Primo Piano

Papa Francesco: fede è andare avanti con la vita che si ha

Città del Vaticano - Credere in Gesù è prendere la vita così com’è e andare avanti con gioia, senza lamentele, senza lasciarsi paralizzare dal brutto peccato dell’accidia: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino oggi a Casa Santa Marta.
Al centro dell’omelia del Papa, il Vangelo odierno del paralitico guarito da Gesù. Un uomo malato da 38 anni, giaceva ai bordi di una piscina a Gerusalemme, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali c’erano un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si diceva che, quando scendeva un angelo e agitava le acque, i primi che s’immergevano venivano guariti. Gesù, vedendo quest’uomo, gli dice: “Vuoi guarire?”:
“E’ bello, Gesù sempre dice questo a noi: Vuoi guarire? Vuoi essere felice? Vuoi migliorare la tua vita? Vuoi essere pieno dello Spirito Santo? Vuoi guarire?’, quella parola di Gesù… Tutti gli altri che erano lì, infermi, ciechi, zoppi, paralitici avrebbero detto: ‘Sì, Signore, sì!’. Ma questo è un uomo strano, gli rispose, a Gesù: ‘Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita mentre infatti sto per andarvi un altro scende prima di me’. La risposta è una lamentela: ‘Ma guarda, Signore, quanto brutta, quanto ingiusta è stata la vita con me. Tutti gli altri possono andare e guarire e io da 38 anni che cerco ma’…”.
Quest’uomo – osserva il Papa - era come l’albero piantato lungo i corsi d'acqua, di cui parla il primo Salmo, “ma aveva le radici secche” e “quelle radici non arrivavano all’acqua, non poteva prendere la salute dall’acqua”:
“Questo si capisce dall’atteggiamento, dalle lamentele e anche sempre cercando di dare la colpa all’altro: ‘Ma sono gli altri che vanno prima di me, io sono un poveraccio qui da 38 anni…’. Questo è un brutto peccato, il peccato dell’accidia. Quest’uomo era malato non tanto dalla paralisi ma dalla accidia, che è peggio di avere il cuore tiepido, peggio ancora. E’ vivere ma perché vivo e non avere voglia di andare avanti, non avere voglia di fare qualcosa nella vita, aver perso la memoria della gioia. Quest’uomo neppure di nome conosceva la gioia, l’aveva persa. Questo è il peccato. E’ una malattia brutta: ‘Ma sono comodo così, mi sono abituato… Ma la vita è stata ingiusta con me…’. E si vede il risentimento, l’amarezza di quel cuore”.
Gesù non lo rimprovera, ma gli dice: “Alzati, prendi la tua barella e cammina”. Il paralitico guarisce, ma poiché era sabato, i dottori della Legge gli dicono che non gli è lecito portare la barella e gli chiedono chi l’abbia guarito in questo giorno: “Va contro il codice, non è di Dio quell’uomo”. Il paralitico - nota il Papa - non aveva neanche detto grazie a Gesù, non gli aveva chiesto nemmeno il nome: “Si è alzato con quell’accidia” che fa “vivere perché è gratis l’ossigeno”, fa “vivere sempre guardando gli altri che sono più felici di me” e si è “nella tristezza”, si dimentica la gioia. “L’accidia - spiega il Papa - è un peccato che paralizza, ci fa paralitici. Non ci lascia camminare. Anche oggi il Signore guarda ognuno di noi, tutti abbiamo peccati, tutti siamo peccatori ma guardando questo peccato” ci dice: “Alzati”:
“Oggi il Signore a ognuno di noi dice: ‘Alzati, prendi la tua vita come sia, bella, brutta come sia, prendila e vai avanti. Non avere paura, vai avanti con la tua barella’ – ‘Ma Signore, non è l’ultimo modello…’. Ma vai avanti! Con quella barella brutta, forse, ma vai avanti! E’ la tua vita, è la tua gioia. ‘Vuoi guarire?’, prima domanda che oggi ci fa il Signore? ‘Sì, Signore’ – ‘Alzati’. E nell’antifona all’inizio della Messa c’era quell’inizio tanto bello: ‘Voi che avete sete venite alle acque - sono acque gratis, non a pagamento - Voi dissetatevi con gioia’. E se noi diciamo al Signore ‘Sì, voglio guarire. Sì, Signore, aiutami che voglio alzarmi’, sapremo com’è la gioia della salvezza”. (Sergio Centofanti – Radio Vaticana)
 

Profughi: l’Austria si sfila dal piano UE

Roma - Ancora sbarchi e arrivi. Non si fermano i viaggi della speranza. E i numeri fanno presagire un anno particolarmente difficile e impegnativo. Perché nei soli primi tre mesi si è già registrato il 115% in più di arrivi rispetto al 2015, l’anno per eccellenza con il maggior numero di sbarchi dall’inizio della crisi nordafricana. Gli ultimi dati diffusi dal Viminale confermano 21.939 migranti arrivati sulle nostre coste dall’inizio dell’anno, il 51,25% in più rispetto allo stesso periodo del 2016 (un aumento, addirittura, del 115,83% rispetto al 2015).
C’è preoccupazione anche per i minori non accompagnati che hanno attraversato il Mar Mediterraneo: in tutto 2.293 verso l’Italia sino ad oggi dal primo gennaio. Complessivamente nel 2016 ne sono stati accolti 25.846, più del doppio rispetto all’anno precedente (12.360). Arrivano soprattutto da Guinea, Nigeria, Bangladesh, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Marocco, Mali, Somalia ed Eritrea.
Ma, a fronte degli oltre 170mila (per l’esattezza 174.495) migranti attualmente accolti in Italia, solo 6mila potranno essere ricollocati entro settembre in altri Paesi europei. Lo ha confermato ieri il Commissario europeo responsabile dell’Immigrazione, Dimitris Avramopoulos, al termine di una riunione.
«In Grecia ci sono 20.000 persone eleggibili – ha spiegato Avramopoulos – in Italia il numero è di 6.000 registrati per la relocation, in gran parte eritrei». Il numero potrà però aumentare a seconda degli arrivi anche se sulla base dei criteri approvati dalla Commissione, solo i richiedenti asilo appartenenti a una nazionalità per la quale la percentuale di riconoscimento della protezione internazionale a livello europeo è pari o superiore al 75 % sono "ricollocabili". Di fatto, si tratta dei richiedenti asilo di Burundi, Eritrea, Maldive, Oman, Qatar, Siria e Yemen. Nazionalità che solo raramente (ad esclusione appunto dell’Eritrea) sono fra quelle dichiarate dalla maggior parte di migranti sbarcati in Sicilia. Avramopoulos è tornato nuovamente a sollecitare «uno sforzo maggiore» a tutti gli Stati membri. «Non ci sono più scuse – ha aggiunto – Non serve più discutere sulle rilocation, servono risultati». Anche se ieri è arrivato lo strappo definitivo dall’Austria che ha confermato di voler uscire dal piano di ricollocamento approvato dall’Ue. «Credo che l’Austria abbia dato un contributo umanitario sufficiente», ha commentato il ministro della Difesa austriaco, Hans-Peter Doskozil, annunciando che conta di trovare già un accordo oggi, quando porterà la proposta al Consiglio dei ministri. Anche l’Ungheria alza il filo spinato ed annuncia di essere pronta a iniziare la detenzione per i richiedenti asilo in campi al suo confine meridionale con la Serbia.
Intanto proseguono i salvataggi in mare. La "Prudence" della Ong Medici senza frontiere, in missione dallo scorso 20 marzo ha effettuato la sua prima operazione, con ben 540 persone tratte in salvo in poche ore. I migranti si trovavano alla deriva su un barcone in acque internazionali di fronte a Sabratha. Dopo aver ricevuto una chiamata dal Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) intorno alle 2.15 del mattino il team Msf si è trovato a dover gestire una barca di legno «in condizioni molto precarie». Molte donne e molte bambini, tra i soccorsi c’è anche un neonato di un mese, il piccolo Abdul, nato in Libia, ed altri 15 bambini tra 1 e 12 anni. (D.Fas.)
 

La bella favola della piccola Oumoh

Palermo - Un iniziale momento di incredulità, di smarrimento, poi la piccola Oumoh si accuccia sul petto della madre e torna a sentire il respiro, l’odore, il calore. È un abbraccio tra le lacrime, delle protagoniste e di chi non riesce a staccare gli occhi da quel quadro di tenerezza, quello tra Oumoh, 4 anni, e la sua mamma Zanabou Camara, 32 anni, scappate dalla Costa d’Avorio in tempi diversi per sottrarre la piccola all’orrenda pratica dell’infibulazione. «Merci beaucoup, merci beaucoup», ripete la donna guardando tutte le persone che hanno scalato le montagne della burocrazia per consentire un ricongiungimento che sembrava impossibile.
Ieri giorno di festa in una saletta dell’aeroporto Falcone Borsellino di Palermo, un giorno difficile da dimenticare. «È un miracolo, un miracolo...» dice la mamma ivoriana. Ci sono voluti cinque mesi, ma alla fine la piccola Oumoh, sbarcata da sola sull’isola di Lampedusa nell’autunno scorso, ha ritrovato la sua mamma, rimasta bloccata in Tunisia per un problema burocratico. Scesa dal volo proveniente da Tunisi, la donna emozionatissima trova ad accoglierla l’ispettrice Maria Volpe della questura di Agrigento, che in autunno si era presa cura della piccola. Ma anche la psicologa Maria Lea Ziino e gli operatori delle Misericordie d’Italia, che in questi mesi si sono occupati della piccola. «Io avrei fatto di tutto per ritrovare mia figlia – dice ancora frastornata ai giornalisti –. È stata una sofferenza enorme stare senza di lei». E racconta di essere scappata dalla Costa d’Avorio per impedire che la figlia fosse sottoposta alla mutilazione genitale con la nipotina di 12 anni. Per un problema, però, era stata costretta a tornare nel suo Paese per prendere gli averi e il passaporto e aveva affidato la figlia a un’amica. Ma qui è iniziata l’odissea della donna. L’amica, infatti, ha portato la piccola Oumoh sul barcone a Lampedusa e la mamma non ha più potuto vedere la sua bambina, se non via Skype. «Quando sono tornata nel luogo in cui avevo lasciato mia figlia e non l’ho ritrovata volevo morire. Mi sono imbarcata subito dopo ma il gommone affondava e io ho gridato: "Dio non farmi morire"». Nei giorni scorsi, l’ispettrice di polizia Volpe è stata inviata a Roma all’ambasciata della Costa d’Avorio per sollecitare il rilascio dei documenti, così come il visto all’ambasciata della Tunisia: «Sto tremando, non dimenticherò mai questo momento pensando a questa emozione. La signora potrà restare qui a Palermo, in comunità con la bambina fin quando vorrà». Rossana Barbato e Marilena Cefalà sono due operatrici delle Misericordie del centro di accoglienza di Lampedusa: «Una frase che diceva sempre la bambina, in francese, era: "Mamma è tornata a casa". E noi le rispondevamo: "Non ti preoccupare, mamma ritornerà’". «Ringrazio tutti gli operatori – afferma Roberto Trucchi, presidente della Confederazione nazionale delle Misericordie –. che ogni giorno lavorano per aiutare i migranti nel centro di Lampedusa in tante altre piccole, medie e grandi realtà di tutta Italia. I nostri confratelli non si limitano a dare vitto, alloggio ed assistenza, ma anche aiuto psicologico con uno spirito di carità che li porta quasi ad "adottare" questi fratelli provenienti dal mare». (A.Turrisi-Avvenire)
 
 

Card. Montenegro sui profughi “UE ha fatto molte scelte pericolose”

Castellaneta – “L’Europa, minata dalla crisi economica, ha come termometro l’arrivo di migliaia di profughi” ma “non riesce a trovare risposte condivise e finora ha fatto molte scelte pericolose”. Lo ha detto il Cardinale Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Presidente di Caritas Italiana, nel suo saluto in apertura del 39° Convegno nazionale delle Caritas diocesane in corso fino al 30 marzo a Castellaneta (Taranto) sul tema “Per uno sviluppo umano integrale”. “Si spendono energie e risorse – ha osservato Montenegro – per rafforzare risposte militari, per costruire muri, per misure di repressione e controllo alle frontiere. Tutto questo proprio mentre si celebrano i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma, che rischiano di essere calpestati da politiche e scelte di chiusura, difesa degli interessi particolari, esclusione”. “È importante invertire la rotta e le priorità tra Vangelo e legge, uomo e regole dei codici, servizio e potere”, ha sottolineato. “Se facciamo la nostra parte è già un pezzettino di Europa che sta cambiando”. (Sir)
 

Card. Montenegro: “Europa metta al centro l’uomo non la moneta”

Roma -  “Fino a quando ci sarà un’Europa che metterà la moneta al centro ci sarà poco da sperare in un cambiamento. Ma se soltanto l’uomo sarà messo al centro allora insieme riusciremo a fare il cammino dovuto”. Lo ha detto l’arcivescovo di Agrigento e Presidente della Caritas Italiana, il Card. Francesco Montenegro, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, a margine del 39° Convegno nazionale delle Caritas diocesane a Castellaneta (Taranto).
“Il muro oscura ciò che c’è davanti – ha aggiunto il Card. Montenegro - e a furia di alzare i muri oscureremo il futuro. Questa è la responsabilità di un’Europa che un po’ cade in contraddizione. Ieri erano tutti contenti per la firma in occasione dei Trattati di Roma ma la storia che vogliono mostrare e aiutarci a vivere è fatta di un passato che non ha retto”.
 
 

Nigeriano accoltellato a Rimini: per Mons. Lambiasi “vigilare e prevenire”

Rimini - "Dobbiamo avere l'onestà e il coraggio di guardare a questo brutto avvenimento muovendoci non solo 'intorno' ad esso, ma cercando di andarci 'dentro'. E andarci dentro significa guardarlo certamente con le lenti della politica, della giustizia, della sociologia, della psicologia e quant'altro. Ma c'è una prospettiva che non deve mancare, ed è quella educativa". Così monsignor Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, commenta al Sir la violenta aggressione, mercoledì sera, nei confronti di un richiedente asilo nigeriano di 25 anni, ricoverato ora in condizioni gravissime. "Quando si verifica un disastro ambientale - spiega Lambiasi -, bisogna che la società si interroghi su cosa è avvenuto e su cosa si poteva fare per evitarlo. Bisogna che anche in questo caso, come in altri similari, gli adulti e tutti coloro che sono impegnati in ambito educativo si pongano la domanda: cosa avremmo potuto fare e cosa dovremmo per impedire episodi del genere?". "Penso che ognuno di noi che ha responsabilità educativa - conclude il presule - non solo non possa rassegnarsi a derive tanto drammatiche, ma, oltre a vigilare e a prevenire affinché ciò non avvenga, dobbiamo renderci conto che ogni nostro gesto e nostra parola ha una ricaduta educativa o diseducativa all’insegna della violenza o dell’accoglienza di chi è diverso da noi per motivi razziali o culturali".
 

Migranti: Mons. Suetta: “serve minimo tolleranza e giuste eccezioni”

Roma - “Un minimo di tolleranza, un minimo di lettura corretta dei fatti e anche un concreto stimolo a rivedere il dettato della norma”. Lo ha chiesto il Vescovo di Ventimiglia-San Remo, Mons. Antonio Suetta, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, commentando la decisione del Comune di Ventimiglia di denunciare 3 cittadini francesi per aver dato cibo ad alcuni migranti senza autorizzazione. La solidarietà di tre cittadini francesi è finita infatti sul verbale redatto il 20 marzo scorso, dal Commissariato della Polizia di Stato di Ventimiglia. E’ il primo caso noto dopo l’approvazione dell’ordinanza del sindaco Enrico Ioculano dell’ 11 agosto 2016 nata per motivazioni di ordine igienico sanitario. “Parto da una considerazione di carattere generale – ha sottolineato Mons. Suetta - sul fatto di aver emanato questa ordinanza. Il discorso lo capisco in linea di principio cioè la somministrazione di cibo e bevande soprattutto se avviene su larga scala ha indubbiamente dei risvolti igienico-sanitari e quindi comprendo che questa attività vada regolamentata. Poi calata invece nella situazione concreta questa ordinanza ha un qualcosa di strumentale cioè di volere contenere latitudine alla solidarietà all'accoglienza, al supporto dato a queste persone in estrema difficoltà”. “Proprio perché si tratta di persone in estrema difficoltà – ha aggiunto Mons. Suetta - mi pare che si debbano prevedere delle giuste eccezioni alla legge. Che dei volontari distribuiscano magari anche quantitativi di cibo che vanno al di là di una o due porzioni non significa che si tratti di un'attività di somministrazione di cibi e bevande ma si tratta semplicemente di dare qualcosa da mangiare e da bere a chi ha fame e sete”.
 

Papa Francesco: una tazza di latte a casa della famiglia islamica

Milano - Un regalo speciale per un ospite speciale: un disegno con il minareto di una moschea e il campanile di una chiesa, in mezzo dei ragazzini che giocano assieme. L’autore del disegno, Mahmoud, un bambino di 6 anni, lo ha consegnato a Papa Francesco, sabato mattina, mostrandogli così la sua “quotidianità immaginaria” (perché la moschea a Milano ancora non c’è, ndr) alle Case Bianche, di via Zama e via Salomone a Milano. La famiglia di Mahmoud – con le sue sorelle Nada e Jihane, e i suoi genitori Mihoual Abdel Karim e Tardane Hanane – è tra quelle che vivono nei caseggiati popolari che il Papa ha voluto incontrare personalmente.
“Noi siamo di fede islamica”, ha spiegato Abdel Karim, ancora emozionato e aggiungendo che il 25 marzo per la sua famiglia rimarrà per sempre una data da festeggiare. «Mia moglie – ha aggiunto – dà sempre una mano in parrocchia: Gesù per noi è un profeta e noi in famiglia consideriamo i cristiani come nostri fratelli», prosegue il capofamiglia.
I Karim provengono dal Marocco, sono in Italia dal 1989 e in particolare dal 2000 vivono alle Case Bianche, in un bilocale: la loro speranza è trovare un alloggio più grande e adatto alle loro esigenze, ma nel frattempo si godono la gioia di oggi. «È stato un onore che il Papa abbia condiviso qualche momento con noi, gli abbiamo offerto mandorle, datteri e del latte. E lui ha bevuto il latte, proprio come fosse un vecchio amico venuto a trovarci». E poi Nada, con qualche titubanza ha rivolto a Francesco la domanda di rito di tutti i teenager: «Posso fare un selfie con lei?». Il Papa l’ha subito rassicurata, dicendole che non è l’unica ad avergli chiesto di farsi un selfie. (Ilaria Solaini – Avvenire)
 

Naufragio a largo della Libia: il cordoglio del Centro Astalli

Roma -  Il Centro Astalli esprime “profondo cordoglio” per le 240 vittime dell’ultimo naufragio di cui si ha notizia a largo della Libia. P. Camillo Ripamonti, Presidente Centro Astalli afferma: “Il dolore per le tante vite spezzate in questi giorni è tanto. Non possiamo rimanere in silenzio. Queste morti, uniti alle vittime del terrorismo nel mondo, dimostrano che siamo vittime di politiche nazionali e sovranazionali sbagliate che con il pretesto della sicurezza non fanno nulla per costruire giustizia e coesione sociale, ma al contrario alimentano esclusione e violenza”.
Il Centro Astalli ribadisce e sottolinea che: “la sicurezza dei cittadini non si ottiene facendo accordi con Paesi Terzi instabili che non possono dare garanzie di effettivo rispetto dei diritti umani; la sicurezza dei cittadini non si ottiene commerciando in armi con Paesi in cui conflitti e persecuzioni costringono alla fuga civili innocenti. Non si ottiene neanche snaturando la cooperazione allo sviluppo condizionandola all’adesione da parte di Pesi di origine di strategie di contenimento delle migrazioni ingiuste e irrealistiche; non è sicurezza quella che si paga con sacrificio di altre vite umane”. Il Centro Astalli chiede a istituzioni nazionali e sovranazionali “vie legali di ingresso che spezzino finalmente il giogo dei trafficanti; l’attivazione di quote di resettlement significative; politiche lungimiranti di accoglienza che costruiscano l’integrazione fin dal primo giorno, e che contribuiscano al rafforzamento della coesione sociale in un’ottica di inclusione e valorizzazione delle diversità; una seria politica di cooperazione allo sviluppo che abbia come obiettivo la costruzione di una pace duratura e di uno sviluppo sostenibile nei paesi d’origine.

INPS: sostegno per nascita o adozione di un minore

Roma - L’Inps comunica che per la nascita o l'adozione di un minore verrà assegnato un premio alla natalità di 800 euro. Per beneficiare del premio le donne in gravidanza o le madri devono essere residenti in Italia, essere in possesso della cittadinanza italiana o comunitaria o, nel caso delle cittadine non comunitarie, essere in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo oppure di una delle carte di soggiorno per familiari di cittadini UE.
 

Doppio naufragio migranti: “almeno 250 morti al largo della Libia”

Milano - Ennesima tragedia in mare. Almeno 250 migranti potrebbero essere morti nel mar Mediterraneo in due naufragi. L'allarme arriva dalla Ong spagnola Open Arms, impegnata nell'attività di ricerca e soccorso nel canale di Sicilia. La portavoce dell'associazione conferma il recupero di cinque cadaveri a 15 miglia dalla costa libica nei pressi di due gommoni affondati.
"Riteniamo non ci possa essere altra spiegazione se non che queste imbarcazioni erano piene di persone", ha detto alla France presse, Laura Lanuza, precisando che ognuna di queste trasporta in media tra le 120 e le 150 persone.
La centrale operativa della Guardia costiera a Roma conferma il numero delle vittime recuperate. Sul posto sono presenti diverse navi ma le condizioni del mare, particolarmente agitato, non facilita le attività di ricerca. (Daniela Fassini –Avvenire)
 

Tra gli scaffali

a cura di Raffaele Iaria Morire come schiavi
 
Paola Clemente è morta a quarantanove anni nei campi di Andria in un’estate piena di sole, sotto una cappa di silenzi e omertà che ha permesso a qualcuno di utilizzare le sue braccia per troppo tempo, con la ricompensa di due euro all’ora e nessun diritto. Paola. Ma anche molti altri: uomini e donne, braccianti stagionali sfruttati in modo vergognoso da caporali e mediatori capaci di produrre contratti fasulli.
In questo viaggio on the road, o meglio in the fields, dal Gargano alla Calabria, si raccontano le storie di tante donne pugliesi, calabresi, lucane, di numerosi immigrati africani o rumeni, arrivati in Italia con la promessa di un lavoro sicuro. Chiamati per “fare l’acinino” ai grappoli d’uva, raccogliere pomodori, olive, arance, mandarini, per necessità sono costretti a condizioni di lavoro stremanti. La precarietà fa accettare di tutto. E se questo accade al Sud, non si può dire che il Nord sia indenne, perché non c’è una geografia dello sfruttamento e dove c’è una campagna o un cantiere, spesso si “assume” manodopera in questo modo.
Chi ha una casa, dopo il lavoro può tornarci a dormire; chi non ce l’ha, vive in un ghetto ai margini di una città. Alcuni pagano persino per questa “ospitalità”. Alcuni – come a Rosarno o a Nardò – subiscono gli attacchi e tentano la rivolta, ma dopo pochi titoloni sui giornali e immagini in tv, tutto torna come prima. Le pagine di questo volume, della giornalista della “Gazzetta del Mezzogiorno”, Enrica Simonetti,  vogliono essere un viaggio sociale utile a scuotere le coscienze. 
Enrica Simonetti, Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato, Imprimatur 
 
Sessant’anni fa le basi dell’Europa 
In occasione dei 60 anni della firma dei Trattati di Roma, domani 25 marzo,  ELS La Scuola  è in libreria con il volume di Flavio Pajer “Dio in programma. Scuola e religioni nell’Europa unita (1957-2017)” . Els La Scuola –marchio esclusivo dell’Editrice Morcelliana-  offre il suo contributo a questo anniversario con un libro che spiega e interpreta il ruolo importante - che hanno già avuto e avranno sempre più - scuola e religioni in una unione votata  alla cooperazione pacifica, al rispetto della dignità umana, alla libertà, alla democrazia,  alla solidarietà tra e i popoli europei  
Così come gli Stati nazionali dell’Europa moderna si sono costruiti mediante laboriosi rapporti con i poteri religiosi delle Chiese, anche il processo di unificazione europea (giunto faticosamente al suo sessantennio) non ha potuto – e non può – fare a meno, in particolare,  dell’apporto delle religioni. Che oggi non è più diplomatico o politico, ma educativo – a valenza culturale, civica, etica – offerto mediante una complessa tipologia di modelli di istruzione religiosa che da un paese all’altro, da una Chiesa all’altra, da un decennio all’altro, si rivelano come la cartina di tornasole di una società europea prima maggioritariamente “cristiana”, poi via via secolarizzata e, infine, post-secolare. 
Il volume, frutto di tanti anni di lavoro, illustra i rapporti tra l’insegnamento religioso, i diversi sistemi scolastici e il più generale contesto storico europeo non in termini astratti, ma attraverso la ricostruzione storica di come tali rapporti si sono realizzati negli ultimi decenni, cogliendo le ragioni delle scelte di politica culturale e scolastica con cui Chiese, governi, organizzazioni religiose e filosofiche, orientamenti pedagogici, istituzioni accademiche, organismi europei hanno via via contribuito a regolare la presenza della religione a scuola. 
Ne esce così un quadro di grande suggestione che si articola in tre fasi, la prima coincidente con gli anni del Concilio e del post-Concilio, durante la quale l’insegnamento religioso si è “decatechizzato”; la seconda - compresa fra gli anni ’70 e la caduta del muro di Berlino- quando esso ha subito un processo di “deconfessionalizzazione”; la terza - corrispondente all’ultimo quarto di secolo- nel corso della quale l’insegnamento religioso ha “incorporato” non solo le visioni religiose del mondo, ma anche le visioni non religiose. 
Tra le peculiarità del  saggio di Pajer la particolare attenzione riservata ai molteplici fattori – orientamenti educativi e scolastici, contesti culturali e sociali, valori e stili di vita, sistemi politici, ideale di Chiesa, rapporti tra Stato e Chiesa – che hanno concorso al determinarsi di ciascuna fase. Né manca una ricognizione sui sistemi educativi del continente, utile per rintracciare le fasi dell’evoluzione subìta dagli insegnamenti in materia di religione, ma anche per individuare, oltre il mosaico dei modelli didattici, le ragioni delle politiche educative adottate da governi, Chiese, associazioni religiose e filosofiche e organismi dell’Europa unita, per negoziare, promuovere, gestire una “cultura religiosa” ed educare alla nuova cittadinanza in contesti di multireligiosità. 
Flavio Pajer , Dio in programma. Scuola e religioni nell’Europa unita (1957-2017) , Els La Scuola
 
Benedetto XVI: fede e profezia del primo papa emerito nella storia
 
In vista del novantesimo compleanno di Joseph Ratzinger (16 aprile 2017), il giornalista del Tg2 Giovan Battista Brunori offre al lettore una corposa ma scorrevole biografia del primo papa emerito della storia, evidenziandone il solido e durevole contributo da lui lasciato alla Chiesa: un apporto più profondo, solido e durevole, di quanto molti abbiano finora compreso.
Obiettivo di questa biografia, ampia (quasi 450 pagine) ma scritta in un linguaggio accattivante e scorrevole, è rispondere alla domanda: chi è veramente quest’uomo talvolta non capito, osteggiato, temuto, definito Panzerkardinal nonostante la sua finezza intellettuale? Il lettore viene condotto a conoscere l’esperienza umana e spirituale di un enfant prodige della teologia, dalla formazione nella sua amata Baviera fino al ritiro nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano. Attingendo alle memorie dello stesso Ratzinger e del fratello Georg, ai documenti ufficiali e alle tante interviste fatte negli anni a testimoni pubblici, Brunori riesce a evidenziare come Benedetto XVI sia stato più un papa del pensiero che del gesto, papa teologo e professore più che papa di governo. 
Rigoroso prefetto della Congregazione della dottrina della fede, Ratzinger intende difendere la fede dei semplici e avviare un faticoso processo per rimuovere la sporcizia nella Chiesa. Si batte contro la dittatura del relativismo e la marginalizzazione della religione nel mondo contemporaneo. Nonostante errori della curia, di cui il papa si carica – lasciando tutti attoniti – ogni responsabilità, nonostante crisi e scandali che ne oscurano temporaneamente il messaggio, la profezia di Benedetto XVI resta forte, nitida e di straordinaria attualità: la vera crisi della Chiesa “è appena incominciata. […] Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà agli uomini come la patria, che ad essi dà vita e speranza oltre la morte”.
Il volume di Brunori ha anche il merito di non rimanere coinvolto in quella diatriba tra tradizionalisti e riformatori, spesso ideologizzata, che vuole contrapposti, come paladini dei due schieramenti, Benedetto XVI e papa Francesco.
Scrive nella prefazione del libro padre Federico Lombardi, Presidente della Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger Benedetto XVI: “Per capire meglio sul lungo periodo il significato della vita e del servizio petrino di Benedetto XVI ci vorrà ancora del tempo, ma è giusto cominciare a provarci, con rispetto e simpatia, cercando di identificare, al di là delle vicende che hanno occupato per un certo tempo in modo più clamoroso le cronache degli anni scorsi, i tratti caratterizzanti di un governo e di un magistero che lasciano alla Chiesa un contributo più profondo, solido e durevole, di quanto molti abbiano finora compreso [...]. Brunori ci ha provato e ci ha dato un contributo che si legge con facilità e con frutto. Non è l’ultima parola, ma oggi nessuno può pretendere di dirla. È una parola di cui gli siamo grati, perché ci aiuta a ricordare il cammino di una lunga vita di fede, di pensiero profondo, di testimonianza cristiana, di fedelissimo amore alla Chiesa e di servizio sempre più ampio, ai fedeli e all’umanità”.
Giovan Battista Brunori, Benedetto XVI: fede e profezia del primo papa emerito nella storia, Edizioni Paoline 
 

Migrantes Messina: da lunedì la mostra “Migranti, la sfida dell’incontro”

Messina – Sarà inaugurata lunedì a Messina la mostra itinerante dal titolo "Migranti, la sfida dell'incontro". Realizzata in occasione della manifestazione “Meeting per l’Amicizia fra i popoli”,dello scorso anno  la mostra sui migranti offre uno sguardo curioso e appassionato al destino di milioni di persone che prova ad immedesimarsi nella loro umanità che deve far i conti con lingue, culture e situazioni nuove. Propone l’argomento non anzitutto come un “problema” o dando una ricetta, ma guardando negli occhi gli uomini e le donne che emigrano.
Chi è quell’ “altro” che bussa alle porte delle nostre società, da quali terre arriva, perché ha deciso di lasciarle per venire dalle nostre parti? Sono le domande con cui la mostra prova a confrontarsi. All’inaugurazione interverranno Claudio Gambino, professore di Geopolitica presso l'Università Kore di Enna; Delfina Licata, sociologa e responsabile dell'Area Ricerca e Documentazione Fondazione Migrantes e sr. Etra Modica, vicaria Generale delle Suore Missionarie di San Carlo Borromeo. La mostra rimarrà esposta fino al 1 aprile presso l'Università degli Studi della città.
 
 

Tajani: “Il Papa richiama l’UE ad aiutare gli ultimi e i poveri, ad accogliere i profughi”

Roma - “Papa Francesco ha fatto un bellissimo discorso, nel novembre 2014, al Parlamento europeo a Strasburgo. E poi ancora lo scorso maggio, in Vaticano, ricevendo il Premio Carlo Magno. Nei suoi interventi traspare la costante ricerca di un profilo europeo rinnovato pur nella fedeltà alle nostre radici; Bergoglio parla di Europa accostandole sempre il termine ‘speranza’. Il Papa richiama poi l’UE a non lasciare indietro nessuno, ad aiutare gli ultimi e i poveri, ad accogliere i profughi, a sostenere la famiglia, a rispondere alle attese dei giovani. Sono richiami essenziali per la politica di questo nostro tempo”. Così Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, intervistato dal Sir in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dei Trattati Cee-Euratom, riflette sulle sfide attuali, sui nazionalismi, sul rapporto tra cittadini e Unione, sui giovani. “Ritengo che sia essenziale comprendere quanti risultati si sono raggiunti in questi sessant’anni. L’Europa comunitaria ha contribuito a costruire una pace duratura, ad assicurare democrazia e libertà, rispetto dei diritti, benessere materiale. Si tratta di un patrimonio prezioso, che non va mai dato per scontato. Le celebrazioni di questi giorni possono aiutarci a comprendere il valore dell’unità, del procedere assieme”. “I nazionalismi parlano il linguaggio delle paure, delle chiusure e fanno sorgere i muri – psicologici o materiali – che vediamo riapparire in diversi Paesi. Sappiamo che i nazionalismi”, afferma il presidente dell’Euro-assemblea, “non hanno mai portato nulla di buono”. “Noi invece dobbiamo camminare insieme, pur senza rinunciare alle nostre identità e specificità. Del resto siamo chiamati a confrontarci con giganti del calibro di Stati Uniti, Cina, Russia: se, come Paesi europei, non siamo uniti finiamo per essere marginali e travolti”. L’UE può essere un valore aggiunto per i cittadini, creando quei risultati concreti attesi per economia, migrazioni, sicurezza. “Credo sia inoltre necessario continuare a coltivare il ‘sogno' europeo, specialmente per i nostri giovani”.
 

CEI: parte la campagna “liberi di partire, liberi di restare”

Roma - Un’iniziativa straordinaria che si sviluppi su un livello “culturale e pastorale generale sui fenomeni migratori” e che costituisca un’occasione di “finanziamento e realizzazione di progetti mirati e concreti”. Sono gli obiettivi di “Liberi di partire, liberi di restare”, la campagna che la Conferenza Episcopale Italiana avvia sul tema delle migrazioni, dopo essersi impegnata durante l’anno giubilare per il “diritto a rimanere nella propria terra” riuscendo “a mobilitare in modo significativo l’attenzione di molte comunità cristiane in particolare e dell’opinione pubblica in generale”. “Ma le problematiche di fondo legate ai crescenti flussi migratori nel mondo – si legge in una nota – restano inalterate sia dal punto di vista concreto, sia dal punto di vista della percezione di tali fenomeni a livello culturale, mediatico, sociale”. “I grandi flussi migratori in atto di tali popolazioni, senza alcuna tutela dei loro diritti umani fondamentali, va ad inserirsi in una crisi internazionale ed europea sempre più pesante”, prosegue la nota, nella quale si sottolinea che “i migranti sono diventati spesso ‘merce di scambio’ per scopi politici o per baratti governativi”. “Ne consegue che accogliere i migranti non è sufficiente, ma occorre un approccio culturale, politico e pastorale ampio”, afferma la Cei, secondo cui “è necessario allargare le strategie di intervento, anche le nostre, includendo un’attenzione e una progettazione a partire dalle realtà locali nei Paesi di origine, in quelli di transito e in Italia, che si vada ad aggiungere in modo organico a quanto già si sta facendo”. Tra i beneficiari privilegiati vi saranno i migranti minorenni e le loro famiglie, le vittime di tratta e le fasce più deboli.
 
 

MCI Belgio: è morto p. Amerio Ferrari

Bruxelles - Dopo dieci giorni di coma, a seguito di un infarto, è morto padre Amerio Ferrari, missionario con gli italiani in Belgio. Nato a Centenaro di Ferriere il 13 febbraio 1933, a soli 13 giorni di vita, secondo l’usanza locale viene battezzato nella chiesa della frazione. Il 20 settembre 1955 emette i primi voti nella famiglia scalabriniana  e il 4 ottobre 1958 fa la professione perpetua ricevendo a Piacenza gli ordini minori e maggiori. Il 18 marzo 1961 l’ordinazione sacerdote. Seguendo lo spirito e la sua scelta missionaria, fu subito destinato in Francia, in qualità di assistente nella Missione Cattolica Italiana a Parigi. Sempre con funzioni di assistente passa nel 1964 in Belgio a Marchienne au Pont. Dopo l’anno di aggiornamento trascorso a Roma, nel 1967, ritorna in una nuova parrocchia francese, il primo anno come cappellano poi come parroco a Carrière sur Seine, vicino a Versailles. Vi rimase per 12 anni. Nel 1979 fu nominato parroco dell’altra missione italiana, sempre a Parigi, in Rue Jean Goujon. Dal 1996 viveva ed operava in Belgio.
“Lo affidiamo al Signore della Vita che ha servito con fedeltà nella sua Chiesa e con i migranti, ‘servo buono e fedele’, discepolo convinto del Beato Scalabrini”, dice oggi il coordinamento delle Missioni Cattoliche Italiane in Belgio. Ieri sera una veglia funebre partecipata da un gran numero di persone nella chiesa di Santa Maria Goretti, chiesa della Missione Cattolica Italiana di Marchienne au Pont dove P. Amerio viveva.
Questa mattina i funerali nella chiesa di S. Antoine a La Louvière e sabato 25 marzo alle 11,00 nella chiesa di Centenaro di Ferriere (Piacenza) dove sarà tumulato nella cappella di famiglia.
La Migrantes ringrazia per il lavoro pastorale svolto da p. Amerio ed esprime le sue condoglianze alla famiglia.
 

Sabato la Beatificazione di Emilia, la cestaia gitana martire

Torino -  Sabato 25 marzo in Almeria sarà beatificata Emilia Fernandez Rodriguez nata il 3 aprile 1914 a Tijola in Spagna. Ne da notizia l’Aizo – l’Associazione Italiana Zingari Oggi – in una nota diffusa oggi. Emilia viene arrestata e detenuta  con altre donne durante la guerra civile spagnola. Negli anni 30 – riferisce la nota -  i cristiani venivano ingiustamente arrestati a causa della loro fedeltà al Vangelo. L’odio verso i cristiani fu devastante: in quattro mesi vennero distrutte 160 chiese. Emilia si sposa secondo il rito gitano con Juan Cortes Cortes nel 1938,  vive la sua vita lavorando come cestaia, attività economica che permette alla giovane coppia di vivere in modo dignitoso vendendo i cesti nei mercati o nella modalità porta a porta. Anche il marito viene arrestato e messo in prigione dove si trovano politici, sacerdoti e numerosi cristiani. La giovane cestaia viene arrestata il 21 giugno 1938 e rinchiusa nel carcere “Cachas Coloras”: ogni giorno venivano imprigionate numerose donne e in breve tempo si raggiunse il numero di 300 persone. Durante il processo, svoltosi l’8 luglio, nonostante fosse incinta, viene condannata a sei anni di carcere; la sua fede si rafforza sempre di più, chiede ad alcune giovani detenute di imparare a pregare. Costretta a stare isolata in una cella di punizione, con il freddo dell’inverno Emilia si ammalò gravemente, senza alcuna  speranza di guarigione. Giunse  con difficoltà al termine della sua gravidanza e il 12 luglio 1939 nacque Angela. Emilia, molto malata viene  ricoverata in ospedale. Per lei fu chiesta la grazia al governatore civile, ma senza alcuna risposta. Riportata in carcere muore abbandonata e sola il 25 gennaio1939.  Il popolo di gitani – scrive l’Aizo -  da sempre “emarginato e accusato solamente di ruberie può attraverso Emilia ribadire che in ogni popolo ci sono persone che sanno vivere onestamente e lei per molte donne gitane è l’esempio cardine”. Quest’anno i gitani di tutto il mondo festeggiano  insieme ad Emilia il ventesimo anniversario della  beatificazione di  Ceferino Giménez Malla detto "El Pelé", fucilato durante la stessa guerra civile spagnola.
 

Acireale: oggi convegno sulle migrazioni nel Mediterraneo

Acireale - In occasione delle Giornate dedicate alla cultura organizzate in compartecipazione dalla Città di Acireale con la diocesi oggi pomeriggio, presso l`Associazione Costarelli con sede nei locali di Piazza Duomo di Acireale, si terrà il convegno "Le Migrazioni nel Mediterraneo: cause ed esiti, motivazioni e reazioni". La riflessione prenderà spunto dai due recenti volumi a cura di don Massimo Naro, docente di Teologia presso l`Università Pontificia San Giovanni Evangelista di Palermo, dal titolo "Ero forestiero e mi avete ospitato: Umanesimo e migrazioni nel Mediterraneo" e "La Virtù del Nome. Invocare Dio per riconoscere l`umano". Al convegno interverranno: Cettina Minirola (direttrice INMP), don Massimo Naro, Giuseppe Di Fazio (giornalista). A moderare l`incontro il giornalista Salvo Fallica. Presente anche il vescovo Mons. Antonino Raspanti.  Come affermano gli organizzatori «attraversare il Mediterraneo per cercare la salvezza: questo è un fatto, un dato, un macro fenomeno che merita ermeneutiche all`altezza dell`umanità che vi è implicata. In quelle navigazioni, in quelle speranze, in quegli approdi difficili – sottolineano -  sofferti e spesso tragici, vengono messe in questione le identità sia di chi sta da un lato delle coste mediterranee e fugge, sia di chi sta dall`altro, e diventa meta e fine della migrazione. La religione è uno dei fattori costitutivi delle identità, fattore che in Occidente è chiamato al confronto con le ragioni della laicità”. 
 

Migrantes: Mauro Salvatore membro del Collegio dei revisori dei conti

Roma – Il Diacono Mauro Salvatore, Economo della CEI, è stato nominato membro del Collegio dei revisori dei conti della Fondazione Migrantes. La nomina è stata ufficializzata questa mattina con la diffusione del Comunicato finale dei lavori del Consiglio Permanente della CEI che si è svolto a Roma questa settimana. A Mauro Salvatore gli auguri di un proficuo lavoro. (R.I.)
 

CEI: ritrovarsi nella cultura del Mediterraneo

Roma - Mentre a Roma ci si appresta a celebrare il 60° anniversario dell’Unione Europea in un “clima appesantito” da “movimenti populisti e spinte disgreganti”, i vescovi italiani  rilanciano “il cammino intrapreso”, ne indicano “l’anima nell’ispirazione originaria – spirituale – dei padri fondatori e la condizione nel concepirsi come casa dei popoli e delle Nazioni, evitando omologazioni di pensiero e di tradizioni”. È un’Unione Europea dai Vescovi richiamata – si legge nel comunicato finale del Consiglio Permanente della CEI riunitosi questa settimana a Roma e conclusosi ieri - a “ritrovarsi nella cultura del Mediterraneo e, quindi, a prestare più attenzione a chi cerca di attraversarlo. La Chiesa italiana tale responsabilità continua a viverla in prima fila: nelle migliaia di progetti di formazione e sviluppo sociale che – grazie ai fondi dell’otto per mille – sostiene nei Paesi impoveriti; nella politica dei corridoi umanitari, che intende incrementare con il coinvolgimento di Parrocchie, Diocesi, Congregazioni religiose, Caritas e Migrantes; nell’accoglienza e nell’integrazione di quanti dimostrano di voler coniugare domanda di futuro e impegno a operare per il bene comune”. Su questo fronte, il Consiglio Permanente della CEI – si legge nel comunicato diffuso oggi - ha espresso la volontà di “costruire rapporti più significativi e continuativi con le Chiese del Nord Africa e, più in generale, dei Paesi di provenienza dei migranti”.
La sessione primaverile del Parlamentino della CEI, oltre che preparare la prossima Assemblea Generale (Roma, 22-25 maggio 2017), è stata anche occasione per un ampio confronto tra i Vescovi su vari temi. “Con forza è stata ribadita la volontà e l’attenzione della comunità cristiana a farsi prossima a quanti sono nella prova, in uno spirito di condivisione che nasce da una precisa visione della persona e della società”, si legge nel testo. (R.I.)