Primo Piano
Un mare di porti lontani: continua il tour nelle varie città italiane
Augusta: ricordato il naufragio di 9 anni fa con la morte di 1100 migranti
Shaman Alawawi: da Aleppo al Centro Giorgio La Pira
Firenze - «Con i miei fratelli nascondevamo i libri di scuola tra gli alberi, o addirittura li seppellivamo perché nessuno scoprisse che stavamo ancora studiando. Studiavo di nascosto, di notte, perché i terroristi impedivano di seguire i programmi scolastici del governo», racconta Shaman Alawawi seduto in una saletta del Centro internazionale studenti Giorgio La Pira di Firenze. I programmi vietati erano quelli del governo di Damasco, i censori i jihadisti fanatici nemici di Assad imponevano le regole del Califfato. «Chi veniva scoperto con i libri scolastici approvati da Damasco era punito con la prigione. Alcune volte si arrivava fino alla pena di morte. Volevano solo diffondere la loro oscura ideologia piena di violenza e di odio». Datemi un libro e una penna e sarò un “inventore di sogni realizzati”. Libera interpretazione, questa, di un’antica massima: ma il prezzo pagato per costruirsi un futuro da questo giovane ingegnere siriano, 28 anni, che da poche settimane frequenta all’università di Firenze il master in Mechanical engineering for sustainability, ha dell’incredibile. Per questo, da quando a inizio gennaio è arrivato in Italia continua a ripetere, in un italiano ancora un poco stentato: «Mi sento come se fossi nato di nuovo, come se fossi passato dalle tenebre alla luce». L a sfida della conoscenza, come riscatto personale e della sua comunità, è davvero una “piccola Odissea”. Il regime imposto dal terrorismo jihadista avrebbe dissuaso molti, non questo ragazzo dai lineamenti mediorientali e un sorriso mite. Specchio, certo, di una tenacia d’acciaio: «Non mi sono arreso – racconta –. Ho continuato a preparare i programmi della scuola secondaria da solo, senza insegnanti e senza l’aiuto di nessuno». Una fatica enorme, soprattutto «dovendo studiare inglese e matematica da solo». Autodidatta, e in un Paese dilaniato dalla guerra civile iniziata l’11 marzo di 13 anni fa, e che prosegue tuttora sia pure a bassa intensità: la Siria che dopo il terremoto del 6 febbraio dell’anno scorso ha visto aumentare la povertà. Su una popolazione di circa 22 milioni di abitanti nel 2023 più di 15 milioni di persone – secondo le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite – necessitano di assistenza umanitaria (700mila in più rispetto all’anno precedente), gli sfollati interni sono 6,6 milioni e i rifugiati nei Paesi confinanti sono 6,8 milioni. Cifre di una catastrofe umanitaria che pare inarrestabile e che riaffiora nelle parole di Shaman: «A causa dei combattimenti, io e la mia famiglia siamo sfollati da Hober, il nostro villaggio, in uno vicino chiamato um-Alamad: la nostra casa era stata distrutta dai bombardamenti. Per parecchi mesi abbiamo vissuto in una tenda». Ma anche lì si può avere la forza di progettare un futuro migliore. E pensare agli esami di fine scuola superiore. «Quando si è avvicinata la data degli esami, mi sono organizzato per recarmi nel centro di Aleppo perché tutte le sedi di esame erano lì: l’esercito, allora, aveva il pieno controllo solo di quella parte della città». Un tragitto che, normalmente, richiede meno di un’ora a piedi. «Tutte le strade erano interrotte a causa dei combattimenti e quasi tutte le vie di accesso alla città erano presidiate da dei cecchini. C’era una sola strada, controllata dall’esercito, attraverso la quale si poteva entrare in città, la famosa autostrada M5: per arrivarci ho dovuto camminare per un giorno intero a piedi, costeggiando, attraverso i villaggi, il perimetro esterno della città», racconta il giovane ingegnere siriano disegnando su un foglio di carta nel baretto del Centro internazionale studenti La Pira una improvvisata cartina. Alloggi di fortuna, alcune notti da conoscenti, una notte all’interno della università, altre ancora dormendo sotto i portici della moschea. «Un mese da solo, lontano dalla famiglia durante i quali ho sostenuto tutti gli esami di Stato». Poi il ritorno a casa dalla famiglia e l’attesa dei risultati. Con tutta l’incertezza di chi, da anni ormai, non incontrava più di persona un insegnante. Poi, dopo un mese di attesa, nell’agosto del 2014 la pubblicazione dei risultati: «Ero riuscito a superare gli esami con un punteggio di 215 su 240» esclama con orgoglio. Un primo passo, del tutto insperato. Il prossimo obiettivo l’università. Una lunga traversata anche questa. La guerra civile rende sempre più insicuri i villaggi fuori Aleppo. Da qui la decisione di Shaman, con tutta la famiglia, di cercare una qualche sistemazione ad Aleppo, nei quartieri sotto il controllo del governo: «Una fuga di notte, di nascosto dalle milizie jihadiste che se ci avessero scoperto ci avrebbero impedito di andare ad abitare nella zona controllata dal governo». Pochi vestiti e oggetti raccolti in “valigie di cartone” e dopo un lungo cammino i primi due giorni passati in un parco. Poi la famiglia trova riparo in una scuola, dove era stato allestito un centro di raccolta per i profughi, e viene assegnata loro una stanza: Shaman è il maggiore con due fratelli (ora di 18 e 15 anni) e una sorella (ora di 22 anni) che vivono con i due genitori. Altri due fratelli di Shaman (ora di 27 e 25 anni) vivevano da tempo in Libano: «La mia famiglia è povera, così uno zio li ospita e si prende cura di loro», prosegue sempre con tono calmo Shaman nel suo racconto. «Quella stanza era tutto: un posto dove vivere, dormire, cucinare, ed era il luogo dove studiavo». Sacrifici che solo la determinazione di chi ha un futuro da costruire possono superare: «Io sono in un angolo, la mia famiglia è davanti a me: parlano seduti e dormono. I miei fratelli più piccoli giocano, sempre in quell’unica stanza. E io sono per ore e ore in quell’angolo a studiare, perché mi sono iscritto all’università di Aleppo: sono stato ammesso alla Facoltà di ingegneria meccanica». Per anni, fra una distribuzione di cibo nella scuola dei fratelli maristi e un sussidio statale, Shaman continua la sua vita da “ladro di sapere” in uno dei Paesi più poveri del mondo.
L a foto che conservano ancora i Fratelli maristi è di quelle che non si dimenticano: un tavolaccio di legno sostenuto da tre gambe del tavolo. Una quarta gamba è fatta da pietre e mattoni in pigna. Sono stati i Maristi blu, il gruppo di volontariato sostenuto dalla congregazione dei maristi, a regalare a Shaman un pc portatile: strumento indispensabile per uno studente iscritto alla facoltà di ingegneria meccanica di Aleppo. La luce elettrica intermittente, il freddo senza avere legna o cherosene per le stufe alcune delle difficoltà nella lotta quotidiana per vivere, oltre che studiare. E la paura dei bombardamenti: «Quando i colpi di mortaio smettevano di cadere – ricorda Shaman –, continuavo a correre verso l’università per arrivare in tempo alla lezione». Il sogno di una specializzazione all’estero per i giovani di Aleppo resta un miraggio. Navigare sul web cercando corsi post-laurea potrebbe essere un passatempo malinconico, se non ci fosse determinazione e l’aiuto di qualche “angelo custode”: «Il fratello marista George Sabe, il dottor Nabil Antaki, Leyla Moussalli responsabili dei Maristi blu, il giornalista spagnolo Ivan Benitez mi hanno sempre sostenuto, assicurandomi che mi avrebbero fornito il supporto necessario». Angeli custodi e la determinazione di inviare richieste in inglese a tutte le università in Europa, o quasi: 20 o 30 mail al giorno. Insperata la risposta con l’indicazione di compilare un modulo per l’università di Firenze. E due mesi dopo – come un lampo nella notte – la notizia che la domanda di iscrizione era stata accolta. Poi, grazie a un amico, il contatto con Joseph Farruja, il responsabile dell’accoglienza del Centro internazionale studenti La Pira, mentre la ong “Eccomi” (legata al Masci) ha sostenuto il costo del viaggio. Ottenere il visto un’Odissea burocratica: tre mesi di attesa solo per stampare il passaporto e poi il viaggio fino all’ambasciata italiana in Libano – la Siria non ha relazioni dirette con l’Italia – e una attesa snervante per altri sei mesi. «Il primo passaporto non essendo biometrico non era stato accettato: ho pianto di rabbia quando l’ho saputo. Allora Frère George mi ha calmato e mi ha detto; abbi speranza». E il 18 dicembre scorso, insperata, la notizia: visto accolto.
Ora, da poche settimane, Shaman ha iniziato a frequentare le lezioni del master biennale, e da inizio gennaio i corsi di italiano per stranieri del Centro internazionale studenti La Pira. Inaugurato nel 1978 - pochi mesi dopo la morte del “sindaco santo” di Firenze - il centro nacque grazie all’intuizione del cardinale Giovanni Benelli che, constatando la solitudine e il disorientamento dei numerosi studenti stranieri presenti nella città, mise a disposizione alcuni locali nel centro storico, chiedendo aiuto per la gestione al movimento dei focolari di Chiara Lubich. «La mia vita era piena di paura, tristezza e sofferenza. Questa è la prima volta nella mia vita che vivo come uno studente: mi sembra di essere rinato», conclude Shaman. E il sogno di Giorgio La Pira di fare del Mediterraneo un “Lago di Tiberiade” attraversato da rotte di pace, sopravvive in questi tempi di guerra. (Luca Geronico - Avvenire)
Centro Astalli: presentato oggi il rapporto annuale
Vangelo Migrante: Domenica 21 aprile – IV di Pasqua (Gv 10,11-18)
Ci sono molti modi in cui il Gesù giovanneo parla di sé, molte metafore con le quali, attraverso la ricorrente formula ègo èimi (“io sono”), prova a farci a entrare nel suo modo di relazionarsi al mondo e ai suoi. Una di queste metafore è la celebre immagine del pastore buono (o “bello”) di Gv 10,11, dopo che Gesù si è già indentificato come la “porta delle pecore” in Gv 10,7. Il discorso è iniziato come sua risposta, anche molto polemica, ai farisei che lo interrogano dopo la guarigione del cieco nato (Gv 9,1-12) durante la festa dei Tabernacoli. Li condanna per la loro arroganza e pronuncia una parabola sul modo di entrare nell’ovile che essi non capiscono (cfr. Gv 10,1-6). Quindi si presenta, appunto, come porta dell’ovile e pastore a confronto con altre figure (ladri, banditi e mercenari), che non sembrano affatto disposte a mettere a rischio la propria vita per il bene del gregge a differenza sua, di lui che – a motivo della sua unione con il Padre (vv. 17-18) – dà la propria vita per le pecore (v. 15).
Migrantes Cosenza-Bisignano: concluso il festival Frontiere
Modena: domenica la presentazione del volume “Fuorigioco. Figli di migranti e italianità”
Migrantes Oppido-Palmi: celebrazione al Circo Orfei con il vescovo mons. Alberti
Porto Empedocle: accolti i migranti morti in mare, volevano vedere la nostra terra
Catania: il 20 aprile la presentazione del Rapporto Immigrazione
Molfetta: domani il convegno sul Turismo di ritorno con la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo
8×1000 Chiesa Cattolica: la forza di un gesto d’amore
Sì al dialogo, sì alla pace
Città del Vaticano -“Nessuno deve minacciare l’esistenza altrui. Tutte le nazioni si schierino invece da parte della pace”. La preoccupazione, e “anche il dolore”, del Papa per l’aggravarsi della situazione dopo l’attacco iraniano a Israele è nelle parole che Francesco pronuncia dopo la preghiera del Regina caeli, un “accorato appello” perché “si fermi ogni azione che possa alimentare una spirale di violenza” e trascinare così il Medio Oriente “in un conflitto bellico ancora più grande”. La strada è quella che porterà “israeliani e i palestinesi a vivere in due Stati, fianco a fianco, in sicurezza. È un loro profondo e lecito desiderio, ed è un loro diritto! Due Stati vicini”. Poi il negoziato: per un “cessate il fuoco a Gaza” per aiutare la popolazione “precipitata in una catastrofe umanitaria”; e per ottenere la liberazione “subito” degli ostaggi. Pace, dunque: “basta con la guerra, basta con gli attacchi, basta con la violenza! Sì al dialogo e sì alla pace”. E “pace” è anche il saluto che Gesù rivolge ai suoi discepoli, riuniti nel cenacolo. Luca, nel suo Vangelo, ci narra ancora un fatto accaduto, nei giorni della resurrezione, ai due discepoli di Emmaus. Anzi sono proprio i due a raccontare agli altri il loro incontro lungo la loro strada e come hanno riconosciuto, nel forestiero, Gesù proprio per il gesto dello spezzare il pane. Ma Gesù è in mezzo a loro, non è un’apparizione, non è un fantasma come pensavano i discepoli: “guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io. Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. Quindi chiede del cibo e mangia. Che strana situazione. Dopo lo scetticismo di Tommaso, il Vangelo di domenica scorsa, oggi sono gli apostoli increduli. Eppure, stanno parlando di lui, delle sue apparizioni, di Simone che lo ha visto. I due discepoli di Emmaus narrano la loro esperienza, e improvvisamente si rendono conto che nel cenacolo non sono solo loro. C’è anche lui, Gesù, che li saluta: “pace a voi”. Se vogliamo, avrebbe potuto usare ben altre parole, Gesù, di rimprovero perché non hanno creduto, sono fuggiti, Pietro lo ha rinnegato per tre volte, e Giuda lo ha tradito per 33 denari. Invece no agli undici amici dice shalom, pace a voi. E Gesù arriva “proprio mentre stanno condividendo il racconto dell’incontro con Lui”, ricorda Papa Francesco nella sua riflessione, per dire che “è bello, è importante condividere la fede” in Gesù risorto. Ogni giorno “siamo bombardati da mille messaggi”, molti “superficiali e inutili”, altri sono “pettegolezzi e malignità”, notizie che non servono a nulla, “anzi fanno male”. Ma ci sono notizie belle e positive come “il nostro incontro con Gesù” di cui spesso facciamo fatica a parlare. È importante, afferma il vescovo di Roma, condividere i momenti unici in cui abbiamo “percepito il Signore vivo, vicino, che accendeva nel cuore la gioia o asciugava le lacrime, che trasmetteva fiducia e consolazione, forza ed entusiasmo, oppure perdono, tenerezza”. È importante il racconto di questi momenti, dice ancora Papa Francesco, è importante condividerli e trasmetterli: “fa bene parlare delle ispirazioni buone che ci hanno orientato nella vita, dei pensieri e dei sentimenti buoni che ci aiutano tanto ad andare avanti – ha aggiunto – anche degli sforzi e delle fatiche che facciamo per capire e per progredire nella via della fede, magari pure pentirci e tornare sui nostri passi”. Di qui l’invito di Francesco a ricordare, “in silenzio”, un “momento forte della nostra vita, un incontro decisivo con Gesù”. Ma torniamo ancora nel cenacolo, l’incontro di Gesù con i discepoli, le ferite evidenti nel corpo. Quelle ferite richiamano anche il dolore ancora presente nel mondo, oggi. Sono le ferite di una umanità sofferente: i poveri, i malati, quanti sono prigionieri, torturati, uccisi; sono le ferite del terrorismo che colpisce le persone innocenti; le ferite dei paesi in guerra e di coloro che sono vittime della violenza e dei conflitti. Le ferite dei bambini che “soffrono per le guerre in Ucraina, in Palestina, in Israele e in altre parti del mondo, nel Myanmar, dice Papa Francesco ricordando la prima Giornata mondiale dei bambini a fine maggio: “abbiamo bisogno della vostra gioia e del vostro desiderio di un mondo migliore, un mondo in pace”. (Fabio Zavattaro)
Papa Francesco: “si fermi ogni azione che possa alimentare una spirale di violenza”
8Xmille Chiesa Cattolica: parte la nuova campagna informativa
Papa Francesco: il 9 maggio la bolla di indizione del Giubileo
Città del Vaticano - Il 9 maggio, solennità dell’Ascensione, alle 17.30 il Papa consegnerà e leggerà la Bolla di indizione del Giubileo del 2025, durante la celebrazione dei Secondi Vespri nella basilica di San Pietro. A confermarlo è la Sala Stampa della Santa Sede, che ha diffuso il calendario delle celebrazioni presiedute dal Santo Padre nei mesi di aprile e maggio. Si comincia il 28 aprile, con la visita pastorale a Venezia, per poi proseguire il 19 maggio, con la Messa presieduta nella basilica di San Pietro alle 10, nella solennità di Pentecoste. Il 26 maggio, infine, alle 10.30 Papa Francesco presiederà la Messa in piazza San Pietro, in occasione della Giornata mondiale dei bambini.
Corridoi Umanitari: lunedì nuovi arrivi dall’Etiopia
Roma - Arriveranno lunedì 15 aprile a Fiumicino, con un volo di linea dell’Ethiopian Airlines proveniente da Addis Abeba, 97 rifugiati dal Corno d’Africa grazie ai corridoi umanitari promossi dalla Conferenza Episcopale Italiana e della Comunità di Sant’Egidio con la collaborazione dei ministeri dell'Interno e degli Esteri. Le 97 persone, in maggioranza di nazionalità eritrea e somala, erano da tempo rifugiate in Etiopia e sono state, in parte, segnalate da familiari o amici che si trovano in Italia, alcuni dei quali arrivati precedentemente con i corridoi umanitari. Alcuni nuclei familiari saranno pertanto accolti dai parenti, garanzia di una più facile e rapida integrazione nel nostro Paese, mentre altri troveranno ospitalità in case messe a disposizione dalla rete di sostegno della società civile, che rende possibile questa accoglienza diffusa in ben otto regioni italiane (Lazio, Abruzzo, Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Sicilia, Toscana), e avviati ad un percorso di integrazione: per i minori attraverso l’immediata iscrizione a scuola, per gli adulti con l’apprendimento della lingua italiana e, una volta ottenuto lo status di rifugiato, l’inserimento nel mondo del lavoro.
Chieti: Migrare e restare: un convegno con la presentazione del Rapporto Immigrazione
Migrantes Torino: domani la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo
Torino - Anche gli Italiani migrano: se ne parla poco, ma ogni anno migliaia di cittadini, soprattutto studenti e lavoratori, lasciano il Paese per trasferirsi altrove. Ogni anno la Fondazione Migrantes studia il fenomeno e raccoglie dati e testimonianze in un corposo volume. Venerdì 12 aprile nella sede della Migrantes diocesana di Torino alle 10 ci sarà la presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes: la tematica al centro della mattinata sarà l’emigrazione degli Italiani oggi, un fenomeno di cui si parla poco, ma che interessa molte famiglie, con figli, nipoti e parenti sparsi a studiare e lavorare nel mondo. Ne parleranno la curatrice del Rapporto, Delfina Licata, Sara Sanzi, giornalista RAI di “Expat”, trasmissione su Rai Radio 3. Interverranno poi Pietro Pagella, Coordinatore regionale Piemonte e Valle d’Aosta Progetto PNRR Turismo delle Radici, Davide Gandolfi della Regione Piemonte, Responsabile Relazioni Internazionali e Cooperazione con Vania Milizia della Camera di Commercio di Torino, Business Development and Internationalization Department. A Mariapaola Sassi ed Enrica Guglielmotti sarà affidata invece una voce di testimonianza di una esperienza diffusa anche tra i volontarie e le volontarie dell'Ufficio Migrantes di Torino i UPM e Camminare Insieme: la figura delle mamme e nonne a distanza. le conclusioni sono affidate a don Valeriano Giacomelli, attualmente parroco della Santa Famiglia di Nazareth alle Vallette, coordinatore dei cappellani delle comunità cattoliche italiane in Romania.