Mariam, storia di una vita in sospeso. Cronologia dell’estenuante ricerca del riconoscimento dei diritti di una vittima di tratta

6 Febbraio 2026 – In occasione della 12ª Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta, che quest’anno ha per tema “La pace comincia con la Dignità. Un appello per porre fine alla tratta”, pubblichiamo un saggio di Irene Pagnotta, contenuto nel Report 2025 “Il diritto d’asilo. Richiedenti asilo: le speranze recluse”, con la storia di Mariam.

Prologo

Luglio 2024.

La relazione clinica rilasciata dal Dirigente medico del reparto di psichiatria riporta:

«Durante il puerperio, dopo circa una settimana dal parto, viene riferita l’insorgenza di plurimi episodi di agitazione psicomotoria associata a una sintomatologia caratterizzata da distress emozionale, ideazione persecutoria (con ripetute preoccupazioni che il figlio le venisse sottratto), idee di veneficio rispetto al latte somministrato al neonato. In data 1.7.2024 veniva descritto un episodio caratterizzato da atteggiamento agitato e aggressivo nei confronti del personale, rifiuto reiterato della paziente alle cure proposte, assenza di consapevolezza. Sulla paziente è stato attuato il TSO, praticata terapia sedativa e predisposto il presente ricovero presso questo SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, ndr)».

Il documento veniva allegato agli atti trasmessi dalla Direzione Sanitaria del presidio ospedaliero alla Procura presso il Tribunale per i Minorenni di Torino per la successiva convalida del provvedimento di collocamento in sicurezza di un neonato di soli 11 giorni, allontanato dai genitori a causa di una «sospetta reazione paranoide acuta» della madre, giovane donna ivoriana richiedente asilo in Italia.

Dopo aver dato alla luce il figlio Aboubacar, nato pretermine di due settimane, Mariam veniva ripetutamente rassicurata dal personale sanitario in merito alle buone condizioni del neonato ed alle loro dimissioni, che tuttavia – a causa di lungaggini burocratiche e della carenza di personale nel reparto nei giorni stabiliti – venivano rimandate in due occasioni senza che le fosse fornita alcuna spiegazione.

Nel corso della degenza, infatti, il personale sanitario riteneva superflua la presenza di una mediatrice o di una interprete, motivando tale scelta data la presenza in reparto di un’infermiera che parlava la lingua francese, pertanto in grado di comunicare con la paziente. Dopo oltre una settimana di ricovero, di fronte ad una mediatrice inviata dal centro di accoglienza, Mariam iniziava a mostrare segni di insofferenza dovuti alla lunga permanenza in ospedale, confidando all’operatrice di non aver compreso il ruolo delle varie figure incontrate nella struttura né il contenuto di moduli che le venivano sottoposti alla firma.

La stessa alternava momenti di serenità a momenti di forte agitazione, domandando con insistenza di poter lasciare l’ospedale e dichiarando l’intenzione di giorno previsto per la dimissione una psicologa e una psichiatra incontravano Mariam, rappresentando le loro preoccupazioni e comunicandole la necessità del suo ricovero nel reparto di psichiatria, riferendole che, in caso di rifiuto, il piccolo Aboubacar sarebbe stato affidato all’ospedale. La reazione alla notizia era immediata: la giovane tentava di raggiungere il bambino presso il nido del reparto, ma il personale sanitario glielo impediva, bloccandole l’uscita dalla stanza.

Entrata in uno stato di forte agitazione, Mariam cercava di forzare la barriera formata dagli operatori sanitari, chiedendo poi l’intervento delle forze dell’ordine. La stessa veniva raggiunta dal personale di sicurezza dell’ospedale, attendendo seduta insieme al compagno Moussa, padre del bambino e anch’egli richiedente asilo, l’intervento della polizia. Quando giungevano gli agenti di pubblica sicurezza, sulla donna veniva effettuato un trattamento sanitario obbligatorio e la stessa veniva trasferita in ambulanza al reparto S.P.D.C. dell’ospedale.

A partire da quel momento, la violenza istituzionale che inondava la vita di Mariam sommergeva ogni residuo di speranza per il tanto desiderato nuovo progetto di vita, finalmente solo proprio, lontano dagli inganni, dai ricatti e dagli abusi subiti sin dall’infanzia in Costa d’Avorio e poi durante il percorso migratorio che la conduceva dapprima in Tunisia e successivamente in Italia.

Alle forme di violenza esplicite legate al proprio vissuto di donna migrante, se ne aggiungevano altre di carattere strutturale, sistemico e simbolico relative al sistema italiano, che se da un lato può  consentire alle richiedenti asilo di rielaborare i propri percorsi di vita, similmente le costringe in spazi ristretti di condivisione fisica e interculturale, così come in tempi della giustizia difficilmente tollerabili o comprensibili, nell’attesa di completare l’iter necessario per vedere riconosciuti i propri diritti.

Un fenomeno che continuamente evolve: le nuove rotte e i nuovi modelli di sfruttamento della tratta di esseri umani

Dicembre 2023.

Formalizzata la domanda di asilo, convocata avanti la Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, Mariam rispondeva puntualmente alle domande poste dalla funzionaria:

«D: Mi parli della sua famiglia…
R: Siamo io, mio padre, mia madre, due fratelli. A casa mio padre mi maltrattava, una volta mi ha anche versato l’acqua calda addosso, ho anche le cicatrici. Preferiva i figli maschi a me. […]
D: Ricorda quando ha lasciato la Costa d’Avorio?
R: 19 dicembre 2019.
D: Da lì dov’è andata?
R: In Tunisia, direttamente.
D: Dalla Tunisia è poi andata in altri Paesi?
R: Solo qui in Italia, sono arrivata il 21 giugno 2023.
D: Adesso le chiederò di parlarmi liberamente delle ragioni che l’hanno costretta a lasciare il suo Paese. Per quale motivo ha lasciato la Costa d’Avorio?
R: Mio padre mi ha chiamata e mi ha detto che mi dovevo sposare per forza con un uomo anziano, che aveva già tre mogli. Lui era un uomo ricco e mio zio aveva già preso la dote. Nel mio villaggio, prima del matrimonio, la donna deve essere infibulata. Mio zio ha detto che dovevo essere infibulata, per quello sono andata via.
D: Visto che era qualcosa che lei non voleva fare, non ha pensato di chiedere aiuto a sua madre?
R: Cosa poteva dire? Mia madre fa solo quello che le chiede mio padre, obbedisce e basta.
D: Sembra un po’ nervosa, c’è qualche ragione in particolare?
R: No…
D: Cosa ha fatto quindi?
R: Sono scappata ad Abidjan. Dormivo fuori, al mercato. Poi una donna si è avvicinata e le ho spiegato i miei problemi. Mi ha detto che aveva una sorella in Tunisia, se ero d’accordo avrebbe chiesto a sua sorella di farmi i documenti per viaggiare. L’ha chiamata e lei mi ha detto che mi avrebbe organizzato il viaggio. Una volta in Tunisia avrei dovuto lavorare per un anno per rimborsare i soldi. Ho accettato, lei ha mandato i soldi a sua sorella e ha fatto il passaporto e il biglietto dell’aereo. Così sono partita, mi ha portato all’aeroporto. Una volta arrivata in Tunisia sua sorella è venuta a prendermi, mi ha ritirato il passaporto e mi ha portata in una casa, mi ha chiusa in una stanza e ha detto che dovevo prostituirmi. Io non volevo ma lei faceva entrare tanti uomini, poi teneva quello che loro pagavano per stare con me. L’ho implorata di farmi cambiare lavoro per restituire i soldi e dopo un po’ mi ha portato da una famiglia tunisina. Non uscivo mai, quando lo facevo era solo per andare a prendere le cose al mercato sotto casa, se mi mandava la signora. Lei mi picchiava se il lavoro che facevo non andava bene, lavoravo tante ore al giorno e mi faceva dormire per terra in una stanza vuota. Di notte, suo marito veniva con un coltello e mi diceva di stare zitta mentre si approfittava di me. A volte veniva anche suo fratello. Questo è durato per tanti mesi, non ce la facevo più. Dopo più di un anno, la signora mi ha detto che avevo finito e mi ha messo in strada».

Influenzata dai cambiamenti che su scala globale colpiscono le popolazioni mondiali, la tratta di esseri umani costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali che si mantiene nel tempo evolvendo in termini di entità, direzione dei flussi e varietà dei servizi offerti. […] (Irene Pagnotta)

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