Primo Piano

Centro Astalli: preoccupazione per 108 migranti in Libia

Roma -  il Centro Astalli esprime “forte preoccupazione” per le condizioni dei 108 migranti soccorsi nel Mediterraneo e riportati da una nave italiana nel porto di Tripoli. “Ci troviamo – si legge in una nota - davanti a un’infrazione del diritto internazionale, che impedisce di respingere i migranti in un Paese in cui il rischio di violazione dei diritti umani è molto concreto e il diritto d’asilo non è garantito. In Libia i migranti sono indiscriminatamente soggetti alla detenzione. La tortura e le violenze sono pratica diffusa ai danni di coloro che, in assenza di vie legali, sono costretti ad affidarsi a trafficanti per giungere in Europa”.per il Centro Astalli I naufraghi riportati in Libia “rischiano la vita, in un Paese che non dà garanzie sul rispetto dei diritti umani e non fa nulla per assicurare l’incolumità dei migranti in transito” e  ribadisce che la Libia “non è paese sicuro con cui fare accordi e avviare procedure per la gestione dei flussi migratori”. Da qui la richiesta dell’immediata attivazione di vie legali d’ingresso in Europa e “l’applicazione sistematica di un piano di evacuazione dei migranti che si trovano in detenzione in condizione di grave pericolo in Libia”.
 

Milano: dai corridoi umanitari profughi nelle parrocchie

Milano - «Non possiamo volgere lo sguardo dall’altra parte». Le sette parrocchie della Diocesi di Milano che ospitano le famiglie di profughi giunte attraverso i corridoi umanitari riprendono l’invito a favore dell’accoglienza diffusa dei migranti lanciato nei giorni scorsi dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e chiedono la disponibilità di volontari qualificati e cittadini per favorire l’inserimento degli ospiti.
I 21 profughi destinati alla Diocesi ambrosiana, dopo essere giunti a Milano quasi un mese fa, lo scorso 27 giugno, sono stati suddivisi in 7 piccoli nuclei, tenendo conto dei legami familiari o delle semplici relazioni di amicizia che essi stessi avevano stretto tra loro nella lunga e spesso molto dolorosa storia di migrazione. Ogni nucleo - ospitato in una casa a volte di proprietà della parrocchia in altri casi offerta a titolo gratuito da qualche cittadino - è stato affiancato da una famiglia tutor, un gruppo di volontari, e una équipe di professionisti in servizio nelle cinque cooperative coinvolte (Farsi Prossimo, Intrecci, Sociosfera, Novomillennio e Arcobaleno) con il compito di preparare le comunità all’arrivo degli ospiti e di seguirli lungo il percorso di integrazione.
Nelle scorse settimane la macchina della solidarietà si è messa in moto in ognuna delle comunità ospitanti che hanno accettato di diventare lo sbocco del corridoio umanitario aperto con l’Etiopia: Milano, Sesto San Giovanni, Gaggiano, Oggiona Santo Stefano, Fagnano Olona, Lissone, Lecco.
Emblematico il caso di Olate in Lecco. Intorno alla famiglia Dunguru – si sono mobilitati diversi cittadini. Una famiglia ha messo a disposizione l’appartamento che oggi li ospita, cedendolo a titolo gratuito alla cooperativa Arcobaleno di Caritas ambrosiana che gestirà il progetto. Una coppia che abita nello stesso palazzo ha accettato di fare da tutor ai nuovi arrivati, impegnandosi a introdurli nel quartiere. In queste settimane, un’insegnante si è offerta di dare lezioni di italiano gratuitamente ai due bambini più piccoli in attesa di iscriverli a settembre a scuola.
Ora questo lavoro, già in corso, deve continuare e consolidarsi nelle prossime settimane affinché le case che ospitano i profughi non siano solo dimore ma luoghi ricchi di relazioni. Occorrono mediatori culturali, docenti, psicologi, disponibili a offrire le proprie competenze per sostenere gli ospiti e supportare il lavoro degli operatori. Ma anche semplici cittadini che intendano coltivare rapporti di buon vicinato.
Il progetto dei corridoi umanitari si aggiunge al piano di accoglienza diffusa che su tutto il territorio della Diocesi ambrosiana offre ospitalità a circa 2 mila migranti. (Francesco Chiavarini)
 
 

Mons. Lojudice: l’uso della forza cela la debolezza del dialogo

Roma – “Lo sgombero è sempre una dimostrazione di forza da parte delle istituzioni che nasconde una debolezza di dialogo”. Il vescovo ausiliare di Roma Sud, monsignor Paolo Lojudice, delegato Migrantes della Conferenza Episcopale del Lazio, non usa mezzi termini riferendosi allo sgombero del Camping River. Quando si interviene in questo modo, ricorda in un’intervista al The Post Internazionale, “non hai a cuore la sorte delle persone ma punti solo a seguire il vento che in questo momento spira dalla parte del più forte, della sicurezza e della legalità a tutti i costi». In questa situazione, però, «a rimetterci sono i più deboli”.
 
 

Indignarsi è un dovere

Roma - “Mi ha colpito un fatto di cronaca di questi giorni. L’Italia non può somigliare al far west dove un tale compra un fucile e spara dal balcone colpendo una bambina di un anno rovinandole la salute e il futuro. Questa è barbarie e deve suscitare indignazione”. Le parole del Presidente della Repubblica hanno sorpreso quanti il 19 luglio stavano ascoltando il suo intervento nel corso della tradizionale cerimonia del Ventaglio che rievoca e rilancia il rapporto tra informazione e Parlamento. Indignarsi è un dovere L’appello all’indignazione da parte di uomini miti e riflessivi segue il loro grido di allarme quando civiltà e umanità sono messe in grave pericolo dalla barbarie. Un appello come questo non facilmente viene accolto da una società che sempre meno si indigna e sempre più si rassegna a mentalità, parole e gesti di rifiuto, di disistima, di umiliazione. Un appello come questo si rivolge in particolare a quanti dovrebbero avvertire la responsabilità morale ed educativa del loro ruolo: in particolare i politici, i giornalisti, quanti si esprimono sui social. "Siamo tutti consapevoli, naturalmente - ha affermato Sergio Mattarella - che vi sono usi distorti - talvolta allarmanti - del web. Vi appaiono segni astiosi, toni da rissa, che rischiano di seminare, nella società, i bacilli della divisione, del pregiudizio, della partigianeria, dell’ostilità preconcetta che puntano a sottoporre i nostri concittadini a tensione continua". Immediata una levata di scudi: "Non sono io, è l’altro a offendere…". Subito si girano le parole scomode ad altri indirizzi. Non è una novità: sono sempre gli altri, soprattutto se avversari o diversi, i colpevoli, i portatori e i diffusori di un virus che corrode. Il Capo dello Stato mette in guardia e chiede di "non farsi contagiare da questo virus, ma contrastarlo, farne percepire, a tutti i cittadini, il grave danno che ne deriva per la convivenza e per ciascuno. Vi è il dovere di governare il linguaggio". È dunque un dovere indignarsi per il continuo ricorso al linguaggio dell’astio, della rissa, dell’odio che produce gesti, comportamenti e tendenze che riducono un popolo in una massa anonima e triste che ha come motto: prima noi e dopo gli altri. L’indignarsi è doveroso ma è solo un primo passo sulle strade che portano a orizzonti di umanità. Ma come contrastare la deriva del linguaggio della rissa, dell’astio, dell’odio? Quale scelta per liberare questo linguaggio dalla schiavitù del pregiudizio o del giudizio sommario? La risposta non può che venire dal risveglio della coscienza, dalla forza di ribellarsi al conformismo, dalla volontà di indignarsi per le offese, dal coraggio di andare contro corrente per amore della verità . (Paolo Bustaffa)
 
 

Papa Francesco: “la ricerca della pace comincia dalle piccole cose”

Città del Vaticano - “La pace è il dono del Signore che ci trasforma affinché noi, come membra del suo corpo, possiamo provare gli stessi sentimenti di Gesù”. Lo ha detto Papa Francesco rispondendo alle domande di cinque ministranti durante l’incontro, ieri pomeriggio in piazza San Pietro, nell’ambito del loro pellegrinaggio internazionale. Rispondendo alla prima domanda postagli da un giovane lussemburghese sulla pace, il Pontefice ha sottolineato che “l’impegno concreto per la pace è la prova del fatto che siamo veramente discepoli di Gesù. La ricerca della pace comincia dalle piccole cose”. Poi, a un ragazzo portoghese, a proposito del servizio, ha detto che nell’“intreccio di azione e di contemplazione si riconosce anche il disegno di Dio su di noi: si vede quali sono i talenti e gli interessi che Dio ci mette nel cuore e come svilupparli”. Terza domanda sulla testimonianza che i giovani possono portare ai coetanei, posta a Francesco da un giovane di Antigua e Barbuda. “Oggi voi, come giovani, potete essere apostoli che sanno attirare gli altri a Gesù – ha evidenziato il Papa –. Questo succede se voi stessi siete pieni di entusiasmo per Lui, se Lo avete incontrato, conosciuto personalmente, e siete stati, voi per primi, ‘conquistati’ da Lui”. Di qui l’invito a “essere amici con gratuità di chi è attorno a voi”. Altro tema nelle parole di un ragazzo tedesco, la fede, che “è come l’aria che respiriamo”. Infine, rispondendo a un giovane serbo sulla santità, Francesco ha detto che “il Signore Gesù ci ha dato un programma semplice per camminare sulla via verso la santità: il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. E per concretizzarlo, Gesù ci ha indicato le opere di misericordia. Sono una via impegnativa ma alla portata di tutti”. E ha ammonito: “sulla strada per la santità non c’è posto per i giovani pigri!”.
 
 

Lombardia: un paese si mobilita per un senegalese

Castelbelforte - Una storia positiva, una buona notizia che vede protagonisti un paese lombardo e un migrante. Non dovrà più essere rimpatriato Fassar Marcel Ndiaye, il giovane senegalese per il quale il paese di Castelbelforte, comune di 3.000 abitanti nel Mantovano, si è mobilitato con una petizione.
Le 500 firme raccolte a suo favore, la disponibilità del parroco ad offrirgli un alloggio e il parere favorevole del sindaco leghista hanno fatto sì che la Prefettura revocasse l'ordine di rimpatrio.
E così oggi Marcel potrà presentare la documentazione necessaria per ottenere un nuovo permesso di soggiorno.
Il giovane è a Castelbelforte da 4 anni e ha saputo farsi voler bene da tutta la comunità. Impegnato nel volontariato, assiste gli anziani e dà una mano in parrocchia. E ieri il paese ha organizzato una grande festa.
 

Migranti: al 30 luglio 18.382 arrivi in Italia

Roma – Alla data di ieri, 30 luglio, sono arrivati in Italia 18.392 migranti, contro i 92.041 dello stesso periodo del 2016 e i 94.806 del 2017. Il dato è fornito dal Ministero dell’Interno che quotidianamente aggiorno il quadro degli arrivi. Questi dati raccontano di una frenata di arrivi che parte da lontano, da  luglio dello scorso anno quando a sbarcare furono in 11.461  contro i 23.552 dello stesso mese del 2016, mentre quest’anno  si sono contati 1.815 sbarchi dal 1 al 30 luglio.
Tra i migranti sbarcati sulle nostre coste quest’anno la nazionalità più dichiarata è  quella tunisina che rappresenta il 18%, seguita a ruota dalle  persone provenienti dall’Eritrea (15%). 
 

Mons. Nosiglia: promuovere clima di rispetto verso ogni persona

Torino – “Certi titoloni di giornali finiscono per amplificare il clima di insicurezza in cui sembra che siamo immersi. Ma questa informazione emozionale non ci aiuta a ricordare la cosa importante: tocca a tutti noi educarci al rispetto reciproco”. E’ quanto scrive in una nota l’arcivescovo di Torino, Mons. Cesare Nosiglia dopo alcuni fatti di cronaca di questi giorni: “una ragazza, Daisy, colpita a Moncalieri; altre donne prese di mira con le uova; un giovane aggredito in metropolitana…Torino non manca, nella catena di notizie allarmanti che raccontano episodi di
intolleranza o di grave violenza, che in questi mesi in particolare segnano la cronaca del nostro Paese”.
Per il presule gli “altri” non sono “diversi, sono il nostro prossimo. Come noi lo siamo per loro. Non è appiccicando etichette sulla faccia e sulla pelle della gente che salviamo la nostra vita. L’unico vero ‘nemico’ che tutti abbiamo in comune è coltivare l’idea del nemico. Dare agli altri – dice Mons. Nosiglia -  la colpa dei disagi nostri che non sappiamo affrontare è una deriva pericolosa”.
L’arcivescovo di Torino ricorda che il capoluogo piemontese e il suo territorio “vengono da una lunga tradizione di tolleranza e solidarietà, che ha sempre contribuito a isolare e rifiutare ogni forma di discriminazione. La stragrande maggioranza della popolazione, che crede e pratica i valori della accoglienza e della integrazione, reagisca – è l’invito - isolando quanti compiono tali gesti” promuovendo, sia sul piano educativo e sociale nelle famiglie, negli oratori e nelle scuole “un clima di rispetto verso ogni persona perché tutti si sentano parte integrante di una cittadinanza dove il bene comune è l’obiettivo da perseguire insieme con l’apporto di ciascuno”. Da qui la richiesta di Mons. Nosiglia di “un rispetto rigoroso e convinto delle leggi, e la promozione di un clima di umanità e di legalità morale e civile, senza spavalderia e senza odio che ingenerano comportamenti di rifiuto violento: perché questa è l’unica strada che abbiamo per allontanarci dalla paura”. (Raffaele Iaria)
 
 

Incontro con un bimbo romeno

Milano – Mario, il più italiano dei nomi per un bambino romeno che è arrivato un giorno di tre anni fa nella scuola di Greco (a Milano) dove vado ogni tanto ad aiutare nei compiti bimbi e bimbe con qualche difficoltà. È stato iscritto a scuola dalla Comunità di Sant’Egidio, che lo ospitava con la sua famiglia presso l’oratorio della Comunità pastorale Giovanni Paolo II, ci siamo piaciuti subito. Pieno di vitalità, intelligente, curioso e intraprendente. Schietto al limite della sfrontatezza. Con uno spiccato senso della propria dignità. Alle spalle aveva tante sofferenze, tra “no” e rifiuti ricevuti, vita in baracche e sgomberi subiti. Nel corso di questi anni ho visto la schiettezza ammorbidirsi in modi garbati, la fatica affrontata con maggiore forza, il linguaggio diventare più preciso e articolato, il caos diventare ordine e la rabbia sciogliersi in luminosi sorrisi. Ora Mario si è trasferito in un altro quartiere e con la sua famiglia ha iniziato a navigare in autonomia ma con molti amici e amiche in più.
Qualche giorni fa ci siamo salutati durante un aperitivo preparato nel cortile della parrocchia, promettendo che ci rivedremo periodicamente per chiacchierare e raccontarci la vita. Per tenere un filo, per tirarne di nuovi. Mi mancherà. Mi manca già. (Maria Clara Bianchi)
 

UECOOP: nuovi italiani 150% con cittadinanza

Roma - Con +150% in cinque anni è boom di nuovi italiani con origini straniere che hanno ricevuto cittadinanza e passaporto del Belpaese come la giovane campionessa azzurra di atletica Daisy Osakue di genitori nigeriani aggredita a Moncalieri. E’ quanto emerge da un’analisi dell’Unione Europea delle cooperative Uecoop sugli ultimi dati del Ministero dell’Interno relativi al 2016 quando la nazionalità italiana è stata concessa a quasi 117mila persone, 70mila in più rispetto a cinque anni prima. Il fenomeno delle naturalizzazioni – spiega Uecoop – riguarda sempre di più i giovani sotto i 24 anni come Daisy che adesso rappresentano il 9,9% dei nuovi passaporti contro il 6,9% del 2012, con un numero triplicato per le ragazze. Una dinamica – sottolinea Uecoop – che rende sempre più necessarie politiche di integrazione che guardino al lavoro ma anche ai giovani, alle famiglie come ai contesti sociali in cui i nuclei arrivati dall’estero si trovano a vivere. In tal senso – spiega Uecoop – le quasi 9mila cooperative sociali che operano sul territorio nazionale svolgono un ruolo fondamentale per l’inserimento e la crescita di questa nuova fetta di popolazione italiana mentre tutto il mondo cooperativo schiera a oggi oltre 45mila addetti con passaporto straniero. Il lavoro – sottolinea Uecoop – è una delle sfide principali per una reale integrazione degli immigrati, mentre lo sport rappresenta una grande occasione di crescita e conoscenza per i ragazzi stranieri che anche in questo modo imparano ad amare l’Italia e i suoi colori.
 

Educare alla diversità religiosa: un master dell’Istituto San Bernardino di Venezia

Venezia - L’Istituto di Studi Ecumenici “San Bernardino” di Venezia, incorporato alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Antonianum di Roma, promuove un Master universitario di I livello in Dialogo Interreligioso giunto alla sua VIII edizione.
Il master, spiegano i promotori, si propone di offrire una preparazione di base nel campo del dialogo interreligioso che “crediamo possa essere utile anche alla luce del nuovo panorama religioso in Italia e nel mondo”.
Per l’anno accademico 2018-2019 sarà affrontato il tema del “Dialogo con l’altro. Educare alla diversità religiosa”. Il Master prevede l’attivazione di laboratori specifici per la didattica delle religioni nella prospettiva di una società sempre più interreligiosa.
Per informazioni Tel. 041/5235341, e-mail masterdirezione@isevenezia.it, master@isevenezia.it, web www.isevenezia.it
 
 

Il Papa dona 10 mila euro per i rifugiati yemeniti sull’isola di Jeju

Città del Vaticano - Il Nunzio apostolico in Corea del Sud, mons. Alfred Xuereb, ha consegnato il dono in denaro di Papa Francesco per i rifugiati yemeniti che da qualche settimana vivono sull’isola coreana di Jeju. Si tratta di 10.000 euro che il Pontefice ha voluto offrire a mons. Peter Kang U-il, vescovo dell’isola per i bisogni delle persone assistite nella sua diocesi. La notizia è stata rilanciata dall’agenzia di stampa Yonhap e ripresa da Vatican News. L’arcivescovo Xuereb era in visita a Jeju, proprio per rinnovare la solidarietà del Papa a mons. Kang, che ha sostenuto in ogni momento i rifugiati yemeniti sollecitando i sudcoreani a dimostrare tolleranza e carità in perfetta armonia con gli insegnamenti e i documenti del Pontefice riguardo a migranti e rifugiati, nel solco dei 4 verbi da lui dettati per fronteggiare il fenomeno migratorio: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare
Durante la sua prima visita sull’isola, nelle vesti di Nunzio apostolico in Corea del Sud, mons. Xuereb ha anche incontrato i 527 rifugiati yemeniti e ha celebrato una messa nella chiesa madre portando a ciascuno il saluto e la benedizione del Pontefice.
 
 

Card. Bassetti: abbassare i toni per non alimentare paure

Roma - Sullo straniero “si scarica l’insoddisfazione per problemi che hanno altra natura e che facciamo fatica ad affrontare. Per questo, se non stiamo attenti, tutti rischiamo di diventare razzisti”.
A parlare è il card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, dopo l’aggressione subita da Daisy Osakue, l’atleta italiana d’origini nigeriane colpita da un uovo lanciato da un’auto. In una intervista al quotidiano “La Repubblica” il porporato sottolinea che “gli episodi di violenza di queste settimane, che hanno di mira lo straniero in quanto tale, non possono essere in alcun modo giustificati né consentono alcuna sottovalutazione. Il razzismo è malattia endemica, riemerge come un virus mai sufficientemente domato: si scaglia contro immigrati, rom, ebrei… A ben vedere è il modo più sbagliato con cui curare la paura e l’ansia con cui facciamo i conti un po’ tutti”. Anche “noi pastori abbiamo bisogno – ha aggiunto il card. Bassetti - di comprendere meglio quello che sta avvenendo proprio per continuare a essere riferimento e guida delle nostre comunità. Non si può lasciar correre tra i fedeli l’idea che siano in pericolo i valori cristiani. Vangelo alla mano, saremo giudicati sull’amore: proviamo, per quanto possibile, a realizzarlo, a far nostra la tradizione biblica di ospitalità e accoglienza”.
Il presidente dei vescovi italiani si dice poi convinto della necessità di abbassare i toni e “le scorciatoie – specie quelle del pensiero – se vogliamo guardare in faccia la realtà e farcene davvero responsabili. Il rispetto non può mai venire meno: solo prendendo sul serio l’altro e le sue posizioni si potrà distinguere chi tra i politici o tra i giornalisti alimenta la paura e chi, invece, ha bisogno di risposte a problemi quotidiani. Rispetto a questi ultimi, poi, non serve nemmeno scomodare la pietà: basterebbe una sana ragione e una corretta conoscenza dei fenomeni”.
 
 

Mons. Pennisi: “solidarietà” all’immigrato senegalese aggredito a Partinico

Monreale – “Esprimo la solidarietà nei confronti di questo nostro fratello senegalese che è stato aggredito e allo stesso tempo condanno fermamente questo gesto di razzismo e xenofobia. L’atteggiamento dei cristiani, degli uomini e delle donne di buona volontà in Sicilia è generalmente caratterizzato da uno stile di accoglienza e di integrazione nel territorio e nella nostra cultura”. E’ quanto afferma l’arcivescovo di Monreale, mons. Michele Pennisi dopo l’aggressione di un immigrato a Partinico.
“Il nostro compito di cristiani, infatti, è quello dell’accoglienza, del – sottolinea mons. Pennisi - prendersi cura vincendo il muro dell’indifferenza, sullo stile del Buon samaritano. Siamo chiamati a farci prossimo degli altri, chiunque egli sia, da qualsiasi parte arrivi, qualsiasi problema porti, qualsiasi sia la difficoltà. Siamo chiamati a fare sempre il primo passo mossi dalla misericordia, per guardare in chiunque bussa alla nostra porta i tratti di Gesù che ha detto: ‘Ero straniero e mi avete accolto’ (Mt 25,35)”. Il presule siciliano si dice “fermamente convinto che sia necessaria una rivoluzione culturale: bisogna lavorare moltissimo sull’educazione, sulla cultura dell’incontro, prima ancora del semplice accogliere, oggi è fondamentale creare una cultura dell’accoglienza, correlata alla cultura della mondialità, per creare una globalità umanizzata ed umanizzante”.
Questa mattina a nome dell’arcivescovo il Vicario Foraneo di Partinico mons. Salvatore Salvia si è recato a fare vista al giovane senegalese nella struttura di accoglienza dove risiede.
Alle parole i mons. Pennisi fanno eco le parole dell’Azione Cattolica diocesana di Monreale che non vuole rimanere “indifferente di fronte a questa notizia di cronaca dove l’odio e lo scontro prendono il sopravvento. È per questo che ai continui discorsi che fanno leva su difesa e chiusura nei confronti del ‘diverso o dello “straniero – si legge in una nota - sceglie quello della conoscenza, continuando ad impegnarsi nell’educazione al dialogo e all’apertura seguendo la scuola del Vangelo, che porta all’incontro fraterno”. (R.I.)
 
 

Mattarella: “condanna contro ogni forma di schiavitù”

Roma – “La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell’umanità”. Lo dice oggi, in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella. Una giornata che “ci impone di ribadire la condanna e la battaglia della comunità internazionale contro ogni forma di schiavitù, vecchia e nuova”, sottolinea il Capo dello Stato ricordando che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro denuncia che sono circa 40 milioni le persone vittime; di queste, quasi 25 milioni sono costrette al lavoro forzato e 15 milioni a forme di matrimonio forzato. Numeri “impressionanti che hanno spinto le Nazioni Unite ad adottare l’obiettivo di eliminare il traffico di esseri umani entro il 2030. Si tratta – aggiunge Mattarella - di degenerazioni della nostra società, piaghe da sradicare con fermezza che interrogano le nostre coscienze e ci chiamano a una reazione morale, a una risposta adeguata con un maggiore impegno culturale e civile”.
Per il Capo dello Stato “terreno agevole per queste nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio”: ogni giorno migliaia di persone “pongono a rischio la propria vita e quella dei propri cari per mare e per terra, in condizioni disperate; una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell'instabilità dello sviluppo precario, alimentata e sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani, che li avviano a un futuro di sopraffazioni: sfruttamento lavorativo, adozioni illegali, prelievo di organi, reclutamento da parte della criminalità organizzata, sfruttamento sessuale”. Nessun Paese – spiega -  è “immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove. Soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con una Unione Europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità”. (R.I.)
 

Centro Astalli: “preoccupazione” per atti di razzismo

Roma – “Seria preoccupazione” per il susseguirsi di episodi “razzisti e violenti ai danni di cittadini immigrati” viene oggi espressa dal Centro Astalli. “Un’escalation di violenza che, dopo 11 persone ferite in meno di due mesi tra cui una bambina di 2 anni e una donna incinta, ha portato domenica scorsa alla morte di un uomo”, si legge in una nota del centro dei gesuiti che chiede alle Istituzioni nazionali e alle amministrazioni locali i cui territori sono stati teatro di questi “incresciosi episodi, di intervenire con fermezza e in modo inequivocabile contro ogni forma di violenza e razzismo”. Si chiede inoltre a chi svolge ruoli politici, “narrazioni in cui slogan e semplificazioni lascino il posto alla rappresentazione realistica della complessità delle migrazioni che vanno governate e non demonizzate o peggio usate strumentalmente per far leva sull’emotività dei contesti locali e non sulle ragioni e il buon senso”.
Il presidente del Centro Astalli, p. Camillo Ripamonti, invita ad  un uso del linguaggio “ponderato e sempre costruttivo da parte di esponenti politici e istituzionali che a causa di una grande visibilità ed esposizione mediatica possono suscitare o consolidare nei cittadini sentimenti di razzismo e odio razziale, legittimandoli ad azioni che rischiano di esporre la società italiana a insicurezza e violenza. Occorre – conclude - senza indugio non sottovalutare quanto stiamo vivendo mettendo in campo ogni mezzo per costruire la pace sociale”.
 
 

MCI Bradford: oggi Consiglio Pastorale

Bradford – “Media e comunicazione: come farci conoscere?”, la festa  di San Pio da Pietrelcina, l’Ottobre Missionario. Sono questi alcuni dei temi all’Ordine del giorno del Consiglio Pastorale Missione Cattolica Italiana di Bradford che si svolgerà questa sera. Durante l’incontro, guidato dal missionario p. Lorenzo Frosio, anche la programmazione delle attività del prossimo anno pastorale.
 
 

Papa Francesco: combattere la piaga della tratta di persone

Città del Vaticano – Si celebra oggi la Giornata Mondiale contro la tratta di persone. Lo ha ricordato ieri Papa Francesco al termine della preghiera mariana dell’Angelus in Piazza San Pietro. Questa “piaga – ha detto il pontefice - riduce in schiavitù molti uomini, donne e bambini con lo  scopo dello sfruttamento lavorativo e sessuale, del commercio di  organi, dell’accattonaggio e della delinquenza forzata”. Per il Papa anche le  rotte migratorie “sono spesso utilizzate da trafficanti e  sfruttatori per reclutare nuove vittime della tratta. È – ha concluso - responsabilità di tutti denunciare le ingiustizie e contrastare  con fermezza questo vergognoso crimine”
Per la giornata di oggi, promossa dalla Nazioni Unite, la sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha lanciato sui social una campagna di sensibilizzazione per tutto il mese di agosto.
Usando l’hashtag #EndHumanTrafficking si potranno promuovere iniziative per combattere la tratta e divulgare informazioni utili su Twitter, Facebook ed Instagram, denunciando tutte le forme di schiavitù. (R.I.)
 
 

Migranti: oltre 1.500 morti nel “cimitero Mediterraneo”

Milano - «Quest’anno è uno dei più letali». L’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, lancia l’allarme sul 'cimitero Mediterraneo'. Sono oltre 1.500 i migranti morti in mare da gennaio mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Nonostante le vittime siano in calo (1.504 tra uomini, donne e bambini, contro i 2.401 dei primi 7 mesi del 2017) il 2018 resta uno dei più letali, sottolinea l’organizzazione, se si considera che «si sono registrate meno traversate». La rotta più pericolosa rimane quella del Mediterraneo centrale, diretta verso l’Italia e Malta, con 1.111 morti, ma sono in vertiginoso aumento coloro che annegano tentando di raggiungere la Spagna attraverso il Mediterraneo occidentale, nuova via preferenziale per i trafficanti: 304 morti contro i 124 dell’anno scorso.
Nel 2018 gli arrivi di migranti in Spagna (20.992 dall’inizio dell’anno) hanno superato quelli in Italia (18.130). Un trend già evidenziato nei mesi scorsi. Ad oggi poco più del 38% di tutti i migranti via mare è arrivato attraverso la rotta del Mediterraneo occidentale, il cui volume migratorio - sottolinea l’ OIM - è più che triplicato rispetto ai primi sette mesi del 2017.
Dal primo gennaio al 25 luglio, sono stati 55.001 i migranti e rifugiati entrati in Europa via mare: si tratta di circa la metà rispetto ai 111.753 arrivi dello stesso periodo 2017. Le nuove politiche europee, con la chiusura dei porti italiani alle Ong impegnate a salvare i migranti che partono dalla Libia ha spostato le rotte di chi cerca un nuovo futuro in Europa. Gli arrivi in Spagna oramai superano regolarmente quelli dell’Italia. La maggior parte tenta il salto nello Stretto di Gibilterra, in quella lingua di mare presa d’assalto con piccoli barchini e gommoni. Altri tentano anche traversate più lunghe. Per non dire di quanti ogni giorno provano a superare le barriere killer di Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole nel Maghreb, protette da un groviglio di filo metallico affilato in modo da ferire i migranti che provano a saltare, come i 600 che nei giorni scorsi sono riusciti a forzare il blocco a prezzo di serie ferite su tutto il corpo. (Avvenire)
 
 

Card. Bassetti: “non rassegnarsi a un clima di tensione e conflittualità”

Roma -  “È chiesto a tutti un sussulto di responsabilità nelle parole e nei fatti, non soltanto per evitare di restare nelle paludi di una rabbia sociale che – specie in Internet – assume contorni preoccupanti, ma anche per non far mancare il proprio contributo al bene comune”. Lo scrive il Presidente della CEI, card. Gualtiero Bassetti, nella lettera pubblicata sul numero di agosto-settembre di “Vita Pastorale”.
Il porporato si sofferma sui “tanti rifugiati e profughi che cercano una patria dal volto materno e ospitale” dicendosi consapevole di quanto “il fenomeno migratorio sia complesso” e di come “risposte prefabbricate e soluzioni semplicistiche abbiano, in fondo, l’effetto di renderlo ancora più incandescente”.
“Se, da una parte, condivido che debba essere affrontato all’interno di una visione europea – aggiunge il card. Bassetti -, dall’altra so anche quanto la nostra gente sia partecipe del dramma che tocca questi fratelli e come le nostre comunità ora non accettino di volgere lo sguardo altrove, né intendano rassegnarsi a un clima di tensione e di conflittualità”.
Il card. Bassetti lancia quindi un appello alle forze politiche, agli operatori della comunicazione e ai responsabili “a qualunque livello”, perché “non si lascino catturare da interessi di corto respiro, né ingabbiare da paure che portano a bastare a sé stessi, a cercare di sottrarsi e quasi nascondersi rispetto a un orizzonte di impegno più ampio”. “Anche come Chiesa non possiamo esimerci dal fare la nostra parte”. In particolare, l’impegno indicato dal cardinale è quello di “unire l’Italia”.