente dell’associazione, che sarà presente all’incontro, e Mohamed Bamosmoosh, deputato per il dialogo interreligioso della Comunità islamica di Firenze e Toscana, che introdurrà e condurrà l’iniziativa. Numerosi gli ospiti attesi all’incontro che sarà dunque un’iniziativa di particolare rilevanza per tutta la diocesi, della quale il Centro La Pira è strumento aperto e funzionale da più di 35 anni. Stimolato dalla volontà del Cardinale Benelli, dall’esperienza di Chiara Lubich in particolare in base alle sue meditazioni intitolate Uomo-Mondo, e dalle azioni costanti di Giorgio La Pira, fondate sulla visione universale della “triplice famiglia di Abramo”, il centro si è posto virtuosamente nella storia fiorentina quale simbolo e mezzo di un percorso culturale e di apertura al dialogo. Un dialogo da imbastire tra tutti, non solo di religione diversa, come fu tipico di Firenze e dell’umanesimo fiorentino, su cui quest’anno si focalizzerà il grande convegno ecclesiale di Novembre. “Firenze si è sempre posta in relazione al tema dell’incontro con attenzione, di fronte al diverso e al nuovo. Accogliere gli studenti - ricorda Maurizio Certini - e non offrire loro lo spazio sarebbe stato, sul piano della relazione, assurdo: questo dialogo costituitosi attraverso il Centro La Pira non è stato semplicemente interreligioso, cioè tra religioni intese superficialmente quali realtà astratte, ma tra persone che hanno appartenenze, storie e speranze diverse. E’ stato un dialogo tra persone, con il desiderio di conoscere e farsi conoscere, quindi che ha costretto ad approfondire prima di tutto la propria stessa identità». I momenti di crisi internazionale o di necessità hanno stimolato ad approfondire questo dialogo, che non è dunque esclusivamente o principalmente teologico: approfondire la lingua araba ad esempio è stata una delle opportunità in questo senso fornite dal centro La Pira in risposta al crollo delle torri gemelle. Il progetto della scuola di arabo prese forma dopo il Settembre del 2001 con 40 bambini: ora sono numerose centinaia le persone che, dentro strutture pubbliche di comune e provincia di Firenze, imparano l’arabo. (Mario Agostino – ToscanaOggi)
 

Mons. Perego: gli immigrati stanno cambiando il tessuto delle nostre città

Messina - “Solo negli ultimi dieci anni si è passati da 170 a 232 milioni di persone che hanno lasciato la propria terra”. Una crescita che ha avuto come destinazione principale il continente europeo, a cui necessitano nuovi lavoratori per compensare il costante invecchiamento.  Lo ha detto sabato mattina mons. Gian Carlo Perego, Direttore generale della Fondazione Migrantes, intervenendo al seminario Fisc “Mons. Alfio Inserra” che si è svolto come ogni anno in Sicilia.
“I 5 milioni di immigrati attualmente presenti nel nostro Paese - ha osservato monsignor Perego - stanno cambiando progressivamente il tessuto nelle nostre città, dal mondo del lavoro a quello delle imprese, dalla scuola alla famiglia”. Si pone dunque la necessità di “preparare e incoraggiare questo meticciato culturale, pena il pericoloso aumento dei conflitti sociali”.
Il direttore della Migrantes si è soffermato inoltre su un dato troppo spesso sottovalutato, cioè l’aumento dei giovani che partono dal Bel Paese in cerca di lavoro. “Solo nell’ultimo anno, ben 120.000 ragazzi si sono mossi dall’Italia per trovare un’occupazione, quattro volte il numero di migranti che sono arrivati”, ha spiegato.
 

Parte a Genova il volontariato di rifugiati e richiedenti asilo

Genova - Un protocollo di intesa per l'utilizzo in lavori di utilità sociale, su base esclusivamente volontaria, dei rifugiati e richiedenti asilo è stato sottoscritto questa mattina nella prefettura di Genova, alla presenza del prefetto Fiamma Spena, del sindaco di Genova Marco Doria e del portavoce del Forum Territoriale Genovese del Terzo Settore Ferdinando Barcellona.
Il protocollo, che avrà la durata di un anno rinnovabile, è destinato ai migranti attualmente ospitati nelle strutture di accoglienza temporanea nel territorio del capoluogo e gestite da enti e organismi convenzionati con la prefettura di Genova.
L’attività degli stranieri sarà prestata a titolo gratuito e l'unico onere, in capo al comune di Genova, sarà quello di garantire un'adeguata copertura assicurativa per eventuali infortuni.

Lo sbarco del figlio del mare

Messina - Quando Huyssam è partito dalla Somalia non era ancora nato. Era al sicuro, protetto dal grembo della mamma, che aveva deciso che non dovevano essere guerra e disperazione le prime immagini del mondo da offrire al proprio piccolo. Quando ha aperto per la prima volta i suoi occhietti confusi, Huyssam ha visto il mare. E tanta gente attorno. Quegli occhi hanno acceso la speranza, sul barcone che dalla Libia stava trasportando lui, la mamma sofferente, quel dentista siriano guidato nelle sue azioni da chissà quale angelo e tutti gli altri compagni di viaggio, verso l’Europa che litiga, studia, apre e chiude le barriere di fronte al grande esodo del nuovo millennio. Huyssam è sbarcato a Messina insieme ad altre 281 persone, con lui si arriva a oltre ottomila dall’aprile scorso. Ma quel piccolo fagotto avvolto in una coperta rossa e bianca è molto più di un numero. Non avrebbe potuto esserci modo migliore per colmare il terribile vuoto che trafigge lo sguardo posato su quella sedia di legno piazzata proprio davanti alle due navi attraccate al molo Marconi: il pattugliatore della Marina croata “Andrija Mohorovicic” ed il “Monte Cimone” della Guardia di finanza italiana. Quella sedia di legno è il posto occupato “riservato” a chi c’è sempre stato e non c’è più. Ricorda Omayma, il cui cuore ha smesso di battere la sera dell’ultimo sbarco, preso a bastonate da chi alla straordinarietà dell’accoglienza ha contrapposto la brutalità dell’intolleranza. Omayma c’era anche stavolta e forse si sarebbe commossa anche lei di fronte alle manine già così cresciute del bimbo venuto dal mare. Poi, asciugate le lacrime, avrebbe continuato a fare il suo mestiere, così come continuano sbarco dopo sbarco, con l’ormai consueta ma mai banale efficienza, tutti gli uomini e le donne che sono preziosi ingranaggi della macchina dell’accoglienza dello Stretto, dai controlli sanitari alla prima accoglienza. I minori sono 40, quelli non accompagnati 25. Statistiche che si aggiornano, per qualcuno. Nuove pagine di un libro di storia che continua a scriversi giorno dopo giorno e di cui non si riesce ad immaginare quanti capitoli possano ancora rimanere. Quei piedi nudi che si succedono sul caldo asfalto della banchina del porto, sotto lo sguardo curioso, vicino ma che più distante non potrebbe essere, dei croceristi coccolati dal lusso della Msc di turno, rendono difficile intuire un lieto fine, all’ultima, ancora indecifrabile pagina di questo libro. Ma poi bastano due piedini, quelli di Huyssam, figlio del mare che oltre la morte riesce a regalare vita e futuro, per accendere una luce che nessuno, oggi, può pensare di spegnere. (Elena De Pasquale)

Migrantes: mons. Di Tora al Cara di Castelnuovo di Porto

Castelnuovo di Porto - È scritto su una lavagna, col pennarello lavabile: “17/09/2015 tot. presenti 820, uomini 813, donne 3, minori 4”. Giornata di visite, ieri mattina, al 'Centro accoglienza richiedenti asilo' (Cara) di Castelnuovo di Porto. Monsignor Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes  e vescovo ausiliare di Roma, insieme al Prefetto della Capitale, Franco Gabrielli, girano il Cara in lungo e in largo, chiacchierano coi ragazzi, li ascoltano, accompagnati dall’imam e dal fondatore della 'Cooperativa Auxilium', Angelo Chiorazzo, che gestisce il Centro. Con un paio di ospiti giocano pure qualche minuto a biliardino. E infine, nel refettorio, seduti agitano le braccia al ritmo di percussioni africane.
Racconta bene quant’è stata importante la giornata Floriana Lo Bianco, che dirige questo Cara a Castelnuovo di Porto: “Per i ragazzi, veder venire qui il prefetto e il vescovo per loro è stato un messaggio molto importante, proprio di accoglienza nel rispetto della loro dignità”. Qualcuno di loro s’è emozionato raccontando la sua storia: come chi, una volta arrivato in Italia, aveva scoperto che la sua famiglia non esisteva più e voleva suicidarsi.
“Purtroppo negli ultimi tempi l’accoglienza è stata anche sinonimo di malaffare – dice Gabrielli –. Sappiamo come un albero che cade faccia più rumore di una foresta che cresce, ma oggi abbiamo fatto un giro nella foresta. Le cose negative si combattono principalmente favorendo le cose positive”.
È una sorta d’isola felice, questo centro. “Facciamo circa cento, centoventi accessi in medicheria al giorno fra visite, somministrazioni di terapie e medicazioni”, racconta Maurizio Lopalco, il direttore sanitario. Chiorazzo è fiero di come fanno andare le cose i centosedici dipendenti della cooperativa che lavorano nel Cara (la metà dei quali laureati): “Anche qui succede che gli ospiti litighino per una partita di calcio o per un piatto di pasta più grande di un altro, eppure fra loro non è accaduto, mai, neppure uno screzio per motivi religiosi”.
Le stanze sono in ordine, l’ambulatorio, il refettorio, la ludoteca per i più piccoli sono lindi e pinti. Un ragazzo ha appena saputo che gli è stato negato lo status di rifugiato, si arrabbia, non sa cosa farà e lo prendono subito gli psicologi, lo calmano, gli spiegano che non è finita.
“Dobiamo entrare in un’ottica diversa – spiega monsignor Di Tora –, non solo di accoglienza dell’altro, ma di costruire insieme qualcosa per il futuro”. Tanto più che “oggi il mondo è complesso, immaginare di chiudersi nel proprio 'piccolo' è qualcosa che va verso la morte. Solo l’apertura, costruire insieme, è quel che può realizzare il mondo nuovo, un mondo di pace”. Di nuovo Gabrielli: “Nel tempo, tutte le società che si sono chiuse sono venute meno. Sono quelle che si sono aperte, che si sono lasciate 'contaminare', si sono irrobustite e sono cresciute”.
Il lavoro qui è duro e quotidiano, perciò sono contenti anche gli operatori di Auxilium: “È una soddisfazione poter mostrare tutto quanto facciamo e i risultati che abbiamo ottenuto”, racconta la direttrice Floriana Lo Bianco. Sul volto della quale si allarga il sorriso chiedendole l’episodio più emozionante vissuto nel Cara: “Le nascite. Sono arrivata a gennaio e fino ad aprile abbiamo avuto quattro nascite, è stata ogni volta veramente una bella emozione seguire gli ultimi giorni di gravidanza e la nascita...”. (Pino Ciociola - Avvenire)

Vescovi Piemonte e Val d’Aosta invitano all’accoglienza dei migranti

Torino - La Conferenza episcopale di Piemonte e Val d’Aosta ha diffuso un forte appello alla solidarietà verso i migranti. Il testo si pone in continuità con i pronunciamenti di papa Francesco e con l’invito dell’arcivescovo metropolita Cesare  Nosiglia che ha chiesto “di promuovere in ogni Unità pastorale uno o più luoghi di accoglienza temporanea capaci di ospitare cinque persone ciascuno, cercando la disponibilità presso le parrocchie, gli istituti religiosi, le case di riposo, altre strutture ecclesiali presenti nel territorio”.
Ora i vescovi di Piemonte e Val d’Aosta scrivono: “In questi tempi di emergenza abbiamo cercato di agire in modo coerente, spesso sfidando la contrarietà di quanti si lasciano condizionare dall’emotività, dalla paura dello sconosciuto, quando non anche da atteggiamenti di razzismo”.
Commentando le parole del Papa durante l’Angelus del 6 settembre, sottolineano due concetti: “la possibilità per le comunità cristiane di dare concrete risposte, semplicemente responsabilizzando ogni fedele, ogni comunità e ogni struttura ad accogliere
un numero limitato e quindi possibile di profughi; l’opportunità di impostare l’accoglienza a misura di famiglia, rendendo così possibile una strategia di accoglienza diffusa sui territori e quindi libera da quella emotività che nasceva spontanea di fronte a masse di individui sconosciuti”. Pertanto i vescovi  concludono dicendo che “accolgono e fanno proprio l’invito a tutte le parrocchie, famiglie, comunità religiose, per un supplemento di impegno e per rendersi disponibili a dare una risposta concreta a quanto Papa Francesco ci chiede”, nella convinzione che i credenti devono “sentirsi responsabili del proprio fratello”.
Il testo da ultimo contiene un ringraziamento “per l’ottimo lavoro fin qui svolto dalle Caritas, da Migrantes e da varie organizzazioni”. (Fonte Avvenire)

Rifugiati: il 22 settembre la presentazione del Rapporto Protezione Internazionale

Roma - Si terrà il prossimo 22 settembre alle 11,00 nella Sala Conferenze dell’Anci di via dei Prefetti a Roma, la conferenza stampa di presentazione del Rapporto sulla Protezione Internazionale in Italia.
Il Rapporto è il frutto della collaborazione, per il secondo anno consecutivo, tra Fondazione Migrantes, Anci, Caritas Italiana, Cittalia e Sprar, in collaborazione con Unhcr.
Non si tratta di una semplice raccolta di dati, ma di una ricerca approfondita che, per la sua completezza di visione e per la mole di dati certi e comparati, sgombra il campo da approssimazioni e luoghi comuni sul fenomeno dei migranti forzati e rifugiati, e permette una più completa e reale lettura dello scenario internazionale, europeo ed italiano.
“Emergono così piccole e grandi verità - si legge in una nota -  che possono contribuire ad una lettura più puntuale del fenomeno e a fornire elementi di analisi e proposte al vivace dibattito pubblico sul tema. Se è vero, ad esempio, che i rifugiati in gran parte provengono dai paesi in via di sviluppo, è anche vero che altri paesi in via di sviluppo accolgono l’86% del totale dei rifugiati. Meno del 10% arriva in Europa, e di questi meno del 3% arriva in Italia, ovvero meno del 3 per mille del totale.
Il Rapporto integrale sarà anche oggetto di una Tavola rotonda che si terrà il prossimo 24 settembre al Conference Centre di Milano-Expo.
Alla Conferenza Stampa del 22 settembre interverranno Piero Fassino, presidente dell’Anci; Matteo Biffoni,  Delegato immigrazione Anci, mons. Gian Carlo Perego,  Direttore Generale della Fondazione Migrantes; Don Francesco Soddu, Direttore di Caritas Italiana e Carlotta Sami, Portavoce Unhcr.
 

Portogallo: quando alla porta bussa un rifugiato

Lisbona - “Cosa hai fatto a tuo fratello” è il titolo del documento diffuso dalla commissione nazionale di Giustizia e pace della Conferenza episcopale portoghese e dedicato all’accoglienza dei profughi. Nel testo si ricorda che questi ultimi non sono, come la paura potrebbe suggerire, “potenziali terroristi” e che anzi “molti fuggono dalla violenza generata dal fondamentalismo: ci sono persone - ricordano i vescovi - che passano attraverso gravi sofferenze”, ben più drammatiche delle difficoltà che “dobbiamo affrontare in Portogallo”. Non si può, dunque, “reagire con indifferenza quando un rifugiato bussa alla porta. Questa è una sfida per l’Europa in quanto comunità di valori come si vuole che sia, fedele alle radici cristiane” della sua cultura e della sua identità. “Europa”, prima di tutto, “significa adottare comportamenti coerenti con un messaggio cristiano”, spiegano i vescovi, avvertendo che tale non è il comportamento di chi, per esempio, ritiene che non si debba prestare aiuto ai profughi che non condividono la propria fede. I vescovi portoghesi ricordano ai fedeli e a tutte le persone di buona volontà che la “novità del cristianesimo sta nell’amore universale che non esclude nessuno”, per cui la difesa dell’identità europea “non può essere un pretesto per distinguere tra profughi cristiani perseguitati e altri rifugiati. L’Europa non può pretendere di essere un’oasi di pace, protetta da confini o muri, in un mondo dove guerra e povertà prevalgono”.  (Osservatore Romano)

Mattarella: gli hotspot non bastano

Vienna - “Serve una risposta comune e complessiva della Ue che riguardi la politica di respingimento in tutti i suoi aspetti e i vari tipi di interventi, dal salvataggio delle vite umane agli hot spot, dai rimpatri alle quote di accoglienza”. Lo ha detto ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ai giornalisti che, a Vienna, durante la sua visita di Stato, gli chiedevano delle pressioni su Italia e Grecia per aprire rapidamente i centri di identificazione dei migranti.
“Occorre infatti – ha aggiunto – una politica dell’Unione, una gestione complessiva del problema ed è solo in questo modo che si può avere una risposta efficace” all’immigrazione che sta investendo l’Europa.

A Manchester un corso per vincere i pregiudizi verso i migranti

Manchester - Cosa i giovani cristiani possono fare insieme per accogliere i migranti? Questa è la domanda che ha spinto l’Ecumenical Youth Council of Europe (Eyce) a organizzare, a Manchester dal 6 al 13 settembre, un incontro di formazione dal titolo “Faces of Poverty: training course addressing poverty in the context of migration”.
L’incontro di Manchester, reso possibile anche dal sostegno del Consiglio d’Europa e dall’organizzazione Brot für die Welt – riferisce l’Osservatore Romano -  è stato pensato, mesi fa, nell’ambito delle iniziative con le quali l’Eyce si propone di formare cristiani di tradizione diversa a una cultura dell’accoglienza e della condivisione come prima tappa fondamentale di un cammino per una testimonianza comune del Vangelo. È stata dunque una tappa nella quale si è cercato di rendere più immediata la comprensione dei profondi legami tra migrazione, esclusione sociale e povertà in Europa, dove pure esistono programmi e progetti, spesso condivisi a livello ecumenico, per superare la condizione di emarginazione dei migranti.
Proprio il racconto di queste esperienze comuni, a cominciare da quelle attive in Gran Bretagna, ha costituito il momento principale dell’incontro secondo una metodologia della formazione al dialogo che per l’Eyce consiste nella condivisione, attraverso il racconto dei protagonisti, di cosa i giovani già fanno nelle comunità locali per superare le divisioni confessionali su un tema come quello dell’accoglienza dei migranti.

Card. Bagnasco: “fare a meno di muri e fili spinati”

Roma – “Nella misura in cui tutti siamo in posizione di dialogo, rispetto, umiltà, discrezione e collaborazione, in questa misura si può fare a meno di muri e di fili spinati”. Lo ha detto il presidente della Cei, il card. Angelo Bagnasco, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, a margine dell’annuale plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa che si svolge in questi giorni in Terra Santa.

L’impegno della Chiesa europea, ha aggiunto il card. Bagnasco, “credo che sia sciogliere la paura della gente attraverso la cultura del dialogo, dell’intesa nel rispetto reciproco, da parte di chi ospita e di chi è ospitato. Ci sono regole, leggi comuni di rispetto reciproco, per l’integrazione reale e non apparente”.
“Il Santo Padre – ha ricordato Bagnasco - ci ha indicato la strada del Vangelo, dell’accoglienza, rispettando le situazioni diverse (profughi, rifugiati, richiedenti asilo) del fenomeno migratorio, in rapporto alle situazioni dei diversi Stati. Anche noi in Italia da tanto tempo ci muoviamo in questa direzione, accogliamo nuovamente l’invito del Santo Padre in stretta collaborazione con le autorità prefettizie e con gli Stati”.

La presenza dei vescovi europei in Terra Santa, ha spiegato Bagnasco, “vuol essere un atto di sostegno, di ammirazione, di ringraziamento per le comunità cristiane e tutti i pastori che qui vivono, per la loro presenza nei luoghi santi. Questa loro presenza per noi europei, per il mondo cristiano, è molto importante perché è esempio di testimonianza con molto sacrificio, a beneficio per tutta la Chiesa. Volevamo essere presenti in questo momento particolare del Medioriente”.

Unhcr: all’insegnante rifugiata afgana Aqeela Asifi il premio Nansen per i Rifugiati

Ginevra - L’insegnante rifugiata afghan Aqeela Asifi, che ha dedicato tutta la sua vita a dare un’istruzione alle bambine rifugiate in Pakistan, ha vinto il Premio Nansen Rifugiati Unhc 2015.
Aqeela Asifi, 49 anni, è stata premiata per la sua coraggiosa e instancabile dedizione all’educazione delle bambine rifugiate afgane nel villaggio di rifugiati di Kot Chandana a Mianwali, Pakistan - superando lei stessa le sfide della sua vita in esilio. Nonostante la scarsità di risorse e importanti sfide culturali, Asifi ha accompagnato migliaia di bambine rifugiate attraverso il loro percorso di formazione primaria.
L’Afghanistan rappresenta la più grande e la più prolungata crisi di rifugiati del mondo. Oggi più di 2.6 milioni di afghani vivono in esilio, e la metà di loro sono bambini. L’accesso all’istruzione è vitale per il successo del rimpatrio, della risistemazione e della rintegrazione locale dei rifugiati. Tuttavia a livello globale si stima che solo uno su due bambini rifugiati abbia la possibilità di frequentare la scuola elementare, e solo uno su quattro quella secondaria. E per un rifugiato afgano in Pakistan la percentuale si abbassa ancora, con circa l’80% dei bambini attualmente esclusi dal sistema scolastico.
L’Alto Commissario per i Rifugiati Onu, Antònio Guterres, ha reso omaggio agli sforzi della vincitrice del premio umanitario mondiale: “L’accesso a un’istruzione sicura e di qualità aiuta i bambini a diventare adulti con dei lavori regolari, a far ripartire l’economia e aiutare a ricostruire le loro comunità -  e li rende meno vulnerabili allo sfruttamento e agli abusi. Investire nell’educazione dei rifugiati permetterà ai bambini di contribuire a spezzare il circolo dell’instabilità e del conflitto. Persone come Aqeela Asifi capiscono che i bambini rifugiati di oggi determineranno il futuro dei loro paesi, e il futuro del nostro mondo”.
L’Unhcr ha pubblicato il report contestuale “Spezzale il circolo: l’educazione e il futuro dei rifugiati afgani”. Il report evidenzia le sfide che i bambini, specialmente le bambine rifugiate, devono affrontare per avere accesso all’istruzione in Pakistan.
Asifi è un’ex insegnante che ha lasciato Kabul con la sua famiglia nel 1992, trovando la salvezza nel remoto insediamento di rifugiati di Kot Chandana. Asifi è rimasta costernata dalla mancanza di istruzione per le bambine lì. Prima che arrivasse, le severe tradizioni culturali tenevano la maggior parte delle bambine a casa. Ma lei è stata determinata a dar loro la possibilità di imparare. Lentamente ma assiduamente ha convinto la comunità, e ha cominciato ad insegnare solo a una manciata di allieve in una scuola-tenda improvvisata. Ha ricopiato i fogli dei compiti a mano su pezzi di carta. Oggi la scuola-tenda è un ricordo lontano e, grazie al suo esempio, più di mille bambine frequentano scuole permanenti nel villaggio. 
Lei crede che convincere del potere dell’istruzione per le bambine in questa generazione trasformerà le opportunità per la prossima. “Quando ci sono delle madri istruite, avrai certamente generazioni future con un’educazione” ha detto, “Quindi se educhiamo le ragazze, educhiamo delle intere generazioni. Spero che un giorno quando si ricorderà l’Afghanistan, non sarà per la guerra ma per i suoi standard educativi”.
“L’accesso all’istruzione è uno dei diritti umani di base. Eppure per milioni di bambini rifugiati questo è un’ancora di salvezza per un futuro migliore che gli viene tragicamente negata” ha detto Khaled Hosseini, “Goodwill Ambassador” UNHCR.
"Ho incontrato molti giovani rifugiati che sono stati strappati da tutto ciò che li fa sentire al sicuro: le loro case, le loro famiglie, i loro amici e le loro scuole. Investire nella loro istruzione significa investire nel loro futuro, dando loro la speranza e la possibilità di prendere parte, un giorno, alla ricostruzione delle loro paesi d'origine distrutti”.
“L’UNHCR lavora per dare a tutti i bambini rifugiati la possibilità di andare a scuola. Aqeela Asifi ci ha dimostrato che con un po’ di coraggio le cose si possono cambiare. Dobbiamo mandare avanti la sua lotta”.
Dalla caduta dei talebani nel 2001, 5,7 milioni di afghani sono tornati a casa, ma la situazione resta incerta. L'UNHCR ha intrapreso una strategia per assistere i restanti profughi afgani nel loro ritorno a casa, e un elemento chiave è assicurare loro la possibilità di accedere a un'istruzione di qualità. Nei primi giorni di ottobre, a Ginevra, una riunione a livello ministeriale cercherà di avanzare questa strategia con i principali partner regionali.

Vescovi europei: “la disperazione non ha confini”

Gerusalemme - “Guardando le gioie, le sofferenze e le sfide della Chiesa nei diversi Paesi, è emerso il grande movimento dei popoli: profughi, rifugiati, immigrati. La disperazione non ha confini. La complessità di questo esodo, con le sue inevitabili differenziazioni, richiede da parte dei singoli Stati, le cui situazioni sono radicalmente diverse, molta attenzione al fine di rispondere tempestivamente alle necessità di aiuto immediato e di accoglienza di persone disperate a causa di guerra, persecuzione, miseria”. E’ quanto scrivono oggi i Presidenti delle Conferenze Episcopali dei Paesi europei, al termine della Plenaria che si è svolta in Terra Santa.
“Gli Stati, attraverso le istituzioni necessarie, devono mantenere l’ordine pubblico, garantire la giustizia per tutti e offrire una generosa disponibilità per chi ha veramente bisogno, nella prospettiva anche di una integrazione rispettosa e collaborativa. Grande – scrivono i vescovi -  è l’impegno delle Chiese d’Europa che, seguendo le indicazioni del Santo Padre Francesco, collaborano con gli Stati, i quali sono i primi responsabili della vita sociale ed economica dei loro popoli. Le molte esperienze già in atto incoraggiano a proseguire ed intensificare ogni sforzo”. Data la “complessità” delle situazioni e “l’ampiezza delle tragedie umanitarie” i presuli auspicano che anche l’Onu  “prenda in decisa considerazione la situazione e giunga ad efficaci soluzioni non solo rispetto alla prima accoglienza ma anche ai Paesi di provenienza dei migranti, adottando misure adeguate per fermare la violenza e costruire la pace e lo sviluppo di tutti i popoli”.