Primo Piano

Migranti: il piano integrazione del Viminale

Roma - «Un patto ideale», così lo definiscono dal Viminale, tra i migranti e chi li accoglie: «Ai titolari di protezione vanno quindi riconosciuti quei diritti essenziali che discendono dal loro status, cui devono corrispondere, così come per ogni cittadino italiano, altrettanti doveri e responsabilità per garantire una ordinata convivenza civile». Il piano nazionale per l’integrazione si ispira proprio a questo patto tra chi accoglie e chi è accolto. Il documento, presentato ieri dal ministro Marco Minniti alle associazioni impegnate nei vari tavoli governativi per l’immigrazione, è il frutto di due anni di confronto e dialogo iniziati dall’allora capo del Dipartimento Immigrazione e ora capo di gabinetto del ministro, il prefetto Mario Morcone. La platea a cui è rivolto il Piano non è composta dai soli titolari di permesso di soggiorno per protezione internazionale. Ci sono infatti 196.285 persone nel sistema di accoglienza nazionale, la maggior parte richiedenti asilo e 18.486 minori stranieri non accompagnati, questi ultimi destinatari di un impegno specifico. Buoni principi che non potrebbero però trovare approdo se non si mettesse mano alla capacità delle istituzioni «di governare in maniera equilibrata – ammette il documento del Viminale – il delicato rapporto dei territori con i migranti, operando un bilanciamento tra i diritti di chi è accolto con quelli di chi accoglie». Dopo anni di confronti - e di scontri - per la prima volta il Ministero dell’Interno e il variegato mondo dell’accoglienza sono riusciti a fare sintesi con una piattaforma che vede molte novità. A cominciare da un cambio di paradigma: «Il tentativo di imporre l’integrazione per via legislativa non sembra funzionale ad operare questo bilanciamento. Obbligare all’assimilazione, infatti, rischia di causare processi di deculturazione degli stranieri, suscitando, soprattutto nelle seconde e nelle terze generazioni, la percezione di essere esclusi dal discorso pubblico». Come dire che oltre a generare ingiustificate tensioni, si finisce per danneggiare anche gli stessi migranti. Non resta che aggrapparsi alla Costituzione: «L’architrave di questo patto è senz’altro rappresentato dall’articolo 3 che, nel riconoscere la pari dignità sociale e l’uguaglianza dinanzi alla legge di tutti coloro che risiedono in Italia, fa sì che l’integrazione comporti, accanto alla titolarità dei medesimi diritti, l’impegno al rispetto dei medesimi doveri e all’assunzione delle medesime responsabilità». Ne va anche della sicurezza del Paese. E in questa direzione va anche l’impegno alla «formazione di una classe di imam riconosciuti che tengano i propri sermoni in italiano e che siano in grado di scongiurare il pericoloso fenomeno dei 'predicatori fai da te'». L’accoglienza, spiegano fonti del Viminale, non è neanche un problema di risorse: «I fondi non mancano e ci sono cospicui stanziamenti dell’Ue destinati esclusivamente a questo e che non possiamo dirottare su altre esigenze. Perciò sbaglia chi dice che si sottraggono risorse agli italiani – aggiungono dal Ministero dell’Interno –, ma con questo piano possiamo dimostrare che non solo accogliere si deve, ma possiamo farlo senza penalizzare i cittadini italiani». I punti salienti vanno dall’obbligo dello studio per la conoscenza dell’italiano al rispetto della Costituzione, dall’uguaglianza di genere alla condivisione dei valori fondamentali. Chi beneficia della protezione internazionale (sono ad oggi 74.853 in Italia) assume degli impegni verso il Paese ospitante. Cui corrispondono altrettanti doveri per lo Stato, che dovrà assicurare ai rifugiati uguaglianza e pari dignità, libertà di religione, accesso a istruzione e formazione, alloggio e sistema sanitario. Il successo del Piano dipende però dalla capacità di proporre progetti di integrazione in tutto il territorio. Con un’attenzione speciale per le donne. In particolare per quelle che arrivano dalla Nigeria, che nell’ultimo biennio sono passate da 5.000 nel 2015 a 11.009 nel 2016. La maggioranza di esse arriva in Italia «dopo un viaggio caratterizzato da abusi, violenze e vari tipi di sfruttamento - si legge -. Il sistema di accoglienza deve quindi prestare particolare attenzione alle specifiche vulnerabilità di genere e alle donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale». (N. Scavo – Avvenire)
 

Card. Tagle: “avere a cuore le persone più vulnerabili”

Roma - Papa Francesco lancerà oggi, durante l’udienza generale, la Campagna di Caritas Internationalis «Share the Journey», «Condividi il viaggio». L’iniziativa vuole promuovere l’accoglienza dei migranti e dei rifugiati attraverso la condivisione delle loro esperienze.
«Per la Chiesa e specialmente per Caritas Internationalis è un momento per ricordare non solo ai cristiani, ma a tutto il mondo, il mandato del Signore che ha sempre a cuore la gente più vulnerabile» ha spiegato il cardinale Luis Antonio Tagle, Presidente di Caritas Internationalis, che stamani spiegherà il progetto nel corso di una conferenza stampa nel corso della quale verrà annunciato il corridoio umanitario dall’Etiopia all’Italia. Oggi anche tanti immigrati e rifugiati, accolti nelle parrocchie italiane, saranno presenti in piazza San Pietro all’Udienza generale con Papa Francesco.
 

Sulcis: 165 algerini giunti nella notte

Cagliari - Proseguono gli sbarchi nel sud della Sardegna. Almeno 165 persone, tutti algerine, sarebbero giunte nelle ultime dodici ore a bordo di barchini lungo le spiagge intorno al territorio di Porto Pino e nel Cagliaritano. Trentasette sono stati immediatamente bloccati dalle forze dell'ordine. Tra loro ci sono anche due donne e un bambino. A questi si aggiungono i 13 ricercati e poi individuati nel poligono di Teulada. Erano arrivati nella notte a Porto Tramatzu, davanti all'area militare. Stando all'ultimo bilancio fornito dai militari, i primi 62 sono sbarcati a Porto Pino prima della mezzanotte, subito dopo essere stati intercettati a bordo di tre barche dalla guardia di finanza. Altri 14 sono stati bloccati in mare dalla Capitaneria di porto di Cagliari mentre 25, tra cui due donne, sono stati segnalati attorno alle due di notte dal custode di uno stabilimento balneare sempre nella zona di porto Pino. Quattro uomini sono stati invece trovati nella spiaggia di Chia, nel Cagliaritano, e nove a Sant'Antioco. Di questi ultimi, cinque erano nella piazza del paese mentre quattro si sono consegnati alla Guardia di finanza. I migranti fermati sono stati trasferiti nel centro di accoglienza di Monastir per le procedure di identificazione.
Viste le condizioni favorevoli del mare, è possibile che altri sbarchi si verifichino sia nelle prossime ore che nei prossimi giorni. (D. Fassini)
 

Domani rifugiati ospiti delle parrocchie romani in piazza San Pietro

Roma - Saranno oltre 70 i rifugiati e richiedenti protezione internazionale ospitati nelle parrocchie di Roma che domani, mercoledì 27 settembre, saranno in Piazza San Pietro con Papa Francesco per la presentazione della campagna di Caritas Internationalis “Share the journey” (“Condividiamo il viaggio”). L'iniziativa che verrà presentata in anteprima dal pontefice ha l’obiettivo di promuovere la cultura dell’incontro sia nelle comunità di origine dei migranti, sia in quelle in cui transitano o in cui scelgono di restare. In una lettera, il cardinale Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis, invita “parrocchie, organizzazioni diocesane e nazionali ad unirsi a Papa Francesco in questo stesso giorno nel lancio della campagna globale nei vostri Paesi”. Attraverso la campagna, scrive il porporato, “speriamo di dissipare la paura e di capire perché così tante persone stanno lasciando le loro case in questo momento storico. Vogliamo anche stimolare le comunità a costruire relazioni con rifugiati e migranti”.
 

Papa Francesco: la familiarità con Gesù ci rende liberi

Città del vaticano – “Coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”: è questo il concetto di famiglia per Gesù, una famiglia “più ampia di quella in cui si viene al mondo”. E' la prima osservazione del Papa tratta dall'odierno Vangelo di Luca, in cui è proprio il Signore a chiamare “madre”, “fratelli” e “famiglia” coloro che lo circondano e lo ascoltano nella predicazione. E questo, osserva il Papa, “fa pensare al concetto di familiarità con Dio e con Gesù” che è qualcosa in più rispetto all'essere “discepoli” o “amici”; non è un atteggiamento “formale”, nè “educato” nè tantomeno “diplomatico” fa notare il Papa. E allora “cosa significa questa parola che i padri spirituali nella Chiesa hanno tanto usato e ci hanno insegnato?”.
Significa, innanzitutto, spiega papa Francesco, “entrare nella casa di Gesù: entrare in quella atmosfera, vivere quella atmosfera, che è nella casa di Gesù. Vivere lì, contemplare, essere liberi, lì. Perché i figli sono i liberi, quelli che abitano la casa del Signore sono i liberi, quelli che hanno familiarità con Lui sono i liberi. Gli altri, usando una parola della Bibbia, sono i 'figli della schiava', diciamo così, sono cristiani ma non osano avvicinarsi, non osano avere questa familiarità col Signore, e sempre c’è una distanza che li separa dal Signore”. 
Ma familiarità con Gesù, come ci insegnano i grandi Santi, aggiunge il Papa, significa anche “stare con Lui, guardarlo, ascoltare la sua Parola, cercare di praticarla, parlare con Lui”. E la parola, è preghiera, sottolinea Francesco: “quella preghiera che si fa anche di strada: 'Ma, Signore cosa pensi?' Questa è la familiarità, no? Sempre. I santi ne avevano. Santa Teresa, è bello, perché dice che trovava il Signore dappertutto, era famigliare col Signore dappertutto, anche fra le pentole in cucina, era così. Familiarità col Signore”.
Infine familiarità è “rimanere” in presenza di Gesù come lui stesso ci consiglia nell'Ultima cena o come ci ricorda l'inizio del Vangelo, fa notare Francesco, quando Giovanni indica: “questo è l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. E Andrea e Giovanni andarono dietro Gesù” e, come è scritto, “rimasero, stettero con Lui tutta la giornata”.
E' questo dunque, ribadisce ancora una volta il Papa, l'atteggiamento di familiarità, non quello “buono” dei cristiani che però si tengono a distanza da Gesù, “tu lì e io qui”. E allora, chiede Francesco a ciascuno: “diamo il passo in questo atteggiamento di familiarità col Signore. Quel cristiano, con i problemi, che va nel bus, nel metro e interiormente parla col Signore o almeno sa che il Signore lo guarda, gli è vicino: questa è la familiarità, è vicinanza, è sentirsi della famiglia di Gesù. Chiediamo questa grazia per tutti noi, capire cosa significa familiarità col Signore. Che il Signore ci dia questa grazia”. (G. Cerasa – Radio Vaticana)
 
 

Accanto ai migranti di oggi sulle orme di madre Cabrini

Roma - Papa Francesco dedica una Lettera al ricordo di santa Francesca Cabrini, pura padana, lombarda al 100% ma nientemeno che protettrice degli immigrati anche da noi. «Le grandi migrazioni odierne – sottolinea Bergoglio nella missiva indirizzata all’Assemblea generale delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, più note come Cabriniane, nel centenario della morte della fondatrice – necessitano di un accompagnamento pieno di amore e intelligenza come quello che caratterizza il carisma cabriniano». Eccola: Francesca Saverio Cabrini, di Sant’Angelo Lodigiano, nata nel 1850, ultima di tredici figli di un piccolo agricoltore, Agostino, che tutti chiamavano “il cristianone”, per caso parente di un altro Agostino, De Pretis, che poi fu il primo presidente del Consiglio della sinistra più anticlericale del secolo. La ragazza viene su vivace e intelligente. Studia sodo. A 18 anni è maestra e vorrebbe andare in missione. Le tocca attendere nove anni. A 27 si fa suora, e per mettere su una scuola per i poveri chiede aiuto al parente anticlericale, De Pretis, e lo trova. Con altre ragazze fonda le Missionarie del Sacro Cuore, ma si rende conto quasi subito che l’Italia le sta stretta. Che cosa fare? Va dal Papa, il vecchio Leone XIII, chiedendogli il permesso di andare nelle missioni. A Roma incontra il vescovo di Piacenza, Giovanni Battista Scalabrini, che dopo averla conosciuta le propone di occuparsi degli emigranti. Allora centinaia di migliaia di italiani solcavano l’Atlantico in cerca di fortuna. È il passo decisivo: non più le missioni tra “lontani da cristianizzare”, ma quelle tra i cristiani “allontanati” da assistere in terre lontane e spesso inospitali, gli emigranti: allora i nostri.
«Gli odierni spostamenti epocali di popolazioni, con le tensioni che inevitabilmente si generano – scrive il Papa –, fanno di madre Cabrini una figura singolarmente attuale. In particolare, la santa unisce l’attenzione alle situazioni di maggiore povertà e fragilità, come gli orfani e i minatori, a una lucida sensibilità culturale, che si impegna a conservare e ravvivare nei migranti la tradizione cristiana recepita nei Paesi d’origine, una religiosità spesso impregnata di un’autentica mistica popolare, offrendo d’altra parte le strade per integrarsi pienamente nella cultura dei Paesi di arrivo». E Francesco aggiunge: «La vitalità umana e cristiana dei migranti diventa così un dono per le Chiese e i popoli che accolgono».
Il primo viaggio della santa verso l’America è da Le Havre, il 23 marzo 1889, e già il 21 aprile a Little Italy di New York apre una scuola gratuita per i figli degli italiani. Comincia una catena senza fine: 1891, Nicaragua, 1892, New Orleans, poi Argentina, Brasile, Australia, scuole, ospedali, orfanotrofi, dispensari. Il Papa parla di un «sorprendente numero» di opere e sottolinea l’«unione totale e amorosa» della madre «con il Cuore di Cristo, la cui misericordia supera ogni confine» e che la spinge verso «quelle che oggi chiameremmo le periferie della storia: ad esempio, un anno dopo un crudele linciaggio di italiani, accusati di aver ucciso il capo della polizia di New Orleans, in Louisiana, madre Cabrini aprì una casa nel quartiere italiano più malfamato». Di notte prega, di giorno non ha tregua e non la concede a nessuno: bussa, picchia alle porte, insiste. Lei imperterrita: Francesca Saverio, doppio nome, cuore di donna, testa di capo e attributi per tutti. Un prete lombardo scrive a Roma impressionato: «Questa donna pare avere tra le mani il mondo». Certe sue lettere sono degne di una Caterina da Siena tornata dopo secoli, che fustiga l’inerzia degli uomini, di Chiesa e di società. A Roma arrivano proteste da tutto il mondo, contro questa monaca sovversiva, che predica i diritti degli ultimi arrivati. Che santa donna, ma che tormento, per tanti don Abbondio religiosi e laici. Quando muore il 22 dicembre 1917, lascia 67 fondazioni in mezzo mondo, e 1300 missionarie. Nel 1938 Pio XI la beatifica, Pio XII la proclama santa nel 1946 poi la dichiara protettrice di tutti gli emigrati e i rifugiati del mondo. Chissà se lassù si sarà calmata, o se anche nella casa eterna vorrà controllare che gli ingressi – da quelle parti non esce nessuno – si svolgano nel rispetto di tutti. (Gianni Gennari)
 
 

Papa Francesco: consolazione non è divertimento ma pace del Signore

Città del Vaticano - Un’invocazione al Signore perché ci insegni la “tensione verso la redenzione”. Il Papa l’ha levata nella Messa ieri mattina a Casa Santa Marta, riflettendo sulla Prima Lettura che, ricorda il Pontefice, racconta il momento nel quale il popolo di Israele è liberato dall’esilio: “il Signore - evidenzia Francesco - visitò il suo popolo e lo riportò a Gerusalemme”. La parola “visita”, spiega, è “importante” nella storia della salvezza, perché “ogni liberazione, ogni azione di redenzione di Dio, è una visita”: “Quando il Signore ci visita ci dà la gioia, cioè ci porta in uno stato di consolazione. Questo mietere nella gioia … Sì, hanno seminato nelle lacrime, ma adesso il Signore ci consola e ci dà questa consolazione spirituale. E la consolazione non solo accade in quel tempo, è uno stato nella vita spirituale di ogni cristiano. Tutta la Bibbia ci insegna questo”.
Il Pontefice esorta ad “aspettare” dunque la visita di Dio a “ognuno di noi”. Ci sono “momenti più deboli” e “momenti più forti”, ma il Signore “ci farà sentire la sua presenza” sempre, con la consolazione spirituale, riempiendoci “di gioia”.
Quindi attendere questo evento con la virtù “più umile di tutte”: la speranza, che “è sempre piccola”, ma “tante volte è forte quando è nascosta come la brace sotto la cenere”. Così il cristiano vive “in tensione” verso l’incontro con Dio, verso la consolazione “che dà questo incontro con il Signore”. Se un cristiano non è in tensione verso tale incontro è - aggiunge il Papa - un cristiano “chiuso”, “messo nel magazzino della vita”, senza sapere “cosa fare”.
L’invito è poi a “riconoscere” la consolazione “perché ci sono dei falsi profeti che sembrano consolarci e invece ci ingannano”. Essa non è “una gioia che si può comprare”: “La consolazione del Signore tocca dentro e ti muove e ti dà un aumento di carità, di fede, di speranza e anche ti porta a piangere per i [tuoi] propri peccati. E anche quando guardiamo Gesù e la Passione di Gesù, piangere con Gesù … Anche , ti eleva l’anima alle cose del Cielo, alle cose di Dio e, anche, quieta l’anima nella pace del Signore. Questa è la vera consolazione. Non è un divertimento - il divertimento non è una cosa cattiva quando è buono, siamo umani, dobbiamo averne -, ma la consolazione ti prende e proprio la presenza di Dio si sente e riconoscere: questo è il Signore”.
Il Papa ricorda di ringraziare - con la preghiera - il Signore, “che passa” per visitarci, per aiutarci “ad andare avanti, per sperare, per portare la Croce”. Infine sollecita a conservare la consolazione ricevuta: “È vero, la consolazione è forte e non si conserva così forte - è un momento - ma lascia le sue tracce. E conservare queste tracce e conservare con la memoria; conservare come il popolo ha conservato questa liberazione. Noi siamo tornati a Gerusalemme perché Lui ci ha liberati di là. Aspettare la consolazione, riconoscere la consolazione e conservare la consolazione. E quando passa questo momento forte cosa rimane? La pace. E la pace è l’ultimo livello di consolazione”. Giada Aquilino – Radio vaticana)
 
 

Card. Bassetti: non si può essere paladini della cultura della vita dimenticandosi dei migranti e dei poveri

Roma - “Non è auspicabile che, nonostante le diverse sensibilità, i cattolici si dividano in ‘cattolici della morale’ e in ‘cattolici del sociale’. Né si può prendersi cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri”. E’ quanto ha spiegato oggi pomeriggio il card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana aprendo i lavori del Consiglio Permanente della CEI. La dignità della persona umana – ha detto il porporato – “non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica dei cattolici”. “A noi interessa che l’Italia diventi un Paese migliore” e per questo occorre “portare in politica, in modo autentico, la cultura del bene comune. Non basta fare proclami. La proclamazione di un valore non ci mette con la coscienza a posto. Bisogna promuovere processi concreti nella realtà”.
 

Card. Bassetti: la Chiesa cattolica si è sempre occupata dell’ospitalità del forestiero e del migrante

Roma – “Bisogna subito sgombrare il campo da un equivoco che potrebbe sorgere da un dibattito pubblico particolarmente aspro su questi temi: la Chiesa cattolica si è sempre occupata dell’ospitalità del forestiero e del migrante. E lo ha fatto non certo per un’idea politica o sociale, ma per amore di ogni persona. È il cuore della nostra fede: di un Dio che si è fatto uomo”. A dirlo il card. Gualtiero Bassetti nella sua prima prolusione al Consiglio Permanente della CEI apertosi oggi pomeriggio. Per il porporato  l’ospitalità è, da tradizione, “un’opera di misericordia e, come ci insegna Abramo, una delle più alte forme di carità e di testimonianza della fede”. Il presidente della CEI, dopo aver ricordato i quattro verbi (Accogliere, proteggere, promuovere e integrare) che Papa Francesco ha donato alla Chiesa “per affrontare la grande sfida delle migrazioni internazionali” ha detto che attraverso l’ospite “noi scegliamo di accogliere o respingere Cristo nella nostra vita”. Il richiamo alla difesa della dignità inviolabile del migrante è un “insegnamento presente in molti documenti della Santa Sede e che si è fatto carne” nell’opera di alcuni grandi apostoli del passato, tra i quali molti italiani: sr. Francesca Cabrini, Mons. Geremia Bonomelli, Mons. Giovanni Battista Scalabrini. Oggi questa “sfida antica” si ripropone con “tratti nuovi”. E lo sguardo “profetico” di Papa Francesco – ha detto il card. Bassetti - ha “il merito storico di aver tolto i migranti da quella cappa di omertà in cui erano stati confinati dalla ‘globalizzazione dell’indifferenza’ e di averli messi al centro della nostra attività pastorale. Promuovere una pastorale per i migranti significa – ha spiegato -  prima di tutto, difendere la cultura della vita in almeno tre modi: denunciando la ‘tratta’ degli esseri umani e ogni tipo di traffico sulla pelle dei migranti; salvando le vite umane nel deserto, nei campi e nel mare; deplorando i luoghi indecenti dove troppo spesso vengono ammassate queste persone. I corridoi umanitari – nei quali la Chiesa italiana è impegnata in prima persona – sono, quindi, necessari per dare vita ad una carità concreta che rimane nella legalità”. Il “primato dell’apertura del cuore al migrante – ha aggiunto il presidente della CEI -  ci fa guardare oltre le frontiere italiane. Ci invita a intensificare la cooperazione e l’aiuto allo sviluppo al Sud del mondo, per far risorgere tra i giovani la speranza di un futuro degno nella propria patria”. Una linea su cui si muove da tempo la Chiesa Italiana sostenendo numerosi progetti di sviluppo e, recentemente, con la campagna Liberi di partire, liberi di restare. Si tratta – ha detto il presidente dei vescovi - di “un progetto innovativo perché affronta il tema del diritto delle persone a restare nel proprio Paese senza essere costrette a scappare a causa della guerra o della fame”. “Accogliere è un primo gesto, ma c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo”. Il card. Bassetti ha ricordato che Papa Francesco, di ritorno dal suo recente viaggio in Colombia, ha detto che per affrontare la questione migratoria occorre anche “prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria”. Tale processo – secondo il porporato - va affrontato “con grande carità e con altrettanta grande responsabilità salvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie e porge la mano”. Il processo di integrazione richiede, “innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale”, la diffusione di una “cultura della paura” e “il riemergere drammatico della xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo”. Per il presidente della CEI “la costruzione di questo processo di integrazione” passa “anche attraverso il riconoscimento di una nuova cittadinanza, che favorisca la promozione della persona umana e la partecipazione alla vita pubblica di quegli uomini e donne che sono nati in Italia, che parlano la nostra lingua e assumono la nostra memoria storica, con i valori che porta con sé”. (R.I.)
 

Papa Francesco: il 27 settembre il lancio di “Share the journey”, condividere il viaggio con i migranti

Città del Vaticano - Papa Francesco lancerà il 27 settembre a piazza San Pietro la campagna di Caritas Internationalis “Share the journey” (“Condividiamo il viaggio”). La campagna durerà due anni ed è la risposta della Caritas all’appello del Papa, che chiede di promuovere “la cultura dell’incontro” sia nelle comunità di origine dei migranti, sia in quelle in cui transitano o in cui scelgono di restare. L’iniziativa è supportata da  Act Alliance una rete di 145 agenzie cristiane di tutto il mondo.  Il cardinale Luis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internationalis e arcivescovo di Manila, spiega che la campagna intende “mettere in contatto le persone con migranti veri. Guardarli negli occhi, ascoltare perché hanno dovuto lasciare le proprie case, come si è svolto il loro viaggio, aiuta a vedere le persone reali dietro a scarni numeri”: “Questo è un tempo di grande interconnessione, che chiama ciascuno di noi a trovare il modo per rendere il mondo più unito. Spero che la migrazione globale e la situazione dei rifugiati ci conducano ad una esame di coscienza riguardo al nostro sistema di valori”.
 

Catania: i fedeli dello Sri Lanka celebrano la Patrona Sant’Agata


Catania -  Come ogni anno si è rinnovata la devozione delle comunità srilankesi - cingalesi e tamil -  di Catania e provincia nei confronti della patrona cittadina Sant’Agata. Una festa molto sentita che ha visto la partecipazione di numerosi cingalesi provenienti anche dalle altre città della Sicilia, Caltagirone, Siracusa, Messina, e Acireale, che hanno gremito la Basilica Cattedrale in occasione della solenne celebrazione eucaristica. La funzione liturgica, preceduta dalla processione dei fedeli in costumi tradizionali di donne-bambini e della banda musicale, è stata presieduta da mons. Joe Neville Perera, coordinatore nazionale dei cattolici Sri-Lankesi in Italia, con i sacerdoti concelebranti don Christie Perera, cappellano etnico della comunità Srilankese della Chiesa Santa Maria dell’Ogninella di Catania, don Neville Perera, cappellano etnico della Chiesa S. Elia di Messina, don Sachita Fernando, cappellano della comunità etnica di Siracusa, con l’assistenza dei diaconi Giuseppe Cannizzo, Santo Rizzo, Giuseppe Calantropo e Carmelo Patronaggio. Il diacono don Giuseppe Cannizzo, direttore dell'Ufficio diocesano  Migrantes di Catania - a nome dell'arcivescovo mons. Salvatore Gristina - ha salutato e ringraziato i fedeli per la devozione verso la Patrona che negli anni ha accresciuto il legame di solidarietà e spiritualità con la città di Catania. La giornata di festa si è conclusa un momento di fraternità presso il parco Gioeni, con canti, giochi e un pranzo multietnico alla presenza di molti concittadini.

Migrantes: Ius soli “passo avanti per nostro Paese”

Roma - “Si tratta di riconoscere che l'Italia di oggi e del futuro è formata anche da queste persone, da questi nuovi giovani e questi nuovi italiani che stanno crescendo. Penso che questo sarà un passo avanti per il nostro Paese”. Lo ha detto il Direttore generale della Fondazione Migrantes della CEI, don Gianni de Robertis, in un'intervista a inBlu Radio, il network delle radio cattoliche italiane, in merito allo ius soli, la riforma della legge sulla cittadinanza italiana.
“Sappiamo tutti – ha aggiunto don De Robertis - che la cittadinanza non è automatica perché chiede un ciclo di studi e che i genitori siano da tempo nel nostro Paese”.  “La questione migratoria – ha concluso il direttore della Migrantes - non dobbiamo restringerla soltanto nella vicenda di coloro che arrivano sulle nostre coste. Per esempio questi bambini a cui si vorrebbe riconoscere la cittadinanza italiana è tutta un'altra storia rispetto ai barconi che arrivano”.
 
 

CCEE: educare alla cultura dell’incontro

Roma - Circa cinquanta rappresentanti di ventiquattro Conferenze Episcopali in Europa si sono incontrati a Roma per una due giorni di dialogo e confronto con i vertici per la sezione “Migranti e Rifugiati” del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Al centro dell’incontro l’udienza di Papa Francesco che si è svolta in Vaticano nella mattinata di venerdì 22 settembre  lavori erano già iniziati nel pomeriggio del giorno 21 con i saluti del cardinale Josip Bozanić, responsabile della sezione “Migrazioni” della Commissione CCEE Caritas in veritate. Impossibilitato a presenziare all’incontro e giungendo al termine del suo mandato, il cardinale ha indirizzato un messaggio ai partecipanti nel quale ha ripercorso gli ultimi anni dell’attività della Commissione, mostrando il lavoro costante e gli sviluppi assunti dalla pastorale per i migranti e rifugiati in Europa. Dal canto loro, Gian Carlo Blangiardo e Simona Maria Mirabelli, rispettivamente docente e assistente dell’Università Milano Bicocca, hanno presentato un’analisi dell’indagine realizzata presso le Conferenze Episcopali d’Europa riguardo la situazione dei migranti e la percezione del fenomeno. Lo studio del materiale ha permesso l’individuazione di alcuni aspetti-chiave: i bisogni e le criticità connesse al fenomeno dei rifugiati; il ruolo dell’informazione e della comunicazione sociale/interpersonale e religiosa nella conoscenza e rappresentazione del fenomeno; la percezione della popolazione autoctona nei confronti di migranti e rifugiati; le azioni e gli interventi della Chiesa Cattolica a sostegno delle popolazioni di interesse; il rapporto della Chiesa con le autorità statali. In sintesi, se l’indagine mostra l’indubbia capacità della Chiesa a rispondere alle diverse sfide poste dal fenomeno migratorio, allo stesso tempo, l’analisi mostra la necessità di migliorare il confronto, il dialogo, la collaborazione e lo scambio di risorse tra i vari attori del settore. A Roma, i responsabili nazionali si sono anche confrontati sulle varie sfide che la mobilità umana pone oggi agli Stati europei e alla comunità cristiana. Dalle discussioni emerge come ovunque in Europa c’è attenzione e accoglienza di fronte all’attuale fenomeno migratorio: un evento inedito, complesso e variegato, un vero e proprio esodo – hanno detto i partecipanti - di chi ha più bisogno e cerca disperatamente un domani. Allo stesso tempo, numerose sono le difficoltà di ordine culturale o di tipo sociale che ostacolano l’integrazione e la stessa percezione di questo popolo in cammino. Appare pertanto evidente l’urgenza di un lavoro educativo che tocchi tutta la società e le stesse comunità cristiane per rispondere con generosità e necessaria prudenza alla sfida dell’accoglienza e dell’integrazione. In effetti, è necessario continuare a educare alla cultura dell’incontro. Solidarietà e paura sono i due sentimenti contrastanti spesso evocati nel corso dei lavori che ben rappresentano il clima attuale. Se sono molte le esperienze e le manifestazioni che testimoniano la grande solidarietà dei popoli in Europa nei confronti di quanti giungono nel continente, allo stesso tempo, i direttori nazionali hanno anche rilevato più volte la diffusa percezione di paura e smarrimento fra la gente, basata su preconcetti e falsi stereotipi. Lo stesso Papa Francesco ha manifestato la sua preoccupazione di fronte “ai segni di intolleranza, discriminazione e xenofobia che si riscontrano in diverse regioni d’Europa. Esse sono spesso motivate dalla diffidenza e dal timore verso l’altro, il diverso, lo straniero”. (Papa Francesco ai partecipanti all’Incontro Annuale dei Direttori Nazionali per la Pastorale dei Migranti delle Conferenze Episcopali in Europa, Città del Vaticano, 22 Settembre 2017). Per far fonte a questa situazione, la risposta della Chiesa è una rinnovata fiducia e la determinazione a non arrendersi di fronte alle difficoltà presenti per continuare con maggiore slancio e convinzione nella propria attività pastorale. Come ha affermato il Card. Bagnasco: “non ci arrendiamo. Se Gesù è con noi, noi saremmo sempre con tutti”.
Successivamente, nel Palazzo San Calisto, sede del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, i responsabili per la sezione “Migranti e Rifugiati” hanno condiviso con i partecipanti le priorità e i progetti su cui lavora il dicastero vaticano, in particolare il coinvolgimento della Santa Sede e della Chiesa cattolica nel processo di preparazione dei “Global Compact 2018”. La discussione è poi proseguita con uno scambio sulle modalità di coordinamento tra i vari attori della pastorale dei migranti in Europa (Santa Sede, conferenze episcopali, organismi ecclesiali internazionali). I lavori si sono conclusi sabato 23 settembre con una visita al Centro San Saba, gestito dall’Associazione Centro Astalli (il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia) e che ospita uomini richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale.
 

Papa Francesco saluta il coro della MCI di Berna

Città del Vaticano -  Ieri alla preghiera mariana dell’Angelus in piazza San Pietro anche il coro della Missione Cattolica Italiana di Berna. A loro, Papa Francesco, al termine dell’Angelus. ha rivolto un saluto. 
La Missione Cattolica Italiana di Berna è nato nel 1927 con l'arrivo dei Sacerdoti Bonomelliani, fondati dall’allora vescovo di Cremona, Mons. Geremia Bonomelli, proprio per l'assistenza agli italiani emigrati in Europa. Dal 1947 la guida della MCI è affidata alla Congregazione degli scalabriniani.
Prima della preghiera dell’Angelus il pontefice, commentando il Vangelo del giorno e cioè la parabola dei lavoratori chiamati a giornata, ha detto che "nel Regno di Dio non ci sono disoccupati, tutti sono chiamati a fare la loro parte; e per tutti alla fine ci sarà il compenso che viene dalla giustizia divina – non umana, per nostra fortuna!”.
“Due sono – per il Papa -  gli aspetti del Regno di Dio che Gesù vuole comunicare: il primo, che Dio vuole chiamare tutti a lavorare per il suo Regno; il secondo, che alla fine vuole dare a tutti la stessa ricompensa, cioè la salvezza, la vita eterna”. Con questa parabola, Gesù – spiega il Papa - vuole “aprire i nostri cuori alla logica dell’amore del Padre, che è gratuito e generoso. Si tratta di lasciarsi stupire e affascinare dai ‘pensieri’ e dalle ‘vie’ di Dio che, come ricorda il profeta Isaia, non sono i nostri pensieri e non sono le nostre vie. I pensieri umani sono spesso segnati da egoismi e tornaconti personali, e i nostri angusti e tortuosi sentieri non sono paragonabili alle ampie e rette strade del Signore. Egli usa misericordia – non dimenticare questo: Egli usa misericordia –, perdona largamente, è pieno di generosità e di bontà che riversa su ciascuno di noi, apre a tutti i territori sconfinati del suo amore e della sua grazia, che soli possono dare al cuore umano la pienezza della gioia”. Gesù – ha continuato il papa - vuole “farci contemplare lo sguardo di quel padrone: lo sguardo con cui vede ognuno degli operai in attesa di lavoro, e li chiama ad andare nella sua vigna. E’ uno sguardo pieno di attenzione, di benevolenza; è uno sguardo che chiama, che invita ad alzarsi, a mettersi in cammino, perché vuole la vita per ognuno di noi, vuole una vita piena, impegnata, salvata dal vuoto e dall’inerzia. Dio che non esclude nessuno e vuole che ciascuno raggiunga la sua pienezza. Questo è l’amore del nostro Dio, del nostro Dio che è Padre”.
Nel dopo Angelus, il pensiero di Papa Francesco è andato al sacerdote missionario in Guatemala, Stanley Francis Rother,  ucciso nel 1981 a soli 46 anni in “odium fidei” e beatificato sabato a Oklahoma City (Stati Uniti d’America), per la sua opera evangelizzatrice e di promozione umana dei più poveri. “Il suo esempio eroico  ci aiuti ad essere coraggiosi testimoni del Vangelo, impegnandoci in favore della dignità dell’uomo”, ha pregato il pontefice. 
 

L’economia del Signore: amare in “perdita”

Il Vangelo della domenica (Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 144; Filippesi 1,20-24.27; Matteo 20,1-16) Il Vangelo è pieno di vigne e di viti, come il Cantico dei cantici. La vigna è, tra tutti, il campo più amato, in cui il contadino investe più lavoro e più passione, gioia e fatica, sudore e poesia. Vigna di Dio e suoi operai siamo noi, profezia di grappoli colmi di sole. Un padrone esce all’alba in cerca di lavoratori, e lo farà per ben cinque volte, fino quasi al tramonto, pressato da un motivo che non è il lavoro, tantomeno la sua incapacità di calcolare le braccia necessarie. C’è dell’altro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell’uomo. Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto! E poi, il cuore della parabola: il momento della paga. Primo gesto contromano: cominciare dagli ultimi, che hanno lavorato un’ora soltanto. Secondo gesto contro logica: pagare un’ora soltanto di lavoro quanto una giornata di dodici ore. Mi commuove il Dio presentato da Gesù: un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, vuole dare ad ognuno quello che è necessario a mantenere la famiglia quel giorno, il pane quotidiano. Il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa di conto e dà a ciascuno il suo, ma un signore che dà a ciascuno il meglio, che estende a tutti il miglior dei contratti. Un Dio la cui prima legge è che l’uomo viva. Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, dona. È il Dio della bontà senza perché, che trasgredisce tutte le regole dell’economia, che sa ancora saziarci di sorprese, che ama in perdita. Anzi la nostra più bella speranza è un Dio che non sa far di conto: per lui i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per quelli come lui c’è più gioia nel dare che nel ricevere. E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la vita: mette l’uomo prima del mercato, il mio bisogno prima dei miei meriti. Quale vantaggio c’è, allora, a essere operai della prima ora? Solo un supplemento di fatica? Il vantaggio è quello di aver dato di più alla vita, di aver fatto fruttificare di più la terra, di aver reso più bella la vigna del mondo. Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l’ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi.  Io non ho bisogno di una paga, ma di grandi vigne da coltivare, grandi campi da seminare, e della promessa che una goccia di luce è nascosta anche nel cuore vivo del mio ultimo minuto. (Ermes Ronchi)
 

Centro Astalli: tragica prova dell’inadeguatezza delle politiche europee sulle migrazioni le nuove morti in mare

Roma - Sono cento i dispersi in un naufragio di migranti, avvenuto domenica scorsa al largo della Libia, sulla base delle testimonianze di alcuni sopravvissuti. La situazione in Libia resta “altamente instabile”, nei centri di detenzione i migranti, esposti “a violenze e abusi, rischiano la vita. Il tentativo di attraversare il mare per molti migranti è dunque l’unica possibilità di salvezza”, scrive oggi il Centro Astalli in una nota: “purtroppo come era prevedibile le trattative con la Libia e con i Paesi di transito anche se hanno ridotto rapidamente il numero degli arrivi non hanno cambiato nella sostanza fenomeni troppo complessi da essere risolti nell’immediato. A prova di ciò i migranti continuano ad essere vittime del traffico di esseri umani senza un’alternativa legale che consenta l’arrivo in Europa in sicurezza”. Il Centro Astalli torna a chiedere a istituzioni nazionali e sovranazionali: “l’attivazione immediata di vie legali che consentano a chi scappa da guerre e persecuzioni di giungere in Europa per chiedere protezione”; “di non fare accordi con paesi terzi in cui non vengono rispettati i diritti umani e in cui non sia pienamente assicurato il rispetto del diritto d’asilo”; “non ridurre lo sforzo di ricerca e soccorso delle imbarcazioni in difficoltà nel Mediterraneo”.
P. Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, afferma che  “la notizia di questi 100 migranti morti dovrebbe provocare indignazione e sgomento. Le politiche europee di chiusura mostrano ancora una volta la loro inadeguatezza nel gestire un fenomeno complesso come quello delle migrazioni. Umanità e lungimiranza guidino i governanti nel prendere decisioni che mettano al centro la persona e ispirino i cittadini ad aprirsi all’altro, in un ottica di promozione umana e solidarietà”.
 

Oculik (Ccee): “Chiese europee pronte ad affrontare le sfide e i cambiamenti” nelle migrazioni

Roma - Le migrazioni nel tempo hanno assunto caratteristiche molto diverse. La Chiesa cattolica in Europa deve stare al passo con questi cambiamenti così rapidi per affrontare le nuove sfide. Questo lo scopo dell’incontro dei direttori nazionali per la pastorale dei migranti delle Conferenze Episcopali in Europa (Ccee) in corso in questi giorni, a porte chiuse, a Roma. Una cinquantina di delegati da tutti i Paesi europei che oggi hanno incontrato Papa Francesco e questo pomeriggio dialogheranno con la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il servizio allo sviluppo umano integrale. Ieri pomeriggio i partecipanti hanno analizzato tre sondaggi sul fenomeno improvviso dei flussi migratori in arrivo in Europa. “In questo scenario – dice al Sir padre Luis Okulik, segretario della Commissione affari sociali del Ccee – la Chiesa cattolica è stata protagonista con una grande disponibilità di mezzi umani e risorse economiche, con un aumento del lavoro nell’ambito delle migrazioni, oltre quello che già si stava facendo. Sono emerse aree sulle quali si dovrà lavorare di più”. La preoccupazione principale dei direttori nazionali del Ccee, spiega padre Okulik, “è approfondire il modo per evangelizzare attraverso la pastorale migratoria” perché “le migrazioni hanno assunto variabili molto diverse e mutevoli nel tempo, tanto da rappresentare una grande sfida”. Gli organismi cattolici, prosegue, “sono preoccupati delle cause dei fenomeni migratori” e “cercano di capire cosa sta avvenendo”. “Ci sono progetti già da tanto tempo – precisa -, questo significa che la Chiesa cattolica ha saputo sempre giocare d’anticipo di fronte a problematiche che stanno assumendo proporzioni maggiori”. “La forza della Chiesa cattolica è la capacità di lavorare insieme per raggiungere obiettivi a vantaggio di persone in difficoltà – conclude -. Molto dipende dalle sensibilità culturali di ogni Paese e dall’effettiva capacità di gestione dei progetti. Però c’è buona volontà, disponibilità, generosità e grande sacrificio, con migliaia di volontari in tutta Europa che si rivolgono anche a persone di religione diversa, nella prospettiva di una integrazione”.
 
 

Card. Bagnasco: l’impegno e la missione della Chiesa in Europa a favore dei migranti e rifugiati

Città del Vaticano - Questa mattina Papa Francesco ha incontrato in Vaticano i responsabili delle Conferenze Episcopali in Europa per la pastorale dei migranti, in occasione del loro incontro annuale che si svolge quest’anno a Roma fino ad omani. Nel suo indirizzo di saluto, il card. Angelo Bagnasco, Presidente del CCEE, ha sottolineato l’impegno e la missione della Chiesa in Europa a favore dei migranti e rifugiati, ricordando come “la Chiesa cattolica in Europa, in virtù delle sue profonde radici cristiane, è presente con opere di carità concrete anche in questo ambito; diciamo questo con umiltà e discrezione…”. Per il Presidente del CCEE, la cura pastorale nei confronti di migranti e rifugiati non significa trascurare quella di “tante persone che sono orfane di giustizia o lacerate da dolori e privazioni”. “Siamo consapevoli - afferma l’arcivescovo di Genova - che negli ultimi anni non pochi Paesi europei sono stati fortemente colpiti da crisi sociali ed economiche che hanno indebolito lo stesso progetto europeo, allentando i vincoli personali e sociali, e generando smarrimento e perplessità rispetto a questo grande esodo. Siamo preoccupati anche per questo, come per la condizione di molte famiglie, dei poveri, dei disoccupati, e di tutti coloro che soffrono nel nostro Continente”.
Da qui, per il card. Bagnasco, la necessità che la Chiesa in Europa promuovi la cultura dell’incontro: “Siamo convinti, in quest’ora, che la missione nostra in Europa sia quella di portare vita nuova a tutti e promuovere la cultura dell’incontro, e, come Lei ha ribadito nel suo messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Siamo coscienti che questa sia la chiave per temperare disagi, disordini e paure per accompagnare un fenomeno umano così drammatico, doloroso e complesso”.
I lavori dei direttori “Migrantes” d’Europa continueranno oggi pomeriggio a Roma con momenti di confronto e di dialogo tra i responsabili nazionali e i vertici della sezione “migrazioni” del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. La conclusione dei lavori è prevista domani con una visita al Centro San Saba, gestito dall’Associazione Centro Astalli (il Servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia) e che ospita uomini richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale.
 

Alì: il senegalese che aiuta i vicini

Brescia - La svolta, che ha trasformato degli estranei in buoni vicini di casa, è stata una cena organizzata per far partire il progetto del condominio solidale. Famiglie italiane, senegalesi, rumene e marocchine si sono ritrovate allo stesso tavolo, a dividere i piatti della festa. E la diffidenza reciproca si è trasformata in amicizia prima e in solidarietà dopo. A fare da motore per questa trasformazione è stato Alì, un ragazzo di 24 anni che viene dal Senegal e parla con l’accento bresciano. Di mestiere fa l’operatore ecologico ma da qualche mese è diventato il 'custode sociale' del suo condominio, uno stabile che ospita 37 famiglie in Via Farinati, a Calcinato, provincia di Brescia, terra di immigrazione, nonostante il tasso di disoccupazione in aumento.
«Fino a un anno fa c’erano moltissimi litigi, ora sempre di meno, perché ci siamo conosciuti” dice Alì, riassumendo in una frase il senso del progetto finanziato dalla Fondazione Cariplo. In un anno, il condominio si è trasformato in un luogo dove i vicini sono diventati una risorsa per combattere la solitudine, scambiarsi competenze e idee. Un’esperienza così positiva che verrà replicata nei comuni di Carpenedolo e Montichiari.
«L’idea del condominio sociale è nata per far fronte ad una situazione problematica. Le situazioni di fragilità non erano intercettate» racconta Elena Rocca, responsabile di #Genera-azioni, progetto di welfare di comunità che coinvolge sette comuni in provincia di Brescia e cinque partner del privato sociale. La condivisione ha garantito anche un taglio alle spese: c’è chi pulisce, chi fa dei lavoretti in un circolo virtuoso che fa risparmiare ma anche entrare in contatto con i vicini. Inoltre nel condominio sociale è stato possibile conciliare domanda e offerta nel mondo del lavoro: alcune inquiline, disoccupate, sono state assunte dalla ditta di pulizie locali per lavorare proprio nell’edificio. La figura chiave è stata appunto quella del 'custode sociale': per i primi mesi il condominio è stato gestito da un operatore ma poi è stato sostituito dal Alì che in quel palazzo ci vive anche. Nella sala comune adesso si organizzano laboratori, doposcuola, mercatini di abiti ma anche feste di compleanno. Ad autorizzarle è il custode che ha le chiavi della sala ed è sempre pronto ad aiutare i suoi vicini. «Vengono da me se si rompe qualcosa, per fare due chiacchiere ma anche per chiedere lavoro. Mi piace aiutare, anzi per me è un dovere, abitiamo insieme».